“Aprescindere da ciò che vedete qui, bevete responsabilmente”. Sorridere dei razzismi patiti lungo il duro cammino per i diritti civili, con un buon bicchiere in mano. E parliamo di età moderna e contemporanea: in vino, in birra veritas. Non perdete, sul canale Comedy Central di Sky, queste Drunk History: Black Stories. Episodi divertenti e divertiti, al massimo 10 minuti l’uno; una serie illuminante e onestamente sbronza che “punta a reintrodurre nella storia dell’uomo le avventure dei grandi personaggi della cultura nera” attraverso un narratore (anch’egli nero) “un po’ alticcio”. Parabole misconosciute, capaci di ubriacare di una parvenza di giustizia postuma noi telespettatori sobri in ascolto. Nella prima puntata alza il gomito Jamali Maddix, cantante hip-hop. Racconta le gesta dei Sons of Africa, un gruppo di ragazzi di colore che gettarono le basi per il superamento della schavitù. Come Sancho nel 1774, quando si presentò a un seggio elettorale anglosassone. “Lei non può votare” gli sibilarono i commissari, “e perché mai?” ribatté lui, mostrando il certificato di proprietà di un negozio. E riuscì comunque a depositarla, la sua scheda nell’urna. Di lì a poco Odah Equiano scrisse un’autobiografia tutta incentrata sulla sordida condizione di subalternità degli afroamericani. All’epoca si pensava che non sapessero nemmeno scrivere: solo che il suo libro diventò un best-seller, contribuendo alla causa dell’emancipazione. La comediannThania Moore recupera invece dall’oblio l’eroismo senza stellette di Mary Seacole, “era una dura, ma fu sottovalutata”. Un’esistenza spesa a salvare la gente nel campo sotto apartheid della medicina. Un “Gesù multirazziale”. E che dire di Len Johnson, il campione di boxe mai incoronato, rievocato dagli attori Travis Jay e Kevin “Kg” Garry? Gli scipparono per due volte una cintura legittimamente conquistata, negli anni venti del Novecento, per il colore della sua pelle. Oppure Rosetta Tharpe. Altro che Elvis. Fu lei, nel 1944, a scrivere la prima canzone rock e a rivoluzionare, elettrificandolo, il suono della chitarra. Peccato che la storia ufficiale bianca l’abbia dimenticato. Un drink riparatorio alla sua memoria.
Azor, la borghesia (in stile Buñuel) è messa a nudo
La borghesia, quella alta sopra tutto, è tema sovente ostico per il cinema: finisce nel fuoricampo, laddove anche registi e sceneggiatori altoborghesi preferiscono volgersi alle periferie e, si diceva una volta, al proletariato, ché fa chic e non impegna. Decrittarne gusti e sostanza, però, può essere assai interessante, perfino coinvolgente, a patto di sapere di che si parli e come parlarne: Andreas Fontana, esordiente svizzero classe 1982, soddisfa entrambe le condizioni, il suo Azor è uno dei migliori film dell’anno.
Disponibile su MUBI, sorta di Netflix d’autore con ricco catalogo per palati sofisticati, è stato ben approcciato dal britannico Sight & Sound: “Immaginate se Graham Greene avesse riscritto Apocalypse Now”.
1980, il banchiere Yvan (Fabrizio Rongione) e la moglie Ines (Stéphanie Cléau) lasciano Ginevra alla volta di Buenos Aires per scoprire che fine abbia fatto il partner in affari Keys, su cui i pareri divergono: brillante o screanzato, coinvolgente o infido? L’indagine contempla club esclusivi e milieu elusivi, latifondi e palazzi, denari e ancora denari, fino a scorciare l’orrore: la junta argentina. Tra Yvan e Keys c’è competizione a distanza, anzi, in contumacia, e Ines, sorta di Lady Macbeth di algida alterigia, ci mette il carico: “La paura ti rende mediocre”. La discesa del Macbeth in grisaglia, l’azzimato e affettato Yvan, non sarà per il Mekong, ma per il profitto: la junta, con – letterale – beneficio d’inventario. Il pugno in una carezza, le buone maniere che celano e alimentano la dittatura (del capitale), il cuore che non si vuole più di tenebra, ma di grigio, tonalità morale. Yvan incontra clienti e non, prelati (e) demoni, facendo di avidità seduzione, e viceversa. Belga naturalizzato italiano, anima e corpo di tanto cinema dei fratelli Dardenne, Rongione fa di sottrazione maschera, di surplace movimento, di essere azione: è una prova sottile e preziosa la sua. Analogo apprezzamento sortisce Stéphanie Cléau, compagna di vita di Mathieu Amalric per cui aveva recitato nell’adattamento simenoniano del 2014 La chambre bleue: flessuosa, elegante e sprezzante, colpisce e rimane. Virtù di Azor tutto, che in punta di camera ci mette il cappio alla gola: poliglotta e meschino, compunto e perverso, Yvan trascina nei gangli felpati del potere, tra portafogli diversificati e margini aberranti. Torna in mente, e negli occhi, Buñuel con meno fascino e più discrezione, sovvengono Costa-Gavras e Bellocchio, s’intuiscono Il terzo uomo e molti fantasmi, e ancor più cadaveri. Fontana e il co-sceneggiatore Mariano Llinas, ottimamente assistiti dal direttore della fotografia Gabriel Sandru, contingentano emozioni ed emotività, rendono asettico il quadro e aprono il caveau senza effrazione: Azor è un’analisi sistematica e sistemica, originale e puntuta della condizione borghese e dell’identità capitalistica. Non perdetelo.
Azor di Andreas Fontan
“Gli addii mi hanno salvata”. “Immortalo saluti dal 1990”
Ci vuole talento per sapersi dire addio e Deanna Dikeman lo sa. Di infiniti ultimi saluti, famiglia e forza del dolore parla Leaving and Waving, “Andando via e salutando”, il libro fotografico che ha vinto quest’anno il prestigioso premio Nadar. Per 27 anni Deanna ha fotografato i suoi genitori agitare le braccia sulla soglia di casa mentre le auguravano buon viaggio. “La prima immagine che ho scattato nel 1990 non era neppure a fuoco, un click ‘not serious’, né serio né ambizioso”, dice su Skype rispondendo dalla sua casa in Texas. Con alle spalle gli archivi degli addii, custoditi con meticolosità certosina, racconta di come, da quel primo negativo, ha continuato a scattarne migliaia, per ogni arrivo e ripartenza dalla casa dei suoi genitori a Sioux City, Iowa.
Deanna, trent’anni dopo quel primo scatto, Leaving and Weaving è diventata una delle migliori 20 storie dell’anno secondo il New Yorker.
La prima parte della serie è stata composta pensando che nessuno avrebbe mai visto quelle foto: credevo fossero negativi destinati solo ai miei occhi. Ho cominciato a fotografare quando i miei genitori mi hanno detto che stavano per vendere la casa in cui sono cresciuta. Io – che ero andata in giro per il mondo a immortalare sconosciuti – non avevo memorie del luogo in cui sono diventata grande. Quel pensiero era troppo triste e mi sono infilata in auto: ho guidato per 400 miglia, circa 600 km. Volevo forse soprattutto dimostrare una cosa: sono stata fortunata, sono stata amata. Poi ho capito che, prima o poi, proprio come la casa, anche i miei genitori sarebbero scomparsi.
Ci descriva la prima Kodachrome.
La casa è così rossa, la maglia di mia madre così rosa, il suo volto in piena luce, il prato è verdissimo. Mio padre è a fuoco in lontananza, sotto un albero e un cielo di un incredibile blu. Dettagli si colgono dallo specchio retrovisore dell’auto. Quando li ho inquadrati non pensavo all’inizio di un lungo racconto, ma solo al gesto archetipico che si ripete in ogni famiglia del mondo quando un figlio parte.
In tre decadi di addii, una foto dopo l’altra, le epoche trascorrono, le mode e le stagioni passano, i panorami cambiano. Ci sono cornici nelle cornici: i finestrini delle auto, e anche quelle variano. Una sola cosa non muta: i suoi genitori che le fanno ciao.
Si chiamano Gerald e Corrine, detti Pat e Gerry, entrambi di discendenza olandese. Mio padre è la ragione per cui sono diventata fotografa: armeggiava con otturatori e diapositive da quando ero piccola. Solo quando è morto nel 2009 ho capito davvero che stavo raccontando la storia degli addii. Nell’ultima foto che ho di lui sta sfogliando le stampe di 27 Goodbyes, una prima raccolta pubblicata grazie ai 50 mila dollari del premio americano della United artist. Mia madre, che non ha subito compreso la mia scelta, voleva che il progetto terminasse con la vita di suo marito.
Lei non le ha dato ascolto.
Era ormai diventato il nostro modo di salutarci, un rituale non più sostituibile. Ogni volta che andavo via, mi veniva da piangere: fotografarla era un modo per farlo meno. Ho continuato finché è morta nel 2017.
Che cos’è per lei una fotografia?
Memoria. Ogni volta che andavo via di casa non potevo portare via i miei genitori, ma potevo trattenerli su un pezzo di pellicola. Era l’unico metodo per “salvarli”.
In tanti ci siamo vestiti a lutto in questi anni di pandemia. Nei palmi dei suoi genitori che si agitano, moltissimi hanno visto quelli dei loro cari.
Ho cominciato a ricevere decine di messaggi, lettere, email di persone commosse. Tra loro, tantissimi italiani. Non pensavo che nella mia questione privata rivedessero i loro ultimi saluti, rivivessero i loro personali lutti. Il virus ha impedito a molti anche di dire addio per l’ultima volta.
L’ultima foto che chiude l’opera è quella di un garage chiuso, l’uscio definitivo, vuoto: Pat e Gerry non ci sono più. Cosa c’è nel mirino del suo obiettivo adesso?
Quando mio figlio ha terminato l’università e stava per infilarsi in auto per raggiungere Saint Louis, mi ha chiesto perché non lo fotografo. Sapevamo entrambi che era in atto un cambiamento e quel primo scatto fu simbolico quanto il giorno in cui è stato fatto: il giorno in cui andava via di casa, diventava adulto.
Adesso si trova dall’altra parte della barricata: tocca a lei salutare. Tra i migliaia, quale addio di Pat e Gerry è il suo preferito?
Uno scatto non rientrato nella selezione finale del libro: mia madre bacia mio figlio da piccolo, mio padre punta dritto verso il mio obiettivo e sorride. Quello sguardo mi dice che lui sapeva esattamente, sin da principio, cosa stavo facendo.
Casellati’s story, nuovo incrocio tra M. Elisabetta e il figlio Alvise
Mamma Casellati l’ha fatto di nuovo. Come racconta Tpi in edicola, i percorsi della presidente del Senato si sono ancora incrociati con quelli del figlio Alvise, direttore d’orchestra. Il 27 novembre il musicista ha suonato ad Astana nel recital For you, my Kazakhstan!. Pochi giorni prima, l’8 novembre, la madre aveva incontrato il presidente del Senato kazako per “il consolidamento della collaborazione in ambito economico, commerciale, turistico e culturale”. È senz’altro una coincidenza, ma ripetuta nel tempo e nel globo: Azerbaijan, Russia, Colombia e… Spoleto.
Tagli al “Giornale”: B. per il Colle ha un cavallo zoppo
Silvio Berlusconi rischia di restare con un Giornale a mezzo servizio nel bel mezzo della battaglia per il Quirinale. Come si è visto, l’ex premier ci crede e per questo ha mobilitato tutti i “suoi” media: Mediaset, Il Giornale e Libero, che ha addirittura lanciato una campagna in risposta al Fatto. A mancare, però, potrebbe essere proprio il foglio di famiglia. In via Negri, infatti, sono giorni di trambusto. Appena terminato un regime di solidarietà durato 2 anni, con un taglio del 20% agli stipendi e alle ore lavorative, l’azienda ha chiesto alla redazione (54 dipendenti) un ulteriore sacrificio: un altro anno di solidarietà al 16%. L’accordo verrà ratificato lunedì, con l’intesa della redazione. Una parte però è contraria e voterà no. Il problema, per la proprietà e il direttore Augusto Minzolini, è che la quindicina di “ribelli” è composta dal braccio operativo del quotidiano, quelli che fanno la “macchina” e che lavorano tutti i giorni in presenza, capi dei servizi e vice, mentre altri sono ancora in smart working. Anche perché “tutti in redazione non ci staremmo: da sei piani del palazzo siamo passati a due, altro segnale di quanto la proprietà stia svilendo la redazione”, racconta una fonte. “Non ce l’abbiamo col direttore ma con la proprietà, da cui non si vede uno straccio d’investimento”, dicono. Il rischio è che i ribelli, per protesta, decidano di applicare alla lettera il contratto nazionale: 7 ore e 10 di lavoro e stop. Mentre Berlusconi, ora più che mai, ha bisogno di tutti i suoi cavalli in piena forma.
L’email agli eletti per gli “arretrati” scatena la rivolta
Una email, e il malessere nel M5S si è fatto rivolta. Tanto ha provocato la missiva con cui ieri mattina il tesoriere Claudio Cominardi ha invitato i parlamentari dei 5Stelle a mettersi in regola con le restituzioni, suscitando l’ira dei tanti che non restituiscono da mesi, incerti sulla rotta politica e in attesa di capire cosa si deciderà sul terzo mandato. E c’è anche chi lamenta “errori di calcolo”, sostenendo di aver ricevuto l’avviso pur essendo in regola. Un bel problema, visto che in base allo Statuto chi è in difetto sulle restituzioni non può candidarsi a nessun ruolo interno. Come quelli nel Direttivo della Camera, per il cui rinnovo si voterà da lunedì, e nei comitati tematici. Sta di fatto che ieri l’attuale Direttivo di Montecitorio ha chiesto ufficialmente “chiarimenti”. Mentre in serata si riparlava di un possibile esodo di altri parlamentari. Ma un big osserva: “Molti hanno la tentazione, ma uscire poco prima del voto per il Quirinale potrebbe essere un grave errore…”. Mentre Conte ripete: “Gli eletti hanno preso un impegno”.
“Super Bigote”: Maduro si trasforma in fumetto e combatte contro Trump
Raffigurato spesso a livello internazionale come “il dittatore” responsabile dei molti mali che affliggono i venezuelani, il presidente Nicolás Maduro ha deciso di passare al contrattacco, ottenendo dalla tv statale Vtv il lancio di una serie animata che lo vede nei panni di un supereroe chiamato Super Bigote (Super Baffo), che ricorda i personaggi prodotti dagli studi Marvel o DC Comics.
La prima puntata, passata giovedì sul piccolo schermo, lo ha proposto negli abiti di Batman, come un “giustiziere” latinoamericano che affronta a viso aperto gli attacchi pianificati da un uomo bianco con un ciuffo biondo – l’allusione evidente è a Donald Trump – che, dall’interno dello Studio Ovale della Casa Bianca, fa tutto il possibile per rovesciare il governo venezuelano.
Vince Saif Gheddafi: ritorna in corsa per le Presidenziali
La riammissione nella lista dei candidati alle elezioni presidenziali di Saif al-Islam, il figlio primogenito di Muammar Gheddafi che fu ucciso 10 anni fa, è la dimostrazione che c’è ancora una parte consistente della società libica nostalgica del dittatore. Saif al-Islam, già delfino del padre e suo portavoce durante la fase iniziale della rivoluzione quando il dittatore ancora lottava per mantenere il potere, ha riottenuto il benestare a candidarsi alle elezioni del 24 dicembre una settimana dopo essere stato estromesso a causa dei crimini di guerra di cui è accusato dalla Corte Penale Internazionale: presunti crimini di guerra, commessi durante la rivolta e per cui è ricercato dal tribunale dell’Aja. Nel bocciare la sua candidatura, la commissione elettorale libica aveva ricordato gli articoli della legge elettorale che stabiliscono che i candidati “non devono essere stati condannati per un crimine disonorevole” e devono presentare la fedina penale pulita. Il responso sarebbe già dovuto essere stato emesso la scorsa settimana, ma i magistrati della città meridionale di Sebha, – dove Saif ha presentato la sua candidatura e quindi la richiesta di appello-, erano stati costretti a chiudere il tribunale alcune ore prima dell’udienza in seguito all’attacco effettuato da un gruppo armato.
Le Nazioni Unite dopo aver insistito affinché la data stabilita per le consultazioni venga rispettata, ora temono che non saranno né “inclusive” né “credibili”, a causa delle gravi controversie ancora irrisolte su come dovrebbero essere tenute, e sulla loro credibilità, data la presenza di candidati come il generale Khalifa Haftar, il sanguinario uomo forte della Cirenaica e soprattutto Saif al-Islam. Se l’erede cinquantenne verrà eletto potrà viaggiare solo nei paesi molto amici, viceversa rischierebbe di venire arrestato e portato alla sbarra all’Aja. Gli analisti temono che un voto contestato, o con evidenti violazioni, possa far deragliare un processo di pace che quest’anno ha portato alla formazione di un governo di unità nazionale nel tentativo di colmare la spaccatura tra fazioni orientali e occidentali in guerra.
Macron da Mbs a Dubai “si ingolfa” con i sauditi
“La vendita di armi e il mantenimento di partenariati militari discutibili in nome del contro-terrorismo e a scapito dei diritti umani macchieranno il bilancio diplomatico di Emmanuel Macron”, scriveva ieri Human Rights Watch. Nel mirino delle critiche della ong c’è il viaggio di due giorni nei Paesi del Golfo del presidente francese. Oggi nell’agenda di Macron c’è un colloquio con Mohammed bin Salman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, a tre anni dalla morte del giornalista saudita Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato del suo Paese a Istanbul, in Turchia, nel 2018. Da allora Mbs ha già incontrato Xi Jinping e Benjamin Netanyahu, all’epoca premier israeliano. Ma Macron è il primo capo di Stato occidentale a ristabilire i contatti con il principe saudita, malgrado Washington abbia reso noti documenti segreti che accertano la sua responsabilità nell’omicidio del giornalista.
“Diversi rapporti indicano che ha le mani sporche del sangue dei dissidenti”, ha ricordato la Federazione internazionale dei diritti umani. L’Eliseo assicura che l’incontro non intende “riabilitare” Bin Salman. La tabella di marcia resta la stessa: “Contribuire alla stabilità della regione”. I diritti umani, assicurano, sono al centro dei colloqui. Ma ci sono anche gli affari. Macron, che si è portato dietro ministri e imprenditori, è stato accolto ieri sul sito dell’Esposizione universale di Dubai dall’uomo forte degli Emirati arabi uniti, il principe Mohammed bin Zayed Al-Nahyane, detto Mbz. Tra i due ci sarebbe una certa “complicità”, secondo i media francesi. Poco più tardi è stato siglato l’acquisto da parte degli Emirati di 80 aerei caccia Rafale, fabbricati dalla francese Dassault Aviation. Una commessa da 17 miliardi di euro, l’ordine estero più importante da quando i Rafale sono in commercio, nel 2004. Un successo economico per Parigi, secondo fornitore di armi degli Emirati dopo gli Usa: Dassault dovrà garantire le consegne tra il 2027 e il 2031. È anche una rivincita strategica, dopo la figuraccia della crisi dei sottomarini con l’Australia.
Sono anni però che le ong mettono in guardia Parigi, da quando inchieste giornalistiche hanno accertato che armi francesi sono utilizzate nello Yemen. Amnesty sospetta gli Emirati di crimini contro l’umanità. Il viaggio di Macron nel Golfo passa anche per il Qatar, dove sarebbero morti oltre 6mila lavoratori stranieri sui cantieri degli impianti per i Mondiali del 2022. “La Francia – ha detto Macron da Dubai – non può restare passiva nella regione. Siamo una grande potenza di equilibrio e per poter agire per il Libano, l’Iraq e contro il terrorismo dobbiamo dialogare con tutti”. Il viaggio imbarazza l’opinione pubblica. Ieri il giornalista Pierre Haski ha detto: “Viviamo in un’epoca in cui un leader può ordinare di fare a pezzi un giornalista e restare un interlocutore accettabile. La realpolitik ha vinto”.
“Il mio chef-talpa per 10 anni ha spiato in Corea del Nord”
“Infiltrare una talpa sotto copertura per dieci anni in Nord Corea è la cosa più radicale che un giornalista possa fare”. Che sia un uomo estremo il regista danese Mad Brugger lo ha già dimostrato con i suoi precedenti documentari girati tra pericoli rocamboleschi, intrighi internazionali e minacce mortali tra Africa, Asia e Usa.
Lei a Pyongyang ha girato il film La cappella rossa, ma nel suo nuovo documentario ci manda The mole, la talpa.
Si chiama Ulrich Larsen, è uno chef danese che mi ha contattato dopo aver visto il mio lavoro. Per ragioni ideologiche, si è messo a disposizione come “spia privata” senza richiedere pagamenti. Quando abbiamo cominciato a lavorare, pensavo mollasse subito, invece è rimasto infiltrato per dieci anni. Dopo anni passati all’Associazione danese dell’amicizia della Nord Corea (unione di innocui comunisti duri a morire, amanti della birra e “di quel genio di Kim padre”), Ulrich incontra le persone giuste per fare affari con il regime. Il lavoro è decollato e dal 2017 in poi, ci siamo chiesti fin dove potessimo arrivare dopo migliaia di riprese fatte con telecamere nascoste.
Arrivate a sedervi ai tavoli degli agenti segreti nordcoreani, capi delle aziende di armi, contrabbandieri di petrolio ad Amman, ma soprattutto imprenditori europei che fanno affari con Pyongyang. Uno di loro è Alejandro Cao de Benos.
È un ex aristocratico nato e vissuto in Spagna. È l’intermediario europeo che può tirare fili che solo lui conosce, far stringere accordi con i nordcoreani, conosce ministri e uomini giusti. Credo sia un sincero cheerleader del regime – gli dà una sensazione di grandezza, un’emozione fondamentale per lui –, ma che prenda anche fette di questi accordi commerciali. Per me rimane un mistero, come rimane misterioso il motivo per cui è ancora a piede libero e le autorità spagnole non lo arrestano, ma continuano a permettergli di operare. È un criminale internazionale.
De Benos menziona, ripreso di nascosto, aziende occidentali e Interpol.
Parla di un’azienda farmaceutica canadese che non può condurre esperimenti, se non lontano dai suoi confini, e lo fa grazie alla Nord Corea. Bisogna pensare a quel Paese come a un’impresa criminale: fanno le migliori banconote false Usa al mondo, li chiamano “super dollari”. Hanno tra i migliori hacker del pianeta. Producono la più pura anfetamina in circolazione, perché a sintetizzarla è un attore statale. Possono fabbricare qualsiasi tipo di arma, come si vede nei menu che mostrano. Il regime sopravvive anche con queste transazioni internazionali, accordi sottobanco di contractor occidentali che lì trovano il know how.
Perché nessuno degli imprenditori che vediamo è stato arrestato?
Ottima domanda, che mi sono posto anche io, ma non ho una risposta. In questi dieci anni ero convinto che, a un certo punto, i servizi segreti – almeno quelli degli Stati dei confini che attraversavamo –, ci avrebbero fermato, invece non è accaduto. Se siamo stati seguiti o intercettati non lo so.
La talpa incontra quello che chiamate Stone face, la faccia di pietra dei servizi segreti di Kim. Da Pyongyang e Pechino, arrivate perfino in Africa.
I nordcoreani hanno bisogno di investitori stranieri, alleati commerciali privati a causa delle sanzioni. Pechino è una specie di ufficio lontano da casa per Pyongyang, anche se la Cina monitora le sanzioni contro Kim all’Onu. In Uganda l’intermediario nordcoreano, insieme a quello locale, propongono a Mister James, il finto businessman danese, altro personaggio del documentario, di costruire una fabbrica. Ai cittadini locali i due, crudeli, dicono però che metteranno su un ospedale: per questo vengono festeggiati dagli abitanti.
Ci parli di Mister James.
È un ex trafficante di cocaina amante del pericolo. Ha un corpo da attore di film d’azione, ha passato la gioventù nella Legione straniera prima di finire in prigione. È stato l’unico a mettersi a disposizione per il progetto. Questo film è stato solo “un altro giorno in ufficio” per lui.
Secondo Annie Machon, ex spia dell’MI6 che l’ha aiutata nel lavoro, questa è una delle migliori operazioni “private” di intelligence.
Sono un giornalista, non una spia: a volte ho improvvisato. Non abbiamo dato un soldo ai coreani: loro, invece, per incontrarci, si sono pagati alberghi e aerei tra Asia e Africa. Alla fine del film la talpa, davanti alle telecamere, svela a sua moglie cosa ha fatto negli ultimi dieci anni. Ragionevolmente, lei si infuria. Adesso in Danimarca però Ulrich è diventato famoso.
“Questa è la fine di una lunga storia” è una delle ultime frasi della serie. Dopo oltre un decennio, continuerà con Pyongyang?
No, mia moglie ha detto che se lo faccio chiede il divorzio.