“I comunisti sfidano l’America di Trump e rivogliono la crescita”

“L’improvviso interesse del presidente Xi Jinping e della sua corte verso l’impresa privata non è il risultato della lettura dei saggi liberisti di Milton Friedman, della visione di una nuova luce e dell’abbandono di una ideologia statalista in favore dei principi del libero mercato”. Tom Holland lavora per un istituto di ricerca di Singapore (Gavekal) e scrive con regolarità commenti per il South China Morning Post. Il suo focus è l’Asia, a cominciare dalla Cina, “ora impegnata nel braccio di ferro commerciale con gli Stati Uniti di Trump”.

Che cosa è cambiato nell’atteggiamento della leadership cinese verso le aziende private?

Questo nuovo interesse verso lo stato di salute dell’impresa privata è sicuramente un’inversione di marcia rispetto a quello che è stato negli ultimi anni l’atteggiamento del potere verso il settore privato. Lo si può riassumere nella frase abusata dai governanti cinesi: “lo Stato avanza, il settore privato indietreggia”.

A che cosa è dovuto il nuovo atteggiamento?

Il cambio di passo è dovuto alle avverse condizioni economiche. Con l’economia che già aveva rallentato e adesso dovrà affrontare le conseguenze di una prolungata guerra commerciale con gli Stati Uniti, Pechino è ansiosa di ravvivare la crescita, o almeno di stabilizzarla.

Nella pratica a che cosa assisteremo?

In passato, il governo avrebbe ordinato alle imprese statali di premere l’acceleratore sugli investimenti, o di addolcire le restrizioni sugli acquisti immobiliari in modo da ottenere un incremento nello sviluppo dall’aumento dei prezzi immobiliari e dall’inizio di nuove costruzioni. Ma attualmente, il settore statale è iper finanziato e al tempo stesso inefficiente. Così, adesso scommettono sulla ripresa del settore privato e l’intervento diretto del presidente cinese Xi Jinping si trasformerà nell’invito alle banche ad aprire i cordoni a favore dei privati. Ma non è detto che questa ricetta alla fine funzioni come vorrebbero le autorità di Pechino.

Cina, le mega aziende al servizio del Partito

Il grande capo della Cina, Xi Jinping, si è esposto in prima persona lo scorso 1° novembre. In una riunione a porte chiuse con amministratori e proprietari di aziende piccole e grandi ha scandito una per una questa parole: “Ogni imprenditore privato deve assumere ogni giorno una pillola contro l’ansia e con lo spirito in pace dedicarsi allo sviluppo della propria azienda”. Parole dolci come il miele per persone che hanno sposato le regole del capitalismo in un mondo dove, teoricamente, “il popolo” stabilisce cosa si può o non si può fare ed avere. In Cina, la danza dello sviluppo e della crescita segue i ritmi scelti dal Partito comunista e non poteva esserci messaggio più forte da parte del potere per tranquillizzare le imprese che non hanno dietro lo Stato come azionista o come unico proprietario e che ogni giorno navigano nei mari tempestosi del mercato. Il comparto privato è una realtà enorme del gigante asiatico, con aziende come il Jd Group (internet ed e-commerce) che sono riuscite ad attraversare il Pacifico per essere quotate al Nasdaq di New York o la Suning Holdings, la seconda più grande azienda privata di Cina, che ha allargato i suoi interessi (è leader nel retail) comprandosi perfino una squadra di calcio della Serie A italiana come l’Inter. La fotografia delle aziende private made in Cina è questa: statistiche ufficiali alla mano, valgono il 60 per cento del pil e l’80 per cento della forza lavoro occupata.

Da Deng Xiao Ping all’e-commerce

La sortita di Xi Jinping non è da considerare un intervento estemporaneo. È arrivata in un momento cruciale per il settore privato della Cina comunista. Le aziende stanno soffrendo per una serie di fattori combinati. Per loro l’accesso al credito non è mai stato facile perché le banche statali preferiscono aprire i cordoni della Borsa alle aziende dello Stato, dunque avere a che fare con i mandarini comunisti perché così i rischi sono più bassi e i favori di qualsiasi genere dietro la porta. Visto che il credito alle aziende private non supera il 25 per cento dei prestiti erogati dalle banche statali, le società sono state costrette, soprattutto negli ultimi anni, a cercare finanziamenti nel cosiddetto shadow banking oppure ad emettere bond a tassi di interesse che si possono permettere solo quando gli affari vanno davvero a gonfie vele. Adesso che l’economia non tira più al massimo, non si contano le aziende che sono andate a gambe all’aria e che sono in stato comatoso (nel solo 2017 ci sono stati 45 casi di default dei bond aziendali). Se poi si aggiungono stagioni come quella attuale in cui la Cina si trova ad affrontare una guerra dei dazi con gli Stati Uniti, la situazione non può che peggiorare. E sul fronte interno molti capi azienda sono letteralmente scomparsi negli ultimi due anni, vittime della campagna anti corruzione lanciata in grande stile da Xi Jinping. Eppure, nell’ultimo decennio, le aziende private (hanno cominciato il loro lento cammino, tra forti accelerazioni e brusche frenate, nel 1978 durante la leadership di Deng Xiao Ping) hanno creato ricchezza e sono state un motore fondamentale per la trasformazione dell’economia cinese da semplice fabbrica di montaggio di prodotti a basso valore aggiunto da esportare in tutto il mondo grazie a bassi salari e condizioni di lavoro impensabili in Occidente in economia di avanzata tecnologia. Con l’effetto di creare una classe di nuovi ricchi che non ha paragoni con l’Occidente capitalista: gli amanti delle statistiche sui nuovi miliardari hanno contato che nel 2017 ne spuntavano due nuovi ogni settimana.

A guardare la classifica delle più importanti aziende private cinesi si scopre che nel 2017 le prime dieci hanno fatturato 3 mila e 669 miliardi di dollari. Il gruppo di testa (sono almeno 500 quelle in grado di competere sui mercati internazionali) è rappresentato da società che operano nell’e-commerce, nella tecnologia del web, nelle telecomunicazioni, nell’immobiliare (l’edilizia residenziale in Cina è di fatto nelle mani dei privati), nel commercio, nel trattamento di metalli non ferrosi. Nella top ten non c’è Alibaba, ferma a 23 miliardi di dollari di fatturato, il cui fondatore Jack Ma ha la tessera del Partito in tasca, ben lontana dalla decima posizione occupata dalla Dashang (supermercati) con 42 miliardi di fatturato.

Telefonini leader, interisti al 2° posto

Al primo posto, con un fatturato di 91 miliardi di dollari c’è ovviamente la Huawei Techonologies, seconda solo alla coreana Samsung nella produzione di smartphone, 170 mila dipendenti, base a Shenzen, la città cinese che è di fatto la più grande fabbrica al mondo per numero di impianti. Huawei nasce dall’idea di Ren Zhengfei, un ingegnere che faceva parte delle forze armate cinesi. Oggi è diventata una delle aziende all’indice del presidente statunitense: Donald Trump non vuole che operi negli Usa per motivi di sicurezza nazionale e ha chiesto ai Paesi alleati di chiudere le porte a questa società. In Italia la Huawei è in corsa per la fase di sperimentazione, in alcune città, del futuro G5, la connessione ad alta velocità. Al secondo posto delle top ten, c’è la Suning Holdings dove un posto di rilievo come socio lo ha il miliardario Zhang Jindong e il cui fatturato nel 2017 è stato di 84 miliardi di dollari. La Suning Holdings ha numerose sussidiarie, inclusa la Suning Sport che è comproprietaria dell’Internazionale Football Club di Milano: Zhang Kangyang detto Steven, figlio 27enne di Jindong, dell’Inter ha assunto recentemente la carica di presidente e non si perde una partita a San Siro. Suning naviga in un mondo finanziario dove il proprio marchio ha interessi nella cultura, nell’intrattenimento, nelle costruzioni, nel commercio, nella tecnologia.

Con colossi come quelli cresciuti a partire dall’inizio del ventunesimo secolo, il presidente cinese Xi Jinping era obbligato a confrontarsi. La scelta di sostenere l’iniziativa privata è sicuramente il risultato di una lunga discussione all’interno del Partito comunista dove non tutti sono d’accordo con il leader. Non è un caso che proprio qualche giorno prima del suo incontro con gli imprenditori privati e dell’invito a prendere una pillola anti ansia e a tirare diritto, sia apparso sul web – ed abbia avuto grande seguito prima di essere cancellato – un post sul blog di Wu Xiaoping, ex dirigente della China International Capital Corporation, la prima banca cinese a formare una joint venture con istituzioni straniere per gli investimenti fuori dalla Cina. Secondo il blogger, le aziende private dovrebbero essere pian piano eliminate e messe ai margini del mercato ed essere sostituite da altrettante società a capitale misto pubblico-privato. Che l’idea del blogger abbia un seguito nelle istituzioni del Paese lo ha confermato il fatto che organi di informazione come il Quotidiano del Popolo, Bejing News ed Economic Daily siano interventi con critiche molto dure alle tesi del blogger.

L’ultima grande sfida è il credito bancario

La linea del leader cinese ha invece dato fiducia al settore privato, la cui speranza principale è di vedere la fine della discriminazione nella possibilità di accedere al credito bancario. Ma ha ridato anche speranza a coloro che hanno visto le loro creature distrutte da eventi non legati alla competizione sui mercati interni ed esteri. Una persona in particolare ha applaudito alla scelta del leader cinese e, seguendo il consiglio di Jinping avrà preso un’intera scatola di pillole anti ansia.

Si chiama Gu Chujun, ha 59 anni e all’inizio di questo secolo divenne uno dei più ricchi imprenditori privati cinesi. Ingegnere, aveva creato un piccolo impero nel campo dei frigoriferi e condizionatori d’aria. La rivista Forbes lo aveva inserito nel 2001 tra i venti più ricchi in Cina. Poi nel 2005 finì sotto processo per aver falsificato i bilanci. Risultato, 10 anni di carcere e un milione di dollari di multa. Lui si difese dicendo che polizia e autorità fiscali lo avevano messo all’angolo con l’obiettivo di portargli via le aziende e lui, avendo resistito, era finito in tribunale con accuse costruite ad arte.

Gu Chujun non si è mai arreso. È riuscito a chiedere la revisione della sentenza e in un Paese dove la giustizia non è un potere autonomo ma dipende direttamente dal Partito comunista e dal governo ha ottenuto uno straordinario risultato quando la Suprema Corte del primo circuito di Shenzen ha accolto di rivedere interamente il suo processo. Alla prima udienza sono stati ammessi solo sei giornalisti e la Corte riassumendo l’udienza sul suo account su Weibo ha detto che vuol rivedere tutto, carta dopo carta, accusa dopo accusa.

Ah, che belle pause che fa Celentano…

Ogni sabato sera mi piazzo davanti alla tv a guardare Fantastico 8. Mangio in fretta, verso le 18:00! Si, m’avvantaggio. Devo aver digerito bene, non voglio distrazioni, non posso sentire scrosci di piatti e chiacchiere di sottofondo. Io sono una sua ammiratrice, anzi in verità sono un’ultrà di Adriano Celentano. Lui è così imprevedibile, contro tutte le convenzioni, non ama le regole profane della televisione e la sua presenza è un colpo di scena continuo. Ci fa cambiare canale sulla concorrenza, ritorniamo sulla sua faccia immobile e leggermente beffarda. Oddio, si è bloccato in diretta! Non parla, muto cammina avanti e indietro; immagino i respiri trattenuti di una redazione e di uno studio in preda al panico, le facce dei colleghi in ansia da prestazione, i pensieri dei capistruttura Rai, pare che il cavallo di viale Mazzini abbia dei fremiti che si placheranno solo quando la tv tornerà scontata. Da vera ultrà di Adriano, affermo che il suo silenzio è solo una sospensione del rumore, una tela vuota in attesa del colore. Perché le sue pause sono un’invenzione e tanto più cariche di senso diventano poi le parole. Ma il non plus ultra è con Alberto Sordi, intervistato in silenzio. Sordi guarda l’orologio, poi lo guarda negli occhi, poi riguarda l’orologio: “…so’ venuto qua per rendermi conto de’ ste silenzi che fai! Ma che so? Boh…a me me inviti a nozze, nun me va de fa niente…”. Incontro fra Titani. Vorrei essere lì, partecipare, farei qualunque cosa, sarei disposta a fare anche la sarta. Solo che non riuscirei a stare muta, entrerei nelle sue pause, mi sgolerei di fronte a un filmato come quello dei cuccioli di foca bastonati per ricavarne pellicce. “La caccia e contro l’amore” senza accento sulla “e”, così tutti lo notano. Grazie Adriano per quello che hai detto e per quello che non hai detto, ti mando un bacio, anzi: 24 mila.

 

Deficit pil, niente di nuovo: il governo parla come i latini

“Hic manebimus optime”. Dopo il sacco di Roma per mano dei Galli (IV sec. a.C.), il Senato affrontò il dilemma se lasciare la città in rovine e trasferirsi a Veio o ricostruirla. Mentre i patres discutevano, si verificò un fatto determinante.

Racconta Tito Livio: “Troncò ogni incertezza una voce opportunamente levatasi, allorché, mentre poco dopo il Senato teneva una seduta nella Curia Ostilia per discutere la questione, e le coorti per caso, tornando dal servizio di guardia, passavano per il Foro, un centurione esclamò nel Comizio: ‘Alfiere, pianta l’insegna; qui staremo benissimo!’. Udita questa voce, il Senato, uscito dalla Curia, proclamò che accettava l’augurio e la plebe, assiepandosi attorno approvò. Respinta quindi la proposta di legge, si cominciò a ricostruire la città”. (Ab urbe condita 5.55.1-2).

L’aneddoto liviano e soprattutto quella frase secca ma incisiva sono rimaste impresse nei secoli, tanto da diventare l’espressione per eccellenza per indicare un’irrinunciabile posizione. E questa sembrerebbe essere stata la cifra dello scontro tra Salvini, Di Maio e Conte (un po’ meno Tria) e l’Europa sul tasso di deficit (2,4%) nella manovra economica italiana: “Non ci muoveremo assolutamente”; “non arretreremo di un millimetro”, ripetono da Roma. Hic manebimus optime, appunto, eppure nelle ultime ore il governo, dinanzi al rischio di sanzioni, ha cominciato ad ammettere che il 2,4% non è un mica dogma, che si potrebbe arretrare al 2,2%, o persino al 2%. Intanto, secondo gli ultimi dati Istat, arretrano di sicuro l’industria e il Pil. Hic manebimus optime, o quasi.

Sabrina, l’impiegata che racconta i boss del processo Aemilia

Vai sul web e quasi non ci credi. Che una semplice impiegata modenese, non un giornale, non una televisione, non un centro di ricerca, si sia incaricata di fornire da sola all’Italia intera una rappresentazione minuta e fedele di “Aemilia”, il processo che ha scoperchiato il radicamento mafioso nella terra dei fratelli Cervi, ha qualcosa di grandioso. Sabrina Natali ha appena compiuto 50 anni. “Proprio il 16 ottobre, il giorno dell’ultima udienza, la 195esima, prima della sentenza”, ironizza. Gli ultimi tre anni li ha trascorsi in gran parte frequentando ogni udienza del processo, due a settimana, e dedicando all’evento giudiziario quasi tutto il tempo libero, comprese le ferie.

Di fatto, sin dalla prima udienza, si è sistemata in aula con un registratore e un computer su cui trascrivere velocemente quel che veniva detto in dibattimento: “Per fortuna ho fatto un corso di stenodattilografia”. Il primo anno, quando ha capito che non poteva tenersi solo per sé quel che sentiva, ha riversato tutto su Facebook, integrando di volta in volta le cose scritte in diretta con le sbobinature.

Poi, dal 2016, quando si è resa conto della ricchezza del materiale, ha creato un sito apposito, www.processoaemilia.com , e lo ha alimentato con lo stesso sistema. Ne è nato uno dei siti antimafia più poderosi di sempre. Non vi si trova “solo” tutto ciò che è stato detto durante lo svolgimento del processo, ma anche le rassegne stampa, fatte svegliandosi ogni mattino alle 5.30, e poi gli approfondimenti e i link necessari, insomma una grande mappa utilissima per studiosi, esperti, associazioni: “Ho imparato passo dopo passo, mai immaginavo che potesse diventare una cosa così enorme”. Sugli inizi, Sabrina racconta: “Tutto è nato dopo che sono andata a Palermo a incontrare esponenti dell’antimafia, io faccio parte delle Agende rosse, gruppo Mauro Rostagno.

Ho conosciuto Salvatore Borsellino nel 2015, gli avevo portato da vedere dei disegni di mia figlia, pensi che aveva quattro anni quando le ho raccontato per la prima volta la leggenda di ‘Giovanni e Paolo’. Sono tornata a Modena carica come una molla, stava partendo il processo Aemilia e allora ho proposto a Salvatore di dedicarmi a quello anziché alle vicende della trattativa Stato-mafia. Ci ho messo l’anima per anni, anche se oggi ho un po’ dovuto rallentare le sbobinature per seguire un progetto in alcune scuole”.

Il sito registra appunto queste fatiche. Dopo avere trovato l’elenco rigoglioso dei servizi assicurati, il visitatore si imbatte in un avviso che suscita tenerezza: “Ricordiamo che tutto questo è frutto di lavoro volontario. Pazienza e arriverà tutto!”.

“Mi creda, è stata un’esperienza intensa, anche emotivamente. Arrivavo da Sassuolo, dove faccio l’impiegata grafica, e mi immergevo in un’aula dove scorrevano tante vite pesanti. A volte, ascoltando le storie dei testimoni, mi commuovevo fino alle lacrime. Capivo allora che non ero per niente dentro un film. Sentir piangere le vittime di usura, che non riuscivano proprio a parlare, terrorizzate, capire i livelli delle complicità, le responsabilità di chi aveva reso possibile tutto questo, sentire i mafiosi. E devo dire che il presidente Caruso è stato bravissimo a condurre, tanto di cappello. Se sono stata felice della sentenza? No, guardi, me l’ha chiesto anche una giornalista in aula. Avrei preferito cento volte che tutto questo non fosse mai successo. E poi i figli di chi va in galera che cosa faranno? Che destino avranno? Magari ci sarà qualcuno che li sobillerà contro lo Stato”.

L’impiegata Sabrina intanto non demorde. Segue le vicende di Brescello, il comune reggiano sciolto per mafia da poco tornato a regolare amministrazione. Si interroga su Modena, “dove pare che non sia successo nulla”, realizza prima dell’alba le sue rassegne stampa, in tempo per trovare gli insulti degli amici e parenti dei boss (“stronza che ti svegli alle cinque e mezzo”).

E pensa al tempo che le toccherà spendere quando tutto ricomincerà con l’Appello: “Dovrebbe essere nell’autunno del ’19, per allora devo avere finito tutte le trascrizioni integrali”. Dice che lo fa per dimostrare che se una cosa non ti piace puoi cambiare, che nella vita contano i fatti. Io dico che il suo ardore risorgimentale meriterebbe un premio. Se leggo di certe ultime onorificenze repubblicane, penso che Sabrina Natali, impiegata grafica, non sfigurerebbe affatto.

Sola, contro lui e lo Stato “Il mio ex mi terrorizzava, ma la denuncia è un’odissea”

Cara Selvaggia,ti racconto cosa può succedere se decidi di denunciare un uomo violento. Può succedere che, in seguito a un episodio isolato che ti manda scioccata al pronto soccorso, i carabinieri vengano a casa tua chiedendoti di fare, alle ore 22, una fotocopia del referto e di prendere appuntamento con il maresciallo per esporre denuncia. La denuncia può accoglierla solo lui, che è in stazione solo in certi orari, tipo il venerdì dalle 9 alle 12, e se dunque uno ti rompe un kindle in faccia in una fascia oraria diversa, tu devi aspettare gli orari di apertura della caserma.

Può succedere che dunque tu rinunci, ma che lui inizi a minacciarti e che dopo 40 giorni parta una denuncia d’ufficio dall’ospedale stesso. Può succedere che ti chiamino in caserma e ti chiedano innanzitutto se il referto sia attendibile (certo, mi sono fatta i raggi X da sola), che dopo due settimane lui si tatui il tuo nome su ogni dito della mano e ti mandi la foto via mail, che abbia un arsenale di fucili nascosti in giardino, che ti mandi centinaia di messaggi con minacce di morte, che tu allora ti rivolga a un’ avvocatessa “esperta in stalking” e che questa, tua coetanea, si faccia dare un assegno di 2500 euro per poi andarci in vacanza in Indonesia mentre tu aspetti, invano e terrorizzata, che la suddetta scriva una lettera per il pm con la richiesta urgente di una misura cautelare che arriverà due mesi dopo, quando hai già traslocato.

Ti rivolgi allora a tre esperti criminologi che non si conoscono tra loro e che, dopo lauta parcella, ti dicono tutti di lasciare la città in pieno agosto e il prima possibile perché rischi di morire, di cancellare il tuo sito web con il quale hai vissuto finora. Può succedere di cambiare avvocato, di richiedere copie dei tabulati telefonici a due gestori, di portarli ai carabinieri e che questi li manomettano invertendo i ruoli ovvero sei tu che disturbavi lui (!), che ti chiedano di raccogliere tutte le mail in formato originale da Google e mettertele tu da sola su un dischetto perché loro non sono capaci di farlo.

E che alla fine, dopo circa cinque mesi di fuoco, quando preghi che tutto finisca il prima possibile, lui patteggi e non si faccia un giorno di carcere ma se ne stia a casa di mamma e papà o in giro con la sua moto, premiato dallo Stato perché gli ha risparmiato le spese del processo, e a te non venga riconosciuto nemmeno il rimborso delle spese perché il processo non si è fatto.

Ti garantisco che avere la forza di affrontare tutto ciò cercando di mantenere un minimo di lucidità è una cosa che a distanza di anni mi fa solo dire: adesso capisco perché le donne non denunciano, e perché ogni giorno ne muore una. Bisogna imparare a essere detective nello stesso tempo in cui si e’ vittime. Lucide nel terrore. Precise nella confusione. E le prove vanno raccolte in un certo modo, altrimenti non valgono. Se qualcuno ti fa 30 squilli anonimi al giorno e riattacca subito dopo, sui tabulati non risulta. Bisogna dunque rispondere e poi riattaccare, tanto per dirne una, e a quel punto ne rimane traccia. Non basta essere solo vittime. Con uno Stato così, bisogna essere vittime professioniste.

Nora

Cara Nora, ho visto una foto di Salvini con Michelle Hunziker che annunciavano grandi rivoluzioni col Codice Rosso, vedrai che adesso tra una bambola gonfiabile sul palco e una foto di ragazze minorenni da far insultare dai suoi follower, a proteggere le donne ci penserà il nostro ministro. Con Michelle, ovviamente.

 

Come posso liberarmi delle colpe di mio padre?

Cara Selvaggia, ti scrivo da una città operosa del Veneto nella quale lavoro con soddisfazione dopo anni difficili. Difficili perché mio padre, che è morto da qualche anno, ci ha lasciato un sacco di debiti (a me e a mio fratello). Mio padre è stato un imprenditore disastroso, lo dico pur avendogli voluto bene. Ha aperto e chiuso società intestandole a turno a qualcuno della famiglia e non pagando fornitori, facendo casini su casini.

Ha avuto due condanne tutto sommato lievi ma in città molti hanno smesso di cercarlo solo perché è morto e perché con anni di duro lavoro io e mio fratello abbiamo saldato quasi tutti i debiti. Quasi. In questi giorni pensavo a Di Maio e alla vicenda del padre e mi domandavo: ma se io un domani volessi candidarmi che so, a sindaco, come potrei con un padre così a curriculum? Ma soprattutto: perché io – lavoratrice onesta – dovrei giustificarmi per i suoi casini? Perché un padre disonesto deve diventare un marchio ereditario e discriminatorio?

Ludovica

 

Secondo me sei pessimista. Se da imprenditrice di questi tempi hai saldato debiti e addirittura debiti NON tuoi ai fornitori, secondo me non ti fanno sindaco, ti fanno papa.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

Rom, dalla solidarietà all’estorsione: il caso del parroco di Testaccio a Roma

Rom e accoglienza, rom e razzismo. Ecco un caso che sarebbe meglio non tagliare con l’accetta. Un caso limite e anche emblematico, raccontato dalle cronache locali della Capitale la scorsa settimana. È accaduto a Testaccio, uno degli antichi quartieri rossi di Roma ai tempi del Pci e poi del centrosinistra.

Don Ernesto Grignani, sacerdote mite e generoso, è il parroco di Santa Maria Liberatrice, la chiesa di Testaccio storicamente gestita dai Salesiani (nella foto). Qui le opere di carità, rivolte a italiani e migranti, sono sempre state un tratto distintivo dell’attività pastorale. La storia di don Ernesto comincia quando da lui si presenta un rom che ha bisogno d’aiuto. Il prete gli dà un sostegno economico. Sono soldi che arrivano soprattutto dall’Elemosineria Vaticana, tramite una richiesta ufficiale e la garanzia della diocesi di appartenenza. Di solito la cifra è tra i 150 e i 200 euro.

L’uomo aiutato è d’origine bosniaca. La notizia del contributo si sparge però nella sua comunità e a quel punto Testaccio diventa la meta di una ventina di rom bosniaci. Tutti giovani, con figli. Un pellegrinaggio quotidiano, con stazionamenti di ore davanti agli uffici della parrocchia, sul retro della chiesa. Don Ernesto aiuta anche loro. Nel corso dei mesi le richieste diventato pressanti.

Iniziano le minacce e le intimidazioni, a don Ernesto e ai suoi collaboratori. Il gruppetto diventa branco. Al citofono o per telefono. “Adesso bruciamo tutto”. E così don Ernesto finalmente denuncia tutto. In un anno gli insistenti bosniaci gli sono costati quasi 8mila euro. Al sacerdote non manca la solidarietà politica. Scontata quella di Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia: “Siamo tutti con don Ernesto!”. Anche Nicola Zingaretti, governatore del Lazio nonché aspirante segretario del Pd, manda un messaggio: “Vicino a don Ernesto, alla sua solidarietà e al suo coraggio”. Forse, la formula migliore per definire la storia.

La vicenda supera i confini romani e telefona pure Marco Minniti, l’ex ministro dell’Interno e altro candidato alle primarie dei democratici. Minniti promette persino una visita al parroco, poi annullata. Gli unici a rimanere in silenzio sono i grillini della Capitale.

Le lotte contro i “machi” sono inutili se si usa questo linguaggio

Uomini ottusi, disonesti e scoreggioni. Donne pragmatiche, ragionevoli, eleganti e pulite. Che schifo il mondo governato dai maschi. Se le femmine fossero al potere ci sarebbe più giustizia, specie sotto le lenzuola. L’uscita androfoba di Angela Finocchiaro? L’ultimo pezzo di Luciana Littizzetto? Un monologo di Geppi Cucciari? Macché: è il succo di Donne al parlamento, commedia di Aristofane, 392 avanti Cristo: testo scritto da un uomo e interpretato da uomini per una platea di uomini. Già, è questa la brutta e sorprendente notizia: il sessismo al femminile, i cliché antimaschio, gli stereotipi che ancora oggi imperano nell’umorismo “rosa”, sullo schermo o fra amiche in pizzeria, li hanno inventati proprio i maschi – e forse per questo sono così grevi.

Lazzi e paradossi che ci sembrano liberatori, ma in realtà sono solo un rovesciamento che, gattopardescamente, lascia tutto com’è e non mette in discussione lo status quo. Alla fin fine è sempre lagnarsi, solo in modo più divertente. La satira si nutre da sempre di estremizzazioni e di iperboli, ma dobbiamo proprio usare schemi vecchi come il Partenone? Quando una quarantenne ironizza sul suo uomo che lascia i calzini in giro e non alza la tavoletta del wc, le mie figlie adolescenti non ridono della battuta, ma di lei. La trovano patetica e superata. Mentre adorano Anna Gaia Marchioro, la prima e per ora unica comedian italiana gay: lei abita nel loro tempo, dove il genere non inchioda più necessariamente a un fato e a un ruolo, è solo una porta attraverso cui si arriva nel mondo, e il resto è scelta. Dire che tutti gli uomini sono cacche è scioccante, che si possa dirlo in tivù può essere inebriante. Ma è anche maledettamente da perdenti. Termine, non a caso, uguale sia al maschile che al femminile: è la grammatica a dirci che nella guerra fra i generi non vince nessuno.

Femminismo non significa poter insultare tutti gli uomini

Lo ha fatto deflagrare, senza volerlo, uno sketch sulla Rai di Angela Finocchiaro due settimane fa, in cui l’attrice comica diceva a un gruppo di bambine sedute davanti a lei che “tutti gli uomini sono pezzi di merda”, compreso il papà di una ragazzina che gli aveva chiesto se lo fosse anche il proprio genitore. È il sessismo verso i maschi, quello per cui, appunto, gli uomini sono tutti pezzi di merda e basta.

Eppure in molte hanno difeso l’attrice, nonostante fosse evidente che l’ironia, quando ci metti i bambini come in quel caso, svanisce e resta solo la lettera (in questa occasione agghiacciante). Troppo spesso noi donne confondiamo le giuste lotte per i nostri diritti con la tesi per cui tutti gli uomini sono, senza distinzioni, violenti, ingiusti, rozzi, analfabeti sentimentali, pronti a farci del male e fotterci.

Una contraddizione evidente, visto che molte di quelle che lo pensano non solo hanno mariti e figli maschi, ma– certamente – conoscono anche uomini immensamente teneri, generosi, coraggiosi e benevolenti. Mentre non basterebbero loro le dita per contare donne superficiali, pavide, emotivamente illetterate e dunque violente a loro modo, pronte a far del male e fottere gli altri. Sì, criticare una donna nulla c’entra con lo sminuire le battaglie per la parità, e anzi l’idea che non si possa attaccare una persona di sesso femminile in quanto tale è paradossale e assurda, mentre è sessismo pensare male dell’uomo a prescindere. Avremmo accettato lo stesso sketch rovesciato, in cui le donne fossero definite pezzi di merda anche se madri? Certamente no. E allora cerchiamo di separare i problemi di genere dal rapporto con l’altro. Senza guardare ai suoi genitali, ma al suo cuore e cervello (e al modo in cui li usa). Potremmo fare sorprendenti scoperte e liberarci, soprattutto, da penosi e dannosi cliché.

Paul Pogba, l’ultimo scalpo di Mourinho

Da quando fa l’allenatore, e cioè dal 20/09/2000 giorno in cui sostituì Jupp Heynckes sulla panchina del Benfica, Josè Mourinho non ha mai attraversato una stagione difficile come quella in corso, la terza da coach del Manchester United. Ma una cosa è certa: anche se a fine anno nella bacheca – tra cui spiccano 8 titoli vinti in quattro paesi diversi, 2 Champions League, 2 Europa League, 4 Coppe di Lega inglesi e tanto altro – non dovesse arrivare alcun trofeo, nella sala dei trofei di caccia (al campione ribelle) un nuovo scalpo è già andato ad aggiungersi a quelli di Shevchenko, Balotelli, Pepe, Benzema, Casillas e altri: quello di Paul Pogba. Scalpo illustre e guarda caso causa diretta dell’ultima rottura tra i due. “Pensa più ai capelli che al Manchester”, ha detto Josè ai suoi collaboratori quando al Lowry Hotel, sede dei ritiri pre-partita dello United, a due ore dal match col Crystal Palace, la settimana scorsa, vide arrivare con tanto di valigetta il parrucchiere personale di Pogba, desideroso di dare un ritocco interpretativo alla sua capigliatura hair-tattoo famosa per le stelle da sceriffo sulla tempia destra e i ghirigori etruschi sulla sinistra.

Mourinho – che già aveva degradato l’ex juventino da vice-capitano a soldato semplice, dopo una story postata su Instagram dal francese in cui Paul rideva di gusto nello spogliatoio subito dopo la clamorosa eliminazione patita in Coppa per mano del Derby County – ha rimandato Pogba sotto la doccia nella penosa partita col Crystal e lo ha poi escluso in Champions contro lo Young Boys.

Detto che il francese era già riuscito nell’impresa di farsi mandare in panchina da Deschamps agli Europei 2016 dopo essersi presentato a pranzo, il giorno di Francia-Albania, in ritardo e in ciabatte, una cosa è certa: a dispetto dei 110 milioni fatti spendere allo United per acquistarlo, Mourinho ha ormai bollato il francese come inaffidabile e su di lui ha messo una croce. L’ennesima della sua carriera di allenatore- educatore.

Più famoso è il calciatore da rieducare e più lo Special One sa essere spietato. Nel 2007, a un tifoso del Chelsea che dalla tribuna gli urlava: “Mister, dov’è Shevchenko?” (relegato da Josè a ultima delle riserve), rispose mimando un colpo di golf, che secondo Mou era la vera specialità di Sheva. Ai tempi del Real Madrid Josè venne a sapere che Casillas, il capitano, dopo un Real-Barcellona giocato a tensione altissima aveva telefonato a Puyol e Xavi per scusarsi. Mourinho aveva da tempo il sospetto che nello spogliatoio ci fosse una talpa: concluse che si trattava di Casillas e lo fece fuori promuovendo titolare Diego Lopez e scandalizzando la Spagna. Di Benzema, che sotto Josè andò in crisi di gol, disse: “Dite che il Real fa pochi gol? La verità è che vado a caccia con il gatto”. E su Balotelli, che secondo Mou aveva “un solo neuronio, forse infortunato”, disse che avrebbe potuto scrivere un libro di 200 pagine. “Ma non drammatico, comico. A Kazan, in Champions, non avevo Milito, non avevo Eto’o, il solo attaccante rimastomi era Balotelli. Che al 43’ si fece ammonire. Nell’intervallo passai 14 dei 15 minuti a parlare con lui, devi stare buono, controllarti, non reagire mai altrimenti rischiamo di restare in 10 e non ho più nessuno da mettere. Torniamo in campo, pronti-via e Mario dopo 10 secondi si fa ammonire. Espulso”.