Francamente non capisco perché si debba sempre ricorrere all’iperbole quando viene a mancare una persona in vista. Dire che Bernardo Bertolucci sia stato uno dei migliori registi cinematografici di sempre può creare qualche perplessità, specialmente se si approfondisce il linguaggio del suo cinema, cosa che stranamente manca nella penna di Pontiggia. Il rischio è glorificare qualcuno a parole, cosa molto più facile che farlo con i fatti. Meglio evitare complicazioni, sembra essere il leitmotiv, meglio accodarsi alla vulgata convenzionale. Dire che “Novecento” sia piuttosto superficiale pare una bestemmia, ma chi è vecchio come me e che ha vissuto il secolo più di metà difficilmente può ritrovarsi nella messa in scena del regista. Il quale ha più respiro ne “L’ultimo imperatore” anche se la magniloquenza, lo sfarzo gli prendono spesso la mano. Combina un mezzo pasticcio con “The dreamers”, tenuto vivo dai nudi della Green. Ambiguo e di poco respiro appare, invece, il tanto osannato “Ultimo tango a Parigi”, con un Brando spaesato. Un cinema, il suo, di Bertolucci, sostanzialmente faticato, un po’ presuntuoso (concettualmente) ma certo affascinante per il senso dello spettacolo. Cinema, per così dire, allo stato puro, con due occhi sulla forma e indifferenza per la sostanza, come se la seconda fosse semplice conseguenza della prima. Magari esagero, ma certo si esagera di più a usare frasi fatte e deificare chi è stato uomo in qualche modo notevole. O no?
Dario Lodi
No, caro Dario. Quel che ho cercato di fare, che poi ci sia riuscito è altro conto, è l’opposto: non deificare l’uomo, bensì umanizzare il dio. Dio Bertolucci lo è stato, per molti dei suoi 77 anni. Me lo ha confermato al Torino Film Festival un regista che non dissimula l’invidia, anzi, la considera il proprio peccato capitale, Pupi Avati. “Per lungo tempo Bertolucci è stato onnipotente, poteva tutto qui e Oltreoceano. Nessuno ha raggiunto quei livelli, neanche Fellini, nemmeno Visconti”. Avrei potuto appendere il ritratto a un chiodo luminoso, ricordando per esempio come sia l’unico italiano ad aver vinto l’Oscar per la regia, con “L’ultimo imperatore”, invece ho guardato altrove, all’uomo con la macchina da presa. E no, non è una vulgata convenzionale ma una sentenza passata in giudicato storico-critico che Bernardo Bertolucci sia uno dei più grandi, dunque migliori, registi cinematografici di sempre, larger than life e anche dei suoi stessi film. Che “Novecento” non sia uniformemente riuscito, che “L’ultimo imperatore” sia magniloquente, che le tette di Eva Green siano più alte di “The Dreamers”, che “Ultimo tango” sia di poco respiro però no, tutto è possibile, ovvero opinabile, ma Bertolucci è significativamente di più della somma dei suoi film, immensamente di più. La sua sostanza è stata la forma, quella di un autore nel senso tradizionale del termine, il detentore di una poetica e di uno stile. Un maestro, e che altri non meritassero questo titolo non è colpa sua, ma nostra.
Federico Pontiggia