La farsa trasparenza sui (tanti) viaggi di Stato

I voli blu – quelli con gli aerei di Stato – sono l’emblema del potere. Gli abusi del passato hanno costretto la politica a praticare un po’ di trasparenza con una legge (n. 98) del 2011 che impone la diffusione di un elenco dei viaggi sul portale di Palazzo Chigi, tranne nei casi di segreto per ragioni di sicurezza nazionale. All’epoca era in corso il tramonto dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi che ha portato l’Italia a saggiare l’austerità dei tecnici di Mario Monti. Quel sorso di trasparenza, però, adesso appare insufficiente.

Il Servizio voli di governo, umanitari e di Stato riferisce che tra il 1° luglio e il 29 ottobre 2018 – durante l’esecutivo gialloverde di Cinque Stelle e Lega – il 31esimo stormo dell’Aeronautica militare ha svolto 25 missioni: troviamo più volte Elisabetta Trenta (M5S), ministro della Difesa; Giovanni Tria, ministro dell’Economia; il leghista Matteo Salvini, vicepremier nonché ministro dell’Interno e soltanto un trasporto per motivi sanitari. Nel periodo citato, in realtà, il 31esimo Stormo ha completato 105 missioni e non 25, come ha spiegato Palazzo Chigi in risposta a una richiesta di accesso agli atti del Fatto. Per imposizione normativa, non vanno menzionati i trasferimenti delle più alte cariche – il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, i presidenti di Camera e Senato e il presidente della Corte costituzionale – ma non basta a giustificare la differenza tra i 25 viaggi conosciuti e i 105 totali. Tra l’altro, le visite istituzionali o gli incontri all’estero del premier Giuseppe Conte e di Sergio Mattarella ricevono sempre un’abbondante copertura mediatica.

Palazzo Chigi autorizza i voli di Stato e controlla la struttura con il tenente colonnello Filideo De Benedictis, ma la gestione è affidata al 31esimo Stormo, dunque è laborioso, anzi impossibile ricostruire il costo complessivo dei viaggi.

La presidenza del Consiglio copre soltanto le spese impreviste e accessorie – non carburante, manutenzione, equipaggio, di cui si occupa l’Aeronautica militare – come specificato nel documento inviato al Fatto. Sempre dal 1° luglio al 29 ottobre 2018, per esempio, Palazzo Chigi ha speso 46.150 euro: 26.540 per catering in Italia; 14.851 per catering all’estero; 3.720 per corredo al catering, cioè porcellane dell’azienda Manifattura di Venezia; 1.039 per esigenze varie. Il 31esimo Stormo ha una flotta composta da almeno due elicotteri per ricerche e soccorso, tre modelli di Falcon con una capienza massima di 12 passeggeri e tre Airbus A319CJ da 36 o 50 posti con spazi per il ristoro, le conferenze e il riposo.

Il governo di Enrico Letta, ormai cinque anni fa, ha disposto la vendita di una coppia di Airbus, uno è tornato operativo – come dimostrano le schede di volo consultate dal Fatto – e un altro è andato all’asta per 16,8 milioni di euro il 2 febbraio 2017 e non ha ottenuto neanche un’offerta. Il ministro Trenta, invece, ha interrotto il contratto di leasing con Etihad per il quadrimotore Airbus A340 sottoscritto dal governo renziano: il famigerato Air Force Renzi – oltre 150 milioni di euro impegnati per sette anni – è ancora in balìa di controversie legali, parcheggiato all’aeroporto di Fiumicino. Il taglio dei gialloverdi – anticipato con una diretta Facebook a luglio dai ministri Trenta, Di Maio e Toninelli – potrebbe apportare un risparmio di poche decine di milioni. Nei prospetti finanziari della Difesa, alla voce “trasporto aereo di Stato” (non sono considerate le spese per il personale), ci sono gli stanziamenti previsti per un triennio: 25,1 milioni di euro per il 2018; 26,1 per il 2019; 26,1 per il 2020. Quando viaggiano i ministri producono dei costi che ricadono anche sui dicasteri di competenza.

Luigi Di Maio preferisce i voli di linea per non sporcarsi con gli strumenti della “casta”. I costi delle sue trasferte sono sparpagliati tra i suoi vari incarichi di governo. Da ministro dello Sviluppo economico, tra giugno e settembre, ha certificato 13 trasferte per una spesa complessiva di 9.879 euro (7.673 per i biglietti aerei, 2.206 per i soggiorni).

In questa lista figura anche la trasferta in Cina del 18 settembre, quella per cui è finito al centro delle polemiche per aver alloggiato al Four Seasons, uno degli alberghi più lussuosi di Pechino (assieme al braccio destro di Palazzo Chigi – e della Casaleggio Associati – Pietro Dettori). Il volo per la Cina è costato 3.743 euro, le due notti al Four Seasons 417. Le altre trasferte di Di Maio rientrano nelle spese del ministero del Lavoro: una a giugno per 365 euro, due a luglio per 986 euro e un’altra ad agosto per 119 euro. Poi c’è il premier Conte, che utilizza i voli di Stato, ma per legge sono “oscurati”.

A giugno l’avvocato ha un viaggio in Italia per 113 euro e cinque all’estero – che hanno coinvolto una delegazione di 126 persone – per 76.377 euro (tra spostamenti, pernottamenti, indennità e pasti). A luglio due missioni all’estero per 62.599 euro; ad agosto 4 missioni in Italia per 4.005 euro; a settembre cinque missioni in Italia per 12.045 euro e due all’estero per 63.810 euro.

Migranti, domani a Torino il nuovo libro di Furio Colombo

Un appuntamento per discutere di immigrazione, partendo da un testo che racconta questa emergenza del nostro tempo: concreta o percepita che sia, a seconda del Paese e del partito che se ne voglia appropriare. Domani alle 18 a Torino, presso il Salone della Casa Valdese in Corso Vittorio Emanuele II, verrà presentato Clandestino – La caccia è aperta, il. nuovo libro di Furio Colombo, edito per La nave di Teseo. Un testo in cui Colombo, firma del Fatto, analizza il fenomeno dell’immigrazione con rigore e senza metafore, affrontando nodi come lo ius soli, il terrorismo e il razzismo, possibili spunti che il giornalista e scrittore potrà affrontare nel dialogo con Avernino Di Croce.

Un confronto che si terrà nel contesto del convegno Ecumenica, organizzato dal Comitato Interfedi presieduto da Valentino Castellani, di cui la Chiesa valdese e il Centro culturale protestante sono membri fondatori, e che quest’anno ha come tema centrale proprio quello dei migranti e del rapporto delle religioni con l’immigrazione.

I giochini di Mannoni & C. contro “Il Fatto”

Per il Tg3 di mezzanotte, Lineanotte, il Fatto Quotidiano è diventato un’ossessione. Spesso la copertina del nostro giornale non è citata, anche quando in studio ci sono nostri giornalisti. Oppure, come è successo giovedì notte, viene commentata con il sottinteso che il giornale parli a nome del Movimento 5 stelle (quando invece li critica, si sorvola). È successo, ovviamente, senza nessuno in studio che potesse replicare. E a fare l’allusione è stato un autorevole giornalista del Corriere della Sera, di cui non facciamo il nome perché non ci interessa personalizzare.

Sta diventando un gioco un po’ frequente quello di screditare il nostro quotidiano apparentandolo a un partito politico, solo perchè porta avanti coerentemente le stesse idee e battaglie da quando è nato, e dal direttore e da molte altre firme anche da prima (quando i 5Stelle erano ancora nel grembo di Giove). L’altra sera il titolo “incriminato” era quello sul “Partito degli Affari che prepara il ribaltone”, cioè alle intese che nel Nord si intessono tra settori dell’establishment, del centrodestra (Lega inclusa) e del Pd, insofferenti alle politiche dei 5Stelle sui diritti dei lavoratori o sulle grandi opere inutili. Dire – come fa il collega del Corriere, investito da Mannoni del ruolo di giudice dei nostri titoli – che “quella cosa non esiste” ma “tradisce un sentimento dei 5 Stelle”, significa non cimentarsi sul serio con il fatto. Che viene rimosso. La cosa buffa è che certe lezioni di giornalismo ci vengono dagli stessi colleghi “indipendenti” che tifavano per la caduta della Raggi per via giudiziaria, “così con Calenda finalmente avremo un sindaco serio”. Il tutto nella trasmissione che spaccia per nuovi investimenti di Fca in Italia la conferma di 5 miliardi di finanziamenti già decisi e annunciati da tempo. Si può, ovviamente, dissentire dagli orientamenti della nostra testata, ma a nessuno è consentito di etichettarla a piacimento col bollino screditante che fa più comodo. Col sottofondo degli “uhm” e dei “beh” del conduttore.

“Candidato governatore? Finirei subito indagato”

“Se mi candidassi a presidente del Piemonte avrei altissime probabilità di vincere”.

Guido Crosetto da solo vale quanto due umani di taglia media. I 120 chilogrammi che si sviluppano lungo i due metri della sua altezza e la testa pelata offrono l’immagine di un uomo d’ordine. Invece è il deputato più gentile nella storia recente del Parlamento. Anche generoso. Essendo ricco, qualche collega negli anni passati gli chiese un aiutino. Soldi mai rientrati. Crosetto è di Cuneo, è stato democristiano e berlusconiano, oggi incredibilmente è con Giorgia Meloni. Fotografati insieme fanno un po’ impressione. Crosetto è imprenditore. Dunque liberale di stampo classico: cioè i ricchi con i ricchi e i poveri con i poveri. L’intervista, immaginata per illustrare ai lettori le sue doti di amministratore e di politico, prenderà una strana e piuttosto sorprendente piega.

Secondo me Crosetto sarà il nuovo presidente del Piemonte. Il centrodestra a trazione leghista è fortissimo e vincerà.

Anche secondo me. Mi piacerebbe tanto fare il presidente della Regione…

Lei è un noto uomo del fare.

Se non faccio, mi annoio. La politica del bla bla bla mi rompe le scatole.

È stato laboriosissimo sindaco del suo paese (Marenne, Cuneo)

E deputato per troppo tempo.

Eletto a marzo, si è dimesso prima del solstizio d’estate.

Era tutto previsto.

Si è fatto eleggere per spirito di servizio. Lei è un puro.

Non ho mai fatto mistero della mia esigenza di lasciare il posto di deputato. Chi doveva sapere ha saputo fin dall’inizio.

Comunque, dimissioni respinte.

A dicembre saranno accolte.

Da governatore farà sfracelli.

Farei così tanto che dopo un po’ mi giungerebbe un avviso di garanzia. Però dovrei poi impiegare dieci anni per essere scagionato. La vita se ne andrebbe così, a lottare nei tribunali.

Che fa, rinunzia?

Certissimamente sì.

Eravamo partiti che si sentiva già governatore e a metà dell’intervista molla?

Senta, la politica mi ha stufato, voglio cambiare vita, e poi ho esigenze e assilli.

Tre figli, il primo universitario, altri due piccini.

Voglio godermeli e devo prestare attenzione al mio corpo.

La sua scelta è rispettabile. Bisognerebbe avere sempre un occhio di riguardo per il proprio corpo. Noi ce ne curiamo sempre poco.

Non fa per me questa vita.

A Torino tutti l’aspettano.

Non sarò candidato e non sarò più deputato.

È un grande dispiacere. Lei è simpatico, schietto e la sua militanza in Fratelli d’Italia le dà quel tocco di eccentricità che aggiunge e non toglie.

Chi mi conosce sa che tento di risolvere i problemi, di fare e non di polemizzare.

Twitta come un dannato, però.

Mi piace troppo Twitter. È l’unico vizio che ho.

Dovrebbe dimagrire.

Devo dimagrire, scrivere un libro e fare un film. Ho tutto qua. La storia, il soggetto. Tutto qua.

Crosetto fuori dal Parlamento non ce lo vedo. È una passionaccia la politica. Ti prende e ti porta con lei per tutta la vita.

Io smetto. A dicembre lascio. Giuro. Lo devo a mia moglie e ai piccoletti che voglio crescere senza alcun altro assillo.

Dicevamo del film.

Un soggetto straordinario. È un uomo noto, una vita sorprendente, un carattere eccellente.

Film entusiasmante.

E poi il libro.

Lei è un riccone, comprerà una villa alle Hawaii e si godrà lo spettacolo in riva al mare.

Massimo la Puglia.

Si vede che è di Cuneo.

Famiglia di imprenditori lavoratori: macchine agricole il nostro settore primitivo.

La terra resta l’amica fedele. La zappa ci salverà.

Comunque è stato bello.

Io la farei governatore all’istante. Per via della sua simpatia. E poi è un ricco non pidocchioso.

Lei sa.

Ricordo bene quella volta che il suo collega, in ristrettezze economiche, le chiese un piccolo prestito.

Questa volta la politica non mi frega. Vado via dal Palazzo.

Secondo me alla fine ci ripensa.

Non mi frega le ho detto.

Governatore Crosetto.

Era il momento buono. Ma non esiste questa possibilità.

Allora il film.

Il film sicuro.

Sa che le dico? Fa bene ad andarsene.

L’ho deciso oramai.

E se respingessero le dimissioni?

Questa volta le accetteranno.

Mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco.

Resto però presidente della federazione delle aziende aerospaziali.

Giusto.

E poi il libro.

Lazio, la sfiducia a Zingaretti è un flop: la destra si vota contro

La mozionedi sfiducia nel consiglio regionale del Lazio nei confronti del governatore Nicola Zingaretti si è rivelata un boomerang per il centrodestra che l’aveva presentata. Nonostante la maggioranza nel parlamentino laziale sia retta da un patto d’aula sui temi sostenuto da due eletti con il centrodestra, il testo ha incassato 22 voti a favore (tra cui i 10 del M5S) e 26 contrari su 51 consiglieri. Il gruppo di Forza Italia, tra i promotori della mozione, si è spaccato: un consigliere è partito per una missione all’estero mentre un’altra ha addirittura votato contro.

Assente al voto anche l’ex sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. La seduta così si è tramutata in uno scambio di accuse tra le opposizioni. Esulta Zingaretti, uno dei candidati alla segreteria Pd: “La cosa peggiore sarebbe stata la conclusione della legislatura alla vigilia del voto sul bilancio”.

Ieri si sono anche tenute le primarie Dem per il nuovo segretario del Lazio, una sfida tra il senatore Bruno Astorre e il deputato Claudio Mancini in cui ha prevalso la scarsa partecipazione ai gazebo.

I Verdi italiani hanno lo 0,6% e si dividono

Chianciano Terme, interno sera. Assemblea nazionale numero 34 della nobile storia dei Verdi italiani. Sul palco Angelo Bonelli – da quasi dieci anni leader e dirigente del partito – si avvia a concludere l’arringa. All’improvviso dalle ultime file si alzano fischi virulenti, alla pecorara, con le dita in bocca. Una delegata scatta in piedi, paonazza: “Basta! È inutile che parli di Amazzonia! Vieni al Sud, vieni a Napoli! È quella la nostra Amazzonia! Vergogna!”.

La signora ha il dono della sintesi. Racconta le sciagurate vicende degli ecologisti italiani: una piccola famiglia riottosa. Non eleggono un parlamentare dal 2008, alle ultime elezioni hanno portato a casa lo 0,6% nella lista di centrosinistra “Insieme”. Eppure litigano. Litigano forte. E sempre sullo stesso spartito, tra i due storici capi tribù: Angelo Bonelli contro Francesco Borrelli, Francesco Borrelli contro Angelo Bonelli. Sullo sfondo, il fantasma di Alfonso Pecoraro Scanio, l’ultimo ministro (e personaggio mediatico) espresso dal “Sole che ride”. Ha lasciato la zattera: a Chianciano non c’è, ora dice di votare i Cinque Stelle.

Il paradosso è che in Europa i partiti verdi volano: i grüner tedeschi hanno fatto il botto in Assia e Baviera e sono la seconda forza dietro la Merkel. In Belgio gli ecologisti hanno conquistato terreno a Bruxelles e in Vallonia. Un’onda, si legge ovunque, che soffia su tutto il continente. In Italia, più modestamente, la piccola famiglia riottosa si divide in tre mozioni distinte per eleggere i suoi portavoce nazionali. La prima (maggioranza) fa capo a Bonelli, la seconda (minoranza) fa capo a Borrelli; la terza, nessuno l’ha capito davvero.

In teoria si mandano avanti volti nuovi (e sconosciuti): i candidati sono Elena Grandi e Matteo Badiali da una parte, Elisabetta Balduini e Marco Gaudini dall’altra. In pratica, la partita è tra i due Diòscuri.

Su cosa ci si divide? Materia da cultori della microbiologia politica. In estrema sintesi: Borrelli contesta gli ultimi dieci anni di gestione del partito. È consigliere regionale in Campania nel centrosinistra di Vincenzo De Luca. Sui rapporti con le altre forze politiche ha un approccio pragmatico, anche perché lo tsunami ecologista che sta per sfondare gli argini in Italia non lo vede proprio. Bonelli, al contrario, nell’ #ondaverde che attraversa l’Europa ci crede eccome (e infatti l’hashtag tappezza l’assemblea). E crede pure nell’autonomia del partito: nessun occhiolino ai grillini (che dimenticano l’ambientalismo a Taranto come a Ischia) e all’infrequentabile Pd.

Così volano stracci. Borrelli contro Bonelli: “Festeggiate il successo dei Verdi in in Germania come se fosse merito nostro, ma i sondaggisti dicono che oggi valiamo lo 0,7%… Sono dieci anni che c’è questa gestione e siamo fermi al punto di partenza”. Bonelli contro Borrelli: “Serve dignità, bonifichiamo il nostro movimento da comportamenti che l’hanno infangato. Se facciamo una battaglia contro gli abusi edilizi, è inammissibile che in Campania qualcuno voti la legge di De Luca”.

Quindi si vola molto alto e molto basso: si parla di Europa e di mondo; di cambiamenti climatici e movimenti migratori; economia circolare e riconversione energetica. E poi si compulsano i fogli con le previsioni sui numeri delle mozioni. Ognuno nella sua parte della sala: i bonelliani nelle prime file, i borrelliani nelle ultime. Ai primi serve la maggioranza assoluta per mantenere il controllo. Il verdetto arriverà in tarda serata, dopo un dibattito estenuante. A sentire gli exit poll improvvisati dai militanti in pausa caffè, la corrente di Bonelli dovrebbe mantenere il timone.

De Magistris prepara la lista e lancia l’Opa sui delusi M5S

Il progetto politico che il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha lanciato ieri a Roma, non è una riedizione dell’unità a sinistra. Per lo meno non nelle forme che abbiamo visto finora. De Magistris punta al bersaglio grosso e lo dimostra l’obiettivo principale dei suoi attacchi lanciati in un Teatro Italia gremito ieri in tutte le sue parti: il Movimento 5 Stelle. Attacchi diretti a Roberto Fico che non sta facendo nulla per rispettare gli impegni storici, come l’acqua pubblica, e attacchi violenti al ministro Danilo Toninelli che aveva dichiarato la scorsa estate di voler chiudere i porti contro i migranti: “Lancio un appello alle navi, venite a Napoli, abbiamo due gommoni e quando ci sarà da salvare dei migranti sulla prima barca ci salirò direttamente io. Vediamo se vorranno spararci: Toninelli vergogna”.

L’attacco è scagliato in nome di un bene superiore, costruire l’opposizione contro il “nemico numero uno”, l’onda nera che avanza in Europa e che in Italia ha il volto del ministro “più a destra della storia della Repubblica, il fascista e razzista Matteo Salvini: non sarà il ping pong Fico-Di Maio a risolvere i problemi”, scandisce. E quindi, fa capire, la vera alternativa alla Lega sono io perché il “M5S ha tradito i suoi valori: Fico quand’è che rendi l’acqua un bene comune?”.

De Magistris fa sfilare sul palco del Teatro Italia solo volti della società civile e nessun politico, tranne il video di Pablo Iglesias, segretario di Podemos, dalla Spagna. “Non dobbiamo fare un quarto polo, né il puzzle della sinistra sconfitta dagli elettori”. E così parlano Cecilia Strada, già presidente di Emergency, l’esponente della Terra dei fuochi, il giornalista Paolo Berizzi, minacciato dai gruppi fascisti, l’insegnante Marina Boscaino, Giuseppe De Marzo di Libera, l’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena, il giovane rappresentante del centro sociale o lo studente del sindacato studentesco. Le sole concessioni alla politica vengono da due coalizioni civiche, quella di Bologna e quella di Padova. I partiti, Sinistra italiana e Rifondazione comunista, molto presente, sono fatti accomodare in sala. Potere al popolo (che nel frattempo vive un contenzioso con il Prc per l’uso del simbolo) pubblica su Facebook una lettera molto violenta contro il sindaco accusandolo di far parlare militanti di partito travestiti da attivisti sociali, cosa i parte vera. Ma la direzione, al momento, è un’altra.

De Magistris sembra applicare più quel “populismo di sinistra” (il libro di Chantal Mouffle appena uscito in Italia) con un’enfasi speciale al “popolo” e al rapporto tra questo e il leader carismatico. “Sono uomo di sinistra e ho fatto cose di sinistra”, spiega De Magistris, “Ma la Costituzione non è di sinistra, ha unito il popolo. Non avrei vinto a Napoli se fossi solo di estrema sinistra”. Popolo e Costituzione, dunque, danno un senso al progetto che da oggi cercherà un nome (si parla di Demos o di Coalizione civica per De Magistris), un simbolo per costituire una lista già alle Europee. De Magistris sarà il front man, probabilmente non candidato direttamente ma con il suo nome nel simbolo.

Che la testa sia rivolta all’elettorato del M5S è chiaro anche dai temi che De Magistris presenta: onestà, diritti, questione morale. “Dobbiamo applicare l’articolo 3 della Costituzione, rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. Rimozione significa lotta e noi dobbiamo passare dalla difesa della Costituzione al contrattacco. Per fare questo, infine, serve credibilità”.

De Magistris la sua credibilità la fonda sull’esperienza di sindaco di Napoli. La credibilità del progetto dipenderà però dai compagni di strada e dal ruolo che avranno i soliti partiti. Ma nello staff del sindaco sono fiduciosi che lui, anche grazie al suo decisionismo, ce la farà.

E anche Gentiloni scaricò Al Sisi

Per la serie: come si cambia. Ora che non si governa più, ora che si può sparare a zero sugli avversari senza paura di intaccare rapporti diplomatici, ora che su Giulio Regeni è difficile aver fede nella collaborazione internazionale, anche Paolo Gentiloni ha perso le speranze nei confronti dell’Egitto e del suo governo. Ieri si è potuto leggere il suo sconforto sulle colonne di Repubblica: “Un Paese come l’Italia non può rassegnarsi al fatto che non ci sia verità, pur sapendo che, con l’attuale governo egiziano, la verità non ci sarà”. Insomma, non ci si può rassegnare, ma bisogna rassegnarsi. Colpa di Al-Sisi, che però, guarda un po’, fino a qualche anno fa aveva tutti gli onori dell’Italia e dei governi Pd. Nel luglio del 2015, per esempio, Matteo Renzi definiva Al Sisi “un grande leader” e “l’unica speranza per l’Egitto”, dichiarazioni culmine di una luna di miele fatta di parole, tweet e abbracci durante le visite. E forse si dovranno rivedere i titoli della stampa egiziana, che un annetto fa gridava alla “fine della crisi su Regeni” dopo che il governo italiano aveva rispedito l’ambasciatore al Cairo. La realpolitik vince su tutto, quando non si è all’opposizione.

Zingaretti, Minniti e Martina: no al M5S

Al di là della propria visione del partito, i tre principali candidati alla segreteria Pd – Nicola Zingaretti, Marco Minniti e Maurizio Martina – non mostrano finora idee chiare su dove guarderebbero in caso di stallo elettorale simile al 4 marzo. Ieri, rispondendo al Foglio, tutti e tre hanno escluso di voler fare un governo con il Movimento 5 Stelle in caso di caduta del governo Conte. E Gentiloni, in serata, ha detto: “Teniamoci pronti”. Ma a questo punto, stando fermo un sistema tripolare, l’alternativa sarebbe quella di assecondare la svolta renziana verso Berlusconi e un pezzo di centrodestra. Su questo tema identitario ecco il parere di tre autorevoli commentatori.

 

Non c’è alternativa: inseguire B. e Renzi sarebbe un suicidio

Dei tre candidati alle primarie del Pd, l’unico che potrebbe aprire a un dialogo col Movimento 5 Stelle è Nicola Zingaretti, ed è il motivo per cui, tra tutte le candidature, la sua è la più sensata. Dopodiché anche lui ha dovuto fare un passo indietro rispetto alle sue dichiarazioni iniziali, per la paura di perdere voti tra gli elettori del suo partito. E quindi adesso tergiversa, come gli altri.

Ma non c’è alternativa, anche perché Zingaretti è anche l’unico dei tre con cui il Movimento sarebbe disponibile a parlare. Ma se nessuno in questa fase può esporsi verso i 5 Stelle, figurarsi se possono seguire Renzi nelle dichiarazioni a favore di Berlusconi. Sarebbe un suicidio, sparirebbero immediatamente. E sarebbe anche inutile: in quella parte di elettorato non c’è niente da prendere, se ne sono andati tutti, soprattutto verso la Lega. Quest’operazione centrista avrebbe avuto senso qualche anno fa, come addio consensuale tra Renzi e il Pd, ma ora è un progetto morto di cui nessuno può farsi carico, al di là del gradimento degli elettori.

In ogni caso, quello del posizionamento del Partito democratico nei confronti degli altri schieramenti è un problema che ora non si pone: non sono affatto convinto che siamo alla vigilia di una crisi di governo. Sono abituato a mettermi nei panni degli altri e non vedo per quale motivo Salvini, che tiene i fili della maggioranza, abbia interesse a determinare una rottura.

Massimo Cacciari

 

Non mi sorprende l’attesa dem: aprire adesso non porta voti

Nessuno tra Minniti, Zingaretti e Martina si è ancora posto il problema di dove dovrà guardare il Partito democratico, se verso destra o verso il Movimento 5 Stelle. Ma nella fase in cui siamo mi sembra normale. Credo che nessuno dei tre candidati principali alla segreteria abbia un’identità politica che gli permetta un passo netto verso destra, come quello che sembra voler fare Renzi, che ormai senza ambiguità si rivolge a un fronte più ampio. Il che di per sé non sarebbe un male, ma se il tuo interlocutore è Berlusconi l’elettorato democratico non può starci. Allo stesso tempo, però, adesso non c’è convenienza per i candidati nell’aprire al Movimento 5 Stelle.

Lo dimostra il passo indietro del governatore del Lazio, che si è rimangiato l’apertura perché sarebbe stata controproducente, in una fase politica in cui i grillini sono ancora in contrapposizione violenta con il Pd e non c’è un fronte compatto diverso da quello governativo. Se Zingaretti fosse andato avanti in quella direzione, parte dell’elettorato Pd lo avrebbe visto come quello pronto a svendersi ai 5 Stelle, con il pericolo che anche i simpatizzanti grillini lo etichettassero come il nemico pronto a dividere il fronte e che ci fosse un richiamo all’unità del Movimento, ovvero il contrario di quello che dovrebbe sperare la sinistra.

Un dibattito del genere è rimandato a tempi migliori, quando i democratici dovranno inevitabilmente provare a sgretolare il Movimento, attraendo la parte più a sinistra. Adesso è presto.

Piero Ignazi

 

Chi sarebbe l’interlocutore? Tra Fico e Di Maio c’è un abisso

Capisco bene che, guardando sia a Berlusconi che ai 5 Stelle, si possa non morire di entusiasmo, per motivi diversi. Anche ponendo che ci sia una parte del Movimento costola della sinistra, in questo momento manca un interlocutore forte per chiunque volesse dialogarci. Lo si è visto anche con l’approvazione del decreto Sicurezza, quando il dissenso di una parte dei grillini è rientrato senza troppo clamore.

Nessuno di quel gruppetto di deputati 5 Stelle contrario al decreto si è sentito sufficientemente sostenuto. L’unico che poteva farsi carico di quest’ala era Roberto Fico, ma intelligentemente i 5 Stelle lo hanno “congelato” con la presidenza della Camera, mentre l’altra anima di sinistra, Alessandro Di Battista, aveva scelto di stare fuori per un po’.

Dunque anche chi dal Pd volesse affacciarsi, con chi dovrebbe parlare? Tra il Movimento di Fico e quello di Di Maio c’è un abisso, l’elettorato del Partito democratico un domani potrebbe anche non gradire affatto un dialogo con tutti i 5 Stelle, ora che hanno dato corda ad alcune politiche leghiste, lontanissime dalla sinistra.

Certo, lo scorso 4 marzo sarebbe stato diverso e forse sarei andata a vedere le carte, ma non è stato fatto. E a dirla tutta, credo che non sia dipeso soltanto da Matteo Renzi: a parte Zingaretti, anche con Minniti e Martina alla guida del partito ci saremmo trovati nella stessa situazione, pur risparmiandoci forse l’atteggiamento da pop-corn.

Chiara Saraceno

Tajani contro Romani. “L’incontro con Renzi è una sua iniziativa”

Forza italiaprende le distanze da Paolo Romani, e l’ufficio stampa di Matteo Renzi smentisce l’incontro con il senatore forzista. Le indiscrezioni sulla chiacchierata tra Romani e l’ex segretario dem, confermata ieri al Fatto dell’ex capogruppo di FI a Palazzo Madama, hanno provocato diffusi malumori tra i berlusconiani. Così ieri il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, ha seminato paletti: “L’incontro tra Romani e Renzi è stata un’iniziativa personale, noi siamo alternativi al Partito democratico, e alle elezioni regionali e amministrative andremo coesi per sconfiggere i Cinque Stelle e la sinistra”. Ma c’è anche Renzi, che tramite il suo ufficio stampa, con notevole lentezza, smentisce tutto: “A differenza di quanto riportato da alcuni quotidiani, il senatore Renzi non ha mai incontrato il senatore Romani né altri senatori di Forza Italia per parlare della costituzione di un nuovo movimento politico. Prima che risibile questa notizia è clamorosamente falsa”. Eppure dentro FI si sono agitati ugualmente.