Salvini spiattella il blitz Spataro: “Ci danneggia”

Scontro diretto tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il procuratore di Torino Armando Spataro. Sono le 8.57 quando il titolare del Viminale twitta che “a Torino altri 15 mafiosi nigeriani sono stati fermati dalla Polizia”. Ma già prima, alle 7.43, l’aveva scritto sul gruppo whatsapp “Info dall’Interno”: “Le buone notizie non finiscono qui. Altri 15 mafiosi nigeriani sono stati arrestati a Torino dalla Polizia… Grazie alle Forze dell’Ordine! La giornata comincia bene!”. Peccato che l’operazione fosse ancora in corso e che non fosse dunque il caso di renderla pubblica, con il rischio di allertare i ricercati.

Il procuratore Spataro lo mette nero su bianco in una nota diffusa alle 13.11: la diffusione della notizia “è intervenuta mentre l’operazione era (ed è) ancora in corso con conseguenti rischi di danni al buon esito della stessa”. Non solo: “La polizia giudiziaria non ha fermato ‘15 mafiosi nigeriani’, ma sta eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare” che “non prevede per tutti gli indagati la contestazione della violazione dell’articolo 416 bis”, cioè non sono tutti accusati di essere mafiosi. E infine: “Le ricerche di coloro che non sono stati arrestati è ancora in corso”. Insomma: non tutti erano mafiosi e non tutti erano già stati arrestati. Anzi, a fine giornata alcuni dei ricercati non erano ancora stati trovati. Non si può dire che questo sia a causa della foga mattiniera del ministro che si è trasformata in fuga di notizie, ma certo tweet e whatsapp in diretta non fanno bene alla riservatezza con cui dev’essere condotta la ricerca di persone accusate di gravi reati. Quella di ieri, poi, era un’operazione di polizia giudiziaria, che non è eseguita e diretta dal Viminale, ma dalla magistratura.

Spataro nel suo comunicato spiega che “la diffusione della notizia contraddice prassi e direttive” secondo cui “gli organi di polizia giudiziaria che vi operano concordano contenuti, modalità e tempi della diffusione della notizie di interesse pubblico”, anche per “fornire informazioni ispirate a criteri di rispetto dei diritti e delle garanzie spettanti agli indagati per qualsiasi reato”. E si augura che, “per il futuro, il ministro dell’Interno eviti comunicazioni simili”, o “voglia quanto meno informarsi sulla tempistica, al fine di evitare rischi di danni alle indagini”.

Salvini reagisce a stretto giro di social. Alle 14.51 scrive sul gruppo whatsapp: “Basta parole a sproposito. Inaccettabile dire che il ministro dell’Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca”. L’attacco a Spataro è diretto: “Se il procuratore capo a Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato”. Poi tenta di tirare in mezzo il capo della Polizia Franco Gabrielli: “Se il capo della Polizia mi scrive alle 7.22 informandomi di operazioni contro mafia e criminalità organizzata”, “un minuto dopo mi sento libero e onorato di ringraziare e fare i complimenti alle forze dell’ordine”. È normale che il capo della Polizia informi il ministro. Ma questo non è certo un via libera alla diffusione di notizie che possono essere riservate. Salvini però ripete la sua versione tutto il giorno, via tweet, in una diretta facebook alle 16, al programma tv di Bianca Berlinguer #Cartabianca. Con il passare delle ore, il caso diventa politico: si schierano con Spataro il vicepresidente del Csm David Ermini e diversi esponenti del Pd. Salomonico il ministro della Giustizia, il 5stelle Alfonso Bonafede: “C’è stato un cortocircuito informativo, non ho dubbi che Spataro e Salvini volessero comunicare le proprie azioni nel rispetto delle regole di sicurezza”. I consiglieri togati di Area al Csm chiedono invece l’apertura di una pratica a tutela di Spataro.

A prescindere

Da antichi collezionisti delle gaffe di Danilo Toninelli, l’altroieri ci era parsa eccezionalmente saggia e prudente la sua promessa di riportare Genova agli antichi splendori “in pochi mesi, al massimo anni”. Con una breve ispezione nella sua mente, sotto cotanta chioma, ci era parso di intuire che, mentre diceva “in pochi mesi”, già immaginasse i titoli dell’indomani sulla gaffe di Toninelli che promette ciò che non può mantenere. Ragion per cui si era corretto in corsa: “al massimo anni”. È evidente che tutto dipende dai tempi della ricostruzione del Ponte Morandi (che, sia detto per inciso, non ha fatto crollare lui), più vicini a un paio d’anni che a pochi mesi: il che sarebbe già un miracolo, visto che quelli bravi e competenti di prima devono ancora iniziare a ricostruire non solo il Centro Italia terremotato oltre due anni fa, ma pure L’Aquila devastata quasi dieci anni fa. Oltre alle lungaggini burocratiche tipicamente italiote, c’è il fatto che prima di costruire il nuovo ponte bisogna prima abbattere quel che resta del vecchio e, per farlo, occorre attendere il dissequestro della magistratura, che a sua volta deve aspettare il lungo lavoro dei suoi periti.

L’aveva detto il 28 settembre Toninelli, ma anche allora tutti avevano parlato di “gaffe” e “figuraccia”, perché il procuratore di Genova, Francesco Cozzi, l’aveva subito fulminato: “60 giorni sono quelli concessi ai periti, ma non è assolutamente detto che non si possa cominciare prima a smantellare il Morandi. Però al momento non sono state presentate né istanze di dissequestro e men che meno piani di demolizione”. E giù buuuu al ministro, talmente incompetente da non sapere che la demolizione poteva partire subito: bastava chiederla. Senonché poi il governo ha nominato il commissario, il sindaco Marco Bucci, che ha chiesto lumi ai pm sui tempi per la demolizione. E il procuratore ha spiegato al Corriere che “prima di demolire il ponte dobbiamo preservare le prove”. Fino a quando? Mistero: il lavoro dei periti “slitta a non saprei quando”. Proprio come aveva detto Toninelli. Ma ormai qualunque cosa dica diventa automaticamente “gaffe” e “figuraccia”, anche le rare volte che ci azzecca. Lui sbaglia sempre, per definizione, a prescindere. Il che fa sospettare che il problema non siano i suoi torti (piuttosto copiosi), ma le sue ragioni: il niet ad Autostrade Spa e alla sua lobby nei partiti e nei giornali foraggiati dai Benetton; o il no al Tav Torino-Lione; o l’appartenenza a un movimento che non doveva vincere le elezioni e invece purtroppo le ha vinte; oppure tutt’e tre le cose insieme.

Toninelli è stato trasformato in una maschera di Carnevale, il “Toninulla”, da una stampa sciatta e prevenuta che, credendo di screditare lui, scredita se stessa. Come chi dice che i genovesi sono tutti tirchi, i torinesi tutti falsi e cortesi, i milanesi tutti bauscia, i vicentini tutti magnagatti, i romani tutti sfaticati, i siciliani tutti mafiosi. È dura distinguere chi ha ragione e chi ha torto per chi il 4 marzo e più ancora alla nascita del governo Conte decise, in lieve controtendenza col voto degli elettori e con la prima regola della democrazia, che chi ha vinto ha sempre torto e chi ha perso ha sempre ragione. Ci avevano raccontato che Conte è una nullità, una marionetta nelle mani di Salvini e Di Maio: ora scoprono che non è così, ma non sanno come dirlo. Ci avevano raccontato che i ministri erano tutti fascisti (il “governo più a destra della storia repubblicana”: invece i tre governi B.-Fini-Bossi, il governo Monti e i Renzusconi di Letta e Renzi erano terzinternazionalisti): ora scoprono che la faccenda è più complessa, ma faticano ad ammetterlo. Avevano oracolato l’Apocalisse, la catastrofe, il baratro, l’Italexit e il “cigno nero” (l’Italia che esce dall’Ue e dall’euro, espulsa con ignominia o spinta fuori a viva forza dal terribile Savona): ora scoprono che è questione di un paio di decimali, ma non trovano le parole per rettificare.
Noi abbiamo preferito giudicare il governo dai fatti. Aveva promesso il “cambiamento”, interpretando il sentimento diffuso nella maggioranza degli elettori? Bene, vediamolo: applausi per i cambiamenti in meglio e per i non cambiamenti in peggio, fischi per i cambiamenti in peggio e per i non cambiamenti in meglio. Invece, tutt’intorno a noi, si è preferito fare diversamente. Se il governo cambia qualcosa in meglio (anticorruzione, vitalizi, dl Dignità, reddito di cittadinanza, correzione della legge Fornero, stop alle grandi opere inutili, meno migranti affogati in mare, la Rai meno irreggimentata degli ultimi 25 anni) si finge di non vedere. Se cambia in peggio (Dl Sicurezza, illegittima difesa, condonetto per Ischia) si parla solo di quello. Se cambia e basta, magari perché deve rimpiazzare dirigenti scaduti (Alleva all’Istat, Costamagna e Gallia a Cdp) o incompatibili (Nava alla Consob) o prorogati in odor di illegittimità (Battiston all’Agenzia Spaziale) o semplicemente ritenuti vecchi o in conflitto d’interessi (Consiglio superiore di Sanità), è comunque scandalo, vergogna, occupazione, epurazione, regime, attentato alla scienza e alla competenza, come se quelli di prima fossero tutti incroci fra Einstein e San Francesco. I giallo-verdi sbagliano perché cambiano troppo, ma anche perché cambiano troppo poco. Ora Repubblica titola: “Tav e grandi opere, l’imbarazzo della Lega che ‘tradisce’ il suo popolo” (che in realtà se ne frega allegramente: vuole meno tasse, meno stranieri e meno burocrazia, non un treno merci inutile in più). Ma tre mesi fa titolava: “I No Tav traditi dal M5S”. Cioè: Di Maio tradisce i No Tav perché il Tav si fa e Salvini tradisce i Sì Tav perché il Tav non si fa. Poi tutti a chiedersi perché la stampa è in crisi.

Si rinnova il maxi Suv Ford. Ma a quale prezzo?

Edge è il grande suv dai numeri modesti, specialmente in Italia: 4 mila unità vendute dal lancio, nel 2016. Certo non è facile far digerire al mercato nostrano uno sport utility che già in America è considerato premium, ma chissà che questo restyling non conquisti anche i cuori più duri così come ha conquistato le strade ghiacciate della Svezia su cui l’abbiamo testato. Non si presenta in una veste inedita ma qualche ritocchino di “chirurgia plastica” c’è stato, pure se il cuore pulsante del restyling risiede nelle dotazioni tecnologiche e nell’introduzione del nuovo diesel 2.0 da 238 Cv con cambio automatico a 8 rapporti.

La Edge fa il pieno di connettività (può fare da hotspot a 10 dispositivi) e di sicurezza: tra le tecnologie di assistenza alla guida, l’Adaptive Cruise Control con Lane Centering e Park e Pre-Collision Assist con riconoscimento pedoni e sterzata automatica di emergenza. A corredo delle nuove dotazioni, il sistema audio targato B&O amplificato da 12 speakers sparsi in tutto l’abitacolo. Del suv Ford colpisce la doppia anima: auto familiare e hi-tech sulle strade di città e “gatto delle nevi” su percorsi impervi come quelli intorno ad Åre, località svedese che nel 2019 ospiterà i mondiali di sci. Il grande suv dell’Ovale Blu mette in gioco tutta la robustezza del bi-turbo da 238 cavalli e una trazione integrale on demand che si adatta alle diverse situazioni di guida in pochissimo tempo. A frenare gli animi del grande pubblico italiano potrebbe essere solo il prezzo: per l’entry level si parte da 54.400 euro, che diventano 60.900 euro nella versione top di gamma Vignale.

I tormenti di Trump e la (vera) sfida di GM

L’annuncio che la General Motors chiuderà cinque fabbriche in Nord America, mandando a casa quasi 15 mila operai, proprio non è andato giù a Donald Trump. Che non si è fatto passare la mosca sotto al naso e ha subito minacciato ritorsioni: stop ai sussidi governativi alla GM, compresi quelli destinati alle auto elettriche (7.500 dollari di sgravi sotto forma di credito d’imposta), e nuovi dazi sulle vetture importate dall’estero. Certo fa sempre male vedere gente che perde il proprio posto di lavoro, in ogni parte del mondo. Ma in questo caso non si tratta di una semplice ristrutturazione, della quale un colosso come Gm avrebbe un bisogno relativo. Quel che sfugge a The Donald è che l’amministratore delegato di General Motors Mary Barra, donna pratica e dal talento cristallino – tra l’altro con passaggi lavorativi nel nostro Paese, sta compiendo un vero e proprio turnaround industriale. Tra le Big Three di Detroit, Gm è l’unica che sta rimodellando seriamente il proprio business su quel che servirà domani: high-tech, car sharing elettrico, emissioni zero. E, soprattutto, servizi di mobilità. La domanda, quindi, non è quanti posti di lavoro si sacrificano oggi, ma quanti se ne guadagneranno in futuro. E in quale misura questi si dovranno differenziare dalle figure lavorative classiche che conosciamo. Insomma, la questione non è se l’auto americana sopravviverà, perché la risposta è ovviamente affermativa. La vera sfida è capire come sarà tra 10 anni.

Il futuro è a Los Angeles. I cinque modelli in arrivo

Nel tempo il Salone di Los Angeles è diventato un palcoscenico prestigioso per l’automotive: quest’anno sono cinque le auto da non perdere alla rassegna californiana. Si parte dalla Mazda3: la quarta serie della hatchback giapponese è lunga 4,46 metri ed è fatta per il 30 per cento di acciai ultraresistenziali. All’interno spicca lo schermo da 8,8” del sistema infotelematico. Disponibile anche con quattro ruote motrici, sarà proposta con motori benzina e diesel con cilindrata di 1,5 e 2 litri, pure con mild-hybrid e cambio automatico. Grazie alla tecnologia SkyActiv-X, promette di abbattere i consumi di circa il 30 per cento rispetto al modello uscente.

L’ottava generazione della Porsche 911 conserva la sua celebre silhouette: la fanaleria è inedita e le carreggiate maggiorate, così come i parafanghi posteriori. Ora l’infotainment prevede un display da 10,9”, mentre la strumentazione è un mix fra analogico e digitale. Sotto al cofano il 6 cilindri boxer biturbo di 3 litri e 450 Cv di potenza, abbinato al cambio automatico doppia frizione a 8 rapporti: zero-cento coperto in 3,7 secondi (3,4 col pacchetto “Sport Chrono”) e fino a 308 km/h di velocità massima. Prezzi? Da 124 mila euro, che diventano 132 mila per la 911 Carrera 4S a trazione integrale.

Poi c’è la Jeep Gladiator (nella foto grande), maxi pick-up lungo circa 5,7 metri: in Europa arriverà nel 2020. Sfrutta base tecnica e stilistica della Wrangler: vanta trazione 4×4 con marce ridotte e può affrontare guadi fino a 76 cm di altezza. Nel box posteriore carica un massimo di 725 kg e può trainare rimorchi da 3.470 kg. Inoltre, si possono rimuovere tetto e portiere, nonché abbattere il parabrezza per viaggiare col vento fra i capelli (negli Usa, in Italia è vietato). Sotto al cofano un V6 di 3,6 litri, da 285 Cv di potenza. Nel 2020 arriverà pure il V6 turbodiesel di 3 litri, che eroga 260 cavalli ed è abbinato al cambio automatico a 8 marce.

Fuori dagli schemi la nuova Kia Soul, mix fra monovolume e suv di taglia small: lunga 4,2 metri, da noi questa stravagante auto sarà disponibile solo con motore elettrico da 201 Cv, alimentato da una batteria agli ioni di litio da 64 kWh.

Più futuristica la Audi e-tron GT, prototipo che anticipa una berlina-coupé elettrica in arrivo nel 2021. Lunga 5 metri, brucia lo zero-cento in 3,5 secondi, tocca i 200 all’ora in 12” e si spinge fino a 240 km/h di velocità massima autolimitata. La meccanica 4×4 sfrutta due motori, uno per asse, capaci di erogare ben 590 Cv di potenza massima e collegati a batterie a litio da 90 kWh. L’autonomia, calcolata secondo ciclo Wltp, ammonta a più di 400 km: con le colonnine superfast, recupera l’80 per cento dell’energia in appena 20 minuti.

Twenty Øne Piløts, prova di record in trincea

Con Blurryface, nel 2015, i Twenty Øne Piløts hanno messo un record che tuttora detengono: quello per cui ogni brano dell’album è stato certificato oro, platino e multiplatino. Per questo c’era grande attesa per il ritorno, dopo tre anni, del duo proveniente dall’Ohio formato dal cantante e tastierista Tyler Joseph e dal batterista Josh Dun. Dediti a un genere che i loro fan hanno ribattezzato schizoid-pop, perché molto vario e schizofrenico – ci sono il pop, il rock, il dub-step, il rap, il reggae, l’hip-hop, l’elettronica… – la loro quinta fatica in studio si intitola Trench, e ben gli si confà perché è letteralmente un “album di trincea”, luogo di riflessioni più complesse, rese però agili grazie alla loro capacità di comunicare soprattutto ai più giovani. Composto da 14 brani (su tutti Legend, Bandito e The Hype) è un concept album incentrato sul protagonista Clancy nel mondo chiamato Trench. I puristi del Rock li prenderebbero a randellate, ma se i Tøp non risultano di vostro gradimento è perché, ormai, siete fuori dal loro target.

Buon compleanno “TU”, mostro sacro

Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Gli amori di Venditti, certo, ma anche gli accordi delle canzoni e certe intuizioni che, affiancate a distanza di decenni, fanno venire la pelle d’oca. I Virgilio di professione per questa macchina del tempo psichedelica sono i TU, cioè Sebastiano Forte (chitarra, loop, voce) e Federico Leo (batteria, pianola, voce). Sono loro l’anima e il volto di “Happy Birthday TU” la webserie prodotta da Rai per Raiplay e per i canali digitali di Rai3. Ideata e realizzata da TU e Francesco Frisari – e uno dei TU, Leo, è anche al montaggio dei video – gioca con i mostri sacri della musica italiana in occasione delle loro date di nascita. Dopo due stagioni e 22 appuntamenti della webserie “PosiscionTU”, nella quale, sempre con ironia, il duo spiegava le hit delle classifiche, la formula vincente ha messo al centro la storia della musica nostrana, da Ornella Vanoni a Ivan Graziani. Cosa c’entra Nada con Britney Spears? E Buscaglione con Rovazzi? Pezzali, è un fumetto? Loro lo sanno e la possibilità di utilizzare le immagini degli archivi Rai impreziosisce l’intelligente lavoro. Comici, oltre che colti, scherzano sui grandi nomi, tra una spiegazione tecnica e il mash-up con un brano contemporaneo: “All’inizio avevamo dei dubbi di tipo reverenziale – raccontano –. Fino a quel punto, con PosiscionTU, avevamo giocato prendendo in giro i generi musicali da classifica e i titolari della posizione numero due ed era tutto relativamente più facile”. Quando il gioco si è fatto duro, i TU hanno messo da parte il disco e si sono dedicati all’avventura. I riscontri sono buoni – pazzo l’insegnante che in classe non sfrutta questi 5 minuti circa di lezione – anche se sta per arrivare un banco di prova importante. Happy Birthday TU sfiderà uno che online ormai è un guru: Gianni Morandi. Nell’episodio dell’11 dicembre rinunceranno a suonare il brano con gli strumenti a fine puntata, per una sorpresa omaggio a quello che ritengono l’artista più giovane di tutti. Nel cassetto, un sogno: “Fare l’orchestra al Festival di Sanremo. Conduce Pippo Baudo”. Per questo, c’è tempo.

Gli inossidabili: Natale all’insegna di Mina e Renato

Due grandi artisti ci hanno abituato all’appuntamento discografico di fine anno: Renato Zero pubblica il concerto del tour Alt! e Mina raccoglie in un unico album le sue interpretazioni di Battisti/Mogol con due nuove incisioni e qualche rarità. Colpisce la mole di canzoni per un totale rispettivamente di quasi due ore (Zero) e due ore e mezza (Mina). Alt in Tour contiene la registrazione del concerto del 7 gennaio 2017 al Forum di Assago, relativo al tour omonimo di trenta date e 230.000 mila spettatori. “Voi vi siete assunti l’onere di essere Zerofolli a oltranza”, scrive l’artista sul suo profilo facebook per introdurre il live, “Come non onorarvi? In questo ‘documento’ ci sono tutte le nostre aspettative nella speranza che non avremmo mai e poi mai rinunciato a essere quello che siamo: ‘frammenti di cielo’”. Tra i brani spiccano Niente trucco stasera, Voyeur, Inventi, Amico e, ovviamente, Il cielo.

La strenna di Mina è una raccolta di tutte le interpretazioni di Lucio Battisti – periodo Mogol – con due nuove incisioni e alcune versioni in lingua straniera. Mina e Lucio rappresentano il connubio perfetto tra l’autore e l’interprete, culminato nello storico duetto dal vivo durante la trasmissione Teatro 10 per la Rai il 23 aprile del 1970. Paradiso/Battisti Songbook arriva dopo Minacantalucio del 1975 e Mazzini canta Battisti del 1994. Le nuove incisioni sono Il tempo di morire arrangiata dal figlio Massimiliano Pani e, soprattutto, una trascinante Vento nel vento, arrangiata da Rocco Tanica. Oltre ai classici tra i quali Insieme (vero capolavoro interpretativo di Mina), spiccano cinque versioni in spagnolo (Amor mio, Yo pienso en ti, Juntos, Que nos separemos, La mente cambia) e una in francese (L’amor est mort). L’album riporta una lettera scritta dall’artista in seguito alla scomparsa di Lucio e fu pubblicata originariamente nel 1998 su Liberal. Eccone un estratto: “Ogni volta che sentivo un tuo pezzo, ogni volta che qualcuno per strada fischiettava qualcosa di tuo mi veniva voglia di mettermi in contatto con te, ma ho preferito rispettare (figurati se proprio io non lo dovevo fare…) il tuo desiderio di essere lasciato in pace. E forse ho fatto male, sai? Perché adesso non so come fare per restituirti, almeno in parte, la gioia, la tenerezza, il senso di invincibilità, la coscienza di fare qualcosa di perfetto che mi dava cantare i tuoi pezzi. Che talento straordinario, che dono raro quello di essere capiti da tutti e da tutti essere amati proprio per quello che realmente si è. Sei stato il più grande nel realizzare il miracolo che ci fa sentire tutti figli della stessa materia, che ci fa cantare tutti insieme con le lacrime agli occhi”.

Non tutte le bistecche vengono per nuocere

Sono anni che sentiamo ripetere quanto la carne faccia male alla salute e quanto gli allevamenti impattino negativamente sull’ambiente. Tanto che da tempo diamo quasi per scontato che una fetta di prosciutto faccia più male di dolci, bibite zuccherate e junk food vari, e c’è chi pensa davvero che per il clima sia peggio la zootecnia di settori devastanti per l’atmosfera terrestre come quello energetico o dei trasporti. E così c’è chi crede di fare il proprio dovere contro il cambiamento climatico scegliendo il menu “veg” sul suo ennesimo volo intercontinentale, o addirittura chi si ostina a dire che carni e salumi sono cancerogeni, e li paragona a fumo e amianto. Conta poco considerare quelli che sono i veri impatti (anche positivi) delle produzioni zootecniche su paesaggi, territori e comunità. E a chi importa degli effetti sulla salute che può avere una costante propaganda anti-carne su persone che, generalmente in buona fede, improvvisano diete totalmente prive di proteine animali sia per sé che per i propri figli?

A me importa. Parlare con medici pediatri che hanno visto ricomparire il rachitismo in Italia dopo decenni, o che si sono ritrovati a fare trasfusioni d’urgenza a bambini di un anno grandi come bebè di pochi mesi – guarda caso sempre figli di coppie che hanno imposto diete restrittive come quella vegana ai propri piccoli – mi ha fatto sentire in dovere di contribuire a riequilibrare un’informazione che, su questi temi, è quasi prettamente di stampo ideologico, spesso scorretta e troppe volte in balia di un animalismo ormai ridotto a un’insensata umanizzazione degli animali.

Vedere poi delle brave persone, come è la maggior parte degli allevatori, chiudere bottega nonostante gli sforzi, gli investimenti e il costante lavoro per migliorare perché continuamente attaccati da chi non sa nulla del loro settore (o peggio, crede di saperlo perché ha sentito dire in tv questo o ha visto su Internet quello), mi ha portato a prendere posizione in loro difesa. Tutto questo non significa che nel settore zootecnico sia tutto perfetto, che la produzione di carne non impatti sull’ambiente, e neppure che si debba mangiare tutti più carne. Ma che per il bene nostro, dell’ambiente e degli stessi animali è necessario riportare il dibattito su questi temi sulla via della razionalità. Da quando ho collaborato alla revisione del rapporto “La sostenibilità delle carni e dei salumi in Italia”, in particolare, il mio punto di vista sul settore zootecnico italiano è molto cambiato. Leggere, rileggere e a volte studiare i contenuti e le decine di fonti di questo studio, così come visitare numerosi allevamenti, stabilimenti e impianti di trasformazione, è stato per me incredibilmente istruttivo. Non solo, mi ha dato modo di sfatare diversi miti che da anni circolano sull’argomento. Ad esempio, siamo sicuri che rischiamo di prendere il cancro solamente perché mangiamo un po’ di carne? Forse dovremmo prendere in considerazione centinaia di altri fattori, a partire da quelli genetici ed ambientali.

Servono veramente 15 mila litri di acqua per produrre un chilo di manzo? No, la maggior parte di quest’acqua torna nel suo ciclo naturale, quindi non viene “consumata”. Mangiamo davvero 90 chili di carne all’anno, in Italia? Se consideriamo anche le parti non edibili come ossa, pelli e cartilagini forse ci si può avvicinare a questo quantitativo. Ma se si considera quella che finisce effettivamente nel nostro piatto non arriviamo neppure alla metà. Ci sono ormoni o tracce di antibiotici nelle carni che mangiamo? Se provengono da filiere gestite legalmente, no.

Lo so, difendere apertamente carne e allevatori è un tantino controcorrente, di questi tempi, soprattutto per chi come me si occupa di ambiente. Eppure proprio la mia passione per la natura e per la tutela della biodiversità mi ha fatto andare oltre i luoghi comuni di gran parte del mondo ambientalista. Prendere posizione in questo modo mi è già valso parecchie critiche, messaggi privati e commenti pieni di insulti, auguri di prendere il cancro e altre psico-banalità simili. Ma anche molti messaggi di supporto e solidarietà, soprattutto da colleghi giornalisti ambientali: una piacevole sorpresa.

Anche riuscire a far pubblicare il mio libro è stato più difficile di quanto potessi immaginare. Oggi il “veg” va molto di moda e, come mi ha esplicitamente detto l’editor di una delle case editrici a cui mi sono rivolto, “in ambito alimentazione è tutto pro-vegan. Un libro sulla nutrizione che non si allinei a questo trend non verrebbe preso in considerazione non solo dal lettore, ma anche da distribuzione, librai, ecc.”. Ma questa “bolla modaiola scoppierà presto”, mi ha poi detto.

Spero con questo mio libro di contribuire al suo scoppio, per tornare a parlare e scrivere in modo più razionale di temi importanti come l’alimentazione, la salute, l’ambiente e il rispetto degli animali.

Scajola, nuova accusa: “C’era un’associazione segreta per i latitanti”

Avrebbe agevolato non solo la ‘ndrangheta ma anche un’associazione segreta che aveva lo scopo di garantire le latitanze di Amedeo Matacena e Marcello Dell’Utri. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha modificato l’accusa contestata all’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, imputato nel processo Breakfast. Nel giorno in cui doveva essere sentito Dell’Utri, che si è avvalso della facoltà di non rispondere, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha modificato il capo di imputazione per il sindaco di Imperia e per Chiara Rizzo, la moglie di Matacena. Per i pm, in sostanza, entrambi sono stati funzionali a una struttura segreta “collegata all’associazione di tipo mafioso da rapporto di interrelazione biunivoca, destinata a estendere le potenzialità operative del sodalizio in campo nazionale ed internazionale”. Oltre alle latitanze di Matacena e Dell’Utri, l’associazione segreta avrebbe fornito “un costante e qualificato contributo a favore del complessivo sistema criminale, politico ed economico che risultava interessato a mantenere riservata la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali e imprenditoriali” dei due politici.