Pisa. Cambiano le insegne politiche, non l’inconscio amore per il cemento

 

Gentile direttore, non è la prima volta che il professor Montanari si occupa di Pisa, lo ricordo a perorare la causa della Chiesa di San Francesco chiusa per il crollo di porzione del tetto. Oggi il pretesto è criticare le proposte della giunta di centrodestra, senza conoscerle; il piglio polemico è mutuato da uno dei suoi maestri, il professor Settis, che ci ha già dato dei “bruti” e degli “arroganti”. In modo semplice come si confà ad un sindaco concreto e consapevole dei propri doveri, faccio notare al professor Montanari due cose: non ho mai detto che le bancarelle torneranno in Piazza dei Miracoli e, qualora lo facessero sarà in via transitoria, concordando con l’amministrazione le categorie merceologiche. La paccottiglia veniva venduta all’interno del complesso monumentale nei decenni di governo Pd, ma forse il professor Montanari era distratto. Sull’Acquedotto la proposta ha creato dibattito, ma quelli che la criticano si sono svegliati da un torpore lungo oltre settant’anni, durante i quali ci sono stati crolli, demolizioni per consentire attraversamenti stradali, incroci transennati con ponteggi arrugginiti. L’integrità del monumento è perduta da tempo nell’indifferenza generale. Ricordo inoltre che in nessun programma di mandato, prima del nostro, si prevedeva il “recupero definitivo dei Condotti Medicei”. Ho invitato architetti e ingegneri a proporre soluzioni alternative, da condividere magari in un convegno aperto insieme alla Soprintendenza. Esorto il professore Montanari a non farsi offuscare la mente dalla sua vocazione ideologico-militante. Venga a Pisa e scoprirà che non sono arrivati i barbari in città. E la Chiesa di San Francesco, grazie al nostro interessamento concreto e quello del Sottosegretario Borgonzoni, ha ora ottenuto i sei milioni necessari per la ristrutturazione.

Michele Conti, sindaco di Pisa

 

No, sindaco, si rassicuri: non è la prima e non sarà l’ultima volta che mi occupo di Pisa, città in cui ho studiato per dieci anni, alla Scuola Normale. E la conosco abbastanza per comprendere che non cambia nulla: tranne che nel tasso di barbarie che, sì, dal Pd alla Lega è ancora riuscito a salire. Non cambia nemmeno la fumisteria dei sindaci: le bancarelle possono tornare sotto la Torre Pendente, ma in via “transitoria” (cioè, in Italia, in eterno), e se venderanno plastica cinese o artigianato locale, lo “concorderemo”. L’Acquedotto non sarà demolito (come diceva in campagna elettorale), ma “smontato”. E poi la propaganda: contro i professoroni gufi (alla Renzi), e a favore del governo che dà i soldi all’amministrazione amica (soldi, in verità, chiesti anni fa dalla soprintendenza, e continuamente sollecitati dai comitati cittadini). Il diavolo, tuttavia, è nel dettaglio: le chiese medioevali si restaurano, non si “ristrutturano” come scrive lei. Cambiano le insegne politiche, non l’inconscio amore per il cemento.

Tomaso Montanari

L’amica geniale e quel problema di neorealismo

La prima impressione è avere sbagliato canale. Non si vede in giro un commissario, un prete, un mentalista impegnato a far trionfare il bene sul male. Non un frate, un sacrestano. Eppure è Rai1, prima serata, prima puntata dell’Amica geniale tratta dai romanzi di Elena Ferrante che hanno sbancato negli Stati Uniti al punto di convincere la geniale HBO a coprodurre una serie così remota dai canoni di Raifiction, premiata da ascolti che fanno capire come il pubblico sia più sofisticato di quanto fa comodo immaginarlo. La Napoli della Ferrante fa un po’ Londra di Dickens (si parva licet), “il miracolo dell’amicizia” resta il più ambiguo e il più letterario dei sentimenti, la regia dilatata di Saverio Costanzo riporta la memoria a quando le serie si chiamavano romanzi sceneggiati.

C’è del genio nella scelta delle bambine protagoniste Lenù (Margherita Mazzucco) e Lila (Gaia Girace); assai meno nella ricostruzione radiocomandata del rione partenopeo che nelle pagine della Ferrante è un corpo onnipresente, palpitante; insomma, rifare Napoli in un set è come surgelare la pizza, può andar bene giusto per gli americani. L’alibi è la riscoperta del neorealismo, il fantasma di Rossellini con tanto di citazione della corsa di Anna Magnani in Roma Città aperta. Souvenir d’Italie, tanto valeva piazzare sullo sfondo anche la Torre di Pisa. Uno si sveglia una mattina e dice: dai, torniamo al neorealismo. Ma il neorealismo cos’era? L’esatto contrario della sua riproduzione in provetta.

Meb: 10 mosse per distruggere persino Tafazzi

Da sempre impegnata a distruggere dall’interno il suo partito, Maria Elena Boschi ha coerentemente continuato a sbagliare tutto anche dopo il 4 marzo. Ella, con ciò, intende dimostrare come non indovinarne una neanche per disgrazia sia possibile. Cerchiamo ordunque di ripercorrere per sommi capi il mirabile compendio che Mary Helen Woods ha inteso regalarci: “Come radere al suolo se stessi in dieci mosse”.

1. Col Salvimaio appena nato, posta a giugno su Instagram la foto del suo splendido gattino. L’operazione acchiappa-like si rivela però un disastro, perché l’aretina meno amata dagli aretini ha la bella pensata di chiedere agli internauti: “Come lo chiamiamo?”. Mitologiche le risposte: “Gigino”, “Dibba”, “Etrurio”. Prima di lei i mici sui social erano garanzia di simpatia, ma lei è riuscita a sfatare pure questa legge scritta: il suo nome è Leggenda.

2. La mandano a Bolzano perché quello è uno scranno sicuro e lì il Pd non può proprio scendere. Poi Bolzano torna al voto a ottobre e la percentuale del Pd si rivela paragonabile a quella della Lega Antiabortista di Ferrara. In sette mesi ha saputo bombardare ogni cosa anche in Alto Adige. Daje Meb!

3. Va a Catania per fare la sfilata davanti alla nave Diciotti, lei che fino a quel momento non aveva parlato praticamente mai di immigrazione. Tu chiamalo, se vuoi, sciacallaggio politico. O anche solo essere alla canna del gas.

4. Si fa fotografare da Oliviero Toscani, il cui genio è noto, e quando le foto escono – ora con un bel pigiamino color morte e ora con quei capelli misteriosamente lucidi alla Cruciani – perfino Toscani si dissocia da se stesso. Daje Meb!

5. Spiega con Luigi Marattin perché l’Unione europea ha bocciato la manovra, che è un po’ come se Gigi Il Merda spiegasse Hegel alla Sorbona.

6. Si scaglia contro il condono di Ischia a firma 5 Stelle. E farebbe anche bene. Se solo non fosse la stessa che, quando il suo governo regalava voluntary disclosure a manetta, non mostrava analogo piglio moralista.

7. Disserta di vaccini, lei che a tempo perso insegna Immunologia all’Università di Laterina, per poi esibirsi in avvincenti intemerate sul decreto Genova. Quando è in vena di citazioni, spara pure un “Verrà un giorno” attingendo addirittura dal Manzoni. E nel farlo si sente figa come nessuno.

8. Ogni volta che apre bocca, scandisce comicamente le sillabe come se qualcuno le avesse ordinato di parlare per forza in stampatello, imparando già che c’è ogni cosa a pappagallo e sproloquiando col Caps Lock perennemente impostato. Il suo fluente eloquio è come una forchetta che infierisce con sadismo random su una lavagna ingiustamente vessata.

9. Sforna un video mitologico su Facebook, a metà tra i Dolce & Gabbana in salsa cinese e le gemelline di Shining, con luce da obitorio mesto e recitazione da attrice protagonista in Boris. Poi la mena con l’equazione padre mio-padre di Di Maio, sebbene la prima vicenda non c’entri una mazza con la seconda. Quindi dà del “fascista inviato del Fatto” a Di Battista e – con consueto acume social – cancella il post in cui l’ex deputato 5 Stelle le aveva risposto nella sua bacheca. Nel magico mondo della Boschi, evidentemente, nessuno le ha ancora detto che esiste una cosa chiamata screenshot.

10. Attacca Zagrebelsky, che ha votato “no” e sdoganato il grillismo salvo poi accorgersi in ritardo – dice lei – di quanto sia zozzo il Salvimaio. Il sottotesto voleva essere questo: “Se aveste votato ‘sì’ il 4 dicembre, a quest’ora vivremmo nell’Eden”. Mica lo ha capito che, per milioni di italiani, chiunque rispetto a lei risulta meno indigesto. E persino un Toninelli, o se preferite una Castelli, sembran quasi intellettuali. Più che una politica, Mary Helen Woods è la risposta livorosamente tragicomica e quasi glamour a Tafazzi: daje Meb!

Tutti quegli Ulisse appesi alle spalle dei loro Telemaco

Mentre le pagine dei quotidiani traboccano di dettagli sulle assunzioni in nero di papà Di Maio nella sua azienda e mentre il dibattito collettivo è impegnato a mettere a confronto le vicende del padre dell’attuale vicepremier con quelle di papà Boschi e di papà Renzi (sotto diretto suggerimento della progenie Pd, tra l’altro), non possiamo non notare come la lista dei padri ingombranti vada allungandosi ogni giorno di più.

Nessuno aveva informato Telemaco che, mentre lui brigava per meritarsi l’eredità genitoriale, Ulisse nel frattempo ne stesse combinando di tutti i colori. Ed eccoli qui: un Ulisse (babbo Renzi) che se ne va in giro a impicciarsi di Consip grazie allo stesso cognome del figlio premier e si fa indagare per traffico d’influenze (con richiesta di archiviazione); un altro Ulisse (babbo Boschi) che, da semplice consigliere d’amministrazione, diventa nientemeno che vicepresidente di una banca grazie al potere riflesso di una figlia che è appena diventata ministro; un terzo Ulisse (Di Battista senior) che sfrutta in ogni situazione la notorietà del figlio per attirare su di sé i riflettori, una volta rivendicando il proprio essere ‘fascista’, un’altra strillando contro il presidente della Repubblica sui social fino a farsi indagare per vilipendio al capo dello Stato; e infine l’ultimo (Di Maio padre), che intesta il 50% delle azioni della propria impresa al figlio, dimenticandosi però di informarlo di aver fatto lavorare in passato alcuni operai in nero.

E dire che Telemaco se ne stava sulla riva anelando il ritorno del padre perché riportasse giustizia a Itaca: tutto considerato, conveniva vedersela direttamente coi Proci e lasciare che papà continuasse la sua Odissea altrove. Auspicabilmente il più lontano possibile dalla carriera politica della prole. Eh sì, perché se c’è un elemento comune a tutte queste situazioni, molto diverse tra loro ma che guardacaso investono i quattro principali giovani leader che hanno abitato la scena politica degli ultimi anni, è un’inquietante tendenza genitoriale al parassitismo. La scomparsa del padre-padrone nella società contemporanea combacia con vicende biografiche che raccontano di figure paterne pronte a vampirizzare i successi dei pargoli a proprio vantaggio, genitori che hanno scambiato l’autorità con i benefit. Così l’onda della generazione Telemaco, che entra nella Storia carica di progetti ambiziosi, come quello di sbarazzarsi della vecchia classe dirigente (la “Rottamazione”) o di cambiare il corso degli eventi (il “governo del cambiamento”), s’infrange contro l’impossibilità di smarcarsi dalla modestia di genitori avidi o presenzialisti, comunque eccessivamente ‘concreti’. Di fronte a questi exploit paterni che si abbattono come ruspe, in piena retorica salviniana, sulle carriere dei figli, sui loro percorsi, sulla credibilità faticosamente guadagnata, si presenta la scelta: decidere di agire in correità col padre nel tentativo di proteggerlo, per affetto o per non veder intaccato il proprio buon nome (ma soprattutto cognome), o prendere le distanze nel tentativo di smarcarsi dall’equazione tale padre tale figlio? A prescindere dalla correttezza del comportamento che si sceglie di adottare, comunque, resta di fatto uno smisurato spreco di energie, politiche e non, comune a tutti i Telemaco in causa, nel tentativo di arginare la potenza distruttrice di una schiera di Ulisse che non si sono mai liberati dal canto delle sirene, ma anzi hanno aspettato che i figli arrivassero al potere per metterne in atto i suggerimenti.

Urbino è salva, ma adesso il resto?

Grazie al Tar delle Marche, presieduto da Maddalena Filippi, già segnalatasi come valente avvocato dello Stato, il centro storico di Urbino, uno dei più belli e conservati al mondo, è di nuovo vincolato integralmente. C’è voluto un quindicennio di traversie giudiziarie, ma finalmente è stata sanzionata la validità dei vincoli generali apposti dal Soprintendente regionale Francesco Scoppola già autore del recupero integrale del romano Palazzo Altemps oggi sede della collezione Ludovisi.

Urbino era stata protetta dal piano regolatore del ’64 e da ben due leggi speciali dello Stato (promosse da intellettuali come Paolo Volponi) che l’avevano salvata da un disastroso scivolamento a valle. Ma c’era insofferenza verso i vincoli di tutela di questa città originata dal Municipium, non si voleva capire che il vincolo integrale sulla città romana, medioevale, rinascimentale e settecentesca (l’urbinate papa Clemente XI Albani, finito il Ducato, l’aveva sollevata da una crisi spaventosa con grandi opere) facilitava la tutela.

Anche del paesaggio rimasto intatto verso l’Appennino umbro-toscano, il paesaggio di Piero della Francesca e di Raffaello. Che aveva entusiasmato Carlo di Inghilterra al punto di liberarsi di ogni scorta per salire “verso quella meraviglia” dei Torricini e di dipingere poi come un viaggiatore del Grand Tour certi delicati acquerelli esposti alla Casa di Raffaello nel ’90.

Francesco Scoppola prese decisioni molto coraggiose, vincolando anche le parti non protette della città antica, che costituiscono il grimaldello per far saltare il contesto. Contro tali misure il Comune fece subito ricorso. E altri ricorsi piovvero contro taluni vincoli decisi dal soprintendente regionale: sul Conero ricco di santuari sul mare, sul Colle dell’Infinito di Recanati, sulla Santa Casa di Loreto, sull’Eremo di San Pier Damiani sul Catria, sulla zona tanto ambita dai cavatori fra Gubbio e Cagli.

Ovviamente venne ben presto rimosso dall’incarico (siamo in pieno periodo berlusconiano) e con lui altri coraggiosi “servitori dello Stato”: Franco Brocchieri che aveva difeso le coste del Friuli-Venezia Giulia, Renata Pasquali battutasi per la tutela del Molise, Giancarlo Angelini (Basilicata) e Attilio Maurano (Calabria). Una vera epurazione. Che periodicamente si ripete ferendo la Grande Bellezza declamata a parole e lasciata sfigurare nei fatti.

Per il ripristino dei vincoli su Urbino ricorse Italia Nostra che dopo quasi tre lustri, ha dunque vinto (e con essa Scoppola). A tutto vantaggio di una città la cui ricchezza anche economica sta proprio nella bellezza del centro storico, del tessuto urbano, della trama antica di vicoli, rampe, scalette, di grandi palazzi e di antiche case popolari attorno alla fabbrica immensa del Palazzo Ducale, del paesaggio. Contesto semmai da rivitalizzare visto che i residenti del centro storico sono poco più di 400 (-90/-95 per cento rispetto a mezzo secolo fa), che le attività artigiane, a parte le stamperie d’arte e qualche restauratore di libri e di quadri, sono sparite e l’Università non naviga in acque buonissime e comunque era diventata una monocultura pericolosa con la sua costellazione di letti per studenti fuorisede. Mentre invece ha futuro quell’agricoltura biologica nata qui con uno storico pioniere come Gino Girolomoni.

Dei vincoli posti allora da Scoppola cosa rimane? A Urbino si è vinto, ora tocca a Comune, Regione, Stato, privati concepire una politica intelligente di rinascita complessiva.

Il Colle dell’Infinito è difeso da insensate costruzioni. Il Conero purtroppo no, a parte il Comune di Camerano che si è tenuto il vincolo. Protetto l’eremo di Fonte Avellana, “frammento di Paradiso” (anche se vi sono ricorrenti minacce di sciovie o di parchi eolici). Francesco Scoppola va in pensione il 1° dicembre, come la bravissima Rita Paris, che coi soliti pochi denari ha fatto cose straordinarie al Museo Nazionale dell’ex Massimo e sull’Appia Antica. Non è certo una buona notizia per la Grande Bellezza.

Sgarbi e l’assessore fanno “stalking” a Keith Haring

Prendete Vittorio Sgarbi, un assessore accusato di stalking, Keith Haring e la città di Pisa e quella che verrà fuori è una vicenda che spiegherà con definitiva certezza la ragione per cui la Torre di Pisa si sta raddrizzando (4 cm in due decenni): no, non sono i lavori di consolidamento. È che da quando la Lega a Pisa è il primo partito, da quelle parti è tutta un’evocazione del celodurismo a cui il monumento cittadino s’è architettonicamente adeguato, raddrizzandosi.

E sotto Natale, a Pisa, si dovranno adeguare al nuovo andazzo politico anche le scuole, perché il consiglio comunale ha appena approvato una mozione che impegna il sindaco a procurare un presepe “simbolo di una tradizione che si sta sempre più sfilacciando” a ogni singolo istituto. In pratica, l’asinello e il bue di cittadinanza. Ma che a Pisa si respiri un’aria di virile resistenza agli ultimi rantoli della sinistra lo racconta soprattutto un avvenimento dell’ultima settimana, ovvero l’arrivo di Sgarbi in città. Per capire bene l’accaduto però tocca tornare un po’ indietro nel tempo. Nel 2016, pochi mesi dopo la sua elezione, il sindaco leghista di Cascina, Susanna Ceccardi, affidò a tale Andrea Buscemi, leghista pure lui, la direzione del Teatro di Cascina. Qualcuno, in città, le fece gentilmente notare il curriculum del Buscemi, nel quale c’erano in effetti alcuni film, alcuni spettacoli teatrali, alcune fiction (Un medico in famiglia, Don Matteo…) ma incidentalmente pure un travagliato processo per stalking. Buscemi era stato denunciato dalla sua ex per persecuzioni e pedinamenti. Negli atti della sentenza d’appello del 2017 che lo ha condannato al risarcimento in sede civile e al pagamento delle spese processuali (per il resto, benché riconosciuto colpevole per il reato di stalking, vi fu il non luogo a procedere per la prescrizione), si legge che Buscemi faceva pedinare la vittima, ma in tribunale si difese dicendo che la vittima si eccitava così, venendo pedinata. Si leggono poi gli sms delicati e amorevoli che le inviava. Tra gli altri “Non irritarmi o metto in atto la catastrofe”, “Reagirò inguaiandoti definitivamente”, “puttana”, “troietta”, “vomito di cane” “MERDA INUTILE” e così via, in un crescendo di amorevoli tributi alla ex. La Casa della donna di Pisa e varie associazioni chiesero alla Ceccardi di revocare la nomina di Buscemi che nel frattempo – qui viene il bello – quest’anno ha denunciato la Casa delle donne di Pisa per stalking.

Nel 2018, infine, dalla Pisa leghista e dal nuovo sindaco Michele Conti, Buscemi riceve addirittura una promozione: altro che teatro di Cascina, diventa assessore alla cultura. Chissà, evidentemente, quando chiamava “merda” la sua ex, culturalmente parlando, intendeva la merda d’artista di Manzoni. Le proteste vanno avanti, su change.org vengono raccolte le firme di 50.000 persone che chiedono le sue dimissioni, ci sono manifestazioni di protesta durante il consiglio comunale, ma nulla. Il sindaco e Buscemi non mollano. Sono leghisti e celoduristi, mica cedono alle pressioni di qualche femminuccia radical chic. E a proposito di radical chic. Siccome Buscemi è uno che è nato per farsi voler bene dai cittadini, qualche mese prima della sua nomina ad assessore alla Cultura, pubblica un libro sulla città di Pisa (Rivoglio Pisa) in cui attacca il murale realizzato dall’icona della Pop Art Keith Haring nel 1989 proprio nella città della torre pendula (Haring aveva un caro amico pisano). Tra l’altro, è l’ultimo murale realizzato in pubblico da Haring prima della sua morte, un murale bellissimo che ricopre l’intera facciata di un convento.

Nel libro, l’assessore alla cultura Buscemi lo descrive così: “A Pisa si dà risalto in tutti i modi al murale e si stampano cartoline e souvenir di ogni tipo, perfino tazzine, piatti e bicchieri per pubblicizzare quel modestissimo e banalissimo murale di ispirazione metropolitana che è Tuttomondo del newyorchese Keith Haring, che qualche mente perversa (e profondamente, grottescamente radical chic) autorizzò una trentina di anni fa a essere realizzato su un muro del convento di Sant’Antonio”.

Insomma, peccato non avergli affidato pure le deleghe al turismo. Magari, sempre per promuovere Pisa, Buscemi avrebbe pubblicato anche un bel volumetto dal titolo “Altro che Piazza dei Miracoli, quella piazza è miracolata, cesso com’è”. Naturalmente viene fatto notare anche questo e in città la popolarità di Buscemi comincia a essere seconda solo a quella dei livornesi. Buscemi a quel punto dice che si sono immotivatamente scagliati contro di lui manco questo murale di Haring fosse poi un manufatto di capitale importanza e quindi gli pare giusto intavolare un civile dibattito per confrontare le varie opinioni in merito. E finalmente entra in scena Vittorio Sgarbi.

Buscemi convoca in città il critico d’arte perché stabilisca chi ha ragione (al dibattito partecipa anche il vecchio amico di Haring). L’incontro è a Palazzo Gambacorti. Il parere di Sgarbi su Haring viene pagato dal Comune 6.700 euro. E indovinate un po’ cosa dice Sgarbi? Il riassunto è questo: “A mio giudizio la sua opera è insopportabilmente ripetitiva (…) Nella iconosfera della mia mente Keith Haring non c’è. Al suo murale preferisco la parete di Baj a Pontedera. Il mio interesse per Haring è talmente piccolo che non volevo venire, ma quando ho visto tutte quelle firme (contro Buscemi, ndr) ho deciso di esserci, mi incuriosiva!”.

Insomma, vedi il caso, la pensa come Buscemi (ed è già tanto che alla fine i due non abbiano picconato l’opera a mo’ di Muro di Berlino tra i flash dei fotografi). Quindi tutti muti. E se non vi sta bene, Buscemi vi denuncia pure per stalking. Qualcuno però si incazza. “6.700 euro per un evento di pochissime ore, ma soprattutto una cifra enorme perché sostenuta per risolvere i problemi personali di una persona che costa alla città di Pisa non solo in termini economici”, afferma in una nota la consigliera del Pd Olivia Picchi. “Sgarbi è stato pagato per riparare alla gaffe di Buscemi”, dichiara la coalizione di sinistra Diritti in comune. Ma soprattutto, qualcuno fa notare che Sgarbi schiferà pure Haring, però due anni fa inaugurò la mostra dedicata a Keith Haring a Pietrasanta, in cui fin dal comunicato stampa si ricordava in modo entusiastico il murale Tuttomondo di Pisa. Insomma, davvero un teatrino mesto, ambientato in una città in cui ormai pare andare tutto storto, eccetto la Torre. E se non la pensate come me, che volete che vi dica: posso sempre dare 6.700 euro a Sgarbi per convincervi

Maxi licenziamenti per Bayer: via 12 mila addetti

Il gruppo farmaceutico Bayer ha annunciato ieri un taglio del 10% della forza lavoro (su scale globale) entro il 2021. Significa 12.000 persone, di cui “un numero significativo” in Germania, comunica l’azienda. Quasi la metà dei licenziamenti dei dipendenti riguarda il settore amministrativo, mentre 4.100 quello agrochimico. L’amministratore delegato del gruppo Werner Baumann del gruppo esclude che questo sia dovuto all’acquisizione della multinazionale canadese delle biotecnologie Monsanto – un matrimonio la cui cerimonia è costata ai tedeschi 63 miliardi di dollari – o alla scandalo del diserbante al glifosato, e aggiunge che “i cambiamenti sono necessari e miglioreranno le prestazioni e la flessibilità di Bayer”. Oltre ai licenziamenti, la società di Leverkusen punta a rafforzare le attività agricole e quelle farmaceutiche con la cessione di quelle che riguardano la salute animale, la linea di lozioni e creme abbronzanti Coppertone, quella di calzature sanitarie dr Scholl’s e il 60% della società fornitrice di servizi Currenta. L’obiettivo è incrementare i guadagni per azione di 5,70 nel 2018 fino a 10 euro nel 2020.

Deutsche bank è di nuovo nei guai ma per riciclaggio

A volte ritornano. Sono i procuratori tedeschi che, come nel dicembre del 2012, hanno perquisito ieri la sede della Deutsche Bank con un massiccio dispiego di forze. E ancora una volta aleggia il sospetto che il più grande istituto di credito della Germania, il terzo come asset in Europa, sia coinvolto nel riciclaggio. L’operazione, che proseguirà anche oggi, ha visto all’opera 170 tra funzionari della Procura, della Polizia federale, di quella criminale e degli agenti del fisco che hanno ispezionato sei strutture della banca in Assia, anche a Eschborn e Gross-Umstadt.

Il nuovo caso nasce dall’analisi dei cosiddetti Offshore-Leaks e Panama Papers. Almeno due dipendenti della Deutsche Bank sono sospettati di aver favorito clienti (a loro volta indagati) nell’aprire società fittizie in paradisi fiscali. In ballo non c’è l’evasione, ma il riciclaggio. Cioè lo stesso reato per il quale la banca è stata coinvolta anche nello scandalo dell’istituto danese Danske Bank attraverso la cui filiale estone sarebbero stati “ripuliti” 230 miliardi di dollari usciti dalla Russia, colpita da sanzioni internazionali.

Secondo l’accusa, due dipendenti di 46 e 50 anni e altri ancora ignoti, avrebbero omesso di segnalare operazioni sospette di riciclaggio, malgrado fossero evidenti fin dall’inizio. Attraverso una controllata della banca con sede nelle Isole Vergini Britanniche soltanto nel 2016 sarebbero stati seguiti 900 clienti con un volume d’affari di 311 milioni di euro. L’indagine è però più estesa e va dal 2013 al 2018 ed è partita ad agosto.

“Collaboreremo con la Procura – ha assicurato Jörg Eigendorf a nome diDeutsche Bank – perché anche noi siamo interessati a un chiarimento pieno e veloce dei sospetti”. Il gruppo ha chiuso in Borsa con un tonfo del 3,5%, ai minimi storici. Negli ultimi anni il gruppo ha cambiato molte volte il top management. Ad aprile il tedesco Christian Sewing è stato nominato Ceo, subentrando al britannico John Cryan, nominato tre anni prima con l’obiettivo di risanare non solo i conti della banca, ma anche la sua immagine.

Perché Deutsche Bank – quasi 98 mila dipendenti a fine 2017, ma destinati a scendere sotto quota 90 mila entro la fine del 2019 – è stata coinvolta praticamente in tutti gli scandali planetari degli ultimi anni. Tanto che già nel 2016 uno studio del Fondo monetario internazionale la definiva “il più grande contributore netto di rischio sistemico globale”. Almeno come asset è il terzo gruppo europeo dopo due istituti francesi, anche se per capitalizzazione è agli ultimi posti della Top 10. Ma in quanto a derivati non è secondo a nessuna nel Vecchio continente: il valore “nozionale” lordo dell’esposizione è di oltre 50 mila miliardi.

Nei soli ultimi 6 anni il totale della multe a carico della banca tedesca, che secondo la ricerca “Dirty Profits” è anche tra i finanziatori delle società che fabbricano armamenti (per un totale di 1,9 miliardi), supera i 10 miliardi. La lista degli scandali nei quali spunta il suo nome sono molti. Se la Deutsche Bank fosse italiana sarebbe già finita sotto il tiro incrociato delle autorità finanziarie, oltre che politiche. Ma, come dicono alcuni esperti, è too big to fail, troppo grande per fallire. O meglio, per permettere che fallisca.

Nel 2012 aveva versato 202 milioni di dollari negli Stati Uniti per chiudere il contenzioso legato allo scandalo dei mutui sub prime della sua controllata americana. L’anno dopo la Commissione europea l’aveva multata (725 milioni, la sanzione più alta per un singolo istituto) per la manipolazione del tasso di riferimento dei mercati finanziari (Libor). Nel 2014 era stata condannata in Germania e risarcire con 775 milioni (più gli interessi) gli eredi dell’imprenditore dei media Leo Kirch per le incaute affermazioni dell’allora capo Rolf Breuer che avevano “affondato” il gruppo. Per la stessa infrazione sul Libor in Gran Bretagna ha pagato 2,33 miliardi nel 2015. Due anni fa si era accordata negli Usa per pagare 7 miliardi in relazione allo scandalo delle ipoteche.

La banca stima di tornare in utile a fine anno, malgrado anche il terzo trimestre sia stato più debole rispetto a quello del 2018. I profitti sono scesi del 9% a 6,2 miliardi, di euro. Il problema è nelle vendite e nel trading, da cui arriva metà del fatturato, un tempo il suo fiore all’occhiello. Per salvarlo il governo ipotizza una fusione con la Commerzbank, anch’essa multata nel 2015 per 1,45 miliardi di dollari nel 2015 negli Usa per riciclaggio.

Dai colossi del web un’elusione fiscale di 71 miliardi di euro

Un risparmio di 71 miliardi di euro di imposte in cinque anni per i giganti della tecnologia. È il vantaggio di avere il domicilio fiscale in paesi a tassazione agevolata. Lo riporta un’analisi sulle multinazionali dell’Area studi di Mediobanca, da cui emerge che dal 2013 al 2017 le web e le soft company hanno potuto tenersi in tasca oltre 48 miliardi, a cui va aggiunto il risparmio di quasi 23 miliardi di Apple, che invece genera la maggior parte del suo fatturato in hardware. Nel 2018 le imprese del tech hanno versato nel nostro Paese 60 milioni di euro di imposte, a fronte di un fatturato di 1,8 miliardi. Negli ultimi cinque anni i leader del settore – Apple, Alphabet (proprietà di Google) e Microsoft – non hanno smesso di correre nella corsa ai ricavi, toccando quota 626 miliardi lo scorso anno e segnando un +27% nel primo semestre del 2018. La produttività prosegue sempre più spedita grazie al minor fabbisogno di personale rispetto alle multinazionali manifatturiere, anche se i dipendenti delle WebSoft sono raddoppiati in cinque anni, arrivando a 1,6 milioni. Amazon è il primo datore di lavoro al mondo nel settore, con 566 mila lavoratori.

“Così serviranno nuovi ammortizzatori sociali”

Se prendiamo per buoni tutti gli impegni, nei prossimi anni non sono previste riduzioni di posti di lavoro negli stabilimenti italiani di Fca. Anzi, in teoria serviranno nuove assunzioni, ma questo difficilmente si verificherà anche perché il Lingotto non ha fatto riferimenti in tal senso. Il problema, però, sarà nel breve periodo, con Mirafiori (Torino) e Pomigliano (Napoli) che hanno gli ammortizzatori sociali in scadenza ed è necessaria una soluzione per traghettarli fino all’inizio del piano, cioè almeno tra un anno e mezzo, senza conseguenze sui livelli attuali.

Bisogna ricordare che la promessa di raggiungere la piena occupazione entro il 2018 non è stata mantenuta e oggi quasi tutte le fabbriche sono interessate, chi più chi meno, da solidarietà e cassa che diminuiscono la produzione. A Mirafiori, oggi sede della Maserati Levante, la cassa integrazione è esaurita da mesi, e Fca è stata costretta a spostare un migliaio di addetti a Grugliasco, dove ci sono 1.529 esuberi gestiti con i contratti di solidarietà che scadono a fine 2019. “Ci vorranno almeno 16-18 mesi per avviare l’auto elettrica a Mirafiori – avverte Rocco Palombella, segretario della Uilm – Nel frattempo che si fa?”. A Pomigliano gli esuberi sono 2.445 e c’è la cassa straordinaria. Qui arriverà il nuovo Suv Alfa Romeo, ma fino al via della nuova linea si pone lo stesso problema. Poi c’è l’insidia del diesel: “A Pratola Serra e a Cento – fa notare Michele De Palma della Fiom – ci sono le produzioni diesel, che però hanno un mercato che si sta contraendo in Europa e questo ci preoccupa”. “Di positivo – aggiunge il sindacalista – c’è la presenza dell’ibrido, ma è una svolta che arriva in ritardo”. Per ora bisognerà quindi concentrarci sui 18 mesi, come minimo, che ci separano dalla partenza dei nuovi modelli.

Sarà una materia spinosa per gli incontri di queste settimane tra i vertici della società e i sindacati. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo del contratto specifico: nel 2010, infatti, Sergio Marchionne decise di far uscire la Fiat dalla Federmeccanica e di non applicare più l’accordo nazionale del settore.

Ne nacque, quindi, il contratto specifico, firmato da Fim Cisl, Uilm, Fismic, Ugl e Aqcf, ma rigettato dalla Fiom. Oggi, a distanza di sette anni, alle griglie di partenza gli schieramenti sono ancora gli stessi, tanto che i sindacati – convocati separatamente – hanno presentato proposte di rinnovo distinte: da un lato quella dei firmatari, dall’altro quella suggerita dalla sigla guidata da Francesca Re David. L’obiettivo, comunque, è di riunire il fronte come del resto è accaduto a fine 2016 con la firma del contratto nazionale.

Tutti puntano a un aumento dei salari. I firmatari chiedono il 10% in più rispetto all’attuale paga base: significa 175,30 euro al mese, cifra che porterebbe al superamento dei minimi previsti dal contratto nazionale di Federmeccanica. E in più vogliono maggiorazioni su festivi e straordinari e un incremento del welfare aziendale (cioè dei fondi sanitari e previdenziali). La Fiom indica il contratto nazionale per la retribuzione di partenza, e chiede un cospicuo intervento anche sui premi. Il tavolo si è aperto da poco. “Per quanto mi riguarda – dice Palombella (Uilm) – l’obiettivo è firmare insieme alla Fiom per rafforzare il fronte sindacale”. “L’azienda continua a convocarci separatamente – conclude De Palma (Fiom) – e così sta perdendo una grande occasione”.