Tiziano e Matteo Renzi potrebbero presto pentirsi di aver maramaldeggiato sui guai di papà Di Maio. Dopo le rivelazioni di Marco Lillo del Fatto sull’anno di lavoro “nero” di Matteo in un’azienda del padre, La Verità ha scoperto altri particolari su un’altra ditta della famiglia rignanese, la Speedy Florence, intervistando due ex strilloni. Uno, Andrea Santoni, oggi chef italiano emigrato a Londra, ma negli anni 90 addetto alle consegne di giornali per i Renzi, racconta: “Non ho mai firmato nulla nè presentato alcun documento. Era tutto in nero. Ai Renzi andava bene così e anche a me. In azienda girava solo cash”. All’alba, il giovane Matteo Renzi gli consegnava le copie dei quotidiani da vendere. “Io prendevo i giornali, raggiungevo la mia postazione e li vendevo. A casa facevo i conti e preparavo la busta con il denaro per i Renzi…. Matteo prendeva le buste con i nostri nomi, ma non le apriva davanti a noi”. Racconto confermato da un altro ex strillone, che però sceglie l’anonimato: “Ho lavorato con i Renzi per un paio d’anni. Il primo mese ho preso circa 700mila lire, più 100 lire per ogni giornale venduto. Poi Tiziano ha scoperto che gli conveniva annullare il fisso e darci tutto in nero: 500 lire a copia”. Babbo Renzi annuncia querela al quotidiano di Belpietro e spiega che i lavoratori “erano pagati cash, ma non in nero”: tutto regolare anche col fisco. Ma La Verità rivela anche due multe inflitte dall’Inps ai Renzi nel 1998: una da 35 milioni di lire per la Chil Post e una da 1 milione per la Speedy Florence. Motivo, secondo La Verità: “Non aver pagato i contributi ai distributori di giornali”.
Il 55% degli elettori Pd vuole l’intesa coi 5 Stelle
In caso di elezioni anticipate il 55 per cento degli elettori del Pd preferirebbero un accordo con il Movimento 5 stelle, il 9 per cento con Forza Italia e il 3 con la Lega. A rilevarlo è ieri un sondaggio di Antonio Noto per il Quotidiano nazionale. Il giorno prima il Foglio aveva pubblicato, invece, i propositi via sms dei tre principali candidati alla segreteria del Pd – Nicola Zingaretti, Marco Minniti e Maurizio Martina –, tutti coincidenti nel “no al dialogo con i grillini”.
Secondo lo stesso sondaggio, inoltre, il 62 per cento dell’elettorato democratico spera in una ricomposizione della sinistra con il ritorno a casa dei bersaniani di Leu. Un nuovo partito dell’ex premier Matteo Renzi, invece, è stimato al 9 per cento, di cui 5 punti percentuali “rubati” al Pd.
Rispetto alle cosiddette primarie Noto su Qn conferma anche la rilevazione della Izi pubblicata dal Fatto lunedì scorso: Zingaretti è in testa ma, solo col 39%, non abbastanza (serve il 51%) per conquistare la segreteria del Pd ai gazebo senza passare dall’assemblea nazionale del partito. Per Noto, però, l’ex ministro Marco Minniti è più vicino, ad appena 7 punti percentuali (per Izi sette giorni prima era a -14). Troppo poco per far dormire sonni tranquilli al governatore del Lazio. L’ultimo segretario Maurizio Martina, invece, vola alto, con un insperato 29 per cento (per Izi al 18).
Il voto ai gazebo aperto a tutti, quindi, per la prima volta non sarebbe risolutivo per le “primarie” democratiche. Uno stallo politico che potrebbe essere risolto come ai tempi della Prima Repubblica, cioè con un bel “biscotto”? Magari attuato dagli ex ministri dei governi Renzi e Gentiloni, Martina e Minniti, proprio ai danni del favorito Nicola Zingaretti? Chi potrebbe rispondere a questa domanda meglio di Massimiliano Cencelli, classe 1936, testimone di svariate stagioni politiche e, soprattutto, inventore di quel “manuale” divenuto sinonimo dell’arte della spartizione del potere e delle poltrone.
L’applicazione del “Cencelli” ha garantito alle diverse anime correntizie della Democrazia cristiana di convivere per molti anni. “Il biscotto nell’assemblea del Partito democratico? Ma lasciamo stare – spiega Cencelli all’Adnkronos – perché don Sturzo e De Gasperi si rivolterebbero nella tomba. Sarebbe il trionfo dell’antidemocrazia e per un potere che non c’è più. Se il Pd continua così, dopo la delusione Renzi, alle prossime elezioni politiche Salvini si prende il 60 per cento. E comunque sarebbe impensabile che il secondo e il terzo arrivati alle primarie si mettano d’accordo per far fuori il primo: dovrebbero lavorare proprio per evitare uno scenario del genere”. Nel frattempo si definiscono meglio le squadre degli aspiranti segretari. Zingaretti ha con sè il peso di Areadem, la corrente di Dario Franceschini, ha l’endorsement di Paolo Gentiloni, sempre più ostile al renzismo, e l’appoggio di ex ministri come Andrea Orlando e Roberta Pinotti, oltre a quello di Luigi Zanda, ex capogruppo in Senato e uomo capace di tessere tele che potrebbero risultare decisive oltre i gazebo. Minniti ha con sè quella che è stata la prima linea renziana: Lorenzo Guerini, Ettore Rosato e, soprattutto, Luca Lotti, oltre al 60 per cento dei gruppi parlamentari e ben 548 sindaci. Martina, in ticket con Matteo Richetti, schiera una formazione di renziani quasi pentiti: i Giovani turchi di Matteo Orfini, Graziano Delrio, Debora Serracchiani e Tommaso Nannicini. Ma da qui al 3 marzo, data del voto nei gazebo, molto potrebbe cambiare e il manuale Cencelli è sempre consultabile.
Ma mi faccia il piacere
Il Divino Martelma. “Ci candidiamo al plurale. Siamo una squadra di ragazzi, donne, persone che hanno la voglia di lavorare insieme. Il noi è il futuro #fiancoafianco” (Maurizio Martina, deputato ed ex segretario reggente del Pd, Twitter, 22.11). Ma ti credi il Papa o il Divino Otelma?
Neri per caso. “Chiedo cortesemente di non essere accostato a personaggi come il signor Antonio Di Maio… Non ho capannoni abusivi, non ho dipendenti in nero, non dichiaro 88 euro di tasse. Sono agli antipodi dall’esperienza politica missina” (Tiziano Renzi, Facebook, 26.11). “Lavoravo in nero per i Renzi. Alle paghe ci pensava Matteo”, “Non ho mai firmato nulla e non ho dovuto presentare alcun documento. Era tutto in nero. Ai Renzi andava bene così e anche a me… In azienda girava solo cash… Io prendevo i giornali (da Matteo, ndr), raggiungevo la mia postazione e li vendevo. A casa facevo i conti e preparavo la busta con il denaro per i Renzi. La mattina dopo mi presentavo con il plico e con la resa del giorno prima. Matteo prendeva le buste con i nostri nomi, ma non le apriva davanti a noi” (Andrea Santoni, oggi chef a Londra, a fine anni 90 strillone per la Speedy Florence della famiglia Renzi, La Verità, 2.12). “Ho lavorato con i Renzi per un paio d’anni, il primo mese ho preso circa 700mila lire, più 100 lire per ogni giornale venduto. Poi Tiziano ha scoperto che gli conveniva annullare il fisso e darci tutto in nero” (altro ex strillone di Speedy Florence, ibidem). Antonio Di Maio ha già chiesto di non essere accostato a personaggi come Tiziano e Matteo Renzi.
Bei tempi. “Grazie alla signora che questa mattina mi ha regalato un rosario. Da ultimo dei peccatori, lo bacio e lo porto con me” (Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, con foto mentre bacia il rosario, Twitter, 19.11). Ringrazia di essere nel Nuovo Testamento: nell’Antico saresti già una statua di sale.
Demeritocrazia. “Lascia basiti la scelta di affidare la direzione a un pensionato che potrà guidarla al massimo per un anno. Una scelta incomprensibile, offensiva nei confronti di tutti gli altri dipendenti in servizio” (Usigrai, principale sindacato Rai, sulla nomina di Carlo Freccero a direttore di Rai2 a titolo gratuito, 27.11). Chi è troppo bravo offende centinaia di incapaci raccomandati.
Casamonica e Casa Cazzullo. “Trovo queste sceneggiate in diretta Facebook, in cui si sono lanciati pure Conte e la Raggi, abbastanza mortificanti” (Aldo Cazzullo sulla presenza della sindaca e del premier alla demolizione di otto villini abusivi del clan Casamonica, Corriere della sera, 28.11). Giusto: molto meglio quando Giuliano Poletti e Gianni Alemanno con i Casamonica (e con Salvatore Buzzi & C.) ci andavano a cena.
Invadiamo la Polonia. “… ma è difficile simpatizzare con la Merkel quando dichiara: ‘Non possiamo accettare che l’Italia calpesti le regole comuni, dovremo trattarla come abbiamo fatto con la Polonia sullo stato di diritto’…” (Federico Rampini, Repubblica, 21.11). “(La Merkel) non l’ha detto” (Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino di Repubblica, Twitter, 25.11). “Non possiamo confermare che la Cancelliera federale abbia mai pronunciato le parole nel testo citato, non l’ha detto né in un suo discorso ufficiale né durante una conferenza stampa” (portavoce del governo tedesco a Il Foglio, 26.11). In attesa di scoprire chi racconta balle fra Rampini di Repubblica e Mastrobuoni di Repubblica, una cosa è certa: dev’essere una fake news di Putin.
Dovere di cronaca. “Sto scrivendo in attesa dell’imbarco all’aeroporto di Arlanda, tra giganti svedesi che bevono caraffe di birra di prima mattina. Centocinque di loro, scoprirò, viaggiano con me; vengono a Milano per Inter-Frosinone a San Siro, parte di un rituale che prevede insolite trasferte calcistiche…” (Beppe Severgnini, Corriere della sera, 25.11). Traduzione dallo svedese: devo riempire due colonne di giornale, non so che minchia scrivere e han già chiamato l’imbarco.
Il titolo della settimana/1. “Il ritorno di Spelacchio cinepanettone a 5Stelle” (Repubblica, 29.11). Un altro scandalo mondiale, dopo quello di un anno fa. Ma per fortuna, con grave sprezzo del pericolo, il giornalismo investigativo vigila.
Il titolo della settimana/2. “Viva il gommista che ha ucciso uno dei criminali. Merita una medaglia” (Libero, 29.11). Oro nel tiro a segno.
Il titolo della settimana/3. “Bertolucci, il rivoluzionario con il posteriore degli altri” (Libero, 27.11). Si vede che l’hanno proprio capito, il film. Ultimo fango a Parigi.
Dacci oggi il nostro supereroe 2
A tutta birra: si studia persino in Università
Gli uomini preferiscono le bionde, ma ora ci vorrà una laurea per conquistarle: nel 2019 a Milano aprirà i battenti l’Università della Birra (universitadellabirra.it – sponsored by Heineken) con corsi, master, seminari e una biblioteca specializzata. Anche in libreria, infatti, il tema è caldo, tanto da far concorrenza all’ormai consolidata editoria vinicola: 1001 birre da provare nella vita (Atlante); Birrologia (Giunti); Atlante della birra (White Star); Guida alle birre d’Italia 2019 (Slow Food)…
Quella dedicata al luppolo è una pubblicistica a minor gradazione etilica, più fresca a frizzante, ma non meno nobile: prendiamo, a felice esempio, la Storia dell’Europa in 24 pinte di Mika Rissanen e Juha Tahtavainen (Utet), uno zibaldone di aneddoti e chicche sulle bionde, le brune e le rosse che hanno influenzato, nel bene o nel male, il corso degli eventi – dalla prima tratta ferroviaria tedesca, costruita per trasportare birre e giornali, al fallito attentato a Hitler del ’39 che distrusse la più prestigiosa birreria dell’epoca; dall’infatuazione di Pietro il Grande, che tentò di convertire il suo popolo dalla vodka alla lager, alle birrette rinfrescanti dei ciclisti al Tour.
Eppure, la bevanda fermentata non sempre godette di buona stampa, anzi: gli antichi egizi la consideravano un intruglio “da ubriaconi”, i greci la snobbavano perché “barbara” e perciò indegna, mentre la tradizione giudaico-cristiana, fedele alle Scritture, le preferì per molti anni il vino. Era in vino, infatti, non in una media chiara, che Gesù tramutò l’acqua, e amen.
Curiosamente fu proprio la Chiesa a riabilitare e rilanciare la birra nel mondo: il primo fu Colombano nel 500 d. C. e da lì le vicende del luppolo si intrecciano con quella dei monasteri e persino dei santi e delle sante (Bonifacio, Martino, Urbano, Brigida, Ildegarda…). Quella del “santo bevitore” non è una leggenda, insomma: Lutero, dopo aver affisso le sue tesi, si concesse un sorso di Einbeck gelata e al matrimonio brindò dicendo che era “la miglior medicina che io conosca”. Oggi, invece, tra i bevitori forti ci sono gli africani: la Guinness, per dire, è consumata più in Nigeria che nella natale Irlanda.
La bionda fa bene allo spirito, e quindi alla creatività: “I pittori vi hanno spesso trovato fonte d’ispirazione, sia come bevanda in sé, sia come soggetto dei dipinti”. E da Bruegel alla letteratura il passo è breve: J.R.R. Tolkien (Il Signore degli Anelli) e C.S. Lewis (Cronache di Narnia) furono forti compagni di bevute a Oxford, seguiti da Orwell, Hrabal e Bukowski. Tra gli estimatori del succo dorato ci sono poi il Maigret di Simenon e il Nero Wolfe di Rex Stout, mentre cantori – anche in virtù del sangue gaelico – furono Joyce e Behan, “un alcolista con problemi di scrittura”. All’alticcia compagnia non può non unirsi Shakespeare, che fa brindare a suon di boccali i becchini dell’Amleto e il godereccio Falstaff dell’Enrico V: “Sarei disposto a barattare tutta la mia gloria per un gotto di birra e la pellaccia”. Come dicono gli anglosassoni, Pils is the new Champagne.
Fuori dallo stadio Franchi ancora insulti a Scirea e alle vittime dell’Heysel
I danni del proibizionismo e del politically correct. Mentre la Juve va a vincere 3-0 a Firenze, aumentando il distacco in classifica dalle inseguitrici e confermando di giocare in un altro campionato, tengono banco le scritte apparse nel pomeriggio fuori dallo Stadio Franchi.
In realtà si tratta di una sola scritta, che recita “-39” e “Scirea brucia all’inferno”. Chiari gli insulti alla memoria: nel primo caso dei 39 tifosi della Juventus morti prima del calcio d’inizio della finale di Coppa dei Campioni allo stadio Heysel nel maggio 1985, nel secondo del leggendario capitano bianconero scomparso prematuramente quattro anni dopo. Subito è arrivata la dichiarazione di Nedved. “Difficile commentare, quando il nostro capitano omaggia il capitano della Fiorentina loro oltraggiano la memoria del nostro. Vergognoso. Non è un problema di Firenze ma di tutti gli stadi”. Ha detto, riferendosi al fatto che Chiellini prima del match ha deposto una corona di fiori sotto la Curva Fiesole proprio per ricordare Davide Astori: capitano viola morto lo scorso marzo nel fiore degli anni.
Detto che non sembra sensato in assoluto mettersi a fare la rivendicazione dei lutti e delle commemorazioni, lo è ancora di meno se viene fatto dal vicepresidente di una società che pare mediasse tra la sua tifoseria e le ‘ndrine, una società che di sicuro ha fatto in modo che allo stadio potessero entrare striscioni che insultavano le memorie altrui, a partire dalla tragedia granata di Superga.
La questione è quindi un’altra, quella della liceità, per non dire della bellezza, del tifo contro. Lo rivendicava sempre ieri un comunicato della Curva Nord atalantina, sostenendo come anche questo sia parte integrante del sostegno alla propria squadra. Perché tutta questa corsa alla sicurezza per decreto degli ultimi lustri, funzionale solo a disciplinare i tifosi e a trasformarli in consumatori, ha fatto solo danni. A furia di mettere sullo stesso piano gli sfottò all’avversario e le peggiori volgarità razziste, sessiste e fasciste, il proibizionismo travestito da politically correct e appoggiato da giornali e televisioni ha fatto in modo che fosse tutto punibile. E non ci fossero più limiti, etici prima ancora che penali, da non voler superare.
Addio a Fantastichini Talento ombroso e febbrile del cinema
Addio a Ennio Fantastichini. L’attore, ricoverato da due settimane in Rianimazione al Policlinico Federico II di Napoli, è morto per le complicanze di una leucemia, stroncato dalle emorragie cerebrali. Aveva 63 anni, e una presenza singolare nel nostro panorama cinetelevisivo: diretta, brusca, perfino arrabbiata, complice la fisicità quasi minacciosa, l’assertività fiera, il cipiglio esibito, forse a dissimulare una fragilità preziosa, un altrove inaccessibile.
Nato a Gallese, nel viterbese, nel 1955, secondogenito – il fratello Piero è scultore – di un maresciallo dei carabinieri, studia alla “Silvio D’Amico”, e nei primi anni 70 debutta in teatro e in tv. Nel 1982 l’approdo sul grande schermo con Fuori dal mondo di Paolo Bologna, ma a stampigliarne i tratti sulla nostra enciclopedia audiovisiva è Gianni Amelio, che tra 1988 e 1990 gli assegna due ruoli indelebili, interpretati anima, corpo e volontà, con una carica luminescente: è Enrico Fermi ne I ragazzi di Via Panisperna e Tommaso Scalia in Porte aperte, che gli vale lo European Award quale scoperta dell’anno e una teoria di riconoscimenti. Dal romanzo di Leonardo Sciascia, il pluriomicida Scalia, per giunta refrattario ad aver salva la vita, è paradossalmente personaggio larger than life, in cui Fantastichini gode di luce propria e riflessa, quella del suo maestro Gian Maria Volonté (nella fiction Sacco e Vanzetti del 2005 sarà Bartolomeo, in un ideale passaggio di consegne), ovvero il giudice a latere Vito Di Francesco, un giusto senza giustizia.
Sguardo febbrile e mole possente, ritrosia assente e attitudine fusionale, Fantastichini è caratterista con licenza di totalizzare, non protagonista per difetto altrui, istrione giudizioso: nel 1996 Paolo Virzì gli apparecchia un posto al sole, Ferie d’agosto ne segnala la duttilità e la facilità di tratteggio, attesta la predisposizione alla commedia intelligente e, alla bisogna, alla sterzata nazionalpopolare. Il suo Ruggero Mazzalupi, epitome del generone romano, non fa prigionieri, è maschera e participio presente, tipo e Zeitgeist, non te lo scordi.
Non cambia musica sul piccolo schermo, dove continua a fare la differenza, non importa quante pose, quanto agio abbia, con lui la fiction si tinge di realtà e non rifugge la verità: Un cane sciolto (1990, di Sergio Capitani), La Piovra (1984, 1994), Maria Josè, l’ultima regina di Carlo Lizzani, il film-tv Il testimone di Michele Soavi nel 2001, nonché l’anno seguente il kolossal Napoléon.
Artisticamente errabondo e infedele, incline a variare più che a ripetersi, da Amelio a Ozpetek sono pochi i cineasti a cui concede il bis: per Ferzan è il gay sedotto e abbandonato di Saturno contro (2007) e il padre padrone di Mine vaganti (2010), per cui vince il David di Donatello quale non protagonista. Il destino nel cognome, chissà, Fantastichini è promessa di felicità, premessa di incantamento, e non si risparmia. Recentemente incarna in Una famiglia di Sebastiano Riso un attore gay disposto a spendere 50mila euro per un figlio, in tv è in Squadra antimafia – Il ritorno del boss e Fabrizio De André – Principe libero, mentre il suo ultimo film sarà Cittadini del mondo, per la regia di Gianni di Gregorio, ancora inedito.
Custode della propria privacy, serio sul set e fuori, innamorato perso del teatro, Fantastichini ha sempre professato fede nel potere del gesto, nella predominanza della corporeità sulla parola: al cinema nostrano imputava spesso la verbosità. A Io Donna due anni fa aveva detto: “Arriva quel momento in cui il corpo non ti fa più volare, non ti rende dionisiaco, ti schiaccia a terra”.
“Lavorare con Jannacci è stato un culo incredibile. Come con Mastroianni”
Al solo nominare Jannacci (ogni volta) gli occhi si arrossano e la concentrazione è tutta per cercare di limitare ricordi e lacrime.
Milano, pasticceria Gattullo, in fondo alla sala, davanti all’ultimo di una serie di tavolini tondi, Renato Pozzetto detta i confini del tempo: “Vengo qui da cinquanta e passa anni. Un punto di ritrovo per tanti di noi, una prima scuola di amicizia, arte e vita. Guardi la foto attaccata al muro”. E indica un bianco e nero d’annata pieno di colore per i sorrisi dei giovani protagonisti: Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Cochi Ponzoni, Sergio Endrigo, Augusto Martelli, Giorgio Gaber. E poi lui, Renato Pozzetto, in piedi accanto al suo Enzo Jannacci. “Quanto ci siamo divertiti, nessun orario, giorno prefissato, la fantasia e la sperimentazione senza limiti di contaminazione. Ed Enzo un genio, e oggi più ci penso, più mi manca, e più mi rendo conto del suo livello assoluto, condiviso con una normalità pazzesca”.
La stessa normalità espressa dalle parole e dai gesti di Pozzetto, un uomo di 78 anni ben portati, vestito con abiti giovanili senza risultare forzatamente giovanile, una decisa consapevolezza del proprio ruolo, senza strabordare, e una timidezza ben celata, svelata solo alla fine di un lungo cappuccino (decaffeinato) e qualche pasticcino.
Del gruppo storico, chi le manca maggiormente?
(Cambia sguardo) Enzo. È raro e speciale quando nella vita nasce un rapporto così forte con le persone che stimi; stare con lui è stato un culo incredibile, accanto a lui ti nutrivi, ti volevi bene. Poi inventava situazioni uniche. Solo lui.
Lei lo seguiva.
Una volta d’inverno mi portò in barca a vela all’Idroscalo, e con un atteggiamento misto a sicurezza e allegria; io incerto: “Enzo sei sicuro di voler uscire? Non sei esperto”. Macché, un sorriso, e via…
Alla fine?
I classici e ovvi problemi a tornare, ma non importava, era bello stare insieme, e l’aspetto straordinario è proprio quello di aver vissuto delle situazioni uniche, con modi normali. Oggi capisco.
I sapori della vita…
Anche il sapore delle polpette cucinate dalla madre con all’interno una caramella.
Caramella metaforica?
Reale. “Renato, a mamma piacciono e le ha cucinate per te”. Zitto, inforchettavo.
Insomma, tutti in pasticceria.
È stata fondamentale pure l’osteria: ci ritrovavamo lì per cantare, bere un bicchiere di vino, magari offriva chi quel giorno aveva guadagnato qualcosa; io e Cochi (Ponzoni) inventavamo le canzoni o suonavamo quelle popolari; il pubblico si divertiva e scattava una festa non prevista.
Con voi alcuni grandi artisti del tempo.
Perché aprirono una galleria d’arte notturna: quello spazio divenne un’appendice dell’osteria, Piero Manzoni e Lucio Fontana si mischiavano ai vari Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo: quella Milano che si muoveva in cerca di luoghi oltre l’orario canonico, la città che viveva di notte.
E poi?
Lo stesso proprietario della galleria decise di inaugurare un cabaret: il nostro primo vero palco.
Quanti spettatori?
Una ventina al massimo.
Il più bravo di allora?
Bruno Lauzi, ma era già affermato; poi Lino Toffolo… (si ferma). Io e Cochi abbiamo iniziato anche per disperazione, d’estate ci annoiavamo, non sapevamo come impiegare le giornate.
Mai stato comunista?
Cantavamo le canzoni di libertà e lavoro, e con quelle giravamo per i circoli operai milanesi; e il proprietario della galleria era un anarchico, quindi conoscevamo pure quel tipo di repertorio.
Contaminazione, parola d’ordine.
Inevitabile quando vivi una realtà del genere: quel gruppo di artisti ci ha regalato una assoluta libertà di pensiero e azione, più una profondità di riflessione che nessuna scuola di teatro sarebbe stata in grado di trasmetterci.
Manzoni è morto a 29 anni.
Beveva forte, si faceva del male… un giorno l’abbiamo aiutato per una delle sue opere: una riga lunga un chilometro, realizzata su un rotolo di carta del Corriere della Sera.
Percepivate il suo genio?
Non in particolare, ma perché eravamo amici, così con Lucio Fontana e più interessati a condividere: lo stesso Cochi andava da Gaber e gli offriva delle lezioni di chitarra. Siamo stati fortunati.
Nei primi anni Settanta ha lasciato Milano per il cinema e Roma.
Sono partito con le valigie di cartone e l’angoscia per l’addio a Cochi, ma grazie al primo film ho vinto il David di Donatello.
Debutto fortunato.
È servito pure per i miei amici: ho aperto una strada al gruppo di allora e in qualche modo ho fatto pace con me stesso.
Ci ha messo molto per prendere quella decisione…
Discussa col gruppo, e lo stesso Cochi stupendo nel tranquillizzarmi: “Renato, se la cosa ti convince, vai”.
Anche Jannacci?
No, lui derubricò la questione a un semplice: “Stai facendo una cagata”.
Caratterino.
Lo ascoltavo in modo profondo. Con lui sono cresciuto.
Il suo viso al funerale di Jannacci racconta molto.
Non ricordo bene quei momenti, ho galleggiato con la mente verso immagini collettive sparse nel tempo, e dentro al tempio della nostra amicizia; poi riflettevo sugli ultimi tempi…
Cosa, in particolare.
Agli amici che erano andati a trovarlo in ospedale, mentre a me il divieto: “Non voglio farmi vedere in questo stato”. Lo avevo rispettato.
Jannacci come giudicava il suo cinema anni Ottanta…
Tanti film potevo evitarli.
Lo dice lei o lui?
Lui allora, io oggi; ho lavorato con tanta brava gente.
Il primo che le viene in mente?
Marcello Mastroianni. Con lui ho girato un film a Napoli, e ho toccato dal vivo cosa vuol dire vivere da vera star: un livello incredibile. Un giorno passeggiamo per la città, accanto a noi passa un pullman, l’autista inchioda, si aprono le porte e scende una frotta di turiste giapponesi che lo assalgono con gridolini e baci. Non lo lasciavano più.
Da aver paura…
E restava una persona tranquillissima, uno vero, splendido: una volta sale sul mio camper, gli dico “resti a pranzo come?”. E lui: “Volentieri, aspetta che prendo una cosa”, e dal cappotto estrae una scatola di fagioli preparati in casa. Da allora, ogni giorno, mischiavamo le nostre provviste, capito? Un divo con i fagioli in tasca.
Cecchi Gori l’ha definita “il re della roulotte”…
Non l’amavo in assoluto, ma per lavoro ero costretto a passarci tantissimo tempo: in 30 anni ho girato 60 film, più altri con piccoli ruoli, e durante le pause cercavo di ritagliarmi dei momenti famigliari, magari la tavola apparecchiata, dei fiori, i tovaglioli di stoffa, un piatto caldo. E il citofono all’entrata.
Il citofono?
Era finto, ma dissuadeva i rompiballe.
Sempre in giro, insomma.
Sì, anche troppo.
Perché?
Ho detto di “no” a tanti copioni, me ne proponevano tantissimi, davanti all’insistenza ripetuta del produttore, mi capitava di cedere.
Ha lavorato con i De Laurentiis…
Il padre molto simpatico.
E Aurelio?
Un po’ meno, e non so spiegare se per differenza di età rispetto a me o semplici incomprensioni territoriali.
Territoriali?
Aveva un modo di porsi diciamo esuberante; io sono sempre stato più nordico negli atteggiamenti, e poi allora non sentivo né avevo l’esigenza di frequentare i produttori per imbonirmeli e magari ottenere altri ruoli o maggiori pose.
Mentre Aurelio.
Si comportava con alterigia, veniva sul set come figlio del boss, cercava di sentirsi adulto oltre il possibile e tentava di seguirmi passo passo nella recitazione e magari modificare qualcosa nel mio stile; al contrario andavo bene come Renato Pozzetto, e ne ero assolutamente consapevole.
Non è un fan dei produttori.
Mica tutti! (Scoppia a ridere) Una volta uno di loro non si è comportato benissimo, anzi. Giravamo d’inverno sul lago di Bracciano, un freddo boia, e dovevo tuffarmi: da copione era prevista la controfigura, ma sentita la temperatura dell’acqua, si rifiuta.
Eroico.
Mi spoglio: “Dai, vado io, sbrighiamoci”, e piazzo l’accappatoio sul cofano acceso della macchina.
Eroico, lei.
Mi tuffo nudo, esco dall’acqua ultra intirizzito, e mi copro.
Quindi?
Giorni dopo su un settimanale esce un servizio su di me nudo, con il titolo “Renato Pezzetto”, alludendo a delle scarse doti nelle parti basse. Il produttore aveva cercato pubblicità a ogni costo.
Lei si è anche pentito di aver girato Le comiche.
Film lontani dalla mia grammatica comica: ero abituato a lavorare senza trucco, non mi interessavano i costumi, al massimo indossavo un cappello; mentre la forza di Paolo (Villaggio, suo partner nelle due pellicole, ndr) era clownesca, sapeva gestire le cadute a terra, cambiava abito e atteggiamenti.
Lei no.
Ho sempre cercato di recitare con lo stile più semplice possibile, sempre me stesso, e sono stato fortunato nell’ottenere un bel successo senza alterazioni e fatiche, senza i turbamenti di tanti colleghi; per questo non accettavo volentieri le indicazioni dei registi o produttori. Ah, con Paolo siamo stati grandissimi amici.
Ha subito i suoi scherzi?
Con me? Se ci provava lo mandavo a quel paese.
Immune.
Raccontava delle gran balle: proprio all’inizio della carriera mia e di Cochi, ci fece andare due volte a Roma: “Ho qualcosina per voi in televisione”. Non era vero. Alla terza non ci siamo cascati.
Tirchio.
Mica vero, era goliardia: un periodo venne da me sul lago Maggiore (dove da anni Pozzetto ha aperto un resort insieme al fratello): per passare il tempo aveva affittato una barca. Dopo il suo ritorno a casa viene da me il proprietario dell’imbarcazione: “Ha detto il signor Villaggio che mi deve saldare il conto”.
E lei?
“Non ci ho penso proprio”, e ho garbatamente consigliato di chiamare il signor Villaggio… Però lo ripeto, un grande amico: quando con Cochi siamo partiti per Roma per l’esordio a teatro, eravamo preoccupati per le critiche e un eventuale flop di pubblico. Invece Paolo aveva organizzato tutto e tutti: siamo usciti sul palco, in platea c’erano Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e gli altri amici e colleghi. Un gran successo.
La prima volta in tv.
Insieme a Enzo Jannacci per cantare La gallina con tanto di movimento della gamba…
I suoi genitori cosa dicevano?
Mio padre parlava poco, la sua vita è stata grama, un uomo perseguitato dal ricordo dei bombardamenti, con la casa distrutta; l’unica soddisfazione è stata di riuscire a far studiare i suoi figli, compreso me, diplomato geometra.
Mamma?
Anche lei silenziosa, al massimo poteva dirmi: “Ieri ti ho visto in televisione”. Basta. E poi con loro non parlavo del mio lavoro, non potevano avere gli strumenti per comprendere certe stramberie.
La fama per lei.
Periodo complicato, mi sentivo un militare lontano da casa: non avevo il carattere esuberante di Villaggio, lui usciva sempre, tirava tardi, mentre a me bastava mangiare qualcosa e a letto. E ogni sabato tornavo a Milano da mia moglie
Sempre.
Volevo stare in famiglia, e così era l’unica condizione: lei non ha mai voluto trasferirsi, non era affascinata dal cinema, dal mio mondo professionale.
Il riflettore le manca o le è mai mancato?
Il successo non l’ho mai perso, ancor oggi quasi tutti i giorni trasmettono un film con me, la gente mi ferma, e sono in teatro con uno spettacolo nel quale trasmetto spezzoni dei miei successi e aggiungo dei racconti, e vedo sempre il pubblico ridere dall’inizio alla fine (il 14 dicembre è a Torino al teatro Alfieri, con Compatibilmente).
Bello.
Al debutto mi sono quasi scocciato: seduto in platea, si apre il sipario, viene proiettato il primo spezzone di film, e tutti a ridere.
Di cosa si è scocciato?
Il me sullo schermo lo sentivo quasi un estraneo, e si prendeva più applausi di me.
Renato Pozzetto dentro la storia del cinema, chi è?
Uno che ha ispirato tanti colleghi, e i colleghi hanno preso a piene mani, pure spudoratamente. E ciò mi fa piacere, è un riconoscimento.
“Libidine” di Calà è suo…
In parte è vero, ma non solo mio, è di questo bar: nasce qui, come un’altra serie infinita di espressioni, gag, gioie. Sono un uomo fortunato, questa è la verità.
(Lo ripete più volte e non per convincere e convincersi, ma perché alla fine “la vita l’è bela, basta avere l’ombrela, che ti para la testa, sembra un giorno di festa”)
Twitter: @A_Ferrucci
I nuovi schiavi delle palmeras
Scrive Eduardo Galeano ne Le vene aperte dell’America Latina: “La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro. Da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”. Non è difficile capire da dove provenga l’ondata di violenza che colpisce da anni il Guatemala. E non serve andare troppo indietro nel tempo magari agli anni di Pedro de Alvarado o degli altri conquistadores spagnoli. L’anno che ha segnato il destino di questa piccola terra maya è il 1954. Nel 1954 un gruppo di mercenari finanziati dalla Cia entrò dall’Honduras guidato da Castillo Armas – un golpista che si era specializzato alla scuola militare di Fort Leavenworth, nel Kansas – con il compito di buttare giù il legittimo presidente Jacobo Árbenz.
Il 1954 è quindi l’anno in cui, per la prima volta, il popolo guatemalteco alzò gli occhi al cielo non per capire quando sarebbe arrivata la pioggia per i raccolti ma le bombe nordamericane, sganciate perché qualcuno aveva messo in discussione lo strapotere della United Fruit Company, l’attuale Chiquita. Un paio di anni prima del golpe che lo destituì Jacobo Árbenz aveva approvato la riforma agraria. Si trattava di un provvedimento moderato che tuttavia beneficiava oltre 100 mila famiglie di contadini.
La United Fruit Company allora era la padrona indiscussa del Paese. Era proprietaria delle strade, dell’unica ferrovia e di migliaia di ettari di terra, dal Caribe all’Oceano Pacifico. Tuttavia solo l’8% delle terre che possedeva venivano utilizzate. Árbenz decise di rilevare una parte di quelle oziose della Ufco, di pagare un indennizzo all’impresa e di distribuirle ai contadini più poveri. Qualcuno si era permesso in Centramerica, ovvero nel giardino privato del capitalismo nordamericano, di pensare agli interessi del popolo.
Dalla Casa Bianca al quartier generale della Ufco di New Orleans partì l’ordine di stroncare sul nascere un modello che si sarebbe potuto moltiplicare negli altri territori controllati dalle maxi-imprese statunitensi. Qualche anno più tardi Dwight Eisenhower, presidente degli Stati Uniti all’epoca del golpe disse: “Ci siamo dovuti sbarazzare di un governo comunista che aveva preso il potere”. Non è vero, si sbarazzarono solo di un esempio e lo fecero esclusivamente nell’interesse della Ufco.
Una compagnia a capo della Cia
Eisenhower era il presidente, ma chi decise l’operazione fu John Foster Dulles, Segretario di Stato, nonché avvocato della United Fruit Company. Suo fratello, Allen Dulles, prima di diventare direttore della Cia e occuparsi della destituzione di Árbenz aveva fatto parte del consiglio di amministrazione della Ufco. Il suo predecessore, Walter Bedell Smith, passò dalla Cia alla Ufco dopo aver lavorato nel governo Eisenhower proprio durante il golpe. Nessuna azienda aveva mai avuto una tale influenza sulla Casa Bianca. John Moors Cabot, Sottosegretario di Stato nel 1954, era azionista della Ufco mentre suo fratello Thomas per anni ne era stato direttore. Si dice che la United Fruit Company sia stato uno strumento in mano alla Cia per indirizzare le scelte politiche di decine di governi centro e sudamericani ma non è vero. Semmai è stato l’esatto contrario. Furono le consulenze ben pagate dal colosso delle banane a politici e funzionari nordamericani a segnare il destino del Guatemala. Nel 1954 il latifondismo trionfò e da allora nessun governo guatemalteco l’ha più messo in discussione.
L’accentramento della proprietà della terra in poche mani è alla base della migrazione di centinaia di migliaia di guatemaltechi. La loro è una storia di fuga. Fuga dagli spagnoli, dalle vendette degli uomini della Ufco, dai massacri a opera dell’esercito, dall’avidità delle famiglie tedesche padrone delle terre migliori dell’Alta Verapaz, la regione dove si coltiva uno dei migliori caffè centroamericani. Fuga dalla campagna verso le miserie delle periferie urbane; fuga dalle bande criminali delle città; fuga dalle piantagioni di palma africana dove esiste ancora la schiavitù e fuga verso il primo mondo, quello dove sugli scaffali dei supermercati ci sono prodotti che sfoggiano la scritta “Senza olio di palma”. Dalle nostre parti cresce la sensibilità su ciò che mangiamo. Sempre più cittadini conoscono i rischi per il sistema cardiaco dovuti all’abuso di prodotti contenenti olio di palma e questo è un bene. Allo stesso tempo sarebbe un bene sapere ciò che provoca l’olio di palma non soltanto sulla nostra salute ma su quella del pianeta.
La sicurezza privata attorno alle palmeras
Sayaxché è una piccola cittadina del Petén, la regione più settentrionale del Guatemala. È situata su una sponda del Río La Pasión, il fiume che unendosi al Río Negro dà inizio al Río Usumacinta. Non ci sono ponti sul Río La Pasión. Per arrivarci occorre salire su una chiatta sgangherata che fa avanti e indietro tra le sponde tutto il giorno. L’ultima volta che venni a Sayaxché era il 2011. All’epoca ero alla ricerca di informazioni sull’origine del fenomeno del sicariato. Già allora in pochi avevano voglia di parlare. Nelle comunità intorno alla cittadina gli uomini della sicurezza privata delle palmeras, le aziende proprietarie delle piantagioni di palma, avevano fatto il bello e il cattivo tempo. Avevano minacciato tutti coloro che si erano opposti alla vendita della terra. Oggi disincanto e paura sono cresciuti ancora. La disillusione è dovuta al fatto che nonostante decine di giornalisti siano venuti da queste parti per raccontare la desertificazione economica dovuta alle palmeras e le violenze commesse dai loro tirapiedi, nulla è cambiato.
La paura è cresciuta ancor di più da quando Rigoberto Lima Choc, un maestro indigeno che aveva denunciato il coinvolgimento della Reforestadora de Palma de Petén (Repsa) nell’ecocidio che nel 2015 aveva causato la morte di centinaia di migliaia di pesci nel Río La Pasión, venne assassinato a colpi d’arma da fuoco proprio nel centro di Sayaxché. Oggi non parla quasi più nessuno, risparmiano il fiato per il cammino che prima o poi in molti pensano di intraprendere, direzione Stati Uniti. Meglio metter da parte qualche denaro da dare ai coyotes, i trafficanti di uomini, che combattere contro i proprietari terrieri. Il latifondo ha vinto nel 1954 e ha ribadito la sua vittoria dal 1996, anno della firma della pace tra esercito e guerriglia, fino ai giorni nostri.
I militari, gli stessi che avevano svenduto il futuro dei guatemaltechi alla Ufco, ormai da anni hanno annusato i nuovi business: quello della coltivazione della palma e quello della sicurezza privata. Sono loro che dettano legge nel campo. Sono loro i burattinai che muovono i fili a Jimmy Morales, l’attuale presidente del Guatemala. E sono alcuni di loro a dare l’ordine ai reparti che operano nelle zone calde del Paese di voltarsi dall’altra parte quando un carico di droga sta per passare. È il segreto di Pulcinella. Inoltre, molte delle imprese che forniscono sicurezza privata alle multinazionali o alle grandi aziende straniere sono in mano agli stessi militari. E fino a che il Paese sarà travolto dalla violenza perpetrata dalle pandillas, le bande criminali che infestano Guatemala City, Quetzaltenango o San Benito, per loro il profitto non mancherà. Ogni albergo o ristorante di un certo livello, ogni farmacia, ogni supermercato, ogni fast-food, ogni camion che trasporta bibite o fusti di acqua è protetto da un paio di uomini armati con fucili a pompa. Il più delle volte si tratta di poveri cristi che non hanno alcuna esperienza e che sono i primi a morire nei confronti a fuoco con i pandilleros. Sono i soliti poveracci che prima vengono sbattuti fuori dai loro campi perché le imprese dell’agro-business – alcune delle quali sotto il controllo dei militari – si prendono le loro terre e poi trovano lavoro solo se sono disposti a rischiare la vita con un fucile in mano e respirare lo smog delle città, proprio loro che erano abituati a vivere nei campi e ad avere in mano solo un machete.
La colonna dei disperati in marcia verso gli Usa
Anche le palmeras si affidano a uomini armati, ma non perché interessi loro la sicurezza, quel che interessa è intimidire. Basta mettere in giro la voce, vera o falsa che sia, che chi difende i patron dalle rivendicazioni salariali dei contadini è un ex kaibil, e il gioco è fatto. I kaibiles sono soldati d’élite dell’esercito guatemalteco. La scuola Kaibil venne aperta dal ministero della Difesa nel 1974. I centri di addestramento erano in Petén, uno a Poptun e l’altro a Melchor de Mencos, al confine con il Belize. I kaibiles furono decisivi durante la guerra civile, fino alla loro comparsa la guerriglia inanellava successi su successi. Poi, la loro incredibile preparazione militare e la violenza inaudita a danno della popolazione, cambiarono l’esito del conflitto fino a indurre i guerriglieri stessi a firmare gli accordi di pace.
Il Petén continua a sfornare ogni anno decine di kaibiles, ma non tutti vanno a rinfoltire l’esercito guatemalteco. Alcuni, i più spregiudicati, si lasciano ingolosire dai narcodollari e diventano sicari dei trafficanti di droga messicani e guatemaltechi. Altri, per vivere più serenamente guadagnando più o meno le stesse cifre, accettano le offerte delle palmeras. Negli ultimi 20 anni sono stati alcuni di loro a recapitare ai contadini indigeni di Sayaxchè offerte che non si potevano rifiutare per costringerli a vendere le loro terre a prezzi stracciati. Negli anni ‘80 migliaia di indigeni q’eqchi’ sono stati obbligati dall’esercito, e dagli stessi kaibiles, a lasciare le loro comunità nel Quiché o in Alta Verapaz e a fuggire lontano. Hanno trovato un briciolo di tranquillità proprio nel territorio di Sayaxchè, all’epoca ricoperto dalla foresta tropicale. Hanno lavorato sodo, iniziando a coltivare mais e fagioli. Poi arrivarono le palmeras, le solite oligarchie e i soliti militari. Le imprese della palma africana utilizzarono infidi espedienti per ottenere la terra in mano agli indigeni. Comprarono le terre agli estremi delle proprietà nelle mani dei contadini a prezzi molto alti. Una volta circondate le comunità indigene, iniziarono a impedire il passaggio ai contadini rendendo loro la vita impossibile e costringendoli a vendere le terre collocate al centro, ovvero gli appezzamenti più grandi, a prezzi bassissimi.
Secoli fa erano stati gli spagnoli a cingere d’assedio i villaggi maya. Negli ultimi venti anni ci hanno pensato la Tikiindustrias, la Repsa, la Palmas del Ixcán, la Nacional Agro Industrial (Naisa). Negli ultimi venti anni migliaia di piccoli agricoltori guatemaltechi, certamente poveri, ma capaci di coltivare da sé il cibo sufficiente a sopravvivere, si sono trasformati negli schiavi delle palmeras e oggi sono costretti a lavorare 14 ore al giorno su campi che producono frutti che non si possono mangiare.
Frutti il cui olio ormai viene respinto dall’industria alimentare ma non da quella cosmetica o da coloro che producono bio-carburante. Che vergogna, per produrre bio-carburante si stanno distruggendo centinaia di migliaia di ettari di foresta vergine, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di contadini, ovvero coloro che più di tutti hanno le capacità di raffreddare il pianeta.
Le monocolture nel sud del mondo sono una delle cause dei fenomeni migratori i quali non hanno solo a che fare con la perdita del diritto a stare a casa propria ma anche con la perdita di identità. È tutto interconnesso, i narcos, le pandillas, i fenomeni migratori, il latifondismo, la povertà nei campi, la diffusione dell’alcol tra i più poveri del Centramerica. Anche il più becero xenofobo nostrano, vedendo come vivono le persone nei bassifondi di Città del Guatemala o in quali condizioni lavorino molti indigeni nelle palmeras di Sayaxchè, non potrebbe non giustificare gli esodi di massa. Tuttavia non potrà mai essere l’abbandono della propria casa la soluzione per riprendersi la dignità perduta. Così come non saranno le barriere, i muri, i pugni duri o la chiusura dei porti a ridurre i flussi migratori. Approvare un piano energetico nazionale basato sulle rinnovabili è da considerarsi un atto di politica estera. La lotta per la sovranità energetica andrà di pari passo con le lotte pacifiste del prossimo secolo. Così come combattere per la sovranità alimentare sarà decisivo per la giustizia sociale nel primo o nel terzo mondo.
Sánchez al test delle elezioni in Andalusia
“Andalusia per sé, per la Spagna e per l’umanità”. Sarà anche per questa vocazione solidale, motto sulla sua bandiera, ma l’ultima parola della campagna elettorale per le elezioni che oggi rinnovano la Giunta di Andalusia l’ha avuta Madrid. E non aveva “accento andaluso”, come invece avrebbe voluto la presidente uscente e candidata del Psoe, Susana Díaz Pacheco. D’altra parte, di circoscrivere temi e dibattiti non oltre il confine della Sierra morena (che divide la regione dalla meseta centrale) non c’è stato verso. Tra i balletti dell’ex rivale della presidente alle primarie del partito e ora premier Pedro Sánchez sulla presentazione della manovra economica, la mobilitazione dei funzionari pubblici catalani e lo sciopero della fame dei suoi leader dell’indipendenza in carcere. L’agenda nazionale si è fatta fitta e seppur pesante, la regione di Siviglia si sono fatti superare dai rispettivi rappresentanti nazionali. Il risultato che uscirà dalle urne questa sera è dunque una prova generale di ciò che verrà fuori alle elezioni nazionali, la cui data è ancora da stabilire. Per 36 anni feudo socialista – che vuol dire fin dalle prime elezioni post-franchiste nel 1982 – ; pesante per numero di voti – l’ex territorio del El Andaluz è il più popoloso di Spagna con i suo 8 milioni e 300 mila abitanti –; prima comunità autonoma alle urne dalla caduta del governo popolare di Mariano Rojoy e il ritorno alla Moncloa dopo sette anni dei socialisti guidati da Sánchez; cuore delle questioni migratorie della penisola iberica, l’Andalusia è stata soprattutto laboratorio della futura campagna nazionale.
E stasera, quando i risultati sul futuro abitante del Palazzo di San Telmo – secondo i sondaggi, favorevoli alla presidente Díaz (37,41%) – che però dovrà accordarsi con un altro partito per governare, con una forchetta tra 45 e 47 seggi su 109 – il merito della vittoria sarà tutto di Sánchez.
Il premier mai eletto avrà anche i dati per risolvere il suo rompicapo: andare o no a elezioni anticipate. San Telmo sarà anche il banco di prova delle alleanze, con la coalizione Adelante Andalusia (Podemos più vari partiti della sinistra nazionale e locale più i Verdi) guidata dalla Teresa Rodríguez data al 19,34% e 20 seggi, i popolari di Juanma Moreno, non certo cavallo di battaglia del leader nazionale Pablo Casado, dati al 18,66% e con 20- 22 seggi, a un tiro da Ciudadanos, il cui leader regionale Juan Marín è stato oscurato dal presidente del partito Albert Rivera, all’18,55% e stessa forbice di seggi. L’elefante nella stanza è Vox, il movimento sovranista di Francisco Serrano che riuscirebbe a ottenere il suo primo scranno grazie a un messaggio chiaro: “Sono un’invasione e vengono a sostituirci”. Non ai marziani si riferiva, bensì ai migranti. Quelle 47 mila persone – di cui 8500 minori non accompagnati – arrivate per mare, che l’hanno resa la principale porta d’ingresso irregolare d’Europa. Quelle a cui gli altri hanno accennato, senza entrare nel dettaglio di eventuali soluzioni e che spingerebbero verso Vox gli abitanti delle province di frontiera come Almeria, Cadice e Malaga.