Rifiuti e opere abusive: sigilli nel fondo di Di Maio sr.

Il Comando vigili del Comune di Mariglianella (Napoli) si trova sotto al palazzo del municipio e dista circa un chilometro dai quattro manufatti che sarebbero stati realizzati senza permesso nel fondo di cui è comproprietario Antonio Di Maio, il padre del vicepremier Luigi Di Maio, e che potrebbero essere i depositi degli attrezzi dell’azienda edile di famiglia. I vigili hanno contestato anche la presenza di rifiuti secchi, inerti, un frigo, buttati in tre piazzole, che hanno sequestrato. Verrà steso un rapporto alla Procura di Nola. Per raggiungere questi manufatti, pertinenziali a una vecchia masseria, basta attraversare il lungo rettilineo di Corso Umberto I e poi infilarsi in un budello che conduce al cancello dei capannoni, di fronte a una palazzina. Le aerofotogrammetrie in possesso del Comune sono datate 2005 e chi le ha viste ci dice che c’erano già dei manufatti. Eppure ci sono voluti gli articoli de Il Giornale che denunciavano i capannoni ‘inesistenti’ al Catasto – e l’esistenza di un’ipoteca di Equitalia del 2010 sulle particelle, di circa 175.000 euro, dalle origini misteriose – per avviare le ispezioni dei caschi bianchi. Un sopralluogo annunciato, fissato ieri con la convocazione delle parti – Di Maio senior ha mandato i suoi tecnici – dopo che il primo blitz di lunedì si era infranto su un lucchetto chiuso. Nessuno aveva denunciato, nessuno se ne era accorto. Ieri invece tutti hanno notato la presenza dei giornalisti lungo la rotonda. Sono stati sottoposti a uno stillicidio di insulti – “ricottari”, “pezzi di merda”, “fate solo figure di niente” – qualcun altro invece ha urlato “Di Maio è l’orgoglio della nostra nazione”. I giornalisti di Repubblica e del Roma che si sono avvicinati al cancello delle proprietà Di Maio si sono trovati di fronte un signore che abita lì vicino e che si è qualificato come “appena uscito di galera” agitando un cric contro di loro: “Ve lo spacco in testa”.

Benvenuti in questo piccolo paese del Nolano di quasi 8.000 abitanti dove l’azienda dei Di Maio ha qualche radice e dove governa un sindaco di Forza Italia, Felice Di Maiolo, in carica da otto anni, che con il vicepremier dice di non avere cattivi rapporti: “Qualche anno fa da vicepresidente della Camera venne a inaugurare una sede dei Cinque Stelle e io, per correttezza istituzionale, andai a salutarlo con cordialità”. Sindaco, ma come avete fatto a non accorgervi di questi presunti abusi così vistosi e così vicini al municipio? “Non sono stati commessi durante il mio mandato. Io ho fatto demolizioni e acquisizioni al patrimonio pubblico di capannoni, alberghi, immobili anche grossi. E ogni mattina coi vigili faccio un giro del territorio”. E lì non c’è mai stato? “Il vialetto è piccolissimo, non adiacente la strada pubblica”. È vero che nel campetto di calcio che si trova nelle proprietà dei Di Maio i 5stelle avrebbero organizzato iniziative politiche? “Non lo so, non mi avrebbero invitato, credo. Io poi sono uno scrupoloso, che se viene invitato a una cena, si accerta prima che il ristorante sia in regola”. E fa bene, perché in queste zone del Vesuviano gli abusi sono la norma e grande è il disordine urbanistico sotto al cielo. La Campania ha il record negativo delle demolizioni effettuate – appena il 3% rispetto alle ordinanze emesse, che sono state circa 16.500 negli ultimi 15 anni. Legambiente informa che Mariglianella non è tra i 1.804 Comuni che hanno risposto al questionario su abusi, condoni e abbattimenti eseguiti alla base del loro dossier di settembre.

I terreni di Mariglianella furono acquistati nel 2000, i manufatti sarebbero precedenti al 2005, l’ipoteca è del 2010 e quindi nulla è collocabile dopo il 2012, anno in cui Luigi Di Maio entra negli assetti societari delle aziende gestite dal padre. Come nei casi di lavoro nero nell’impresa edile di famiglia denunciati dalle Iene. Questo induce il vicepremier ad affermare di essere “assolutamente tranquillo”. I parenti, non abituati alla pressione, un po’ meno. La zia ha scritto su Fb: “Siamo rimasti scioccati da quanto è successo, da quello letto e visto. Credo che nemmeno il più incallito camorrista si sia visto un drone (inviati dalle tv, ndr) che girava di fronte casa”.

Turbativa d’asta, l’ex sindaco Pd di Lodi condannato a 10 mesi

Il giudice ieri ha condannato a dieci mesi di reclusione e 300 euro di multa l’ex sindaco Pd di Lodi Simone Uggetti, fedelissimo del deputato dem Lorenzo Guerini, per l’accusa di turbativa d’asta in relazione all’appalto della primavera del 2016 per l’affidamento per sei anni della gestione delle piscine scoperte del Belgiardino e di via Ferrabini. Uggetti era stato arrestato dalla Guardia di Finanza il 3 maggio 2016 e detenuto nel carcere milanese di San Vittore per dieci giorni. L’ex sindaco è stato condannato anche a risarcire i danni patrimoniali e non patrimoniali al Comune di Lodi da liquidarsi in separato giudizio. E questo grazie a un cittadino che si è costituito parte civile, cosa che invece non aveva fatto il Comune. Il cittadino è Massimo Casiraghi anche consigliere comunale M5S che al Fatto spiega: “In tutta questa vicenda l’unico bene per la città è stata la mia decisione e la tenacia di costituirmi parte civile. Questo è un momento importante nella storia dei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione”. Dal canto suo Uggetti dopo la sentenza ha commentato: “Siamo ancora in attesa della giustizia”.

Fico: “Montecitorio chiude col Cairo”

Una fuga in avanti inattesa, che coglie di sorpresa anche il capo del governo. Sul caso Regeni, Roberto Fico va in avanscoperta e schiera Montecitorio: la Camera interrompe i rapporti con il parlamento egiziano. Un atto per lo più simbolico, ma significativo. Fico lo sancisce in televisione, al Tg1 delle 13: “Con grande rammarico annuncio ufficialmente che la Camera dei deputati sospenderà ogni tipo di relazione diplomatica con il parlamento egiziano, fino a quando non ci sarà una svolta vera nelle indagini e un processo che sia risolutivo”.

Il presidente ha deciso di dare questo segnale in completa autonomia, limitandosi a una breve comunicazione informale ad alcuni membri del governo. Il premier Giuseppe Conte, in trasferta a Buenos Aires per il G20, dice di non saperne nulla: “Non ho ancora parlato con Fico, non so in particolare per quale ragione abbia preso questa decisione”. Silenzio completo dal Viminale di Matteo Salvini e da Luigi Di Maio, vicepremier e capo dei 5Stelle. Le ragioni della sortita di Fico in realtà sono di fronte agli occhi di tutti: il fallimento della presunta collaborazione tra Italia ed Egitto per scoprire la verità sull’uccisione brutale del ricercatore triestino è stato ufficializzato dalla decisione della procura di Roma, che dopo l’ennesimo summit improduttivo con gli inquirenti egiziani ha messo sotto indagine cinque funzionari dei servizi segreti del regime di Al Sisi.

Difficile pensare che sia un caso, peraltro, che l’iniziativa di Fico arrivi il giorno dopo la conversione in legge del decreto sicurezza di Salvini, celebrata proprio a Montecitorio, per l’imbarazzo dell’ala “sinistra” del Movimento Cinque Stelle che fa capo proprio al presidente della Camera. La sua decisione è stata sottoscritta dai capigruppo di tutti i partiti interpellati ieri pomeriggio a Montecitorio.

L’iniziativa della procura di Roma ha fatto battere un colpo, ieri sera, anche al ministro degli Esteri Enzo Moavero. “La Farnesina – si legge in un comunicato – farà i passi necessari per richiamare le Autorità egiziane a rinnovare con determinazione l’impegno, più volte espresso, anche al massimo livello, di raggiungere risultati concreti e significativi, che consentano di fare pienamente giustizia”. Al di là del linguaggio burocratico e dell’ennesima declinazione della solita promessa (la “ricerca della verità”), dal ministero degli Esteri fanno sapere (informalmente) che le iniziative dovrebbero essere due: la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore egiziano, e allo stesso tempo la visita dell’ambasciatore italiano al ministero degli Esteri del Cairo. Per rompere un’inerzia che dura da quasi due anni.

L’ambulante chiamò gli 007. Regeni, sequestro di Stato

Gli agenti della National Security egiziana, secondo gli investigatori italiani, entrano a gamba tesa nel sequestro di Giulio Regeni il 6 gennaio 2016. Quel giorno di quasi tre anni fa, il ricercatore friulano ha un appuntamento con il capo del sindacato autonomo degli ambulanti del Cairo, Mohammed Abdallah. L’incontro viene filmato dall’ambulante stesso. La registrazione però finisce agli atti del fascicolo della Procura di Roma che l’analizza nel dettaglio. Ed è il pm Sergio Colaiocco a scoprire che quel giorno – dopo il caffè preso con Regeni e una richiesta di denaro che il ricercatore nega – sul cellulare dell’ambulante vengono registrate tre telefonate di tre utenze diverse, tutte della National Security.

È questo l’elemento che fa accendere i fari sugli apparati di Stato egiziani. E il conseguente sospetto che siano coinvolti nel sequestro di Giulio Regeni. Cosa sia avvenuto dopo – le torture e la morte – è ancora un buco nero. Non si conoscono i responsabili. Ma i pm romani – che indagano con i colleghi egiziani fissando diversi summit in questi anni, di fatto infruttuosi – sono convinti che, a differenza di quanto detto, almeno cinque uomini della National Security abbiano sorvegliato il ricercatore per qualche mese, fino al 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa. Per questo la settimana prossima si procederà all’iscrizione nel registro degli indagati di sette tra 007 e poliziotti locali. E tra questi anche alcuni che parteciparono al blitz contro la presunta banda di rapitori, quelli indicati all’inizio dalla polizia egiziana come responsabili dell’omicidio. Era uno dei primi depistaggi consegnati all’Italia, insieme ai documenti di Giulio – come il passaporto o la tessera dell’Università di Cambridge – serviti su un piatto d’argento. Un falso, si è poi scoperto, costato anche la vita a cinque rapitori, uccisi durante quella farsa.

Le iscrizioni sono comunque un atto necessario per ulteriori approfondimenti.

Le telefonate tra Abdallah e gli apparati

Per ricostruire la fase del sequestro, come detto, per i pm romani è stata fondamentale l’analisi del video integrale registrato dal capo del sindacato autonomo degli ambulanti, lo stesso che poi ha denunciato Regeni. “L’ho consegnato agli Interni – dichiarò all’edizione araba dall’Huffington Post – (…) Faceva domande strane, stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale”.

Per l’appuntamento del 6 gennaio 2016, Abdallah si presenta con una microcamera nascosta in un bottone. Strumento che, secondo gli investigatori, sarebbe stato fornito dalla stessa polizia locale. L’incontro dura un’ora e 55 minuti. Un’ora e 45 di colloquio effettivo. Durante il colloquio, l’ambulante chiede denaro a Giulio. Parla della sua situazione familiare, della moglie con il cancro e della figlia operata. Il ricercatore spiega che non può fare nulla, sono soldi dell’università britannica e lui non ha intenzione di chiederli per fini diversi dalla ricerca. Così se ne va.

Ma il video continua. Infatti analizzandolo fino alla fine – come ricostruito in un’informativa di Ros e Sco del 21 gennaio 2017 – gli investigatori notano che l’ambulante parla al telefono. L’identificazione dei suoi interlocutori rappresenta la chiave di svolta dell’indagine romana. Analizzando i tabulati telefonici del 6 gennaio 2016, infatti, gli investigatori scoprono che Abdallah chiama un colonnello della National Security, tale Ater Kamal, il quale a sua volta sente il maggiore Sharif. Sono due dei cinque dell’Apparato di sicurezza finiti nell’informativa degli investigatori.

A questo punto sul telefono del capo del sindacato viene registrata un’altra telefonata, in entrata, da parte del centro della National Security. Purtroppo non è stato possibile capire a quale 007 appartenesse precisamente quel contatto.

Ma il filmato di Abdallah mostra una nuova sorpresa. Nel video integrale si vede anche un secondo soggetto, un uomo che spegne la registrazione. Gli investigatori romani hanno chiesto alla Procura generale del Cairo di capire se si trattasse, pure in questo caso, di un agente della National Security, ottenendo una risposta negativa. A ogni modo, quel filmato è stato l’asso nella manica degli investigatori italiani per capire il ruolo della National Security.

Ignoti ancora i torturati, l’Egitto non aiuta

Purtroppo si tratta solo di una parte della vicenda. Resta infatti il buio totale sulla fase successiva alla scomparsa di Regeni, su cosa sia accaduto dalla sera del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, quando tra le 19.40 e le 20.18 dell’accademico si perdono le tracce. Nove giorni dopo, il suo corpo verrà trovato senza vita lungo la superstrada Cairo-Alessandria. Torturato e ucciso da qualcuno ancora ignoto. E nella ricostruzione della verità l’Egitto non è stato di particolare aiuto.

La Cassazione inguaia la Lega: “Soldi bloccati pure a livello locale”

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso con il quale il partito di Salvini ha contestato il sequestro di 19 mila euro rintracciati dalla Guardia di finanza sui conti della Lega Toscana. La notizia è significativa non tanto per il modesto esborso economico, ma perché stabilisce un principio: c’è continuità patrimoniale tra la Lega federale e le sue diramazioni territoriali. E quindi i finanzieri possono procedere senza ulteriori ostacoli nella ricerca dei 49 milioni da confiscare al Carroccio dopo le condanne di Umberto Bossi e Francesco Belsito per la maxi-truffa sui rimborsi elettorali. La pronuncia della Cassazione conferma quanto era stato stabilito il 17 luglio dal Tribunale del Riesame di Genova dopo il rinvio della stessa Suprema Corte. Tra le prove utilizzate dalla Procura di Genova nell’udienza di quest’estate, quella cruciale è risultata essere un documento di “successione a titolo universale”: 26 mila euro versati tre anni fa dal partito federale alla Lega Toscana per proseguire l’attività politica territoriale. “Questa sentenza è incredibile e continueremo con i ricorsi”, ha detto la coordinatrice della Lega Toscana (e consigliera del vicepremier Salvini a Palazzo Chigi) Susanna Ceccardi.

Indicazioni generiche e non vincolanti: cosa c’è nel Global Compact

Il nome, Global Compact per le migrazioni, suscita istintiva diffidenza, un po’ perché non è chiaro che cosa sia e molto per l’assonanza con quel Fiscal Compact che associamo ad austerità e sacrifici. Ma il Global Compact for Migration dell’Onu è tutt’altra iniziativa: s’inserisce nel filone dello United Nations Global Compact, che incoraggia le aziende di tutto il mondo ad adottare politiche sostenibili e rispettose della responsabilità sociale d’impresa.

Tutte cose buone, dunque, alla peggio destinate a restare lettera morta, ma che male non fanno. Analogamente, il Global Compact per le migrazioni stabilisce alcune linee guida nella gestione dell’immigrazione e dell’accoglienza dei richiedenti asilo in base a indicazioni di esperti, operatori e funzionari. Il governo italiano, che due mesi fa s’era detto pronto a sottoscriverlo, ora prende tempo.

La svolta, annunciata da Matteo Salvini, ha costretto Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero a fare acrobazie lessicali per non smentirsi: “È un documento – ha detto il premier – che tocca temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini. Riteniamo opportuno parlamentarizzare il dibattito e rimettere le scelte all’esito della discussione”.

La genesi del documento è vecchia di almeno due anni. Il 19 settembre 2016 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità la Dichiarazione sui migranti e rifugiati, riconoscendo l’esigenza d’un approccio globale alla mobilità umana. “A tal fine – scrive su AffarInternazionali.it Nino Sergi, presidente onorario di Intersos e consigliere di Link 2007- c’è stato un ampio percorso di consultazione con le più rilevanti istituzioni pubbliche e private coinvolte, seguìto da negoziati fra i governi, che hanno prodotto la bozza finale del Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare. In parallelo è stato elaborato il Global Compact sui rifugiati”.

Entrambi i patti saranno adottati dalla comunità internazionale in una riunione ad hoc a Marrakech, in Marocco, il 10 e 11 settembre. L’Italia non ci sarà, nonostante a settembre Moavero avesse detto all’Onu che “quello che faremo a Marrakech ha importanza fondamentale” e che “la bozza finale è un compromesso molto buono”. In un comunicato dell’Onu, si riferiva che il premier Conte aveva confermato la firma dell’Italia incontrando il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.

Il Global Compact non è vincolante: costituisce più un quadro di riferimento che un’agenda di misure concrete. Fra i 10 principi e i 23 obiettivi che elenca, ci sono molte indicazioni già previste dal diritto internazionale, del tipo “ridurre le vulnerabilità dei migranti”, o “combattere il traffico degli esseri umani”. C’è inoltre l’incoraggiamento a una maggiore cooperazione fra gli Stati per gestire meglio il fenomeno migratorio, e qualche proposta più politica, come l’apertura di vie per l’immigrazione legale.

La maggior parte dei Paesi dell’Ue, e tutti quelli più interessati ai flussi migratori come Francia e Germania, firmeranno il documento.

Fra i Paesi che non lo faranno ci sono quelli tradizionalmente più ostili ai migranti e più contrari a ogni forma di redistribuzione o solidarietà comunitaria, come Polonia, Ungheria, Croazia e Slovacchia. Il governo svizzero, proprio come l’italiano, subordina la sua adesione all’esito di un dibattito parlamentare. Gli Stati Uniti di Donald Trump sono contrari: non c’è da stupirsene, visti i muri al confine e lo schieramento dei militari lungo la frontiera con il Messico.

Il piano di azione del Global Compact, coerente con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, invita gli Stati a una maggiore cooperazione e solidarietà e a collaborare con gli attori coinvolti, rispettando il principio di sussidiarietà.

Con una visione forse ottimistica, Sergi prevede che possa “mettere le basi per immaginare un governo ordinato, regolare, sicuro della migrazione, togliendola dalle mani di trafficanti e criminali, contenendo i movimenti illegali, dotandosi di regole chiare, precise e giuste, assicurando sicurezza ai cittadini e agli stessi migranti, garantendo di più il rispetto della dignità e dei diritti della persona umana”. Un libro dei sogni, magari, ma che male non fa: dice cose giuste e non impone di farle.

Onu, vince Salvini: “Il voto in Parlamento a febbraio”

“La nostra mozione? Non la voteremo prima di febbraio”. A metterla così è una fonte leghista ben informata sui fatti. Che a proposito del documento per chiedere il no al Global Migration Compact, presentato dal deputato Formentini, vicinissimo a Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Esteri, si spinge ancora oltre: “Un voto ci sarà solo quando saremo sicuri di bocciarlo”.

Insomma, la discussione in Parlamento sul trattato Onu ci sarà, ma a data da destinarsi, e sicuramente molto dopo il vertice a Marrakech per firmarlo il 10 e 11 dicembre, dove l’Italia non si presenterà. Certo, il trattato Onu sulle migrazioni può essere eventualmente sottoscritto anche dopo. Ma la strategia della Lega è quella di rinviare il più possibile un dibattito e, soprattutto, un voto sul tema. E intanto mettere l’Italia di fatto fuori dall’accordo. Tanto è vero che la capigruppo ieri ha calendarizzato la mozione di Fratelli d’Italia per il 22 e 23 dicembre. Che sarà comunque un primo momento di difficoltà: il partito di Giorgia Meloni è per il no, il Carroccio non ha voglia di contare i voti.

Dunque, il governo apparentemente ha preso tempo, ma di fatto, rinviando la decisione a data da destinarsi, fa passare la scelta di Matteo Salvini contro l’accordo Onu. Non solo: la spaccatura all’interno della maggioranza è abbastanza profonda da essere preoccupante. Per il sì si stanno schierando pubblicamente vari esponenti dei Cinque Stelle (come Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali). “In Parlamento una maggioranza contraria al Global compact esiste. O il M5S si adegua alla Lega o nasce una nuova maggioranza, con pezzi del centrodestra e alcuni grillini che voterebbero insieme ai leghisti, ma a quel punto cadrebbe il governo”, sono i commenti leghisti.

Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dopo un intervento in Commissione tutto incentrato sulla Brexit, non ha risposto alla domanda della deputata Pd, Lia Quartapelle, che chiedeva un’informativa sui temi di più stretta attualità a partire dal Global compact. A quel punto Pd e LeU hanno abbandonato i lavori.

Il premier Conte ha ribadito che “esiste una diversità di vedute” all’interno del governo “che non deve spaventarci”. Ma la richiesta dell’opposizione di andare a riferire in aula non ha avuto risposta. “È lo strumento più potente che abbiamo per servire i nostri interessi nazionali”, ha sottolineato l’Alto Rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri Federica Mogherini, intervenendo nella mini-plenaria dell’Europarlamento. È potente ma, secondo Mogherini, “giuridicamente non vincolante”. Di fronte a una situazione abbastanza fuori controllo, Salvini ha ribadito in serata: “Faremo un documento condiviso coi Cinque Stelle”. A proposito di dichiarazioni di intenti.

L’Anpi: “Stravolge la Carta e si rischia l’apartheid legale”

Serve una “resistenza civile e culturale unitaria” contro il decreto Sicurezza di Matteo Salvini. Lo afferma l’Anpi, l’associazione dei partigiani, all’indomani dell’approvazione della legge bandiera della Lega. Con queste norme “si stravolge di fatto la Costituzione e l’Italia entra nell’incubo dell’apartheid giuridico”. E quindi “non si può restare inerti”. Non si è fatta aspettare a lungo la risposta ironica del capo della Lega: “I nostalgici delle bandiere rosse parlano di ‘incubo’ e invocano la ‘resistenza civile’”, ha scritto Salvini su Twitter. “Che paura! L’incubo erano i governi della sinistra, cacciati dagli italiani. Ora tornano finalmente ordine e rispetto. La pacchia è stra-finita!”. Oltre a varie associazioni, tra cui Caritas e Terre des Hommes, ha proposto un’iniziativa contro il decreto Salvini Maurizio Martina, candidato alla segreteria del Pd (in ticket con Matteo Richetti), che ha proposto agli altri aspiranti alla guida del partito di raccogliere le firme per un referendum abrogativo. I banchetti si terrebbero il 3 marzo ai gazebo delle primarie del Pd.

Le altre leggi ad personam (totale 41) che Renzi vorrebbe farci dimenticare

Ieri abbiamo pubblicato le prime 25 tra le 41 leggi ad personam varate dai governi di Silvio Berlusconi, oggi rimpianto dall’ex segretario del Pd Renzi. Ecco le altre.

 

26. Autoriduzione fiscale (2004). Ridotte le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti. B. risparmierà 764.154 euro di tasse all’anno.

27. Plusvalenze esentasse (2003). Detassate le plusvalenze da partecipazione. B. nel 2005 cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi e risparmia 340 milioni di imposte.

28. Sondaggi a spese nostre (2005). Stanziati 6 milioni per sondaggi sulle “politiche pubbliche adottate dal governo”. B. paga con soldi pubblici i sondaggi di FI.

29-30-31. Condoni alla villa abusiva (2004). Tre condoni bloccano le indagini sugli abusi edilizi a Villa Certosa.

32-33. Due scudi fiscali (2001-2003). Chi vuol far rientrare (riciclare) capitali guadagnati e/o detenuti all’estero illegalmente paga un misero 2,5%, con garanzia di anonimato. B. è imputato per 1.500 miliardi di lire in nero su 64 società estere Fininvest.

34. Lodo Alfano (2008). Sospende i processi ai presidenti della Repubblica, delle Camere e del Consiglio sino al termine della carica. Cioè i processi Mills e Mediaset. Riprenderanno quando la Consulta boccerà la legge.

35. Scudo fiscale-3 (2009). Funziona come gli altri due, però con un obolo del 5%.

36. Legittimo impedimento (2010). Bocciato il lodo Alfano e ripresi i processi, ecco una nuova legge Alfano per bloccarli per 18 mesi: quella che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per il premier e i ministri. E non solo per le attività di governo, ma anche per quelle “preparatorie e consequenziali, nonché comunque coessenziali alle funzioni”. La Consulta e un referendum bocceranno anche quello.

37. Più Iva per Sky (2008). Raddoppia l’Iva a Sky, principale concorrente di Mediaset, dal 10 al 20%.

38. Meno spot per Sky (2009). Un decreto Romani obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.

39. Più azioni proprie (2009). Aumenta dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere. Norma subito usata da Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.

40. Legge pro Mondadori (2010). L’Agenzia delle entrate contesta a Mondadori 173 milioni di euro di tasse evase nel 1991. Mondadori ricorre in I e II grado, vince la causa, ma il fisco ricorre in Cassazione. B. fa un decreto che consente a chi ha vinto due gradi di giudizio di chiudere il contenzioso in Cassazione versando solo il 5%. Così, invece di 173 milioni (350 con gli interessi), Mondadori se la cava con 8,6.

41. Legge pro Lega-2 (2010).Per salvare i leghisti delle camicie verdi ancora imputati a Verona per costituzione di formazione paramilitare fuorilegge (gli altri due reati sono stati depenalizzati nel 2005), ecco un codicillo nascosto in un decreto omnibus di 1085 norme, che abolisce pure quel reato. Al giudice di Verona non resta che prendere atto della depenalizzazione e prosciogliere tutti gli imputati.

(2 – Fine)

“Altro che scuse: il ritorno di B. sarebbe un incubo”

“Il guaio è che tutto comincia con Berlusconi!”: Sandra Bonsanti, giornalista, presidente emerito di Libertà e giustizia, non ha un momento di esitazione quando le domandiamo che pensa delle scuse che dovremmo fare all’ex Cavaliere. “Renzi è disperato, non ha più niente intorno perché lui stesso ha fatto terra bruciata. Ma non può pensare di pulirsi la coscienza dicendo che bisogna chiedere scusa: Berlusconi è il baco primario dentro la democrazia italiana. Berlusconi – di cui Craxi è stato il presupposto – ha corroso dall’interno la democrazia italiana”.

Lei scrisse una lettera a Renzi, quando era sindaco di Firenze, per la sua “fuitina” ad Arcore. Correva l’anno 2010.

E lui si prese ben due pagine dell’edizione fiorentina di Repubblica per rispondere! Andò a mangiare da Berlusconi, e di nascosto. Io volevo sapere da che parte stava. E lui rispose con quei toni un po’ veltroniani, sostenendo che non bisognava demonizzare l’avversario… Ma già il fatto che da sindaco avesse fatto il pellegrinaggio ad Arcore era uno strappo per me, e per molti, inaudito. Tra l’altro: furono costretti ad ammetterlo perché scoperti, altrimenti non l’avrebbe nemmeno detto.

Un pranzo-antipasto di Nazareno.

Sì, ai tempi c’era Verdini a fare da sensale. Ora mi sembra che abbia troppi guai per aiutare qualcuno. Ma Berlusconi è stato, e lo era già stato in quel momento, l’inizio di una corrosione di valori fondanti, sia da un punto di vista della legalità che del costume costituzionale. Che ora Renzi pensi di potersi rivolgere a lui, cioè alla radice di quello a cui stiamo assistendo ora, è incredibile. Viviamo una situazione pessima, ma che certo non si risolve con una riabilitazione di Berlusconi o peggio, rispolverando l’intesa del Nazareno. Vuol dire non aver capito nulla della deriva costituzionale che ha subito l’Italia. La prima riforma costituzionale – non dimentichiamolo – bocciata con il referendum del 2006 era del governo Berlusconi.

Cosa teme?

A me quel che accade nel Pd interessa fino a un certo punto. Ma vedo che sono in panne: non riescono a fare un congresso, non riescono a fare delle primarie. Questo appello fa supporre che se Renzi potesse, magari con l’ipotetico nuovo partito nato dai ‘comitati civici’, riallaccerebbe i rapporti con Berlusconi senza farsi troppi scrupoli. Temo una saldatura, più o meno alla luce del sole.

Renzi, a proposito delle leggi ad personam, ha tirato in ballo “Ruby nipote di Mubarack”. Pagina umiliante per il Parlamento che si prestò, ma le leggi ad personam furono ben altra cosa…

Sono stati anni in cui noi di Libertà e giustizia tenevamo il conto, giorno per giorno, degli scempi alla cultura della legalità. Non c’è niente, niente!, da recuperare di quel periodo. Se questo Paese ha una speranza di risorgere non è certo da quelle rovine. È un incubo, senza alcuna logica. È un’idea di Renzi, nutrita dalla sua grande arroganza. Basta vedere il modo in cui ha liquidato il lucido intervento su Repubblica di Gustavo Zagrebelsky: ‘Si è svegliato’, ha detto l’ex premier.

C’è un grosso problema, però, nell’area progressista se lo scrittore Sandro Veronesi ha detto a Circo Massimo: “Se mi chiedete di firmare per far tornare Berlusconi e il suo governo domani, io firmo col sangue. Era arrogante, con il conflitto di interessi, ma sapeva qualcosa del mondo. Sapeva che stava trasgredendo le etichette quando prendeva in giro la Merkel. Questi non sanno quello che fanno”.

Certo che c’è un problema. L’opposizione a Salvini bisogna che ci sia, e che sia solida. Non solo per il decreto Sicurezza. Vedremo che cosa farà il presidente Mattarella, ma a me fa molta paura la vicinanza della Lega con la destra di CasaPound: qualcosa di non detto nei progetti della Lega c’è. Attenzione: è tutta l’Europa che va verso il fascismo. La grande disperazione dell’area progressista è che non si riconosce nel M5S e in quell’idea di democrazia diretta. Questo non significa affatto che sia giusto riabilitare B: la sentenza sulla trattativa Stato-mafia ha messo nero su bianco come l’anti Stato volesse l’arrivo di Berlusconi e dei personaggi di cui si circondava. Mi preme aggiungere un’ultima cosa.

Prego.

Non dimentichiamoci che Berlusconi ha tenuto a battesimo gli attacchi alla stampa. Anche la Dc ci attaccava, anche Craxi, ma con Berlusconi sono diventati purghe. E pure con Renzi. Anche oggi c’è un inquietante atteggiamento d’intolleranza, con minacce di leggi che possono mettere a rischio la libertà d’informazione.