Firenze, Carrai e Siri per l’aeroporto

Non solo il Tav, la Pedemontana veneta o il Terzo Valico Genova-Milano. A provocare l’ennesima frattura di governo tra il Movimento 5 Stelle e la Lega è un’altra grande opera: l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze. Nonostante l’esecutivo abbia più volte espresso la sua contrarietà alla nuova pista di Peretola, giovedì pomeriggio nel capoluogo toscano è sbarcato Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture della Lega con delega agli aeroporti, che ha rassicurato gli industriali fiorentini sulla fattibilità dell’opera.

La riunione informale si è tenuta nella sede di Confindustria Firenze in via Valfonda ed è lì che Siri ha completamente ribaltato la linea del “No” alla nuova pista: “Da parte del governo non ci sono pregiudizi, le infrastrutture vanno fatte e sull’aeroporto di Peretola stiamo lavorando molto seriamente: non vedo ostacoli”. L’uscita di Siri ha sorpreso non poco i presenti – una cinquantina di persone tra industriali, rappresentanti delle categorie e degli ordini professionali fiorentini (tutti favorevoli) – e ha provocato la reazione compiaciuta di Marco Carrai, braccio destro dell’ex premier Matteo Renzi e Presidente di Toscana Aeroporti: “Devo ringraziare il sottosegretario perché ha un atteggiamento collaborativo”, ha detto Carrai.

Stizzito invece il M5S toscano: “Siri parla a titolo personale – spiega al Fatto Giacomo Giannarelli, capogruppo in consiglio regionale – contraddetto da nomi di peso della Lega. La posizione del governo è chiara ed è stata confermata anche dal ministro Toninelli”. L’incontro di giovedì era stato convocato alla vigilia della conferenza dei servizi iniziata a Roma lo scorso 7 settembre e rinviata a venerdì prossimo quando i 40 enti partecipanti continueranno a valutare le autorizzazioni, i permessi e le licenze urbanistiche della nuova pista. Eppure sul tavolo tecnico pesa la scure dell’analisi costi-benefici che il ministro Toninelli ha più volte annunciato, sul modello del Tav Torino-Lione. “La conferenza dei servizi è un atto procedurale che non incide in alcun modo sulla project review dell’opera” aveva detto Toninelli a giugno.

Ma Siri giovedì lo ha smentito affermando esattamente l’opposto: “L’ultima parola spetta alla conferenza dei servizi”. Scontro totale. L’opera fortemente voluta dall’ex sindaco Renzi e dal suo successore Dario Nardella prevede una nuova pista da 2.400 metri parallela all’autostrada A11 per un investimento totale di 330 milioni di euro. L’obiettivo è costruire un nuovo terminal aumentando così il numero di voli (da 32 a 53) e di passeggeri (oggi Firenze ne accoglie 2,5 milioni all’anno contro i 5 dello scalo di Pisa). Ma la strada in vista della prima pietra è ancora impervia e a pesare sono due ostacoli non trascurabili: il ricorso al Tar dei sette Comuni della Piana fiorentina sull’impatto ambientale dell’opera ma soprattutto le scelte politiche del governo. Se la Lega è sempre stata favorevole, a ottobre la sindaca di Cascina e nuova commissaria del partito in Toscana Susanna Ceccardi ha deciso di invertire la rotta allineandosi al “No” dei 5 Stelle.

“A gennaio o dopo le elezioni il dialogo col M5S è inevitabile”

Ecosì, a mezzo sms al Foglio, i tre candidati più forti al congresso del Pd informano i cittadini che “No al dialogo coi 5 Stelle”. Scelta legittima che però, oggi o dopo un altro giro elettorale, rischia di lasciare ben pochi spazi di manovra a quanto residua del partito. Per questo abbiamo sentito l’unico candidato alle assise democratiche che, invece, dice in pubblico che il dialogo col M5S è l’orizzonte inevitabile del suo partito, Francesco Boccia: “Noto che Zingaretti, Minniti e Martina non hanno detto no a Salvini e Berlusconi. Sarà stata una dimenticanza. Gli faccio una domanda semplice: in un sistema con tre blocchi – Pd, 5 Stelle e Lega – con chi volete dialogare?”.

Forse con nessuno.

Ma la legge elettorale che hanno voluto è proporzionale e non consente a nessuno di governare da solo. Anche dopo le elezioni lo scenario è lo stesso: o Salvini o i 5 Stelle.

Quindi il tema del congresso è il rapporto coi grillini.

Il tema del congresso è “quale Pd?”. Si vuole un partito di massa capace di tutelare i ceti popolari o si pensa che attraverso la rappresentanza dell’alta borghesia poi convinceremo il resto del Paese? Alla fine se una cosa resta del renzismo è questa: oggi siamo il partito delle Ztl.

Il lettiano fa il gauchiste.

In questa fase di aggressivo capitalismo digitale e finanziario il modello non può essere Macron, ma Corbyn. Io dico che dobbiamo tornare a fare il partito di sinistra che connette le esigenze dei ceti popolari alle élite. Se è così serve discontinuità anche rispetto al passato: io, ad esempio, sono per riscrivere da capo il Jobs Act. E lo stesso penso si debba fare con scuola o ambiente. E il trio?

Discontinuità, bene, per andare dove?

Un partito di massa capace di prendere il 30%: al Pd devono iscriversi tutti quelli che stanno alla sua sinistra – da Bersani a Civati a Vendola – e questo senza perdere nessuno. Mi fa incazzare chi dice “se il partito si sposta a sinistra, allora nascerà un’altra cosa”.

I renziani.

Tutti quelli che lo dicono. Renzi, poi, ha avuto la sua occasione: per tre anni e fino al referendum del 2016 i gruppi parlamentari hanno fatto tutto quel che gli ordinava il partito, cioè Renzi. Basta con la storia del fuoco amico.

E Zingaretti e gli altri?

Sono i candidati di apparato: vogliono un partito chiuso per poterlo controllare. Ai tempi del congresso di Veltroni, per dire, decidemmo che ci si poteva iscrivere sempre, questi invece hanno chiuso il tesseramento cartaceo mercoledì e tengono aperto quello online fino al 21 dicembre, però senza dirlo a nessuno. Ma a cosa serve il Congresso se non a discutere con la tua gente, a far tornare i militanti che se ne sono andati, a chiedergli cosa pensano? E invece i tre si sono divisi gli apparati locali per giocarsela tra loro.

Lei invece vuole il partito del 30% per andare dai grillini.

Un grande partito non sarà comunque autosufficiente. Non ci sono alternative, tanto più che nel frattempo abbiamo distrutto la coalizione. Il dialogo è inevitabile, anche perché su bisogni, diritti e povertà facciamo analisi che impongono il confronto col M5S, anche se governa molto male.

Problema: Di Maio però sta con Salvini.

Il dialogo, ovviamente, parte se il M5S molla la Lega.

Lei punta sul frondista Roberto Fico.

Io dico che dopo sei mesi al governo si può dire che i 5 Stelle perdono presa sulla società mentre Salvini raddoppia i consensi. Se continuano così, la Lega cresce ancora e loro diventano né carne né pesce. Ora devono portare a casa la manovra, ma a gennaio che succede? Vogliono restare succubi? E allora le Europee diranno che Salvini è la destra e loro solo un’appendice che gli serve a stare al governo.

Torniamo al Pd: un tempo furoreggiava #senzadime.

Ma #senzadime è una cosa nata a tavolino dentro i gruppi dirigenti…

I renziani.

Facciamo un esempio. Se Scalfarotto, che conosco da quando eravamo studenti a Milano, cambia l’insegna dei “Comitati del Sì” online e li chiama “Comitati civici” non è che diventano un’altra cosa.

Comunque nel Pd c’è chi dice “no al dialogo coi 5 Stelle”. Posizione legittima.

Un fatto che non sottovaluto, ma allora mi devono dire la verità: vogliono il dialogo con Salvini o con Berlusconi? Non è che si aspetta solo la crisi, perché questo governo non dura, per fare il governo con Lega e FI in nome della famosa “unità nazionale”?

Bersani dice: senza alleanza coi 5 Stelle al prossimo giro l’Emilia va al centrodestra.

E pure la Toscana…

Il Piccolo Giustizialista

Per l’angolo del buonumore, segnaliamo un “collega” che merita la più affettuosa solidarietà: Alessandro Sallusti, costretto dalle circostanze a passare d’un tratto dal presunto “garantismo” a uno sfegatato “giustizialismo”. Le circostanze sono i guai di papà Di Maio e soprattutto la vittoria del figlio che ha portato i 5Stelle al governo con la Lega e il fu B. all’opposizione. Sallusti ha impiegato nove mesi per riaversi dallo choc, ma ora sta riprendendo conoscenza. Solo che non sa più chi è: dopo 25 anni trascorsi a santificare un delinquente naturale che ne combinava di tutti i colori, a gabellare le sue prescrizioni per assoluzioni, a cancellare una condanna definitiva per frode fiscale, a difendere l’associazione per delinquere che circonda il padrone, s’è scoperto dall’oggi al domani “giustizialista”. Conversione improba come l’impresa degli studenti pluribocciati che provano a fare tre anni in uno, non essendo riusciti a farne uno in uno. E comica come quella dei carnivori impenitenti che un bel giorno si scoprono vegani e ti danno lezioni di tofu. Il povero Sallusti, pur nuovo del mestiere, s’impegna molto, ma l’inesperienza gli fa brutti scherzi. È come i bambini che giocano al Piccolo Chimico e incendiano casa. Si vede che gli mancano proprio le basi.

Convinto di avere finalmente la prova che i 5Stelle rubano come gli altri (magra consolazione per la gente normale, ma non per chi ha un padrone pregiudicato e pluri-prescritto), ci si è tuffato a pesce col tipico empito del neofita. E da dieci giorni apre il Giornale sul caso di Di Maio padre. Per carità, anche gli altri giornali vi hanno dedicato il decuplo degli spazi riservati alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Ma i titoli di Sallusti hanno un che di commovente, anche perché basterebbe sostituire il nome “Di Maio” col nome “Berlusconi” (o di uno a scelta dei delinquenti della ditta) per procurargli una sincope: “Quell’immobile ‘fantasma’ sul terreno di babbo Di Maio”, “Il silenzio di Di Maio sull’edificio fantasma intestato a suo papà”, “Fantasma anche per Equitalia il fabbricato dei Di Maio”, “Lavoro nero in famiglia. Di Maio scarica suo padre”, “I dubbi sulla ditta di famiglia: usava il magazzino fantasma?”, “Abusi e altro nero nell’azienda di Di Maio. Blitz dei vigili nel capannone fantasma. E spuntano nuovi operai irregolari”, “Il Pomigliano-gate”, “Pure Luigino in nero? Il ministro non chiarisce”, “Inchiesta sui Di Maio”, “Grosso guaio: spuntano i rifiuti abbandonati: in arrivo avvisi per il padre e la zia del ministro”. Poi si scopre che si tratta di capanni di 40, 20, 15 anni fa.

Più un mucchietto di mattoni abbandonati. Tutta roba del nonno o del padre del vicepremier, che a tuttoggi non è dato sapere cos’avrebbe fatto di male. A parte qualche lavoretto senza contratto in una pizzeria. Ma supponiamo che abbia fatto tutto il 32enne Luigi, noto enfant prodige, già attivissimo prim’ancora di nascere o ai tempi dell’asilo. Meriterebbe quei titoli se negli ultimi 25 anni il Giornale ne avesse fatti di mille volte più feroci sui delitti mille volte più gravi di B. e del resto della banda (non dei rispettivi genitori). A proposito del “nero” accertato da sentenze definitive (non da titoli di giornale): 360 milioni di dollari sottratti al fisco da B. con i fondi neri accumulati all’estero gonfiando i prezzi dei film acquistati da Mediaset a Hollywood; 1.500 miliardi di lire di fondi neri Fininvest accantonati su 64 società estere nei paradisi fiscali; e altri pozzi neri impuniti grazie alla depenalizzazione del falso in bilancio, all’ex Cirielli e ai 12 condoni fiscali varati da B. A proposito di abusi edilizi: nel 2004, mentre il pm di Tempio Pausania indaga su una dozzina di abusi edilizi a Villa Certosa (Costa Smeralda, vincolo paesistico totale), B. con la scusa del terrorismo, impone per decreto il segreto di Stato sulla sua villa e la trasforma in “sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo”, coperta da immunità. Ed estende i benefici a tutte le altre sue residenze sparse per l’Italia. Poi allarga il (suo) condono del 2003 alle aree protette. Così la Idra Immobiliare, proprietaria delle sue magioni, presenta 10 richieste di condono edilizio per Villa Certosa. E sana tutto per 300 mila euro.

Difficilmente, negli archivi del Giornale, troverete titoli tipo: “Quegli immobili fantasma nel parco di B.”, “Il silenzio di B. sugli edifici fantasma nella sua villa”, “Abusi e altro nero nelle aziende di B.”, “L’Arcore-gate”, “Il Certosa-gate”. Ora però tenetevi forte, perché ieri Sallusti s’è superato col sontuoso, leggendario titolo: “Abusi, inchiesta sui Di Maio. Ma li salverà la prescrizione”. Non è meraviglioso? Dopo un quarto di secolo trascorso a difendere la prescrizione come una conquista di civiltà e un inalienabile diritto umano, a magnificare le leggi che allungavano i processi e dimezzavano i termini, o condonavano gli abusi edilizi, ora si scopre che la prescrizione e il condono sono marchi di infamia solo per due capannoni e quattro mattoni di papà Di Maio (anzi, “dei” Di Maio, ad abundantiam). Le 8 sentenze di prescrizione su B. lo definiscono corruttore impunito di politici, testimoni, senatori, falsificatore impenitente di bilanci e utilizzatore finale di sentenze comprate e finanzieri comprati. Ma per Sallusti sono tutte assoluzioni. Invece uno che non è neppure indagato è già “salvo per prescrizione” che, nel suo caso e solo in quello, non è assoluzione, ma condanna mancata. Poi, da domani, quando Di Maio tornerà a battagliare per bloccare la prescrizione, Sallusti tornerà a difenderla a spada tratta. Come scriveva l’altroieri in una memorabile excusatio non petita, “Siamo garantisti ma non fessi”. Fesso è chi legge.

Genny in cerca di salvezza: “Gomorra” riparte da qui

La solitudine di Genny sempre più in pericolo sarà il punto di partenza della quarta stagione di Gomorra (serie originale Sky prodotta da Cattleya) che andrà in onda a partire da marzo su Sky Atlantic. La produzione è vicina all’ultimo ciak dopo otto mesi di riprese tra 100 location sparpagliate tra Napoli, Londra, Bologna e Reggio Emilia, per poi tornare a Napoli per le scene finali dei nuovi 12 episodi – e tra le location c’è anche la Città della Scienza, per la prima volta dopo l’incendio di 5 anni fa che ha distrutto la vecchia struttura. Gomorra è attesa alla prova del nove della prima stagione senza Ciro l’Immortale, ucciso proprio per mano di Genny Savastano nel finale della scorsa stagione. Nei nuovi episodi, Genny proverà a cambiare vita nel tentativo di salvare la sua famiglia. Mentre Marco D’Amore, smessi i panni di Ciro, ha indossato quelli del regista di due episodi. La supervisione artistica è di Francesca Comencini, regista dei primi quattro episodi: “Il tono generale di questa serie sono i sentimenti”.

Boca-River, ovvero come il pallone ha messo a nudo un intero Paese

Il derby della storia, la finale del secolo. Semplicemente el partido mas lindo del mundo, la partita più bella del mondo, come diceva Juan Roman Riquelme, unico dieci del fútbol argentino dopo Maradona. Boca-River, la finale di Copa Libertadores 2018, il Superclasico dei Superclassici, avrebbe dovuto essere l’apoteosi del calcio. E invece non si giocherà. Non in Argentina, almeno: dopo gli scontri la partita è stata riprogrammata per il 9 dicembre, in campo che più neutro non si può, addirittura a Madrid, in Spagna. Ma a 10 mila chilometri di distanza da Buenos Aires, senza tifosi (o con i pochi che potranno arrivare al Bernabeu), sarà come non giocarla mai.

È difficile spiegare da lontano Boca Juniors-River Plate, forse impossibile capirlo. Per fare un paragone, è come se Barcellona e Real si incontrassero in finale di Champions League (di cui la Libertadores è l’equivalente sudamericano), ma con molto più odio fra le due tifoserie. Come se Inter e Juventus si giocassero lo scudetto in uno scontro diretto all’ultima giornata, ma con più passione sul campo e sugli spalti. Boca-River è il derby per eccellenza: Los Milionarios, i “ricchi”, contro gli Xeinezes, gli immigrati “genovesi”, una rivalità centenaria che nel corso della storia si è lasciata alle spalle le differenze di classe per diventare qualcosa di persino più identitario. Non è solo calcio: è il bimbo che vende i suoi giocattoli per comprarsi il biglietto per lo stadio ma anche la mamma che nasconde i fumogeni sotto il vestito della figlioletta per superare i controlli della polizia. “Siamo un Paese di malati mentali”, ha titolato il quotidiano Olè.

Dopo il 2-2 dell’andata alla Bombonera, il ritorno non si è ancora disputato: sabato scorso il pullman del Boca è stato preso a sassate dai tifosi avversari, con ferimento di alcuni giocatori e inevitabile rinvio, dopo un penoso teatrino dei vertici federali che hanno tentato di costringere le squadre a giocare. In qualsiasi altra situazione il River avrebbe perso a tavolino, ma assegnare d’ufficio la Coppa sarebbe stato un disonore troppo grande. La soluzione è stata la resa delle istituzioni: la finale è stata trasferita all’estero, di fatto ammettendo di non essere in grado di garantire l’ordine pubblico per una partita di pallone. Beffa delle beffe, come sede è stata designata la Spagna, quasi che l’Argentina avesse bisogno ancora della balia del suo padrone coloniale per svolgere un evento da Paese civile: a Madrid sono già pronti 4 mila agenti, una mobilitazione senza precedenti, per evitare altri guai.

In effetti c’è qualcosa di primordiale in tutto ciò. C’è sempre stato nel calcio argentino: ricordate la finale di Intercontinentale tra Estudiantes e Milan del ‘69, passata alla storia per il pestaggio ai danni dei rossoneri? Oppure molto più di recente il precedente del 2015, proprio tra Boca e River, con partita sospesa e persa a tavolino per l’aggressione con gas urticante subita dai calciatori ospiti. La differenza è che stavolta è successo sotto gli occhi del resto del mondo e dei grandi capi del calcio moderno, per cui tutto questo è inaccettabile. Al punto da farlo sparire.

Di Boca-River non resta più nulla. Una finale come un’altra, da giocare in campo neutro, come sempre dal prossimo anno: la Conmebol aveva già deciso in tempi non sospetti la riforma del torneo, per evitare trasferte “pericolose”. Una partita mediocre, come è stata del resto l’andata, perché di grandi campioni, di Maradona e Di Stefano ma anche di Riquelme o Aimar, oggi non c’è più traccia nel campionato argentino: le stelle vengono vendute, i giovani talenti se ne vanno presto in Europa, restano solo ex campioni (Tevez, Zarate, Quintero, tornati in patria per gli ultimi scampoli di carriera) o modesti idoli locali come Benedetto e Pablo Perez.

Chi vincerà (ricorsi permettendo), parteciperà all’inutile Mondiale per club di fine dicembre, dove sarà triturato dal Real Madrid, come accade ormai sistematicamente alle formazioni sudamericane. Alla fine si gioca il 9 dicembre al Bernabeu, ma non sarà Boca-River.

X Factor scova il fenomeno che ha “sabotato” il talent

Si è infilato come un topo nel meccanismo pulsante di X Factor, rosicchiandone i fili. Viva Anastasio, che ha sabotato dall’interno la liturgia del talent, dove gli emergenti sono chiamati al proscenio per gli esami orali, nella speranza di farsi accompagnare verso una carriera preconfezionata. Se va bene: perché XF12 è riuscito pure nell’impresa di buttare nella pattumiera una tra le più potenti voci emerse dal contest, quella Sheryl Dos Santos mortificata da un inedito labirintico, dai compitini assegnati dal coach Agnelli e da una sfida al tilt con Leo Gassmann, figlio e nipote d’arte, bravino ma con una faccia da far sognare le donzelle (in molti, sui social, si sono lamentati di non aver potuto televotare: sarà stato un ingorgo nel software).

Quanto ad Anastasio, il post-rapper campano ha stracciato il copione dell’“avanti il prossimo” imposto dall’agonizzante filiera discografica e dalla tv: se sei disciplinato le major ti accolgono per i cinque-sei mesi che verranno e l’anno venturo tanti saluti. L’industria avrà ciucciato una boccata d’ossigeno mentre il campione scaricato finirà sul sofà dello psicanalista.

Non importa se Marco Anastasio vincerà. Anzi, una sconfitta potrebbe essere un affare. L’hanno dimostrato i Maneskin a XF11: Cattelan alzò il braccio al tenorino pop Licitra, che aveva ramazzato i suffragi della finale trasmessa in chiaro (dunque con un pubblico più tradizionalista) ma che poi è stato surclassato dall’irruenza della rock band dei quattro millennial romani. Quello dei Maneskin era stato un primo segnale: anche se il loro stile ripesca astutamente nel vecchio cliché della trasgressione r’n’r, Damiano e gli altri avevano messo un sasso nell’ingranaggio ben oliato della gara.

Anastasio ha messo definitivamente in crisi il format, con una sorprendente capacità di inventare qualcosa di inusuale, di personale, anche quando gli assegnano cover dei Pink Floyd (Another brick in the wall) o, come accaduto due sere fa, i Led Zeppelin di Stairway to heaven. Tutti uscirebbero stecchiti dal confronto con Waters e Page: il 21enne sorrentino prende i monumenti e li svuota, li rifonda, li riscrive da capo, imbastendo storie parallele, dimostrandoci che esistono spazi inesplorati anche nelle cattedrali più visitate del rock. Figurarsi con i classici italiani: è andato a nozze cancellando i testi della degregoriana Generale e dell’immensa C’è tempo di Fossati. Ha incrociato la penna con i poeti e li ha omaggiati con fegato e bravura. È un sentiero su cui nessun altro concorrente si era inoltrato, finora. Tanto che Manuel Agnelli aveva sottilmente alluso a “una corsa a sé” di Anastasio, vagamente fuori regolamento, e Fedez sospirava di aver “trovato il concorrente che cercava da anni”.

La beffa è che Anastasio è nel team di Mara Maionchi. A proposito, Fedez ha annunciato il ritiro dalla tv per dedicarsi solo alla musica. Saggia decisione: Anastasio – con il suo potente, iconoclasta inedito La fine del mondo – ha marcato un punto di non ritorno nella scena italiana, dove il trap campa di rendita con vacue emulazioni di pseudo gangster tamarri e ingioiellati, il pop è affidato a scimmiette sapienti, e il rock alternativo si interroga da troppo tempo sul che fare.

X Factor? I numeri certificano che soffra di un percettibile calo di ascolti rispetto al passato (si galleggia attorno al milione di spettatori per la diretta, confidando nelle repliche): peccato che gli autori italiani abbiano le mani legate dalla produzione internazionale. Sarebbe magnifico vederli rovesciare il tavolo delle consuetudini in vista del 2019. E restituire smalto e coraggio ai giovani artisti, che hanno faccia tosta e garantiscono talentO. Con la O finale, sia chiaro.

Moretti torna con il lutto di un’intera generazione

Santiago, Italia: loro e noi, ieri e oggi. Il tramite della solidarietà, e il punto di vista: Nanni Moretti apre il documentario con Nanni Moretti che guarda, dall’alto, la città di Santiago del Cile. Lo vediamo di spalle, il montaggio perfeziona la semi-soggettiva: è la prospettiva del regista, ma anche la nostra, è un concorso di sguardi, e presa di coscienza.

Al 36° Festival di Torino, dove fu direttore, porta il suo quarto documentario: due proiezioni stampa, per l’estera (?) e l’italiana, e oggi alle 22.00 al Cinema Reposi l’unica per il pubblico, con saluto in sala. Dietro la macchina da presa Nanni mancava dal lungometraggio di finzione Mia madre del 2015, stavolta fa parlare solo il film, più o meno.

Santiago, Italia arriverà sugli schermi il 6 dicembre, tagliandoli con il lutto precipuo di una generazione: il golpe dell’11 settembre 1973 in Cile, la Moneda bombardata dall’aviazione nazionale, Salvador Allende forse morto suicida, comunque assassinato dal colpo di mano del generale Pinochet. Alla faccia de la izquierda unida jamás será vencida, in spregio di Neruda, el pueblo te saluda, a detrimento de l’Unidad Popular: gli statunitensi si spaventarono di un leader socialista democraticamente eletto, temerono il contagio all’Italia e alla Francia, e agirono di conseguenza, ché “è dimostrato dagli stessi documenti americani (gli archivi della Cia, il Rapporto Church del Senato, ndr) il ruolo fondamentale dei soldi Usa nella cospirazione e nella sedizione in Cile”. Lo attesta l’avvocato Carmen Hertz, tra i tanti intervistati da Moretti a comporre un fil rouge diacronico, un percorso storico e precipitato civile di testimonianze. Lo specchio è riflesso: “Come guardi ai tuoi anni di militanza?”, chiede il cineasta, “Se c’è qualcosa di bello in questa vita non è solo potersela guadagnare degnamente, ma farlo per gli altri”, gli rispondono, e non c’è divieto di inversione.

La consapevolezza, filtrata dall’estremo messaggio di Allende, che “non ci sarebbe stata nessuna resistenza, alcuna guerra civile, che finiva un’epoca”, il sergente che esplode un “Mierda, che stiamo facendo?”, gli agenti della famigerata Dina, la polizia segreta, che si beano delle P-38 “come nei B-movie coi nazisti”, le torture perpetrate a Villa Grimaldi, le scosse elettriche ai testicoli e le vagine straziate, e la migliore resistenza, quella della Chiesa cattolica. Allo scomparso cardinale Raúl Silva Henríquez Moretti tributa un doppio onore: è sua l’unica intervista d’archivio, è per lui la commozione del traduttore Rodrigo Vergara, che stigmatizza come fu “fatto fuori da Wojtyla appena compiuti i 75 anni” e da ateo ancora singhiozza “per la statura morale di questo prete, talmente grande che i giovani volevano farsi sacerdoti”.

Poi, i militari. L’ex portavoce di Pinochet, l’impunito generale Guillermo Garin, secondo cui “il golpe fu cosa buona, perché il paese era sull’orlo della guerra civile”, e che la logica vada a farsi fottere; Raúl Iturriaga, già a capo del centro di torture La Venda Sexy, condannato per sequestro e omicidio (anche in Italia, in contumacia, per il fallito assassinio del connazionale Bernardo Leighton a Roma, nel quadro dell’Operazione Condor), alle cui rimostranze sul metodo dell’intervista Moretti entra in campo e oppone un reiterato “Io non sono imparziale”. Legittimo, altroché, ma il più pericoloso dei due, quantomeno oggi, pare essere Garin, e che l’unico sconfinamento fisico di Nanni nel doc arrivi per il secondo, detenuto, lascia qualche perplessità, etica più che cinematografica.

Quindi, l’ambasciata italiana a Santiago, primo rifugio dei dissidenti. Saltandone il muro di recinzione, allora alto appena due metri, guadagnavano la salvezza, non la sicurezza: in loco potevano sempre rischiare di essere espulsi dal partito socialista per indisciplina, al rifiuto di pelare le patate. Complice il diplomatico Piero De Masi, e l’ambiguo silenzio-assenso alla richiesta di visti dell’allora ministro degli Esteri Aldo Moro, attraversavano la capitale e trasvolavano l’Atlantico, trovando un futuro nei campi dell’Emilia e nelle fabbriche a Milano: “Nessun lavoro nero, nessuna porcheria, mi hanno accolto, mi han permesso di integrarmi”, e il qui e ora è tangibile. Chiude l’imprenditore Erik Merino, che fu cardinale cileno in Habemus Papam: “Oggi viaggio per l’Italia e vedo che assomiglia sempre di più al Cile, nelle cose peggiori del Cile”.

Il problema, dice, è “l’individualismo”: l’individualità di Moretti è la soluzione?

 

Gilet gialli 3° atto. In piazza anche scuola, banlieue e Mélénchon

Gli Champs Elysées trasformati in bunker per l’atto III della protesta: 10 mila Gilet gialli sono attesi sull’avenue parigina e per evitare la guerriglia e gli sfregi di sabato scorso (stimati un milione di euro di danni) il viale è stato “svuotato”. Gli arredi urbani sono stati ritirati ieri e i cantieri in corso sigillati. I negozianti hanno rivestito le vetrine con pannelli anti-casseurs. All’esterno dei caffè sono stati smontati i gazebo con i tavolini. Il viale oggi è chiuso alle auto. Vi si può accedere a piedi, col Gilet giallo o no, ma solo dopo i controlli. La prefettura ha mobilitato 4 mila agenti: un dispositivo di sicurezza “paragonabile a quello dell’11 gennaio 2015”, giorno del grande corteo che seguì gli attentati a Charlie Hebdo, secondo Linda Kebbab del sindacato Sgp Police.

La protesta è sempre più popolare: l’84% dei francesi ormai dice di comprenderla. Il collettivo Banlieues Respect, nato dopo le rivolte delle periferie nel 2005, ha raggiunto il movimento: “Le battaglie delle campagne e delle banlieue sono le stesse”, ha detto il suo presidente Hassan Ben M’Barek. In nome della “convergenza delle lotte” scendono in strada il sindacato Cgt e gli studenti. Sono attesi anche i militanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, che appoggiano apertamente la protesta. Jean-Luc Mélénchon, leader della France Insoumise, sarà tra i Gilet. Non c’è dialogo con il governo. La riunione di ieri con il premier Philippe è stata un fiasco. Quasi tutti i Gilet l’hanno boicottata: avevano chiesto un live su Facebook, ma è stato loro risposto picche.

Ucraina-Russia: guerra di kalashnikov e preti

Russi, maschi, dai 16 ai 60 anni: vietato entrare in Ucraina. Lo ha deciso il presidente Poroshenko: perché Mosca “crea eserciti privati con rappresentanti delle sue forze armate”. Andry Demchenko, portavoce della Guardia di Frontiera, annuncia che anche l’ingresso in Crimea è proibito “per stranieri e ucraini, finché sarà in vigore la legge marziale”. Il cielo è cupo come il limbo politico che si allarga sopra la Rada di Kiev. “Se dovessimo usare misure a specchio, si andrebbe al collasso” ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, pensando ai milioni di ucraini residenti nella Federazione. Le ritorsioni del Cremlino sono altre: mentre nuove sanzioni vengono imposte contro Mosca dall’Ue, la Russia colpisce con la stessa arma 400 membri dell’élite ucraina che hanno business o proprietà nella Federazione, rende noto il premier Dimitry Medvedev.

Poroshenko, che si è fatto fotografare tra soldati e carri armati al fronte negli ultimi giorni, dice di avere le “prove di un rafforzamento dell’esercito russo al confine”, mostra foto aeree alle tv mentre tuona: “Voglio un mondo civile unito contro Putin, lui non ha una linea rossa, voglio sentire pressione coordinata, chi vi dice che lui non arriverà al Baltico?”. Appelli all’Unione europea, Nato e Fmi sembrano essere l’unica campagna elettorale dell’oligarca per le imminenti elezioni e con la crisi in atto, i sondaggi che lo davano perdente, non interessano più a nessuno. Stivali e kalashnikov tra icone e candele. L’Sbu, i servizi segreti ucraini, hanno fatto irruzione ieri nel millenario monastero di Kiev dove il metropolita Pavlo, fedele alla chiesa russa, è accusato “di incitamento all’odio”. Sono conseguenze dello scisma dei patriarcati ortodossi, ma anche “l’indipendenza della chiesa ucraina”, che ha deciso di allontanarsi da quella di Mosca “organo di propaganda del Cremlino, è parte del nostro progetto filo-europeo” ha assicurato Poroshenko. Nella versione slava del gioco dell’oca che si sta consumando dall’Azov alla Moscova, è desueto il passo di risposta della Difesa russa. Dai carri armati alle croci: una redenzione verde mimetico per la patria. Per “preparare i preti alle emergenze in battaglia, per addestrarli a guidare veicoli armati al fronte” gli ortodossi andranno in Siberia. Verrà costruita una “cattedrale militare”, mura colore delle divise e guglie d’oro. A fine giornata c’è spazio per l’agenzia meteorologica statale ai tg russi. C’è un record nell’innalzamento delle temperature: “Gli inverni a Mosca stanno diventando sempre più caldi”, come la guerra alle porte, sempre meno Fredda.

“Boko Haram non è vinto, il governo fa propaganda”

Il movimento #BringBackOurGirls non è stato solo un fenomeno social, un hashtag twittato milioni di volte. L’azione di chi ha animato la più importante campagna mai apparsa su Twitter non si è limitata a chiedere la liberazione delle 276 studentesse nigeriane rapite da Boko Haram nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014 ma si è evoluta, e oggi, dopo la liberazione di 163 ragazze nel 2017, lancia un nuovo appello per le 113 ancora nelle mani del gruppo terroristico. Florence Ozor, tra le fondatici di Bring back our girls, ospite in Italia della Fondazione Attua chiede aiuto al governo italiano.

Twitter ha contribuito a creare consapevolezza in tutto il mondo sulla situazione delle ragazze nello Stato di Chibok Borno. Come è nata questa idea?

È nata dalla disperazione su cosa fare per riportare a casa le nostre ragazze. Avendo aspettato inutilmente un’azione governativa, il ricorso ai social è stato impulsivo. A una delle nostre prime iniziative l’ex ministro dell’Istruzione della Nigeria, Oby Ezekwesili, chiese con forza al governo di ‘riportare a casa le nostre figlie /ragazze’, qualcuno twittò l’hashtag, il resto è storia.

Senza #BringBackOurGirls cosa sarebbe successo?

Sono convinta che l’azione governativa sarebbe stata più spregiudicata. Non dimentichiamo che le studentesse di Chibok non erano le prime a essere state rapite. L’enorme coscienza internazionale ha spronato il governo.

Che futuro aspetta le 163 studentesse liberate?

Il dramma non è finito. Ci impegniamo a continuare la nostra battaglia. Attualmente le ragazze liberate vivono in una casa sicura sotto la protezione delle forze di sicurezza nigeriane. Noi, il governo e la società civile dobbiamo unire le forze per garantire che continuino a essere al sicuro, protette e serene nell’immaginare la loro vita. Non sono vittime, ma ‘Malala’ della Nigeria e del mondo.

Resta fiduciosa che possano essere salvate tutte?

La campagna è guidata dalla speranza e dalla ricerca della giustizia, è stata la nostra linea anche quando eravamo ridicolizzati da chi riteneva che nessuna sarebbe tornata. Ma mentre ci concentriamo su questo, vediamo anche la nostra campagna in un contesto più ampio come metafora di tutte le vittime di sequestri nel nord-est e dell’insicurezza in tutto il paese. Crediamo che le nostre ragazze siano vive e possano essere salvate anche se è molto complicato.

Boko Haram rappresenta ancora un pericolo in Nigeria. Qual è la situazione al momento?

La situazione nel nord-est della Nigeria è ancora molto precaria e si sono verificati molti altri rapimenti, oltre alla prosecuzione della prigionia delle restanti studentesse di Chibok. Boko Haram lo scorso marzo ha rapito anche un’operatrice dell’Unicef, Alice Nggaddah. Due settimane fa due cooperanti dell’Icr sono stati giustiziati per il mancato pagamento del riscatto. Almeno tre chiese e comunità cristiane sono state attaccate con molte vittime. Boko Haram è sì più debole, ma non è ancora sconfitto.

Il governo nigeriano sta facendo abbastanza?

La crisi nel nord-est è l’effetto di anni di abbandono della popolazione da parte dei governi. Da lì è iniziato l’indottrinamento di cittadini bisognosi di aiuto. Boko Haram ha ucciso più di 20 mila persone e ne ha sfollato almeno 2 milioni. Le mine disseminate ovunque hanno ucciso 162 persone in due anni e ferito 277. Questa settimana, una fazione di Boko Haram ha ucciso un altro operatore umanitario. E il governo sembra dare più importanza alla campagna elettorale per le elezioni e gli insorti prendono il sopravvento.

In che modo si può limitare l’azione di Boko Haram?

Credo sia fondamentale agire sui giovani. L’impatto maggiore del reclutamento è proprio sulla popolazione sotto i 25 anni. La gente ha però paura di mandare i figli a scuola, in particolare nel nord-est dove le famiglie rifiutano di registrare le bambine a scuola.