Casseurs scatenati, bruciata la protesta dei Gilet gialli

I casseurs si sono presi Parigi, a cominciare dall’Arco di Trionfo, dove sono arrivati ieri di primo mattino. “I Gilet gialli trionferanno”, hanno scritto sul monumento, dove meno di un mese fa 72 capi di Stato e di governo si sono riuniti per i 100 anni della fine della Grande guerra.

Portano il gilet fluorescente ma si coprono il volto con cappucci e sciarpe o maschere, e si mescolano a chi è venuto per manifestare in pace, ed è difficile distinguere chi è manifestante e chi è casseur.

Un gruppetto si è seduto intorno alla tomba del milite ignoto, dove la fiamma è accesa dal 1923, e ha cantato la Marsigliese. Poi, quando i lacrimogeni non bastavano più, i poliziotti hanno respinto i violenti con i cannoni ad acqua e la rabbia ha invaso le strade vicine, quelle della Parigi dei bei palazzi, delle ambasciate, delle banche.

Il caos ieri è durato fino a sera. Tra l’avenue Foch e Friedland decine di auto sono state rovesciate e incendiate, obbligando i pompieri a correre ovunque per spegnere i roghi. Sul boulevard Haussmann le Galeries Lafayette sono state evacuate. I casseur si sono spinti fino alla rue de Rivoli, vandalizzando delle boutique, penentrando nel giardino delle Tuileries, incendiando un veicolo della polizia in place Vendôme. Altri hanno raggiunto il Trocadero, che si affaccia sulla Tour Eiffel. Colonne di fumo nero hanno oscurato il cielo grigio di pioggia di Parigi.

È stato il terzo giorno di blocco nazionale contro il caro-carburante e il carovita e il terzo sabato di guerriglia nella Capitale. I Gilet parlano ormai di rivoluzione, i poliziotti di insurrezione e chiedono l’aiuto dell’esercito. Si pensa subito al maggio ’68. Eppure la Capitale si era preparata. Gli Champs Elysées erano stati blindati. Vi si poteva entrare solo dopo i controlli delle borse e dei documenti. Tutti gli arredi urbani, i gazebo dei caffè, i cantieri erano stati smontati. Ma la guerriglia è esplosa fuori dal perimetro di sicurezza e si è sparsa a macchia d’olio nella città, in modo incontrollato, mettendo a dura prova i 4000 agenti mobilitati. I casseurs, forse 1500 individui, non hanno neanche provato a passare i controlli. Molti avevano martelli, tenaglie, spranghe e non sarebbero mai passati.

Forse il perimetro era troppo stretto, forse il rischio è stato sottovalutato, hanno detto i primi critici. “Ma non è possibile blindare tutta Parigi”, ha reagito Johanna Primevent, portavoce della prefettura. Ai manifestanti i casseurs hanno lasciato gli Champs Elysées e le loro rivendicazioni scritte a mano sui Gilet: l’aumento del minimo salariale e delle pensioni, il gelo delle tasse sul carburante e la tenuta di referendum popolari. Gli slogan sono diretti: “Macron sparisci” e “Macron dimettiti”. Ma le loro richieste, che più dell’80% dei francesi dice di comprendere, sembrano perdersi dietro la guerriglia.

“I poliziotti sono stati bersaglio di attacchi che loro stessi hanno definito di rara violenza”, ha detto il premier Edouard Philippe, parlando nella sede della prefettura, scioccato dagli attacchi “ai simboli” del Paese. Chi sono gli individui che infiltrano la protesta? Tra i più di 5.000 manifestanti, la prefettura ha individuato almeno 200 militanti dell’ultradestra. Una bandiera con la croce celtica è stata montata su una barricata.

Nella folla è stato visto anche il controverso comico Dieudonné, vicino all’estrema destra, che ha postato diverse foto sui social di lui col Gilet e messaggi: “Paralizziamo le amministrazioni dello Stato”. Su Bfm Tv, Laurent Nunez, il numero due del ministero dell’Interno, ha parlato di “estremisti” arrivati a Parigi attrezzati e pronti agli scontri.

Nel frattempo Emmanuel Macron era lontano migliaia di chilometri, in Argentina, per partecipare al G20 di Buenos Aires. “Rispetterò sempre le contestazioni, ascolterò sempre l’opposizione. Ma non accetterò mai la violenza” ha detto in conferenza stampa. Al suo ritorno troverà una città devastata che si lecca le ferite e un popolo che vuole risposte concrete subito. Lui e i suoi ministri sono il bersaglio di chi protesta ma anche dei politici di destra e sinistra. “Il potere spera in un grave incidente per far montare la paura”, ha accusato Jean-Luc Mélenchon della France Insoumise, che ha manifestato a Marsiglia, dove altri incidenti si sono verificati nella zona del porto. La sua presenza non è stata gradita da tutti i Gilet.

E di fronte ai gravissimi incidenti di Parigi, i partiti che avevano sposato la protesta si sono tirati indietro: la leader del Rassemblement National (ex Front National) Marine Le Pen, così come l’ex presidente François Hollande, hanno definito le violenze “inammissibili, intollerabili e inqualificabili”.

Il presidente e Saddam: la tempesta nel deserto che sconvolse il mondo

Di George H.W. Bush, 41° presidente degli Stati Uniti, scomparso all’età di 94 anni, ci restano tre ricordi fermi e un’eredità. I tre ricordi sono la vittoria nella Guerra del Golfo del 1991, l’ultima guerra legittima combattuta dalla comunità internazionale con il pieno avallo dell’Onu; la sconfitta nelle elezioni del 1992, per mano di Bill Clinton; il figlio, George W. Bush, che, senza Trump, sarebbe entrato nella storia come il peggior presidente Usa del dopoguerra.

L’eredità è il calderone di crisi e l’intreccio di conflitti del Medio Oriente: se la questione palestinese era già cronica, e lo è rimasta, la matassa delle relazioni tra Baghdad, Damasco, Teheran, Ryad non s’è più dipanata dopo il garbuglio di quegli anni.

Ex capo della Cia, ex ambasciatore degli Usa in Cina, ex vice-presidente di Ronald Reagan, Bush, quando entrò alla Casa Bianca, aveva compiuto tutto il cursus honorum d’un civil servant Usa, dopo gli esordi come uomo d’affari, da petroliere milionario. Decenni vissuti al massimo livello: nelle foto che lo ritraggono con Mikhail Gorbaciov, che lo ricorda come “un vero partner”, è lui l’uomo forte, il notaio americano del crollo del Muro e della dissoluzione dell’Unione sovietica innescata da Reagan. Un po’ come, nelle foto – rare – che ritraggono insieme Ronald Trump e Vladimir Putin, è il russo, il leader che viene dal Kgb, quello sicuro del fatto suo e “in controllo”.

C’è chi ritiene che la famiglia Bush abbia superato, per ampiezza e per influenza, nella storia degli Stati Uniti, quella Kennedy: di sicuro, sono due dinastie a confronto, quella democratica arroccata nel Massachusetts a Hyannis Port e quella repubblicana “in stile Ralph Lauren”, come si scrisse allora, a Kenneburport nel Maine. I Bush sono riusciti – primi, dopo gli Adams a cavallo tra 18° e 19° secolo, a portare padre e figlio alla Casa Bianca –. Non si può, invece, parlare di dinastia per i Clinton, dopo che Hillary ha fallito il doppio assalto al potere nel 2008 e nel 2016, e speriamo non lo si debba fare in futuro dei Trump.

Uomo di petrolio, di potere, di mondo, Bush sr resta l’ultimo presidente della Grande Generazione che vinse la Seconda Guerra Mondiale – lui partecipò al conflitto e sopravvisse all’abbattimento del suo aereo nel Pacifico – e pure la Guerra Fredda: educato come oggi non si usa più, nei modi e nei toni, coraggioso al punto da lanciarsi con il paracadute per il suo 90° compleanno, più funzionario che leader, sperperò, dopo la guerra del Golfo del ’91, un capitale politico eccezionale (con il figlio, è l’unico presidente dei tempi recenti il cui tasso di popolarità ha superato il 90%) e perse le elezioni perché l’economia cominciava a battere in testa e lui tradì la promessa televisiva fatta nel 1988: “Leggete le mie labbra: no new taxes”. La sconfitta nel 1992 fa di lui una figura di transizione alla Casa Bianca: il suo unico mandato pare quasi una prosecuzione di quelli di Reagan più che avere un’impronta sua propria. Fece soprattutto politica estera: a parte la disgregazione dell’Urss e la Guerra del Golfo, “Giusta Causa” a Panama e “Riporta Speranza” in Somalia, in anni di cambiamenti che il politologo Francis Fukuyama definì “fine della storia”.

Nella Guerra del Golfo, alcuni, fra cui i Neo Cons americani e suo figlio, gli rimproverarano d’avere lasciato l’opera a metà, fermando le truppe sulla via di Baghdad senza rovesciare il regime di Saddam Hussein, perché il mandato dell’Onu era di restituire al Kuwait la sovranità. Su Twitter, qualcuno ieri ha scritto: “Questo non lo vorranno né gli angeli né i demoni. Ovunque andrà, troverà Saddam ad aspettarlo a braccia aperte”. Con lui se ne va un’America “più buona e gentile” di quella attuale: quella dei “mille punti di luce” che si aiutano l’un l’altro a fare più grande il Paese, quella delle comunità solidali, dove ricchi e potenti sono più rispettati che temuti, più attenti che arroganti.

G20, clima e protezionismo vince la linea America First

La sostanza si gioca a tarda sera, troppo tardi per dare conto della cena tra i presidenti di Usa e Cina. La forma è invece esibita nel pomeriggio sotto la forma del documento conclusivo del vertice dei G20, i Paesi economici più avanzati del mondo intero. E la forma, però, tradisce anch’essa una sostanza ovvero la supremazia degli Stati Uniti di Donald Trump contro i quali non si muove nulla.

Il presidente Usa, infatti, ha ottenuto due obiettivi importanti. Il primo è il fatto che i 31 punti della dichiarazione finale non fanno nessun riferimento alla “lotta al protezionismo” che in un consesso pensato per il coordinamento globale dovrebbe essere la premessa. L’America first non subisce alcuna critica e alcun ripensamento. Ne è prova il secondo obiettivo, l’anomala elencazione dei punti 20 e 21 sulla conferenza climatica. Il punto 20, infatti, impegna solo “i firmatari dell’Accordo di Parigi” che sostengono il piano di azione di Amburgo e reputano “irreversibile” gli accordi siglati in Francia e si impegnano alla loro piena attuazione. Al punto 21, però, gli Stati Uniti mettono a verbale che si ribadisce il loro “ritiro” dagli Accordi di Parigi e affermano un impegno solo alla “crescita economica, all’accesso alle fonti energetiche, utilizzando qualsiasi mezzo” sia pure “proteggendo l’ambiente”.

Anche il capitolo sui migranti non fa riferimento al Global compact, come se gli strali di Matteo Salvini fossero arrivati fin qui a Buenos Aires. Per il resto si tratta del lungo elenco di giudizi preoccupati per le instabilità finanziarie e convinti assertori. Che però accontenta gli altri, come Emmanuel Macron, che si dice soddisfatto, nonostante la ritirata di Trump, per l’ampia condivisione del punto sul clima.

La dichiarazione finale in effetti esorcizza il flop avvenuto al recente vertice Apec dove i contrasti tra Usa e Cina avevano impedito di arrivare a un documento comune e quindi la formalità di una “comunità internazionale” economica coesa viene mantenuta. Donald Trump però non demorde e tramite Twitter fa sapere a tutti che il vertice “per gli Usa è stato un successo”. Soddisfatto anche il presidente del Consiglio italiano, che si è anche esibito con il pallone regalatogli da Gianni Infantino. Giuseppe Conte parla di “buon compromesso” e soprattutto può sventolare l’ottenimento del vertice del 2021 che si terrà in Italia invece che in India dopo uno scambio tra i due Paesi.

Ma, come dicevamo, il punto dirimente si svolge a tarda serata e riguarda la cena tra Trump e Xi Jinping. Si tratterà di capire se sarà sbloccato il nodo dei dazi doganali che gli Usa hanno imposto su 250 miliardi di beni importati dalla Cina annunciando tariffe per altri 267 miliardi. Se i due Paesi scioglieranno questo nodo il clima mondiale sarà più sereno. Altrimenti si andrà avanti ancora sotto il giogo di Trump e del protezionismo, al momento, il vero vincitore del G20.

Ambulanze senza medici, l’Ordine radia l’assessore regionale

Scontro inaudito a Bologna tra l’Ordine dei medici e la giunta regionale dell’Emilia-Romagna. L’assessore regionale alla Sanità, Sergio Venturi, che è anche gastroenterologo, è stato radiato dall’organismo per una delibera di due anni fa che consentiva la presenza a bordo delle ambulanze dei soli infermieri specializzati, senza medici. Il governatore Stefano Bonaccini e il Pd difendono Venturi, mentre Lega, Forza Italia e M5S ne chiedono le dimissioni. La decisione dell’Ordine, definita “inconcepibile” dall’assessore, risale a venerdì sera e chiude un procedimento in corso da due anni e del quale, un mese e mezzo fa, aveva dato notizia lo stesso Venturi, accusando il presidente dei medici emiliano-romagnoli Giancarlo Pizza di agire in modo strumentale ed evocando “divergenze politiche o, peggio, contrapposizioni personali”. Venturi farà ricorso. “La sanità dell’Emilia-Romagna – scrive in una nota il governatore Bonaccini – non si lascia processare da chi, nonostante guidi l’Ordine dei medici di Bologna, ha più volte espresso dubbi sull’obbligo vaccinale”. Il riferimento è alla firma di Pizza sulla prefazione a un libro di recente pubblicazione che critica la legge sull’obbligatorietà dei vaccini.

La morte misteriosa del manager: via alle analisi sui pc di Rossi (Mps)

I computer di David Rossi, il manager del Monte dei Paschi di Siena morto nel 2013 ufficialmente suicida, sono stati ritrovati e trasmessi agli specialisti del Racis dei carabinieri per essere analizzati. Lo scrive il Corriere di Siena. La Procura di Siena, guidata da Salvatore Vitello, ha inviato l’hard disk che Rossi usava in ufficio e la copia forense di uno dei suoi due pc portatili (all’altro è al momento risultato impossibile accedere) per essere analizzati dal Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche (Racis). I magistrati hanno agito su richiesta dei legali dei familiari di Rossi, Paolo Pirani e Carmelo Miceli, che difendono rispettivamente il fratello, Ranieri Rossi, e la vedova, Antonella Tognazzi. Nei mesi scorsi avevano richiesto la copia degli hard disk dei tre computer scoprendo che, inizialmente, non ve ne era traccia. L’analisi degli hard disk è finalizzata ad accertare chi, quando e come ha scritto le email che Rossi ha inviato all’allora amministratore delegato, Fabrizio Viola. In particolare una, con la tragica richiesta di aiuto: “Stasera mi suicido”, scritta il mattino del 4 marzo 2013, due giorni prima di essere trovato morto nel vicolo sotto il suo ufficio.

Tonnellate di “fumo” con il nome di Riina: il brand mafioso tira

Ci mancava solo l’hashish “Totò Rina”. Arriva qualche anno dopo il caffè e olio col marchio “Zu Totò”, una vecchia idea della figlia e del genero del boss corleonese della mafia, dopo i 38 tra ristoranti e fast food intitolati in Spagna alla mafia, italiana o americana poco importa, dopo il Corleone tour offerto qualche tempo fa a qualche comitiva di turisti intercettati all’aeroporto di Palermo per presentare come attrazioni i luoghi delle più efferate stragi, e più recentemente dopo i bracciali con il marchio del clan Sibillo diffusi tra i vicoli di Napoli. A dimostrazione che la mafia e la camorra sono dei brand di successo. Marchi utili da appiccicare su prodotti e servizi legali per renderli più attraenti sul mercato, e anche su quelli illegali, per infiocchettarli di fascino criminale: secondo le logiche di chi agisce in questi mondi, l’erba che si fa credere venduta da un cartello mafioso di prestigio vale sicuramente di più di quelle prodotte da consorterie meno pericolose.

Eccoci così al caso delle sei tonnellate di “fumo” che viaggiavano dritte verso la Sicilia in una vecchia barca a vela, in panetti con lo stemma “Totò Rina”. Il nome del boss siciliano (senza una i) era appiccicato su alcuni dei sacchi di iuta contenenti 6.360 kg di hashish sequestrati ieri nel porto di Trapani grazie a un blitz della Guardia di Finanza che ha arrestato due spagnoli e un colombiano a bordo della “El Canonero”, una imbarcazione bianca di 12 metri. Roba che se venduta bene al dettaglio in Europa, avrebbe potuto fruttare circa 50 milioni di euro. Tra le confezioni di hashish sequestrate dal comando regionale Sicilia della Guardia di Finanza, che secondo gli inquirenti potrebbe provenire dal Marocco, ne hanno trovate anche alcune racchiuse in sacchi marchiati “Google”. Un modo per distinguere la qualità della droga e i mercati di riferimento. La migliore dovrebbe essere la “Totò Rina”. Chiamata così perché destinata alle piazze siciliane.

Basta spostarsi a Napoli ed ecco un altro modo originale di sfruttare l’appeal mafioso. Come riferisce la testata stylo24.it, tra i quartieri di San Biagio, Forcella e la Sanità si producono e sono in vendita monili, bracciali e collane di poco prezzo con i simboli dei clan camorristici. Il sito riporta le foto dei bracciali che portano al centro una piastrina dove sono state incise la “F” e la “S” inframmezzate dal numero 17. È il logo dei Sibillo, il clan della “paranza dei bambini”: “FS” sta per “famiglia Sibillo”. Bigiotteria simile, con la scritta “FS”, è attribuita ad un altro clan, i Sequino. Comprarli e indossarli sono segnali di rispetto e di appartenenza. E le cose non sono cambiate molto rispetto agli anni 70, quando tra Napoli e i paesi vesuviani circolavano i gioielli firmati “Nco”, la sigla della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Ma in quei casi non era bigiotteria: erano gioielli d’oro, di gran valore, destinati agli affiliati di rango. E utilizzati come dono per “persone di riguardo”.

L’hashish “Totò Rina” doveva arrivare in Sicilia, dove continuano a esistere piccole attività commerciali – ristoranti, negozi di magliette, bar – intitolate con nomi che inneggiano alla cultura mafiosa. Uno sfregio alla memoria delle vittime, che rinnova il dolore dei familiari. Il pensiero corre al tentativo della figlia del capo dei capi, Maria Concetta Riina, e del marito Antonino Ciavarello, di vendere su Internet le cialde di caffè “Zu Totò”.

Salvatore Riina era morto da pochi giorni quando nel dicembre 2017 fu bloccata la vendita online dei prodotti. I coniugi Ciavarello-Riina si erano trasferiti nel 2012 in Puglia, in un paesino della provincia di Brindisi, dove il genero del boss defunto stava scontando un residuo di pena agli arresti domiciliari per una truffa compiuta nel 2009 a Termini Imerese. L’iniziativa fu preceduta da un sondaggio, un’operazione di marketing rudimentale sulla pagina Facebook di Ciavarello: “Se produciamo il caffè ‘Zu Totò’, lo comprate?”. Il post fu rimosso, ma nel frattempo erano arrivate molte risposte affermative, che incoraggiarono l’impresa ad andare avanti. La mafia è un brand che funziona, purtroppo.

Migliaia manifestano contro Salvini. E lui: “Bacioni ai kompagni”

Quando si sono messi in marcia si è subito capito che erano in molti. Alla fine, cifre alla mano, almeno cinquemila persone ieri a Milano hanno protestato contro la riapertura del Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli 28. Il centro è stato un Cie fino al 2013. Poi chiuso è stato riconvertito a centro di accoglienza. Ora i lavori per la riapertura del nuovo Cpr inizieranno tra pochi giorni. Studenti, centri sociali, anarchici, ma anche partiti hanno contestato il decreto Sicurezza voluto fortemente da Matteo Salvini. Slogan ripetuti si sono sentiti contro il ministro dell’Interno. Tutti uniti dietro la grande scritta: “Mai più lager No al Cpr”. Nel complesso la manifestazione, partita da piazzale Piola e arrivata in via Corelli, è stata tranquilla e colorata. Solo alla fine un po’ di tensione in via Corelli, quando un gruppo dei centri sociali si è avvicinato alle barriere. Polizia in assetto antisommossa, molti cori. Ma niente scontri. In serata è arrivata via social la risposta del ministro: “Anche oggi non manca il corteo anti-Salvini! A Milano, i soliti kompagni protestano per i nuovi centri di rimpatrio degli immigrati clandestini previsti dal nostro Decreto, diventato legge. Bacioni”.

Migranti in mare: li aiuta Casarini, si muove l’Unhcr

Sono in mare dal 22 novembre e nessuno sta offrendo una soluzione. È l’ennesima situazione di crisi e di stallo in mezzo al Mediterraneo. Questa volta il peschereccio si chiama Nuestra Madre de Loreto, batte bandiera spagnola e a bordo ha raccolto 12 migranti che da ben otto giorni non hanno un’indicazione sicura per lo sbarco. Ieri è intervenuta l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, chiedendo una soluzione urgente e rimarcando che non è possibile farli approdare in Libia perché non si tratta di un porto sicuro.

In aiuto dei passeggeri è intervenuta la nave Mare Jonio e Luca Casarini, l’ex leader no global oggi con Sinistra italiana, ha lanciato in Rete questo messaggio: “Siamo al confine tra la zona Sar libica e quella maltese. Oggi siamo venuti qui per portare soccorso a questo peschereccio lasciato da solo da tutte le autorità, a partire da quelle spagnole, senza alcuna indicazione e non potendosi muovere”.

Casarini ha parlato anche di problemi di natura sanitaria: “A bordo del peschereccio sono allo stremo, abbiamo effettuato una evacuazione con l’elicottero, dopo le visite dei nostri medici, perché c’era una persona che perdeva conoscenza continuamente. È stato rianimato”. Il punto è che la situazione è in stallo: “Non ci danno l’autorizzazione a imbarcare queste persone indicandoci un porto sicuro. Né a noi, né al peschereccio. Arriva il maltempo. Non li lasceremo soli. È una situazione grave e può diventare drammatica”.

Che sia drammatica lo conferma l’Unhcr che ieri con un comunicato ha espresso “la sua profonda preoccupazione per la possibilità del ritorno forzato in Libia delle persone soccorse”.

L’Unhcr si sta attivando perché è necessaria “la ricerca di alternative sicure e valide”. La Libia, come ribadisce da tempo, non può essere considerato un porto sicuro a causa dei gravi rischi – arresti, torture, stupri – che corrono rifugiati e migranti”.

“L’Unchr – dichiara l’agenzia dell’Onu – non considera la Libia un porto sicuro e chiede che non siano forzatamente riportate in Libia le persone soccorse in mare. È urgente trovare una soluzione negoziata tra i Paesi europei in linea con le proposte dell’Unchr e dell’Oim sugli sbarchi e sui meccanismi di distribuzione delle persone soccorse. È essenziale evitare rischi maggiori e porre fine alla sofferenza delle persone soccorse, tra cui due minori e alcune che iniziano a presentare problemi di salute”. Non è più possibile continuare a gestire la situazione “nave per nave” ed evitare che sia messo a rischio il principio del salvataggio in mare. “Avere meccanismi chiari – continua l’Unhcr – ridarà fiducia ai capitani delle navi che continuano a salvare vite umane in mare ogni giorno, in linea con la legge marittima internazionale, liberandoli rapidamente dalle responsabilità verso le persone soccorse”.

I cannoli di Dijsselbloem o Il Padrino a Bruxelles 3

L’insuccesso, giusta una celebre battuta di Mino Maccari ai danni di Ennio Flaiano (poi bizzarramente attribuita al secondo), può dare alla testa. Non è però questo il caso perché l’ex presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, pur uomo di grande insuccesso, non è nuovo a uscite bizzarre del tipo “come socialdemocratico do grande importanza alla solidarietà, ma non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto” (si riferiva ai Paesi del Sud Europa). Non è stata dunque la delusione per il tracollo elettorale in Olanda del 2017 a suggerirgli le parole scomposte affidate a Der Spiegel. Stavolta comunque, anziché a stereotipi razzisti, il nostro è ricorso al lessico alla Vito Corleone in uso quest’autunno a Bruxelles su Italia, deficit e dintorni: “Il segnale della Ue deve essere chiaro: non ci lasciamo ricattare dal governo italiano” (Fredo, sei mio fratello e ti voglio bene, ma non ti azzardare mai più a schierarti contro la famiglia); “se l’Italia perde l’accesso ai mercati finanziari, l’Europa non potrà salvarla” (’a pistola lasciala, pigliami i cannoli); “il segnale deve essere che chi compra titoli di Stato italiani deve considerare la possibilità che non riavrà tutti i suoi soldi perché si arriverebbe senz’altro a un taglio del debito” (Sonny è uscito pazzo: vuole che ci organizziamo coi materassi a terra). Poi Dijsselbloem ha detto anche questo: “Il messaggio deve essere: diversamente dal passato non vi tireremo fuori dai guai”. Al che don Vito, va detto, è rimasto interdetto pure lui: Jeroen, ma che minchia dici? Che passato?

Adesso è Conte a trattare Di Maio come un burattino

Giuseppe Conte è ingiustamente sottovalutato. Non sempre è un burattino nelle mani di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, spesso riesce a usarli come utili idioti, soprattutto il secondo. L’errore di molti è stato classificarlo come sprovveduto e oscuro professore messo come segnaposto a Palazzo Chigi. Ma Conte non è un orfanello. Ha un pedigree ricco di “appartenenze”. Il suo nome Di Maio non lo ha trovato sulle Pagine Gialle. Gli fu portato da certi ambienti che, ben prima delle elezioni del 4 marzo, erano già in cerca delle chiavi di accesso al mondo pentastellato e le hanno trovate. Catturando il leader implicito Davide Casaleggio – così sensibile alle sirene del mercato in cui la sua azienda vuol prosperare – hanno trasformato il governo del cambiamento in governo della continuità. Questo giornale ha segnalato ben prima della nascita del governo che un sistema di potere collegato con il piduista Luigi Bisignani voleva Fabrizio Palermo al vertice della Cassa Depositi e Prestiti. E Conte ha puntualmente eseguito l’ordine impartito – attraverso Casaleggio e il suo ambasciatore per gli affari romani Stefano Buffagni – da Claudio Costamagna, intimo di Bisignani e (paradossalmente) cacciato da Cdp dal governo del cambiamento.

Il telecomando di Conte non ce l’ha Di Maio ma Guido Alpa, il grande civilista suo maestro, a sua volta al centro di una ragnatela di cui fanno parte altri avvocati, tra i quali spiccano Sabino Cassese e Andrea Zoppini, e una falange di alti burocrati, consiglieri di Stato e capi di gabinetto. Conte è talmente abile nell’interpretare il ruolo del Giano bifronte che il suo stesso portavoce Rocco Casalino, quando si produsse nell’intemerata contro i “pezzi di merda” del ministero dell’Economia (con riferimento mirato al capo di gabinetto Roberto Garofoli), forse non aveva capito che stava insultando i danti causa del suo capo. Lo stesso Cassese, che quasi ogni giorno tuona in tv e su tutti i giornali contro il governo, lo ha ammesso: “Lo Stato deve assicurare la continuità. L’attuale governo ha assicurato meglio del precedente la continuità nei gabinetti ministeriali, riportando nei gabinetti i consiglieri di Stato”. Quando Conte obbedisce, Cassese va in tv e lo elogia (“Sei meglio di Gentiloni”). Anche quando ha sfoderato un’acrobazia giuridica per blindare la nomina alla presidenza del Consiglio di Stato di Filippo Patroni Griffi, Conte ha usato il giuridicamente svantaggiato Casalino per fargli dire due falsità in una sola frase, cioè che Conte restaurava la prassi costituzionale. Conte non ha restaurato niente, per due ragioni: anche Patroni Griffi, come il suo predecessore, è stato scelto in spregio a una prassi violata, in un secolo è mezzo, solo da Benito Mussolini e da Matteo Renzi; e dello scempio giuridico del 2015, che Conte dice di aver riparato, egli fu uno dei protagonisti, in un’epoca aurea in cui qualsiasi uomo di sia pur minime ambizioni non poteva non dirsi renziano.

Adesso c’è l’appuntamento con la presidenza della Consob. Salvini e Di Maio hanno un accordo sulla nomina di Marcello Minenna. Ma i danti causa di Conte, che non hanno digerito le dimissioni dell’amato e fidato Mario Nava, ancor meno digeriscono Minenna, giudicato poco incline al dialogo con i boss del capitalismo di relazione e i loro avvocati. L’obiettivo è nominare Mirella Pellegrini, docente di Diritto alla Luiss della scuderia Alpa. Per spianare la strada a lei o al vero candidato celato dietro il suo debole curriculum, Conte ha fatto sua, anche in riunioni private coi ministri, la fake news già diffusa a mezzo stampa amica: su Minenna ci sarebbe un veto del Quirinale. Anche stavolta il professore la figura del burattino la vuol far fare a Di Maio.