L’ufficiale del caso Cucchi lascerà presto il Quirinale

La vicenda Cucchi imbarazza il Quirinale. E la Presidenza della Repubblica sta valutando di avvicendare l’attuale capo dei Corazzieri, il generale dei carabinieri Alessandro Casarsa. Nel 2009 era comandante del gruppo Roma, dal quale dipendeva Francesco Cavallo, all’epoca capo dell’“ufficio comando” e oggi indagato per falso ideologico e materiale. Secondo l’accusa fu Cavallo, infatti, a modificare due annotazioni di servizio, redatte dalla caserma di Tor Sapienza, sullo stato di salute di Stefano Cucchi.

Nell’inchiesta sui falsi, il pm Giovanni Musarò sta cercando di ricostruire se qualcuno e nel caso chi, nella scala gerarchica, abbia ordinato la modifica delle annotazioni.

Risalire la catena di comando per il magistrato non è semplice: avrebbe potuto chiederlo a Cavallo, se avesse deciso di presentarsi per l’interrogatorio, ma l’ufficiale s’è avvalso della facoltà di non rispondere. L’inchiesta, in questo modo, difficilmente riuscirà a fare passi in avanti. E Casarsa – è bene specificarlo – non è indagato. Fin qui, la cronaca giudiziaria. La conseguenza “politica”, invece, lo vede al centro di una decisione che potrebbe essere prossima.

Il fatto che il nome di Casarsa, sebbene non indagato, sia stato collegato alla vicenda Cucchi, non ha lasciato indifferente il Colle. Per questioni di opportunità e non di responsabilità giudiziaria.

E così la Presidenza della Repubblica sta valutando il da farsi: Casarsa è stato nominato capo dei Corazzieri nell’autunno 2015. Altri comandanti sono andati via anche solo dopo due anni. La scadenza del suo mandato potrebbe quindi considerarsi naturale. D’altronde, il Colle non desidera collegare direttamente la vicenda Cucchi con l’avvicendamento di Casarsa. Dal prossimo anno, tra gennaio e febbraio, potrebbe quindi giungere una promozione e, di conseguenza, un nuovo incarico.

L’ultimo filone di indagine riguarda, come detto, due annotazioni redatte dalla stazione Tor Sapienza a Roma, dove Cucchi passò la notte del 15 ottobre 2009. E per questo sono stati indagati per falso cinque carabinieri, tra cui due ufficiali. A coinvolgere la scala gerarchica è stato il comandante di Tor Sapienza, Massimiliano Colombo, anch’egli sotto inchiesta. Il 18 ottobre Colombo ha raccontato al pm che, la mattina del 27 ottobre 2009, il maggiore Luciano Soligo (ora indagato) “mi contattò telefonicamente e mi disse che le annotazioni redatte da Colicchio e Di Sano non andavano bene perché erano troppo particolareggiate e in esse venivano espresse valutazioni medico legali che non competevano ai carabinieri”. Quel giorno, sempre secondo Colombo, Soligo va a Tor Sapienza: “Mi chiese di trasmettere i file delle due annotazioni al colonnello Cavallo”. E Cavallo – continua Colombo – gli risponde con una email, allegando le annotazioni modificate e segnalandogli: “Meglio così”.

Se fosse vera la versione di Colombo, se davvero Cavallo ha modificato le annotazioni, agì di sua iniziativa o eseguì l’ordine di un superiore? Senza la versione dell’ufficiale, è complicato per gli inquirenti capire se vi sia stato o meno un intervento della scala gerarchica. Per questo non è possibile sapere se, a dare quel presunto ordine, sia stato Casarsa oppure no. Il nome del capo dei Corazzieri è emerso anche per un altro motivo: dopo la morte di Cucchi nel 2009, fu convocata una riunione per ricostruire la vicenda. Oltre a Casarsa, parteciparono l’allora comandante provinciale, generale Vittorio Tomasone, i comandanti delle compagnie Casilina e Montesacro, e anche quelli delle stazioni interessate. I vertici volevano sapere cosa fosse accaduto nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009. Eppure da quell’incontro, che non è mai stato definito come indagine interna, non emerse nulla di quanto, invece, sta emergendo dalle indagini e dal processo ora in corso in Corte d’assise. Cinque carabinieri sono imputati, tre per il pestaggio.

Accoglienza, il Colle: “L’Italia valuti ogni documento prezioso”

Per gestirei flussi migratori bisogna considerare “ogni occasione, ogni sede, ogni strumento, ogni documento prezioso”. Il riferimento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Global Compact (il protocollo Onu che stabilisce linee guida internazionali sull’accoglienza) non è esplicito, ma le parole del capo dello Stato, pronunciate ieri all’Università di Verona, sono un messaggio per i dubbi della maggioranza riguardo alla firma del documento. ”Lo spirito critico è quello che induce a valutare un documento, sia esso nazionale o internazionale, leggerlo e analizzarlo prima di formulare una opinione e non sul sentito dire”. Secondo il presidente della Repubblica, l’Italia “è stata lasciata sovente sola” sul fronte migrazione e da diversi anni chiede, “con governi di diverso orientamento, connotazione e composizione politica, che l’Unione europea assuma in maniera concreta il governo da questo problema”. Mattarella ribadisce che il fenomeno “non va ignorato, ma governato o si rischia di essere travolti”, motivo per cui serve “una responsabilità collettiva di tutti, non soltanto di alcuni i Paesi”.

Guai, scuse e verità: due padri a confronto

Antonio Di Maio e Tiziano Renzi. Due padri che hanno messo nei guai (mediatici) i figli. Due atteggiamenti diversi verso la stampa almeno finora. Antonio Di Maio ha consegnato una confessione senza se e senza ma al Corriere della Sera. Il padre del leader M5S ha ammesso di avere impiegato operai in nero nell’impresa edile intestata alla moglie e ha pure ammesso che quell’intestazione a un’insegnante era irregolare.

Esattamente l’inverso è accaduto con i Renzi. Tiziano, secondo i pm di Roma, non ha detto la verità sui suoi rapporti con l’amico Carlo Russo e con l’amministratore di Consip Luigi Marroni e nemmeno sull’incontro con l’imprenditore Alfredo Romeo. Per i pm non è vero che incontrava Marroni per parlare della statua della Madonna da mettere nel cortile dell’ospedale Meyer e “probabilmente” è vero che ha incontrato Romeo il 16 luglio del 2015 dopo le 15 a Firenze dalle parti di via Pier Capponi. Risulterebbe dalle celle telefoniche agganciate dai telefonini di Tiziano, Carlo Russo e Alfredo Romeo. Anche le telefonate intercettate tra Romeo e i suoi collaboratori nelle ore successive fanno pensare che sia proprio Tiziano l’interlocutore misterioso di Romeo in quell’incontro.

Tiziano ha negato l’incontro con Romeo e i pm di Roma hanno chiesto la sua archiviazione nonostante pensino che sia poco credibile e che sia “probabilmente” accaduto. Matteo Renzi dispone di tutte le informazioni per capire eppure continua a difendere il babbo senza porgli le domande sulle accuse a lui rivolte, al contrario di Di Maio.

Tiziano ha fornito il 3 marzo 2017 ai pm una versione a cui Matteo stesso non credeva alla vigilia dell’interrogatorio. Poi si è rifiutato di farsi interrogare per la seconda volta nel 2018. Forse perché sapeva che nel frattempo i Carabinieri avevano raccolto elementi sull’incontro di luglio 2015 con Romeo, da lui negato.

A questo punto il figlio Matteo cosa ha fatto? Non lo ha scaricato. Anzi. Prima ha scritto un post per difendere la scelta del silenzio e poi, quando i pm lo hanno sentito come testimone ha tenuto a sottolineare che la sua scelta di rispondere non era affatto una sconfessione della linea del padre.

Il punto è che Matteo può permettersi di difendere il padre perché i pm scrivono che “probabilmente” ha incontrato Romeo. Nessuna certezza, dunque. Quell’avverbio è la linea Maginot sulla quale si attesta la difesa mediatica della famiglia. A marzo 2016 Matteo interrogava al telefono il padre mentre era intercettato e gli diceva chiaramente che non credeva alla versione di Tiziano su Marroni, Romeo e Russo. Poi, dopo la pubblicazione della telefonata, Renzi ha cambiato linea. Erano i giornali a mentire, non il padre.

Certo, in questo caso non c’è lavoro nero, non ci sono illeciti, secondo i pm di Roma almeno. Però sono fatti gravi e politicamente sensibili. Incontrare Romeo e poi negare al figlio, ai pm e a tutti è un comportamento che renderebbe Tiziano potenzialmente ricattabile. Sempre che l’incontro “probabile” sia accaduto. Se Matteo volesse seguire le orme dei Di Maio dovrebbe eliminare quel “probabilmente” dalla scena e chiedere al padre se il 16 luglio del 2015 abbia incontrato Romeo e se abbia parlato con lui delle gare di Consip e Grandi Stazioni.

Noi abbiamo chiesto a Matteo Renzi – via whatsapp – di chiedere al padre (che non ci aveva risposto) questa cosa semplice: “Papà, hai incontrato Romeo con Russo dopo le 15 a Firenze il 16 luglio 2015?”. Non lo ha mai fatto. Il problema è che questa domanda non è stata mai posta da nessuna tv e da nessun giornale. E finché sarà solo Il Fatto a porla resterà senza risposta.

Regeni, l’alleanza Fico-Moavero apre un altro fronte nel governo

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha formalmente convocato ieri alla Farnesina l’ambasciatore dell’Egitto in Italia, Hisham Badr, “per sollecitare le autorità egiziane ad agire rapidamente al fine di rispettare l’impegno, assunto ai più alti livelli politici, di fare piena giustizia sul barbaro omicidio di Giulio Regeni”. L’iniziativa è tra i “passi” più rilevanti che può fare un ministro degli Esteri. Dopo ci sono solo il richiamo dell’ambasciatore italiano e la rottura delle relazioni diplomatiche. In particolare, la dichiarazione della Farnesina insiste sugli impegni presi dall’Egitto “al più alto livello”, quindi a livello del presidente, il generale al Sisi da cui, si capisce, ci si aspettava di più. Ora, invece, “le notizie che sono emerse dagli ultimi incontri tra le due Procure sono molto deludenti rispetto alle rassicurazioni ricevute nei mesi scorsi”.

L’iniziativa di Moavero, quindi, è degna di nota soprattutto perché alle naturali prerogative di politica estera associa un risvolto interno. Il “passo” della Farnesina segue l’iniziativa, simbolica ma politicamente rumorosa, del presidente della Camera, Roberto Fico, di “sospendere ogni tipo di relazione diplomatica con il Parlamento egiziano”. Tra i due sembra così esserci un sottile gioco di rimando che va avanti da diversi giorni e su diversi piani. Fico non ha apprezzato la decisione di Matteo Salvini di forzare la mano sul Global compact, l’accordo Onu sulle migrazioni, costringendo il governo a non partecipare al vertice di Marrakech che si terrà il 10 dicembre. Scelta non gradita nemmeno dal ministro degli Esteri che, insieme al premier, Giuseppe Conte, aveva dato garanzie a livello internazionale.

L’asse inedito, che ha però l’apprezzamento di Sergio Mattarella, sembra tornare anche sul caso Regeni in cui la Farnesina assume un posizionamento più deciso rispetto agli scorsi mesi, dovuto anche all’indagine della Procura di Roma e alla stessa iniziativa presa dal presidente della Camera. A essere coinvolto nel posizionamento è anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte che, da Buenos Aires, dove partecipa al G20, ricorda che al Sisi ha sempre “ribadito la sua determinazione per raggiungere la verità”, ma dichiara di voler fissare “un incontro con la Procura per decidere il da farsi”.

“Il ministro Moavero – aggiunge il comunicato della Farnesina – ha sottolineato come gli esiti della riunione svoltasi nei giorni scorsi a Il Cairo tra magistrati italiani ed egiziani abbiano determinato una forte inquietudine in Italia. Preso atto delle assicurazioni da parte dell’ambasciatore egiziano circa la volontà di proseguire la cooperazione giudiziaria tra le due Procure, il ministro Moavero ha espresso l’esigenza da parte italiana di vedere concreti sviluppi investigativi”. In altre parole, il messaggio all’Egitto e ai suoi più alti rappresentanti istituzionali è che il governo italiano si aspettava di più. A riprova della serietà dell’iniziativa di Moavero c’è anche la disponibilità offerta a discutere della partecipazione delle aziende italiane alla fiera sugli armamenti in programma la prossima settimana al Cairo: “Le aziende hanno un loro ambito di autonomia, ne parleremo comunque a livello di governo appena rientra il premier dal G20”. Ma per il ministro degli Esteri “non c’è nessun paragone tra rapporti commerciali ed economici e la verità su un’uccisione così barbara, per noi questo rimane un punto fermo”.

Dall’Egitto la risposta all’iniziativa di Fico da parte del Parlamento egiziano esprime “grande sorpresa” e “rammarico”, “disapprovando” la decisione italiana presa “senza aspettare i risultati delle indagini”. Resta da vedere se il presidente al Sisi ascolterà i messaggi che arrivano dall’Italia oppure no. In tal caso, servirà qualche altro “passo”.

“Listopoli” a Napoli: patteggiano quattro dirigenti locali del Pd

Lo scandalo “Listopoli” esploso nel 2017 a Napoli si chiude con una condanna e quattro patteggiamenti. L’indagine era stata aperta pochi mesi dopo le elezioni comunali del 2016, quando la madre di una ragazza di 23 anni affetta da sindrome di down scoprì che la figlia era stata candidata a sua insaputa nella lista “Napoli Vale”, una delle civiche a sostegno della candidata del Pd Valeria Valente (oggi senatrice). Oltre alla ragazza sono poi stati scoperti altri 9 candidati fantasma, sempre nella lista pro Valente. Lo scandalo ha coinvolto Gennaro Mola, coordinatore della campagna elettorale e compagno della senatrice dem: è uno dei quattro imputati che hanno patteggiato. Per lui un anno di reclusione (con pena sospesa). Gli altri sono l’ex consigliere Antonio Borriello e l’attuale capogruppo del Pd al Comune, Aniello Esposito (entrambi hanno patteggiato una pena di 6 mesi, sempre con pena sospesa). A febbraio aveva già patteggiato 6 mesi anche il consigliere comunale Salvatore Madonna. L’unico a scegliere di andare a giudizio, il dirigente del Pd Renato Vardaro, è stato condannato a dieci mesi con rito abbreviato. Dovrà inoltre versare un’ammenda di 1200 euro per ciascuna parte civile.

Pomigliano, quante faide a casa del capo

Gira una indiscrezione tra Pomigliano d’Arco e il Transatlantico. E cioè che dietro le ‘soffiate’ su abusi, condoni, lavoro nero e capannoni ‘fantasma’ che hanno colpito il cuore della casa, dei parenti e dell’azienda di famiglia del vicepremier Luigi Di Maio, ci sia lo sgretolarsi del M5S locale tra le faide interne: una consigliera comunale, Maria Busiello, si è dimessa, chi doveva subentrare, Nunzia Sodano, ha rinunciato, sulle bacheche Facebook dei grillini pomiglianesi serpeggia malumore. La situazione di sbandamento avrebbe favorito le vendette contro il leader accusato di aver abbandonato il territorio. È il frutto del malcontento di chi è rimasto qui nei confronti di chi è riuscito ad andare a Roma, come Dario De Falco e Assia Montanino, rispettivamente capo della segreteria politica e capo della segreteria del ministro.

De Falco, in verità, a Pomigliano è anche consigliere comunale e lo è rimasto. Per lui si è derogato alla storica battaglia contro i doppi incarichi dei Cinque Stelle, e pazienza se questo soffoca le aspirazioni di altri che reclamano spazio. De Falco è l’uomo che ha messo la faccia sulla battaglia contro l’impianto di compostaggio che dovrebbe nascere a Pomigliano grazie agli 11 milioni di euro di finanziamenti regionali che il sindaco Lello Russo (Forza Italia) è riuscito a farsi stanziare.

Per capire il clima che si respira nella città natale di Luigi Di Maio, basti pensare ai “motivi non personali” stampati sulla lettera di dimissioni di Busiello. Non personali, quindi politici.

Le sue dimissioni arrivano tre settimane dopo l’inchiesta di Repubblica che ha rivelato due notizie in sequenza: il vicepremier Di Maio è nato e cresciuto in una casa costruita dal nonno, abusiva e sanata col condono Nicolazzi del 1985; la consigliera Busiello vive in una ex casa colonica in zona Asi poi trasformata in residenza familiare, non molto lontano da dove dovrebbe sorgere l’impianto di compostaggio, le cui presunte difformità sono al vaglio della Procura.

Alla famiglia Di Maio è arrivata piena e totale solidarietà. Alla signora Busiello il gelo, con l’eccezione di qualche amico nel M5S tra cui Carminantonio Caprioli. Un altro attivista grillino, l’avvocato Giuseppe Gragnaniello, ha scritto sui social che queste dimissioni sono state “una deprivazione per la città di Pomigliano che pesa e peserà sulla coscienza di molti”.

Interpellato dal Fatto, l’avvocato Gragnaniello ha aggiunto: “Peserà sulla coscienza di chi nei Cinque Stelle l’ha abbandonata al suo destino, Maria è vittima delle tante contraddizioni all’interno del Movimento e di un gruppo che ha perso ogni contatto con la realtà di Pomigliano”. Doveva subentrare in aula Nunzia Sodano. Ci ha rinunciato con queste motivazioni: “L’incarico merita energie e tempo che non sento più di poter dedicare”. Traduzione: ho perso l’entusiasmo. A Pomigliano d’Arco, la patria del capo politico dei Cinque Stelle.

La fronda, il Nord e la squadra. Tutti i nodi nel M5S di Di Maio

Quel terreno e quei mattoni a Pomigliano sono il suo supplizio. Ma tra servizi in tv dove si immola come un penitente e interviste per farsi discolpare, il futuro è già quasi presente per Luigi Di Maio. Il capo politico del M5S, che nessuno può e in fondo vuole disarcionare, almeno a breve. Però il Movimento imbarca malessere e il timoniere Di Maio nelle prossime settimane avrà un bel po’ di scogli da schivare.

D come Di Battista Il trascinatore di folle attualmente si trova in Nicaragua. Ma a poche ore dal Natale rientrerà in Italia e diventerà un enigma da sciogliere in fretta. Perché Alessandro Di Battista non potrà mai essere uno qualsiasi. E per tornare di nuovo operativo dentro i 5Stelle si aspetta un ruolo, di peso. Magari nel governo. Ma Matteo Salvini prima, e il Quirinale poi, potrebbero fare muro. E allora l’idea di Di Maio è quella di farne il coordinatore nazionale della comunicazione, libero anche di tenere in contatto governo ed eletti, da mastice. Una prospettiva che, a oggi, non convince l’ex deputato romano. Se ne dovrà discutere, e a fondo. Con la certezza che in vista delle Europee di maggio Di Battista sui palchi servirà come l’ossigeno. Da anti-Salvini ma pure come motivatore, quello che ora manca.

F come Fico Il presidente della Camera con il cuore molto rosso si è messo i guantoni. Ieri ha confermato quanto anticipato dal Fatto giovedì: “La mia assenza dall’aula durante il voto finale sul decreto Sicurezza è stata una presa di distanza dal provvedimento, di cui non condivido l’impianto”. E Salvini non l’ha presa bene (“Non ho capito se hanno letto il decreto”). Ma Fico ha anche manifestato il suo sì convinto al Global Compact, il documento Onu sull’immigrazione a cui la Lega è contraria ma su cui il ministro dell’Interno e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno rimesso il parere al Parlamento. E nella votazione da qui a un mese sulla mozione di Fratelli d’Italia sul tema la maggioranza potrebbe spaccarsi, con i 5Stelle a votare assieme al Pd. In caso contrario, Fico si farà sentire, rumorosamente. E con lui diversi parlamentari che gli sono vicini.

Mentre è già esplosa la battaglia sulla legittima difesa, che la Lega vorrebbe approvare in via definitiva a gennaio e che il presidente di Montecitorio invece vuole spostare a febbraio, per fare posto alla proposta di legge sull’acqua pubblica. E a gestire la partita dovrà essere anche Di Maio, ieri gentilissimo nei confronti del presidente della Camera: “Che Roberto non fosse d’accordo col dl Sicurezza lo sapevamo e apprezzo molto il fatto che abbia aspettato l’approvazione per dirlo pubblicamente”. Ma tra i due, diversissimi, domina la cautela: tattica. Con il vicepremier che sa bene quanto Fico sia critico verso una linea per lui troppo arrendevole rispetto al Carroccio. E di quanto sia nel contempo importante, anche per il suo filo diretto con il Quirinale.

N come Nord Se ne parla poco, ma gli eletti a 5Stelle del Nord ingoiano umore nero a dosi sempre più ingenti. Perché man mano che il reddito di cittadinanza prende i contorni di un possibile pasticcio, tra tessere da stampare non si sa bene dove e come e numeri che cambiano di continuo, i primi a pagare sono loro. Parlamentari ed eletti locali che sentono le urla delle imprese, dove temono il reddito come una sciagura. E a questo si incrocia la rogna dell’autonomia. Con tutti gli eletti a 5Stelle in Veneto che un mese fa, a un anno dal referendum locale, hanno invocato maggiori poteri e competenze per la Regione. Ma i vertici non hanno affatto fretta. Anche perché temono che l’autonomia per Veneto e Lombardia penalizzi troppo il Sud, il granaio di voti del M5S. Però nell’attesa bisogna calmare gli imprenditori. Per questo ieri sera Di Maio ne ha incontrati una settantina a Verona assieme al capogruppo veneto, Jacopo Berti. E intanto lavora a una squadra permanente di eletti per tenere i rapporti proprio con le imprese del Nord-Est.

O come organizzazione Glielo chiedono di continuo, e non sono solo i dissidenti. I parlamentari invocano collegialità e confronto con il governo, per non essere semplici pigia-bottoni. E per il Di Maio che ha mille cariche è un problema. Per questo, sta convincendosi a creare una squadra di supporto politico, con alcuni fedelissimi a fare da ponte con gli eletti. Ma per calmarli serve anche altro: per esempio, spazio per incidere davvero sui provvedimenti, anche quelli del contratto di governo (ad esempio, la legittima difesa). E poi ci sono le regole. Max Bugani, membro dell’associazione Rousseau (quella di Davide Casaleggio) e vicecaposegreteria di Di Maio, lo ha detto recentemente: “Se il M5S alle Regionali non si alleerà con liste civiche resterà importante ma non riuscirà a vincere”. Sarebbe una novità epocale, a cui finora Di Maio si è opposto. Ma dicono che Casaleggio sia possibilista. E poi le Regionali saranno importanti, anche come traino per le Europee. Tradotto, è un altro punto di cui si dovrà parlare. Attentamente.

Il capitano recluta anche Malgioglio

Il lato pop della micidiale propaganda social di Salvini sta un po’ sfuggendo di mano al Capitano e ai suoi spin doctor. È la comunicazione notturna: sarà la stanchezza, ma quando comincia a farsi tardi sui profili del ministro si inizia a cazzeggiare di brutto. Compaiono foto di tiramisù o altri spuntini della mezzanotte, gallerie di gattini e bestiame vario, e qualche curiosa amicizia vip. Qui veniamo al punto: tra i tanti intellettuali di peso che ora sostengono il Capitano – spiccano i nomi di Jerry Calà, Magalli e Dj Francesco – ha fatto outing anche Cristiano Malgioglio. Autore di canzoni indimenticabili come “Gelato al cioccolato”, icona gay di nuovo sulla cresta dell’onda dopo la pirotecnica partecipazione al Grande Fratello Vip, Malgioglio ha detto di apprezzare assai il macho leghista: “Salvini mi è molto simpatico e mi piace perché risponde sempre a tutti”. Come l’ha presa Salvini? Benissimo. La stima di Malgioglio è una medaglia che il Capitano non poteva non esibire sui social: “Grazie a Cristiano Malgioglio per le parole di simpatia!” ha scritto il ministro giovedì sera alle 23 in punto (con allegata faccina sorridente). Un po’ più grezzi i commenti in calce dei fan di Salvini. Del genere: “Occhio alle spalle Matteo”, “ Adesso che ha saputo che ti sei lasciato con la Isoardi…”.

Mediaset cede la parte operativa di Premium a Sky

Un altro passo silenzioso verso la fine della televisione a pagamento di Mediaset (Premium) che, dopo aver perso i diritti sul calcio e dopo l’accordo commerciale con Sky, conclude l’operazione con il gruppo fondato da Rupert Murdoch e ora di Comcast. Mediaset Premium Spa ha ceduto a Sky Italian Holdings Spa il 100 per cento di R2 srl, società a cui è stato conferito da Premium il ramo d’azienda Operation Pay (circa 130 dipendenti) relativo ad ambiti quali “manutenzione tecnica, attività commerciali e aree analoghe.” Il via libera definitivo arriverà con il pronunciamento dell’Agcom e, soprattutto, dell’Antitrust.

Per il Biscione – che resta comunque ‘editore’ della pay-tv, come scrive nel comunicato – rappresenta un ulteriore taglio dei costi fissi, mentre per Sky è un passo dell’accordo più complessivo con Mediaset che le ha permesso lo sbarco in grande stile sul digitale terrestre. Il taglio di costi, anche se poi il Biscione dovrà pagare un canone, sarà a bilancio di Mediaset solo dal 2019. Ma intanto porta una prospettiva migliore sui conti, che già dall’accordo più complessivo con Sky vede un effetto positivo da 70 milioni l’anno, circa la metà contabilizzabili già sul 2018.

Lotti, Boschi, Faraone: ecco la task force che aggancia FI per un partito “liberale”

“Pronto, sono Matteo, ci prendiamo un caffè?”. C’è chi racconta che nelle ultime settimane, Renzi abbia cominciato a telefonare a tutti. Obiettivo? La ricerca di finanziamenti per la sua nuova avventura politica. La data cerchiata sul calendario è gennaio: a quel punto, dovrà decidere come e quando scendere in campo in proprio. I piani si incrociano e si confondono, perché la strategia viene ritarata, un giorno dopo l’altro. Renzi, da una parte guarda al governo. Se dura, l’idea è quella di lanciare una lista già per le Europee. Se invece l’orizzonte sono le Politiche a breve, si può aspettare. Poi, c’è la questione congresso: se Marco Minniti si fa commissariare (e vince), allora diventa meno urgente uscire dal Pd. Questi sono i ragionamenti. Ma come e cosa fare, l’ex premier non l’ha deciso ancora, ma ha invece chiaro che lo spazio da occupare è quello di un soggetto di centro, “liberale”.

Si parte da Forza Italia. Renzi e i suoi parlano con tutti, a partire da Niccolò Ghedini e Paolo Romani. Gli interlocutori sono quelli di sempre: da Luca Lotti a Maria Elena Boschi, passando per gente come Lorenzo Guerini e Antonello Giacomelli.

La squadra in campo lavora su più tavoli. Ivan Scalfarotto (ex sottosegretario della Boschi) gestisce i Comitati civici. Sono arrivati a circa 500: una riserva a cui attingere, per attirare elettori moderati. Comitati della nazione. Ad aiutare lui (e Roberto Cociancich, il tesoriere) è Mattia Peradotto, il giovane collaboratore di Francesco Bonifazi, da lui portato pure nella Fondazione Eyu.

La Boschi intrattiene relazioni trasversali, quelle strette negli anni di Palazzo Chigi, da Gianni Letta a Paolo Romani. Peraltro, mantiene qualche pedina in luoghi cruciali: come il suo ex capo di gabinetto, Cristiano Ceresani, ora con Lorenzo Fontana. Lotti ha il compito di marcare stretto Marco Minniti, per commissariarlo: vuol fare il coordinatore della mozione, l’altro resiste. Sta a lui valutare quanto portargli del “tesoretto” locale di Renzi, che sui territori controlla ancora circa il 50% del Pd. Figura complementare, Lorenzo Guerini, che marca stretti i parlamentari vicini a Matteo: deve tenerli su Minniti, pronti però a trasferirsi su qualche altra operazione.

A presidiare il bunker renziano, il gruppo parlamentare del Senato, c’è Andrea Marcucci, che secondo Minzolini sul Giornale avrebbe detto: “Noi renziani potremmo continuare a presidiare il Pd anche dopo le primarie, mentre Renzi potrebbe correre da solo inventandosi un’altra cosa”. A Palazzo Madama quello gestito da Marcucci è già un partito nel partito, molto poco interessato sia alle vicende parlamentari sia al congresso dem. Una specie di virus, pronto a far saltare tutto. “Il punto è che non c’è una leadership. Ce lo vedi Minniti a gestire un partito, oggi, senza neanche un profilo Facebook?”, sono le valutazioni dei fedelissimi. La pars destruens è avanzata. Le voci che si rincorrono è che dietro l’operazione partita per sfiduciare Nicola Zingaretti, da governatore del Lazio, ci sarebbe lo stesso Renzi, che sobilla il berlusconiano Stefano Parisi. In Sicilia, il Pd è già un’altra cosa: Davide Faraone ha imbarcato per le ultime elezioni ex cuffariani, come Valeria Sudano. Oggi si candida alla guida della Regione, dialogando con Gianfranco Miccichè. Che c’è “uno spazio per un nuovo movimento” l’ha detto chiaro e tondo Sandro Gozi. Lui parla con Castaner, ministro francese: da quando ha cominciato a lavorarci, si è ristretto non solo il progetto “alla Macron”, ma pure l’originale.

Il congresso del Pd pare silenziato. Minniti non ha ancora iniziato la sua campagna in maniera ufficiale: non ha né uno staff, né una sede. Girano poi sondaggi interni che vedono Martina al palo. Le due carte di riserva renziane non sfondano. E allora, lui lavora soprattutto per farlo fallire il congresso. Che vuol dire poca gente ai gazebo. Ammesso che ci si arrivi.