Il grande capo della Cina, Xi Jinping, si è esposto in prima persona lo scorso 1° novembre. In una riunione a porte chiuse con amministratori e proprietari di aziende piccole e grandi ha scandito una per una questa parole: “Ogni imprenditore privato deve assumere ogni giorno una pillola contro l’ansia e con lo spirito in pace dedicarsi allo sviluppo della propria azienda”. Parole dolci come il miele per persone che hanno sposato le regole del capitalismo in un mondo dove, teoricamente, “il popolo” stabilisce cosa si può o non si può fare ed avere. In Cina, la danza dello sviluppo e della crescita segue i ritmi scelti dal Partito comunista e non poteva esserci messaggio più forte da parte del potere per tranquillizzare le imprese che non hanno dietro lo Stato come azionista o come unico proprietario e che ogni giorno navigano nei mari tempestosi del mercato. Il comparto privato è una realtà enorme del gigante asiatico, con aziende come il Jd Group (internet ed e-commerce) che sono riuscite ad attraversare il Pacifico per essere quotate al Nasdaq di New York o la Suning Holdings, la seconda più grande azienda privata di Cina, che ha allargato i suoi interessi (è leader nel retail) comprandosi perfino una squadra di calcio della Serie A italiana come l’Inter. La fotografia delle aziende private made in Cina è questa: statistiche ufficiali alla mano, valgono il 60 per cento del pil e l’80 per cento della forza lavoro occupata.
Da Deng Xiao Ping all’e-commerce
La sortita di Xi Jinping non è da considerare un intervento estemporaneo. È arrivata in un momento cruciale per il settore privato della Cina comunista. Le aziende stanno soffrendo per una serie di fattori combinati. Per loro l’accesso al credito non è mai stato facile perché le banche statali preferiscono aprire i cordoni della Borsa alle aziende dello Stato, dunque avere a che fare con i mandarini comunisti perché così i rischi sono più bassi e i favori di qualsiasi genere dietro la porta. Visto che il credito alle aziende private non supera il 25 per cento dei prestiti erogati dalle banche statali, le società sono state costrette, soprattutto negli ultimi anni, a cercare finanziamenti nel cosiddetto shadow banking oppure ad emettere bond a tassi di interesse che si possono permettere solo quando gli affari vanno davvero a gonfie vele. Adesso che l’economia non tira più al massimo, non si contano le aziende che sono andate a gambe all’aria e che sono in stato comatoso (nel solo 2017 ci sono stati 45 casi di default dei bond aziendali). Se poi si aggiungono stagioni come quella attuale in cui la Cina si trova ad affrontare una guerra dei dazi con gli Stati Uniti, la situazione non può che peggiorare. E sul fronte interno molti capi azienda sono letteralmente scomparsi negli ultimi due anni, vittime della campagna anti corruzione lanciata in grande stile da Xi Jinping. Eppure, nell’ultimo decennio, le aziende private (hanno cominciato il loro lento cammino, tra forti accelerazioni e brusche frenate, nel 1978 durante la leadership di Deng Xiao Ping) hanno creato ricchezza e sono state un motore fondamentale per la trasformazione dell’economia cinese da semplice fabbrica di montaggio di prodotti a basso valore aggiunto da esportare in tutto il mondo grazie a bassi salari e condizioni di lavoro impensabili in Occidente in economia di avanzata tecnologia. Con l’effetto di creare una classe di nuovi ricchi che non ha paragoni con l’Occidente capitalista: gli amanti delle statistiche sui nuovi miliardari hanno contato che nel 2017 ne spuntavano due nuovi ogni settimana.
A guardare la classifica delle più importanti aziende private cinesi si scopre che nel 2017 le prime dieci hanno fatturato 3 mila e 669 miliardi di dollari. Il gruppo di testa (sono almeno 500 quelle in grado di competere sui mercati internazionali) è rappresentato da società che operano nell’e-commerce, nella tecnologia del web, nelle telecomunicazioni, nell’immobiliare (l’edilizia residenziale in Cina è di fatto nelle mani dei privati), nel commercio, nel trattamento di metalli non ferrosi. Nella top ten non c’è Alibaba, ferma a 23 miliardi di dollari di fatturato, il cui fondatore Jack Ma ha la tessera del Partito in tasca, ben lontana dalla decima posizione occupata dalla Dashang (supermercati) con 42 miliardi di fatturato.
Telefonini leader, interisti al 2° posto
Al primo posto, con un fatturato di 91 miliardi di dollari c’è ovviamente la Huawei Techonologies, seconda solo alla coreana Samsung nella produzione di smartphone, 170 mila dipendenti, base a Shenzen, la città cinese che è di fatto la più grande fabbrica al mondo per numero di impianti. Huawei nasce dall’idea di Ren Zhengfei, un ingegnere che faceva parte delle forze armate cinesi. Oggi è diventata una delle aziende all’indice del presidente statunitense: Donald Trump non vuole che operi negli Usa per motivi di sicurezza nazionale e ha chiesto ai Paesi alleati di chiudere le porte a questa società. In Italia la Huawei è in corsa per la fase di sperimentazione, in alcune città, del futuro G5, la connessione ad alta velocità. Al secondo posto delle top ten, c’è la Suning Holdings dove un posto di rilievo come socio lo ha il miliardario Zhang Jindong e il cui fatturato nel 2017 è stato di 84 miliardi di dollari. La Suning Holdings ha numerose sussidiarie, inclusa la Suning Sport che è comproprietaria dell’Internazionale Football Club di Milano: Zhang Kangyang detto Steven, figlio 27enne di Jindong, dell’Inter ha assunto recentemente la carica di presidente e non si perde una partita a San Siro. Suning naviga in un mondo finanziario dove il proprio marchio ha interessi nella cultura, nell’intrattenimento, nelle costruzioni, nel commercio, nella tecnologia.
Con colossi come quelli cresciuti a partire dall’inizio del ventunesimo secolo, il presidente cinese Xi Jinping era obbligato a confrontarsi. La scelta di sostenere l’iniziativa privata è sicuramente il risultato di una lunga discussione all’interno del Partito comunista dove non tutti sono d’accordo con il leader. Non è un caso che proprio qualche giorno prima del suo incontro con gli imprenditori privati e dell’invito a prendere una pillola anti ansia e a tirare diritto, sia apparso sul web – ed abbia avuto grande seguito prima di essere cancellato – un post sul blog di Wu Xiaoping, ex dirigente della China International Capital Corporation, la prima banca cinese a formare una joint venture con istituzioni straniere per gli investimenti fuori dalla Cina. Secondo il blogger, le aziende private dovrebbero essere pian piano eliminate e messe ai margini del mercato ed essere sostituite da altrettante società a capitale misto pubblico-privato. Che l’idea del blogger abbia un seguito nelle istituzioni del Paese lo ha confermato il fatto che organi di informazione come il Quotidiano del Popolo, Bejing News ed Economic Daily siano interventi con critiche molto dure alle tesi del blogger.
L’ultima grande sfida è il credito bancario
La linea del leader cinese ha invece dato fiducia al settore privato, la cui speranza principale è di vedere la fine della discriminazione nella possibilità di accedere al credito bancario. Ma ha ridato anche speranza a coloro che hanno visto le loro creature distrutte da eventi non legati alla competizione sui mercati interni ed esteri. Una persona in particolare ha applaudito alla scelta del leader cinese e, seguendo il consiglio di Jinping avrà preso un’intera scatola di pillole anti ansia.
Si chiama Gu Chujun, ha 59 anni e all’inizio di questo secolo divenne uno dei più ricchi imprenditori privati cinesi. Ingegnere, aveva creato un piccolo impero nel campo dei frigoriferi e condizionatori d’aria. La rivista Forbes lo aveva inserito nel 2001 tra i venti più ricchi in Cina. Poi nel 2005 finì sotto processo per aver falsificato i bilanci. Risultato, 10 anni di carcere e un milione di dollari di multa. Lui si difese dicendo che polizia e autorità fiscali lo avevano messo all’angolo con l’obiettivo di portargli via le aziende e lui, avendo resistito, era finito in tribunale con accuse costruite ad arte.
Gu Chujun non si è mai arreso. È riuscito a chiedere la revisione della sentenza e in un Paese dove la giustizia non è un potere autonomo ma dipende direttamente dal Partito comunista e dal governo ha ottenuto uno straordinario risultato quando la Suprema Corte del primo circuito di Shenzen ha accolto di rivedere interamente il suo processo. Alla prima udienza sono stati ammessi solo sei giornalisti e la Corte riassumendo l’udienza sul suo account su Weibo ha detto che vuol rivedere tutto, carta dopo carta, accusa dopo accusa.