È un passaggio tecnico atteso, ma comunque va segnalato che l’iter della procedura di infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo va avanti. Ieri il rapporto del 21 novembre della Commissione che segnala “gravi scostamenti” rispetto agli impegni assunti è stato approvato degli sherpa dell’Ecofin. Un passaggio tecnico, si diceva, perché solo gli organi politici possono davvero dare avvio alla procedura e, al momento, l’iter è stato fermato: la manovra italiana, ad esempio, “non è in agenda” alla riunione dell’Ecofin di martedì (ma se ne occuperà l’Eurogruppo lunedì). Tempo concesso all’Italia per trovare un accordo con la Commissione. Ieri Matteo Salvini, ad esempio, ha sostenuto che “il 2,4% di deficit/Pil non è uno dei dieci comandamenti”, ma aprendo a modifiche limitate. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, invece, si tiene sulle generali: “Non commento quel che dicono gli altri. Stiamo trattando: i numeri si fanno nelle trattative non si dicono in giro”. Genericamente trattativista anche il premier Giuseppe Conte: “Potremmo ragionevolmente recuperare un po’ di risorse finanziarie, ma l’importante è conservare le promesse fatte agli italiani”.
Carlea presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici
Donato Carlea, attualmente provveditore alle opere pubbliche in Sicilia e Calabria, è stato nominato dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, presidente del Consiglio superiore del lavori pubblici. La decisione del governo mette fine dopo cinque anni a una vera e propria persecuzione di cui Carlea è stato vittima. Nel 2013 infatti era provveditore alle opere pubbliche in Lazio e Abruzzo, dove aveva fronteggiato con una certa efficacia le prodezze della cosiddetta “cricca” di Angelo Balducci nella ricostruzione post-terremoto de L’Aquila, quando l’allora ministro Maurizio Lupi lo fece fuori. Carlea fu relegato al provveditorato di Napoli, dal quale Lupi lo sospese perché rinviato a giudizio per “lottizzazione abusiva” nella grottesca vicenda della caserma della Guardia forestale di Ischia.
Solo poche settimane fa il dirigente ministeriale, dopo cinque anni, è stato assolto dall’accusa di aver ordito una “lottizzazione abusiva” per far costruire allo Stato una caserma.
Derby di piazza per Berlusconi: manifesta 24 ore prima di Matteo
Silvio Berlusconi torna in piazza. E lo farà il giorno prima di Matteo Salvini. Non proprio in piazza, a dire il vero: l’ex Cav. parteciperà alla manifestazione che venerdì prossimo, 7 dicembre, Forza Italia terrà a Roma, all’Hotel Ergife. Una kermesse organizzata per esprimere il proprio dissenso alla manovra. A sole 24 ore dall’attesa manifestazione della Lega di Salvini in piazza del Popolo, sabato 8 dicembre, giorno dell’Immacolata. Un vero derby, dunque, tra i due leader del centrodestra. “Sono già due settimane che FI organizza gazebo nelle piazze contro questa scellerata manovra”, spiega Antonio Tajani a Montecitorio. Il numero due azzurro è appena uscito da una riunione di partito in cui si è ufficializzato di andare alle Europee col nuovo nome Altra Italia. “Vogliamo riunire sotto questo simbolo tutte le liste di centrodestra che si oppongono al governo gialloverde”, sottolinea il presidente del Parlamento europeo. E a Bruxelles che succede? “I vertici Ue si aspettano cambiamenti strutturali alla manovra: non si guarderà solo alla diminuzione del deficit, ma anche a un diverso impiego delle risorse”.
Vecchi arnesi & gran borghesi: la Torino degli affari debutta al raduno di Cottarelli
Si potrebbe definire un ballo (figurato) delle debuttanti e dei debuttanti, se non fosse che alcuni di loro hanno già oltrepassato la linea d’ombra che separa l’adolescenza dalla maturità.
Resta il fatto che per lo schieramento composito, ma non troppo, della Torino Sì Tav e della vagheggiata riconquista delle città da parte delle supposte élite, l’incontro in programma oggi in un hotel cittadino, l’Nh di corso Vittorio Emanuele, è un battesimo in pubblico. Organizza la sezione locale della Fondazione Magna Carta, quella presieduta dal senatore di Forza Italia Gaetano Quagliariello. Vi partecipano il commercialista Stefano Rigon che guida Magna Carta Nord- Ovest; l’economista Carlo Cottarelli; il sociologo Luca Ricolfi , che da posizioni di destra/sinistra/destra critica la sinistra; Paolo Foietta, commissario straordinario per l’asse ferroviario Torino-Lione; il notaio Andrea Ganelli, gran manovratore di iniziative politiche anti-giunta Appendino; la madamina Sì Tav Giovanna Giordano Peretti; l’uomo dell’alta finanza Guido Giubergia (patron di Ersel); e la deputata di Forza Italia Claudia Porchietto.
Una bella brigata, pertanto, che, per ricordare il Totò di un famoso film, potrebbe esclamare, entrando nella sala dell’ albergo Nh: “Macchinisti, fuochisti, ferrovieri, facchini, affini, collaterali, uomini di fatica…”.
Il pretesto per il raduno è la presentazione dell’ultimo libro di Cottarelli, ormai economista per meriti televisivi. In realtà, il vero motivo è la prima uscita del preteso think tank che sostiene di rappresentare la Torino dei ceti produttivi.
Una Torino, in verità, molto renzusconiana e padronale; l’eterna Torino del potere, che ora si sente minacciata dalla giunta comunale Cinque Stelle e dal voto popolare che ha cambiato un poco gli equilibri di Palazzo. Eterna Torino, poi, degli aspiranti alle briciole del potere; e frammento di una città votata alla presa della Bastiglia subalpina (e forse qualcosa di più), tesa comunque alla ricomposizione politica e affaristica di classe (dominante).
Non ci sono nel think tank al gianduiotto della supposta “altra Torino”, naturalmente autodefinitasi liberale, cassintegrati Fiat-Fca, precari o lavoratori normali, emigrati oppure piccoli commercianti o gente comune. Ai finanzieri, ai notai, ai commercialisti e ai revisori dei conti (a volte finiti in mano alla Procura della Repubblica), agli industriali veri o fasulli, ai costruttori, alle madame Fiat e alle madamin che, quando scenderanno in piazza i No Tav, andranno a sciare al Sestriere (per rivoluzionaria loro ammissione), si mescolano quelli e quelle dei mestieri dell’era postmoderna, che di produttivo hanno poco.
Al convegno dell’hotel Nh, spiegano i promotori, i relatori diranno che “il Piemonte – da sempre laboratorio e propulsore per l’Italia – soffre un momento di stallo dal quale uscire con rinnovate energie e proposte”.
Semplici pretesti, quelle energie e proposte, per andare all’assalto della diligenza, mandando avanti madamini e madamine. Sperando di fare come nella poesia di Guido Gozzano: “Signore e signorine/ le dita senza guanto/ scelgon la pasta. Quanto/ ritornano bambine!/ Perché nïun le veda,/ volgon le spalle, in fretta,/ sollevan la veletta,/ divorano la preda”.
“Macché madamine, la marcia l’ho fatta io. E adesso tifo Salvini”
Le madamin? La prima volta le ho viste il 28 ottobre scorso. Noi eravamo in consiglio comunale per protestare contro il voto per il no all’Alta velocità in Valle di Susa. Loro erano lì, invece, per incontrare il vicesindaco e presentare la loro iniziativa che si chiamava, allora, “Sì lavoro”, non “Sì Tav”. Ascoltavano il dibattito: più che interessate, mi sembravano annoiate”.
La zampata di Mino Giachino (73 anni, ex segretario di Carlo Donat-Cattin, ex sottosegretario ai Trasporti dell’ultimo governo Berlusconi, ex dc, fedelissimo di Gianni Letta, lobbista non pentito dei signori dei Tir, forzaitaliota un po’ deluso) arriva a inizio intervista.
Vuol dire che non sopporta di vedere quelle signore della Torino bene trasformate nelle uniche star della piazza dei 25 mila per il sì al Tav?
Altro che 25 mila, eravamo di più.
Meno, però, dei 40 mila strombazzati quel sabato.
Sì, forse meno, ma più di 25 mila. Non si discute.
Torniamo alle madamin.
La marcia l’ho fatta io e il merito è di mio figlio Ludovico. Io non capisco niente di Internet, lui invece sì e mi ha consigliato di lasciar perdere la petizione cartacea e di puntare su Change.org. Adesso siamo oltre le 100 mila adesioni e io posso scrivere quando voglio a tutte quelle persone.
Le madamin non la raccontano così. Chi ha ragione?
Loro hanno altri interessi. Fanno riferimento al finanziere Guido Giubergia e al notaio Andrea Ganelli, pensano a una lista civica per quando scadrà l’Appendino e qualcuna di loro, in passato, ha raccolto adesioni per Fassino e qualcun’altra, facendo la cacciatrice di teste, ha lavorato per le giunte Chiamparino.
Beh, quanto alla politica, lei non ha certo da invidiare nulla a nessuno….
La verità è che la politica mi sta un po’ deludendo. Quando si determina un movimento come quello di piazza Castello a Torino, servono risposte. Non ne vedo.
Nemmeno da parte di Forza Italia?
A livello nazionale sì, ora usano la marcia Sì Tav per lanciare il partito sui social. A Torino, invece, tutto tace.
In piazza però, quel sabato, c’era anche la Gelmini.
Mi ha scritto subito un sms: ‘Mino, mi hai emozionato’. Poi, quello di Letta: ‘Sei un eroe’. Alla fine, è arrivato lui.
Lui chi?
Berlusconi: ‘Sei stato bravissimo’.
Vede, siamo in piena politica, altro che lista civica delle madamin.
No, la differenza è che io in questa cosa ci credo: possiamo salvare il Tav. L’ho capito a giugno, quando è nato il governo. Ci sono i Cinquestelle, mi sono detto: sfasceranno l’Alta velocità in Valle di Susa, bisogna fare qualcosa. Così, ho pensato alla petizione.
E ora, che cosa farà? Si candiderà alle Regionali?
Lasci perdere, non ci casco. Io ho imparato a far politica e anche a rilasciare interviste da Donat-Cattin. Lui cominciava ogni riunione spiegando che cosa sarebbe accaduto nei mesi successivi. Ora voglio occuparmi di Tav, il resto lo vedremo.
C’è chi sostiene che, se non fosse per quei 73 anni, lei farebbe addirittura un pensierino alla presidenza della Regione. Magari anche solo a un assessorato. Balle?
Non ci casco. Un candidato in grado di battere Chiamparino, e anche senza troppi problemi, il centrodestra ce l’ha già.
E chi è?
Guido Crosetto, un vincente.
E Sergio Chiamparino?
È un Sì Tav, da sempre: in fondo, mi dispiace per lui. Ma noi abbiamo bisogno che vinca il centrodestra, proprio per salvare l’Alta velocità. Abbiamo bisogno che in Piemonte governi la Lega di Salvini.
E perché?
Così la Lega potrà fermare i Cinquestelle e garantire che la linea verso Lione si farà.
Convertito a Salvini?
No, assolutamente. Io la penso in maniera molto diversa da lui su tante cose, ma come politico è bravissimo. E ha già capito che cosa ho fatto a Torino. Ci siamo visti quasi per caso a Roma, mi ha stretto la mano e mi ha detto ‘hai fatto una cosa eccezionale’. E se Conte ci riceverà, credo che di mezzo ci sia il suo zampino.
Lei, sul palco, ha lodato Marchionne per il suo impegno per il Tav. Ma la città non è stata un po’ troppo zitta sull’abbandono della Fiat?
Sì, questo lo ammetto: è vero.
E il Pd, in tutto questo?
Sbandato: tace, fa un passo avanti e due indietro. Non capisce dove vogliono andare a parare le madamin e così si è ammutolito.
E loro, le madamin?
Ho letto che l’8 dicembre, quando sfileranno i No Tav, andranno a sciare al Sestriere. Prima avevano detto che bisognava mettere gli striscioni Sì Tav ai balconi, poi hanno spiegato che non bisognava provocare. La verità è che, anche in questo caso, lo avevo già detto io il giorno prima. Io so di che cosa parlo.
Perché, le madamin non lo sanno?
Non dico questo, ma una cosa è conoscere i problemi, un’altra cosa è fare pubbliche relazioni. Nei dibattiti, due esponenti Sì Tav del Pd come Chiamparino e Stefano Esposito, se qualcuno fa domande tecniche, rispondono così: ‘alt, qui deve rispondere Giachino, lui sa tutto…’.
Il partito del Pil e pezzi di Lega ora rivogliono il centrodestra
Ogni tanto sui giornali ricompare “il partito del Pil” – espressione cara al Corriere della Sera – che sarebbe il partito dei produttori, di chi sta in azienda a fare questo benedetto Prodotto. Insomma, il partito del Pil sono gli imprenditori a vario titolo, pezzi di sindacato concertativo, radi pezzi di società civile e, ovviamente, il partito degli affari coi soldi pubblici e i profitti privati. Un agglomerato riunito da parole d’ordine generiche, che sui media finiscono per disegnare la richiesta di un’impossibile continuità con le scelte del passato (grandi opere spesso inutili, precarizzazione del lavoro, modello economico orientato alle esportazioni e, dunque, deflazione), ma senza disdegnare la flat tax.
È troppo facile prevedere che la voce di questo “partito” – già così ben veicolata dai 15 o 30mila Sì Tav di Torino – andrà crescendo per almeno un paio di motivi: la crescita si va fermando persino nella locomotiva Nord Est; non esiste un’opposizione politica credibile e, dunque, quello spazio finisce ai “portatori di interessi” che almeno un piano sembrano avercelo e assai chiaro: separare Lega e 5 Stelle per riproporre un governo di centrodestra vecchio stile (più responsabili vari).
Il cosiddetto partito del Pil – atteso da un dicembre di assemblee in tutto il Nord Italia – ha anche i suoi addentellati istituzionali: i governatori. Ieri La Stampa ha dato conto di un “patto” siglato all’assemblea degli industriali genovesi tra i governatori di Piemonte e Liguria (più quello lombardo, ma in contumacia) per fare pressioni sul governo: “Tra alcune regioni e la parte industriale del Paese – dice Giovanni Toti – si sta costruendo un blocco sociale e politico sulla base di valori trasversali: la nostra ricetta è alternativa a chi vuole chiudersi per evitare di essere invaso da qualcun altro, siano persone o merci”.
Toti – forzista con buoni addentellati nella Lega e finanziatori di peso per la sua Fondazione Change – è stato per qualche settimana l’immagine del partito degli affari nascosto nel partito del Pil: fu lui, dopo il crollo del Ponte Morandi, a provare a “salvare” Autostrade dall’ostracismo M5S facendo pressioni sul Carroccio ligure e presentando addirittura il progetto del nuovo viadotto in conferenza stampa con l’ad di Aspi Castellucci (che, simbolicamente, fece cadere il plastico). L’idea di cambiare le concessioni pubbliche – dalle autostrade alle frequenze tv – in modo che siano meno penalizzanti per lo Stato è un tabù per il partito degli affari.
Non hanno comunque tutti i torti imprenditori e prenditori a vedere nella Lega – movimento complesso e persino contraddittorio – una sponda possibile contro la pericolosa estraneità all’uso di mondo dei grillini. I tre governatori leghisti, ad esempio, sono comprensibilmente sensibili al malumore di industriali e artigiani del Nord, i quali disprezzano “l’assistenzialismo” del reddito di cittadinanza, temono le turbolenze sui mercati e hanno maldigerito persino il blandissimo decreto dignità. Per questo Attilio Fontana (Lombardia), Massimiliano Fedriga (Friuli) e Luca Zaia (Veneto, vero eroe del partito del Pil e di quello degli affari) qualche giorno fa, durante un incontro, hanno invitato Matteo Salvini a tagliare i ponti coi 5 Stelle quanto prima: “Questa pressione al Nord non la reggiamo a lungo”.
Timori che trovano orecchie attente, eufemizzando, pure a Palazzo Chigi: il sottosegretario Giancarlo Giorgetti – che tra le molte deleghe ha anche quella ai rapporti con l’establishment – s’è da tempo convinto che coi 5 Stelle non si potrà andare avanti a lungo e, tra le altre, anche per la ragione che imploderanno.
L’appuntamento è con l’inizio del 2019 quando molti prevedono, e tra questi Giorgetti, nuove tensioni sui mercati: lì potrebbe crearsi l’occasione per una restaurazione dell’ordine infranto dal voto del 4 marzo e dalla successiva alleanza gialloverde. Eppure c’è un grosso ostacolo a questo disegno ed è, paradossalmente, proprio Salvini, che – infrastrutture a parte – ha costruito la sua Lega attorno a un modello economico alternativo al vecchio Carroccio del laissez faire: decisamente anti-Ue, non ostile all’intervento dello Stato in economia, poco amico del libero scambio (Ttip, Ceta, etc.). Fare una completa marcia indietro per Salvini è oggi impossibile ed “è il limite strutturale della sua leadership”, si dispera il CorSera.
Sia detto en passant, non è detto che il partito del Pil abbia ragione sul Pil: se possiamo scomodare il Gramsci del “cretinismo economico”, “i capitalisti non hanno mai compreso i loro veri interessi e si sono sempre comportati antieconomicamente”.
Silvio, sei tutti loro
Quella di Renzi che riabilita ufficialmente B., dopo averlo ammirato di nascosto e imitato a cielo aperto per cinque anni, non è né una gaffe estemporanea né l’ultimo reflusso gastrico di un leader alla frutta, anzi al caffè (corretto grappa). È la premessa culturale (parlando con pardon) essenziale di un progetto politico condiviso da tutto l’Ancien Régime, che sta lavorando alacremente per conservare il potere in barba alla maggioranza degli italiani che il 4 marzo aveva deciso finalmente di levarglielo. Lo dimostra quotidianamente il gioco sporco dei suoi trombettieri sparsi nei giornaloni: quelli che dedicano due pagine al giorno a una minuscola impresa edile di Pomigliano solo perché appartiene al padre di Di Maio; quelli che riservano il primo titolo dei loro siti web a qualche capanno e quattro laterizi sequestrati da uno dei Comuni più abusivi del mondo; quelli che nascondono i veri scandali politici dietro quelli finti (confrontare gli spazi su Di Maio padre e su Salvini e la legge Pd che salvano Bossi). È in cantiere, in vista delle elezioni europee e dell’auspicato ribaltone italiano, un’Union Sacrée dei vecchi poteri affaristico-politici per buttare fuori dal governo il primo partito che ha il torto di aver vinto le elezioni e sostituirlo con quelli che le hanno perse. Possibilmente in tempo utile per salvare i tre capisaldi del Paese del Gattopardo minacciati dai 5Stelle: la Santa Prescrizione, patrona dell’impunità per i colpevoli ricchi e potenti; le Grandi Opere con relativi grandi sprechi e grandi mazzette (dal Tav Torino-Lione in giù); e le Benedette Concessioni di beni pubblici ai privati (da Autostrade in giù).
Mentre i gonzi vengono dirottati appresso a falsi obiettivi – il ritorno del fascismo, i contratti e i non contratti in casa Di Maio, le madamine in marcia a Torino, la procedura d’infrazione europea per un paio di decimali di deficit – chi bada al sodo sa dove guardare. E sa pure che, per quanto malconcio e rintronato, B. è decisivo per la Grande Ammucchiata, insieme al Pd renziano e alla Lega (o a una parte di essa). Mentre ancora ci si balocca sull’antico asse destra-sinistra, o addirittura sul decrepito fascismo-antifascismo, lorsignori sanno benissimo che oggi la guerra è fra vecchio e nuovo. E naturalmente scelgono il vecchio. Nel 2013, complice il premio incostituzionale del Porcellum, bastò ammucchiare Pd, FI e centrini vari per tener lontano il nuovo: Napolitano si fece rieleggere apposta per garantire al sistema che nulla cambiasse (pussa via Rodotà), prima con Letta jr. e poi con Renzi. Stavolta Pd, FI e centrini vari non arrivano al 25%.
Bisogna imbarcare anche un po’ di Lega, che già nel “governo del cambiamento” si è assunta la preziosa missione di garantire il vecchio e fermare il nuovo. E naturalmente bisogna riabilitare B., che nel 2013 era ancora incensurato (8 prescrizioni, ma nessuna condanna definitiva), invece oggi è pregiudicato e ulteriormente sporcato – ove mai fosse possibile – dalla sentenza per mafia, che ha portato in galera Dell’Utri, e da quella sulla trattativa Stato-mafia, che indica il Caimano come il ricettore del ricatto di Cosa Nostra e il finanziatore della medesima anche da premier (sino alla fine del 1994). Renzi non è il solo a pensare che B. non fosse poi così male, e non è neppure il primo a dirlo. Il primo, dal centrosinistra, fu Eugenio Scalfari alla vigilia delle elezioni. Il secondo, con l’aria di dissentire mentre in realtà condivideva, fu De Benedetti. Ieri, intervistato dalla radio di Repubblica, è arrivato anche il bravo scrittore Sandro Veronesi: “Se mi chiedete di firmare per far tornare Berlusconi e il suo governo domani, io firmo, e firmo col sangue. Meglio lui di quelli di oggi, non c’è dubbio. Era arrogante, strafottente, con il conflitto di interessi, ma sapeva qualcosa del mondo. E sapeva che stava trasgredendo le etichette quando prendeva in giro la Merkel. Questi non sanno quello che fanno… possono tirarci giù non solo economicamente ma anche filosoficamente, culturalmente”.
Nelle democrazie normali, gli intellettuali sono i custodi della memoria e gli stimoli al pensiero critico. In Italia sono più smemorati e più conformisti dell’uomo da bar sport. In fondo, a loro, B. che problema dava? Bastava parlar d’altro e si viveva felicissimi. Anzi, se eri di sinistra, B. era il nemico perfetto, lo spaventapasseri ideale per terrorizzare gli elettori e trascinarli, volenti o nolenti, a votare centrosinistra turandosi il naso. Che poi B. fosse un delinquente naturale, direttamente o indirettamente corruttore di giudici, di testimoni, di finanzieri, di politici, di senatori, di minorenni e di maggiorenni, che finanziasse la mafia, che l’avesse portata in casa sua e poi in casa nostra, chi se ne importava: meglio non pensarci, sennò poi ti scappava detto e finivi bandito dalle tv, dai giornali, dall’editoria, dal cinema e sepolto di cause civili per miliardi. Fateci caso: prima Renzi e poi Veronesi ricordano B. esattamente come lui vorrebbe essere ricordato, rimuovendo esattamente ciò che lui vorrebbe fosse rimosso. Un simpatico vecchietto (anzi “pischello”, dice Renzi) che sì, avrà avuto dei conflitti d’interessi, sarà stato un po’ arrogantello e politicamente scorretto, si sarà fatto qualche leggina, ma ci sapeva fare, perbacco. Mica come “questi”, che ci portano al disastro. Pazienza se, anziché fare decine di leggi contro la giustizia e il codice penale, “questi” ne han fatta una contro la corruzione e la prescrizione. Pazienza se, per superare i 550 miliardi di debito pubblico accumulati dai suoi tre governi, “questi” dovrebbero vivere dieci vite. Gaber temeva, “più che il Berlusconi in sé, il Berlusconi in me”. Renzi, Veronesi e gli altri nostalgici dell’Ancien Régime ce l’hanno in sé da una vita. E non c’è esorcista che possa liberarli.
Un peto in faccia a Rossellini: così a Roma si contestava il sistema
Una scorreggia di contestazione, esplosa in faccia al padre del Neorealismo. È il clamoroso Sessantotto di Carlo Verdone, quello che il futuro attore e regista trascorse da studente del primo anno al Centro Sperimentale di Cinematografia. Lo rievoca egli stesso nel documentario diretto da Giovanna Ventura Il gusto della libertà – Cinema e ’68, in cartellone al 36° Torino Film Festival e in programmazione questa sera su Rai Movie, che produce.
“Già il primo giorno al CSC – ricorda Verdone – fu un dramma: eravamo 32 registi, avevano eliminato gli attori, gli scenografi, tutto. Rimaneva solo il regista, la figura dominante nella nuova visione del cinema di Roberto Rossellini”, che era appena stato nominato commissario straordinario. Ovviamente, la politica la faceva da padrone: “Chi di Potere operaio, chi di Avanguardia operaia, chi del Partito comunista, chi di Autonomia operaia, chi del manifesto: mi chiesero, e tu che vuoi fare? Andai a destra, ovvero presi posto tra i comunisti”. Incominciarono le lezioni, “ma non portarono a niente: Rossellini c’aveva davanti 31 persone che volevano parlare di cinema politico, mentre lui dissertava di obiettivi, Panavision, eccetera”.
Tra gli studenti iniziò a farsi strada il malumore, di più, la ribellione: “‘Presidente reazionario’, lo bollavano”. Quando entrò in classe, “a un certo punto uno si alzò, si girò e fece un atto di follia, un peto in faccia a Rossellini”. Verdone ancora oggi non se ne capacita: “Che quello che aveva creato il Neorealismo ricevesse un peto in faccia da uno studente mi ha fatto davvero vergognare, buttai la faccia sul banco, e con me anche quelli di Autonomia operaia. L’aveva fatta troppo grossa, quel ragazzo”. La reazione di Rossellini si fece attendere: “Non si scompose, rimase in silenzio, finì di fumare una Chesterfield senza filtro. Poi guardò tutti, e ci disse: ‘La lezione è finita, non credo ci rivedremo’”.
È l’aneddoto clou del documentario, che inquadra il Sessantotto nella sua evenienza cinematografica, incrociando prezioso, raro se non inedito, materiale d’archivio a illustri talking heads, da Marco Bellocchio al critico francese Serge Toubiana, da Olivier Assayas a Paolo Flores d’Arcais. Da Cannes a Venezia, passando per Parigi, la contestazione arrivò a bruciare lo schermo, giacché “con la macchina da presa c’era chi volesse farci la guerra, Wenders lo mise persino in un film. Ma il cinema – rileva Bellocchio – non fu un alfiere del ’68, vi andò dietro, al più procedette in parallelo”. I cineasti protagonisti furono lui, Roberto Faenza, Silvano Agosti, Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci, che ritroviamo ai Mercati Traianei sul set di Partner, nato nella convinzione che “un intellettuale europeo in questo momento è impotente a condurre una lotta rivoluzionaria”. Eppure, Bertolucci la stava mettendo in campo, anzi, nei nostri orecchi: Partner era in presa diretta, rifiutava il doppiaggio, “perché ha ragione Godard quando dice che ‘in Italia non conoscete il cinema parlato, ma solo quello doppiato’”.
Scorrono i volti, Truffaut e Lelouch che terminano anzitempo la ventunesima edizione di Cannes, in solidarietà alle lotte operaie e studentesche, la giurata Monica Vitti che “deve tenere conto della realtà”, il visionario Marco Ferreri che a Venezia era già oltre la contestazione stessa. Poi quel peto inverecondo, e per finire Paul McCartney che si scaccola sulle note di Happiness runs di Donovan.
Va’ dove ti porta il cuore: al Sud, la Fiat della creatività
Già le locandine in metropolitana mettevano fretta ai pendolari per piazzarsi davanti allo schermo di Rai1. E figurarsi, dunque, se L’Amica geniale – la serie evento diretta da Saverio Costanzo, tratta dal libro di Elena Ferrante – non andava a guadagnare un record al suo debutto tivù: sette milioni di telespettatori. Ed è un trionfo: il 28.05% di share per il primo episodio e il 30.80% per il secondo.
La letteratura tiene incollato il grande pubblico, il fatto potente è proprio questo, e non i sottotitoli per decifrare il napoletano stretto del parlato, non l’ambientazione negli anni 50 del secolo scorso sono stati un ostacolo, anzi: tutto quel Sud del Sud sulle stagioni dell’amicizia tra Lila e Lenù – interpretate da due mirabili attrici, Ludovica Nasti ed Elisa del Genio – conferma, in tema di narrazione, l’irresistibile fascino del marchio meridionale.
La vera Fiat del sud – da Roma in giù, fino a Lampedusa – è l’audiovisivo. L’unica industria attiva a disposizione del Meridione è il racconto. Il successo ultradecennale di Un posto al sole su Rai2 – una sorta di generatore di attori, sceneggiatori, maestranze e specifiche professionalità – lo dimostra. La scrittura è un pretesto e il benedetto sotto testo è tutto di economia e commercio.
Ed è una garanzia per il botteghino.
Dal mastro fabbricatore della lingua letteraria, infatti – Andrea Camilleri, con i suoi smaglianti Montalbano – se ne ricava l’innesto televisivo che miete ascolti e impone il canone. È quello da cui conseguono altri codici inequivocabilmente terroni: ancora Napoli con I bastardi di Pizzofalcone, la serie Rai tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni, o la Scampia di Roberto Saviano trasfigurata in Gomorra la Serie dove ogni fotogramma è un’icona, oppure ancora la Roma di Suburra di Stefano Sollima (tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini).
Anche il poliziesco Nero a Metà, l’ultimo successo di Claudio Amendola, riproduce – al netto della vis romanesca del protagonista – l’urgenza di calore meridiano con Miguel Gobbo Diaz, l’ispettore di colore il cui charme è ben più che Sud del Sud.
Le pagine chiamate a nutrire scene, canovacci ed epiche della serialità televisiva non hanno altra fonte che quell’unico Cuntu de li cunti dell’estetica sapida e meridiana in cui la lagna del pittoresco, la famosa mistica delle treccia d’aglio e del vecchio sdentato con la pipa – tipico delle cartoline illustrate – finalmente cede il passo all’inesauribile malia dell’immaginazione.
Saverio Costanzo – nella sua regia – è un artista ancor prima che un professionista della macchina da presa.
La sua sapienza imaginale non può che attingere alla viva linfa della memoria corale e l’infinità di gente intorno a questo suo ultimo lavoro non può che costringerlo a interrogarsi: è la trepida attesa dello stato d’animo di tanti – di tutti, noi tutti – bisognosi di emozione e sentimento o è, questa urgenza di ascoltare, d’immedesimarsi e di partecipare – fosse pure da spettatori – l’irruzione violenta di una natura? È questo è il Sud, questo interrogarsi. Mai, e in nessuna lingua, ciò che è parlato aderisce totalmente con ciò che è detto, tutto – tutto di noi – necessita di narrazione, di cuntu e di cunti. Ed è sempre Sud la cerca di un linguaggio nel destino di una lingua. Tutto un magma di voci e di silenzi, questo è: tutto un dilagare nella geografia di un Sud di sola parola – esclusivamente di scene, dimore, cose e case – perfino assente nella carta geografica. Per dirla, con le parole di Piero Chiara, al modo di Luino che è il Sud del Sud del Nord: “Preciso che non deve essere cercata sulle carte geografiche o nell’elenco dei comuni d’Italia, ma in quell’altra ideale geografia dove si trovano tutti i luoghi immaginari nei quali si svolge la favole della vita”.
Una rappresentazione a favore di pubblico. Ed ecco la raffica di schiaffi che Lina e Lenù sopportano – a dispetto dei ragazzi più grandi – ed ecco quindi la rivalità tra loro stesse, negli anni a venire, quando, per dirla con le Cronache enotrie di Pino Vitaliano, la legge trova la sentenza: “vizio e natura, fino alla morte dura”.
E tutto questo è Sud.
Cinema e ’68, dopo 50 anni il tradimento è ancora vivo
Per fortuna stanno per finire le celebrazioni del ’68. Come tutte le commemorazioni il rischio è la retorica. Infatti a seguire l’apoteosi dei ricordi di allora a volte sembra di sentire i reduci del Vietnam. Ho partecipato a qualche ricorrenza e mi ha stupito non vedere mai un giovane, ma solo attempati protagonisti del tempo che fu, alcuni ancora con i capelli lunghi, come quando si dimostrava inneggiando a Mao e Ho Chi Minh. Il secondo (il suo nome significa “portatore di luce”) è stato un combattente eroico, quanto al primo la storia ha sollevato parecchi dubbi. Oggi a guidare i giovani non ci sono maître à penser e neppure ideologie. Ho appena visto sfilare per le vie di Milano ragazzini delle scuole medie insieme ad alcune elementari, con tanto di tamburi gioiosi, alzando striscioni per avere una mensa decente. A riprova che già da piccoli oggi si lotta per cose concrete e non per utopie.
Nelle varie rievocazioni non poteva mancare il cinema, che nel ’68 si è fatto notare soprattutto per aver occupato il festival di Venezia, che poi si tenne lo stesso in sordina, all’italiana. Di recente si è tenuto un incontro organizzato da Felice Laudadio, presidente del Centro sperimentale di Cinematografia, nonchè direttore del Festival di Bari, forse la sola rassegna che ha fatto proprie le parole d’ordine di 50 anni fa, ovvero partecipazione, discussione, minimizzazione dei premi e del divismo hollywoodiano. L’incontro ha avuto il merito di radiografare cosa è stato il ’68 cinematografico, demistificandone l’aurea e riconoscendo i limiti. Avendo partecipato ai “moti” veneziani (avevo appena diretto il mio primo film, Escalation, proprio sulla contestazione giovanile ed ero stato coerente rifiutandomi di portarlo in concorso a Venezia), penso di essere in grado di parlare soprattutto degli errori, non tutti commessi in buona fede.
Immagino che mi attirerò le ire di qualche partecipante di allora allergico alle critiche. Dirò subito che la mia opinione del ’68 è quella di un grande tradimento. Nato come movimento spontaneo di studenti, lentamente è degenerato, venendo presto assorbito dai partitini che poi si sono lasciati egemonizzare dai gruppi armati. Il cinema non è stato meno contraddittorio. Per emulare i colleghi del Festival di Cannes, i quali sull’onda del “joli mai” avevano occupato e impedito che si svolgesse la rassegna poco dopo essere iniziata, i cineasti italiani hanno pensato di dover fare altrettanto. Ma mentre in Francia non erano i politici a muoversi dietro le quinte, bensì autori del calibro di François Truffaut, Jean Luc Godard, Louis Malle… da noi è stato soprattutto il partito comunista a tenere le fila. Infatti si è subito palesata la vocazione al compromesso. Posso sbagliarmi, ma di registi arrivati a Venezia non in linea col Pci ne ho contati pochi. Di certo Pasolini, che pochi mesi prima aveva manifestato a Valle Giulia il proprio dissenso nei confronti del movimento studentesco. Era uno spirito troppo indipendente per sentire il giogo di un partito seppure tanto presente.
E infatti fu forse il solo capace di esprimere una posizione autonoma. Lo ricordo come fosse oggi, visto che fui proprio io a metterlo in salvo su un motoscafo per sottrarlo ai fascisti che lo volevano linciare, accorsi al Lido per menar le mani. A differenza dei colleghi francesi i cineasti italiani diedero prova di subordinazione e incoerenza. Volevano impedire che si svolgesse il festival, ma lo lasciarono andare avanti, volevano che si dimettesse il direttore Luigi Chiarini, ma lo lasciarono al suo posto, volevano che gli autori italiani presenti in cartellone si ritirassero, ma poi lasciarono correre. Insomma “non fu una cosa seria”, come evidenzia il bel documentario Venezia 68, realizzato da Steve Della Casa e Antonello Sarno. Non sapevo che Giuseppe Laterza, capo della casa editrice, fosse nipote del povero Chiarini. L’ho ascoltato ricordare con lucidità i giorni del tormento del nonno.
Tanto ingiustamente contestato e indotto a lasciare la direzione del festival appena terminato. Alla luce del senno di poi si dimostrò più libero di molti che vennero dopo. La beffa fu quando i registi più vicini al Pci, da Carlo Lizzani a Gillo Pontecorvo, nominati direttori, fecero esattamente il contrario di ciò per cui si erano battuti. Rimisero i film in competizione, riaccreditarono i vituperati premi, richiamarono in massa gli americani, riaprirono i saloni al divismo. Povero ’68, meglio che riposi in pace.