Mail Box

 

La difesa può essere legittima solo se si rischia la propria vita

Se la legittima difesa si trasformerà in legittimo omicidio, la tua vita cambierà per sempre. A patto che tu abbia una coscienza che ti induca a rimanere umano. Se per difendere un bene sopprimi una vita, non puoi restare indifferente. Se hai scelto di reagire a una violenza con una potenzialmente mortale, non posso condividere. E se sei umano, non potrai mai dartene pace. Se chi è venuto aveva intenzione di ucciderti, la legittima difesa può essere giustificata. Se è venuto, violando la tua proprietà, per rubare come puoi rubargli la vita?

Non è la vita il bene più prezioso per ognuno? La difesa può essere legittima se cercano di rubare la tua vita. Lo è se in gioco sono soltanto le merci che vendi? Le puoi ricomprare. Prova a ricomprare la vita che hai soppresso.

Melquiades

 

Contro il decreto Sicurezza io grido “Rimaniamo umani”

Sono una vostra assidua lettrice e mi rivolgo a voi perché non so come fare. Ho visto la manifestazione a Milano contro il decreto Sicurezza! Vengono tagliati i fondi, tolti i permessi umanitari e tanta povera gente dormirà per le strade in pieno inverno. Non possiamo rimanere in silenzio. Vorrei unirmi a Gino Strada per chiedere a Mattarella di fermare un decreto legge che non porterà sicurezza ma solo umiliazioni, sofferenze e disagi a chi già non ha nulla se non la propria povertà. Rimaniamo umani, facciamo sentire la nostra voce: Presidente Mattarella ridia dignità a questo Paese. Legalità non è sinonimo di inumanità!

Adriana Re

 

Di “Palazzo” si parla tanto in tv ma non interessa più a nessuno

Partecipo alla maggior parte dei dibattiti politici di sinistra nella mia città, Milano. Escludendo gli addetti e iscritti ai partiti, i cittadini che incontro ai vari dibattiti sono un numero irrisorio rispetto alla popolazione. Nessuno o quasi partecipa alla vita politica e soprattutto etica della società in cui viviamo. Alla defunta partecipazione dei cittadini ha corrisposto un aumento vertiginoso dei talk politici, e se fosse stato un progetto proprio per escludere i cittadini alla partecipazione politica-sociale-etica? I giornalisti in questo senso ne sono complici perchè questo sarebbe l’unico vero dibattito che ogni giorno dovrebbero affrontare: perché i cittadini non partecipano? Dovremmo comprendere le trasformazioni, ormai indipendenti dalla nostra volontà: in un certo senso la politica è in un vicolo cieco, ma ascoltando i talk show che demagogicamente contrappongono le idee di questo movimento o partito a quelle di un altro, sembra che la politica sia ancora viva. Mentre la partecipazione è morta.

Enzo Di Campli

 

Ancora tifosi che insultano: linea più dura con le società

Continuano negli stadi cori e frasi offensive verso la squadra ospite, a Firenze è stato esposto uno striscione che ha superato ogni limite. È ora di dire basta, si fermi per qualche giornata la squadra per responsabilità oggettiva. Sperando che serva a qualcosa.

Pasquale Mirante

 

Contrastiamo l’intolleranza di chi non accetta i disabili

Il titolare della trattoria “Casa Amaro” di Torino che ha allontanato un gruppo di ragazzi perché tra loro c’erano quattro affetti da sindrome di down ha fatto bene a giustificarsi anche se le scuse accampate sono semplicemente ridicole. Ma la realtà è che i disabili non sono tollerati. Un’associazione che li difende facendo una campagna per l’attuazione rigorosa dell’articolo 3 della Costituzione svolge un’azione encomiabile ma dovrà sudare le sette camicie. Sarà da promuovere un’azione incessante a favore dei disabili perchè solo la loro presenza nella società farà cessare la repulsione che hanno i normodotati. Per prima cosa, far attuare seriamente la legge 68/99 colmando le troppe falle che precludono per molti di essi l’inserimento nell’attività lavorativa.

Antonio Fadda

 

Uno, dieci, cento “Spelacchi”. Portiamoli nelle nostre piazze

Gli alberi abbattuti dalla tempesta senza precedenti un mese fa in Veneto e Trentino meriterebbero di essere ricordati in tutta Italia. Lo scorso anno si fece una campagna indegna per chiedere le dimissioni della sindaca Raggi per via di un albero di Natale spelacchiato in una piazza di Roma che poi divenne un’attrazione turistica. Allora proporrei a tutti i sindaci che hanno a cuore l’ambiente di piantare nelle piazze uno di quegli alberi. Milioni di persone vedrebbero alberi che conservano tracce della loro bellezza, e mediterebbero sulle conseguenze causate dal cambiamento climatico. Questi alberi potrebbero portare nelle casse dei Comuni di montagna un po’ di ossigeno e una gran voglia di reagire all’immane tragedia ambientale.

Angelo Casamassima Annovi

Serpenti & Veleni, la fine di Cleopatra all’ultimo mistero

Uno dei più famosi enigmi della storia antica riguarda la morte di Cleopatra. Ancora oggi non è chiaro se abbia utilizzato dei serpenti oppure del veleno. È un tema che incuriosiva e affascinava già gli antichi. Sia Plutarco sia Cassio Dione avanzano l’ipotesi del morso di un serpente, ma anche quella di uno spillone avvelenato. Ecco le loro versioni.

Cominciamo con Plutarco: “Si racconta che l’aspide fu portato con quei fichi, nascosto sotto le foglie: Cleopatra infatti aveva ordinato così, in modo che il serpente l’attaccasse senza che lei se ne accorgesse (infilando il braccio nella cesta per prendere un fico, nda); ma quando tolse i fichi, lo vide e disse: ‘Era qui dunque’. E, denudato il braccio, l’offrì al morso dell’aspide. Altri dicono che l’aspide fosse custodito in un orcio e che quando Cleopatra lo provocò e lo irritò con un fuso d’oro, saltò fuori e le si attaccò a un braccio”.

Nessuno, tuttavia, conosce la verità, sostiene l’antico biografo, che però avanza un’altra ipotesi molto interessante, quella del veleno.

“C’è anche una terza versione, cioè che Cleopatra tenesse del veleno in uno spillone cavo nascosto tra i capelli. Eppure sul suo corpo non apparve alcuna macchia né altro segno di veleno. Certo il serpente non fu visto dentro la stanza, ma ci fu chi asserì d’aver notato una sua traccia dalla parte del mare, dove guardavano le finestre della camera; altri sostengono che sul braccio di Cleopatra furono osservate due punture leggere e pressoché impercettibili”.

Anche Cassio Dione ammette che nessuno sa con certezza come sia morta l’ultima regina d’Egitto: “Alcuni dicono che si sia fatta mordere da un aspide, recatole dentro una brocca o un vaso di fiori. Altri affermano che avesse unto una spilla che soleva portare nei capelli con uno speciale veleno, che non faceva alcun danno al corpo, ma che avrebbe arrecato una morte rapida e nient’affatto dolorosa appena avesse toccato una piccola goccia di sangue: fino ad allora aveva tenuto la spilla sul capo, come al solito; in quel momento, fattasi una piccola puntura sul braccio, la mise a contatto col sangue.”

Allora, come stanno le cose? A uccidere Cleopatra – e su questo tutte le fonti concordano – è stato un veleno. Il problema è stabilire se si tratti di un veleno naturale (per esempio quello di un serpente) o “artificiale” (preparato mescolando vari ingredienti).

Oggi gli studiosi tendono a escludere la tesi del serpente, che con ogni probabilità sarebbe comunque stato un cobra egiziano e non un aspide, come generalmente si crede. Il cobra Naja non uccide però all’istante; il morso, estremamente doloroso, richiede molti minuti o anche ore per portare a una morte che avviene in modo terribile: tremore, sudorazione, palpitazione, paralisi parziale, vomito, diarrea… Un modo di andarsene poco “elegante” per una regina.

Sappiamo che gli uomini di Ottaviano arrivano piuttosto rapidamente e non vedono alcun segno di grave avvelenamento sul corpo di Cleopatra. Senza contare che i cobra sono serpenti di grandi dimensioni (1,5-2 metri di lunghezza), e avrebbero dovuto vederli nella stanza, perché essendo morte anche Eiras e Carmione, doveva essere stato utilizzato più di un serpente, se non altro per essere più rapidi. Secondo Plutarco e Cassio Dione sono state rinvenute solo vaghe tracce vicino alle finestre che davano sul mare. Infine, va sottolineato un aspetto fondamentale: non è detto che il serpente nel suo morso inoculi una dose sufficiente di veleno per uccidere.

È quindi assai più logico pensare che Cleopatra sia stata avvelenata in un’altra maniera. Ecco allora che entra in scena un veleno di sintesi, cioè preparato apposta da qualcuno. E se fosse stata la stessa Cleopatra a farlo? Sappiamo dagli antichi che era un’ottima conoscitrice di veleni. E se non fu lei a realizzare un veleno mortale, potrebbe essere stato il suo medico personale, Olimpio. In questo caso, quale tipo di sostanza avrebbe utilizzato Cleopatra? Secondo lo storico greco Strabone, Cleopatra si sarebbe cosparsa il corpo con un unguento velenoso non meglio specificato. Galeno, grande medico di età romana, sostenne che si sarebbe invece prima morsa la pelle, creando una ferita dove poi avrebbe versato del veleno di serpente. Ma se così fosse, la ferita sarebbe stata ben visibile, mentre invece, grazie a Plutarco, sappiamo che l’unico segno trovato sul corpo di Cleopatra sono state due “punture leggere e pressoché impercettibili”.

Di recente, gli studiosi tedeschi Christoph Schaefer (storico dell’antichità) e Dietrich Mebs (tossicologo) hanno avanzato l’ipotesi che Cleopatra abbia bevuto un liquido velenoso a base di oppio, aconito e cicuta. Si tratta di ingredienti capaci di far scivolare piuttosto rapidamente la persona in un coma mortale senza però farle avvertire alcun dolore.

Va detto tuttavia che anche questi veleni naturali finiscono spesso per lasciare delle tracce sul corpo delle vittime. La cicuta per esempio porta, in un secondo tempo, a un pallore della pelle che tira all’azzurro, non di rado con macchie rossastre. Mentre l’aconito provoca spesso un’eruzione cutanea. Inoltre, il fatto che queste tracce non compaiano sempre oppure non subito, potrebbe essere compatibile con il racconto degli antichi. Tutto, insomma, farebbe pensare che Cleopatra abbia utilizzato se non proprio questo preciso cocktail di veleni, una miscela simile, perché rapida, sicura, non eccessivamente dolorosa, senza troppi effetti collaterali.

Il professore statunitense Alain Touwaide, storico ed esperto di medicina antica, ritiene che all’epoca di Cleopatra non ci fosse l’abitudine di mescolare veleni di origine vegetale: quello che sappiamo di sicuro è che la regina era una vera esperta in materia. Ma se non è stato un serpente, come mai questa tesi ha avuto così tanto successo nelle epoche no a oggi?

In gran parte la ragione è da collegare alla volontà di Cleopatra di identificarsi con Iside, una divinità legata anche al veleno (in grado di uccidere con esso ma anche di guarire dagli avvelenamenti). Inoltre per secoli i sovrani egizi hanno avuto un collegamento stretto con i serpenti in generale e con il cobra in particolare, si pensi all’ureo a forma di cobra addirittura sulla fronte di Cleopatra. Lo stesso Ottaviano ha contribuito alla diffusione di questa leggenda. Infatti, secondo Plutarco, durante il corteo trionfale a Roma, fece sfilare un quadro o una statua di Cleopatra con un serpente addosso.

E allora ecco la possibile spiegazione (del tutto ipotetica visto che non abbiamo prove): Cleopatra ha fatto nascondere questo veleno nella stanza dove morirà, oppure lo ha fatto pervenire dalla sua corte (nella cesta allora si può ipotizzare che non ci fossero serpenti ma flaconcini di veleno concentrato). Prima di suicidarsi ha chiesto ai suoi di far circolare la storia dei serpenti, in linea con la sua identità di Iside, e soprattutto di grande effetto “mediatico”. E aveva ragione, perché è subito nata la leggenda della sua morte, che ancora oggi ricordiamo.

Il cazzeggio tiki taka dei Gialappi la trionferà

Gira e rigira il programma più divertente della stagione lo firmano ancora loro, i tre della Gialappa’s Band. Altri riesumano le arche perdute della paleo Tv; Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto lucidano il loro brand, tendenza Antonio Ricci, se non altro vanno sul sicuro. Mai dire Talk (Italia 1, giovedì, 21.25) è la prosecuzione con altra durata (troppa) e con altri talenti (pochini) di Mai dire nius, dove si era rodata l’intesa con il Mago Forest. Purtroppo a MF7, come spesso tocca a quelli davvero bravi, sono riservati i compiti più ingrati, ad esempio passare una mano di smalto anche su Greta Mauro (complicato) e su Stefania Scordio (è durissima). Il resto, più che parodia del talk, cosa che i talk fanno benissimo da soli, è il cazzeggio tiki-taka in cui i Gialappi sono campioni. Il sottotitolo potrebbe essere Mai dire web, con un paio di trovate in grado di mostrarci quanto la famosa Rete che doveva liberarci faccia rimpiangere la dipendenza da video. L’Italia dei social si interroga sulla gravidanza di Paola Barale, fake news messa in giro dai Gialappi, con l’ex valletta di Mike promossa a gigante del pensiero. Poi la missione impossibile di convincere Giulia Di Lellis a leggere il suo secondo libro (non è prevenuta: ne ha letto uno, e le è bastato). Non ce l’ha fatta nemmeno il trovatore Gio Evan con la sua ultima fatica, Ormai tra noi è tutto infinito. La spada è rimasta nella roccia, e l’Italia dei social si è spaccata in due. Su Giulia Di Lellis.

Arbitri e Var. L’errore di Rocchi domenica, “inconcepibile” come l’ipocrisia

 

Anche nella scorsa giornata di campionato, nella sfida all’Olimpico che ha visto la Roma affrontare l’Inter, abbiamo assistito a un uso, anzi un non uso, disinvolto del Var. C’era un rigore nettissimo per la Roma, il fallo di D’Ambrosio sul giovane Zaniolo, che è scivolato via nell’indifferenza generale dell’arbitro, dei guardalinee, di chi è addetto a monitorare il Var… ma allora che ci sta a fare la tecnologia se poi è usata come capita (se va bene)? Rocchi in campo e Fabbri davanti allo schermo non hanno visto niente commettendo un errore grosso come una casa e un’ingiustizia sportiva, l’ennesima, che colpisce di più le squadre sotto Torino e Milano… Pure il presidente degli arbitri Nicchi ha detto che è stato un errore inconcepibile, ma allora i nostri fischietti non hanno imparato nulla da Calciopoli? Che dovrebbero arbitrare bene anche per non far gridare al complotto contro le squadre tranne le solite note? Se ricordo la tecnologia è stata “importata” nel calcio proprio per ridurre al minimo gli sbagli pure sui calci di rigore – premesso poi che l’ultima parola spetta all’arbitro la cui decisione è insindacabile – ma a che serve se ci ricorrono così a caso (eufemismo)? Decidessero se vogliono mantenere l’errore umano o ridurre episodi come questo al minimo, ma lo facessero sul serio! Senza poi lamentarsi se certi tifosi e certe squadre pensano che gli si remi contro.

Gianluigi Mancinelli

 

Caro Gianluigi, la verità è che il calcio italiano è insalvabile. Ne vuole la prova? Rocchi, l’arbitro di Roma-Inter 2-2 che non ha visto il rigore per fallo su Zaniolo (e a dire il vero, anche un altro per fallo su Icardi) e non è stato richiamato dall’addetto al Var Fabbri, è lo stesso Rocchi che il 15 settembre fungeva da addetto al Var di Inter-Parma 0-1 e di fronte agli scempi compiuti in campo da Manganiello (un rigore netto negato all’Inter, un gol irregolare convalidato al Parma e una mancata espulsione di Gagliardini) non ritenne mai di dover intervenire avallando tutti gli obbrobri del collega. E in quanto a Nicchi, il presidente Aia che ieri è uscito allo scoperto definendo “inconcepibile” il mancato utilizzo del Var sul rigore non concesso alla Roma, è lo stesso Nicchi che dopo Inter-Parma 0-1 – quel giorno c’era stato anche uno scandaloso gol regolare annullato a Berenguer in Udinese-Torino 1-1 – a chi gli chiedeva conto di tutte quelle nefandezze arbitrali rispondeva (citiamo dall’Ansa): “Usare di più il Var? C’è un protocollo chiaro e non è cambiato nulla rispetto allo scorso anno: se gli arbitri lo seguono è okay, se sbagliano non seguendolo è un errore”. Dichiarazione alla camomilla: eppure il gol buono di Berenguer (Torino) e il mani clamoroso di Di Marco (Parma) erano apparsi a tutti, per l’appunto, sbagli “inconcepibili” per non dire inauditi. A Nicchi, risvegliatosi dal torpore, chiediamo: ma davvero nel campionato scorso non vide mai niente di inconcepibile? Le dice niente, solo per fare un nome a caso, Orsato?

Paolo Ziliani

Stato e Chiesa si uniscano contro i pedofili

Cosa si può fare perché la piaga degli abusi sessuali commessi dal clero sia finalmente sanata e guarita? Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori, il volume di Emanuela Provera e Federico Tulli pubblicato da Chiarelettere ci aiuta a rispondere.

Molto potrebbe fare lo Stato: ad esempio, collaborando con giornalisti investigativi come Provera e Tulli e soprattutto, come in altri Paesi, creando una speciale commissione di inchiesta parlamentare. Una simile istituzione, oltre ad attirare l’interesse dell’opinione pubblica, favorisce l’emersione di una miriade di vicende ignote e sepolte. La ragione è semplice: in molti casi, la violenza è stata consumata anni addietro, il reato è prescritto. Anche e soprattutto per questo, perché il colpevole non sarebbe più punibile legalmente, le vittime, anche quando in condizione di superare il trauma e intenzionate a ottenere giustizia, resistono all’idea di rendere pubblica la violenza. L’esistenza della commissione e l’invito ufficiale rivolto a tutte le vittime a rendere nota la propria vicenda testimonierebbe della volontà dello Stato di fare luce e di contrastare e arrestare la diffusione del fenomeno. La testimonianza di chi per decenni ha scelto il silenzio diverrebbe parte di uno straordinario sforzo collettivo per cambiare la storia. E quello delle testimonianze, c’è da starne certi, diventerebbe un torrente in piena.

E poi, accanto allo Stato, c’è naturalmente la Chiesa Cattolica. Dalle pagine del libro emerge l’enorme lentezza con la quale la Chiesa di Roma sta prendendo atto dell’entità del problema, delle sofferenze che gli abusi hanno causato nel popolo di Dio, soprattutto tra quelle vittime cattoliche che si sono sentite tanto spesso abbandonate, tradite, emarginate. Si continua ad avere l’impressione che l’istituzione si preoccupi soprattutto di tutelare la sua reputazione dagli scandali e per questo si impegni a difendere con ogni mezzo (ce lo raccontano Provera e Tulli) il clero abusatore. La Chiesa fatica ad accettare che, insieme a una mentalità aperta verso il sesso, nella nostra società si è anche consolidato un atteggiamento di decisa intolleranza verso le molestie, gli abusi e le violenze commesse nella sfera sessuale. L’esaltazione di una sessualità libera e consapevole è infatti oggi accompagnata dalla condanna intransigente della coercizione sessuale, dell’amore estorto con la violenza, soprattutto quando si tratta di quello dei più piccoli. Per la Chiesa si tratta di una doppia sconfitta: la gente, da un lato, non segue più i suoi precetti morali sul sesso, dall’altro si indigna quando un prete viene sorpreso ad insidiare un minore, esige e pretende che l’istituzione religiosa si schieri con la vittima e lasci il carnefice al suo destino di comune mortale incappato in un reato ritenuto tra i più esecrabili.

Questo cambiamento sociale non può essere affrontato dalla grande istituzione religiosa romana con qualche riforma procedurale, inasprendo qui e là qualche norma canonica. Per risolvere davvero la questione, la Chiesa dovrebbe affrontare a viso aperto il tema del sacerdozio cattolico, della formazione permanente e dell’identità del clero, della castità e del celibato dei “ministri di Dio”. Andrebbe compiuta l’analisi degli effetti che la combinazione patologica tra il delirio di onnipotenza sacrale e una sessualità immatura e repressa. Andrebbe avviato un imponente processo di autoanalisi a partire dall’ascolto dell’immenso dolore delle vittime. Sono questi i temi ideali di un sinodo che davvero assomiglierebbe, per portata e per effetti, a un Concilio ecumenico. Francesco sarebbe ancora in tempo per indirlo, ma preferisce sorvolare sulla questione e assecondare il pregiudizio anti gay. È la scelta peggiore.

Il senso di Moretti per il Pd: a sbagliare sono sempre gli altri

Nei giorni scorsi, La7 ha ritrasmesso La messa è finita. Rivista oggi, come molte altre opere di Nanni Moretti, l’opera è parsa invecchiata non benissimo. Accade, a volte, che quel che all’epoca ti era sembrato un capolavoro non lo sembri più trenta anni dopo. Ai Pink Floyd non succede, a Ligabue sì. A Monicelli e Dino Risi non capita, a Nanni Moretti (a volte) sì. Sia come sia, Egli è tornato a parlarci. Era da un po’ che non si faceva sentire. Il regista, che nelle sue ultime opere ha preferito (spesso benissimo) raccontare molto più il privato del pubblico, si era allontanato dalla mischia anche per problemi di salute. Per questo è stato doppiamente bello rivederlo in tivù domenica: ha tutta la mia vicinanza umana e gli auguro ogni fortuna. Moretti ha deciso di tornare nel salotto più consono a quelli che hanno ragione anche se hanno torto, ovvero quello di Fabio Fazio. La curiosità era grande, stante la sua rarefazione mediatica durante gli anni tremendissimi del renzismo. Non dico che ci si attendesse autocritica, che sta all’uomo come il bon ton a Borghezio, ma qualcosa di vagamente simile sì. Anche solo un lasciare intendere che, se oggi abbiamo al Viminale Salvini, forse – ma forse, eh – è colpa pure di quegli intellettuali che con Berlusconi erano sulle barricate per poi avallare oscenamente il suo figlio politicamente irrisolto. Da Zucconi o Staino te lo aspetti che tifino per un partito come si tifa una squadra di calcio, ma dall’autore di Palombella rossa forse no. Appunto: forse. A Repubblica, pochi giorni prima, Moretti aveva detto: “Finite le riprese (di Santiago, Italia, ndr), è diventato ministro dell’Interno Matteo Salvini e allora ho capito perché avevo girato quel film. L’ho capito a posteriori”. Chiaro il sottotesto: “Parlo di Pinochet ma in fondo sto parlando di Salvini, che son quasi la stessa cosa”.

Castroneria sesquipedale, ma esasperare il rischio-dittatura è l’alibi preferito dei sinistrorsi à la page, da quelli bravi come Moretti a quelli che non avranno mai granché da dire come Murgia. Moretti, a cui evidentemente andavano bene Italicum, riforme costituzionali Boschi-Verdini e leggi bavaglio pidine, non aveva mancato di descrivere la politica italiana attuale tipo Regno degli Imbecilli Grezzi: “Ci sono forze politiche che vengono votate non nonostante la loro violenza verbale, ma proprio perché ne fanno uso. La solidarietà, l’umanità, la curiosità e la compassione verso gli altri sembrano essere bandite”. Siam sempre lì: lui è quello buono e tutti quelli che non la pensano come lui sterco. Daje. Seduto davanti a Fazio, d’un tratto, è però sembrato che Moretti stesse per ammettere (addirittura) la propria fallibilità. È stato quando ci ha detto di essere “incazzato” per il grande errore commesso dal Pd. Oh, finalmente. Era ora. Sì, ma quale errore? Forse avere tramutato un partito in una succursale caricaturale del berlusconismo? No. Forse avere sdoganato una classe dirigente satura di Ascani e Marattin? No. Forse avere inseguito il Caimano (cit) pur di vincere a qualsiasi costo? No. Per il Messia Nanni, “l’errore vergognoso” è stato non fare lo Ius Soli. Certo: la vera e indiscutibile urgenza del Paese. Bravo Nanni. Quando si dice “avere il polso della situazione”. Moretti, sempre da Fazio, ha poi esalato quanto segue: “Sono rimasto uno dei pochi elettori rimasti fedeli al Partito democratico”. Proprio un approccio da intellettuale problematico. Ieri Nanni diceva: “Con questi leader non vinceremo mai”. Oggi non si accorge di dire: “Con questi intellettuali qua, vincerà sempre Salvini”. Peccato.

Gli ipocriti a caccia di piscine montabili

Noi che seguiamo febbrilmente le cronache dei più autorevoli mezzi d’informazione, ma anche gli scoop corsari delle tv del Biscione, ci aspettiamo da un momento all’altro che tra le costruzioni abusive riferibili al padre del ministro Di Maio spuntino anche il mausoleo, il labirinto, la grotta sottomarina con luci stroboscopiche e il vulcano artificiale. Questa Mariglianella si sta rivelando sempre più la Villa Certosa del nolano, altroché; aspettiamo che le Iene tirino fuori la foto di Topolanek che si aggira nudo a bordo piscina in compagnia di una bionda e di una mora invitate da Antonio Di Maio, di professione imprenditore edile, cioè muratore, e il quadro è completo.

Ma è già eloquente la foto che immortala Luigi Di Maio in modalità Giardino dei Finzi Contini, intento a godersi la vita appoggiato al bordo della “piscina” costruita nel “patio”, come lo chiama Repubblica, della “villetta” paterna, dove sono stati rinvenuti anche “rifiuti inerti” e finanche “un campo da calcio”, in una progressione pressoché intollerabile di condoni e stravizi, quando c’è gente che non arriva a fine mese.

È una narrazione avvincente, questa cavalcata dai giornali e dai rimasugli del Pd (fa storia a sé la tattica di Renzi, che finge di dissociarsene mentre ne parla, ovviamente pro babbo suo), densa di pathos e hybris e altre figure della tragedia greca, che rivela il populista Di Maio, vessillifero dell’onestà, nella veste di burino arricchito a spese della collettività. Ormai i presunti abusi edilizi dei Di Maio, già datori di lavoro nero, hanno rimpiazzato le pacchianerie dei Casamonica, e qualche seme di questa epopea di furbizia e disfatta, tracotanza e caduta, insomma questo populismo di rovescio e di vendetta deve aver attecchito, se uno come Claudio Petruccioli, ex Pd di simpatie renziane (è un eufemismo), su Twitter confessa: “A me la storia della famiglia #DiMaio sembra esemplare di un mondo che si arrangia, cerca scorciatoie furbesche e non limpide per trarre qualche vantaggio. Insomma, la palla al piede del Meridione e dell’Italia”. Così tutto va al suo posto: i barbari incompetenti che, per un disguido della democrazia o – diciamola tutta – un suo eccesso, sono ora al governo, sono rappresentanti antropologici dei parassiti d’Italia, della stessa pasta di quelli che li hanno votati per ottenere il reddito di cittadinanza, vivendo spaparanzati al sole sulle spalle dell’Italia onesta e industriosa. Il teorema funziona talmente bene che viene fatto proprio da tutti i twittatori compulsivi del Pd, specie quelli di scuola renziana che aspettano al varco la rovina dei grillini, anche se qualunque magagna questi possano commettere l’hanno già fatta loro, ignari che sono stati proprio il loro razzismo, classismo e supponenza da arrivati, ad avergli fatto perdere milioni di voti. Il tutto mentre il senatore Renzi diffida chiunque anche solo dall’accostare le sue note vicende genitoriali a quelle di Di Maio (“Ogni accostamento dei guai dei Di Maio alla mia famiglia fa fioccare le azioni civili per risarcimento danni”, ha avvertito, e in quel verbo, “fioccare”, c’è tutto il suo amore e il suo rispetto per la libera stampa) e noi, hai visto mai, a questo punto ci asteniamo pure dall’accostarle alla famiglia Boschi, anche se non risulta che Luigi Di Maio si sia adoperato con le banche o pronunciato accorate arringhe in Parlamento per evitare al papà perdite di soldi o di reputazione.

Ma, insegna Freud, dove c’è mito c’è nevrosi, e la parabola sul vizio levantino degli italiani del Sud incarnata dai Di Maio si scontra col principio di realtà: a guardarla bene, la “piscina” non è che una tinozza montabile in PVC, di quelle che si vedono esposte nei parcheggi lungo il Grande Raccordo Anulare a 500 euro (ma su Amazon 342 con scaletta inclusa); che i rifiuti sono mattonelle avanzate, più un frigorifero, pare, di pora nonna; che il “campo da calcio” è un rettangolino brullo col filo spinato; che il “patio” è un cortilaccio in terra battuta; che i confini della “proprietà” sono bandoni di lamiera, e dentro è complicato metterci, esteticamente più che logisticamente, una “villetta” per “bagni in piscina e conviviali serate estive” (Repubblica), villetta che Di Maio chiama “stalla” e che a guardarla, senza offesa per papà Antonio, pare più simile a questa che a un casino per baccanali.

Comunque, tutta questa vicenda, che in un romanzo di Sciascia occuperebbe i registri del catasto e non le prime pagine dei giornali, insegna alcune cose. Dell’ipocrisia di chi ha tollerato ogni tipo di abuso, anche paesaggistico, da parte di Berlusconi, si sapeva; salutiamo invece l’entrata in scena del razzismo antimeridionale che prima era della Lega e adesso è fieramente rivendicato dal Pd, che del resto – ed è lungi da noi qualunque accostamento – tra voucher e Jobs Act si è sempre guardato bene dal fare una legge seria contro il lavoro nero.

Vivendi contro Elliott e Gubitosi: “Tim è un aereo senza pilota”

Come un aereo senza pilota. Con queste parole Vivendi attacca il gruppo Elliott e descrive la situazione di Tim, da poco passata sotto la gestione del nuovo amministratore delegato e direttore generale Luigi Gubitosi. “Siamo molto, molto preoccupati – ha detto un portavoce di Vivendi all’agenzia Ansa – perché il piano di trasformazione (il DigiTim, ndr) è stato bloccato e nessuna novità è stata prevista in sua vece: è come un aeroplano che decolla per un lungo volo, sta per lasciare la pista, il suo pilota viene a mancare e non c’è nessun pilota affidabile in cabina che possa prenderne il controllo a causa della disorganizzazione di Elliott”. “Siamo a favore – ha aggiunto il portavoce di Vivendi – del piano industriale votato il 4 maggio dal 98% degli azionisti e da Elliott che validò il piano triennale. Non capiamo, non c’è ragione per cui dopo 6 mesi le cose siano cambiate così”. Parole a cui Gubitosi ha risposto indirettamente, attraverso una lettera ai dipendenti: “Il mio obiettivo è ridare a Tim quella stabilità che le manca da tempo, vorrei che il mio obiettivo diventasse il nostro e che tutti dessero il massimo”.

Retromarce: le norme per abolire gli “errori” su peculato e banche

Via lo scudo per i furbetti delle “rimborsopoli” e pure quello per le banche contro i ricorsi dei risparmiatori truffati. Ieri la maggioranza ha presentato due emendamenti, uno alla manovra e uno al ddl Anticorruzione, per correggere due misure al centro di polemiche nei giorni scorsi. In commissione Bilancio alla Camera tutti i partiti – maggioranza e opposizione – hanno firmato e approvato la modifica che non impedirà più ai risparmiatori truffati di fare ricorso contro le banche, anche nel caso abbiano beneficiato di un risarcimento dal fondo previsto dal governo. Al Senato il Movimento 5 Stelle ha invece presentato un emendamento per eliminare la norma che svuotava il peculato, ovvero il reato che punisce i pubblici ufficiali che, avendo a disposizione un bene o denaro per la propria funzione, se ne appropriano per uso personale. Su questo tema, due settimane fa, la maggioranza era stata battuta alla Camera con il voto segreto. Il nuovo regime di peculato, così come è stato modificato, avrebbe salvato dal processo diversi esponenti della Lega, tra cui i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo.

Nomine, la Grillo revoca il Consiglio Superiore di Sanità dell’era Lorenzin

Il ministro della Salute Giulia Grillo, con una decreto e una lettera, ieri ha revocato la nomina dei componenti non di diritto del Consiglio superiore di sanità (Css), 30 su 56. “È tempo di dare spazio al nuovo”, ha detto. La decisione è arrivata improvvisamente, tanto che i membri – pur riconoscendo che gli incarichi, in quanto fiduciari, potevano essere sospesi – hanno fatto notare che un tale azzeramento non si era mai registrato e che negli ultimi sei mesi la ministra non li aveva mai incontrati. “Ho deciso di dare un segnale di discontinuità – ha detto la Grillo -. Siamo il governo del cambiamento e, come ho già fatto per le nomine di mia competenza nei vari organi e comitati, ho scelto di aprire le porte ad altre personalità meritevoli”. Alcuni membri potrebbero però essere confermati “di certo non i vertici, che devono avere la fiducia e la piena sintonia con il ministro”, precisa. La decisione di revoca degli organismi collegiali andava presa entro il 5 dicembre, a sei mesi dalla fiducia al governo. L’attuale Consiglio si era insediato il 20 dicembre 2017, nominato dall’allora ministro Beatrice Lorenzin e sarebbe dovuto restare in carica per tre anni. È il massimo organo di consulenza tecnico scientifico del ministro della Salute. “Siamo stati colti alla sprovvista e avvertiti della revoca delle nomine solo ieri con una lettera – ha detto il presidente esterno Roberta Siliquini -. È nelle prerogative del ministro decidere la revoca delle nomine, ma non ne comprendo la ragione visto che a oggi il Css non ha neanche avuto modo di farsi conoscere né di incontrare il ministro Grillo”.