Lei tenta il suicidio perché lui si è dimenticato di farle gli auguri di compleanno: lui è un pirla, d’accordo, ma anche lei non scherza. Ridotto così, The Deep Blue Sea sembra un testo banale, e forse lo è, come la vita è banale, l’ha detto il Papa.
Prodotto dai Teatri Nazionali di Roma e della Toscana, e in tour fino a febbraio, The Deep Blue Sea è opera del poco frequentato drammaturgo inglese (Sir) Terence Rattigan, mentre regista è Luca Zingaretti che, per la prima volta, dirige la moglie Luisa Ranieri, alias Hester Collyer Page, la sciagurata protagonista.
La sua disavventura dura poco meno di ventiquattr’ore, dalle 9 del mattino in cui viene ritrovata priva di sensi in casa – sopravvissuta al tentato suicidio – alle 11 di sera in cui decide di riprendere in mano la propria vita, eventualmente per provare a togliersela di nuovo. “Cosa avrei fatto io al suo posto? – si chiede il regista nelle note –. Che cosa succede se ci si innamora della persona sbagliata?”: Hester, infatti, ha abbandonato il ricco e potente marito (un giudice dell’Alta Corte che non ha nessuna intenzione di concederle il divorzio per salvare la reputazione) per il povero e inconsistente Freddie, un toy-boy, ex pilota della Raf col vizio dell’alcol e del golf, che lo portano spesso lontano dalla possessiva amante.
Pur evanescente, Freddie è meno cretino di come lo disegnano: è il primo a capire, infatti, che il suicidio è un ricatto e che i due, insieme, sono “uno la morte dell’altra”. A salvare la donna, soprattutto dall’autocommiserazione, è la pettegola e vivace comunità condominiale: la portinaia, la coppia di vicini perbenisti, l’ex medico Miller (Aldo Ottobrino), il personaggio più divertente (e l’attore più in parte), che risolleva la lacrimosa vicenda con una spruzzata di veleno e cinismo.
Dottore a parte, nell’allestimento italiano lo humour nero e il graffio britannici non sono sempre valorizzati dagli interpreti o apprezzati dal pubblico, che, pure, si lascia andare a calorosi applausi sul finale. L’ensemble (Maddalena Amorini, Giovanni Anzaldo, Alessia Giuliani, Flavio Furno, Luciano Scarpa, Giovanni Serratore) è affiatato e molto ben condotto, e convince la scelta registica di affidare alla recitazione, molto più che alle musiche e all’effettistica, il ritmo della messinscena. Poi, certo, c’è qualche psicologismo di troppo, ma questo da testo, qualche “libro di Jane Austen” di troppo, ma questo da testo, qualche struggimento di troppo, da testo e da palco: eppure, sono proprio i toni pacati e dimessi di Hester a rendere la trama credibile e angosciante. “Donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio”, scriveva Pavese alla vigilia del suicidio. Ma è un’altra storia: qui la vita è quella cosa che ancora accade, una volta morta la speranza.