La legge sulle fake news piace solo a Macron

Il primo a volere una legge anti-fake news era stato Emmanuel Macron. Il presidente era stato infatti vittima di bufale durante la campagna per l’Eliseo. L’allora candidato En Marche! era stato accusato di nascondere un conto corrente alle Bahamas dalla sfidante al ballottaggio Marine Le Pen, leader del Front National (oggi Rassemblement National) che, in un dibattito tv, aveva dato adito a voci raccolte sul web.

Altre insistevano sulla presunta omosessualità di Macron. In un meeting si era lui stesso ritrovato a smentire una presunta relazione con Mathieu Gallet, ex direttore di Radio France. Si erano sospettate ingerenze russe e Macron aveva accusato i media Russia Today e Sputnik di aver diffuso falsità sul suo conto su pressione di Mosca, proprio come era successo a Hillary Clinton durante la campagna per le elezioni americane contro Donald Trump. Dopo mesi di dibattiti e polemiche, la discussione di centinaia di emendamenti e dopo essere stata bocciata due volte dal Senato, la legge contro le infox, le bufale francesi, ufficialmente “legge contro la manipolazione dell’informazione”, è stata alla fine approvata in Assemblea nazionale, che come sempre ha avuto l’ultima parola.

Ormai dipenderà dai giudici stabilire se una notizia è falsa oppure no. Il testo riguarda i periodi delicati delle campagne elettorali: prevede che, nei tre mesi prima del voto, i candidati o i partiti potranno ricorrere al tribunale per bloccare la circolazione di informazioni che ritengono false. I giudici avranno 48 ore per stabilire se l’informazione è di fatto una bufala e in questo caso decidere di ritirarla. La legge obbliga anche alla trasparenza Facebook, Twitter e le altre piattaforme digitali, che dovranno precisare se i contenuti pubblicati sono diffusi dietro remunerazione. Inoltre, il Consiglio superiore dell’audiovisivo potrà sospendere la diffusione di tv “controllate da stati stranieri o sotto la loro influenza” che diffondono fake news “in modo deliberato”. La legge è passata grazie al solo voto della maggioranza. Macron l’ha difesa “per proteggere la democrazia”. A destra e a sinistra invece o si sono astenuti o hanno votato contro. Il radicale di sinistra Jean-Luc Mélenchon (France Insoumise) ha denunciato una legge su misura contro Russia Today che “prende a bersaglio solo i media internazionali, soprattutto russi, e lascia fuori i media nazionali”. Il 21 novembre, 140 senatori del centro-destra hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale, come ultimo tentativo per bloccare il testo, puntando il dito contro i “rischi per la libertà di espressione”, già garantita, sottolineano, dalla legge sulla libertà di stampa del 1881 (aggiornata nel 2002) che punisce nel suo articolo 27 “la pubblicazione, diffusione e riproduzione con qualsiasi mezzo di notizie false”. I senatori si chiedono come 48 ore possano essere sufficienti a un magistrato per verificare la notizia e “stabilire in anticipo se essa altera uno scrutinio che non ha ancora avuto luogo”.

“Alleiamoci con tutti in Europa tranne che con l’ultradestra”

È l’unica donna ufficialmente in corsa: eletta al Parlamento europeo per la prima volta nel 2009 e già Spitzenkandidat (candidato guida) per i Verdi nel 2014, Ska Keller è stata incoronata come candidata alla presidenza della Commissione europea nel congresso tenuto a Berlino lo scorso fine settimana, in un ticket con il collega olandese Bas Eickhout.

Quali sono le priorità dei Verdi in vista delle elezioni europee di maggio 2019?

Il rafforzamento dell’Europa, ma anche la riforma dell’Ue. Il nostro programma prevede tre punti principali. Il primo riguarda il cambiamento climatico e la trasformazione dell’economia secondo un modello eco-sostenibile. Il secondo punto prevede la costruzione dell’Europa sociale: trasformare l’economia implica la creazione di lavoro sostenibile dal punto di vista ambientale e per questo durevole nel tempo. Infine, l’Europa democratica: ogni cittadino deve vedere assicurati diritti umani e libertà civili, quelli che in alcuni Paesi dell’Unione sono messi a rischio.

Come spiega il successo del partito verde tedesco, di cui lei fa parte, alle elezioni regionali in Baviera e in Assia?

Non c’è solo la Germania. I Verdi hanno ottenuto importanti successi anche in Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi. Credo che le ragioni del successo siano nella chiarezza della nostra posizione. Abbiamo affermato con forza che i diritti umani e le libertà civili sono destinati a tutti, senza esclusione.

Avete scelto di proporre non un solo candidato alla presidenza della Commissione, che si rinnoverà il prossimo anno dopo il voto, ma una rosa di due. Non vi fidate più del sistema della designazione parlamentare (anche detto degli spitzenkandidaten) inaugurato cinque anni fa?

Al contrario, siamo convinti che solo il voto popolare e non gli accordi dietro le quinte possano legittimare il presidente di una delle principali istituzione dell’Ue. Detto questo, presentiamo due candidati, una donna e un uomo, per rispettare il bilancio di genere, che per noi conta molto.

Stando ai sondaggi e alle previsioni, per comporre una maggioranza nel prossimo Parlamento europeo ci sarà bisogno di alleanze. A chi invece non guardate e perché?

Nessuna collaborazione è possibile con i partiti euroscettici o dell’estrema destra. Per noi, al contrario che per loro, il rispetto dei diritti delle persone è fondamentale.

C’è però il caso del Movimento 5 Stelle, che nella prossima legislatura non avrà più il gruppo insieme a Ukip di Nigel Farage (causa Brexit e ritiro degli europarlamentari del Regno Unito) che ha nell’ambientalismo le sue radici. Che rapporti avete con loro e cosa intendete fare in futuro?

Abbiamo lavorato bene con alcuni di loro, questo è vero. Se però considero le politiche dell’attuale governo italiano, il discorso cambia totalmente: l’atteggiamento nei confronti dei rifugiati e dell’Europa non è accettabile. I temi ambientali non sono affatto centrali nelle attività di governo. Il M5S sembra anzi essere sceso già a vari compromessi sull’ambiente, ma anche su altri fronti, come per esempio la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, per non mettere in pericolo la sua alleanza con la Lega.

Il governo giallo-verde è alle prese con una complessa trattativa con Bruxelles, che ha bocciato la manovra di Bilancio. Lei da che parte sta?

I Verdi sono sempre critici riguardo alla gestione dell’economia da parte dell’Ue. Di sicuro c’è bisogno di riformare l’eurozona, rendendo più stabile la moneta comune attraverso politiche che includano un budget comune per l’eurozona e investimenti sostenibili. Al tempo stesso, è molto importante che il governo italiano non rimanga sulle sue posizioni, ma sia aperto alla trattativa con la Commissione. Non trovo scandaloso che si aumenti il debito, ma bisogna vedere per quale ragione lo si fa.

E secondo lei la direzione è quella sbagliata?

Nella manovra del governo giallo-verde non trovo traccia di investimenti per il futuro, come potrebbero essere quelli indirizzati all’economia sociale o alla transizione verso modelli di sostenibilità ambientale. La legge di Bilancio che prevede dal 2019 la sostituzione della tassa proporzionale con una flax tax di 15% per i lavoratori autonomi, non andrà solo a privare lo Stato da risorse importanti, ma porterà beneficio ai più ricchi, lasciando senza risposta le principali sfide economiche del Paese, come gli investimenti in infrastrutture pubbliche, educazione e ricerca.

Dopo il caso del Global compact a Moavero tocca la crisi ucraina

Il vertice Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che si terrà a Milano il 6 e 7 dicembre, è l’appuntamento conclusivo di un anno che, per il ministero degli Esteri è stato costellato dal vertice di Palermo sulla Libia e dai dialoghi sul Mediterraneo di Roma. Dell’Osce l’Italia è il presidente di turno e toccherà al ministro Moavero Milanesi dirigere i lavori che si concentreranno sulla crisi ucraina. L’Osce, del resto, ha una missione di monitoraggio dal 2014 e comprende gran parte della costellazione ex sovietica, a partire dalla Russia. È quindi la sede ideale per trovare soluzioni. Ci saranno anche i due ministri degli Esteri più importanti, l’americano Mike Pompeo e il russo Sergej Lavrov. Clima ideale. Ma non sarà semplice. Il caso del Global compact ha fatto emergere le pressioni degli alleati di governo su un territorio, la Farnesina, finora tenuto al riparo dei litigi interni. E la Lega filo-Putin non mancherà, tramite il sottosegretario Guglielmo Picchi, che ha la delega proprio all’Osce, di marcare stretto il ministro. Il quale dovrà rimarcare i suoi spazi e le sue prerogative. Auguri.

Putin accusa l’Occidente: “Se Kiev vuole bimbi per colazione glieli darà”

“Misura preventiva: detenzione fino al 25 gennaio”. Le condanne emesse dai giudici dei Tribunali di Kerch e Simferopoli sono uguali per i 24 marinai ucraini coinvolti nell’incidente nel mare d’Azov. Rimarranno in prigione per due mesi, mentre la marea politica da Mosca a Kiev diventa sempre più alta.

“Le autorità di Kiev oggi vendono sentimenti anti-russi con un discreto successo: del resto non hanno nient’altro da fare – dice il presidente russo Vladimir Putin, citato da Russia Today – se chiedessero bambini per colazione, probabilmente glieli darebbero. ‘Perché no, hanno fame, che dobbiamo fare?’, direbbero. È una politica miope e non può portare nessun buon risultato. Rende compiacente la leadership ucraina e non gli dà alcun incentivo a una politica normale o a perseguire una normale politica economica”.

Da un lato 24 prigionieri, dall’altro 20 capi di stato. Per Mosca ora c’è in ballo questo: l’incontro tra Trump e Putin al vertice G20 a Buenos Aires. Il presidente americano, che minaccia di cancellare il meeting con l’omologo del Cremlino, si è schierato con Kiev contro “l’aggressione russa”. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov da Parigi chiede che “i partner europei lancino un segnale a Kiev” per tornare alla calma. Ma la tensione sale, i carri blindati che trasportano gli S-400 partono all’alba verso la Crimea. Missili schierati e presto operativi. “Le navi ucraine hanno tirato dritto ignorando gli ordini dell’FSB, tutto questo è successo perché Poroshenko è quinto nei sondaggi”, dice Putin, e la legge marziale emanata, che sta già determinando l’escalation nei territori del Donbass, lo favorirà alle elezioni. Intanto a Mosca sembra consumarsi un rito, più che un’emergenza per allarme bomba. Si svuotano 12 centri commerciali e una stazione della Capitale per l’ennesimo, ultimo atto di “terrorismo telefonico” che farà arrabbiare migliaia di moscoviti rimasti al gelo per strada.

I ricchi, i poveri e il G20: Buenos Aires in crisi nera

Baires, il vezzeggiativo usato dagli appassionati di tango per riferirsi alla Capitale dell’Argentina, da oggi e per tutta la durata del G20 sarà una città chiusa. Tutti i voli su Buenos Aires sono stati deviati e i treni, le metropolitane e tutti i trasporti pubblici cancellati per la durata del summit, poiché le forze dell’ordine dovranno far fonte a ben 33 manifestazioni di protesta da parte degli antagonisti, oltre ad eventi di carattere culturale. Molti anarchici sono già stati arrestati con l’accusa di preparare attentati contro le delegazioni straniere.

Venerdì, quando verranno aperti i lavori, è stato dichiarato un giorno festivo, e il governo di centrodestra del presidente Mauricio Macri ha incoraggiato gli abitanti della città a lasciare la città e rientrare domenica sera. “Vi raccomandiamo di utilizzare il lungo fine settimana per stare fuori Buenos – ha detto il ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich – perché la città diventerà molto complicata”.

Il blocco del trasporto pubblico si estenderà oltre la capitale stessa e coinvolgerà tutto il distretto di Buenos Aires che conta 12 milioni di abitanti. Circa 22.000 agenti della polizia saranno coinvolti “perché sappiamo da tempo che ci saranno tentativi di far scoppiare il caos anche in modo violento”, ha sottolineato Bullrich.

I cittadini di Baires che rimarranno in città saranno con molta probabilità i tanti poveri, ulteriormente indeboliti dall’ennesima crisi economica scoppiata quest’anno, che non solo non posseggono un’auto ma che non hanno nemmeno i soldi per pagare il biglietto di pullman e treni per uscire dall’area urbana. Questi dovranno rinchiudersi in casa per non ritrovarsi intrappolati tra due fuochi: la violenza di alcuni manifestanti e la polizia di Buenos Aires che potrebbe reagire oltre misura in seguito alle tante critiche ricevute a causa del comportamento degli agenti quando la scorsa settimana non impedirono ai sostenitori della squadra di calcio del River Plate di attaccare un autobus che trasportava giocatori del club rivale Boca Juniors.

La tensione in città era iniziata a salire qualche giorno prima dell’aggressione degli ultras per quattro falsi allarme bomba che avevano costretto l’evacuazione del senato, l’ambasciata degli Stati Uniti e altri edifici pubblici. Quel giorno, il 20 novembre, il Senato aveva iniziato le votazioni per approvare la nuova legge di bilancio su ispirazione del Fondo Monetario Internazionale, ritenuto dagli antagonisti l’artefice della catastrofe finanziaria del 2001. Secondo i critici, il governo del presidente Macrì accettando nel giugno scorso il prestito di 50 miliardi di dollari dal Fmi ha rimesso in moto un processo di indebitamento monstre che porterà a nuove privatizzazioni, abbassamento dei salari e disoccupazione. Una delle manifestazioni intitolata ‘Summit del popolo’ è prevista per oggi pomeriggio sulla piazza di fronte al Parlamento. Un’altra grande protesta è stata programmata per coincidere con l’inizio del vertice, domani. La presenza accertata del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, additato da più parti come responsabile morale dell’omicidio del giornalista Khashoggi, fornisce un altro motivo per protestare contro questo vertice in cui Stati Uniti e Russia dovranno discutere di questioni come il Trattato sul Nucleare da cui il presidente Trump vuole uscire, e la crisi ucraina.

Un fatto è sicuro: gli argentini, non solo gli abitanti della Capitale, assisteranno a questo evento con angoscia per la crisi valutaria che non sembra migliorare nonostante l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Dopo il boom dell’economia avvenuto nel 2017 e la vittoria alle elezioni legislative dello scorso ottobre della coalizione che fa capo al presidente Macrì, la svalutazione della moneta argentina ha mostrato agli investitori che la storia della volatilità finanziaria del paese è lungi dall’essere conclusa. Gli economisti sostenevano da tempo che il valore del peso argentino era sopravvalutato e il governo ha riconosciuto che si sarebbe deprezzato gradualmente nel corso degli anni. Ma nessuno si aspettava la velocità con cui il peso è precipitato contro il dollaro lo scorso aprile, a causa delle preoccupazioni degli investitori sulla capacità del governo di controllare l’inflazione.

La testa di cavallo di Dombrovskis. Il Padrino a Bruxelles 2

Ieri avevamo notato come il dibattito tra Roma e Bruxelles venisse raccontato dalla stampa, almeno in parte, più coi toni de Il Padrino che coi minuetti che riserva di solito ai tavoli istituzionali: minacce oblique, gergo vagamente mafioso, una rabbia mal trattenuta che esonda dalle righe. Evidentemente il lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue ed ex politico di successo nel suo Paese, ha la nostra stessa impressione e ieri – sia su La Stampa che a voce – si è esibito in una discreta interpretazione di Sonny, il figlio irascibile (’ncazzusu) di don Vito Corleone. Una correzione di 3,5 miliardi sul deficit? “Non basta, ne serve una consistente” (andiamo ai materassi). Memore di certe difficoltà mediatorie affrontate in passato da Bruxelles (la famigghia) Valdis s’è munito, per così dire, di una sua testa di cavallo: “È importante che l’Italia riconsideri la sua traiettoria di bilancio. Questi sviluppi economici colpiscono anche il sistema bancario” (non vorrei che capitasse qualcosa di brutto…). Ieri, per dire, Unicredit ha dovuto offrire un rendimento sei volte superiore che in passato per piazzare un bond da 3 miliardi: “È conseguenza delle turbolenze del mercato e dello spread molto aumentato” (A me non piace la violenza, sono un uomo d’affari, e il sangue costa troppo caro). Ora, la faccenda di Unicredit ha assai più a che fare con le follie regolatorie Ue (bail-in, Mrel, gestione degli Npl) che con lo spread, ma d’altra parte s’è mai visto un Corleone basarsi sull’onestà intellettuale? Niente di personale, è business.

La Milano migliore oggi ricorda Pina Maisano Grassi

Se n’è andata due anni fa lasciandoci increduli di non poter più sentire la sua voce lieve e cortese, di non poter vedere più il suo sorriso. Pina Maisano Grassi è l’icona dell’antimafia gentile, rigorosa ma senza enfasi, mai sopra le righe. A Pina è dedicata quest’anno la “Giornata della virtù civile” che si celebra oggi a Milano, organizzata dall’Associazione civile Giorgio Ambrosoli e arrivata alla decima edizione, sotto l’alto patronato del presidente della Repubblica.

Pina era impegnata dalla parte delle “virtù civili” e della legalità, a Palermo, ben prima che gli uomini di Cosa nostra sconvolgessero la vita sua e dei suoi figli, Alice e Davide. Architetto e urbanista, fu sempre inconciliabile con le vischiosità criminali del “sacco di Palermo” promosso da Vito Ciancimino, assessore e poi sindaco mafioso della città. Ambientalista e radicale, mente aperta e vivace, laica e pacifista. Con il marito, Libero Grassi, condivise l’impegno culturale, le passioni civili, le interminabili discussioni con Marco Pannella, che quando andava a Palermo era ospite a casa Grassi. Condivise anche la gestione dell’azienda di famiglia, la Sigma. E fu d’accordo con il rigore che portò Libero a dire no ai boss che gli chiedevano il pizzo e a sfidarli pubblicamente.

Il 29 agosto 1991, Libero è ucciso sotto casa con quattro colpi di pistola. I mafiosi pensano di aver spento per sempre la sua voce e di aver fermato la ribellione contro il pizzo. Invece Pina asciuga le lacrime e continua la sua battaglia pacifica. Accetta di candidarsi con i Verdi al Senato, nel 1992, e viene eletta a Torino nel collegio Fiat-Mirafiori. Quando le propongono di far parte della commissione parlamentare antimafia, sceglie invece la commissione lavori pubblici, perché: “È lì, negli appalti, la chiave di tutto”.

Molti anni dopo capisce di non aver seminato invano, nascondendo le lacrime e mostrando il sorriso. La mattina del 29 agosto 2004, il centro di Palermo è tappezzato di piccoli manifesti listati a lutto con la scritta: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Pina, intervistata da giornali e tv, dice: “Non so chi siano quelli che hanno preso questa iniziativa, ma sono miei nipoti”. Era il gruppo di ragazzi che diede vita all’associazione anti-racket Addiopizzo, che hanno fatto di Palermo, capitale della mafia, anche la capitale dell’antimafia.

Oggi Milano, che fino a qualche anno fa negava la presenza mafiosa nel tessuto dei suoi affari, ricorderà Pina Grassi e le virtù civili. La mattina saranno premiati i ragazzi delle scuole che hanno partecipato ai concorsi “Testimoni in punta di penna”, “Cambiare si può” e “Siamo tutti eroi”. Nel pomeriggio, all’Università Bocconi, si terrà la lezione su “Società civile, economia e rischio criminalità” a cui parteciperanno Ferruccio de Bortoli, Donato Masciandaro e Giovanni Bazoli (che ha avuto molti meriti lungo la storia recente della finanza italiana, dal salvataggio del Banco Ambrosiano a oggi, ma che, in verità, ora è imputato nel processo Ubi Banca a Bergamo).

La giornata si concluderà con una tavola rotonda al Conservatorio con la figlia di Pina e Libero, Alice Grassi, e Chiara Caprì, Nando dalla Chiesa, Elia Minari, Liliana Segre e Umberto Ambrosoli. A seguire, il “concerto civile” dell’orchestra sinfonica del Conservatorio Giuseppe Verdi, con la Symphonie Fantastique di Berlioz.

La Milano migliore ricorderà Pina e compirà così una riflessione sulle virtù civili: che si possono perdere in un soffio, soffocate dagli affari a ogni costo e dalla retorica cieca delle magnifiche sorti e progressive.

Riforma del Csm, correnti e Anm ne stiano fuori

Il Fatto Quotidiano, in un articolo del 1° settembre, dava notizia che il 26 luglio il Consiglio Superiore della Magistratura aveva rinominato, per la terza volta, Lucia Musti procuratore di Modena. La terza decisione era arrivata dopo che il Consiglio di Stato, con sentenza del 2.7.2018, aveva, per la seconda volta, annullata la nuova delibera di nomina della Musti. Il caso costituiva l’ultimo esempio di quella pervicace tendenza del Csm che ripropone, anche più volte, il precedente nominato. Sono poi intervenute altre decisioni di annullamento di nomine: a) quella di Procuratore della Repubblica di Trani (ove il Consiglio di Stato ha rilevato che la delibera di nomina “manifestava una irragionevole incoerenza nell’attività amministrativa”); b) quella di nomina a procuratore della Repubblica di Venezia; c) quella di quattro presidenti di sezione della Corte di Cassazione. A tale ultimo proposito, il Csm aveva nominato commissario ad acta per l’attuazione della decisione, il vicepresidente Legnini ma quest’ultimo non aveva dato seguito a quella pronuncia perché, nel frattempo, il Plenum aveva riconfermato la decisione con una nuova delibera. Il 24 ottobre il Consiglio di Stato scrive: “In uno Stato di diritto il primato del diritto accertato mediante sentenze passate in giudicato, vincola ogni amministrazione pubblica, quali che ne siano le caratteristiche e le prerogative”. Si tratta di accuse gravi rivolte a un Organo di rilevanza costituzionale, che forniscono una ulteriore prova del grado di degenerazione correntizia raggiunto dal precedente Csm, fenomeno che il nuovo governo intende eliminare. Nell’accordo di programma si è dato atto della esistenza delle “attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura che si intendono rimuovere attraverso la revisione del sistema di elezione sia per quanto attiene i componenti laici che quelli togati”. In attuazione di ciò, il Guardasigilli ha preannunciato una riforma per la nomina dei togati del Csm mediante un sistema di “sorteggio integrato” che ha suscitato la reazione della magistratura associata. Tutti i vertici delle correnti hanno chiesto al ministro un tavolo tecnico ritenendo fondamentale il confronto ministro-magistrato. Ed è questo che si deve evitare perché le correnti e l’Anm – responsabili della degenerazione – non hanno alcuna competenza a interloquire in merito. Il ministro può ricevere chiunque creda, tuttavia non è giustificato un incontro né con i capi delle correnti (le quali “dovrebbero” esaurire la loro funzione nella dialettica interna dell’associazione) né con i rappresentanti di quest’ultima non comprendendosi perché un’associazione privata dovrebbe essere consultata su una proposta di legge che riguarda la formazione e la composizione di un organo pubblico, peraltro, di rilevanza costituzionale. L’Anm, in quanto associazione di categoria (il cosiddetto “sindacato delle toghe”), avrà legittimazione per incontri con il ministro competente al fine di interloquire su aspetti economici e su questioni attinenti le strutture e l’organico dei magistrati e del personale ausiliario e, cioè, su tutto quello che concerne il “servizio” (lavorativo) da discutere con il ministro cui, ex art. 110 Cost., “spettano l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”; fermo restando, per l’associazione, il diritto ex art. 21 Cost., di “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” su qualsiasi questione riguardante i propri associati.

Eviti, comunque, il ministro l’errore del suo predecessore che istituì (inutilmente) una commissione composta per la quasi totalità di ex componenti del Csm. Una commissione del genere non proporrà mai un sistema di nomina che tagli fuori le correnti e di essa non vi è alcun bisogno avendo il Guardasigilli validi collaboratori nel suo dicastero.

Per aiutare l’Africa andiamocene da lì

“Il debito è la nuova forma di colonialismo. I vecchi colonizzatori si sono trasformati in tecnici del- l’aiuto umanitario, ma sarebbe meglio chiamarli tecnici dell’assassinio. Sono stati loro a proporci i canali di finanziamento, i finanziatori, dicendoci che erano le cose giuste da fare per far decollare lo sviluppo del nostro Paese, la crescita del nostro popolo e il suo benessere… Hanno fatto in modo che l’Africa, il suo sviluppo e la sua crescita obbediscano a delle norme, a degli interessi che le sono totalmente estranei. Hanno fatto in modo che ciascuno di noi sia, oggi e domani, uno schiavo finanziario”.

Questo discorso fu tenuto nel 1987 da Thomas Sankara all’‘assemblea dei Paesi non allineati’, Oua. Fu assassinato due mesi dopo.

Debbo la conoscenza di questo straordinario discorso, ampiamente dimenticato, a un mio giovane amico, Matteo Carta, che lo aveva ripreso da un servizio di Silvestro Montanaro per il programma di Rai3 C’era una volta andato in onda alle undici di sera il 18 gennaio 2013. E questa fu anche l’ultima puntata di quel programma.

Thomas Sankara arrivò al potere con un colpo di Stato che rovesciò la pseudo e corrottissima democrazia. Nei quattro anni del suo governo fece parecchie cose positive per il Burkina: si impegnò molto per eliminare la povertà attraverso il taglio degli sprechi statali e la soppressione dei privilegi delle classi agiate, finanziò un ampio sistema di riforme sociali incentrato sulla costruzione di scuole, ospedali e case per la popolazione estremamente povera, fece un’importante lotta alla desertificazione con il piantamento di milioni di alberi nel Sahel, cercò di svincolare il Paese dalle importazioni forzate. Inoltre si rifiutò di pagare i debiti coloniali. Ma non fu questo rifiuto a perderlo, Francia e Inghilterra sapevano benissimo che quei debiti non potevano essere pagati. A perderlo fu il contenuto sociale della sua opera che i Paesi occidentali non potevano tollerare. Tanto è vero che nel controcolpo di Stato che portò all’assassinio di Sankara, all’età di 38 anni come il Che, furono coinvolti oltre a Francia e Inghilterra anche gli Stati Uniti che ‘coloniali’ in senso stretto non erano stati. Sankara doveva quindi morire. Non approfittò mai del suo potere. Alla sua morte gli unici beni in suo possesso erano un piccolo conto in banca di circa 150 dollari, una chitarra e la casa in cui era cresciuto.

Questo discorso di Sankara è più importante di quello che Gheddafi avrebbe tenuto all’Onu nel settembre del 2009 e che gli sarebbe costato a sua volta la pelle. Gheddafi, in un linguaggio assolutamente laico, come laico era quello di Sankara, si limitò, in buona sostanza, a denunciare le sperequazioni istituzionali e legislative fra i Paesi del Primo e del cosiddetto ‘Terzo mondo’ (questa immonda e razzista definizione ha un’origine abbastanza recente, fu coniata dall’economista Alfred Sauvy nel 1952 – Poca terra nel 2000). Sankara, a differenza di Gheddafi, centra l’autentico nocciolo della questione: le devastazioni economiche, sociali, ambientali provocate dall’introduzione in Africa Nera, spesso con il pretesto di aiutarla, del nostro modello di sviluppo. Ecco perché bisogna stare molto attenti quando, con parole pietistiche, si parla di “aiuti all’Africa”.

Non per nulla parecchi anni fa durante un summit del G7 i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l’africano Benin (Sankara era già stato ucciso) organizzarono un controsummit al grido di “Per favore non aiutateci più!” (mi pareva una notizia ma si guadagnò solo un trafiletto su Repubblica). Per questo tutti i discorsi che girano intorno all’“aiutiamoli a casa loro”, che non appartengono solo a Salvini, sono pelosi.

Noi questi Paesi con la nostra presenza, anche qualora, raramente, sia in buonafede, non li aiutiamo affatto. Li aiutiamo a strangolarsi meglio, a nostro uso e consumo.

Il solo modo per aiutare l’Africa Nera è che noi ci togliamo dai piedi. E dai piedi devono levarsi anche quelle onlus come l’Africa Milele per cui lavora, o lavorava, Silvia Romano, attualmente prigioniera nelle boscaglie del Kenya, formate da pericolosi ‘dilettanti allo sbaraglio’. Pericolosi perché – e almeno questo dovrebbe far rizzare le orecchie al nostro governo – sono facili obiettivi di ogni sorta di banditi o di islamisti radicali a cui poi lo Stato italiano, per ottenerne la liberazione, deve pagare cospicui riscatti. È stato il caso, vergognoso, delle “due Simone” e dell’inviata dilettante del manifesto Giuliana Sgrena la cui liberazione costò, oltre al denaro che abbiamo sborsato, la vita a Nicola Calipari. In quest’ultimo caso il soldato americano Lozano, del tutto legittimamente perché avevamo fatto le cose di soppiatto senza avvertire la filiera militare statunitense, a un check- point sparò alla macchina che si avvicinava e uccise uno dei nostri migliori agenti segreti.

Mail box

 

In Europa il debito pubblico è aumentato con l’austerità

Se si esamina l’andamento del debito pubblico di diversi Paesi europei (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Francia), dall’inizio della crisi economica, si può constatare che con le politiche economiche di austerità consigliate dalla Commissione europea, il debito pubblico è notevolmente aumentato. Nel 2017, il debito pubblico della Grecia è stato del 176%, in Francia 98,5%, in Belgio 103%, in Italia 131%, in Spagna 98%, in Portogallo 125% e la Francia, il Portogallo e la Spagna hanno un deficit annuale superiore a quello dell’Italia e vicino al 3%.

Il debito pubblico dell’Italia con il governo Monti e quelli successivi è aumentato di oltre 300 miliardi, ma il fatto più grave è che la Grecia si trova nelle condizioni attuali, che tutti conosciamo, non per essersi opposta all’Ue ma per aver seguito le regole che avrebbero dovuto portare al rientro del debito pubblico. Aggiungo che in Italia ci sono oltre 5 milioni di poveri e altrettanti in Francia, mentre ovunque c’è stato un taglio dei servizi sociali. Cosa voglio dire con questo? Che la politica economica perseguita dai centri di potere dell’Unione europea, senza parlare della disastrosa politica estera di sudditanza agli Stati Uniti con la Nato, oltre a essere un fallimento, non giustifica il violento attacco per infrazione della Commissione europea e del Commissario Moscovici, all’Italia, perché tutti questi Paesi sono fuori dalle regole e la Francia per prima. Il governo italiano M5S-Lega è attaccato così duramente perché è il primo governo europeo che, con tutti i suoi limiti, mette in discussione la politica di austerità, una politica che, come denunciava il compianto sociologo Luciano Gallino (“Il denaro, il debito e la doppia crisi”), è un progetto politico coerente con l’impostazione dei Trattati che privilegia su ogni altra cosa il funzionamento dei mercati e del sistema finanziario.

Ireo Bono

 

Il “Fatto”, da sempre prezioso per la libertà e la verità

Caro Direttore, ho scelto di sostenervi fin dal primo numero, perché condivido la linea del quotidiano e per la stima nei suoi confronti e in quelli degli altri collaboratori del Fatto. La stampa libera è preziosa, perciò il Fatto è necessario. Il “prezzo della verità” è alto, ma vale la pena di pagarlo. La mia famiglia e io siamo con voi.

Maria Antonia Trezza

 

Una seconda copia da lasciare in giro: così vi sostengo

Caro Travaglio, sono un affezionato lettore del suo giornale. Spesso ne compro qualche copia in più per lasciarla nei bar con la speranza che qualcuno gli dia un’occhiata. Purtroppo mi sono reso conto che le persone si sono impigrite e preferiscono leggere l’oroscopo piuttosto che il caso Consip, ma io non demordo e continuo a lasciare in giro una copia del suo giornale. Dalla sua rubrica sono venuto a conoscenza della nuova condanna che le è stata inflitta. Mi dispiace molto ma sono sicuro che lei riuscirà a far valere le sue ragioni.

Maurizio Comparato

 

Gli applausi in televisione ostacolano la comprensione

Nella trasmissione Di Martedì è stato toccato il massimo. Sto parlando degli applausi con cadenza ogni venti-trenta secondi che non ti consentono di seguire interamente gli interventi dei vari ospiti. Ma quello che trovo più scandaloso – e mi lascia molti dubbi sulle capacità intellettive del pubblico presente – è che le stesse persone applaudono compatte un intervento e il successivo intervento contrario. L’esempio supremo è stato raggiunto nella trasmissione del 20 novembre: applausi a ogni frase di Davigo e altrettanti a ogni replica di Vespa, regolarmente smentita da Davigo, ma egualmente applaudita. Vorrei chiedere a Floris, se ne avessi l’indirizzo: ma le sembra normale? Vale la pena rivedere o riascoltare l’incontro su YouTube: è molto istruttivo. E fa comprendere molte cose, anche oltre lo specifico.

Ennio Lombardi

 

Essere buoni con tutti non significa essere giusti

Le parole che finiscono in -isti e -ismo come buonismo fanno pensare a partigianeria, cioè parteggiare per i buoni. O per ciò che è buona azione. Ma se uno fa già il bene, cioè è buono, che bisogno c’è di parteggiare per lui? (O lei, non sottilizziamo). Basterebbe fare il bene anche noi quanto lo fa lui/lei. Se crediamo che il bene vince sul male è sufficiente che anche solo uno indichi la via. Se invece con buonismo intendiamo “parteggiare per chi fa il giusto” forse la parola buonismo non è la più indicata.

Anche perché chi fa il giusto, come sopra, si deve già sentire a posto così. Se invece si intende la reiterata inclinazione a essere buoni, essere buoni con tutti e indiscriminatamente a mio parere contrasta con l’essere giusti. Fare del bene a chi fa del male non è sempre essere buoni con lui/lei.

Stefano