“State attenti a voi stessi, a non appesantire i cuori in ubriachezze e affanni”

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Luca 21,25-28.34-36).

L’Avvento, che inizia oggi, in quattro settimane ci accompagna e prepara a celebrare il Natale di Gesù, rivivendo giorni nei quali “io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda” (Ger 33,14). Dio, fedele a ciò che promette, educa e alimenta con la sua la Parola la speranza e la fiducia in Lui che salva, perché la notte oscura della nostra oppressa umanità sembra invincibile e interminabile: fame, epidemie, guai economico-sociali, catastrofi, guerre, gente che vediamo annegare, ingiustizie d’ogni genere nel mondo dei ricchi come in quello dei poveri, il girare il volto da occhi che chiedono, magari solo ascolto!

Luca, il Vangelo che leggiamo quest’anno, ci parlerà della misericordia, della tenerezza che Dio manifesta in Gesù nato, morto e risorto per la nostra salvezza. È la Persona che nella sua carne assume ora le nostre carni dolenti per trasfigurarle in speranza certa di novità di vita eterna. La perìcope evangelica odierna annuncia tribolazioni, morte e sconvolgimenti e invita a non essere distratti, dissipati, alienati dalla nostra vita e dalle sue responsabilità. Ma non disimpegno, indifferenza, quietismo, ripiegamento, anzi: Risollevatevi e alzate il capo perché la vostra liberazione è vicina.

Bisogna essere attenti ai segni dei tempi, pazienti e vigilanti perché siamo nella dimensione del già e non ancora. Il credente è chiamato a vivere il presente, la storia, il tempo sapendo resistere nell’attesa e venendo radicato nella fedeltà di Dio alle sue promesse, custodirà il centro della propria vita da ciò che lo minaccia: con la vostra pazienza salverete la vostra vita. La vita di ognuno ci appare come un’attesa. “Il presente non basta a nessuno; l’occhio e il cuore sono sempre avanti, oltre la breve gioia, oltre il limite del nostro possesso, oltre le mète raggiunte con aspra fatica. In un primo momento pare che ci manchi qualcosa: più tardi ci si accorge che ci manca Qualcuno. E lo attendiamo. Ogni popolo, come ogni cuore, è in stato messianico. L’uomo non è mai tanto povero come quando si accorge che gli manca tutto: non è mai tanto grande come quando, da questa stessa povertà, tende le braccia e il cuore verso qualcuno. Cristo è questo qualcuno. Il profeta lo chiama il Veniente. Poiché egli è colui che viene, io sono colui che attende” (don Primo Mazzolari). Così ci si prepara ad incontrare a Natale il Figlio dell’uomo. Per san Paolo (1Ts 3,12-13) è la carità di Cristo che ci fa crescere e sovrabbondare nell’amore fra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili… alla sua venuta con tutti i suoi santi.

L’Avvento ci chiede di lasciarci avvolgere dal Mistero. Che come canta Clemente Rebora ogni vicenda di gioia e di dolore è segnata da una certezza: Del male è il bene più forte! Secondo il Natale, l’ipotesi di spiegazione della vita è positiva. E se il Mistero può sembrare una lontananza che si sposta sempre più in là, in ogni caso, il Bene è alla fine ciò che ci attende, compimento di ogni desiderio e ciò per cui siamo fatti.

 

Sovranismo, l’Italia è in stato di assedio

Il Global compact è un tipico atto dell’Onu. Indica un principio ovvio (salvaguardare i migranti del mondo, siano o non siano rifugiati, garantire la prima accoglienza, impedire cacciata e persecuzione), un principio che sarà osservato da pochi, ignorato da molti, vilipeso o ridicolizzato dai peggiori che, come si sa, ci sono sempre.

Quel che è successo in Italia è un evento privo di senso (non solo di senso politico ma anche di senso comune) e difficile da decifrare anche come comportamento normale. Infatti il principio proposto dall’Onu (e che tutti i capi di Stato o ministri degli Esteri andranno fra poco a ratificare a Marrakech) esprime un sentimento buono ma ne è appena il simbolo. Non impone, non vincola e non prevede verifiche di alcun genere. Infatti il presidente del Consiglio italiano che, come si sa, ha poca autorità ma consente ai due vice di governare, era andato alle Nazioni Unite a dire, con la gentilezza delle cerimonie, che certamente l’Italia avrebbe partecipato, e detto di sì a un generico principio di umanità che si proponeva a tutti di accettare, e che tutti hanno accettato.

Poco dopo il ministro dell’Interno italiano, che non governa se non le prefetture e le Forze dell’ordine, ha fermato la macchina politica della Repubblica italiana per dire no. Non il “no” del suo partito, che rappresenta il 17 per cento dell’elettorato italiano, ma il no di tutti gli italiani. Come ama fare, ha chiamato in causa tutti i cittadini come corresponsabili di questo distacco improvviso dalle Nazioni Unite, e da un principio umanitario, che forse a lui sembra preannunciare il distacco (che sarà ovviamente più violento, meno facile e molto più costoso) dall’Europa. In questo modo il ministro dell’Interno, però, ha dimostrato di essere solo al comando, umiliando il suo primo ministro e profittando con prontezza delle difficoltà che stanno attanagliando l’altro vicepresidente del Consiglio Di Maio.

Non sarà un colpo di Stato, ma certo è un colpo allo Stato, una botta violenta ai tanti meccanismi, in parte costituzionali, in parte contrattuali, che regolano questo strano governo. Uno schiaffo in pubblico al presidente della Repubblica. Un simile evento genera naturalmente una serie di domande destinate a restare senza risposta. Siamo così avanti nella “rivoluzione” preannunciata e predicata da Bannon e dai sovranisti religiosi del rosario alle frontiere per poter cominciare a esibire gesti di disprezzo nei confronti dell’Onu? È già il momento dello scontro con i governi delle élite e di Soros, dopo avere “preparato” nel modo più aspro e carico di insulti, anche feroci, il “dialogo” con l’Europa di cui siamo ancora parte? Vuol dire che questo è il momento in cui sciocchezze e bugie dette ai comizi sono diventate programma politico di un Paese pietrificato dalla Lega?

Voi sapete la via d’uscita che Salvini vorrebbe far passare per buona: prima deve decidere il Parlamento. Eppure chi ha governato per vent’anni con Berlusconi e accanto al dispendioso padre-padrone Bossi dovrebbe sapere che il Parlamento ratifica trattati, accordi e principi adottati in comune con altri Paesi o con organismi internazionali di cui siamo parte, dopo avere impegnato la propria adesione, come ha fatto Conte all’Onu, a nome dell’Italia.

Ma se l’intento era dichiarare una emergenza in cui d’ora in poi tutto cambia, a cominciare da chi decide che immagine ha l’Italia, certo il ministro dell’Interno ha segnato in poche ore molti punti. E i cinquestelle dovrebbero domandarsi se hanno una via d’uscita. Infatti la sequenza ci dà per definitivo lo scambio fra due realtà importanti e diverse: sicurezza e immigrazione.

La legge detta “della Sicurezza” si dedica quasi esclusivamente a rendere sempre più grama la vita degli immigrati, buoni e cattivi, meritevoli e marginali, tagliando dovunque le misere spese, inventando reati e pene, alternando la condanna al vagabondaggio per mancanza di rifugi al raddoppio della detenzione (in attesa di rimpatri impossibili) in luoghi peggiori delle carceri. Intanto la legge sulla “legittima difesa” tenta di stabilire lo status di eroe nazionale per chi spara e uccide. E sta circolando senza vergogna l’idea di tassare le rimesse degli immigrati che lavorano, tassarle, cioè, al momento dell’invio alla famiglia, dopo averle tassate regolarmente in Italia.

Come si vede, questo Paese è in stato d’assedio, stretto nella morsa di leggi e di gesti di governo insensati che tolgono sempre più dignità e libertà a tutti, anche agli italiani che applaudono o credono che sia conveniente accettare. La loro ora zero è scattata. Quando scatterà l’ora zero di una ferma, civile opposizione?

Mail box

 

Il vero analfabeta funzionale è chi sfrutta il “populismo”

La vicenda che ha coinvolto Di Maio non mi ha colpito più di tanto, le colpe dei padri non ricadono sui figli. Come giustamente ha sostenuto Marco Lillo nel suo articolo, “Non tutti i padri sono uguali: conta cosa fanno grazie ai figli”. Il problema è ciò che i figli fanno, grazie al loro ruolo, per i padri. La faccenda potrebbe tranquillamente finire qui, ma ci sono state reazioni assurde. Mi domando cosa si cerchi di fare cercando di tirare sullo stesso livello due questioni tanto diverse come questa del ministro e quelle dei Renzi e dei Boschi, e mi rispondo che sono convinti che dall’altra parte del telefono ci siano degli idioti. Come Calenda, ritengono gli elettori dei Cinquestelle una massa di analfabeti funzionali incapaci di comprendere l’approfondimento e quindi facili da riportare all’ovile democratico esattamente come sono stati portati via da lì con annunci emotivi e falsi. Per definizione, gli analfabeti funzionali non approfondiscono, quindi la scelta del loro candidato avviene in modo emotivo, “a caso”. In pratica, gli analfabeti funzionali si dividono equamente in tutti i partiti che usano il “populismo” come arma propagandistica. Proprio tanta fluidità dimostra come questi elettori compiano le loro scelte non in maniera emotiva, ma razionale. Votano M5S perché non c’è niente di meglio, perché si deve pur votare qualcuno. Chi ragiona, approfondisce, non è un analfabeta funzionale. Chi attacca Di Maio invece di fare opposizione si dimostra l’unico analfabeta in circolazione.

Lettera firmata

 

Sono un vostro sostenitore, ma attenzione alla grammatica

Ringraziandovi di esistere, mi permetto un rimprovero formale. Applausi all’articolo di Selvaggia Lucarelli “Sgarbi e l’assessore fanno ‘stalking’ a Keith Haring”, meno a chi ha fatto il titolo. Lucarelli scrive correttamente “il murale”, ma nell’occhiello appare “il murales”, che è il plurale dello spagnolo mural. Sembra una battaglia persa, nei titoli dei giornali italiani, dove si ama ispanizzare o inglesizzare. Grazie ancora per tutto il resto, che rispetto alla pochezza degli altri quotidiani è un’enormità.

Luciano Murgia

 

Sui morti ammazzati non si può essere superficiali

Il giornalismo italiano fa anche queste cose: nel recente programma televisivo di Mario Giordano, il conduttore ha esultato per l’uccisione di un ladro con vari ricorsi a frasi fatte come “Lo Stato non c’è” e via dicendo e sono partiti gli applausi per un morto ammazzato a revolverate. Avrebbe potuto, se fosse stato un giornalista serio e responsabile, sottolineare l’esasperazione del derubato e stigmatizzare l’esito tragico del gesto. Non si può stare con chi ha ucciso e non si può nemmeno stare con la vittima, ma si può e si deve riflettere sulla desolata terra di mezzo che ha consentito tutto questo. Urge una riflessione non superficiale. L’entusiasmo di Giordano è una vergogna inammissibile. Si è dimostrato un analfabeta morale.

Rita De Marco

 

L’incognita del Pd rottamato: l’ombra di Renzi che incombe

In principio fu Berlusconi – dopo Tangentopoli – poi venne Renzi a continuarne i fasti. E Renzi costrinse Bersani & co. alla secessione inutile e improduttiva di Liberi e Uguali. Grazie poi a Renzi, il Pd, sorto dalle ceneri dell’ex Pci e dell’ex Dc, fu rottamato in buona sostanza e adesso con le primarie si cerca un segretario che lo faccia risuscitare. Un’impresa ardua perché tra Zingretti, Martina e Minniti, quello dei Peanuts, con l’ombra di Renzi che incombe sempre su primarie e Congresso, non si può immaginare cosa che accadrà.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

La sinistra deve proporre un’idea di sicurezza alternativa

È riprovevole il comportamento della sinistra sul decreto sicurezza. Questo atto normativo sconta i fondamentali errori del Novecento che davano alle destre il compito di agire sulla sicurezza e la corruzione e alle sinistre la giustizia sociale. Poi i ruoli si sono mescolati in peggio. Può esistere un’idea di sicurezza della sinistra alternativa alla licenza di uccidere di Salvini? La sinistra potrebbe avere alle spalle il ruolo di controllo sociale e di creare comunità che forniscano welfare e solidarietà. Ma questa ritessitura sociale va ricostruita. Non parliamo della corruzione, ma non è di sinistra impedire che per colpa di questa vada in malora lo stato sociale? L’Ungheria, le elezioni in Brasile e altre situazioni dimostrano che se la sinistra non difende questi valori andranno al potere le destre più estreme e improbabili.

Luciano Mignoli

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo “Sesso fra i banchi: ‘Ti do il mio corpo per le ripetizioni’”, pubblicato ieri a pagina 9, abbiamo fatto confusione con i numeri: a dichiarare di aver retribuito compagne e compagni di scuola per rapporti sessuali, secondo la ricerca del portale skuola.net, sono stati quasi due su cento, precisamente l’1,84 per cento dei circa 14 mila ragazzi intervistati, e non quasi due su dieci come erroneamente riportato. Ci scusiamo con i lettori e con skuola.net.

A. Man.

Dietro la gogna per i 5Stelle sorge l’alba dorata di Salvini

“Ai miei occhi Salvini ha in sé due vene di pericolosità che i 5Stelle non hanno: l’avversione all’Europa e una sorprendente capacità di impartire agli italiani un corso quotidiano di diseducazione civica. Non è poco”.

Mario Monti intervistato da Federico Fubini
sul “Corriere della Sera”

Laura Castelli, sicuramente, dovrebbe prepararsi meglio quando va in tv a parlare di questioni serie come lo spread o il reddito di cittadinanza. Luigi Di Maio è certamente una persona perbene ma il danno d’immagine da lui subìto per effetto dei comportamenti paterni è sotto gli occhi di tutti. Detto ciò, il massacro mediatico-ossessivo a cui i ministri M5S vengono sottoposti un giorno sì e l’altro pure presenta una spiegazione logica e un’altra apparentemente illogica.

Che quotidiani come il “Giornale” o “Libero” o “il Foglio” si accaniscano nella derisione dei 5Stelle trova la sua ragion d’essere nella crescente pressione esercitata su Matteo Salvini da parte della destra economica e viscerale di cui quella stampa a vario titolo si fa portavoce. Affinché la Lega rompa al più presto il patto di governo con il pernicioso movimento per dare l’assalto a Palazzo Chigi, alla guida del caro, vecchio centrodestra (e magari con la benedizione di Renzi e dei renziani in sonno). Una prospettiva che (lo diciamo con una certa invidia) ha visibilmente ringiovanito Alessandro Sallusti, tornato dopo lunga mestizia alle vecchie, care maniere forti della casa. Come ai bei tempi del Berlusconi imperante quando bastavano i calzini turchesi di un magistrato per giudicarlo “stravagante” e dunque inadatto a giudicare il capo. Più difficile invece da comprendere la continua, martellante delegittimazione dei 5Stelle da parte di quella parte dell’informazione (illuminata, progressista, democratica, antifascista o come preferite). Che pure ha individuato nel ministro della paura Salvini il pericolo pubblico numero uno. Il campione del “pensiero radical-xenofobo della nuova destra italiana” (“Repubblica”), perfino accomunato all’Alba dorata dei neofascisti greci.

Ora, per quanto sia il raccapriccio che le gaffe della Castelli o le furbate paesane di babbo Di Maio provochino nei delicatissimi stomaci democratici e antifascisti – disposti però a ingoiarsi senza bicarbonato il’ex Cavaliere con tutti i suoi processi, anzi a “firmare con il sangue” (Sandro Veronesi) per un suo ritorno – pur tuttavia i conti non tornano. Punto primo, perché l’eccesso di gogna può involontariamente produrre il cosiddetto effetto Spelacchio (dall’albero natalizio della giunta Raggi così inadeguato e scalognato da suscitare vasta simpatia tra le persone normali). Secondo poi, in questa sofisticata strategia, eliminati gli orridi grillini così rustici e cheap, non v’è chi non veda che, senza più ostacolo alcuno, l’alba dorata di Salvini potrebbe sorgere libera e gioconda nell’italico cielo. Pronta a fare a pezzi l’Europa, sfilando con i sovranisti in camicia bruna di Visegrad. A ricordarcelo è stato un gran borghese come Mario Monti. Non certo un fan della Casaleggio&Associati, ma consapevole che peggio delle élite c’è soltanto la stupidità delle élite. O il loro cinico opportunismo.

Novi Ligure sfila per Pernigotti: “Non chiudetela”

In centinaia per dire no alla chiusura della Pernigotti e alla fine del suo marchio, oltre 160 anni di storia intrecciata in modo indissolubile a quella della città di Novi Ligure. In centinaia hanno sfilato ieri per difendere il lavoro degli oltre cento dipendenti e ribadire l’intenzione di non voler perdere un simbolo riconosciuto del made in Italy. “Non vi lasceremo soli”, ha spiegato in lacrime il sindaco Rocchino Muliere. Anche nell’incontro di venerdì a Roma, la proprietà turca della Toksoz è rimasta sulle sue posizioni, confermato l’impegno, anche attraverso un advisor specializzato, nell’individuare soluzioni concrete di re-industrializzazione del sito, ma a supporto della richiesta di trattamento di cassa integrazione per cessazione di attività. “Forse, nell’incontro dell’altro giorno, la proprietà non si è intesa col premier Conte”, ironizza il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, presente alla manifestazione. Tutto è rinviato all’incontro dell’8 gennaio. “Il nostro unico obiettivo è continuare la storia della Pernigotti – sottolinea Luca Patelli, uno dei portavoce della protesta dei lavoratori –. Perché la città ha bisogno dell’azienda”.

Salari miseri, ma tanta pubblicità: i colossi lavorano in perdita

L’ultimo bilancio di Foodora Italia, approvato poco prima della cessione a Glovo, è del 2017. In quell’anno i risultati sono stati ancora negativi: 4,3 milioni di perdite. Tra le maggiori app del food delivery, la tedesca è quella che ha fatto peggio, ma le altre non navigano nell’oro. Gli utili sono una chimera. La cosa non deve sorprendere: “Tutti i progetti di questo tipo devono fare i conti con una fase di partenza nella quale costruire il brand sostenendo spese superiori ai ricavi”, spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di Strategia e Politica aziendale alla Bocconi.

Le società del food delivery hanno finora tenuto molto bassi i costi del lavoro, inquadrando come collaboratori autonomi i rider e non riconoscendo loro una paga fissa. Anche così, però, i costi di gestione e soprattutto per la pubblicità hanno fatto lievitare la voce uscite, portandola sempre a superare di molto i ricavi. Prendiamo Foodora: nel 2017 il costo del personale è rimasto fermo a 1,7 milioni, ma la spesa per “servizi” ha raggiunto i 6,5 milioni. Cosa comprende? Secondo Carnevale Maffè, “è probabile che in quella voce ci sia il servizio dei rider, la gestione della piattaforma, del software, ma soprattutto la pubblicità”. Per Foodora la voce super di gran lunga i ricavi realizzati nel 2017 (fermi a 5,4 milioni). Solo un po’ meglio ha fatto la danese JustEat, che ha chiuso il 2017 con 2 milioni di perdite. In questo caso i dipendenti sono il doppio della concorrente tedesca: le spese di personale arrivano a 5,2 milioni, mentre il costo dei servizi arriva a 15,4 milioni. Non sono bastati 21,7 milioni di ricavi per evitare il rosso. Solo Deliveroo ha fatto meglio: gli 11 milioni di ricavi hanno tenuto a galla in Italia la società inglese, garantendo un piccolo utile da 174 mila euro. La redditività vera è attesa nei prossimi anni, quindi, sperando che le tutele per i lavoratori arrivino comunque prima.

L’ultima trovata di Foodora: rider licenziati con un link

“Ciao, come sai il 30 novembre sarà l’ultimo giorno di collaborazione previsto dal contratto con Foodora Italia. Se vuoi diventare un rider Glovo, vai su questo link”. Sono queste le parole che, l’altroieri, circa 2 mila rider hanno trovato in quella che di fatto è la loro lettera di licenziamento. L’app tedesca delle consegne di cibo a domicilio ha scritto così in un’email poco prima di chiudere bottega in Italia e passare definitivamente nelle mani di Glovo, ex concorrente spagnola. Una beffa arrivata pochi giorni prima della manifestazione internazionale dei rider, con proteste in tutte le città.

Glovo – come anticipato dal Fatto – non è disposta a riassumere automaticamente tutti gli ex rider Foodora, perché per legge non è obbligata a farlo: i fattorini non erano formalmente dipendenti dell’impresa che al contrario li inquadrava con contratti di collaborazione coordinata, i cosiddetti co.co.co. A fine ottobre erano stati rassicurati: “La tua attuale collaborazione non subirà cambiamenti”, si leggeva in una email che aveva diffuso un cauto ottimismo. Pochi giorni dopo, però, Glovo ha detto di non volerli riassorbire; al massimo prenderà in considerazione la loro eventuale candidatura (comunque non c’era motivo di rifiutarla). E infatti, come visto, la stessa email di “saluto” contiene un riferimento al link “diventa un glover”, form online usato per reclutare i ciclo-fattorini.

Nelle scorse settimane questa scelta della società spagnola è stata contestata dalle associazioni Deliverance Milano e Rider Union Bologna, ma questo non è bastato a ottenere un ripensamento. Anche le segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil sono intervenute per chiedere un tavolo con i vertici di Glovo e Foodora, ma le due società non hanno dato alcuna disponibilità a incontrare i sindacati. La Regione Toscana ha aperto una vertenza locale su spinta del Nidil Cgil di Firenze. Si tratta però di una questione nazionale: il primo licenziamento collettivo di rider della storia italiana con conseguenze in sei città. Facendo una stima della forza lavoro di Foodora, a essere rimasti a piedi dovrebbero essere circa 2 mila fattorini (metà dei quali studenti), ma questa operazione non è passata da alcuna trattativa sindacale, come avviene di solito in casi simili. Il motivo, come detto, sta nel tipo di organizzazione adottata dall’app tedesca, non molto diversa da quella delle concorrenti. I dipendenti, perlo più amministrativi, erano meno di 50. Tutti i rider, invece, erano co.co.co. Una forma di contratto che garantisce tutele minime – contributi e assicurazione – ma non conferisce lo status di lavoratore subordinato quindi non si aprono vertenze. Questo ha slegato le mani all’acquirente.

Tra l’altro, le concorrenti di Foodora, tra cui Glovo, fanno ancora meno concessioni ai fattorini: non firmano contratti, ma li inquadrano come lavoratori autonomi, in pratica partite Iva. È anche qui il motivo per cui Glovo non vuole un travaso automatico dei rider Foodora: facendolo dovrebbe garantire loro condizioni più gravose rispetto a quelle di solito applicate (collaborazione occasionale con pagamento a cottimo).

Le scarse tutele riservate ai rider dalle multinazionali del food delivery sono stati ieri al centro di una giornata di mobilitazione internazionale, con manifestazioni organizzate dai collettivi di molte città europee. In Italia Deliverance Milano ha lanciato la campagna #iononrestofuori, mentre Rider Union Bologna ha tenuto un presidio sotto le due torri. Entrambe le associazioni sono impegnate nelle trattative avviate a luglio da Luigi Di Maio al ministero dello Sviluppo economico. Negli ultimi incontri, gli impegni presi dalle principali app (JustEat, Deliveroo e Glovo) sono risultati ancora troppo generici. Tanto che il governo ha deciso di presentare una propria proposta di contratto. I tecnici di Via Veneto sono al lavoro, ma ancora non c’è una data per la prossima riunione. Sembra impossibile che si chiuda prima di Natale, nonostante i rider promettano di non essere disposti a passare “un altro inverno senza diritti”.

Montino e lo spot pagato dal Comune

Leggendo Repubblica venerdì ci ha colpito un volto pensoso, assorto, fiero a tutta pagina. Solo il titolo ci ha rapito più dell’immagine: “Nuove sfide per il sindaco Montino tra sociale e mobilità sostenibile”. Ecco chi era! Esterino Montino – ex senatore del Pd e marito di Monica Cirinnà, madrina delle unioni civili – che ora fa il sindaco di Fiumicino, Comune sul mare alle porte della Capitale famoso per l’aeroporto. Guardando meglio il giornale abbiamo poi scoperto – oltre al fatto che “la giunta è impegnata in un grande percorso che punta a valorizzare sia il territorio che i bisogni sociali” – che il pensoso Esterino non ci guardava da un articolo giornalistico, ma dalla bellezza di tre pagine pubblicitarie “a cura della Manzoni & C”, cioè la concessionaria del gruppo Gedi, pagate dal Comune di Fiumicino per informarci – oltre che della figaggine del sindaco – su piste ciclabili, “una locomotiva storica per Fiumicino”, “Natale eccezionale con oltre 40 eventi”, “poli d’eccellenza per rivalutare l’area” e altre meraviglie del litorale laziale gestito dall’ex senatore Pd. Un Comune, si presume, che naviga nell’oro al punto da non saper che farsene dei soldi: solo per dare respiro al conto in banca strapieno Montino ha scelto, controvoglia, di comprare tre pagine di pubblicità su un quotidiano nazionale. Questa sì che è buona amministrazione.

Di Maio, promesse da Nord: “Ora l’autonomia”

Non è e non potrà mai essere casa sua, perché quello è il granaio di Matteo Salvini. Però le Europee sono già un’ossessione e i suoi eletti lassù reclamano attenzione da tempo. Così Luigi Di Maio, l’uomo del 40 per cento al Sud, ci riprova nel Nord Est, in Veneto.

Promette “il prima possibile” l’autonomia, quella invocata a grande maggioranza dal referendum dell’anno scorso, assieme a sgravi fiscali e norme più semplici per le imprese. E per convincerle si affiderà a una squadra di eletti e consulenti. Tra i quali, ed è una sorpresa, rispunta anche Massimo Colomban, l’ex assessore a Roma che da un anno diceva il peggio possibile del Movimento. E invece venerdì sera era a tavola con Di Maio in un’osteria veneta. La sorpresa tra le pieghe della visita nel Nord Est del capo politico del M5S, che in due giorni ha incontrato schiere di imprenditori. E attorno a lui si è già mossa la squadra che dovrà fare da ponte con le aziende. Eletti di provata fede, che si faranno aiutare da imprenditori locali.

Così riecco Colomban, l’amico di Beppe Grillo e dei Casaleggio, ex assessore alle Partecipate con Virginia Raggi. Dal Campidoglio era uscito sbattendo la porta nell’ottobre di un anno fa, e nei mesi seguenti era stato durissimo con il M5S. “È è più facile vestire gli edifici con vetro e metallo che togliere la camicia rossa ai 5Stelle, Grillo vuole ridurre l’Italia come il Venezuela” si sfogò nel febbraio scorso con il Corriere della Sera.

Ma qualcosa deve essere cambiato. Anche se per Di Maio, assicurano, non è il cuore del problema. Il tema era rimettere la faccia nella trincea della Lega, assicurando che il Movimento non pensa solo al Mezzogiorno. Così ecco la due giorni organizzata dal capogruppo in Veneto Jacopo Berti, dimaiano doc.

È lui che ieri a Treviso lo ha fatto pranzare con i rappresentanti di categoria, da Confindustria a Confartigianato. E tra una portata e l’altra il ministro dello Sviluppo ha elencato le misure in manovra, come antidoto alle perplessità sul reddito di cittadinanza: evidenti anche nella riunione. Ma il vicepremier ha insistito sul rinvio delle sanzioni per la fatturazione elettronica e nuovi sgravi (ha promesso l’abolizione dell’Imu sui capannoni nel giro di due anni). E ha strappato sorrisi e una nota di cauto ringraziamento. “Abbiamo aperto un canale diretto” assicura Berti. Poi c’è quella promessa sull’autonomia: “Si deve dare il prima possibile, perché il referendum veneto non va disatteso: nei Consigli dei ministri di dicembre affronteremo il tema”.

Salvini ovviamente va a sostegno, anche se è più vago sui tempi (“Inizieremo nelle prossime settimane”), e i governatori di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana, esultano sulle agenzie. Dopodiché c’è la realtà, fatta di mille nodi. Perché l’autonomia per Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna va costruita con intese tra governo e singole Regioni. E il lavoro su competenze e ripartizione delle risorse è complicato. Così in Consiglio dei ministri si potrà al massimo portare una pre-intesa tra esecutivo e Regioni. Poi si dovrà scendere nel dettaglio, cioè innanzitutto sui costi. E il primo scoglio sono i grandi dubbi del ministero dell’Economia sulle coperture. “Sarà lunghissima” ammette un 5Stelle. Anche perché i coinquilini di governo hanno problemi in casa. Ovvero, nel M5S in tanti frenano, chiedendo garanzie per il Meridione. Mentre nella Lega c’è la guerra sotterranea tra veneti e lombardi, con questi ultimi che accusano Zaia e i suoi di “volere la luna”. Rogne, dietro le promesse.

Manovra, governo verso l’apertura all’Ue sul deficit

Pubblicamente il governo assicura che la manovra non verrà ridotta. E che, alla fine, ci sarà solo una “rimodulazione” delle misure per spostare i risparmi ottenuti sugli investimenti, come spese “eccezionali” da scorporare dal disavanzo. Dietro le quinte, però, Palazzo Chigi ormai si prepara sempre di più all’alternativa: ridurre anche formalmente il deficit per venire incontro alla Commissione europea. Un piano B che pochi giorni fa era impensabile.

Anche i toni sono cambiati. “Non fermiamoci ai numerini – ha spiegato ieri il vicepremier Luigi Di Maio sull’ipotesi di abbassare il deficit 2019 al 2% del Pil, invece che al 2,4% previsto in manovra –. Poi, nella trattativa, se non si chiede al governo di tradire gli italiani, possiamo portare avanti tutti i punti di caduta e compromessi che vogliamo”. Ieri Giuseppe Conte ha incontrato al G20 a Buenos Aires il presidente della Comissione Jean Claude Juncker. “Non abbiamo parlato di numeri finali”, ha spiegato il premier, “ma fissato l’impostazione per trovare la soluzione”. L’unica certezza è che si vuole evitare la procedura di infrazione: “È interesse dell’Italia ma anche dell’Ue”. Conte ha poi parlato della fiducia in Parlamento sulla manovra solo come ultima ratio. I lavori parlamentari sul testo sono bloccati e in forte ritardo. Solo oggi arriveranno gli emendamenti del governo. Il testo dovrebbe arrivare in aula mercoledì e, visti i tempi, si lavorerà anche dopo Natale per approvarlo entro fine anno.

Quali siano i “compromessi” con l’Ue è ormai chiaro. Il governo vuole spostare i risparmi ottenibili – rinviando in primavera l’avvio del reddito di cittadinanza e riducendo con i paletti la platea di Quota 100 (la modifica della riforma Fornero), circa 3,6 miliardi (lo 0,2% del Pil) – sulle “spese eccezionali”, cioè la lotta al dissesto idrogeologico e un piano di messa in sicurezza delle infrastrutture, per cui si può chiedere lo scorporo dal deficit. Già a inizio novembre, il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva chiesto lo scorporo di un altro 0,2% del Pil per far fronte ai danni dell’emergenza maltempo (1 miliardo è invece previsto per infrastrutture e costi del dopo Morandi a Genova). In questo modo verrebbero esclusi dal deficit quasi 7 miliardi, che formalmente scenderebbe al 2% del Pil. Una linea che Bruxelles non vuole accettare. La Commissione chiede di usare i risparmi per ridurre davvero il disavanzo.

A complicare la trattativa c’è il rallentamento dell’economia. Il calo del Pil nell’ultimo trimestre (-0,1%) fa saltare le stime del governo. Con la manovra punta a una crescita dell’1,5% nel 2019, ma le simulazioni effettuate al Tesoro parlano al massimo di uno 0,9-1%. Accontentare Bruxelles, riducendo davvero il deficit, avrebbe l’effetto di rallentare ancora la crescita. L’ipotesi è stata scartata a più riprese, ma ora a Palazzo Chigi sono diventati molto meno rigidi. Si proverà fino all’ultimo a chiudere l’accordo sulle spese “eccezionali”, che rappresenterebbe una vittoria del governo. Ma ci si prepara anche al piano B. Domani potrebbe esserci un nuovo vertice di governo.

L’ipotesi che l’esecutivo tenti solo di dilatare i tempi della procedura di infrazione sul debito sembra allontanarsi. Decisivo sarà l’Ecofin, la riunione dei ministri delle Finanze Ue del 19 dicembre che dovrebbe decidere sull’iter delle sanzioni. Ma prima ci sarà un altro Ecofin (3-4 dicembre) che varerà le regole sui nuovi cuscinetti patrimoniali per le banche (i cosiddetti Mrel e Tlac). Nel maggio scorso il governo Gentiloni votò contro la proposta. Gli istituti italiani sperano passi ora una versione equilibrata. Il governo si pronuncerà sperando anche in un riflesso positivo sulla trattativa per la manovra. Uno spread intorno a 300 punti, come l’attuale, alza i costi che le banche devono sostenere per emettere nuove obbligazioni e il settore bancario è il vero tallone d’Achille dell’esecutivo.