Bertolucci. Un maestro che è stato molto più della somma dei suoi film

Francamente non capisco perché si debba sempre ricorrere all’iperbole quando viene a mancare una persona in vista. Dire che Bernardo Bertolucci sia stato uno dei migliori registi cinematografici di sempre può creare qualche perplessità, specialmente se si approfondisce il linguaggio del suo cinema, cosa che stranamente manca nella penna di Pontiggia. Il rischio è glorificare qualcuno a parole, cosa molto più facile che farlo con i fatti. Meglio evitare complicazioni, sembra essere il leitmotiv, meglio accodarsi alla vulgata convenzionale. Dire che “Novecento” sia piuttosto superficiale pare una bestemmia, ma chi è vecchio come me e che ha vissuto il secolo più di metà difficilmente può ritrovarsi nella messa in scena del regista. Il quale ha più respiro ne “L’ultimo imperatore” anche se la magniloquenza, lo sfarzo gli prendono spesso la mano. Combina un mezzo pasticcio con “The dreamers”, tenuto vivo dai nudi della Green. Ambiguo e di poco respiro appare, invece, il tanto osannato “Ultimo tango a Parigi”, con un Brando spaesato. Un cinema, il suo, di Bertolucci, sostanzialmente faticato, un po’ presuntuoso (concettualmente) ma certo affascinante per il senso dello spettacolo. Cinema, per così dire, allo stato puro, con due occhi sulla forma e indifferenza per la sostanza, come se la seconda fosse semplice conseguenza della prima. Magari esagero, ma certo si esagera di più a usare frasi fatte e deificare chi è stato uomo in qualche modo notevole. O no?
Dario Lodi

No, caro Dario. Quel che ho cercato di fare, che poi ci sia riuscito è altro conto, è l’opposto: non deificare l’uomo, bensì umanizzare il dio. Dio Bertolucci lo è stato, per molti dei suoi 77 anni. Me lo ha confermato al Torino Film Festival un regista che non dissimula l’invidia, anzi, la considera il proprio peccato capitale, Pupi Avati. “Per lungo tempo Bertolucci è stato onnipotente, poteva tutto qui e Oltreoceano. Nessuno ha raggiunto quei livelli, neanche Fellini, nemmeno Visconti”. Avrei potuto appendere il ritratto a un chiodo luminoso, ricordando per esempio come sia l’unico italiano ad aver vinto l’Oscar per la regia, con “L’ultimo imperatore”, invece ho guardato altrove, all’uomo con la macchina da presa. E no, non è una vulgata convenzionale ma una sentenza passata in giudicato storico-critico che Bernardo Bertolucci sia uno dei più grandi, dunque migliori, registi cinematografici di sempre, larger than life e anche dei suoi stessi film. Che “Novecento” non sia uniformemente riuscito, che “L’ultimo imperatore” sia magniloquente, che le tette di Eva Green siano più alte di “The Dreamers”, che “Ultimo tango” sia di poco respiro però no, tutto è possibile, ovvero opinabile, ma Bertolucci è significativamente di più della somma dei suoi film, immensamente di più. La sua sostanza è stata la forma, quella di un autore nel senso tradizionale del termine, il detentore di una poetica e di uno stile. Un maestro, e che altri non meritassero questo titolo non è colpa sua, ma nostra.
Federico Pontiggia

Esonda il Crati: famiglie evacuate, ferrovie bloccate

Una decinadi famiglie evacuate, la circolazione ferroviaria sospesa, gli agrumeti distrutti, il bestiame annegato. È il bilancio dell’esondazione del fiume Crati, in Calabria, ingrossato dalle piogge dei giorni scorsi. È forte l’apprensione tra i residenti di una contrada rurale di Corigliano Rossano, nel Cosentino, per lo più agricoltori, anche se non si sono registrati feriti. Per tutta la notte scorsa i Vigili del Fuoco, gli operatori della Protezione civile regionale e i carabinieri della compagnia di Corigliano Calabro hanno presidiato la zona. Le famiglie evacuate sono state accompagnate in un istituto scolastico dove è stato allestito un punto di ricovero. I tecnici di Rete Ferroviaria Italiana non sono ancora riusciti a intervenire per ripristinare la linea ferroviaria Sibari – Crotone, date le condizioni di rischio. Secondo una prima stima di Coldiretti, gli animali coinvolti dall’esondazione sarebbero più di un migliaio, tra pecore e mucche. “Ormai è un bollettino quotidiano, la conta dei danni sarà fatta e si aggiungerà a quella delle ultime settimane”, ha commentato il presidente di Coldiretti Calabria, Franco Aceto.

La mafia dei pascoli, dai Nebrodi all’Etna

Salvo Rubulotta aveva un sogno: creare un villaggio eco-sostenibile alle pendici dell’Etna rivolto a giovani under 30 e basato sull’autosufficienza alimentare, sull’autoproduzione energetica ricavata dai pannelli fotovoltaici e sul lavoro collettivo. Etna Bio Valley ha vissuto pochi mesi, la notte del 30 maggio 2017 un incendio lo ha trasformato in cenere, e le due ospiti presenti sono riuscite a salvarsi. “Ho motivo di credere – ha detto Rubulotta al sito Sicilia Report – che dietro l’incendio doloso ci sia la criminalità organizzata e che qualcuno abbia costretto le due ragazze ad allontanarsi dal villaggio durante la notte’’. Etna Bio Valley, che Rubulotta si ostina oggi a ricostruire (“sono pronto a morire per il mio sogno”) è la punta di un iceberg di iniziative e investimenti, le prime finora solo potenziali, sul versante occidentale dell’Etna (Randazzo, Bronte e Linguaglossa) che si scontrano con la mafia dei terreni, acquisiti anche con atti di acquisto falsi, e con la parte più retriva della burocrazia siciliana, probabilmente gli stessi che il governatore Musumeci ha definito senza giri di parole “criminali”. Giovani siciliani che vogliono investire sul futuro della propria terra oggi intrappolati in una tela di ragno tessuta da mafia, burocrazia e professionisti compiacenti.

“Ho avuto modo di prendere atto, anche parlando con la comunità locale, che l’intera zona che si estende dal monte Spagnolo fino al lago Gurrida e oltre, fino alla strada Quota mille, è sotto lo scacco di persone che comprimono la libertà personale e impediscono ai legittimi proprietari dei fondi rurali di fruirne com’è loro diritto – dice a Meridionews Sebastiano Blanco, 46 anni, proprietario di 6 ettari a Randazzo. La prassi è sempre la stessa: prima le offerte di collaborazione degli allevatori e al primo diniego spuntano paletti e filo spinato a delimitare il terreno dall’interno. Il giorno dopo arrivano mucche e pecore a pascolare dentro”. E aggiunge: “Dalle nostre parti succede quello che tante indagini hanno evidenziato sul parco dei Nebrodi”. Dove i mafiosi dei pascoli battono cassa con l’Ue per decine di milioni di euro e dove il presidente del Parco, Giuseppe Antoci, vittima di un attentato fallito, ha denunciato che migliaia di ettari di terreni agricoli di proprietà degli enti pubblici sono diventati fonte di finanziamento dei mafiosi che su quei terreni hanno chiesto i contributi previsti per legge. E alla prima verifica antimafia, 14 imprese su 15 sono risultate vicine a Cosa Nostra. E mentre Musumeci dispone ispezioni negli agriturismi (“per accertare casi di abusivismo e di bassa qualità dei servizi, la ricreazione è finita anche per gli speculatori”) a Randazzo il sospetto di una combine tra burocrati e mafiosi è forte: “È vero che in questi dipartimenti c’è gente incompetente, che non ha il controllo dei procedimenti e dove ognuno si muove random come un’armata Brancaleone – dice Vincenzo Caruso, con la pratica della figlia bloccata da 5 anni – ma a oggi l’Ue ha stanziato oltre 130 milioni di euro destinati a bandi per promuovere l’agriturismo rurale pubblicati un anno fa, dei quali non è mai stata fatta una graduatoria.

E dal marzo scorso, il Comune di Randazzo non pubblica una delibera del commissario ad acta che ha modificato il regolamento autorizzando le costruzioni rurali nei boschi con una cubatura dello 0,03, che darebbe il via libera al progetto di mia figlia. Non è da escludere, dunque, che qualcuno abbia interesse a non far sviluppare quest’area”.

La rivincita del “muretto”: è patrimonio dell’umanità

Èla rivincita delle mani sulla betoniera, della sapienza antica e povera sulle architetture multipiano e high tech. I muretti a secco sono divenuti patrimonio dell’umanità, il marchio di civiltà che l’Unesco attribuisce alle opere magnifiche della natura e dell’uomo. E quest’opera, piccola di dimensioni, minuta nell’aspetto, povera e di dettaglio, oggi diviene finalmente grande. “Con tenacia e sfrontatezza li sfioravamo da ragazzi in sella alla Vespa o al Califfone. Costeggiandoli li vedevamo fronteggiare il cemento armato delle complanari, il sistema di svincoli stradali, l’orgoglio della modernità. Per noi pugliesi, io dico specialmente a noi baresi, il muretto a secco è il canale della memoria, il presidio che il vecchio non solo esiste ma resiste con una grazia e un’arte indiscutibili”. Lo scrittore Nicola Lagioia ha trascorso i suoi anni da ragazzo con la visione di queste pietre impilate ai fianchi della strada. Ha avuto la fortuna di risiedere nel luogo che più di ogni altro ha esibito la sapienza delle mani, anche se la richiesta del riconoscimento speciale non è stata avanzata solo dall’Italia all’organizzazione culturale dell’Onu. Croazia, Cipro, Slovenia, Svizzera, Spagna e Francia hanno sostenuto e appoggiato questa candidatura, trovandosi a dover far di conto anch’essi con le pietre di confine.

L’uomo e la pietra camminano insieme. “In questo caso è la mano a vincere sulla macchina, è una prova d’orgoglio dell’arcaico, di ciò che si riteneva superato”, dice il paesologo Franco Arminio. Il muretto a secco è un’opera umile, secondaria, ma di un pregio che impone “la rivisitazione dei luoghi comuni, di una sfida vittoriosa con l’età dell’alluminio anodizzato, con le saracinesche di ferro e le insegne luminose. Noi comunque vogliamo il Frecciarossa, impianti di meccatronica, insediamenti positivi della contemporaneità. Ma dobbiamo riconoscere nella memoria, in questo caso nelle nostre pietre, una ricchezza unica e superiore”.

Il muretto è dunque il segna passo, il muro di confine, “attenzione – dice l’antropologo calabrese Vito Teti (suo il bellissimo “Pietre di pane”) – i muretti non dividevano e non separavano ma proteggevano il territorio e creavano legami. Il muretto è l’affermazione di un’arte legata alla produzione, alla terra, al paesaggio costruito nel corso di una storia millenaria. È un’attenzione ai margini, al piccolo che ora diventa grande”.

Le pietre, messe l’una sull’altra, non sono un’opera primitiva. Fanno tuttora da argine, dove resistono e sono conservate bene, alle frane, agli smottamenti, ai crolli. “Il muretto è l’elemento semplice dentro l’architettura romanica che l’entroterra barese esibisce a ogni passo. Io dico – questo è Lagioia – che il muretto infatti non è una muraglia, è il contrario di un muro di cinta. Il muretto nasce e si costruisce nei territori di passaggio, attraversati da possenti migrazioni. Il muretto è la risposta opposta e contraria ai muri che si alzano per impedire e ostruire, alle recinzioni elettrificate che si erigono per opporsi a ciò che la storia considera ineluttabile: i popoli si spostano, e questo mondo deve la sua civiltà alla ricchezza di mille migrazioni”. Il muretto può dunque portare fortuna, il riconoscimento che ha avuto può contribuire a rendere meno fragile le comunità resistenti, coloro che testardamente immaginano un futuro nel luogo in cui sono nati, tra i monti, lungo il crinale appenninico, la spina dorsale dell’Italia a cui sempre più spesso rivolgiamo le spalle. Ricorda giustamente Teti: “Per resistere abbiamo bisogno di piccole utopie quotidiane capaci di cambiare il mondo anche con i segni e i materiali di un passato da riscattare”.

Gabrielli rifiuta la cittadinanza offerta da Scajola

Il capo della polizia prefetto Franco Gabrielli ha rinunciato alla cittadinanza onoraria di Imperia dopo aver visto che sull’onorificenza, previsto per il prossimo 7 dicembre su proposta del sindaco Claudio Scajola, alcuni consiglieri erano in dissenso. In particolare la capogruppo del M5S Maria Nella Ponte ha espresso giudizi ritenuti diffamatori da Gabrielli sul suo operato da prefetto de L’Aquila dopo il terremoto del 2009. Ieri la Questura ha acquisito le dichiarazioni della consigliera che potrebbe essere chiamata a risponderne. Scajola ci è rimasto male, ha fatto sapere che Gabrielli l’ha chiamato e che la sua scelta non è in polemica con lui. Dal Viminale confermano. Non è difficile immaginare però qualche imbarazzo di Gabrielli nel ricevere un’onorificenza da un politico imputato a Reggio Calabria per aver favorito la latitanza dell’ex parlamentare Amedeo Matacena e che era ministro dell’Interno ai tempi del G8 di Genova del 2001, per il quale Gabrielli ha chiesto scusa anche se non c’era e Scajola mai.

“Siamo abbandonati, non eroi”

“Sono vicino con il cuore e con la mente al signor Pacini”. Graziano Stacchio conosce perfettamente rabbia e dolore di una situazione del genere. Era il 3 febbraio 2015 quando a Ponte di Neto (Vicenza) sparò, ferì e uccise un ladro. Fu indagato, ma fu poi archiviato

Cosa pensa della vicenda di Arezzo?

Dopo 38 rapine subìte è un reato indagarlo. È stato istigato a farlo. Istigato dall’assenza dello Stato. Su questo non ci sono dubbi.

Qualcuno la chiamò eroe, la politica vide in lei un spot da cavalcare…

Non mi sono mai sentito un eroe. E in quanto alla politica, ho le mie idee, ma non ho tessere. Ho solo messo la mia esperienza drammatica al servizio di tutti. Per me è un dovere sociale. Le armi sono un deterrente, non la soluzione. Io ho paura delle armi, ma ho dovuto difendere la mia famiglia

La difesa è dunque legittima sempre?

Difendere il proprio patrimonio e la propria famiglia è un diritto naturale. La polizia difficilmente spara. Il problema vero è l’assenza dello Stato. Se fossi stato ucciso, alla mia famiglia sarebbero andati 7.500 euro. Tanto valgo per questo Stato.

I reati calano ancora, ma non la paura

I membri del gruppo Facebook “Io sto con Fredy” sono già migliaia. Così come i messaggi di sostegno pubblicati sulla pagina personale di Fredy Pacini, l’imprenditore 57 enne che ieri ha sparato al ladro introdottosi nella sua azienda, uccidendolo.

Il moltiplicatore delle manifestazioni di supporto morale è spesso l’allarme sociale, alimentato a sua volta dal diffondersi di notizie di furti e rapine, soprattutto quando consumati in abitazioni e attività commerciali. Ma gli ultimi dati Istat relativi ai delitti denunciati dalle Forze dell’Ordine all’Autorità giudiziaria descrivono un quadro non propriamente in linea con la percezione di insicurezza diffusa.

I furti in abitazione segnalati alle autorità nel 2017 sono 195.824, contro i 251.422 del 2013. Il calo è di quasi 56 mila unità. Anche i furti in esercizi commerciali sono diminuiti di circa 14.500 unità negli ultimi 4 anni. Così come le rapine: quelle in abitazione sono 1.320 in meno, e quelle in esercizi commerciali sono passate dalle 6.865 del 2013 alle 4.517 dello scorso anno. Secondo i ricercatori dell’Istat, anche il “sommerso”, ossia il non denunciato, ha un andamento simile a quello relativo alle statistiche di polizia.

E il dato è consolidato. L’innalzamento rilevato negli anni 2008 – 2010 si spiegherebbe “soltanto” con la crisi economica, che ha alimentato il substrato sociale alla base di azioni aggressive del patrimonio. Lo scollamento tra il reale e il percepito deriverebbe poi dal “gioco politico e dal risalto mediatico dato ad alcune notizie”.

Furti e rapine sono una realtà ma “la percezione dell’insicurezza aumenta perché sembra sempre che certe storie di cronaca ci riguardino, che possano toccarci da vicino. In alcune aree peraltro la percezione è migliorata, la preoccupazione è diminuita. I cittadini, se fanno attenzione ai dati reali, sono in grado di non farsi coinvolgere dall’inquietudine generale”.

Spara nel buio, ucciso il ladro. “Nella mia officina 38 furti”

Vitalie Tonjoc era un ladro. Era moldavo e aveva 29 anni. È morto in un angolo buio della provincia di Arezzo. S’è accasciato nella zona industriale di Monte San Savino. Azzoppato. Due colpi di pistola alle gambe. È riuscito a riattraversare la porta che aveva violato, sfondandone il vetro, armato di un piccone un cacciavite e una torcia. Dopo gli spari, ha provato a fuggire. Aveva ancora un proiettile tra il femore e il ginocchio. E la gamba bucata da un lato e dall’altro. Ma l’istinto di scappare l’ha avuto. E neanche una goccia di sangue ha lasciato. Voltato l’angolo però, è caduto. Erano le 3.47 della notte. Vitalie Tonjoc era un ladro e ora è qualcosa in più. Anche Fredy Pacini fino a ieri era solo un gommista 57enne stanco dei furti. E oggi è qualcosa in più. E il suo capannone ora è il sipario che apre la scena: qui il governo si gioca un’altra battaglia.

In mattinata il telefono di Fredy squilla: oltre al sindaco, ai suoi concittadini che domani sera faranno una fiaccolata (per lui, non per la vittima), oltre a un gruppo Facebook che in poche ore conta migliaia di aderenti, c’è Matteo Salvini che gli porta la sua solidarietà. In ballo c’è la riforma della legittima difesa. E un Paese che dovrà scegliere da che parte stare, quella di chi vuole estendere il diritto di difendersi sparando o quella di chi teme morti inaccettabili. E allora torniamo alla scena del crimine. Sono le 3.47 quando Fredy Pacini ha appena esploso cinque colpi con la sua Glock 9.21, i bossoli sono a terra. Dorme nel capannone da anni, per proteggerlo dai ladri. Dice di aver subìto 38 tentativi di furto. Ne ha denunciati almeno sei dal 2014. Una decina dal 2008. Due andati a segno. Una volta ci ha rimesso 30 mila euro di biciclette.

Così da qualche anno ha montato un divano sul soppalco del suo capannone, tra quintali di pneumatici e biciclette, e l’officina da gommista s’è trasformata nella stanza in cui dorme. Con una pistola da tiro a portata di mano. Vitalie e un compare arrivano poco dopo le 3.30. Le finestre non hanno alcuna protezione. Non una grata. Non una saracinesca. E neanche un impianto di videosorveglianza. C’è solo Fredy con la sua pistola. Se Vitalie avesse almeno guardato su Facebook, se preparando il piano si fosse informato, l’avrebbe saputo che Fredy era armato e dormiva lì dentro. Tutti in paese lo sanno. E anche fuori. L’ha detto e ridetto anche nelle interviste alle tv locali, Fredy, che la notte dorme lì, pronto a sparare. È stato il suo modo di spaventare i ladri.

Ma evidentemente Vitalie e il suo compare non lo sanno. E così con un piccone rompono il vetro, poi aprono la porta dall’interno, e sono già dentro per rubare. Fredy sente il rumore dei vetri. Si sveglia. Dalla sua finestra in alto guarda la scena. E spara. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Spara dall’alto e mira basso. Alle gambe. Le porte sforacchiate lo dimostrano: neanche un colpo verso la testa e il torace. Uno dei compari riesce a scappare. E i carabinieri guidati dal colonnello Giovanni Rizzo lo stanno cercando. Vitalie ha la gamba sinistra ferita, corre fuori, volta l’angolo. Fredy non lo vede più. Scende. Crede che sia fuggito e chiama i carabinieri: “Ho subìto una rapina”. Poi esce anche lui. Pochi metri più in là lo vede: Vitalie è per terra. Richiama i carabinieri, che lo mettono in contatto con il 118, perché Vitalie è ancora vivo. Ma solo per poco. I medici arrivano intorno alle 4.15, tentano di rianimarlo, ma lui muore in ambulanza. Neanche una goccia di sangue per terra. Eppure potrebbe essere morto per un’emorragia dell’arteria femorale. Lo dirà l’autopsia.

Ora Fredy è indagato dalla procura di Arezzo – inchiesta condotta dal procuratore capo Roberto Rossi e dal pm Andrea Claudiani – per eccesso colposo di legittima difesa, un atto dovuto, come sempre in questi casi, anche a garanzia dell’indagato che potrà così nominare un consulente per l’autopsia. Vitalie – dirà Fredy ai carabinieri nell’immediatezza – non l’aveva minacciato con armi da fuoco o altro. Lui s’è spaventato e ha sparato. E il suo avvocato Alessandra Cheli, mentre Fredy s’appresta a passare l’ennesima notte nel suo capannone, spiega che il suo assistito è “umanamente provato per quel che è accaduto” ma “giuridicamente e moralmente si sente a posto”.

Venerdì Fredy sarà ascoltato dalla Procura, se vorrà raccontare la sua versione, mentre l’autopsia spiegherà com’è morto Vitalie. Le luci calano. E il capannone torna quello di sempre. Con Fredy sul soppalco che affronta la notte. Eppure, vien da pensare, se alle finestre ci fossero state soltanto due o tre sbarre, Vitalied sarebbe sempre un ladro. Ma vivo. Fredy non sarebbe sotto inchiesta. E questa notte non avrebbe il suo fantasma da combattere.

Europee: De Magistris non correrà, ma prova a fare liste a sinistra

Dietrofront del sindaco di Napoli Luigi De Magistris: non si candiderà alle Europee di maggio 2019. Lo ha annunciato ieri al Mattino. Resterà dunque deluso l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, fondatore del movimento di sinistra paneuropeo Diem25, che in un’intervista martedì a Un giorno da pecora (Radio1) aveva lanciato la candidatura del primo cittadino partenopeo (il cui mandato scade nel 2021). Schermaglie di un’area politica in confuso movimento in vista delle prossime elezioni. Lo stesso Varoufakis aveva raccontato in un video postato solo lunedì che lui e De Magistris avevano, fin da marzo, “un accordo per fondare un partito a giugno” e invece adesso il sindaco di Napoli si dirige verso “una coalizione Frankenstein” con pezzi di sinistra sparsi interessati a eleggere qualcuno. Curiosamente, il fondatore di Diem25 persino in quel video lasciava aperta la porta al sindaco e fondatore del movimento DeMa. De Magistris, che ora si candida ad “anti-Salvini”, sta però preparando l’assemblea del 1° dicembre al Teatro Bari di Roma a cui parteciperanno, tra gli altri, Sinistra Italiana e Rifondazione comunista (uscita da Potere al popolo). La “coalizione Frankenstein” appunto.

Solinas e la Lega: liste pulite (ma solo un po’)

“Non fatemi commentare fatti e persone che non conosco”. Dopo lo stupore iniziale, aveva reagito prontamente il ministro dell’Interno Salvini al termine del congresso del Partito Sardo d’Azione, a Cagliari una settimana fa durante la conferenza stampa col riconfermato segretario Cristian Solinas nonché candidato in pectore della Lega in Sardegna. Non era sfuggita ai giornalisti la presenza, tra i dirigenti sardisti schierati alle spalle del ministro, del consigliere regionale Giovanni Satta, che nel 2016 era stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Cagliari, per un presunto legame con una banda di trafficanti di droga italiani e albanesi e tutt’ora sotto processo per quella vicenda. Satta, che proprio negli stessi giorni avrebbe dovuto presentarsi in udienza (rinviata a causa di uno sciopero) ha poi fatto pubblica ammenda riconoscendo l’inopportunità della sua presenza al fianco del ministro: “Una persona per bene, che stimo e a cui non intendevo creare imbarazzo”. Il punto è che fra gli alleati che sostengono la lista di “Solinas presidente” il caso di Satta non è affatto isolato, Anzi. La candidatura del giovane segretario del Psd’Az nata sotto gli auspici di rigorosa “trasparenza” e “liste pulite” da parte della Lega, azionista di maggioranza dell’operazione, rischia alla prova dei numeri di dover fare i conti con l’eterno trasformismo delle lobbies politiche locali. Politici di lungo corso, i cui nomi figurano all’interno di diverse inchieste nell’isola e che sull’operazione Solinas hanno puntato, da tempo, le loro fiches più pesanti.

Uno dei principali registi dell’operazione è lo storico leader dell’Udc Giorgio Oppi, 78 anni, 7 legislature in Consiglio Regionale e alleato del Pd tre mesi fa alle comunali di Iglesias, nel Sulcis. A marzo era stato rinviato a giudizio per peculato insieme ad altri nell’ambito dell’udienza preliminare sui fondi ai gruppi nella legislatura 2004-2009. Per lo stesso reato è indagato nell’inchiesta Geo&Geo ai danni dell’Igea, società in house della Regione Sardegna che gestisce la messa in sicurezza delle aree minerarie. Oppi farà lista comune con Mario Floris, 81 anni, 8 legislature, condannato in primo grado a 4 anni e sei mesi per peculato, sospeso e poi reintegrato in Consiglio Regionale per decadenza dei termini della legge Severino. Proprio Floris è il mentore di Solinas, allevato nel suo vivaio e da lui in passato indicato alla presidenza dell’Ente Sviluppo Agricolo della Sardegna. Del gruppo di sostegno farebbe parte anche Ugo Cappellacci, ex governatore sardo, condannato in primo grado a due anni e sei mesi per il crac della Sept Italia, con l’accusa di bancarotta. Altro che trasparenza: pur di incassare consensi, la Lega in Sardegna sarebbe pronta a fare come alle scorse regionali in Sicilia: dentro tutti, poi si vedrà.