Il lungo addio di Merkel porta in Europa

Èuna partita europea, non solo tedesca, quella che, fra una settimana, si giocherà ad Amburgo, dove il congresso della Cdu sceglierà il successore di Angela Merkel alla guida del partito, che, nonostante recenti risultati elettorali non brillanti, è pur sempre la forza di maggioranza relativa della politica tedesca.

Lasciando la guida del partito, Merkel inizia la sua uscita dalla scena politica: un percorso che potrebbe protrarsi fino alle elezioni federali dell’autunno 2021, quando la ‘Mutti’ esaurirà il suo quarto mandato alla testa del governo tedesco; ma che potrebbe pure subire accelerazioni, se turbolenze interne dovessero indurla a rinunciare alla cancelleria prima del termine. Nell’Ue, c’è chi fa il tifo perché ciò avvenga nel giro di un anno, così che Merkel si renda disponibile per uno degli incarichi europei che saranno rinnovati l’anno prossimo: la presidenza della Commissione europea o, più credibilmente, quella del Consiglio europeo, il consesso dei leader dei 27. Chi oserebbe bollare come eurocrate Merkel, o sminuirne la statura politica? Gli epiteti toccati a Jean-Claude Juncker, per 18 anni presidente del Consiglio lussemburghese, e a Donald Tusk, per sette premier polacco, non potrebbero sfiorare la cancelliera tedesca di più lungo corso dopo Helmut Kohl.

Merkel, per ora, si schernisce e forse è sincera. Però, le scelte della Cdu e i risultati elettorali tedeschi hanno comunque un peso sulle nomine europee dell’anno prossimo. Il Partito popolare, la famiglia politica di maggioranza relativa nel Parlamento europeo, 218 seggi su 751, ed il Partito socialista, 188 seggi – insieme, fanno la maggioranza assoluta –, hanno già espresso i loro candidati alla presidenza della Commissione: un tedesco, Manfred Weber – la Germania non occupa quel posto dal 1967, quando terminò il mandato di Walter Hallstein –; e un olandese, Frans Timmermans, ex ministro degli esteri. Weber, un parlamentare europeo, ma molto vicino a Merkel, è uscito politicamente indebolito dall’arretramento del suo partito, la Csu, nelle elezioni bavaresi; Timmermans, vicepresidente della Commissione, ha visto la sua immagine di astro nascente della politica europea appannarsi negli ultimi anni. Però, non è affatto detto che popolari e socialisti faranno ancora maggioranza da soli nel prossimo Parlamento europeo e potranno spartirsi i posti: per eleggere un presidente della Commissione espressione delle forze europeiste dovranno forse allearsi con i liberali o con i verdi. Ecco, allora, salire le chances di Guy Verhostadt, ex premier belga, leader liberale, o della tostissima danese Margrethe Vestager, commissaria alla concorrenza. Se i tedeschi non avranno la Commissione e non metteranno in corsa Merkel per il Consiglio, potranno reclamare la presidenza della Banca centrale europea, che non hanno mai avuto.

L’ombra di Mbs sul G20: ma Trump riforma il Nafta

“Uno dei più importanti e più grandi accordi commerciali negli Stati Uniti e nella storia del mondo. Il terribile Nafta presto sarà andato. L’Usmca sarà fantastico per tutti”. Donald Trump si presenta al G20 di Buenos Aires con il nuovo accordo commerciale del Nord America. Lo fa nello stesso momento in cui l’ospite ingombrante, Mohammed bin Salman (Mbs) il principe ereditario saudita che, anche secondo la Cia, è responsabile dell’omicidio del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi, appare nella foto di rito. Mbs dovrebbe essere additato dai vari capi di Stato come una figura per lo meno da congelare e invece, trattandosi di Arabia Saudita è coccolato e vezzeggiato. Il primo a vederlo è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che si è soffermato sulla guerra in Yemen e, ovviamente, sul prezzo del petrolio. Poi con il presidente russo, Vladimir Putin, c’è stato lo show a uso di fotografi e tv con tanto di “batti il cinque”. E Mosca ha annunciato che lo stesso Putin andrà in visita in Arabia Saudita.

Aspettando Xi. Il G20 è il vertice pensato al tempo della globalizzazione galoppante per facilitare il mercato mondiale. La stretta protezionista di Trump rende i dialoghi molto più rigidi. “Siamo impegnati a lavorare per un consenso sul comunicato ma ci opporremo con forza a un linguaggio che pregiudichi le nostre posizioni. E siamo pronti a tirarci fuori se necessario”, faceva trapelare ieri una fonte Usa. Sul fronte opposto, Macron sembra voler riunire un fronte anti-Usa in vista della dichiarazione finale. Tutto in attesa del bilaterale di stasera tra il presidente Usa e il suo omologo cinese Xi Jinping. Se si sblocca il nodo dei dazi e delle tariffe che Trump ha imposto alla Cina si potrebbe sbloccare il nodo del commercio mondiale.

Gli Usa hanno applicato nel 2018 tariffe sui pannelli solari, lavatrici, acciaio e alluminio a quasi tutti i Paesi del mondo (con eccezioni per Ue, Canada e Messico). Poi, hanno applicato tariffe speciali alla Cina su tecnologie e proprietà intellettuale. Sul tavolo pende la minaccia di tariffe speciali per altri 267 miliardi di beni oltre al nodo dell’automotive su cui Trump è chiaramente suscettibile vista la situazione della General Motors e dei 14 mila posti di lavoro a rischio. Trump ha riconfermato che vede “l’accordo possibile, ci sono segnali positivi”. Se si sblocca con la Cina, è il pensiero di molti, si potrebbe sbloccare con gli altri Paesi. Ma l’intesa potrebbe essere solo bilaterale.

Il nuovo Usmca. Per far capire lo spirito con cui si muove, ieri il presidente Usa ha esaltato il nuovo accordo Usmca (United States-Messico-Canada Agreement) che prende il posto del Nafta entrato in vigore nel 1994. La cerimonia ufficiale ha visto, oltre a Trump, anche il presidente messicano Enrique Peña Nieto, al suo ultimo giorno di mandato (oggi si insedia infatti Andrés Manuel López Obrador, Amlo) e il premier canadese Justin Trudeau. Il trattato ha soprattutto l’effetto simbolico di cancellare il Nafta, di cui Trump aveva dichiarato la fine. Ma non altera in profondità i rapporti tra i tre Paesi anche se finisce per avvantaggiare gli Usa.

Dazi doganali. Il tema più delicato riguarda la “regola d’origine” per le componenti delle automobili da vendere senza oneri doganali a patto che siano davvero “made in Nordamerica”. Trump puntava a una quota che dall’attuale 62,5 passasse all’82%. Si è fissato il 75% con l’impegno ad aumentare la parte statunitense, ma introducendo l’obbligo per il 40-45% delle auto di retribuire la manodopera con almeno 16 dollari l’ora. Misura che svantaggia il Messico. Il quale, però, salvaguarda la proprietà delle sue risorse anche per l’intervento, nell’ultima fase dei negoziati, del nuovo presidente Amlo. Il Canada perde protezione della sua industria casearia, ma lascia invariate le procedure per regolare le controversie. TRump ottiene, però, la possibilità di aumentare i dazi al 25% per ragioni di “sicurezza nazionale”. È questo il principale messaggio alla Cina.

Il burro di “Ultimo tango” e roghi perduti

Come il naso di Cleopatra ha cambiato la storia del mondo, il burro di Bernardo Bertolucci ha cambiato la storia del cinema. Che sarebbe successo se nel frigo del regista di Ultimo tango a Parigi ci fosse stata della margarina, dei tortellini di Giovanni Rana, o addirittura delle polpette vegane, ancor prima dell’esistenza dei vegani? Nessuno può dirlo. Ma per fortuna il burro c’era, e da questa decisiva coincidenza possiamo trarre non poche conclusioni. Che Ultimo tango è divenuto il film più visto, più non visto, più discusso di sempre, l’ultimo rogo del Novecento. E a ripensarci viene quasi nostalgia di quei bei roghi di una volta, quando i censori erano orgogliosi delle loro forbici, come il dottor Antonio di Fellini (“Bevete più latte, il latte fa bene…”), mentre in quest’era salutista, vegana e pedante si diffida della correttezza politica di Mozart e Da Ponte per il bene dei nostri figli. I roghi, poi, al contrario dei premi, non basta subirli: bisogna meritarseli. E Marlon Brando chiuso nella sua sfatta disperazione color cammello, lo smarrimento senza ritorno, autentico e simulato, di Maria Schneider, l’invettiva contro la famiglia – unica, incrollabile dittatura della società italiana – il rogo se lo sono ampiamente meritati. Roba di mezzo secolo fa. L’ultima conclusione è la più radicale, come Bertolucci sapeva perfettamente, e riguarda quel che resta di quanto abbiamo fatto per sfidare la caducità della vita in nome dell’arte. Giusto un panetto di burro.

Così marcia l’erotismo militare di Bolsonaro

Il Brasile, il Paese più grande e potente dell’America latina, è 28 volte l’Italia e la sua popolazione è tre volte e mezzo la nostra. I bianchi rappresentano il 45%, un altro 45% è composto dai meticci; il 10% dai neri. Nella graduatoria dei 196 Paesi del mondo stilata in base al Pil, il Brasile occupa il settimo posto, precedendoci di un punto. Rispetto a noi, il Paese latinoamericano presenta una biodiversità ben più varia.

Flora, fauna, clima e persone sono estremamente differenziate, passando dagli aborigeni dell’Amazzonia alla Embraer, che costruisce gli aerei più moderni del mondo. Entrambi – Brasile e Italia – hanno sulle spalle un ventennio di fascismo: il nostro è durato dal 1922 al 1943; il loro dal 1964 al 1985. Entrambi possono vantare un primato dell’economia informale che, in Brasile, riguarda 37 milioni di lavoratori.

Gli ultimi governi hanno fatto di questo Paese sudamericano una democrazia compiuta: otto anni con la presidenza di centrodestra del prestigioso sociologo Cardoso; otto anni con la presidenza di sinistra (PT) del carismatico sindacalista Lula; cinque anni con la presidenza sempre di sinistra (PT) della scialba economista Dilma Rousseff.

Tredici anni di governo tutti in mano alla sinistra sono risultati eccessivi sia per la destra che per la sinistra stessa: questa, presa dall’euforia del potere, ha fatto man bassa arraffando tangenti in nome del partito; quella ha cavalcato il processo di “lava jato”, fotocopia di “mani pulite”, determinando l’impeachment di Dilma e mettendo Lula in galera.

La decapitazione della classe dirigente, che in Italia regalò il potere a Silvio Berlusconi consentendo un governo basato sull’erotismo, in Brasile lo ha regalato a Jair Bolsonaro che sta formando un governo basato sui militari. Bisnonni veneti, toscani e calabresi, tre mogli, cinque figli, il 63enne capitano Jair è stato ufficiale nei reparti di artiglieria e di paracadutismo, poi – ininterrottamente dal 1991 a oggi – deputato nel “Partido Democrata Cristão” e nel “Partito Social Cristiano”.

Durante la campagna elettorale, Bolsonaro è stato esplicito nelle sue posizioni di una destra senza se e senza ma: ostilità ai sindacati (oltre, ovviamente, al partito dei lavoratori, il PT di Lula), alla parità uomo-donna, all’aborto, ai gay, agli immigrati, agli indios; apprezzamento per la dittatura militare, per l’uso delle armi e della tortura; ultra-liberismo economico e stretta alleanza con Trump.

Per due anni Bolsonaro non è mai riuscito a superare il 15% dei sondaggi, contro il 38% di Lula. Ma la sua fortuna è esplosa quando Lula in galera non ha potuto candidarsi, e poi quando un fanatico di sinistra lo ha gravemente accoltellato. Il 7 ottobre le elezioni hanno avuto luogo in una situazione paradossale: il vincitore più probabile era in galera e il vincitore effettivo era in ospedale. Bolsonaro, infatti, ha ottenuto il 46% dei voti mentre Addad, candidato del PT ed erede troppo recente di Lula, ha avuto il 29%.

Un sondaggio effettuato da Datafolha una settimana prima delle elezioni, ci dice che l’elettorato di Bolsonaro era prevalente nel Sudeste (36%), tra gli elettori colti (43%), ricchi (44%), evangelici (40%), mentre l’elettorato di Haddad era prevalente nel Nordeste (36%), tra i poveri (28%) e tra gli atei (28%).

Nei venti giorni trascorsi tra il 7 e il 27 ottobre, data del ballottaggio, Bolsonaro ha ribadito la sua politica attraverso i messaggi lanciati ai suoi 3,5 milioni di follower su twitter e ai suoi 7 milioni di follower su facebook.

Il 27 ottobre ha vinto con il 55,1% dei voti e Haddad si è fermato al 41,9%. In realtà, hanno votato 147,3 milioni di brasiliani: il 39,2% per Bolsonaro; il 31,9% per Haddad; il 28,8% di astensioni, schede bianche o nulle. Dunque 89.5 milioni di brasiliani, pari al 60,7% del totale dei votanti, non hanno scelto Bolsonaro: ma ciò non toglie che egli sia ormai il presidente democraticamente eletto del Brasile e che, per la sua elezione, sono state determinanti le schede bianche. Si tenga conto che in Brasile è legalmente obbligatorio votare.

Scrivo dal Brasile dove, in un giro di conferenze, ho potuto parlare con ministri, ambasciatori, economisti, storici, giornalisti, artisti, intellettuali e imprenditori. Ovviamente le reazioni alla vittoria di Bolsonaro, che solo un anno fa appariva impossibile, sono molto diverse tra loro anche se tutti ne identificano i motivi principali nella reazione alla grave crisi economica attraversata dal Brasile, nella violenza che dilaga ovunque, nell’odio crescente verso il PT, corrotto capo espiatorio di ogni corruzione, nell’effetto emotivo conseguente all’attentato quasi mortale subìto da Bolsonaro durante la campagna elettorale. Si tenga conto che nei due anni seguiti all’impeachment di Dilma, l’economia del Brasile, che per un trentennio era cresciuta del 4% l’anno, è entrata in una pericolosa spirale negativa; la disoccupazione è arrivata al 13%; nel 2018 sono stati compiuti 65.000 omicidi, di cui oltre 5.000 (14 al giorno!) dalla polizia.

Tornando alle reazioni dell’élite con cui ho potuto discutere, gli imprenditori sono convinti che Bolsonaro rispetterà i canoni della democrazia e che il suo ministro ultra-liberista dell’economia realizzerà privatizzazioni ed elargirà sconti fiscali. Gli intellettuali e gli artisti si dividono in due sottogruppi: quelli che hanno votato per Haddad e che ora, disgustati dall’esito elettorale, temono un giro di vite autoritario che riporterà il Brasile indietro fino al ventennio fascista 1964-85; quelli che, indecisi tra l’odiato PT e il temuto Bolsonaro, pur apprezzando Haddad, hanno ripiegato sulla scheda bianca, sperando sotto sotto di farla franca con un’eventuale dittatura blanda di Bolsonaro.

Intanto lui procede dritto nella realizzazione di quanto preannunziato durante la sua campagna elettorale. Accontenta gli imprenditori pianificando le privatizzazioni; accontenta Trump spostando l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme; accontenta i giustizialisti affidando due ministeri (Giustizia e Sicurezza) al giudice Moro, cioè al Di Pietro brasiliano; accontenta i militari affidando, lui capitano dell’esercito, la vicepresidenza a un generale, quattro ministeri (rapporti con il Parlamento, Servizi segreti, Difesa, partecipazioni pubbliche e private) ad altrettanti generali, un ministero (Scienza e tecnologia) a un tenente colonnello e un altro ministero (Infrastrutture) a un capitano di riserva.

A tutto questo va aggiunta una dose di familismo amorale che farebbe impallidire il nostro governatore della Campania. Os Bolsonaros, come titola il più diffuso settimanale, rappresentano ormai “la nuova dinastia” del Brasile. Il figlio Flavio è senatore; il figlio Eduardo è lo stratega politico del clan; il figlio Carlos, detto Carluxo, che non a caso il padre chiama u meu pit bull, maniaco di armi e divise militari, è l’ideatore della rete social del presidente e il ministro ombra della comunicazione.

Lo strapotere dell’algoritmo ci cambia la vita

“Il servizio pubblico televisivo, contrariamente a quanto si possa pensare, è destinato a svolgere un ruolo ancora più importante al cospetto di una platea di fruitori altamente frammentata e polarizzata di cui occorre, almeno in una certa misura, ricostruire la coesione”

(da Is competition a click away? di Stefano Mannoni e Guido Stazi – Editoriale scientifica, 2018 – pag. 85)

Chiunque navighi abitualmente sulla Rete sa, per esperienza personale, che a volte si può avere l’impressione di essere seguiti, spiati, pedinati. Basta riservare una volta un albergo online a Milano o a Bari, o in qualsiasi altra città d’Italia o del mondo, che da quel momento scatta una specie di persecuzione digitale; un bombardamento di messaggi e offerte promozionali con il medesimo obiettivo, come se uno dovesse recarsi continuamente nello stesso luogo. E altrettanto avviene se il malcapitato internauta prenota un ristorante via Internet, acquista un giocattolo per un figlio o per l’adorata nipotina o qualsiasi altro oggetto per sé o per la casa.

La “persecuzione digitale” non è però un’esclusiva dell’e-commerce. È una prerogativa strutturale delle piattaforme tecnologiche attraverso cui la Rete normalmente funziona. Parliamo dei “giganti del web”, cioè di Google, Amazon e Facebook che dovrebbero essere considerati “attori monopolisti da perseguire con le leggi antitrust”. Ovvero, come li ha definiti l’americano Jonathan Taplin, “i nuovi sovrani del nostro tempo”.

Di questo variegato fenomeno si occupa il saggio citato all’inizio, con il sottotitolo “Sfida al monopolio dell’era digitale”. Nel loro denso libretto, gli autori smontano innanzitutto il “mito del garage”, quello in cui la leggenda vuole che Steve Jobs abbia fondato il colosso Apple, e poi il “mito della gratuità”, per segnalare che sono i dati la moneta circolante dell’economia digitale. E avvertono: “L’avvento dell’algoritmo ha inaugurato una stagione totalmente nuova in cui sono le macchine che colludono e non gli uomini”.

Ecco, il potere dell’algoritmo. La misteriosa formula informatica, coperta dal segreto commerciale, che permette di risolvere problemi specifici attraverso una sequenza di precise istruzioni. Dalla pubblicità di un albergo o di un ristorante, appunto, fino alle informazioni che determinano le opinioni e le scelte politiche dei cittadini. Tanto più necessaria, dunque, è la garanzia della trasparenza in questo campo e l’intervento di una regolamentazione ispirata ai principi della normativa antitrust.

Dal piano economico e commerciale, il discorso si estende a quello politico e istituzionale. In un paragrafo intitolato “Pluralismo e populismo”, gli autori del libro esprimono “il sospetto che le piattaforme digitali favoriscano la polarizzazione delle opinioni (…), producendo un effetto eco che amplifica e ratifica le convinzioni sottraendole al test della dialettica”. A loro parere, insomma, è “il solipsismo della navigazione solitaria” il più potente promotore e alleato per la proliferazione dei populismi.

Si può concordare o meno con questa analisi, ma la questione riguarda il tema più generale della democrazia moderna e merita perciò un’attenta riflessione. Se è vero che le piattaforme tecnologiche “incidono sulla formazione dell’opinione pubblica senza pagare alcun prezzo in termini di immagine e di accountability”, è altrettanto vero però – come riconoscono gli stessi autori del saggio – che si tratta di “architravi necessarie dell’esistenza”. E quindi, il livello della democrazia può dipendere anche dal loro grado di trasparenza e dal loro corretto funzionamento.

Bruno Cagli, il “formatore” rossiniano

Con Bruno Cagli scompare il vero iniziatore della Rossini Renaissance ispiratagli, come diceva sempre con modestia, dal direttore d’orchestra fiorentino Vittorio Gui, e realizzata con un altro grande studioso rossiniano, l’ebreo americano Philip Gossett, mancato poco più di un anno fa. Che Bruno chiamò a Pesaro quale principale collaboratore appena nominato direttore artistico di una rinnovata Fondazione Rossini dal presidente, un “miliardario rosso”, l’industriale laterizio Wolframo Pierangeli. Questi l’aveva scoperto su Paese Sera leggendo una anomala (una pagina intera) quanto bellissima recensione firmata soltanto “Vice”. Era il giovane Bruno Cagli laureatosi con Luigi Ronga con una tesi su Gioachino a Roma al tempo del Belli (citato sempre, con ironia).

Soprattutto Bruno e Philip concepirono e avviarono la “follia organizzata” delle edizioni critiche dei circa 80 titoli rossiniani. Che oggi sono già una quarantina, pronte per essere messe in scena o suonate. Ricostruire cioè l’opera che Rossini stesso aveva mandato in scena in forma definitiva. Una avventura in cui si inserisce la riscoperta dello smagliante Viaggio a Reims, cantata per 14 prime parti, sepolta nella biblioteca di Santa Cecilia e lì ritrovata da Gossett. Nell’81 Cagli fu anche il direttore della primissima edizione del Rossini Opera Festival (ROF) di Pesaro, che gemmava direttamente dalle edizioni critiche (quell’anno, L’inganno felice). Ma a livello locale gli venne imposto di scegliere e scelse la Fondazione diretta poi per un quarantennio rivitalizzando il Bollettino di studi, organizzando convegni e mostre planetarie (quella del Bicentenario 1792-1992 rimane memorabile), scrivendo libri e saggi. Ma pure radiodrammi per il Terzo Programma Rai, e con uno vinse il Prix Italia, occupandosi a lungo dell’Accademia Filarmonica di Roma animata da una dama di ferro, romanissima nelle battute, Adriana Panni. Da Pesaro partivano programmi di lavoro per musicologi, per lo più giovani, di tutto il mondo sotto la regia di Cagli (i coniugi Brauner, Janet Johnson, Paolo Fabbri, Stefano Castelvecchi, Elisabeth Bartlet, Daniela Tortora e tanti altri) e traeva origine il monumentale carteggio rossiniano curato da Bruno e da Sergio Ragni, incredibile collezionista napoletano, con un apparato unico di note e di indici per generi, giunto ora al quarto grande volume. Intanto però Cagli assumeva incarichi importanti. Diventava direttore artistico dell’Opera di Roma. Un triennio 1987-89 davvero aureo con la “prima” moderna della splendida Zelmira, direttore il giovane Evelino Pidò, con un cast stellare: Cecilia Gasdia, Chris Merritt, Rockwell Blake. Poi la non meno magnifica Ermione, protagonista una intensa Anna Caterina Antonacci. All’Opera aveva cominciato le coraggiose selezioni previste dal contratto per orchestrali, coristi e ballerini. Purtroppo si arenarono sul caviglione di un ballerino “protetto” da un sottosegretario.

Poco dopo Bruno se ne andò assumendo un incarico prestigiosissimo, presidente e sovrintendente a Santa Cecilia dove, con alcuni intervalli, doveva rimanere 21 anni, assumendo a 29 anni Daniele Gatti quale direttore principale, in concorrenza con Christian Tielemann. Stagioni formidabili, inventive, il festival Roma-San Pietroburgo, tutti i grandi solisti, sempre opere in forma di concerto, concluse da una memorabile Aida diretta da Antonio Pappano. Nel 2001, direttore del Verdi Festival, guidò il concorso Callas della Rai. Alle semifinali di Busseto (100 voci selezionate da lui fra 1000) sentii l’acuto “vociologo” dare consigli utili, amichevoli, esatti a ogni concorrente. Fra le tante sue virtù di specialista supremo, di intellettuale coltissimo e rigoroso, c’era anche questa capacità umana di formare, indirizzare, educare.

Cara Anpi, il dl Salvini è figlio di molti padri

“Con l’approvazione del decreto Sicurezza si stravolge di fatto la Costituzione”. La voce dell’Associazione Nazionale Partigiani ancora una volta si leva per dire la verità. E la dura, triste verità è che festeggiamo l’ottantesimo delle leggi razziali con una legge francamente razzista. Non solo sul piano del colore della pelle, ma anche su quello sociale. L’aspetto più odioso della legge Salvini è forse proprio l’evidente odio verso i poveri. Torna la tassa (già introdotta dalla Lega nel 2009 e poi abrogata) sulle rimesse dei migranti. Sì: non sulle transazioni finanziarie, non sui grandi capitali. Ma sui soldi che i poveri mandano a casa.

E poi l’idea di città, una città sicura solo per alcuni: i negozi etnici diventano diversi da quelli italiani; i vigili urbani col taser; i daspo urbani che si allargano; la perdita dell’asilo politico anche per i furti in appartamento; il raddoppiamento del tempo in cui i migranti possono essere inghiottiti nei non-luoghi dei Centri di permanenza per il rimpatrio; pene più severe per chi occupa immobili abbandonati; il carcere per chi chiede l’elemosina con insistenza, e per i parcheggiatori abusivi. È una condanna della marginalità sociale, una persecuzione del disagio. Il “degrado” delle città viene fatto coincidere con la povertà: che non si cura, ma si punisce. Fino al vertice simbolico dello smontaggio della stessa idea di cittadinanza, che ora si può revocare per terrorismo, ma solo a chi non l’ha acquisita per nascita. Colpire, nascondere, sorvegliare la città e la cittadinanza dei poveri: tenerla distinta e separata da quella dei ricchi, in una regressione secolare. Ora, tutto questo non si combatte con un “fronte repubblicano”, o comunque lo si chiami. Ed è per questo, che con tutta la mia devozione all’Anpi, non condivido l’appello “alle forze politiche democratiche” cui l’Associazione dice: “Basta divisioni, discussioni stucchevoli, rese dei conti”. Credo che l’egemonia culturale della destra salviniana – perché di questo si tratta – non si combatta con l’unità dei pochi militanti, ma con un discorso di verità.

E la verità è che “l’Italia entra nell’incubo dell’apartheid giuridico” (così ancora l’Anpi) non oggi, col decreto Salvini. È una storia più antica, i cui protagonisti negativi sono in larga parte proprio quelli che oggi (del tutto strumentalmente) si affollano dietro la bandiera della resistenza civile alla barbarie. In un piccolo, prezioso libro di dieci anni fa (Lavavetri, Terre di Mezzo 2009) Lorenzo Guadagnucci ha raccontato come la retorica della sicurezza e del decoro urbano siano nate nella Firenze – largamente pre-renziana – del sindaco Leonardo Domenici e del suo assessore-sceriffo Graziano Cioni. Nel luglio del 2008 (nel pieno delle campagne sulla sicurezza del governo Berlusconi), la giunta “di sinistra” fiorentina varava un Regolamento di Polizia Urbana nel quale è possibile leggere in chiaro non solo la radice, ma un bel tratto della malapianta che oggi fiorisce grazie a Salvini.

Guadagnucci racconta come il fiorentino Pier Luigi Vigna, allora procuratore nazionale antimafia, e la stessa Procura di Firenze furono costretti a intervenire smentendo l’amministrazione: nessuna reale esigenza di sicurezza giustificava la stretta anticostituzionale contro i lavavetri e i rom fiorentini. Mentre alcuni preti digiunavano sotto Palazzo Vecchio con cartelli che dicevano “bisogna combattere la povertà, non i poveri”, il governo Berlusconi varava il pacchetto sicurezza di Maroni, che ricalcava in larga parte quello lasciato dal governo Prodi e non approdato al Parlamento per la crisi dell’esecutivo. Nell’introduzione a quest’ultimo si leggeva che, pur diminuendo i reati, bisognava rispondere all’“insicurezza percepita”. Era il 2007 quando il segretario del Pd e sindaco di Roma Veltroni teorizzava che la sinistra doveva “rispondere al bisogno di legalità” con “fermezza e assoluta severità”. È qui che nasce l’egemonia culturale della destra: quando la sinistra smette di dire e di pensare che la sicurezza (di tutti, e non solo dei “salvati”) si costruisce con la giustizia sociale, non con la repressione.

La cattiva strada era stata imboccata molto prima: per esempio con la legge Turco Napolitano del 1998, definita da Giuliano Amato “una sfida alla nostra coscienza e alla nostra stessa Costituzione”. È questa strada che porta fino all’abisso di Minniti, che togliendo (tra l’altro) ai migranti il terzo grado di giudizio sancisce formalmente quell’apartheid giuridica che oggi si denuncia.

In sintesi: non esiste una soluzione di continuità, ma solo una terribile escalation tra Salvini e ciò che ha detto e fatto il centrosinistra quando ha governato le città e il Paese. O si capisce questo, e si agisce di conseguenza, o l’egemonia di Salvini durerà davvero a lungo. Per sconfiggerlo ci vogliono altri pensieri e altre parole: nessuna resistenza è possibile senza la verità.

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Per aiutare davvero l’Africa l’Occidente ritorni a casa

Voglio esprimere il mio apprezzamento su quanto Massimo Fini ha scritto sull’Africa su il Fatto del 28 novembre scorso e condivido il suo pensiero. Per aiutare l’Africa sarebbe ora che l’Occidente, con la sua perversa convinzione di essere nel giusto e per questo anche ben intenzionato nel voler risolvere i problemi dei “Paesi sottosviluppati”, cambiasse rotta, standosene a casa sua. La formula “aiutiamoli a casa loro” è ipocrisia che in realtà serve solo a continuare sulla strada dello sfruttamento. Lo afferma anche l’economista africana del Gambia, Dambisa Moyo. Nel suo libro “La carità che uccide” evidenzia che la colpa dei problemi degli africani stia proprio negli aiuti degli occidentali, aiuti non certo disinteressati ma fonte di una essenziale contropartita di materie prime per il vorace capitalismo del “progresso” da una parte, e nella corruzione e speculazione di governi locali ricattabili, nonché di una mentalità che, anche per la capillare presenza del proselitismo cristiano, ha creato in tanti casi passività e assuefazione all’elemosina.

Luciano Giovannini

 

Propongo una rubrica per far emergere il nero

Con riferimento agli avvenimenti di questi giorni vorrei suggerire una nuova rubrica, da intitolare
“Denuncia per chi hai lavorato in nero”. Avvalendosi del segreto della fonte dell’informazione concesso ai giornalisti si potrebbe denunciare nel completo anonimato e certo che ci sarebbe da divertirsi un mondo.

Ivan Garini

 

Fare le scuse a Berlusconi? Ma pure a Renzi e Boschi

Egregio Berlusconi, Renzi c’invita a chiederle scusa e ci adeguiamo, perché quando l’abbiamo seguito, ci siamo sempre trovati bene. Ci scusi tanto se abbiamo pensato che lei badava solo ai suoi affari, senza capire che era il suo modo per volere bene agli italiani. Che era un buon politico, ma è stato mal consigliato. Che quando c’era lei, i condoni arrivavano puntuali. Che la mafia non esiste, ma c’è solo negli occhi di chi guarda con malizia agli stallieri.

Che la corruzione è solo l’“ut” roseo tra le parole do e des. Che le leggi ad personam sono solo un’invenzione di quel manettaro di Davigo. Ci scusi Berlusconi se non abbiamo capito che lei era la vera diga contro Salvini. E già che siamo in piedi, ci scusiamo pure con Renzi, perché gli abbiamo impedito di modernizzare la Costituzione, e con la Boschi, per tutti i dolori che le abbiamo provocato con la banca del babbo, per cui lei tanto s’adoperò. Ecco, ci siamo tolti un peso.

Massimo Marnetto

 

La malagiustizia “di classe” colpisce solo i poveracci

A proposito dell’articolo del dott. Scarpinato sul fenomeno della giustizia di classe, cioè del fatto che in galera vanno solo i “poveracci” (con le virgolette come da articolo), devo dire che è grazie a voi del Fatto Quotidiano che ho compreso che il cattivo funzionamento della giustizia non è un evento fortuito, bensì frutto di una scelta scellerata quanto deliberata della nostra classe politica. In soldoni, siccome, i politici sempre più corrotti non vanno in galera, oggi non ci finisce più nessuno o quasi (solo immigrati, tossici o giù di lì). È preordinato il sovraffollamento carcerario: non si costruiscono carceri. È preordinata la fine dei processi per prescrizione. È preordinato l’ingolfamento della giustizia penale con le mancate depenalizzazioni e la mancata messa a regime di filtri al ricorso in appello. Questa situazione mi spiace almeno per due motivi: il senso di impunità sta agendo da moltiplicatore dei casi di corruzione con tutto ciò che questa comporta, dal lievitare dei costi delle infrastrutture all’utilizzo di materiali scadenti fino alla formazione di consorterie che frenano l’imporsi di aziende sane, poiché a vincere le gare sono troppo spesso le più corrotte. Non parliamo dei controlli: la colpa della giustizia lenta e inefficace viene addossata ai magistrati. Nonostante i magistrati italiani svolgano un carico di lavoro molto maggiore di quello dei loro colleghi europei. Certo, non tutti i magistrati sono al di sopra di ogni sospetto, soprattutto con l’attuale deriva correntizia, tuttavia si tratta sempre della migliore categoria di funzionari pubblici esistente in Italia e spiace sentire le persone comuni dire a proposito della malagiustizia che “I magistrati non fanno giustizia”.

Se poi a parlare così è un politico che ha preordinato lo sfascio della giustizia ribolle il sangue. Sembra di tornare al superior stabat lupus di memoria scolastica.

Luigi Cirillo

 

Non rinuncio a fare colazione con il “nostro giornale”

La colazione del mattino, da insegnante pensionata, comprende Il Fatto e un cappuccino al bar del paese, in provincia di Mantova. Non ci rinuncio dalla nascita del Nostro giornale. Non sono abbonata, ma ne acquisto all’edicola ogni giorno una copia e per un mese ho acquistato una copia in più da lasciare al bar. Ho insegnato la Costituzione ai miei alunni prima che molti ne sbandierassero la necessità. Sono diventata cittadina vera grazie a voi, vi sosterrò economicamente ogni volta che servirà. Grazie per la vostra capacità di nutrire una vera e libera cittadinanza

Maria Valeria Tarpini

Si rischia il far west. È una sfiducia alle istituzioni

Non condivido il pensiero di Salvini riguardo la legittima difesa. Quando un ministro della Repubblica e quindi lo Stato stesso, delega ai cittadini la difesa personale attraverso qualsiasi mezzo, vuol dire che abdica alle proprie funzioni. Un Paese civile, dovrebbe abiurare l’uso indiscriminato di armi. Che, come un coltello a doppio taglio, feriscono o uccidono sia le vittime sia chi ferisce o uccide. Finché non si prova cosa vuol dire fare del male o uccidere qualcuno, non si può mai sapere come sarà… “dopo”. E di solito “il dopo”, è spesso peggiore di qualsiasi pur legittima e sacrosanta difesa. Penso, invece, si debba pretendere sicurezza da coloro i quali la devono garantire. Ci troviamo ormai coinvolti in una deriva che ha ribaltato il garantismo. Un sostanziale lassismo penale e legislativo delle istituzioni (che non incarcera più nessuno per reati fino a 4 anni), ha costretto a trasformare le nostre case in prigioni, protette da inferriate e allarmi di ogni genere. Un paradosso che vede malviventi liberi e cittadini barricati in casa. Una logica assurda, rovesciata, della quale tutti dovremmo chiedere conto, magari indossando dei gilet… di qualsiasi colore e appartenenza siano.

Caro Giovanni, le sue considerazioni sono così giuste e adeguate da apparire persino banali. Accettare l’idea che armarsi sia la soluzione migliore per tutelare la propria sicurezza significa sfiduciare lo Stato dal suo dovere primario, quello appunto di garantire il diritto da chi lo offende. Ritenere che un’arma messa sul comodino possa essere la difesa (legittima) produce l’idea del far-west. Chi se la sente, spari. Gli altri attendano i carabinieri. Già non è affatto certo che impugnare una pistola ci aiuti e non rischi invece di provocare guai più grossi, ma immaginare un’estensione infinita della legittima difesa vuol dire incamminarsi verso la stagione del piombo libero. Sento un rumore sospetto? Sparo, intanto sparo. Scambio il mio più caro amico che armeggia al cancello con un rapinatore super specializzato? Sparo. Si può mai pensare di arrivare a tanto? Ma se oggi siamo qui, io e lei, a dibattere su questo tema è perché negli anni questa enorme violenza ai danni di persone inermi è stata giudicata un reato trascurabile. E un ladro, almeno alla sua prima prova d’autore, sa che nessuno mai lo manderà in galera. Gli effetti collaterali della trascuratezza si vedono ora, con questa ansia collettiva da polvere da sparo.

Il Papa e l’embargo dell’omosessualità

In un’intervista concessa al sacerdote claretiano Fernando Prado, contenuta nel libro La forza della vocazione, papa Francesco spiega meglio il concetto di Chiesa aperta, ma in una prospettiva negativa, cioè di una Chiesa che si fa troppo condizionare dall’esterno: “L’omosessualità nel clero e all’interno delle mura dei conventi è qualcosa che mi preoccupa, è una questione molto seria e occorre più attenzione ai candidati nei seminari. Nelle nostre società sembra addirittura che l’omosessualità sia di moda e questa mentalità, in qualche modo, influisce anche sulla vita della Chiesa”. Parafrasando, Jorge Mario Bergoglio dice che la Chiesa – e anche il Vaticano, dunque – non riesce a essere immune a questa moda dell’omosessualità e dice anche che si tratta di un fenomeno, pardon di una moda recente. Seguendo il ragionamento più che bizzarro, si potrebbe sostenere che il problema che angoscia il pontefice va risolto con un embargo, un brusco stop all’omosessualità. Potrebbe diventare uno slogan da urlare durante l’Angelus domenicale e farebbe molto felice quella parte conservatrice della Chiesa che vedeva in Francesco un rivoluzionario secolarizzato. Almeno sul punto, ci si era sbagliati.