Naufragar è dolce nel “Deep Blue Sea”

Lei tenta il suicidio perché lui si è dimenticato di farle gli auguri di compleanno: lui è un pirla, d’accordo, ma anche lei non scherza. Ridotto così, The Deep Blue Sea sembra un testo banale, e forse lo è, come la vita è banale, l’ha detto il Papa.

Prodotto dai Teatri Nazionali di Roma e della Toscana, e in tour fino a febbraio, The Deep Blue Sea è opera del poco frequentato drammaturgo inglese (Sir) Terence Rattigan, mentre regista è Luca Zingaretti che, per la prima volta, dirige la moglie Luisa Ranieri, alias Hester Collyer Page, la sciagurata protagonista.

La sua disavventura dura poco meno di ventiquattr’ore, dalle 9 del mattino in cui viene ritrovata priva di sensi in casa – sopravvissuta al tentato suicidio – alle 11 di sera in cui decide di riprendere in mano la propria vita, eventualmente per provare a togliersela di nuovo. “Cosa avrei fatto io al suo posto? – si chiede il regista nelle note –. Che cosa succede se ci si innamora della persona sbagliata?”: Hester, infatti, ha abbandonato il ricco e potente marito (un giudice dell’Alta Corte che non ha nessuna intenzione di concederle il divorzio per salvare la reputazione) per il povero e inconsistente Freddie, un toy-boy, ex pilota della Raf col vizio dell’alcol e del golf, che lo portano spesso lontano dalla possessiva amante.

Pur evanescente, Freddie è meno cretino di come lo disegnano: è il primo a capire, infatti, che il suicidio è un ricatto e che i due, insieme, sono “uno la morte dell’altra”. A salvare la donna, soprattutto dall’autocommiserazione, è la pettegola e vivace comunità condominiale: la portinaia, la coppia di vicini perbenisti, l’ex medico Miller (Aldo Ottobrino), il personaggio più divertente (e l’attore più in parte), che risolleva la lacrimosa vicenda con una spruzzata di veleno e cinismo.

Dottore a parte, nell’allestimento italiano lo humour nero e il graffio britannici non sono sempre valorizzati dagli interpreti o apprezzati dal pubblico, che, pure, si lascia andare a calorosi applausi sul finale. L’ensemble (Maddalena Amorini, Giovanni Anzaldo, Alessia Giuliani, Flavio Furno, Luciano Scarpa, Giovanni Serratore) è affiatato e molto ben condotto, e convince la scelta registica di affidare alla recitazione, molto più che alle musiche e all’effettistica, il ritmo della messinscena. Poi, certo, c’è qualche psicologismo di troppo, ma questo da testo, qualche “libro di Jane Austen” di troppo, ma questo da testo, qualche struggimento di troppo, da testo e da palco: eppure, sono proprio i toni pacati e dimessi di Hester a rendere la trama credibile e angosciante. “Donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio”, scriveva Pavese alla vigilia del suicidio. Ma è un’altra storia: qui la vita è quella cosa che ancora accade, una volta morta la speranza.

Joaquin Phoenix è Joker: stavolta il protagonista è proprio lui

Un inquietante e sorprendente Joaquin Phoenix recita a Los Angeles con Robert De Niro sul set di Joker in cui Todd Phillips ripropone la figura del sogghignante “cattivo” già portato al cinema in passato in vari capitoli di Batman sia da Jack Nicholson che da Heath Ledger.

Il capitale umano di Paolo Virzì avrà un remake americano diretto da Marc Meyers coprodotto da Indiana Production e sceneggiato da Oren Moverman con Stephen Amidon, l’autore del romanzo a cui il film era ispirato. Nel cast Liev Schreiber, Peter Sarsgaard, Marisa Tomei, Alex Wolff e Maya Hawke, la figlia ventenne di Ethan Hawke e Uma Thurman.

Fortunato Cerlino, il 47enne attore napoletano celebre per il ruolo del boss don Pietro Savastano nella serie tv Gomorra, debutterà nella regia con La seconda indagine di Pietro Maroiana, matematico, un poliziesco da lui anche sceneggiato adattando il romanzo di Nicola Oddati La trappola del gioco incentrato su una Napoli inedita analizzata attraverso criminalità, visioni premonitrici e superstizione.

Carolina Crescentini è la protagonista di Letto n.6, opera prima di Milena Cocozza, sceneggiata e coprodotta da Antonio e Marco Manetti. Si tratta di un ghost thriller in cui una giovane donna medico viene assunta per lavorare di notte in un ospedale psichiatrico gestito da religiosi. Dietro l’apparente immagine rassicurante il nuovo ambiente di lavoro nasconde però un terribile segreto legato al suo passato.

Catherine Spaak e Antonio Folletto stanno ultimando a Palinuro le riprese de La vacanza, un film di Enrico Iannaccone prodotto da Mad Entertainment e incentrato sull’incontro da due differenti sensibilità, quella di una donna matura e di un ragazzo.

Com’era sexy la tv ai tempi del nudo e del machismo

Si stava meglio quando si stava peggio. Vale a dire, si faceva televisione migliore quando la discriminazione sessuale era peggiore. È il sorprendente approdo di Sex Story, il documentario di Cristina Comencini e Roberto Moroni che ripercorre “il sesso nella tv e la rappresentazione della realtà attraverso il sesso, ovvero relazioni uomo-donna, corpo, famiglia e procreazione” in Italia dagli anni Cinquanta agli Ottanta.

In cartellone al 36° Torino Film Festival, nato dalla sinergia tra Rai Cinema e Rai Teche, il cui repertorio si rivela a ogni piè sospinto di inestimabile valore e straordinario interesse, passa in rassegna varietà e speciali giornalistici, conduttori e soubrette, molestatori e molestate (sotto la lente di Ugo Gregoretti), ius primae noctis e verginità, Cicciolina e coppie aperte, nudisti e codice Guala, che inibiva “relazioni sessuali troppo veristiche, indumenti e danze immodesti che potevano sollecitare bassi istinti”.

E lo fa senza commento, delegando il punto di vista autoriale “al mero montaggio”: un flusso diacronico, disseminato di chicche e singulti, dal Mike Bongiorno che “sono cambiati i tempi, abbiamo vallette che studiano”, ossia la “valletta filosofa” Sabina Ciuffini, all’ombelico della Carrà, dai piccoli seni – Playboy dixit – della Ciuffini contrapposti alle “poppe violente e ipervitaminizzate” americane, fino all’amore “passato dai sentimenti all’ottica”, complice la minigonna e i pantaloncini caldi (gli hot pants cuciti a Sabina dalla nonna).

Scorrono Stryz di Enzo Trapani e CanzonissimA, le Kessler e Rischiatutto, L’altra domenica e Comizi d’amore, Buonasera con… Franca Rame e Il Mattatore di Vittorio Gassman, e senza soluzione di continuità l’eterno, o giù di lì, italiano, ovviamente maschile e machista, quelli che “la donna vuole essere guardata” e “se trovo una ragazza senza verginità non si forma una famiglia per conto mio”. E i contraltari illustri, Lando Buzzanca e la frittata sexy, Marco Bellocchio e la coppia aperta ma a geometrie – da lui – variabili, Oreste Lionello in missione ironico-lubrica tra bikini e topless liberatori, al grido di bubù-tettete.

Insomma, uomini e donne prima di Uomini e donne, e che balzi indietro che abbiamo fatto: il politically correct ha menomato il coraggio, il cotto-e-mangiato spento la riflessione, sicché “non c’è più niente, oggi esistono solo i talk show politici, e la politica invecchia troppo presto”. Drasticamente è cambiata la gente, ancor più davanti alle telecamere: se non l’aura, c’era una sorta di reverenza, il desiderio esplicito di essere all’altezza del mezzo televisivo, e li abbiamo seppelliti tutti. “Rai e sesso sembra un ossimoro”, osserva Moroni, eppure non era così: dalla contraccezione ai tempi del diaframma al ginecologo contro l’oscurantismo sessista, si discettava e divulgava con pari ingenuità e coraggio. Sopra tutto, da entrambi i lati della barricata catodica ci si raccontava. Non più.

Parola di Unesco: il reggae diventa Patrimonio “immateriale” dell’Umanità

Stadio di Kingston, 22 aprile 1978. Marley è alle prese con l’ipnotica Jammin’, la canzone che invita i giamaicani alla riconciliazione nazionale. Bob chiama sul palco Michael Manley ed Edward Seaga, i leader dei due partiti che alimentano la guerra civile sull’isola. Li costringe a darsi la mano: il passo verso la pacificazione non sarà indolore, ma quello è il giorno in cui una musica “regionale” cambia le sorti di un angolo di mondo.

Ieri l’Unesco, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite, ha dichiarato il reggae Patrimonio (“immateriale”) dell’Umanità. La motivazione? Ha sollecitato le coscienze sui temi “dell’ingiustizia, della resistenza e dell’amore”. Dagli emarginati dei Tropici a una consapevolezza globale. Il riconoscimento dell’Unesco è qualcosa di più di una simbolica onorificenza: è, tra l’altro, la conferma che nel ritmo sensuale del reggae vi sia una “missione” politico-spirituale, ispirato com’è al “rastafarianesimo”, la religione che vedeva in Hailé Selassie, imperatore d’Etiopia, l’incarnazione del Messia. Grazie a Marley, ma anche a Peter Tosh o Jimmy Cliff e alla divulgazione di Eric Clapton, il reggae è uscito per sempre dal pittoresco recinto in cui i detrattori vedevano solo dreadlock, marijuana ed esotico sballo.

E il rock? Due anni fa a tentare l’Unesco (interpellando Franceschini) fu il governatore della Lombardia Maroni, musicista a tempo perso. All’Onu non registrarono segnali: un altro fiasco istituzionale italiano. Bisognerà alzare di nuovo il volume. In nome di Elvis.

L’Opera dei figli di

Sabato si aprirà la stagione dell’Opera di Roma col Rigoletto di Verdi diretto da Daniele Gatti con la regia di Daniele Abbado. È figlio del famoso direttore d’orchestra; il padre non è mai salito sul podio avvalendosi d’una regia del figlio, come invece fa Riccardo Muti. Ha la sua Chiara, attrice e regista, e ormai i suoi allestimenti operistici non possono prescindere dalla rampolla: com’è avvenuto il 25 novembre per l’inaugurazione del San Carlo con un corretto e soporifero (mi dicono) Così fan tutte di Mozart. Tutti i giornali, stampati e “in Rete”, hanno detto mirabilia di padre (settantasettenne, ma corvino di capelli) e figlia, sebbene si tratti d’un lascito del (politicamente) defunto Nastasi. Anche dei morti hanno paura.

La Scala s’inaugurerà con l’Attila di Verdi. Direttore Riccardo Chailly (egli, sessantacinquenne, i capelli li porta mogano-rame), regista Davide Livermore. L’allestimento sarà “di rottura” e, com’è ovvio, si svolgerà nell’epoca attuale. Il Maestro a tal punto teneva all’esattezza storica della produzione che, assente da Roma, incaricò l’amico Luccardi di mandargli uno schizzo del sublime affresco di Raffaello nella Stanza di Eliodoro dipingente Leone Magno che ferma il re unno alle porte di Roma: e se ne ispirarono Alessandro Algardi per il rilievo allocato nella Madonna della Colonna, Girolamo Muziano per l’affresco pure vaticano e il probo Francesco Borgani. Il quadro di tale pittore si trova nella piccola pieve di Governolo, sul Mincio: pare che fin lì, e non presso il Tevere, il Papa si fosse spinto per trattare col monarca invasore, scena capitale dell’Opera. Gl’interpreti attuali di Verdi lo ignorano. Non ce l’ho con Abbado junior: fa il mestiere di regista, ossia, come oggi lo si intende, di distruggere i testi che rappresenta: ma con lo Chailly, al quale, locupletatissimo e responsabile artistico della Scala, conviene che l’opera del compositore nazionale venga dilacerata.

Il maestro Gatti (da castano, oggi corvino) promette un Rigoletto “innovatore”. Tale sarebbe se riuscisse a rispettare la partitura di Verdi per com’è effettivamente scritta; ne ho qualche dubbio. Ma accetta che il regista ambienti la vicenda sotto la Repubblica di Salò. Verdi vuole una Mantova rinascimentale, scrive danze in stile antico per ambientare storicamente la vicenda, e il Mincio te lo fa sentire con pochi tratti durante una tempesta notturna. Gatti, a differenza di Chailly, ha studiato composizione: chi glielo fa fare? Difendesse l’opera drammatico-musicale di Verdi, e assumerebbe un ruolo “innovativo”. Ma i giornali, le televisioni, i blog, non parlerebbero di lui. I volgarissimi del “generone” e gli arricchiti vecchi e nuovi di regime andranno ad applaudirlo, come a Milano Chailly, come a Napoli Muti e figlia. Dice Flaubert, nell’epitaffio del visconte Dambreuse dell’Educazione sentimentale, ch’era così avido di soldi e di riconoscimenti, che “avrebbe pagato per vendersi”.

Ancora mi ripeto. Perché dalle nostre tasse debbono prendersi i soldi per sostenere costoro e consentire a quattro cretini sfaccendati di applaudir loro e correre ad abboffarsi, neanche finiti gli applausi, ai pessimi cocktails-cena in piedi che seguono?

Non ci sono Taranto e Bagnoli, atroci piaghe sociali ed ecologiche da risanare? Non c’è la disoccupazione giovanile al sud? Non ci sono i cosiddetti critici musicali da inviare negli altoforni ad apprendere che cos’è il vero lavoro, invece di campare con le cronache rosa sui miracoli dell’accoppiata padre-figlia?

 

Cohen confessa: “Ho mentito, vidi i russi per il progetto Tower a Mosca”

“Ho mentito davanti al Congresso degli Stati Uniti sul ruolo che ho avuto nel progetto immobiliare in Russia del presidente Donald Trump per la costruzione delle Tower a Mosca”. Con queste parole Michael Cohen, l’ex avvocato personale del presidente Usa, si è dichiarato colpevole, mettendo fine a un altro capitolo del Russiagate. L’indagine condotta dal procuratore Robert Mueller sui legami del presidente con Vladimir Putin e le ingerenze di quest’ultimo nelle elezioni del 2016. L’ex legale di Trump – già dichiaratosi colpevole per frode bancaria e violazione delle regole sui finanziamenti della campagna elettorale raggiungendo così un accordo con i procuratori di New York – ha ammesso di aver mentito per non inficiare la versione di Trump. Al contrario – ha confessato – nel 2016 parlò del progetto Trump Tower con un assistente di primo piano di Putin, e dopo aver riferito alla famiglia Trump, contattò il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov.

“Ciò che dice non è vero – ha tuonato the Donald dalla scaletta dell’Air Force One che lo porta al G20 in Argentina – “è un uomo debole che cerca uno sconto di pena”. Quella del procuratore Mueller, secondo the Donald, è “una caccia alle streghe in stile Joseph McCarthy che ha già distrutto così tante vite innocenti e fatto spendere ai contribuenti 40 milioni di dollari riuscendo a dimostrare una sola cosa che non c’entra con l’ingerenza russa nelle elezioni del 2016. Molto ridicolo!” . Salvo poi annunciare in volo che a Buenos Aires non incontrerà Putin come da agenda. D’altra parte il presidente ci ha tenuto a mantenere aperta la possibilità di graziare l’altro imputato nel Russiagate, Paul Manafort, che nei giorni scorsi ha perso lo status di collaboratore proprio per un’altra menzogna. Tutto questo mentre si intravede la possibilità che l’avvocato dell’ex capo della campagna elettorale di Trump abbia tenuto aggiornati i legali del presidente sulle discussioni del suo cliente con il procuratore per tenersi aperta la porta proprio per un’eventuale grazia. Intanto Trump ha fatto sapere di aver consegnato le risposte scritte alla corte di Mueller nelle quali – secondo indiscrezioni – avrebbe dichiarato che l’ex consigliere Roger Stone non gli aveva parlato di Wikileaks, né di un incontro alla Trump Tower nel 2016, tra suo figlio, i funzionari della campagna elettorale e un avvocato russo che prometteva “fango” sulla rivale Hillary Clinton. Si tratterebbe dell’ultimo tassello del Russiagate che Mueller stava aspettando.

“Pegaso 3”, come rendere inoffensivo il cronista dissidente

Piove su Herzilya Pituah, il piccolo sobborgo bomboniera alla periferia nord di Tel Aviv. Piovono accuse molto serie sulla Nso, la società israeliana che ha sviluppato lo spyware in grado di prendere il controllo e sorvegliare qualsiasi smartphone, che qui ha la sua sede.

Con l’assassinio del dissidente saudita Jamal Khashoggi all’interno del consolato del regno wahabita a Istanbul, è emerso chiaramente come il giornalista – che collaborava con il Washington Post ed era critico nei confronti della famiglia regnante e soprattutto verso il principe ereditario Mohammed bin Salman – era sotto controllo. Nel suo smartphone grazie a un link in una email ricevuta era stato installato Pegasus 3, il nuovo sistema di spyware della Nso. Forbes ha definito Pegasus “il kit di spy mobile più invasivo del mondo”, con un monitoraggio quasi illimitato. Adesso, rivela il New York Times, lo stesso sistema di spionaggio del cellulare è stato ampiamente usato in Messico per spiare giornalisti, oppositori e attivisti dei diritti civili. Molti dei quali poi sono scomparsi misteriosamente, altri sono stati assassinati.

Dall’inizio della presidenza di Enrique Pena Nieto nel 2012, 47 giornalisti sono stati assassinati in Messico, 15 soltanto negli ultimi 18 mesi. Un’indagine federale in Messico ha accertato l’uso illegale da parte del governo dello spyware, che venne acquistato nel 2013 allo scopo di colpire terroristi e narcotrafficanti. Il governo messicano ha risposto alla relazione dicendo semplicemente di non poter commentare i dettagli delle indagini in corso.

Il Messico è, così come l’Arabia Saudita, diventato un emblema dell’uso problematico di spyware. Naturalmente in un Paese come Israele nulla può accadere se il ministro della Difesa non dà il suo parere, soprattutto quando si tratta di prodotti sensibili e ad alta tecnologia. Apparentemente – nonostante i grandi titoli sui giornali – il governo nega ogni imbarazzo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente espresso l’orgoglio per i legami stringenti con gli Stati del Golfo e altri Paesi. Il messaggio è chiaro: Israele è disposto a vendere queste tecnologie legate alla sicurezza per rapporti più stretti nella sua battaglia strategica contro l’Iran.

Il quotidiano Haaretz ha messo i suoi migliori reporter su una lunga inchiesta sul caso Pegasus. Con L’Arabia Saudita l’accordo è stato firmato nell’estate del 2017, solo pochi mesi prima che il principe ereditario MBS iniziasse la sua epurazione degli oppositori del regime. Furono arrestati e torturati membri della famiglia reale e uomini d’affari accusati di corruzione. Nei mesi successivi i sauditi hanno continuato la caccia agli oppositori che vivevano all’estero, culminata lo scorso ottobre con l’omicidio di Khashoggi. Pegasus segnala la posizione del telefono, è in grado di ascoltare le conversazioni nelle vicinanze, fotografare chi si trova nelle vicinanze, leggere e scrivere messaggi, email, scaricare app e penetrare quelle già nel cellulare, accedere a foto, clip, calendario e l’elenco dei contatti. E tutto in totale segretezza.

Le indagini di Haaretz hanno anche rivelato che le compagnie private israeliane hanno venduto software di spionaggio a Paesi dove la democrazia è un concetto sfumato: Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Angola, Mozambico, Repubblica Dominicana, Azerbaigian, Swaziland, Botswana, Bangladesh, El Salvador, Panama e Nicaragua. Ma anche a Malesia, Vietnam, Messico, Uzbekistan, Kazakistan, Etiopia, Sud Sudan, Honduras, Trinidad e Tobago, Perù, Colombia, Uganda, Nigeria e Ecuador.

“Le informazioni presentate da Haaretz sull’azienda, sui suoi prodotti e il loro uso sono sbagliate, basate su voci e pettegolezzi parziali”, replica la Nso, “la presentazione distorce la realtà”. “La società – è la linea di difesa ufficiale – ha un comitato etico indipendente e indipendente come nessun’altra azienda come questa. Comprende esperti in affari legali e relazioni internazionali. Il comitato esamina ogni accordo in modo che l’uso del sistema avvenga solo in base agli obiettivi consentiti di investigare e prevenire il terrorismo e il crimine”.

“Ma è difficile restringere le possibilità dei clienti – spiega Roy T., esperto israeliano nel cyberware – non puoi vendere a qualcuno una Mercedes e dirgli di non guidare più veloce di 100 chilometri all’ora. La verità è che le compagnie israeliane non sanno quale sarà l’uso dei sistemi che vendono”.

Il “cavaliere Jedi” difende il forziere russo

Andrey Kostin, capo della banca statale russa VTB, l’enorme cassa di risparmio dei cittadini della Federazione e dei fondi del Cremlino, è temuto da tutti per il broncio perennemente accigliato sotto gli occhi sottili.

Con nuove sanzioni anti-russe in arrivo da Usa e Europa, Kostin ha deciso che era il momento giusto per vestirsi da maestro Jedi della saga cinematografica Guerre Stellari e incontrare “i cavalieri della galassia VTB”. Ad una festa organizzata per gli investitori della banca, con tunica rossa, barba e capelli finti, Kostin è apparso all’improvviso ha bucato il buio della sala urlando: “La stella della morte ha provato ad intimidirci con le sanzioni e attaccare il nostro universo!”. Lo ha seguito a ruota Yuri Soloviev, suo braccio destro del settore investimenti, che ama il suo collega più della sobrietà e si è vestito da Luke Skywalker. Piroette dei ballerini, luci lampeggianti, sullo schermo la versione sovietica di Star Wars serviva ad accaparrarsi la fiducia di correntisti rimasti invece sorpresi ai tavoli della cena di gala. I due banchieri erano già riusciti a suscitare lo stupore del settore finanziario quando, travestiti da Stalin e Krushev nel giorno di Halloween 2017, avevano cantato in coro: “Investitori di tutto il mondo, unitevi”.

Figlio dell’eminente economista sovietico Leonid, Kostin è dallo scorso aprile nella lista delle sanzioni stilata dagli Stati Uniti per l’annessione da parte della Russia della Crimea, nel 2014. Qualcuno lo chiama “banchiere di Putin”, qualcun altro “il sopravvissuto”, perché siede sulla poltrona più alta della VTB da 15 anni. Quando è finito nello scandalo del Panama Papers – perché la RCB, affiliata alla VTB, è stata usata per far transitare miliardi su conti offshore intestati ad un amico del presidente Putin – il funzionario ha risposto dicendo che l’indagine doveva concentrarsi su altri fronti, come, ad esempio, sui conti nascosti nei paradisi fiscali dal presidente ucraino Poroshenko.

“L’incidente a Kerch l’ha organizzato lui artificialmente prima delle elezioni” ha dichiarato Kostin. Se il banchiere usa il costume di Star Wars, Poroshenko va in giro in divisa; ha esteso a tutti i cittadini russi residenti in Ucraina restrizioni su viaggi e prelievi bancari per “misure di sicurezza per prevenire l’invasione russa”. La NBU, banca nazionale Ucraina, ha invece dichiarato l’insolvenza delle filiali della VTB nel paese per “crisi di liquidità”.

La banca russa ha deciso di fare appello in tribunale, ma Kostin ha già sentenziato: “L’Ucraina è come il Paese delle Meraviglie di Alice: accadono solo cose incredibili per il senso logico”.

I tweet di Trump scuotono il G20, in attesa della Cina

Come da copione, il G20 di Buenos Aires inizia sotto i colpi di tweet di Donald Trump. Quello che ha le conseguenze politiche più immediate è l’annuncio che il previsto incontro bilaterale con Vladimir Putin salta nonostante lo avesse confermato poco prima. “Sulla base del fatto che la nave e i marinai non sono stati riconsegnati all’Ucraina dalla Russia, ho deciso che sarà meglio cancellare il mio incontro precedentemente programmato con il presidente Vladimir Putin”, è il messaggio consegnato ai social da parte del presidente Usa. A cui, a stretto giro, risponde lo stesso Putin annunciando che così avrà “due ore di tempo in più da destinare a incontri utili”. Colpi di scena che riguardano anche gli incontri con il presidente turco Erdogan e quello sudocoreano. Sull’Ucraina è chiaro l’obiettivo di alzare la tensione anche se il dossier sarà al centro del vertice Nato di Bruxelles, martedì e mercoledì prossimi.

L’altro tweet, completato da una dichiarazione rilasciata qualche ora prima di partire per Buenos Aires riguarda l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping, dato per probabile: “Forse ci sarà anche un accordo”, spiega Trump, anche se la situazione attuale “è preferibile, visti i miliardi che gli Usa incassano” dai dazi applicati alle merci cinese. Questo dossier sarà quello che potrebbe segnare maggiormente i lavori del G20 e offrire un quadro dei rapporti di forza internazionali.

La contraddizione resta la solita: l’economia è sempre più globalizzata, ma le politiche dei governi spingono sull’acceleratore del protezionismo. E nei rapporti tra Washington e Pechino questo è quanto mai evidente. Si prenda il caso più delicato e meno visibile: il confronto sulle nuove tecnologie e soprattutto sull’intelligenza artificiale. Esiste un rapporto della Casa Bianca denominato “Come l’aggressione economica della Cina minaccia le tecnologie e la proprietà intellettuale degli Stati Uniti e del mondo”. Nel testo, pubblicato lo scorso giugno, si parla apertamente delle “4 categorie di aggressione” da parte della Cina: protezionismo, aumento delle quote nel mercato mondiale, “trappola del debito” e primato manifatturiero della cosiddetta “fabbrica del mondo”. Si parla di “furto” dei brevetti, di cyberspionaggio e pirateria informatica. E si stimano tra i 180 e i 540 miliardi di dollari i costi annui di tale aggressione.

La questione dello scontro su tecnologie e intelligenze artificiali è diventata delicatissima. Il settimanale The Economist gli dedica la copertina, The chip wars, proprio alla vigilia del G20 sottolineando che su semiconduttori e industria dei chip si gioca la partita dell’economia digitale e della sicurezza nazionale. Gli Usa erano già intervenuti con Barack Obama sulla questione bloccando gli scambi di Intel con la Cina. Trump è intervenuto per frenare gli scambi di Qualcomm a Singapore e per inibire quelli della cinese Zte. La Cina ha annunciato con Jinping l’obiettivo dell’autosufficienza – come dimostra lo sviluppo dei giganti Alibaba, Baidu e Huawei –, contro la quale il governo degli Stati Uniti ha lanciato una campagna di boicottaggio presso i governi alleati.

Scendendo poi nel mercato di largo consumo c’è lo scontro dei telefonini di nuova generazione 5G. Nel 2019 Huawei e Zte pianificano il lancio del primo smartphone compatibile con tale tecnologia. Gli operatori cinesi della rete pianificano investimenti per circa 400 miliardi di dollari nei cinque anni sino al 2020 e secondo le previsioni della società di consulenza Deloitte, nel 2025 la Cina sarà il primo mercato del 5G, con 430 milioni di utenze, una cifra più che doppia rispetto a quella stimata per il mercato Usa. Come evidenzia l’Economist, però, il terreno della tecnologia digitale è “un inno alla globalizzazione” perché per ogni industria americana ci sono almeno 16 mila fornitori di cui la metà all’estero degli Stati Uniti e buona parte in Cina. Le ragioni della globalizzazione economica e quelle del protezionismo americano si sposano dunque con fatica.

L’incontro al G20 argentino sarà utile, dice Trump, se otterrà vantaggi evidenti per gli Stati Uniti. Quindi non dovrebbe toccare la situazione dei dazi attuali che riguardano circa 200 miliardi di beni importati dalla Cina più 50 miliardi dell’acciaio. L’Amministrazione Usa pensa ad ampliare la lista ad altri 267 miliardi di beni ed è probabile che su questo verteranno i colloqui bilaterali. Oppure sulla riduzione del deficit commerciale. Ma la contraddizione resta e continuerà a segnare gli scenari internazionali.

Mail Box

 

Il salto nel buio per l’Italia sarebbero nuove elezioni

La discussione su cosa dovrebbe fare il M5S con la Lega non ha scalfito le mie certezze.

Per mesi, i politici “di prima” hanno vivacchiato su molte certezze poi rivelatesi infondate, tra queste c’era l’idea che all’italiano non piaccia buttarsi nel vuoto e rischiare. Una considerazione di certo vera ma mancante di un dettaglio fondamentale: il renzusconismo ha talmente irritato la gente, la sua esistenza ha talmente infastidito gli elettori, e la spocchia, l’inciucio, l’arroganza, la supponenza, la menzogna, il crimine vero e proprio hanno talmente esacerbato la rabbia delle persone che letteralmente ogni altra cosa è meglio. Gli italiani non hanno fatto un salto nel buio, erano al buio già prima e hanno visto nel Salvimaio un’ancora di salvezza; ciò nonostante, l’idea secondo cui all’italiano non piace buttarsi nel vuoto è vera, siamo costantemente alla ricerca della campana di vetro perfetta sotto cui nasconderci. Ora è l’alternativa al governo Salvimaio che spaventa: rappresenterebbe davvero un salto nel buio, questa volta vero, per tantissime persone. Mentre sto scrivendo c’è la notizia dell’Anticorruzione approvata alla Camera.

Ci sono stati problemi, forse si metteranno a posto, forse no, ma rispetto a una nuova fibrillazione da campagna elettorale – doppia perché ci sarebbero anche le Europee – e alla possibilità che, di nuovo, ci ritroveremmo allo stesso punto avendo perso solo tempo e forse finendo in una situazione anche peggiore, lo stato delle cose è migliore.

G.C.

 

Le querele e i risarcimenti sono il prezzo della verità

Mi dispiace per le vostre vicende “giudiziarie”.

Secondo me sono il prezzo che si deve pagare per affermare la verità. Vi prego d’ora in poi di riportare la notizia, io capirò. Noi lettori possiamo comprendere. Purtroppo i querelanti hanno un forte bisogno di euro. Più volte sul Fatto è stato riportato. Purtroppo tanti italiani hanno già dimenticato da dove veniamo. Oggi in tv ascoltare quelle frasi sulla riforma della giustizia, del lavoro, della famiglia etc, mi crea un disgusto veramente forte. Le posso dire che quelli del Pd quando parlano perdono automaticamente consenso. Da un lato c è il Pd “aiutiamo la gente”. Dall’altro lato quello che contesta le manovre di aiuto alle persone. È solo un esempio. Questi sono affamati di soldi, e non perdono occasione.

Lettera firmata

 

I cittadini respingono le lezioni calate dall’alto

Se Monti afferma che “i governi dovrebbero operare con maggiore indipendenza rispetto ai parlamenti ed educarli”, gli fa eco Eugenio Scalfari quando dichiara che “l’oligarchia è la sola forma di democrazia”. Al coro si è unisce un commissario Ue a pontificare: “I mercati insegneranno agli Italiani a votare nel modo giusto”. Anche altre istituzioni internazionali sono entrate nel merito delle nostre leggi, raccomandando di non modificare alcune di esse (il Jobs Act e la riforma Fornero). Ecco dove andavano a parare le riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi: ridurre gli spazi di democrazia – con la scusa della governabilità – per instaurare regimi formalmente democratici, ma sostanzialmente autoritari, per rispondere con la massima sollecitudine ai diktat della finanza creativa. Ma hanno fatto i conti senza l’oste, perchè quei progetti liberticidi sono stati respinti dai cittadini.

Maurizio Burattini

 

Treviso modello del riciclo? Un sistema pieno di ombre

Da diverso tempo tiene banco sui media il “modello Treviso” come esempio virtuoso da seguire per il riciclo dei rifiuti urbani attraverso la raccolta differenziata. È proprio così?

Da trevigiano dovrei rallegrarmi leggendo dati e percentuali egregi che descrivono un sistema praticamente perfetto. Peccato siano gli uffici stampa e marketing delle aziende del settore a fornirle, come dire che è l’oste stesso a certificare la bontà del proprio vino.

C’è stato sì uno sforzo per cambiare rotta rispetto agli anni 80, ma non unidirezionale.

Le ombre che gravano sul nostro virtuoso modello sono le centinaia di cave – siamo la provincia “groviera” d’Italia per escavazioni – utilizzate per ogni sorta di rifiuto, anche quelli speciali. Per non dire dei pozzi artesiani dove scaricare senza remore in mezzo ai campi, dei liquami d’ogni tipo raccolti e sparsi a mo’ di concime o delle falde acquifere drammaticamente inquinate. Ricordo il caso dell’atrazina e il divieto di raccogliere frutta e verdura e di utilizzare l’acqua potabile. Ci siamo comportati e continuiamo a farlo come la domestica che nasconde tutto sotto il tappeto. In altre regioni si stigmatizzano le “cordigliere” d’immondizia nei centri e nelle periferie, noi abbiamo le “dolomiti” di spazzatura. Modello Treviso? Vediamo d’intenderci bene di che modello parliamo però!

Vittore Trabucco