La scuola-lavoro costa: 180 euro per la gita ai pozzi di petrolio dell’Eni

Non c’è studente che non sogni le gite coi compagni. Madrid, Parigi, Londra, o magari Roma e Milano, giusto per uscire dalla provincia e consumare le prime notti brave attenti a non farsi sgamare dai professori. I tempi, però, sono cambiati. I giovani d’oggi fanno i conti col lato triste delle scuole-azienda. Così capita che in diversi istituti si organizzi un tour negli stabilimenti Eni e nei luoghi dell’energia della Basilicata, tra dighe e petrolio. Il tutto, guarda un po’, sponsorizzato dal Cane a sei zampe e certificato come ore di alternanza scuola-lavoro.

Quattro giorni di visite ad affioramenti di petrolio, centrali a biomassa e centri energetici della Basilicata. E con la guida di Eni che, da queste parti, fa un po’ da padrone di casa. In questi giorni in diverse scuole superiori italiane è arrivata una circolare con questo tipo di invito, con raccomandazione di risposta in tempi brevi. Un po’ gita, un po’ alternanza, un po’ promozione di Eni. L’oggetto del testo è: “Itinerario energetico in Basilicata, viaggio organizzato nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro”. Poi i dettagli: “L’iniziativa è sponsorizzata da Eni che mette a disposizione parte del trasporto. Nel corso delle 4 giornate i partecipanti avranno modo di conoscere realtà importanti che si occupano di produzione di energia”. E poi la conferma: “Verranno certificate 23 ore di alternanza scuola lavoro”. La durata del viaggio è di 4 giorni tra il 13 e il 16 marzo 2019. Il costo, almeno in una delle circolari stampate nel centro Italia, è di 180 euro a studente.

La denuncia arriva dal Radicale Maurizio Bolognetti: “Mi convinco sempre più che siamo una Regione a sovranità limitata”. In questo modo, attacca Bolognetti, “gli studenti diventano strumento di una insopportabile e pervasiva propaganda Eni”.

In effetti l’itinerario proposto, a parte qualche tappa nei piccoli borghi locali, è insolito per una gita (figurarsi per un’alternanza, che dovrebbe impiegare i ragazzi e non riceverli in visita): si inizia con gli affioramenti di petrolio di Tramutola, la sorgente naturale da cui sgorgano acqua e oro nero, per poi spostarsi alla diga del Pertusillo per ammirare le potenzialità dell’energia idroelettrica. Il piatto forte arriva il secondo giorno, con la visita al Centro Oli Val d’Agri, a Viggiano (Potenza), dove Eni tratta gli idrocarburi prodotti dal giacimento lucano separando olio, gas e acque di strato. Infine c’è anche tempo per un giro alla centrale a biomassa di Calvello.

Il tutto promosso da Eni, che precisa che si tratta di tour didattici senza fini di lucro “in sostituzione delle gite primaverili” e che “il percorso è improntato alla conoscenza delle diverse forme di energia, nonché all’approfondimento di contenuti curricolari”. “Ok, ma ci manca solo che a fine gita gli diano una foto autografata dell’amministratore delegato Claudio Descalzi ¬ ironizza Bolognetti – e poi avremmo visto tutto”.

Sesso tra i banchi: “Ti do il mio corpo per le ripetizioni”

È allarme baby prostituzione: quasi due ragazzi tra gli 11 e i 19 anni hanno avuto rapporti sessuali dietro il pagamento di un compenso: un aiuto scolastico, una ricarica del telefono o altri tipi di favore. Il dato arriva da un’indagine condotta dal portale Skuola.net intervistando 14 mila studenti delle scuole medie e superiori. Numeri che il portale è riuscito a fotografare grazie alle confidenze degli studenti. Un quadro che richiama subito alla memoria le cosiddette “baby squillo”, ragazzine adolescenti che mettono a disposizione il proprio corpo in cambio di favori, di soldi, di regali. Proprio nel giorno in cui su Netflix, prodotta da Fabula Picture, va in onda “Baby” la serie tv ispirata alle giovanissime squillo dei Parioli di Roma, si torna a galla la questione della prostituzione tra i ragazzi.

Non stiamo parlando di un fenomeno di massa (per fortuna) ma di una realtà sulla quale non si può voltare il capo: l’8 per cento, cioè quasi un ragazzo su dieci, sa di compagne e compagni di scuola che si prostituiscono per ottenere benefici vari. Anzi, il 5% dice che ce ne sono “diversi” di conoscenti che si svendono.

A sconcertare sono proprio le modalità di pagamento. In un caso su tre non si chiedono soldi in cambio di una fellatio o di altro ma si è disposti a tutto pur di non perdere tempo con i compiti o pur di andar bene a scuola: il 33%, infatti chiede “aiuto scolastico”, concetto in cui possono rientrare ripetizioni private ma magari anche compiti passati sotto il banco. A chiedere soldi in cambio di sesso è il 19%. Seguono quelli (14%) che preferiscono una ricarica telefonica. A pochi (7%) interessa un regalo. Ma non c’è limite al peggio: il 35% sostiene che il compagno o la compagna di scuola l’avrebbe filmato o fotografato per poi ricattarlo. E chi sa in alcuni casi acconsente: uno su quattro, tra i mille che hanno certificato la presenza di baby squillo a scuola ne ha approfittato. L’8% confida di averlo fatto una sola volta “per provare” ma il 15% è diventato un habitué. I dati cambiano a seconda del genere: tra i maschi la quota di “clienti” fissi sale al 21%, tra le femmine scende all’8%.

Il nuovo caso “baby squillo” sembrerebbe interessare proprio la scuola. È lì che nascerebbe il fenomeno, tra una lezione e l’altra, nei corridoi o persino nei bagni dei propri istituti. Secondo i “ben informati” quasi la metà delle prestazioni (il 46%) avverrebbe proprio all’interno delle mura scolastiche senza che i docenti o i collaboratori scolastici si accorgano di nulla. E se non è lì che si “consuma” il rapporto è comunque tra i banchi che iniziano i contatti preliminari: il 60% degli appuntamenti, infatti, nasce in aula, solo il 20% avviene tramite i social network e ancora meno (10%) in altri contesti.

Stiamo parlando di numeri contenuti che comunque fanno riflettere sul valore che gli adolescenti danno della propria intimità. Il contesto culturale in cui sono immersi, fatto di immagini iper sessualizzate postate sui social alla ricerca dei like, unito a un crescente consumo di contenuti pornografici, resi oggi più accessibili dalla rete – dichiara Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net – sta contribuendo a una netta separazione tra la dimensione affettiva e quella sessuale”.

La dimensione virtuale complica le cose: al 10% dei ragazzi intervistati è capitato di essere contattato da un ragazzo o da una ragazza che gli proponeva di fare sesso online in cambio di qualcosa e il 2% ha accettato l’invito. Senza dimenticare i casi in cui si travalicano i confini dell’universo adolescenziale visto che il 48% degli intervistati afferma che le colleghe o i colleghi si concedano anche a persone più grandi. “Diventa, così, quasi normale e accettabile disporre del proprio corpo, persino a scopi commerciali o utilitaristici. Purtroppo – sottolinea Grassucci – l’educazione sessuale è ancora un tabù, sia in famiglia che a scuola. Determinante, di conseguenza, è il ruolo (negativo) della Rete visto che, in assenza di altri punti di riferimento, per 2 ragazzi su 3 è proprio Internet la fonte principale d’informazione. Noi ogni settimana cerchiamo di capire qualcosa di più, i ragazzi lo sanno e si confidano. Abbiamo bisogno di maggiore attenzione al tema.

In Svezia e in Danimarca c’è l’ora di educazione all’affettività mentre da noi non se ne parla”. Maura Manca, psicologa e presidente dell’Osservatorio nazionale dell’adolescenza, autrice di “Ragazzi violenti. Un viaggio nelle menti di vittime e aggressori” ne sa qualcosa: “La prostituzione che conosco è inerente all’uso del corpo per ottenere favori a economici, ricariche telefoniche o per poter entrare in una discoteca. Vendono il proprio corpo con estrema facilità come se fosse merce di scambio con un valore irrisorio. Quasi sempre non ci vedono nulla di strano in quello che fanno”.

Corteo contro Salvini e la riapertura del Cpr di via Corelli

È allarme senza tetto a Milano. Allarme legato al nuovo decreto Sicurezza. Lo spiega l’assessore comunale alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino: “Il decreto Salvini a Milano, secondo le nostre prime stime, produrrà nei prossimi mesi almeno 800 nuovi senzatetto. Questa stima si riferisce ai richiedenti asilo che perderanno il diritto a essere accolti nei Centri di prima accoglienza”. Oggi, poi, una manifestazione a cui aderiscono oltre 200 associazioni attraverserà Milano, con partenza alle 14.30 da piazzale Piola, contro il decreto cosiddetto “Sicurezza” voluto da Matteo Salvini e contro la riconversione del Centro di accoglienza di via Corelli in Cpr, Centro di permanenza per il rimpatrio, l’equivalente del vecchio Cie chiuso alla fine del 2013. Tra i promotori Anpi, Arci, Non una di meno, centri sociali, anarchici, studenti, Fiom, Usb, partiti e partitini della sinistra e personalità come Cecilia Strada e Moni Ovadia. Ieri, intanto, al 28 di via Corelli sono iniziate le operazione di dismissione del Centro di accoglienza straordinaria (Cas) per permettere i lavori di ristrutturazione.

Colpo all’omertà e alla mafia del Gargano

Una lunga lista, dalle agenzie funebri ai gestori di slot machine, passando per gli esercizi commerciali e le imprese edili. Un elenco di vittime che doveva pagare il pizzo sotto violente minacce. Fiumi di denaro gestiti da un sodalizio che nel profondo Sud è cresciuto indisturbato e si è radicato nel territorio.

È quanto emerge dalle indagini della Dda di Bari, che hanno portato all’arresto di 30 esponenti delle famiglie Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, ai vertici della Società Foggiana. Tutti accusati, a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, tentato omicidio, estorsioni e armi. Tra gli spunti investigativi, alcuni particolari sarebbero emersi nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Roberto Tizzano, il 21enne ucciso a Foggia a ottobre 2016.

Secondo gli inquirenti è la più importante operazione antimafia degli ultimi anni nella zona. Già nel 2013 – nell’operazione Corona, nel corso della quale 24 affiliati furono arrestati – gli investigatori avevano tratteggiato l’identità di una mafia a base familiare suddivisa in batterie che piega commercianti e imprenditori con le estorsioni, pronta ad armarsi e a sparare per ristabilire gli equilibri di potere all’interno del sodalizio. La lunga scia di sangue, di omicidi e ferimenti consumati a Foggia negli ultimi anni, sarebbe legata a scontri interni alle stesse famiglie mafiose.

La Società Foggiana però non ha mai perso l’obiettivo: allargare il proprio potere in ogni ambito della società con una gestione centralizzata degli introiti illeciti anche per garantire assistenza economica ai detenuti. Una forza che emerge anche dalla volontà di colpire le forze dell’ordine, come risulta dai propositi di uccidere un ispettore capo della squadra mobile.

Dagli atti delle indagini emergono anche presunte pressioni che sarebbero state esercitate negli anni scorsi su dirigenti, ex dirigenti ed ex allenatore del Foggia Calcio per l’ingaggio di un calciatore foggiano. E non solo: nel mirino della Società anche il business della corsa dei cavalli. Avevano infatti individuato un gancio per truccare le corse tris, facendo vincere il fantino di volta in volta individuato, corrompendo gli altri con 600 euro per non piazzarsi.

L’attività di indagine ha evidenziato anche lo stato di omertà assoluta che regna per le strade della città, tra i commercianti e i cittadini che preferiscono non vedere e subire la violenza mafiosa. A conferma di questo le pochissime denunce raccolte dalle forze dell’ordine. Questo sodalizio criminale trova energia – come raccontano gli investigatori – nella continua pressione psicologica e morale esercitata nei confronti delle vittime, che genera l’egemonia sul territorio, nei quartieri, creando una popolazione sempre più spaventata e sofferente.

“Che questi fatti-reato non siano denunciati – ha spiegato il Gip – è un’ulteriore conferma della totale soggezione di larghe fasce della popolazione, indotte a subire silenziosamente i torti e le angherie poste in essere da coloro che agiscono evocando l’appartenenza a questo determinato contesto criminale: la ‘Società foggiana’”.

“Oggi le mafie non lavorano più da sole, ma con le altre mafie, soprattutto nel settore del traffico di droga, nel quale fanno acquisti pro-quota e co-gestiscono gli affari”. A parlare è il procuratore nazionale antimafia, Cafiero De Raho che aggiunge: “La mafia foggiana replica il modello ’ndranghetista, basato sul legame strettissimo per il vincolo di sangue, affiliazioni, gerarchie e cassa comune. Ai pochi coraggiosi imprenditori che hanno denunciato va tutto il nostro appoggio e la nostra vicinanza”.

Fuga di notizie brucia il blitz. La villa anarchica “resiste”

xVent’anni di occupazione anarchica a Milano. Vent’anni che potevano finire con uno sgombero definitivo. Progetto delicato per la sicurezza pubblica e per questo motivo rimasto riservato fino a poche settimane fa. Alla fine la segretezza non ha retto e la notizia del blitz è arrivata agli anarchici. E così da tutta la Lombardia e non solo, anche da Rovereto (Trento), in molti sono arrivati per proteggere lo stabile. Risultato: sgombero, per ora, annullato. Periferia nord della città tra i quartieri di Quarto Oggiaro e della Comasina, in via Litta Modignani 66, indirizzo della Villa occupata poi ribattezzata Villa Vegan, circolo anarchico e antispecista, la linea più estrema del fronte antagonista. Da qui partì una parte del gruppo di anarchici protagonisti degli scontri in corso Buenos Aires nel 2006. E sempre qui, recentemente, è stato presentato il nuovo numero di Vetriolo, rivista anarchica dove si fa esplicito riferimento alla lotta armata.

L’area dove sta Villa Vegan è di proprietà del Comune. All’interno, oltre allo stabile, un parco dove si trovano due pozzi idrici che ricadono sotto il controllo di Metropolitana milanese (Mm). Da mesi uno dei due pozzi in collegamento con la falda ha dei problemi. L’altro è pressoché fermo, ma quello in funzione necessita di lavori di manutenzione. Per farli, i tecnici devono allestire un cantiere. E questo è un problema con la presenza degli anarchici all’interno della Villa. Le trattative sono andate avanti sotto traccia e in modo molto riservato da agosto scorso.

Senza, naturalmente, mai ipotizzare pubblicamente il progetto di sgombero. Un progetto che è diventato però concreto un mese fa, quando il dialogo con i rappresentanti dello stabile occupato si è arenato. A quel punto è stato deliberato il via libera allo sgombero da parte di tutti i soggetti istituzionali coinvolti. In quel momento, siamo circa verso la fine di ottobre, all’interno della Villa dormono stabilmente circa cinque persone. Sulla carta il blitz viene ritenuto possibile. Qualcuno salirà sul tetto, ma è una conseguenza che le forze dell’ordine hanno già calcolato. È tutto pronto, l’operazione è programmata per il 30 ottobre. Poi succede qualcosa: la notizia filtra e arriva agli anarchici di Villa Vegan.

Quale sia il canale resta un piccolo mistero. Tant’è, sul loro sito compare un volantino che sarà poi rilanciato su diversi profili Facebook. Si legge: “È giunta voce che martedì 30 ottobre vogliono sgomberare Villa Vegan. Riteniamo sia un’informazione di fiducia e siamo determinati a resistere. Facciamo una chiamata a tutte le persone solidali a raggiungerci per preparare insieme la resistenza e la mobilitazione contro lo sgombero. È benvenuto chiunque abbia voglia di supportare il posto, chi lo ha attraversato negli anni, chi ha portato avanti le lotte che qui hanno trovato complicità, se vogliono sgomberare uno spazio anarchico occupato da 20 anni gli deve costare caro”. Risultato: all’interno di Villa Vegan oggi ci sono 40 persone, arrivate da altri circoli anarchici di Milano, ma anche da Saronno e Rovereto.

Altri comunicati arriveranno. Temi ricorrenti: le occupazioni e la lotta contro la riapertura del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di via Corelli. Ieri sono iniziate le operazioni di chiusura del Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di via Corelli per iniziare i lavori che lo riporteranno a essere un Centro detentivo. Intanto a Villa Vegan, in vista della lotta anti-sgombero, è stato organizzato un laboratorio “per approfondire la pratica dell’occupazione, dalla saldatura alla muratura”. I cancelli sono stati rinforzati, le barricate costruite con diversi oggetti. E si arriva così alla decisione finale con le istituzioni milanesi costrette a rinunciare per il momento allo sgombero. Troppo alto il rischio per l’ordine pubblico, c’è un nuovo difficile tentativo di trattativa. Villa Vegan continua così a resistere nell’illegalità da quella prima occupazione del 22 giugno 1998.

Lavoro, crescono gli occupati stabili. Crollo degli inattivi

In crescita sia gli occupati sia i disoccupati, per effetto di un calo degli “inattivi” (chi non ha un lavoro e non lo cerca). Sono cresciuti i dipendenti stabili mentre sono lievemente calati – dopo sette mesi di aumento ininterrotto – quelli a termine. È la fotografia del mercato del lavoro a ottobre scattata dall’Istat. In particolare, lo scorso mese il numero degli occupati è cresciuto di 9 mila unità. Poco, ma rappresenta un segnale rispetto al calo registrato degli ultimi mesi. Il tasso di disoccupazione è salito toccando il 10,6% dal 10,3% di settembre: si tratta di 0,9 punti in più rispetto al 9,7% di agosto. Risulta comunque in discesa di 0,2 punti su ottobre 2017. Ma l’aumento è dipeso dal calo degli inattivi (77 mila unità). Significa che è aumentato il numero di chi cerca un lavoro (e quindi finisce conteggiato tra i disoccupati). In salita anche la disoccupazione giovanile al 32,5%. Il ministro Di Maio giudica positivamente i dati Istat: “Vuol dire che qualcosa sta funzionando nel decreto Dignità”. Per il Pd i dati invece sono negativi e incolpa il provvedimento del governo varato ad agosto. Che, per la verità, entrerà davvero in vigore a novembre, alla fine del periodo transitorio.

L’Aquila e la rivolta per il 5G “Non vogliamo fare le cavie”

“Sono venuti a Ferragosto, eravamo in vacanza. In tre giorni hanno costruito un’antenna di 35 metri che ci sta rovinando la vita. Abbiamo mal di testa quando siamo a casa, la vista è calata di colpo, gli elettrodomestici vanno in tilt, non funzionano o si accendono senza ragione”. A parlare è uno degli abitanti di Pagliare di Sassa, frazione residenziale de L’Aquila, villette nel verde di una collina sovrastata dalla chiesa di San Pietro Apostolo, protetta da vincoli paesaggistici: qui sono stati trovati resti di mammut preistorici. A valle, ci sono le abitazioni del progetto C.A.S.E, costruite dopo il sisma del 2009, alcune abbandonate perchè pericolanti.

Ieri, di fronte alla chiesa si sono ritrovati alcuni dei firmatari di una petizione indirizzata al Comune de L’Aquila, non solo abitanti della zona: ingegneri, medici, professionisti che chiedono al Comune di spostare l’antenna e fermare le sperimentazioni per il 5G. “Abbiamo già vissuto il dramma del terremoto, non vogliamo diventare delle cavie a cielo aperto”, dice il medico Gianmaria Umberto, che ha firmato la petizione. In poche settimane sono state raccolte 1586 firme. Chiedono che l’antenna di Pagliare sia spostata, hanno individuato un posto dietro la collina, più distante dalle abitazioni. “Quando hanno messo qui la prima antenna, per ristabilire le linee telefoniche dopo il terremoto, doveva rimanere sei mesi, prolungabili poi altri sei. La prima antenna, invece, di 24 metri, è rimasta 9 anni”, racconta Giulio Pace, presidente dell’Associazione Creaonlus che coordina il comitato dei cittadini. Due anni fa, l’allora sindaco Cialente (Pd) ha trasformato con una delibera le antenne provvisorie, posate su rotelle, in definitive. “E ora questo mostro, che prepara la via al passaggio al 5G”, spiega Pace.

In effetti su questa stazione si appoggiano i distributori di telefonia, Vodafone e WindTre, mentre Ericsson e Zte, sono impegnati nelle sperimentazioni sul 5G. Il sindaco attuale, Pierluigi Biondi (FI), si difende sulla storia di Pagliare di Sassa, spiegando che “tutti gli organi preposti hanno dato il loro assenso”. In effetti, Sovrintendenza (per la Chiesa e la collina storica), Asl (per gli effetti sulla salute), Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (per i rilievi tecnici sull’esposizione alle onde elettromagnetiche) hanno fornito parere favorevole. Poi, però, da carte e confronti si scopre che la Sovrintendenza pensava che non ci fossero alternative alla collina e che in nome del post-terremoto non bisognava ostacolare la messa in rete del quartiere. Lo stesso ufficio ha da poco inviato una lettera al Comune dicendosi favorevole a spostare l’antenna in un altro luogo. “L’Arta – dice Giulio Pace – è venuta a controllare i livelli di emissione alle dieci di mattina, quando la gente è al lavoro e il carico di onde è più basso, senza lasciare un apparecchio per 24 ore, come previsto per legge”. Ancor più surreale il parere dell’Asl: “Non bisognerebbe stare vicino all’antenna per più di 4 ore e comunque sarebbe preferibile, in nome del principio di precauzione, spostarla” si legge nel documento del 20 dicembre 2016. La battaglia va avanti, il consiglio comunale discuterà della vicenda la settimana prossima, forse l’antenna verrà spostata.

Ma per il sindaco Biondi “il principio di precauzione non deve diventare oscurantismo” e dunque le sperimentazioni per il 5G vanno avanti. La città è stata scelta nel 2017 dal ministero per lo Sviluppo economico come città campione – con Milano, Prato, Bari e Matera – per i test sulle nuove tecnologie 5G, che permetteranno in pochi anni di trasferire un’enormità di dati in tempo reale e dotare palazzi, case, parchi, strade, ponti, scuole di sensori in grado di allertare su terremoti, frane, ma anche di controllare cosa c’è in frigorifero, far consegnare la spesa dai droni o visitare musei in 3D stando comodi a casa. Sembra fantascienza, ma è reale, gli esperimenti proseguono. “A L’Aquila entro fine anno saranno installate 7 delle 10 antenne previste”, dice Lucio Fedele di Zte, che nella città abruzzese ha il centro di ricerca europeo. Inoltre il tipo di frequenze usate, dette “millimetriche”, richiederà d’installare altre piccole antenne ogni 100 metri. “Una fase due che si svilupperà in modo progressivo e in base alla domanda”, dice Stefano Takacs, capo operativo di Wind Tre.

Il treno del 5G, insomma, è partito. Il Mise ha guadagnato 6,5 miliardi con le aste per l’attribuzione delle frequenze, ma il mondo scientifico si allerta per l’aumento esponenziale di campi elettromagnetici. Un appello internazionale (5G Appeal) di 180 medici, biologi, epidemiologici, inviato alle istituzioni europee nel 2017, chiede una moratoria sul 5G, fermare l’avanzata dell’industria, in nome di due recenti studi scientifici che provano l’aumento di tumori rari del cuore e del cervello, per lunghe esposizioni ai campi elettromagnetici.

* Investigate Europe

Pil giù, a rischio le stime del 2019

La notizia è pessima, ma destinata ad avere un impatto nella trattativa tra governo e Commissione europea sulla manovra. I cui toni sono sempre più concilianti. Nel terzo trimestre 2018, il Prodotto interno lordo torna in calo. Non accadeva dall’inizio del 2014. Ieri l’Istat ha corretto la sua stima flash di metà novembre (crescita ferma), rivelando che il Pil è diminuito dello 0,1% (+0,7% su base annua). Una battuta d’arresto che ha riflessi negativi sulla conclusione del 2018 ma anche sulle prospettive per il prossimo anno.

Si tratta del primo ribasso della crescita dopo 14 trimestri positivi dovuto al calo sia dei consumi sia degli investimenti. A impattare negativamente è insomma la domanda interna (investimenti -0,2%, consumi -0,1%) mentre quella estera è lievemente positiva (+0,1%). Il segnale peggiore, come detto, è quello degli investimenti, calati nel trimestre dell’1,1% dopo mesi di forte espansione grazie agli sgravi (iper e super ammortamento). Una corsa agli incentivi che ora mostra anche un fisiologico calo.

Il dato è pessimo per diversi motivi. Il primo è che il rallentamento è tutto interno, le famiglie spendono meno e c’è prudenza nel settore industriale a programmare nuovi investimenti in attesa delle misure che il governo vuol mettere in campo. A trainare il Pil non basta l’export, cioè la componente su cui si rischia un rallentamento dovuto ai pessimi segnali del commercio globale. Se accadesse, l’Italia entrerebbe in recessione.

Il secondo motivo riguarda le prospettive future. Se nell’ultimo trimestre non si registrasse alcuna variazione, il 2018 si chiuderebbe con un Pil a +0,9%, contro una stima del governo dell’1,2%. Per centrarla servirebbe una crescita negli ultimi tre mesi dello 0,6%, assai improbabile. Questo ha un impatto sia sul deficit, che quest’anno dovrebbe chiudere al 2% (invece che all’1,8%) sia un effetto negativo di trascinamento sul 2019, rendendo ancora più difficile c’entrare l’obiettivo del governo (Pil a +1,5%). La crescita cala anche in termini nominali (che inglobano l’inflazione) e questo potrebbe portare il rapporto debito/Pil a salire invece che calare al 130,9%, come stima l’esecutivo.

Sul fronte manovra intanto continuano le trattative con Bruxelles. I segnali sono di disgelo. Il governo parla ormai apertamente di voler evitare la procedura di infrazione. “Ci pone in difficoltà e continuerà a creare fibrillazione nei mercati”, ha spiegato dal G20 di Buenos Aires il premier Giuseppe Conte. “Stiamo facendo progressi, l’atmosfera è buona”, ha ammesso Jean Claude Juncker. L’indicazione è, però, netta: “Serve un taglio del deficit credibile”, rispetto al 2,4% del Pil fissato dalla manovra. Il governo smentisce di voler “rimodulare” le misure rinviando a giugno Reddito di cittadinanza e Quota 100, con un risparmio di 5 miliardi. Porterebbe il deficit al 2,1%, sufficiente per l’intesa. Rinviando i nodi al 2020. Lo stallo intanto si ripercuote anche sui lavori parlamentari. Quelli sulla manovra sono fermi e il testo non sarà in aula prima di mercoledì.

Uomini e cani tra pietre e ulivi

Rafla cammina a testa alta per le strade di Guglionesi. Con i suoi occhi profondi come lo Chott el Jerid – il grandissimo lago di sale del suo Paese, la Tunisia – fissa chi sa e non parla, chi c’era e non ha mosso un dito, chi ha mentito sapendo di farlo. E quelli abbassano lo sguardo e vanno via. Rafla è la sorella senza pace di Saifeddine Chaffar, giovane uomo di trent’anni, ucciso a calci e pugni in questo lembo del Molise solo perché reclamava il diritto di essere pagato dopo una giornata di lavoro. Rafla vuole giustizia, non si rassegna e da anni una serie di domande le tormentano il cervello e tutti i giorni che il suo dio manda in terra. Quanto vale la vita di un uomo sfruttato, umiliato, preso a calci e pugni e ridotto per anni immobile e muto in un letto, senza più memoria, né controllo del suo corpo? Morto dopo un calvario fatto di ospedali, tubi che penetrano e ti permettono di respirare, alimentarti, mordere attimi di una vita che non è più tale, degradanti pannoloni. Vale zero. Meno di zero. Lo percuoti fino a ucciderlo perché tu sei il padrone, l’uomo che in paese sa come farsi valere, e rischi niente. Male che vada cinque anni di galera. Afflizione presunta, perché la legge è legge e quando vuole sa essere benevola e comprensiva e sa tener conto dei ravvedimenti tardivi e delle buone condotte assunte fuori tempo massimo.

Questa è la storia di Saifeddine Chaffar, giovane tunisino approdato in Italia, in Molise per raggiungere sua sorella Rafla, alla ricerca del suo pezzo di pane da guadagnare con onestà. Viene da al-Qayrawan, quarta città dell’Islam: e, nel suo Paese, il suo nome significa “la spada di Dio”. Ma quella sera del 4 novembre 2007, più di dieci anni fa, non c’è nessun dio a proteggerlo. Sono da poco passate le cinque di sera e a Guglionesi, 5mila anime a una ventina di chilometri da Termoli, c’è la vita di sempre. Poca gente per strada, pochissimi giovani, qualche vecchio a giocarsi una birra al bar. Saifeddine attraversa a passi rapidi il “lungomare”, il corso principale, che in paese chiamano così anche se del mare non c’è traccia. Entra deciso nel bar Renzetti per parlare con Rosario, il proprietario. Per giorni ha lavorato nei suoi terreni a raccogliere le olive, si è rotto la schiena e lo ha fatto perché gli servono i soldi. Poche decine di euro. Regolarmente in nero. Senza tutele, senza diritti, senza rispetto. Guglionesi non è la Puglia della “Pummarola Valley”, né Rosarno del ghetto per i dannati delle clementine: qui si raccolgono le olive. Ma grandi e piccoli proprietari usano manodopera in nero e a basso costo. Perché così si fa da sempre. Saiffeddine entra e chiede di essere pagato. Rosario gli dice che non c’è un euro, lo invita a ripassare il giorno dopo. E ride. E ridono a crepapelle i pochi avventori aggrappati alle loro “Peroni”, quando – così raccontano in paese – Rosario fa sventolare sotto il naso del tunisino una ventina di euro: “Salta, salta… prendili se li vuoi!”. Anche Cezar Florinel Hongu aveva raccolto le olive per Rosario Renzetti. Anche lui voleva i soldi e anche lui fu minacciato: “Che cazzo vuoi, vedi che qui siamo in Italia, non in Romania. Non mi guardare in cagnesco”.

Saifeddine si sente umiliato, fatica a trattenere lacrime di rabbia. Esce dal bar, ma prima tira un calcio alla porta a vetri. Va in strada e prende il cellulare per fare una telefonata. Forse a un amico, o alla sorella maggiore Rafla, che abita a pochi metri dal bar. Non ha il tempo di comporre numeri, perché Rosario, il barista, un uomo grosso, lo colpisce con un pugno. “Vattene via che ti ammazzo”. Saifeddine cade, batte la testa, tenta di rialzarsi. Ma viene colpito ancora. Calci e ancora calci. Dati con forza. Il suo corpo viene ridotto come quello di un uomo investito da un tir. Lo dicono le perizie mediche che parlano di “danno assonale e vascolare diffuso, fondamentalmente quello tipico che si può ritrovare in vittime della strada e nei pugili che subiscono una lesività del distretto encefalitico tale da essere anche mortale”. Saifeddine non viene investito da un’auto, né è un pugile sfortunato, il suo ring mortale è il marciapiedi sul quale è riverso e dove riceve ancora colpi. Da quante persone? “Da tutti, contro uno solo”, è la triste risposta di Giuseppe D’Urbano, l’avvocato della famiglia Chaffar. “Saifeddine – scrivono nei loro rapporti i carabinieri – si limitava a subire. Non si tratta di colluttazione”. A colpire è certamente Rosario, ma ci sarebbero anche Michele, suo fratello, di mestiere guardia carceraria, e anche l’altro fratello, Vincenzo, militare della Guardia di Finanza. Quest’ultimo verrà liberato da ogni accusa con una sentenza di non luogo a procedere. Michele, invece, viene riconosciuto da alcuni testimoni e indicato dalle prime indagini dei carabinieri come l’uomo che avrebbe sferrato uno o due calci, con uno stivale con la punta in ferro, al giovane tunisino. Saiffedine stesso lo riconosce il 4 ottobre 2011 in una drammatica udienza davanti al Gup. Il giovane è uscito da un lungo coma, il suo corpo è devastato, riesce appena a parlare, ma la memoria di quella maledetta sera è ancora viva. Indica Rosario come l’uomo che l’ha picchiato, poi anche Michele. “Guardalo bene, è lui, sei sicuro?”, gli chiede il magistrato. Saifeddine è stanco, provato ma sicuro. In primo grado Michele viene condannato a sette anni. Sarà assolto in Appello. Ora è in pensione e di questa storia non vuole più sentir parlare.

Quella sera del 4 novembre di undici anni fa, il giovane bracciante tunisino Saifeddine Chaffar si rialza da terra, si asciuga il sangue che gli riga il volto e va da solo alla guardia medica. Cammina a fatica a gambe allargate. Quei 450 metri che separano il luogo dell’aggressione dall’ambulatorio gli sembrano una eternità. Piange, deve svuotare la vescica, ma non riesce a raggiungere il bagno. Il medico capisce di trovarsi di fronte a una situazione drammatica. Alle 18,20 arriva un’ambulanza: Saifeddine viene portato a Termoli, entra in coma “da trauma cranico con ematoma epidurale”. Lo trasferiscono al reparto di rianimazione dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Lo dimetteranno 166 giorni dopo, il 18 aprile 2008. Altri sette anni li passerà a casa della sorella Rafla. Sempre inchiodato a letto. Paralizzato, affetto da “grave compromissione motoria e sensitiva”. I muscoli facciali fermi, immobili, la saliva che gli cola, non può più deglutire. Vede poco e non sente. Soffre di incontinenza urinaria e sfinterica. “È incapace di compiere gli atti quotidiani della vita e bisognevole di assistenza continua”, scrivono i medici.

Nel piccolo centro, in pochi in giro. Tanti gli occhi che invece quella sera videro. Ma regna non omertà, solo indifferenza

In tanti hanno assistito al suo massacro. Pochi parlano. Tanti mentono. Le indagini sono difficili, perché, ammettono i carabinieri, “c’è stata molta reticenza da parte delle persone che abbiamo sentito: era palese che non volessero dirci effettivamente la verità”. Molti testi cambiano versione rispetto a quelle rese a caldo. “Non ho visto chi ha colpito quella persona, sono stato tirato in ballo dai carabinieri per testimoniare solo per conoscenza…”. E poi mille “non ricordo”. “Non ho visto”. “Mi avete capito male”. Fino all’offesa più umiliante nei confronti di Saifeddine, quella scritta nera su bianco nelle perizie di parte. Il tunisino era un ubriacone, “affetto da etilismo acuto”, aveva “generali disturbi della personalità, atteggiamenti autolesionistici”. Cose escluse fin dal primo momento, come nelle analisi successive. “Non c’era assolutamente la puzza di alcol. Io l’ho visitato, l’ho toccato a distanza ravvicinata, si sarebbe sentito”, fa mettere a verbale il medico che per primo lo ha soccorso.

“Quella sera non la dimenticherò mai”, racconta Rafla, la sorella che lo ha accudito e curato fino alla fine. “Lui non rientrava a casa e io ero preoccupata. Scendo in strada e la gente mi guarda in modo strano. Il giorno dopo incontro un vecchio professore di francese che mi chiede se mio fratello fosse uscito dal coma. Rimango raggelata. Mi avvicina Rosario Renzetti e mi dice che ha dovuto dare due schiaffi, proprio così, a Saifeddin perché si era comportato male e gli aveva rotto un vetro. Gli ho sputato in faccia”. Rafla vive da anni in Italia. Ha sposato un italiano dal quale è divorziata, parla e scrive benissimo, e ha due figli, uno a Pescara e l’altra in Francia. “Mio fratello è una vittima senza giustizia. Chi ne ha causato la morte sconterà pochi anni di galera, se li farà. Certo, faremo la causa civile, ma so già che avremo solo un risarcimento formale, visto che il condannato risulta nullatenente e senza reddito. Povero Saifeddine, lo abbiamo portato in Tunisia, è sepolto nella sua terra”.

Safeddine Chaffar muore il 7 aprile 2015. Per la sua morte c’è un solo colpevole, Rosario Renzetti, barista e “utilizzatore” di braccianti in nero. Condannato il 20 novembre 2018, 12 anni dopo quella maledetta sera, dalla Corte d’Assise e d’Appello di Campobasso a 5 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Un anno in meno rispetto alla sentenza di primo grado. Si chiude così una storia che a Guglionesi, paese di montagna che guarda il mare, nessuno vuole più ricordare. Solo Rafla, la sua sorella-mamma, che ha un unico desiderio. “Andar via da questo posto”. Il resto è il benzinaio che avviciniamo e che ci liquida frettolosamente. “I morti lasciamoli in pace, pensiamo ai vivi, a Rosario che ha i figli e che mo’ si deve fare la galera”. Il barista che ci serve un caffè e ha la tv a tutto volume sul talk dove i soliti figuri si accapigliano sulla sicurezza. “In giro c’è troppa violenza, droga… anche qui da noi. Un barista come me ha picchiato un marocchino – era tunisino, ndr – e gli stanno facendo causa. Vogliono i soldi. Tu vai in galera e loro sono liberi e pretendono!”.

Saiffedine Chaffar, ucciso perché chiedeva solo i pochi euro che gli spettavano dopo una giornata passata a raccogliere olive, e morto senza giustizia, ora ha trovato la sua pace. Voleva lavorare e portare sua moglie in Italia. Riposa nella sua città, all’ombra della grande moschea di al-Qayrawan.

Corona, no al carcere “Percorso positivo di riabilitazione”

Non dovrà tornare in carcere Fabrizio Corona. È questa la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha respinto la richiesta della Procura generale e ha confermato l’affidamento terapeutico per disintossicarsi dalla dipendenza psicologica dalla cocaina. I giudici hanno riconosciuto così che le uscite fatte in questo periodo dall’ex re dei paparazzi erano per lavoro, come sosteneva il suo avvocato Antonella Calcaterra. Secondo i magistrati, l’ex agente fotografico ha osservato la piena adesione del programma “trattamentale e terapeutico” concordato che rappresenta i contenuti fondamentali della misura in corso. In sostanza, è stata data una valutazione “positiva” del suo percorso, sia a livello personale che familiare, per cui Corona può proseguire l’affidamento terapeutico in prova con rientro a casa entro le 23.30. A chiedere il rientro in carcere di Corona era stata la rappresentanza della procura generale Nunzia Gatto che aveva portato documenti e video che avrebbero dimostrato la sistematica violazione delle regole imposte dal Tribunale di Sorveglianza mostrando ai giudici, tra le altre, anche le immagini della lite al Grande Fratello Vip tra Corona e Ilary Blasi.