Chiamparino e Fassino: la doppia firma sulle profezie

Quando ancora c’era il Pci, nella Torino di Gramsci e Togliatti, giocavano a fare il “poliziotto buono” e il “poliziotto cattivo”. Il cattivo non era difficile da individuare: Piero Fassino, l’arrogante, l’intrattabile, il brutalizzatore di giornalisti nelle conferenze stampa e il grande censore quando, la sera, scendeva nella redazione torinese de l’Unità per adeguare gli articoli ai diktat del Partitone. Sergio Chiamparino, invece, sin da quegli anni era capace di indossare la maschera bonaria di un Gianduja applicato alla via italiana al comunismo. Uguali, soprattutto nell’incredibile acrobazia di andar d’accordo con il mondo Fiat, solo all’apparenza un “nemico di classe”. E adesso che a Torino la Fiat non c’è più, si consolano scrivendo libri a quattro mani.

Il primo, un agile pamphlet di sole 96 pagine, si intitola Tav, perché sì ed è la stessa casa editrice – La nave di Teseo – ad associarne l’uscita all’attualità torinese: “Dopo la manifestazione del 10 novembre per il Sì e alla vigilia di quella dell’8 dicembre per il No…”. Fassino è risorgimentale: “Nessuna nazione può immaginare il proprio futuro chiudendosi nei suoi confini”. Chiamparino sembra piuttosto inseguire Freud e Jung: “La vicenda della Tav ha a che vedere con la paura…”. Parlando come si mangia, si tratta di un libretto elettorale che vuole lanciare la ricandidatura di Chiamparino alla guida del Piemonte puntando proprio sul tema dell’Alta velocità, da sottrarre in tutta fretta al centrodestra e a un certo qualunquismo civico della manifestazione Sì Tav. Con un grande atto di coraggio da parte soprattutto di Chiamparino: mettersi con la Cassandra-Fassino, quello che invitava Grillo a fondare un partito e Appendino a provare a diventare sindaco di Torino. Ora c’è il rischio che dica: “Sergio, provaci tu a far partire un treno veloce…”. Magari nelle urne piemontesi, a primavera.

“Io e Renzi abbiamo parlato di un nuovo progetto politico”

“C’è un nuovo mercato della politica”. La definizione è del senatore Paolo Romani, fresco di un colloquio con Matteo Renzi. Oggetto dichiarato? Una disquisizione sulle evoluzioni dello scenario presente e futuro. Sospetto generale? Un sondaggio reciproco sulla possibilità di un soggetto centrista, che metta insieme il Pd renziano e pezzi di Forza Italia. Nel passaggio a questa legislatura, Romani ha passato qualche brutto momento: da capogruppo al Senato, con ambizioni di diventarne presidente, è diventato senatore semplice, in cerca di collocazione.

Due istantanee raccontano la traiettoria. Una è dell’8 agosto del 2014: Maria Elena Boschi, immortalata con le braccia al collo di Romani, in un bacio che, da lontano, sembrava sulle labbra. L’aula del Senato celebrava il primo passaggio delle riforme costituzionali: era il tripudio del renzismo di governo allora vincente, il trionfo del patto del Nazareno. Nella stessa aula, qualche anno più tardi, durante il discorso della neo eletta presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, il 24 marzo del 2018, Romani si faceva notare per la sua assenza. Silvio Berlusconi (e Matteo Salvini) avevano appena fatto tramontare le sue speranze di diventare presidente del Senato, dopo il no dei Cinque Stelle. La rottura con Berlusconi è ormai conclamata, lui è alla ricerca di nuovi spazi. “Sì, è vero che ho parlato con Matteo Renzi”, racconta al Fatto Quotidiano.

La domanda, a questo punto, è obbligata: fate un nuovo partito? La smentita, altrettanto scontata. “Ognuno di noi deve trovare la propria strada”. Un’affermazione che contiene in sé anche la sua evoluzione: le strade si incontrano, spesso e volentieri. Peraltro, il riferimento “storico” è interessante: “Io penso che sia importante parlare con tutti, nello stesso Parlamento. Parlo con Salvini, ogni tanto anche con Di Maio. Ho conservato buoni rapporti con Renzi dai tempi del Patto del Nazareno”.

Racconta piuttosto volentieri i contenuti del suo colloquio con l’ex segretario dem: “I cicli della politica sono molto veloci. Renzi nel 2014 era al 41%”. E dunque? “E dunque, è ragionevole che tra un paio d’anni le cose siano cambiate. Per cui, dobbiamo lavorare a una forza liberale come la nostra e, parallelamente, a una forza riformista”. Perché se il Pd ormai è un insieme di correnti dal futuro incerto, anche Forza Italia non è in ottima salute. Soprattutto tra chi non fa parte della corte di Silvio Berlusconi, i malumori e le ricerche di exit strategy sono continui.

Tutto sta a vedere quanti saranno disposti a scegliere il Matteo perdente (ovvero Renzi), invece di quello vincente (ovvero Salvini). Romani, comunque, spiega: “Ognuno di noi deve risolvere al proprio interno i problemi, ritrovare quelli che si sono allontanati dalla politica”. E poi, ecco la lettura e la strategia: “Il bipolarismo centrodestra centrosinistra è ormai superato dal nuovo bipolarismo Lega-Cinque Stelle. Siamo all’interno di uno scenario diverso dal passato”. Con questa premessa, le confluenze diventano non solo possibili, ma pure naturali: “Servono nuovi strumenti della partecipazione politica, nuovi strumenti di comunicazione della politica. E poi c’è bisogno di un nuovo progetto per la politica e il mercato della politica”.

Centrodestra nel caos: Salvini dà buca a Silvio

Anche in politica spesso la forma è sostanza. E così capita che un incontro possa acuire tensioni, allargare incrinature, generare incomprensioni. È il caso dell’appuntamento di ieri del centrodestra. Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni dovevano vedersi all’ora di pranzo, a Milano, nell’abitazione milanese dell’ex Cavaliere, in via Rovani 2. Luogo a suo modo leggendario, perché è qui che, 25 anni fa, venne per la prima volta messo nero su bianco, davanti a un notaio, la prima bozza di quella che divenne poi Forza Italia. Salvini, come capita sempre da mesi, voleva mantenere l’incontro top secret, per non creare ulteriori tensioni nel suo rapporto con Luigi Di Maio. Qualcuno, però, spiffera l’appuntamento ai cronisti, le agenzie battono la notizia e il leader leghista non la prende bene. Dopo una breve riflessione, decide di dare buca e non andare. Manderà Giancarlo Giorgetti. A quel punto, però, sono gli altri partner di centrodestra a irritarsi, specialmente Fratelli d’Italia.

Si doveva parlare di elezioni regionali. E infatti se n’è parlato, ma senza chiudere su nulla. Incontro interlocutorio, come si dice in questi casi. “Sono stati fatti passi avanti nella giusta direzione”, ha detto Antonio Tajani. “È andata benino”, butta lì Giorgetti. In realtà sui candidati non si è chiuso perché su alcuni nomi restano forti perplessità. Su Marco Marsilio, per esempio, candidato di FdI in Abruzzo: il suo nome paracadutato da Roma non convince gli alleati. Ma si discute anche sui possibili candidati forzisti in Basilicata. Più certezze ci sono verso la candidatura di Christian Solinas per la Lega in Sardegna, anche se Berlusconi sperava di spuntarla nell’isola.

Torniamo al forfait di Salvini. Pare che il ministro dell’Interno avesse chiesto espressamente agli alleati di tenere segreto l’incontro per “non alimentare ricostruzioni fantasiose del summit, magari in funzione anti-Di Maio”, si dice dalla Lega. Uscita la notizia, il leghista ha preferito non farsi vedere. Poi, però, i due si sono sentiti al telefono. “Tra Salvini e Berlusconi c’è stata una lunga e cordiale telefonata in cui si sono confrontati su temi e nomi da proporre alle prossime regionali”, si fa sapere. Insomma, per telefono va bene, ma meglio evitare di vedersi.

Quella di ieri non è però una novità: da tempo il leader leghista porta avanti l’alleanza di centrodestra in maniera carbonara, tenendo segreti, per quanto possibile, summit e incontri con Berlusconi. E a volte c’è pure riuscito: secondo alcune fonti, Silvio e Matteo negli ultimi mesi si sarebbero visti un numero di volte superiore rispetto alle notizie ufficiali. “Non sapevamo che il vertice dovesse restare segreto. Non capisco perché Salvini dovrebbe vergognarsene, ma evidentemente sta passando un momento di grande difficoltà al governo coi 5 Stelle. Vorrà dire che la prossima volta chiederemo il permesso a Di Maio”, osserva Ignazio La Russa.

In effetti le difficoltà ci sono. A partire dalle tensioni sulla manovra. Non è un mistero che proprio in queste ore Lega e 5 Stelle stiano cercando di trovare soluzioni che tentino di andare incontro alle richieste di Bruxelles. Anche riscrivendo parti della manovra o emendamenti a essa. Chiaro, quindi, che ogni stormir di fronde possa generare incomprensioni che rischierebbero di avere ricadute sui provvedimenti. Tutto, poi, condito dalle voci su possibili nuove maggioranze di cui da giorni si vocifera in Parlamento. Ovvero una riedizione del centrodestra vecchia maniera, con Salvini premier e il supporto di una cinquantina di nuovi Responsabili da pescare soprattutto tra le file dei grillini.

Prospettiva che al momento la Lega esclude, ma che solletica invece l’ex Cavaliere. Il quale, tramite i forzisti sul territorio, sta soffiando sul malcontento leghista nelle regioni del Nord, dove è in continua crescita la protesta per un’alleanza di governo giudicata deleteria per l’economia del Paese. “Meglio non dare a Di Maio nessun argomento cui appigliarsi”, avrebbe detto ieri Salvini a Berlusconi per giustificare il mancato incontro.

In queste convulse giornate si parla anche di un possibile avvicinamento tra renziani e forzisti, per dare vita a un nuovo soggetto anti populista. “Renzi e Berlusconi insieme? Ognuno farà le sue scelte…”, ha commentato ieri, in proposito, Matteo Salvini.

C’è vita a sinistra?

“Salvini fa il suo lavoro di uomo di destra, di estrema destra… Sono le persone di sinistra che non riescono a fare il loro… Esauriscono tutte le energie in piccoli battibecchi interni e questo diventa gran parte del loro lavoro politico… I loro bisticci e capricci non interessano a nessuno… Hanno dimostrato non tanto che non erano di sinistra, ma soprattutto che non erano capaci di comunicare, che non erano bravi a fare il loro lavoro… Han fatto una misura molto simile al reddito di cittadinanza, ma non lo ha saputo nessuno”. Parole di Nanni Moretti, tornato dopo tanti anni a parlare di politica in un’intervista a Mario Calabresi sul Venerdì di Repubblica per l’uscita del suo nuovo film sul Cile tra Allende e Pinochet. Chissà se nel Pd e nel centrosinistra c’è ancora qualche traccia di vita per accorgersene ed eventualmente rispondere. O anche soltanto per ricordare che il 4 marzo, cioè 9 mesi fa, nonostante cinque anni di disastri, il Pd è stato ancora il secondo partito più votato col 18,7% (1,3 punti sopra la Lega), prima che Renzi e i suoi tremebondi rivali interni lo condannassero all’irrilevanza, trasformando il secondo gruppo parlamentare d’Italia in un pelo superfluo.

Ora, almeno stando ai sondaggi, la Lega è sopra il 30-35 e il Pd al 16,8, cioè due punti sotto il minimo storico delle elezioni. Il che vuol dire che nemmeno mezzo voto, di quel 5% perso dal M5S, è andato al Pd. Né tantomeno alla sua sinistra: LeU è precipitata dal 3,5 all’1,5. Il che può significare due cose: o questo non è il governo fascista che viene dipinto da quelle parti (altrimenti i 5Stelle di sinistra tornerebbero di corsa all’ovile); oppure gli indecisi di quell’area non si riconoscono nel Pd e nel resto del centrosinistra (o, peggio ancora, non li calcolano proprio). D’altronde, se qualcuno domandasse ai sette candidati alla segreteria che cos’è il Pd, cosa vuole e soprattutto con chi pensa di allearsi per tornare al governo prima del prossimo secolo, assisterebbe a sette scene mute. A parte, forse, dal candidato che ha le idee più chiare e dunque meno chance di successo: Francesco Boccia. Il quale, come Michele Emiliano, da tempo va predicando l’alleanza più naturale o meno innaturale: quella con i 5Stelle. Un altro che ha le idee chiarissime è Renzi, che però non si ricandida: fosse per lui, una volta chiesto scusa a B., il Pd si scioglierebbe in un centrodestra molto simile al suo Pd, o a Forza Italia (se non è zuppa è pan bagnato). E, se potesse dirlo (ma prima o poi farà pure quel coming out), preferirebbe cento volte la Lega al M5S. Tutti gli altri, da Zingaretti a Minniti a Martina, sono fermi a discorsi ombelicali.

L’unità nella divisione, la continuità nella diversità, il radicamento nel territorio, il parlare alla ggente, il rimettere al centro le persone, l’attenzione alle periferie, i nostri successi incompresi, le terze vie, Macron, i vaccini e Burioni, i comitati civici, il fronte repubblicano, il riformismo, lo spread, “la” Tav, il fascismo alle porte. Ma una risposta alla domanda delle domande – come, quando e con chi pensate di tornare al governo? – non ce l’hanno, come se non fosse un problema loro. E infatti non lo è: un posto comunque lo troveranno sempre (diversamente da giovani come la Tarasconi, Corallo, Provenzano, che infatti hanno idee chiarissime, ma raccolgono solo sbadigli e pacche sulle spalle). Il problema è nostro, dell’Italia che fra qualche mese potrebbe ritrovarsi senza un governo e senza un’alternativa. O con un’alternativa agghiacciante, di quelle che farebbero rimpiangere i giallo-verdi anche dai neopartigiani in marcia verso le montagne. Quella a cui lavorano zitti zitti pezzi di Lega e FI nel totale disinteresse del Pd, che infatti fissa il congresso fra quattro mesi: un governo Lega-FI, con Salvini premier e B. ministro, magari della Giustizia.

Ma i capi del Pd, chiunque essi siano, non hanno neppure una risposta all’altra domanda delle cento pistole: come pensate di recuperare i voti che avete regalato ai 5Stelle e a Salvini? Questa risposta richiederebbe idee nuove su immigrazione, legalità, tasse, povertà, precarietà, grandi opere, regole europee. E invece si sentono solo balbettii. Complice una classe dirigente che, mentre sbeffeggia gli incompetenti al governo, denuncia una pochezza di contenuti da far cadere le braccia. L’altro giorno, sui social, c’era chi proponeva Rino Gattuso leader della sinistra per la sua intrepida resistenza alle interferenze di Salvini nella formazione del Milan. Una battuta? No, un sintomo della disperazione per un partito che “non sa fare il suo mestiere”. Sul dl Sicurezza, unica legge leghista passata in 6 mesi, si sono notati molto più gli 80 emendamenti (poi ritirati) dei dissidenti 5Stelle che i 170 del Pd. In compenso i pidini han fatto le barricate contro tutte le norme o proposte M5S che avrebbero dovuto fare loro: reddito di cittadinanza, anti-vitalizi, anti-corruzione, anti-conflitti d’interessi, manette agli evasori, blocca-prescrizione, dl Dignità ecc. L’acuto Faraone twitta contro Salvini che non canta l’inno di Mameli alla festa della Polizia. Altri pidini sfusi si scagliano contro il ministro dell’Interno che non caccia abbastanza clandestini. La geniale Picierno attacca il M5S che non blocca il Tap voluto dal suo stesso partito. E Renzi accusa il “governo dei cialtroni” di “copiarci il programma” (dandosi del cialtrone da solo). Poi c’è l’immortale interrogazione parlamentare di Anzaldi che chiede spiegazioni al governo sul flop di share de La prova del cuoco (“il calo di ascolti della Isoardi danneggia il Tg1”): forse l’atto di resistenza più temerario fin qui tentato contro il nuovo regime autoritario. A parte il servizio fotografico della Boschi su Maxim, si capisce. Jan Palach, al confronto, era un pischello.

Giacometti e Picasso amici dell’art brut

Quando il 15 maggio 1871, ad appena 16 anni, Arthur Rimbaud nella celebre Lettera del Veggente scrive all’amico e collega Paul Demeny “J’est un autre” (Io è un altro, ndr), professa una concezione inaudita fino a quel momento della creazione e sta in realtà dando forma al primo vero manifesto dei movimenti d’avanguardia che verranno di là da lui.

Ciò che intendeva Rimbaud nella poesia – sfidare il rigore formale della poesia e ricercare nell’imprevedibilità e irregolarità della creazione una lingua nuova, una lingua altra – spiega appieno il senso di questa mostra romana affabulante e ben ponderata: Je suis l’autre – Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella scultura del 900 (fino al 20 gennaio 2019, alle Terme di Diocleziano, a cura di Francesco Paolo Campione e Maria Grazia Messina).

Concepita come una mappa a guidare il visitatore, l’esposizione racconta il rifiuto del realismo e l’innamoramento che all’inizio del 900 gli artisti ebbero per le arti non occidentali, etniche, popolari, per il movimento dell’art brut (arte grezza) – forme artistiche primordiali, oniriche, primitive – come segno di dialogo con l’altro da sé (vero fondamento dell’arte). Immancabili, dunque, Alberto Giacometti e le sue strutture corporee scarnificate, stilizzate in una sfida verso la verticalità con L’Object invisible (Main tenant le vide) del 1934, come pure la trasfigurazione cubista di Picasso della figura umana in Visage (1961), in cui il profilo di un volto viene sfogliato in due dimensioni. E ancora le sagome primitive di Georges Braque come Hymen, autunno 1939 (1957), le creazioni tra il mostruoso e l’infantile di Jean Dubuffet come Cherche Aubaine (1973), o la fusione e scissione dei corpi di Duo amoroso di André Masson che dialoga con una scultura azteca che raffigura il dio mesoamericano Quetzalcóalt (Serpente piumato), il cui volto è ammantato da volute di spire.

Eh già, perché all’interno dell’esposizione romana si tenta un dialogo estetico interessante: ogni opera modernista “parla” ad artefatti primitivi provenienti da tutto il mondo: sculture religiose del XI secolo dall’Angola, figure da reliquiario del XIX secolo dal Gabon, maschere dall’Isola di Pasqua e dalla Nigeria, scalpi in legno del XV secolo dal Perù. Distanti nei secoli, le opere si toccano e gli artisti si baciano, proprio come nelle celebri sculture di Constantin Brâncusi, grande assente ingiustificato e sola pecca della mostra.

Le Fiabe faroesi venute dalla fine del mondo

Che le favole popolari non si addicano ai bambini paurosi ce lo ricordano ora le Fiabe faroesi provenienti dal “Regno alla Fine del Mondo”: le Isole Faroe, provincia di Danimarca. C’è del marcio, ovvio, basta spulciare l’elenco dei protagonisti per farsi venire i brividi: sirene, mostri marini, troll, elfi, streghe, giganti, orchi e orchesse, matrigne e contadini, diavoli e ragazzetti scemi, ladri e re, Ceneracci e Fanfaroni, Senza-Papà, Figlie di Tizio e Figlie di Cornacchie e, naturalmente, bambini orfani e/o poveri.

Questo patrimonio orale – sistematizzato e trascritto solo nell’800 e ora disponibile in Italia grazie a Iperborea – affonda le sue radici nell’immaginario favolistico universale, da Basile ai Grimm, i cui Hänsel e Gretel, ad esempio, ricordano qui “La casa di frittelle”. Per nulla tenere sono le novelle dedicate alle donne: fanciulle da maritare, ragazze che preferiscono farsi trascinare piuttosto che portare in braccio (i principi azzurri non tirano più), giovani disonorate oppure arse sul rogo, vecchie rugose “morte squartate con tutte le viscere saltate fuori”.

Quanto di più lontano insomma dalle Storie della buonanotte per bambine ribelli: lo sa bene il re che “voleva sposare una donna che fosse sia bella che intelligente, ma non trovava nessuna che lo soddisfacesse”. Alla fine ne rimediò una dal Qi eccezionale, pure troppo, e infatti finì fregato.

Tunisia, dittature e rivoluzioni viste da sotto il velo di una ragazza

Dal titolo, La rivoluzione dei gelsomini, il corposo volume di Takoua Ben Mohamed potrebbe sembrare un racconto a fumetti dell’unica primavera araba che ha dato risultati democratici e duraturi, quella della Tunisia nel 2011. Ed è così, ma solo in parte. Nella Tunisia delle libertà negate in cui Takoua ha vissuto i suoi primi 12 anni prima di trasferirsi a Roma, “le persone sono come gelsomini che si sono appassiti prima ancora di sbocciare”. In questo senso, la rivoluzione dei gelsomini è la storia di tutta la famiglia di Takoua, che è nata nel 1991 e, finché era in Tunisia, ha vissuto in un sistema matriarcale: gli uomini sono in prigione, torturati, o in esilio, le donne devono lavorare tra mille regole vessatorie per tenere insieme tre generazioni. Eppure proprio in una società opprimente che impedisce la libertà di stampa e preclude ogni strada al benessere ciò che viene negato acquisisce importanza massima: la parola, non solo scritta, la volontà imprenditoriale, quel desiderio di migliorare la propria vita che è universale. Per raccontare tutto questo, Takoua Ben Mohamed sceglie il sentiero della leggerezza: pochi testi, tavole ariose in cui entrano gli spazi del deserto e dei cieli stellati di Tunisi, e molto humour, con un’iconografia da cartone animato giapponese (bocche larghissime, goccioloni di sudore d’imbarazzo, espressioni buffe) che estremizza le reazioni emotive per aggirare ogni retorica. Takoua ha lavorato per sottrazione, cosa difficilissima per molti giovani autori, nelle sue pagine non c’è nulla che non sia necessario. E per questo La rivoluzione dei gelsomini risulta così gradevole alla lettura e così efficace nel raccontare una identità composita, italiana e tunisina, femminista ma legata alla famiglia tradizionale, piena di indignazione ma desiderosa di normalità più che di altre rivoluzioni.

Parigi, 1945: la sfida tra Nestor Burma e un giornalista per battere il mistero

L’arsenico è una roba da stupidi. “Quello che mi infastidisce è il veleno usato. Arsenico! Si può immaginare un uomo intelligente, e per di più medico, che usa l’arsenico, il veleno degli illetterati, il più facile da scovare nelle viscere della vittima dove può restare anche anni dopo la morte?”.

Ritrovare un classico come Nestor Burma è sempre un balsamo per l’anima nera (noir) di questa rubrica: detective privato di Parigi, inventato da quel geniaccio Léo Malet (1909-1996), Burma è sovente indicato come l’anti-Maigret oppure il Marlowe francese. Invece Burma è Burma ed è unico nel suo cinismo da strada, ammantato di un’ironia talvolta incompresa (dai suoi interlocutori). Il mostro (Parigi nel 1945) dell’ultimo romanzo pubblicato da Fazi, specialista di Malet, riserva non poche sorprese. Burma, infatti, è costretto a soffrire la spavalda concorrenza di un giornalista nella ricerca di un misterioso avvelenatore seriale. Tra lui e René Galzat sarà una gara per il titolo di chi “mette Ko il mistero”. L’assassino usa l’arsenico, appunto.

All’Agenzia Fiat Lux, sede di lavoro di Nestor, si presenta un quindicenne, a capo di una gang di strilloni, che chiede allo “sbirro privato” di indagare sulla morte di un “collega”: il piccolo Jean Tanneur, tredici anni. Jean ha mangiato un cioccolatino regalatogli dal padre tassista, violento e alcolista. A sua volta, il papà, si difende dicendo di aver trovato un sacchetto di cioccolatini nella sua auto, dimenticato da un cliente. Tra boss marsigliesi, avvocati loschi, donne fatali, medici strambi, la filosofia narcisistica di Burma non vacilla mai: “Tengo più alla mia pipa e a un istante di silenzio che a un’opinione”.

 

 

Disperato, erotico falso Natale

L’idea di un libro sul Natale che esca in libreria per Natale (la cosiddetta strenna natalizia) è così profondamente poco originale da rasentare il patetico. Ma è ancora peggio quando il libro si scaglia contro il Natale stesso e l’ipocrisia della festa (a meno che uno non sia Dickens). È questa la critica che potrebbe essere mossa a due testi molto distanti fra loro: Trascurate Milano di Luca Ricci e Falso Natale di Errico Buonanno. Ma sarebbe una critica approssimativa, superficiale, in definitiva falsa. Entrambi i libri infatti vanno a formare un ulteriore tassello del domino letterario dei due autori e vanno inseriti all’interno di un puzzle compositivo. In Trascurate Milano, titolo tratto da una citazione di Buzzati, Ricci ripropone l’io narrante di un uomo sposato, padre e traditore. Qualche giorno prima di Natale, a Milano, una coppia di adulteri si lamenta della banalità della ricorrenza, della smania dei regali, da nascondere o cestinare: questo dialogo avviene in una camera d’albergo. Avviene sopra il livello del suolo. Il vero cambio di passo Ricci lo ottiene quando infila il suo protagonista nel sottosuolo, in metropolitana, e gli fa allungare le mani sui fianchi e sui sederi di viaggiatrici di tutte le età. Questo padre di famiglia, che ripassa la tabellina del nove con sua figlia, sui mezzi pubblici diventa un molestatore, un maniaco che osserva e studia altri maniaci e che trova in una ragazzina la vittima ideale. Ideale perché consenziente. Ogni mattina prende la linea gialla della metro, incontra lei e quelle cinque stazioni di palpatine e capelli tirati diventano il loro calvario erotico. Appena provano a salire su, l’alchimia non funziona più.

Il tema intorno a cui gira Ricci è ancora una volta l’impossibilità, l’agonia e l’utopia dell’amore affrontando le due facce della medaglia, l’amore erotico, animalesco e umanissimo nella sua ferocia e assenza di limite, e l’amore domestico, ancora più folle, perché con volontà di potenza e durevolezza. Si parla del Natale, ma sottintesa è la famiglia. L’amore è il meccanismo della letteratura, perché “complica, manda tutto all’inferno”, non può essere inserito alla fine di un romanzo, ma all’inizio, come un big bang, una caduta tutt’altro che libera. Le narrazioni di Ricci, anzi i suoi protagonisti contengono dentro se stessi sentimenti contraddittori, impulsi ossimorici. Finale alla Houellebecq, ma sia consentita la precisazione che mentre il sesso in Houellebecq è spesso un mezzo, in Ricci è altrettanto spesso il fine, o la fine.

Torniamo al fenomeno di avvicinamento nel caso di Buonanno. L’osservazione a un palmo dal naso è quella dell’illuminista, dello scienziato. Falso Natale rappresenta la prosecuzione di uno dei due filoni di Buonanno (quello della saggistica colta ma divertente, l’altra è quella del romanzo citazionista), che scoperchia uno dietro l’altro i luoghi comuni sul Natale. Non racconta nulla di veramente nuovo, eppure lo racconta in modo nuovo. E va in progressione. Sbagliato il giorno, sbagliato l’anno, sbagliata l’ambientazione, di pagina in pagina Falso Natale dimostra come siano sempre esistite la propaganda e le fake news, e di come alla fine ci siano sempre piaciute.

 

Falso Natale – Enrico Buonanno – Pagine: 173 – Prezzo: 14 – Editore: Utet

Trascurate Milano – Luca Ricci – Pagine: 86 – Prezzo: 9 – Editore: La nave di Teseo

Torna “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”: da best-seller a pièce

Tutte le famiglie felici… ma che noia. Di più, “la famiglia ideale che sognano alcuni nostri ministri non esiste”. Prendiamo, ad esempio, quella di Christopher, protagonista de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon: “Non è una famiglia arcobaleno, eppure, in un certo senso, lo è: le famiglie non sono mai normali, sono sempre speciali”, spiega Elio De Capitani che, insieme con Ferdinando Bruni, dirigerà lo spettacolo tratto dal best-seller del 2003.

Prodotto dall’Elfo Puccini di Milano, dove sarà in scena dal 5 dicembre al 13 gennaio (e poi alle Fonderie Limone di Moncalieri dal 15 al 27 gennaio), Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte è stato adattato per il palco da Simon Stephens in un canovaccio già vincitore di 7 Laurence Olivier Awards e 4 Tony Awards.

Reduci dalla “maratona” sull’Afghanistan, articolata in due parti per sei ore di recita, Bruni e De Capitani, smettono i temi politici per rivolgersi all’universo familiare, a una storia più intima e personale. O forse no. “Afghanistan era un evidente affresco politico, ma anche Lo strano caso, a suo modo, lo è, poiché parla di famiglie complesse quanto reali: due genitori separati, di cui una madre che sparisce e un padre che racconta bugie. Entrambi sono inadeguati. Come tutti”.

“La fragilità, lo struggimento sono la bellezza di questo testo”, prosegue Bruni. “Definirlo un giallo è riduttivo: è soprattutto il viaggio di formazione” di un adolescente autistico, “una specie di idiota, nel senso nobile e letterario del termine, dallo sguardo limpido: è una cartina al tornasole di come funziona la società”.

Ma sulla società (e sulla politica) il teatro italiano ha ancora presa e peso? “Noi siamo ottimisti. In un momento terribile di disprezzo per la cultura e la competenza, ci piace pensare di essere un luogo di riferimento per tutti coloro che non si riconoscono nell’andazzo generale”.