Software libero, la conversione dei giganti dell’industria web

Carnivori che stanno diventando vegetariani? Sembra quello che sta accadendo nel mondo dei software con due grandi operazioni che ne stanno ridisegnando il futuro: industria e open source vanno verso la simbiosi. Le due operazioni sono multimiliardarie. Una la guida Microsoft che sta completando l’acquisto di Github: la piú grande piattaforma di sviluppo di software, disegnata, sin nella sua architettura, sulla filosofia open source. L’altra operazione l’ha annunciata Ibm. Ha acquistato la piú grande impresa di servizi open source: RedHat. GitHub é stata acquistata per 7,5 miliardi di dollari, quasi quattro volte l’ultima valutazione ricevuta dalla start up: una piattaforma con numeri da capogiro, ma bilanci in rosso cronico. Mentre RedHat é passata di mano per 34 miliardi, circa il 40 per cento di sovrapprezzo rispetto rispetto al valore di borsa: una delle piú grandi acquisizioni di sempre nel mondo della tecnologia.

Insieme le due operazioni danno la misura del cambiamento epocale che si é ormai consumato intorno all’open source. Una parabola sorprendente, per un fenomeno nato ai margini dell’industria, dentro comunitá informali di sviluppatori, inizialmente privi di organizzazioni e risorse. Le libertá di uso, modificazione, riproduzione, redistribuzione, che tutte le licenze di software libero o a codice aperto consentono, infatti rendono il software un bene accessibile a tutti: un commons moderno. Che come tale non puó essere commercializzato.

La conversione di Microsoft é quella che piú colpisce: l’azienda fondata da Bill Gates é stata la storica avversaria del software libero. Ancora oggi difende sui personal computer un monopolio di fatto, con il suo software “proprietario” Windows. La diffidenza é quindi grande e comprensibile. Però giá da diversi anni Microsoft sta provando a rovesciare la sua immagine per accreditarsi come una compagnia amica dell’open source. E in questi giorni, per rassicurare i milioni di sviluppatori e le decine di migliaia di organizzazioni ospitati su GitHub tentati dalla fuga verso piattaforme alternative, ha fatto un passo clamoroso. Ha annunciato il suo ingresso nella Open Invention Network (Oin), il consorzio di imprese che si impegnano ad astenersi da denunce per violazioni di brevetti sugli sviluppi basati su Linux, il sistema operativo base dell’open source. Inoltre ha apportato all’Oin 60.000 brevetti, un numero che dà una misura della caotica giungla che ha generato la moltiplicazione della logica proprietaria nel software – una causa non secondaria del progressivo successo dell’open source – ma anche della volontá reale di Microsoft di inserirsi nel sistema open source.

Le cause che hanno spinto l’industria verso l’adozione del modello open source sono state molte. Le imprese hanno imparato a modulare in modi nuovi, competizione e cooperazione, mercificazione e condivisione. La condanna di Google a una supermulta per abuso di posizione dominante, per il suo sistema operativo open source, Android, ne offre un esempio. I prevedibili conflitti di interesse tra Microsoft e GitHub – nonostante il nulla osta della Commissione Ue – ne lasciano intravedere un altro.

Ma ormai siamo a un punto di svolta. Si sono invertiti quegli effetti cumulativi e quelle economie di convergenza cosí importanti nell’evoluzione tecnologica e nelle economie di rete. Meccanismi di intrappolamento, dipendenze dalle traiettorie passate, interdipendenze tra sistemi e sinergie esterne, economie di scala: tutti elementi che hanno a lungo favorito le soluzioni proprietarie, come il caso di Windows esemplifica.

Solo che ora, su tutte le frontiere dell’innovazione, é l’open source che si sta imponendo come standard, beneficia di questi effetti cumulativi e costringe tutta l’industria a cambiare modelli di commercializzazione e competizione. Seguire percorsi proprietari, a questo punto significa isolarsi. E neppure la piú grande impresa di software, se lo puó permettere.

La vittoria dell’open source é stata un lunga marcia. É iniziata nei server. Ha conosciuto un primo shock con Android: un’abile strategia open source di Google, che ha rivoluzionato il mondo della telefonia mobile. Si sta adesso imponendo nell’Internet delle cose, nei centri dati, nell’intelligenza artificiale. Ma soprattutto – sospinta in questo caso da Amazon – si é giá consolidata nella “Nuvola”, la modalitá emergente di accesso a servizi software. Qui, Linux ormai domina come piattaforma e infrastruttura di base nei servizi cloud. Ed é questa la ragione piú prossima delle acquisizioni di Microsoft e Ibm.

L’open source é il terreno su cui viaggia la competizione capitalistica nel software. É peró anche un terreno collaborazione tra migliaia di imprese, a una scala senza precedenti e secondo modalitá inedite. I membri – platino, oro, argento: cosí si chiamano – della Fondazione Linux, lo dimostrano bene. C’è tutta, ma proprio tutta l’industria tech. Giganti cinesi inclusi.

Un pezzo importante dell’infrastruttura tecnologica digitale sta abbandonando la logica della proprietá intellettuale. Anche se non certo per ragioni ideali.

*ricercatore presso l’IGOP – UAB Barcellona

Gli Arconi di Perugia stuprati

E sì che Raffaello a Perugia dovrebbe essere di casa. Ma nulla, non sarebbe potuto cadere più nel vuoto il suo appello, rivolto nel 1519 a papa Leone X, a mettere pace tra passato e presente, a costruire, sì, “grandi edifici”, ma “lasciando vivo il paragone degli antichi”. Detto in altri termini (e da uno che si era trovato a partecipare alla traumatica demolizione e ricostruzione della Basilica di San Pietro), non è vero che la modernità debba crescere a spese della storia, mangiandola e distruggendola. Viene in mente questo altissimo, lacerante appello guardando lo strazio degli Arconi di Perugia: le maestose architetture trecentesche che sorreggono la Piazza del Sopramuro, dove sorge il Palazzo del Capitano del Popolo e oggi dedicata a Giacomo Matteotti. Quei grandi vani, carichi di storia e maestosamente vuoti, negli ultimi mesi sono stati riempiti di cemento, con grandi strutture che si proiettano verso l’esterno e che in questo momento vengono completati da vetrate postmoderne. Uno strazio storico ed estetico: oltre che un azzardo grave, in una terra sismica. Perché la storia insegna (vedi il caso tragico della vicinissima Basilica di Assisi) che il matrimonio tra cemento e architettura medioevale può essere fatale.

Il progetto è dell’attuale giunta comunale perugina guidata da Andrea Romizi (Forza Italia, Fratelli d’Italia e gli altri pezzi della destra), ma finanziato dalla Regione Umbria (Pd), in una sorta di perfetta illustrazione del trasversale partito del cemento. E per amara ironia della sorte, il fine è quello trasformare gli Arconi in una biblioteca multimediale pubblica. Già: in un Paese in cui le biblioteche chiudono, muoiono, sono senza soldi e senza personale il paradosso vuole che per costruirne una (ottima idea) si distrugga un luogo cruciale della storia di una delle nostre più belle e amabili città (idea pessima). “Le cose belle lo sono di meno, se sono fuori posto” (Jean de la Bruyère, Les caractères, 1688): precetto fondamentale, e tanto più vero se si pensa che quegli spazi chiusi e comunque limitati sono tutto il contrario di ciò che servirebbe ad una biblioteca.

La storia degli Arconi, cioè la storia di una paradossale cancellazione di un bene culturale in nome della cultura, è terribilmente istruttiva sotto vari punti di vista. Intanto rende evidente la nostra incapacità di leggere la città storica e accordare la nostra anima sul suono altissimo che esce da quelle mura. Il rapporto tra pieni e vuoti, quello tra paesaggio e architettura, le pause e la poesia dello spazio sono aspetti del tessuto urbano antico assai più difficili da definire e da comunicare delle emergenze architettoniche. Nessuno penserebbe (ancora) di trasformare la Fontana Maggiore di Perugia in un vivaio di trote, anche se non ci si fa nessuno scrupolo ad affogarla nella imbarazzante tendopoli di Eurochocolate. Ma il vuoto degli Arconi siamo incapaci di leggerlo, di apprezzarlo, di amarlo: come una musica che non riusciamo più a sentire.

In secondo luogo, la tormentata storia del progetto (con il legno originario che diventa cemento) svela l’impotenza degli organi di tutela: nulla ha potuto la Soprintendenza, piegata dalle norme patrimonicide dello Sblocca Italia renziano e dal continuo avvicendarsi dei pochi funzionari rimasti. La morale è che ormai dei beni culturali si può fare impunemente ciò che si vuole.

E poi è una storia che racconta lo scollamento tra le amministrazioni, i governi delle nostre città, e la parte viva e attiva della cittadinanza. Nessuno contesta la legittimazione giuridica dei sindaci a decidere e a fare quel che hanno deciso. Ma quando un elenco infinito di associazioni e singoli perugini capaci di raccogliere in poco tempo 1500 firme di cittadini chiede in modo argomentato di ripensare un progetto che stravolge per sempre un bene comune che appartiene anche a chi non è ancora nato, ebbene forse sarebbe il caso di sostare, e di ascoltare.

Gianfranco Maddoli, insigne storico greco e già sindaco della città nella tramontata stagione dei professori, ha parlato di arconi “stuprati” da escrescenze in cemento aggettanti, e lo storico medioevale Franco Mezzanotte ha definito l’operazione “un’imbecillata”, nel senso etimologico di persone che procedono sine baculo, cioè senza sostenersi col bastone della ragione. E la esemplare petizione lanciata da Primo Tenca, presidente della Società perugina di Mutuo Soccorso, non è certo ispirata da un immobilismo preconcetto: “Gli Arconi richiedono la massima attenzione nel restauro e, ancor prima, nella scelta di un utilizzo compatibile con la loro natura. Il tema del loro riuso – ripensato assieme a quello degli altri contenitori materiali e immateriali di valore identitario – necessita di una visione complessiva da parte di chi è chiamato a decidere le sorti dello spazio urbano nel lungo periodo. Ciò non significa che, oggi, non si debba o si possa più proseguire nella strada dell’innovazione, ma significa che ‘mettere le mani’ su di un tale coacervo di monumentalità comporta ineludibili cautele, che non è in alcun modo possibile disattendere. La conoscenza degli Arconi, la loro salvaguardia e il loro utilizzo richiedono, pertanto, particolare attenzione”. Non si sarebbe potuto davvero dir meglio: peccato che l’amministrazione comunale abbia fatto l’esatto contrario. E così a Perugia la scervellata guerra tra presente e passato conta i suoi caduti: gli Arconi.

La Calabria abbandonata rivive con Calopresti

Il patto tra Mimmo Calopresti, nelle abituali vesti di regista, e Fulvio Lucisano, in quelle di produttore cinematografico, era semplice, senza scorciatoie o alibi: “Il film lo giriamo solo se troviamo la location giusta”.

Ferruzzano Superiore, a venti chilometri dal mare, pieno Aspromonte, a un tiro di schioppo da San Luca, patria della ’ndrangheta, a poco più di un’ora dall’aeroporto di Reggio Calabria, vissuto come il confine con il resto del mondo. Qui il senso del tempo arriva da piccoli particolari: un water sbeccato e abbandonato dentro una casa senza tetto, l’involucro vuoto di un pacchetto di patatine fritte. Il filtro di una sigaretta consumata. Una parabola, una sola, puntata sulla modernità.

Per il resto, Ferruzzano Superiore, “è esattamente come la Africo nel 1950: un set naturale, incredibile, non siamo intervenuti quasi su nulla, niente di strutturale, solo piccole rifiniture funzionali al film”, racconta Calopresti.

Ieri, oggi, e domani?

Ferruzzano è un lembo d’Italia dove l’Italia non sembra mai arrivata, criogenizzato all’epoca di Togliatti e De Gasperi, solo che gli abitanti di allora non sapevano neanche dell’esistenza dei due leader, della Costituente, del referendum Repubblica o Monarchia, mentre oggi non ci vive quasi nessuno: appena tre abitanti, tutto il resto è abbandonato; uno di loro, il proprietario di quella parabola, è un artista, ed è “scocciato per la nostra presenza. Troppa confusione”, sorride Calopresti.

Una donna ci prende sottobraccio: “Vuole vedere casa mia?” Certo.

Lucia ha poco più di sessant’anni, trenta e passa dei quali vissuti a Roma, è sul set per mera curiosità. “Non vivo qui da un paio di decenni e non ho più voglia di sistemarla. È un peccato”. Ha ragione. Un qualunque agente immobiliare scriverebbe: sono oltre duecento metri quadri in pietra, con vista sulla vallata, il mare sullo sfondo, “però mi sono arresa, una volta ho provato a cambiare gli infissi (in alluminio, purtroppo): dopo pochi giorni qualcuno li ha rubati. Se le piace è sua: le regalo l’immobile”. Scherza? “No, perché se andiamo avanti così, a breve crollerà. Magari ha la forza di salvarla”.

La storia del film è liberamente tratta dal libro di Pietro Criaco Via dall’Aspromonte (Rubbettino, 2017), ed è la ricostruzione di un episodio realmente accaduto: siamo nel 1950, appunto, e l’Italia è pronta a correre verso il miracolo economico, ma ad Africo devono ancora arrivare l’acqua potabile, le fogne e la luce. L’asfalto ha un che di esotico. E l’unica farina reperibile è quella scura e acida realizzata con la macinatura delle lenticchie.

Scrivono Calopresti e Monica Zapelli nella sceneggiatura: “Cicca, la moglie di Massaro Salvatore, è sdraiata su un giaciglio, la fronte è madida di sudore, le gambe sono gonfie, si lamenta. Ha il viso giovane e il ventre pronunciato di chi è alla fine di una gravidanza. All’interno della casa, un vano poverissimo che dà direttamente sulla strada, con il pavimento di terra battuta, si è radunata una piccola folla. Andrea non riesce a staccare gli occhi dalla donna che biascica poche parole disperate”.

Sta male, malissimo, il dottore non arriva da questi cafoni arroccati sul monte, dispersi sul monte, dimenticati su quel monte, così sono gli stessi cafoni ad affrontare l’ignoto: “La discesa degli uomini verso la pianura ha il sapore di una calata agli inferi. Camminano tra le pietre, lungo un sentiero scosceso e irregolare. Cicca si lamenta disperata, mentre la barella sobbalza a ogni passo lungo il terreno. Gli uomini hanno il viso imperlato dal sudore. Ma avanzano, sforzandosi di non sentire la stanchezza”.

Inutile.

Cicca e il bambino muoiono.

In paese scatta la ribellione.

La ribellione è (anche) costruirsi una strada da soli, pietra a pietra con mani, braccia, e piccozze, e tutto solo per uscire dall’isolamento, per agganciare il paesino al resto del mondo. L’aspetto simbolico non è così celato.

Calopresti è nato a Polistena, non lontano da Ferruzzano. Nel cast anche Marco Leonardi, Francesco Colella e Marcello Fonte, tutti calabresi.

Fonte dopo aver vinto la Palma d’oro a Cannes come protagonista di Dogman, ha pubblicato una bellissima, sincera, imprevedibile e autoironica biografia, Notti stellate (Einaudi, 2018).

Scrive: “Per costruire mio padre riciclava di tutto, anche i chiodi: li staccava dalle tavole, li poggiava sopra una pietra apposita e menava con il martello sulla parte storta fino a farli dritti. Lo vedevi arrampicato sui pali a inchiodare tavole, a trafficare con gli attrezzi, a prendere misure, segare, cercare soluzioni. Per le lamiere del tetto faceva lui stesso le guarnizioni: ritagliava una camera d’aria in quadratini e li metteva tra il chiodo e la lamiera, così l’acqua non gocciolava”.

E ancora: “Il fuoco era permanente, da noi, serviva anche a scaldare l’acqua per lavarci, per cucinare, per stare là a guardarlo (…). Il bagno era ricavato nel sottoscala, angusto per il soffitto che andava a scendere. C’erano un lavandino che manco funzionava, la tazza e un secchio che serviva per buttare l’acqua perché lo sciacquone non c’era”.

Marcello Fonte (detto Marcellino per l’aspetto minuto) è nato nel 1978, questa parte di racconto si riferisce ai primissimi anni Ottanta, eppure sembra Africo nel 1950 o Ferruzzano oggi; un unico legame.

Lui è perennemente sul set, non si è lavato per quasi due mesi, il ruolo è lui, lui è il ruolo (interpreta il poeta di Africo): piedi scalzi, unghie lunghe e vestiti laceri; il suo idioma volontario è un misto di calabrese e italiano, nei momenti di pausa gioca con i (tanti) bambini arruolati da Calopresti, e in pausa pranzo, organizzata nella via principale di Ferruzzano con una lunga tavolata, imbraccia una fisarmonica e suona le canzoni tipiche della zona. Chi conosce le danze, balla.

Per tutti i presenti non è solo un film, non lo dicono apertamente, forse non ne sono neanche consapevoli, sembra un reale ritorno alla terra, ai racconti dei loro nonni, ai camini accesi, alla ricerca dei punti di un orgoglio sopito in anni e anni dove il mondo ha associato la Calabria alla sola criminalità, e il (presunto) fascino di quella regione è diventato solo omertà da esportazione.

E ciò lo capisci a tavola, o negli altri momenti collettivi.

Scrive sempre Fonte: “Di certo per Rosa (la mamma, ndr) noi figli dovevamo lavorare sempre: una volta i pomodori secchi, un’altra le melanzane, poi le olive schiacciate, poi i fichi secchi, poi il vino…”.

Rosa quei pomodori secchi e quelle melanzane le ha portate con sé: due enormi barattoli lasciati al ristorante dell’albergo, sede e ristoro della troupe; la sera Francesco Colella e Marco Leonardi li aprono, fetta di pane e chiudono gli occhi. “Oh, domani ne arrivano delle altre – li tranquillizza Marcellino – Comunque capisco il passare degli anni di mia mamma da quanto sale mette. Ultimamente troppo…”.

La signora Rosa è la memoria storica della compagnia: complice e silenziosa sentenzia se la ricostruzione scenica è giusta, se gli oggetti sono originali, se il linguaggio è adatto e plausibile. Dorme in stanza con il figlio.

“Se Marcellino si è montato la testa? Lui è un fenomeno”, parola di truccatore, sempre calabrese.

“L’altra sera è venuto a casa mia: a metà cena ci siamo resi conto di un problemino con il water. Insomma, si è otturato”. E allora? “Marcellino ci guarda e con assoluta tranquillità ci lascia a bocca aperta: ‘Avete uno straccio?’ Perché? ‘A Roma per anni mi sono occupato di cessi, ve lo sturo io!’ Capito?”.

Pausa finita, si torna a girare.

“Bambini via le scarpe!”, tutti scalzi, scalzi come un tempo, e con loro ci sono quasi solo le mamme ad accompagnarli “perché alcuni genitori sono in carcere o ai domiciliari”, interviene Calopresti. E da queste parti è la normalità.

Racconta uno degli autisti ingaggiati per il film: “Ognuno di noi conosce qualcuno coinvolto con la ’ndrangheta, magari solo per associazione esterna”. Un problema. “No – e si irrigidisce nella risposta – il problema è l’associazione esterna: devi avere paura a parlare con chiunque, perché chiunque può involontariamente coinvolgerti”. Inutile replicare che non è proprio così. “E poi non c’è lavoro, siamo quasi costretti ad andare al Nord o all’estero; a noi piacerebbe restare qui, a mantenere le nostre tradizioni”. È sposato? “Sì”. Nonostante la disoccupazione. “Il Paese è piccolo, qualcosa devi pur fare”. Con quali soldi? “Una festa grandissima, più di mille invitati e una colletta generale”.

“Silenzio, si gira! Ciak”, urla Calopresti.

Marcellino è accanto a lui, non si perde un fotogramma. “È un fenomeno, uno così è quasi impossibile trovarlo. Ha intuito, capacità, sintesi. Conosce i tempi. Insieme a Valeria ha girato delle scene stupende”.

Valeria Bruni Tedeschi interpreta il ruolo di un’insegnate materna arrivata dal Nord e spiazzata dalla condizione estrema nella quale deve vivere; a confronto il Paolo Villaggio di Io speriamo che me la cavo era un docente privilegiato.

Ore 15, per alcuni degli attori è terminata la giornata, si scende verso il mare. “Che combinano questi?”, domanda una delle comparse all’autista.

“Chi?”

“Questi! Non vedi? Stanno tagliando gli alberi”.

“Ah, sì. È vero”.

“Ma è pericoloso, non si può, e poi non lamentiamoci se quando piove viene giù la montagna”.

Silenzio generale.

Nessuna reazione, chi guida è già molto impegnato nell’evitare buche simili a voragini, aggirare le radici e gli oggetti non specificati rimasti sul fu asfalto, o segnali stradali risalenti chissà a quale periodo storico.

“Qui è così, è tutto abbandonato”.

Qui è Ferruzzano.

Qui è Africo.

Qui è Italia.

Qui siamo ancora ai tempi dell’inchiesta dedicata al Sud e alla Sicilia da Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti. Era il 1877.

 

“Sindaca saggia, ma prigioniera dei Cinque Stelle”

Sperando di acchiappare i 25 milla della manifestazione dei Si Tav del 10 novembre scorso e di esorcizzare il grande corteo No Tav che sfilerà a Torino sabato prossimo. Per farlo, ha deciso di sfidare anche la scaramanzia, firmando un libello di 96 pagine, Tav, perché sì, assieme a un vecchio compagno dai tempi del Pci, il “perdente” Piero Fassino.

Chiamparino, quante possibilità ha di farcela?

Oggi direi un terzo delle possibilità. Però può accadere sempre qualcosa…

Sarebbe a dire?

Un miracolo. Anzi, voglio regalarle un titolo per l’intervista: il miracolo di Gianduja.

Lei riesce a scherzare, quindi vuol dire che ci crede ancora. Ma che piattaforma politica è mai quella di una grande opera? Non ha funzionato per i No Tav, rischia di non funzionare anche per i Si Tav.

Quello che è accaduto il 10 novembre è una cosa nuova, cresciuta in poco meno di una settimana, ha mobilitato pezzi importanti della città e del Piemonte. Il corteo dell’8 dicembre credo sarà anch’esso molto importante per il numero dei partecipanti. Ma aldilà che non saranno solo piemontesi, è qualcosa di organizzato e di già visto. La novità sociale come il 10 novembre non ci sarà.

Ripeto: ma che razza di programma politico può essere quello che punta tutto sull’Alta velocità?

Non è così. Io non credo più a chi parla di costruire grandi programmi: spesso lo fa per nascondere il nulla. Contano le cose concrete, che possono aiutare chi lavora, chi produce, tutti noi. Un tempo si sarebbe parlato di riformismo. Proviamo a riflettere sull’esperienza dei No Tav e si capirà che ho ragione.

Che cosa può insegnarle quel movimento? Lei è sempre stato dall’altra parte, senza se e senza ma.

La verità è che loro hanno fatto politica vera sino al 2005, quando ci furono gli scontri di Venaus in Valsusa. Era la battaglia di una popolazione che chiedeva di poter dire la sua, di avere garanzie sull’ambiente e di cambiare il tracciato. Si mossero i sindaci e ottennero risposte. Il progetto è stato profondamente cambiato, per assicurare sviluppo e tutelare l’ambiente. Se oggi il leader di quei giorni, Antonio Ferrentino, siede in Consiglio regionale eletto nel mio listino di presidente, significa qualcosa oppure no?

I No Tav però non si sono fermati.

Ma sono diventati i nemici del treno, del mostro, e basta. Prevalgono i centri sociali, la popolazione locale è sempre meno presente. La novità dei Sì Tav sta in questo: lì c’è voglia di sviluppo, ma sostenibile. Io penso che l’equità e l’ambiente siano le due parole chiave per provare oggi a rilanciare la sinistra.

Chi le assicura che la maggior parte di quei 25 mila voterà per lei? Molti intravedono invece una prevalenza del centrodestra e di quella Lega di Salvini che, stando al governo a Roma ma anche a Torino, potrebbe contrastare il no dei 5 stelle.

Sono solo chiacchiere. Si voterà per le Regionali, ma anche per l’Europa: Di Maio, Appendino e il Movimento dovranno piantare tutte le bandiere possibili. E Salvini sarà davanti a un bivio: o accettarle o far cadere il governo. La seconda cosa non accadrà. Come vede, la politica non è sempre ciò che la logica sembra indicare.

Ecco allora spiegato perché ha scritto quel libretto di 96 pagine. Una sorta di manuale elettorale come quelli dei partiti di una volta?

La verità e che io non credo che con la Tav il Piemonte e Torino recupereranno tutto il gap con Milano e il Nord Est, ma so che senza sarebbe ancora peggio.

Ha provato a parlarne in questi giorni con l’Appendino? La sindaca si è trovata i 25 mila del sì in piazza e lei rischia di trovarsene almeno altrettanti che sono dalla parte del No.

La differenza è che l’Appendino sarebbe molto più saggia del suo movimento, ma la vicenda della Tav dimostra che non riesce a liberarsi dagli ultrà. È nelle condizioni di un allenatore di calcio che si fa dettare la formazione dai tifosi.

Ma se la Tav diventerà lo slogan della sua campagna elettorale, come pensa di recuperare i voti di chi la lasciato il Pd per i 5stelle alle Comunali 2018 e alle Politiche del 4 aprile?

In realtà, molti di quei voti se ne sono andati perché il Pd era identificato con il governo e con le istituzioni. In Piemonte non si vota pro o contro Renzi, ma per Chiamparino. E non è la Tav che impedisce di recuperare quei voti, anzi.

E se perde, dopo una carriera passata a vincere?

Sarebbe stato peggio farsi da parte, anche se ho 70 anni. Quasi una fuga: non potevo permettermelo e avrei paralizzato l’ultimo anno della mia giunta: se perderò, avrò comunque fatto tutto con dignità. E poi non si dimentichi di Gianduja e dei suoi miracoli…

No Tav: “Sabato noi saremo una vera marea”

“Saremo una marea. Molti più che alla manifestazione delle madamine”. Dana Lauriola, anima del centro sociale Askatasuna e dei No Tav piemontesi, non ha dubbi: sabato prossimo Torino sarà invasa da bandiere e slogan contro la grande opera più famosa d’Italia. C’è un’atmosfera sospesa in città: se cammini in via Garibaldi, se entri in galleria San Federico, trovi le insegne di Natale e i panettoni esposti come gioielli nelle vetrine di legno delle pasticcerie. Ma basta sedersi in un bar, ascoltare la conversazione di due signori con la borsa di pelle o di ragazzi con lo zaino e senti quella parola: “Tav”.

In gioco c’è molto più di un “semplice” tunnel (per quanto costi 8,3 miliardi, il 35% pagato dall’Italia). È un treno che si tira dietro tanti vagoni: la sorte della giunta di Chiara Appendino, per cominciare. Per non dire delle prossime elezioni regionali dove la Lega, favorevole al progetto, sogna il cappotto. Ma ci sono anche gli industriali, rialza la testa la classe dirigente che ha guidato la città per più di due decenni, dagli anni ’90 al 2016 e ora sogna la rivincita contro il M5S. Un’immagine racchiude tutto: Chiara Appendino in jeans, camicia bianca e giacca, mercoledì scorso alla scuola Holden illustra i suoi progetti su mobilità, accessibilità e sostenibilità. Si parla di Torino 2030, un appuntamento che finora sarebbe stato imperdibile. Ma stavolta più delle presenze sono risaltate le assenze. Come Dario Gallina, presidente locale di Confindustria: “Avevo altre priorità, il Tav ad esempio”. Oppure Vincenzo Ilotte, numero uno della Camera di Commercio. Il Tav pare un chiodo cui si appende tutto.

Lo sanno bene i comitati che da più di quindici anni si battono contro la grande opera. E che giovedì si sono ritrovati in piazza Palazzo di Città, di fronte al Municipio. Solo donne, “ma non madamine”, dicevano sventolando le bandiere. C’è Dana, ci sono i Cinque Stelle, come Francesca Frediani, consigliere regionale: “Lo studio sui costi benefici non è certo quello che avremmo voluto, ma dovendo coabitare con la Lega abbiamo dovuto trovare un compromesso. Certo che se un governo legittimato sceglie una linea non può arrivare uno (il governatore Sergio Chiamparino, ndr) e dire che si fa un referendum”.

Dalla finestra del suo ufficio osserva la scena Guido Montanari, assessore all’Urbanistica e vicesindaco. Sarà lui a portare la fascia tricolore in corteo: “La fascia rappresenta un sindaco e una maggioranza. Un primo cittadino che rappresenta tutti c’è solo nelle dittature. Noi abbiamo una posizione precisa dall’inizio: siamo contro le grandi opere inutili e siamo d’accordo di verificare la necessità di ogni progetto. Io sono per una società che sposta più byte che tonnellate. Qui sono in gioco investimenti miliardari, ma destinando risorse al trasporto locale e regionale si sarebbe cambiato il volto della città e della regione”. Montanari aggiunge: “Un vero dibattito sul Tav a Torino e in Italia non c’è stato”.

Allora, ecco il punto, il confronto si fa con le piazze. Le madamine sostengono di aver portato 40mila persone e i No Tav cercano di raccoglierne di più. “È un lavoro capillare, paese per paese. Torino, ma anche periferie e valli. Due, tre incontri al giorno, stiamo andando dappertutto”, racconta Dana. Il Ksa, Kollettivo Studenti Autorganizzati, lancia appelli sui social ai ragazzi delle superiori: “Usiamo i soldi Tav per l’edilizia scolastica”. E assicurano: “Con un metro di Tav si possono ristrutturare 1.269 finestre, 109 bagni, 3 tetti, 3.526 tapparelle, 317 caldaie”. È la guerra dei dati, ognuno ha i suoi. La gente non sa più di chi fidarsi, forse di nessuno. Intanto si preparano i manifesti: “Facciamo attacchinaggio”, racconta Marina, 66 anni, pensionata di Bussoleno, “non lo facevo dagli anni ’60”, e srotola un poster: “Per dire ‘sì’ a tante opere utili, diciamo ‘no’ alla Torino-Lione”. È il timore di essere intrappolati nella definizione di gente contraria a tutto. Poi ci sono i pullman da prenotare, le bandiere da preparare. Gli organizzatori hanno invitato anche le ‘madamine’: “Venite anche voi. Vi convincerete”.

L’8 dicembre ci si conterà. Si faranno i confronti. Peseranno i numeri, ma non solo. Se la manifestazione degenerasse per i No Tav sarebbe la sconfitta peggiore: “Può darsi che arrivi qualcuno che vuole soffiare sul fuoco, ma non è detto che sia dalla nostra parte. Anzi”, chiarisce Alberto Perino, anima dei No Tav dalle origini. Aggiunge: “Abbiamo detto a tutti: lasciate a casa le bombolette spray. Quando abbiamo voluto fare delle cose ‘calde’ lo abbiamo annunciato prima. Stavolta sarà un appuntamento per famiglie, una manifestazione della gente del Piemonte”. Non è una data a caso: l’8 dicembre 1943 alcune bande partigiane giurarono di combattere il fascismo. E proprio l’8 dicembre 2005 fu scelto da 10mila manifestanti per marciare verso Venaus e impedire l’arrivo dei macchinari con cui doveva essere scavato il tunnel geognostico.

Sabato sfileranno i No Tav, ma la settimana comincia invece all’insegna dei Sì Tav. Oggi pomeriggio alle Officine Grandi Riparazioni – dove una volta venivano aggiustati i treni e ora si tengono convegni, concerti ed esposizioni d’arte – arriveranno gli imprenditori, a cominciare da Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. “Infrastrutture per lo sviluppo. Tav, l’Italia in Europa” è il titolo dell’incontro. Quasi 2.000 imprenditori sono attesi nella sala Fucine. Mercoledì, poi, una delegazione dei rappresentanti dei settori produttivi di Torino sarà ricevuta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in presenza del vicepremier Luigi Di Maio e del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli.

Un pressing degno dell’Olanda di Johan Cruijff. Chissà se alla fine si deciderà nelle piazze oppure a Roma. Gli esperti, guidati da Marco Ponti, sono al lavoro per completare lo studio commissionato dal governo sui costi benefici. L’analisi preliminare è attesa entro Natale. Allora si capirà il destino del Tav.

“Io non sono troppo ottimista”, mette le mani avanti Perino. E viene da chiedergli come sarà la vita di chi da anni lotta contro il Tav, dopo la decisione: “Tranquilli, noi siamo attivi in tutta Europa. Ci sono tante cose per cui battersi. Non andremo in pensione”. Al di là di ogni valutazione sul progetto, il Tav un effetto lo ha avuto: ha ridato energia a comunità che rischiavano di essere dimenticate, “dove – ricordano le sorelle Giulia e Martina Casel, 30enni di Bussoleno – si spendono miliardi per un tunnel ma si pensa di chiudere ospedali e maternità”.

Udine, è vietato usare bambole nere all’asilo

Vietate le bambole di colore. Codroipo, comune in provincia di Udine, ha messo al bando dall’asilo cittadino i giocattoli appartenenti a “culture diverse” e bambolotti “con la pelle scura”. La novità è opera di un emendamento approvato nell’ultimo consiglio comunale dalla maggioranza di centrodestra. Come sottolinea Il Messaggero Veneto, la legge finirà anche per censurare ogni strumento musicale “esotico” e qualsiasi altro giocattolo che, appunto, faccia in qualsiasi modo riferimento a tradizioni straniere.

Nave spagnola, migranti sono sbarcati a Malta

Alla fine Malta ha accolto i migranti del peschereccio spagnolo Nuestra Madre de Loreto che ha vagato 10 giorni nel Mediterraneo alla ricerca di un porto sicuro per le 11 persone salvate al largo delle coste libiche. “Sono stati sbarcati” e “dopo gli accertamenti medici saranno trasferiti in Spagna” ha annunciato ieri in un tweet il ministro dell’Interno maltese. In realtà non è chiara quale sarà la destinazione ultima dei migranti e se ci sarà o meno una redistribuzione tra i Paesi europei.

Report: “Vernici e sicurezza zero, ecco la ‘moda chimica’ dei grandi marchi”

Secchi di prodotti chimici senza coperchio, vernici mescolate a mani nude, uomini a lavoro in sandali sopra a pavimenti pieni di residui di sostanze nocive. “Questo tra qualche anno avrà un tumore alla vescica”, commenta un consulente d’azienda ignaro di essere ripreso, indicando un operaio.

Non c’è scampo, la moda funziona così e queste condizioni di lavoro accomunano i fornitori di decine di marchi noti nel mercato mondiale. Che sia Made in Italy o Made in Sweden, quasi tutto arriva in realtà dalla Cina. Lo dimostra l’inchiesta di Report che andrà in onda questa sera su Rai Tre: in un servizio di Emanuele Bellano vengono sbugiardate le grandi aziende del fashion, tutte impegnate a garantire la sicurezza e l’alta qualità dei propri fornitori ma in realtà ultimo anello – sempre inconsapevole? – di una catena che inizia dall’altra parte del mondo con condizioni di lavoro pessime.

Con una telecamera nascosta il giornalista entra nella fabbriche che producono tessuti per i grandi marchi – gli stessi che, a inizio servizio, parlano di moda “green” da Milano e da Parigi – , accompagnato da una guida che da anni lavora nel settore e che non sa di essere ripresa. Il risultato è il contrario di ciò che professano le grandi aziende: vecchi barili di materiali tossici e infiammabili senza protezioni, sostanze chimiche ammassate alla rinfusa, operai senza guanti né mascherine. “In Italia se un direttore ha una fabbrica così arriva il padrone e lo caccia a calci in culo”, sentenzia la guida nello stabilimento di Shanghai.

Eppure i clienti sono tutti falcoltosi: “Per Zara facciamo 100mila metri di tessuto l’anno – spiega a Report una manager della fabbrica – poi oltre a loro e a H&M produciamo anche per il gruppo Vf, per Gap e siamo in attesa di partire con Mango”. Una volta ottenuti i filmati dalle fabbriche, Report ha chiesto spiegazioni ai marchi coinvolti. Tra i “no comment” e i “verificheremo” dei più, Zara ha negato di aver mai lavorato con quegli impianti (contraddicendo non solo i video, ma anche il proprio sito internet), mentre H&M si è difeso assicurando di far firmare un protocollo ai propri fornitori in cui si impegnano a rispettare certi standard. L’unica presa di posizione decisa è arrivata da Ikea: “Abbiamo provveduto ad avvisare i nostri fornitori che se entro 90 giorni non si adegueranno agli standard di sicurezza chiuderemo i rapporti”.

San Ferdinando, la baraccopoli uccide ancora

A gennaio aveva compiuto 18 anni. Era uscito dal centro per minori non accompagnati di Stilo e si era trasferito a Marina di Gioiosa Jonica ospite dello Sprar gestito da Recosol. Lì, studiando e frequentando i laboratori formativi, che gli avrebbero consentito di trovare più facilmente un lavoro, sarebbe rimasto ancora quattro mesi, fino al termine del percorso di accoglienza. Fino a sabato sera Suruwa Jaiteh, del Gambia, era uno dei pochi fortunati scampati al decreto sicurezza perché entrato nello Sprar prima che la legge, promossa dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, venisse approvata dal Parlamento: per questo sarebbe rimasto fino a marzo ospite della Rete dei Comuni solidali.

Sabato sera, però, Suruwa si era allontanato dalla Locride e si era recato alla famigerata baraccopoli di San Ferdinando. Era andato a trovare un amico conosciuto nel Centro per minori di Stilo. Un coetaneo che, a differenza sua, non aveva ottenuto il permesso per ragioni umanitarie ed era finito nell’inferno del ghetto dove, in questo periodo, trovano riparo centinaia di braccianti agricoli, la maggior parte regolari, costretti a raccogliere arance per meno di 15 euro al giorno. Una vergogna che dura da 30 anni. Nonostante i proclami della politica, nessuno è mai riuscito a trovare una soluzione. È lì che Suruwa sabato sera si ferma a dormire. Ma la notte fa freddo. Ogni due tende, i migranti accendono un braciere per riscaldarsi. Basta poco per provocare una tragedia. Così è stato: una dietro l’altra, infatti, otto baracche hanno preso fuoco. In una di queste dormiva Suruwa. Le fiamme lo hanno colto nel sonno ed è morto carbonizzato.

Avviate le indagini, gli investigatori stanno verificando se si sia trattato di un incidente. Gli amici di Suruwa sospettano dell’altro. Agli inquirenti, infatti, hanno racconto che “due persone che vivono nel campo sono venute a cercarlo. Quando è stato chiesto loro perché, hanno risposto: ‘Niente, niente’, e se ne sono andati. Poco dopo è scoppiato l’incendio”. “Questo – commenta il presidente di Recosol Giovanni Maiolo – è quello che succede se si mantiene in piedi una struttura come quella di San Ferdinando. La colpa di chi sta lì è solo quella di essere migranti e poveri”. In Calabria, da poco, è arrivato Soumbu Jaiteh, il fratello di Suruwa. Come lui ha attraversato il Mediterraneo sul barcone: “Sono distrutto dal dolore. Mio fratello era venuto in Italia un anno fa. La sua ambizione era studiare. E adesso non c’è più”.

Il giovane gambiano non è il primo morto nella tendopoli. È già successo a gennaio quando un altro incendio, quella volta doloso, ha ucciso Becky Moses, una ragazza nigeriana di 26 anni da poco arrivata a San Ferdinando dopo essere stata costretta a lasciare lo Sprar di Riace in seguito al secondo diniego alla sua richiesta di asilo. Così come allora, anche ieri mattina il prefetto Michele Di Bari ha convocato d’urgenza una riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Adesso l’obiettivo è “lo smantellamento della baraccopoli”.

Il comitato, infatti, ha stabilito che bisogna “trasferire gli immigrati in altro sito da allestire con strutture temporanee per l’accoglienza”. In sostanza, l’ennesima tendopoli identica a quella già costruita a poche centinaia di metri dal ghetto. Dalla rivolta di Rosarno del 2010 poco è cambiato. Per superare l’emergenza perenne, nel 2016 prefettura, associazioni, Regione Calabria e Comuni avevano firmato un protocollo che prevedeva la realizzazione di una nuova tendopoli da 500 posti. Troppo pochi senza i progetti di accoglienza diffusa previsti dall’accordo e mai partiti nonostante gli impegni dei Comuni della Piana di Gioia Tauro. Così a distanza di due anni la soluzione torna a essere una nuova tendopoli.