Via D’Amelio, le difese contestano: “Troppe tre udienze a settimana”

“Quando chiesi perché mancava l’agenda rossa, mi risposero in maniera trasecolata, quasi volessero dirmi che, se non era stata trovata, era perché non c’era, e non perché fosse stata sottratta”. I misteri dell’agenda rossa ieri al centro della deposizione di Lucia Borsellino, figlia di Paolo, nel processo per il depistaggio di via D’Amelio che vede imputati a Caltanissetta tre poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino. Il processo ha già vissuto i primi momenti di tensione, dopo che Fiammetta Borsellino aveva contestato il lungo rinvio tra la prima e la seconda udienza, fissata dopo 20 giorni di distanza. Così sul presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo di fissare tre udienze a settimana con sette testimoni per volta, un ritmo ritenuto troppo frenetico dai difensori, alcuni dei quali hanno minacciato di abbandonare il processo. Per il momento le udienze saranno due a settimana, il lunedi e giovedì.

Una bomba alle 4 di notte. Salta l’auto di un carabiniere

Nel Nord barese si vivono giornate di alta tensione per la lotta alla criminalità organizzata. Nella notte del 22 novembre viene intercettato a Trani un uomo con un ordigno di 3,5 chilogrammi di tritolo pronto a esplodere nei pressi di Palazzo Borsellino, un centro nevralgico in uso a un gruppo di interforze di polizia giudiziaria: a casa aveva altri sette chili di esplosivo. Alle 4 della notte tra domenica e lunedì scorsi a Corato (Bari) esplode un ordigno ad alto potenziale collocato ad arte sotto l’auto di un carabiniere in servizio ad Andria, in prima linea contro la criminalità locale. Nel mezzo ci sono i successi dei carabinieri nello sgominare la temibile mafia foggiana, “la Società” che in questi ultimi anni ha terrorizzato l’intero territorio a ridosso del Gargano con omicidi plateali, regolamenti di conti e condizionamenti in settori strategici quale quello dei rifiuti e perfino nei confronti del Foggia Calcio.

La mafia pugliese, che il giornalista Guido Ruotolo negli anni 90 definì “la quarta mafia”, in questi anni ha elaborato strategie di collegamento che l’hanno resa potente, carica di armi e soldi provenienti dal traffico di droga, estorsioni, business dei rifiuti, rapine spettacolari ai furgoni portavalori e ai Tir. La sua capacità di collegarsi a Nord Ovest con la Camorra e a Sud con ’ndrangheta e Cosa Nostra, assieme all’enorme perimetro costiero di cui dispone la Puglia, ha rappresentato il valore aggiunto che ha fatto crescere di importanza strategica le famiglie mafiose storiche del territorio. L’azione di contrasto delle forze dell’ordine dell’antimafia è cresciuta parallelamente a questa mimesi strategica. Le reazioni rabbiose cui oggi assistiamo sembrano il tentativo di rispondere colpo su colpo ai successi che le forze dell’ordine stanno ottenendo quasi quotidianamente.

Tre grandi operazioni in quest’ultimo anno hanno riguardato tre territori distinti ma collegati da interessi convergenti. Nel Barese gli arresti e la decimazione dei clan storici legati alle sale da gioco e alle scommesse, con l’incarcerazione di Tommy il figlio di Savino Parisi, boss storico di Bari, nel Nord barese l’azzeramento delle bande dedite all’estorsione di commercianti e nel Foggiano il duro colpo alla Società dell’ultima settimana.

I carabinieri e i tribunali sembrano essere gli obiettivi di una stagione mafiosa che in Puglia cerca di riprodurre modelli cruenti del passato. Il ritrovamento di 11 chilogrammi di tritolo a Trani con l’ordigno pronto a esplodere, la macchina del carabiniere a Corato fatta saltare in modo da ricordare le immagini dell’epoca stragista in Italia, sono tutti segnali inquietanti. La sua presenza mafiosa da tempo si percepisce in tutti i campi dai lidi balneari alle imprese attive nel settore turistico, a quelle impegnate nel ciclo dei rifiuti.

Il sindaco di Bitonto, Michele Abbaticchio, di Italia in Comune – gruppo guidato dal sindaco ex grillino di Parma Federico Pizzarotti – e vicepresidente nazionale di Avviso Pubblico, in prima linea a difesa della legalità, ha parlato di un vero e proprio clima militare: ”A Trani e a Corato, il fatto che si volessero colpire luoghi o uomini di Stato ci mostra come parrebbe essere dinanzi a veri e propri attentati istituzionali messi a punto al fine di intimorire o peggio eliminare operatori nell’ambito della legalità e dell’ordine pubblico”. A Bitonto proprio un anno fa a dicembre, fu uccisa durante una sparatoria una anziana, Anna Rosa Tarantino e a maggio di quest’anno sono stati arrestati i protagonisti della sparatoria grazie a una brillante operazione dell’antimafia.

Piaggio Aerospace, c’è il commissario straordinario

È l’avvocato Vincenzo Nicastro il commissario scelto dal ministero dello Sviluppo economico per guidare l’azienda aeronautica Piaggio Aero durante l’amministrazione straordinaria. Il nome è stato estratto a sorte tra una rosa di cinque proposta da una commissione di esperti. Sarà sua responsabilità sia il pagamento degli stipendi di novembre per i 1200 lavoratori sia l’anticipazione dell’orario della riunione al Mise, al momento in programma alle 17.30 del 7 dicembre, orario considerato dai sindacati “troppo da happy hour” per consentire lo sviluppo approfondito dei temi all’ordine del giorno. Ieri mattina Regione e sindacati si sono incontrati nella sede della giunta ligure per stilare un documento condiviso: “Oltre all’immediato pagamento degli stipendi – ha detto il segretario Fim Cisl di Genova, Alessandro Vella – chiediamo un piano credibile di sviluppo industriale con lo sblocco del finanziamento di 766 milioni per il programma previsto del P2HH”. Critico il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro: “Serviva un commissario per la questione industriale e occupazionale, ma il governo ha scelto un avvocato con esperienza in Unicredit. Non è un buon segnale”.

Fusione Moby-Tirrenia, lo Stato blocca Onorato

Il progetto di fusione fra Moby e Cin-Tirrenia va fermato. Ne sono convinti i commissari della bad company, dal 2012 al lavoro per ripagare i circa 800 milioni di debiti lasciati dalle dissennate gestioni dell’epoca precedente la cessione degli asset della compagnia marittima di bandiera alla Cin del gruppo Onorato (Moby). Il giurista Bruno Inzitari è stato incaricato di presentare ricorso: “La nuova società prospettata dalla fusione offre garanzie patrimoniali inferiori, l’azione è volta alla tutela dei creditori di Cin”.

Tra questi, in testa, c’è lo Stato, cui spettano ancora 180 dei 380 milioni dovuti per la cessione di Tirrenia. Bocche cucite tra i commissari e al ministero dello Sviluppo economico (Mise) cui fa capo l’amministrazione straordinaria, ma il ricorso è un netto cambio di passo da parte della bad company, alla cui guida era stato posto dal governo Renzi Beniamino Caravita di Toritto, ex legale dell’armatore Vincenzo Onorato, all’epoca finanziatore della renziana Fondazione Open. Nel 2016, infatti, nessuno, neppure il Mise, eccepì il fatto che Cin interrompesse il pagamento dei 180 milioni adducendo una clausola del contratto di acquisto di Tirrenia, mai reso pubblico.

Era l’ultimo tassello di una complessa operazione finanziaria grazie a cui Moby, proprietaria di Cin, riuscì ad ottenere 560 milioni di finanziamenti attraverso un prestito bancario di 260 milioni e l’emissione di un bond da 300 milioni. Un fiume di soldi però servito più a regolare vecchie pendenze (fra cui il debito contratto per pagare la prima tranche di Tirrenia) che a potenziare il gruppo, che nei 32 mesi trascorsi non ha ottenuto i risultati sperati, registrando perdite sanguinose, mentre la controllata Cin, forte del contratto di servizio pubblico con lo Stato (oltre 72 milioni annui), limitava i danni. Il valore del bond si è dimezzato e la pressione finanziaria si è fatta sempre più forte.

Da qui l’idea della fusione inversa, con Moby che dovrebbe essere inglobata da Cin, in modo tale da facilitare il rispetto dei covenants (gli accordi con i creditori) del debito. E presentarsi, in vista della scadenza (luglio 2020) della convenzione con lo Stato, non come una società solvibile posseduta da un gruppo pesantemente esposto, ma come un soggetto unico, indebitato per circa 700 milioni, per il quale il mancato rinnovo del contratto pubblico equivarrebbe a un quasi certo default. Con conseguenze pesantissime per lo Stato: il suo credito, privo di garanzie, finirebbe nel calderone di quelli dei finanziatori di Moby. E sarebbe difficile distinguere, a fini tutelativi, fra i lavoratori impegnati in servizi pubblici e quelli operanti sui collegamenti privati. Oltre a “concentrare e consolidare quanto più possibile le risorse necessarie in una sola entità in grado di rafforzare la preminenza della nuova Cin”, come si legge nel piano presentato da Moby al Tribunale di Milano, lo scopo della fusione quindi è spingere lo Stato al rinnovo o alla proroga della concessione. Una profezia che si spera auto-avverante, dato che, fra le assunzioni ipotetiche del Piano, c’è proprio la proroga triennale della convenzione, senza che dal ministero dei Trasporti siano mai state espresse volontà in tal senso.

Non è l’unica ipotesi forte del Piano. Si prevede pure che un aumento delle tariffe ridurrà nel 2019 solo dell’1,1% i volumi ma porterà ad un +24% nei ricavi, con la concorrenza immobile. O che la cessione di 6 navi frutterà 305 milioni e 145 di plusvalenze (il che, peraltro, solleverebbe il dubbio di una cessione sottocosto della Tirrenia pubblica). Atteso anche l’esito positivo di un ricorso contro una multa antitrust da 29 milioni e una sanzione Ue all’Italia per gli aiuti di Stato concessi alla Tirrenia pre-privatizzazione, che secondo Moby le consentirebbe di ‘sostituire’ e rateizzare i 180 milioni ancora da saldare.

Senza il giochino sui lavori i big del cemento affondano

Dopo le crisi di Astaldi, Condotte, Grandi Lavori Fincosit e Tecnis il settore delle costruzioni registra un nuovo default, per ora “solo” tecnico: domenica 2 dicembre la Cooperativa muratori e cementieri (Cmc) di Ravenna, dopo 117 anni, ha chiesto l’ammissione al concordato preventivo “con riserva”. Il gruppo aderente a Legacoop riconosce “l’attuale frangente di tensione finanziaria di cassa” e crede che questo sia il modo “più efficace per porre in sicurezza il patrimonio della società e tutelare tutti i portatori di interessi”.

Il 9 novembre Cmc aveva annunciato che non avrebbe pagato la rata da 10 milioni in scadenza al 15 novembre del suo bond emesso a novembre 2017, con rimborso febbraio 2023, da 325 milioni e cedola fissa al 6%. Cmc ha anche un altro bond, emesso nel luglio 2017, con rimborso ad agosto 2022, da 250 milioni di euro, con cedola al 6,875%. Entrambi i titoli, i cui corsi sono crollati alla Borsa del Lussemburgo, sono soprattutto in mano a investitori istituzionali che stanno già organizzando un comitato di creditori: ma tra gli “scottati” ci sono anche molti risparmiatori che li avevano comprati per le loro alte cedole.

Mentre gli advisor finanziari (Mediobanca e studio legale Trombone) analizzano le possibili mosse per risanare Cmc, il conto non tocca solo alle banche e agli azionisti: a tremare sono i suoi 6.900 dipendenti. Con i 10.500 di Astaldi, i 3mila di Condotte, il migliaio di Grandi Lavori Fincosit e i 500 di Tecnis la crisi colpisce 22mila addetti diretti e altre decine di migliaia nell’indotto. Secondo un’inchiesta del Sole 24 Ore, le difficoltà dei cinque operatori mettono a rischio cantieri del valore di 10 miliardi.

Alla base non ci sono tuttavia solo l’elevato rischio in Italia e in altri Paesi e l’indebitamento eccessivo: ci sono soprattutto le nuove regole. Sebbene gli stanziamenti per opere pubbliche siano cresciuti l’anno scorso del 23% e del 72% nell’ultimo triennio, la spesa reale nel 2017 è però calata del 3%. Secondo il bilancio 2017 di Cmc “sul banco degli imputati c’è il nuovo codice degli appalti che secondo l’Ance (l’Associazione delle imprese del settore, ndr), invece di rendere più veloci e trasparenti le procedure di gara nei lavori pubblici, avrebbe introdotto nuovi pesanti obblighi e appesantito quelli esistenti. Certo imporre che la gara sia la regola e la procedura negoziata l’eccezione può sicuramente complicare le cose”.

Ma tra le righe della richiesta di concordato preventivo di Grandi Lavori Fincosit emerge un’altra spiegazione: tra le cause della crisi della società è indicato “l’incremento dei tempi di definizione dei maggiori oneri sostenuti durante la fase produttiva per lavori aggiuntivi non contrattualizzati e altre cause, inseriti nei registri di contabilità quali riserve lavori, al sempre minor ricorso da parte degli enti appaltanti agli strumenti transattivi previsti dalla normativa inerente i lavori pubblici, con conseguente necessità di adire sempre più spesso le vie giudiziarie per ottenerne il riconoscimento”.

Un tecnico che chiede di restare anonimo spiega così il giro di parole: prima della riforma, le imprese di costruzioni facevano utili non tanto sull’opera appaltata ma sulle varianti (i “lavori aggiuntivi non contrattualizzati”), che progettavano da sé perché alle amministrazioni toccava solo depositare progetti di massima mentre ora devono farli di dettaglio o demandarli alle stazioni appaltanti che non sono decollate. Con la riforma, le varianti vanno ora comunicate all’Autorità nazionale anticorruzione. Risultato: su questi lavori le imprese non guadagnano più “pronta cassa” e devono fare causa ai committenti, con tutti i rischi e i tempi biblici del caso.

Lo stratega social che fu scaricato dai Popolari

“Metti il naso negli affari italiani e smetti di comportarti come un burocrate globale intromettendoti nella sovranità nazionale spagnola. E, a proposito, il separatismo catalano che appoggi tanto ha avuto come conseguenza l’aver reso la Catalogna la regione più islamizzata di Spagna”. Il tweet è del 27 marzo di quest’anno e a postarlo dal suo account contro Matteo Salvini è Santiago Abascal, leader nazionale del partito sovranista Vox che ha appena fatto il suo exploit in Andalusia.

Abascal rispondeva così al tweet con cui il leader della Lega discettava non solo di Catalogna, ma anche di Russia, di sanzioni internazionali, ecc. Dietro alla risposta spagnola però non c’è solo colui che oggi è all’11% dei consensi andalusi, ma il suo social media strategy, che quel giorno ha deciso che Vox, il partito per il cui successo stava lavorando, dovesse addirittura “superare Salvini”. Più duro, più inferocito, più diretto e soprattutto, più nazionalista del “nostro”.

Salvo poi riabilitarlo al momento opportuno, qualche mese dopo, il 21 agosto, con un altro tweet, in cui ricorda sì la lavata di testa sull’indipendentismo catalano, ma riconosce “che sa combattere con ottimo successo le politiche suicide della sinistra in materia di immigrazione e di genere”.

La testa di questa strategia “del rimorchio” in cerca di visibilità è Manuel Mariscal, classe 1992, nato a Talavera de la Reina, cittadina di 88 mila abitanti in provincia di Toledo nella regione di Castiglia-La Mancia. Con una laurea in Giornalismo dell’Università Complutense di Madrid e – stando a quanto recita il curriculum sul suo blog – vari seminari, tra cui “Esercito di Terra e social network” – Marsiscal pare abbia appreso il grosso del mestiere proprio alla Moncloa (il palazzo di governo) nel 2014, epoca Rajoy dunque. Lì dice di aver fatto pratica presso il Segretario di Stato, con uno stage nel dipartimento audiovisivo.

Da lì Manuel ha spiccato il volo e ha fatto volare anche il suo successivo committente. In uno studio di sei metri quadrati della sede madrilena di Vox, infatti, ha intessuto una fitta ragnatela su Twitter che attraverso un centinaio di account è riuscita a far circolare le idee forti del partito. Tra i suoi prodigi, c’è quello di essere riuscito in 71 minuti a raccogliere i 12 mila euro necessari a citare in giudizio il premier Pedro Sánchez per il presunto plagio della sua tesi di dottorato.

A proposito, quella di Mariscal di tesi era su come i popolari potevano evitare il tracollo con l’arrivo di Ciudadanos. Appunto.

Ma dopo pochi mesi di collaborazione con il Partito popolare nella sede di Madrid, pare non fosse nato l’amore. Così Manuel decise di buttarsi sulla tipologia di votanti di Vox. Presentatosi davanti al leader Abascal, quest’ultimo pare si sia innamorato del suo lavoro e con un solo colloquio lo abbia assunto per la campagna elettorale. Stipendio: 1.100 euro al mese e una struttura di assistenti che prestano il loro sostegno come volontari rilanciando il suo lavoro su ogni tipo di social, da Instagram a Youtube. E una grande intuizione: i meme sono efficacissimi per ridicolizzare gli avversari. Da Susana Diaz a Pedro Sanchez, dalla tv “La Sexta” da sempre bersaglio del suo stigma sui media, passando per Matteo Salvini. Pare che qualcuno stia già cercando di portarlo nella propria scuderia, ma Manuel non cede. Si identifica perfettamente con il suo progetto.

Andalusia, dopo 40 anni i socialisti perdono la “Vox”

Andalusia non è più socialista e anche la Spagna ha il suo partito di estrema destra. Dopo 40 anni di feudo rosso, è toccato alla presidente uscente e candidata sconfitta alle urne Susana Díaz accettare la disfatta più grande: perdere il governo della regione con 33 seggi su 109, vedere entrare 12 deputati sovranisti a Palazzo San Telmo e traghettare il loro partito, Vox, in Spagna. Perché Santiago Abescal, leader nazionale dei sovranisti nonché ex militante del Partito popolare basco e fan di Marine Le Pen insieme al leader locale, l’ex giudice Francisco Serrano – che contro ogni previsione hanno preso quasi 400 mila voti (12 seggi) alle elezioni di domenica – promettono che da qui partirà la “Riconquista” della Spagna.

Non è facile immaginare se alle prossime elezioni al partito anti-immigrazione, anti-aborto, anti-femminista, anti-gay riuscirà lo stesso colpaccio appena portato a casa in Andalusia, certo è che sul terreno si intravede già la prima vittima. E non è il presidente del governo socialista, Pedro Sanchez, come si pensava. “Non ci saranno elezioni anticipate”, hanno infatti assicurato dal Psoe di Madrid. Al contrario, sul terreno si intravede la tessera del partito di Susana Diaz, “colpevole” di aver portato la formazione da 47 a 33 seggi in tre anni. Ma, soprattutto, di aver messo fine all’egemonia culturale socialista in Andalusia. Non Cara al Sol – inno franchista – cantavano i militanti di Vox domenica notte dopo i risultati insperati, ma “Ciao socialisti”. A bruciare è dunque la fine dei 40 anni “fortunati”, l’Andalusia come simbolo – quasi stereotipo – di accoglienza, uguaglianza, multiculturalità. E non è da sottovalutare che il trionfo di Vox sia partito dalle zone con più migranti. Da El Ejido e Níjar, le province più estreme della penisola, in cui più del 30% degli abitanti è straniero: qui Vox ha ottenuto rispettivamente il 30 e il 26% dei voti, nel primo caso il doppio dei socialisti e nel secondo a pari merito con il partito di Sanchez. “Ognuno di noi è in grado di assumersi le proprie responsabilità”, ha chiosato José Luis Ábalos, segretario dell’organizzazione del partito socialista centrale nonché ministro dello Sviluppo, ieri in una conferenza stampa da Madrid dai toni funerei ma duri contro la presidente uscente.

La strategia socialista? “Accettare la responsabilità di essere – nonostante il crollo – la prima forza politica andalusa e dunque cercare il dialogo con chi voglia contrastare l’avanzata dell’estrema destra”. Dialogo sì, ma non a ogni costo. E a Ciudadanos – la forza di centro populista, altra rivelazione di queste elezioni con 21 seggi dai 9 del 2015 – Ábalos lancia chiaro il messaggio che “nessuna alleanza si farà se il prezzo è regalare la presidenza” al leader arancione Juan Marín. Semmai è lui a doverci pensare bene prima di allearsi con la destra anticostituzionale. Già, perché non appena chiusi i seggi e resi noti i risultati, in Spagna – e non solo tra i partiti – è scattato immediato “l’allarme fascista”. È Pablo Iglesias, leader di Podemos che alle urne andaluse è andato insieme a Sinistra unita, Verdi e altre forze locali perdendo 3 seggi, il primo a chiamare alla resistenza.

Prima soprattutto che alle ideologie venisse in soccorso il flamenco delle alleanze, con la Diaz che si propone in ultima analisi come catalizzatore delle forze antifasciste contro lo sdoganamento del sovranismo da parte dei Popolari. Peccato che – parafrasando Abalos – più che tentativi di alleanze governative quelle proposte non sono più che flirt seppure quella delle destre è l’unica alleanza che sommerebbe 55, numero magico di seggi per governare.

Mentre a sinistra, tra socialisti e Adelante Andalucia arriverebbero a 50. Per questo motivo, i Popolari, pur fischiettando sul crollo di seggi – escono dalle urne con 26 seggi – 7 in meno rispetto al 2015, si propongono comunque come guida possibile di questa compagine, senza disdegnare la loro costola più estrema, Vox, appunto. Ma anche queste sono prove generali per le future elezioni, dalle Regionali alle Amministrative che costellano l’agenda dell’anno nuovo in Spagna.

Al Thani lascia l’Opec, più che il petrolio c’entra il braccio di ferro con i sauditi e i loro alleati

A forza di tirargli le pietre, il Qatar fa un atto di coraggio e getta il suo sasso nella pozza di petrolio della politica energetica mondiale: dal primo gennaio 2019 uscirà dall’Opec, il cartello che regola scelti e prezzi dei Paesi produttori (15 finora), al fine di garantire “una remunerazione adeguata a chi investe nel settore petrolifero”, nel segno della stabilità di ricavi e approvvigionamenti. La decisione arriva a sorpresa tre giorni prima del vertice in cui, giovedì a Vienna, l’Organizzazione, insieme alla Russia e ad altri partner, dovrebbe decidere tagli alla produzione per tenere su i prezzi. L’annuncio del Qatar arriva mentre Trump è in crociata per fare ancora scendere i prezzi e Putin per tenerli su. Russia e Arabia Saudita intendono estendere fino al 2019 l’accordo per gestire il mercato petrolifero, noto come Opec+: ne hanno parlato Putin e il principe ereditario saudita bin Salman a margine del G20 di Buenos Aires. Il Qatar è dal giugno 2017 in aperto conflitto con quattro Stati arabi – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto -, che gli hanno posto un embargo commerciale, accusandolo di sostenere il terrorismo (e, soprattutto, di essere amico dell’Iran). Il comunicato che annuncia l’uscita dall’Opec non fa però cenno a queste tensioni: il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi parla di decisione “tecnica e strategica”, nega che la scelta sia funzione di questioni politiche o del boicottaggio economico e indica il “desiderio dell’Emirato di focalizzare gli sforzi nello sviluppo dell’industria del gas, implementando il piano per accrescere la produzione di Gnl da 77 a 110 milioni di tonnellate l’anno”.

Il Qatar continuerà a produrre petrolio – è l’11° produttore dell’Opec, di cui fa parte dal 1961 -, ma punterà soprattutto sul gas naturale liquefatto, di cui è il primo produttore ed esportatore mondiale.

Khashoggi scrisse: “Mbs divora tutto, come Pac-Man”

A due mesi dall’omicidio di Jamal Khashoggi, strangolato e fatto a pezzi da una squadra di uomini della sicurezza saudita fedelissimi del principe ereditario Mohammed bin Salman, è ormai impossibile che i suoi resti vengano ritrovati. Ciò che sono stati invece scoperti sono i messaggi che il giornalista dissidente aveva mandato via Whatsapp a Omar Abdulaziz, un amico in esilio in Canada per motivi di sicurezza dopo aver criticato, come Khashoggi, l’uomo forte di Ryad. “Che Dio ci aiuti” aveva scritto il giornalista a Abdulazziz non appena saputo che il governo saudita aveva scoperto il suo progetto di lanciare un movimento via internet per denunciare gli abusi del principe ereditario. In uno dei circa 400 messaggi che Khashoggi aveva inviato all’attivista, il principe veniva definito “una bestia”. In un altro, sempre diffuso da Cnn, si legge: “È (il principe) come un Pac-Man che divora tutti i suoi avversari, e forse persino i suoi sostenitori. Più vittime mangia, più ne vuole mangiare”, scriveva il reporter facendo il paragone con l’omino dei videogiochi più famoso degli anni 90. Conversazioni intercettate dai servizi sauditi lo scorso giugno grazie a un software-spia della compagnia israeliana Nso Group.

I Gilet gialli si spaccano: i duri minacciano gli altri

L’incontro fra l’ala moderata dei Gilet gialli e il governo non ci sarà: minacciati dai più radicali, il gruppo dei dieci portavoce ha detto che rinuncia per “ragioni di sicurezza”. E mentre ieri sera si teneva una riunione d’emergenza fra il presidente Macron e diversi ministri, i Gilet sui social annunciano “Atto 4°, scioglimento del Parlamento” come tema della protesta di sabato prossimo. Nella nuova sede del tribunale della porta di Clichy ieri è stata una giornata senza precedenti: 57 persone sono state giudicate con rito immediato. La sfilata degli imputati permette una radiografia di coloro che sabato hanno messo Parigi a ferro e fuoco. Il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha parlato di “professionisti del caos” facendo distinzione tra “casseurs cattivi” e “Gilet gialli buoni”. In realtà i profili dei fermati fanno emergere una situazione ben più complessa.

 

I Gilet arrabbiati

La maggior parte sono uomini di 30-40 anni, che vivono in regione, hanno un lavoro, spesso famiglia e figli. Sono arrivati a Parigi per manifestare e hanno poi dato sfogo alla loro rabbia: un “atto di resistenza”, hanno detto. In tribunale c’erano Bruno, 31 anni, di Meaux, nella regione di Parigi, che guida veicoli di cantiere, fedina penale pulita. È stato fermato perché portava una maschera anti-gas. E Maxime, 32 anni, arrivato dall’est, autotrasportatore con 2 figli, e alla sua prima manifestazione. C’era anche un macellaio di Gap, 45 anni, che sabato ha tentato di forzare uno sbarramento di agenti e aveva addosso un coltello. Al giudice ha spiegato che protesta perché “sono stati tolti 100 euro dalle pensioni” dei suoi. “La cosa sorprendente – ha detto a Le Parisien, David Le Bars, del sindacato dei Commissari di polizia – è la rabbia che spinge questi padri di famiglia a voler azzuffarsi coi poliziotti e prendersela con persone che potrebbero essere vicini di casa”.

 

Gli estremisti di destra

I poliziotti sabato sotto l’Arco di Trionfo, hanno detto di essersi confrontati con gruppetti dell’ultradestra. Sarebbero stati loro poi ad aizzare la rabbia dei Gilet. Ma tra i fermati di sabato gli estremisti, di destra e sinistra, sono pochi: di sicuro, rispetto ai Gilet che si sono improvvisati casseurs, loro sanno come non farsi acciuffare. Nelle strade più chic di Parigi hanno però lasciato il loro marchio. Sui palazzi dell’avenue Friedland e l’avenue Kléber sono comparse delle croci celtiche scritte con la vernice nera, simbolo delle squadre neo fasciste come Bastion social, che l’ha ripreso dal GUD (Groupe union défense), un’organizzazione di studenti d’estrema destra attiva negli anni 70. Diversi slogan, come “Autodefense populaire”, portavano invece la firma ACAB, ovvero All cops are bastards (“Tutti i poliziotti sono bastardi”), acronimo utilizzato dai gruppi anticapitalisti.

 

I ragazzi delle banlieue

Il 10% dei fermati sabato sono minori delle banlieue. Stando alla procura, sono arrivati a Parigi, mescolandosi ai disordini, solo per saccheggiare e svaligiare negozi di occhiali, accessori e vestiti di lusso, tra la rue de Rivoli e la place de la Bastille, per poi rivenderseli al mercato nero.

 

Il ruolo delle donne

Anche una decina di donne sarebbero state fermate sabato, ma non è chiaro se figurano tra le persone deferite davanti ai giudici. Molte sono lavoratrici con piccoli stipendi, sono infermiere a domicilio che si spostano con l’auto, o assistenti sanitarie col minimo salariale, altre gestiscono commerci di quartiere o hanno aperto piccole attività imprenditoriali. Alcune sono giovani madri sole, con i figli a carico che faticano ad arrivare alla fine mese. Altre sono pensionate che si battono contro l’aumento delle tasse sulle loro pensioni.