Indagato per corruzione un assessore. La prima grana della giunta Musumeci

“Ti comunico, già Mimmo lo sa, abbiamo deciso così”, diceva a telefono il capo del Genio Civile di Trapani Giuseppe Pirrello, arrestato ieri dalla Guardia di Finanza per corruzione insieme ad altre tre persone, nell’ambito di un’inchiesta che vede indagato per corruzione e abuso di ufficio anche l’assessore regionale alle attività produttive Mimmo Turano (Udc).

È la prima grana giudiziaria del governo siciliano di Nello Musumeci. Che, nonostante l’indagine, a Turano ha riconfermato la propria fiducia (“in attesa dell’esito”), considerando l’avviso “un atto di garanzia a favore del mio assessore”.

Secondo il pubblico ministero trapanese, il capo del genio civile avrebbe commesso “una pluralità di atti contrari ai propri doveri di ufficio” nell’interesse di Turano e di altri soggetti raccomandati dall’uomo politico, nel periodo precedente al suo ingresso nella giunta di Musumeci, quand’era deputato regionale.

I fatti contestati vanno da maggio 2016 a maggio 2017, periodo in cui tra Pirello e Turano, secondo il gip Antonio Cavasino, c’era “uno stabile patto corruttivo”.

L’assessore si è detto “sereno con amarezza”: “Ho già dato mandato ai miei legali al fine di chiarire al più presto la mia posizione”.

Zingaretti rischia. Tutti al pallottoliere sul voto di sfiducia

Quando la data delle primarie per la segreteria Pd è stata finalmente fissata, il prossimo 3 marzo, Nicola Zingaretti, il candidato dato per favorito nei sondaggi, deve prima schivare una “trappola” nel Consiglio regionale del Lazio: la mozione di sfiducia presentata dal centrodestra. Da otto mesi la sua seconda legislatura come governatore del Lazio deve fare i conti con “l’anatra zoppa” uscita dalle urne, ovvero l’assenza di una maggioranza nel parlamentino laziale, con 26 scranni andati alle opposizioni su 50 posti disponibili.

A inizio agosto un patto d’aula, su alcuni temi, accompagnato da una serie di cariche nelle Commissioni, ha garantito al governatore un ampliamento della maggioranza con il voto favorevole di due eletti nel centro destra: Giuseppe Cangemi ed Enrico Cavallari. Il primo è un ex forzista, già assessore regionale con Renata Polverini, l’altro è stato eletto nella Lega e ha un passato nella giunta di Gianni Alemanno in Campidoglio. Poco da spartire, dunque, con la maggioranza di centrosinistra in quanto a storia politica. Dopo l’intesa in aula i due hanno dato vita al Gruppo misto, l’accordo finora ha resistito, ma espone la maggioranza a una continua mediazione con le opposizioni, soprattutto con i consiglieri del gruppo 5 Stelle e con l’ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi.

Così il centrodestra, nel clima da campagna elettorale permanente che porterà fino alle elezioni europee, tenta la carta della sfiducia. In caso di voto favorevole ci sarebbe lo scioglimento immediato del Consiglio e la proclamazione di nuove elezioni entro tre mesi. Oggi la conferenza dei capigruppo deciderà quando verrà calendarizzata la mozione, proposta da 13 consiglieri di Lega, Fratelli d’Italia, Energie per l’Italia di Stefano Parisi e i fittiani di Noi con l’Italia. Lo Statuto prevede che venga votata non oltre due settimane dopo, quindi entro la prima metà di dicembre.

Fossero solo i 13 consiglieri del centrodestra a sostenerla, la mozione finirebbe nel dimenticatoio. Ma le dinamiche politiche spesso sfuggono all’aritmetica.

Tra le opposizioni il gruppo più numeroso è quello M5S, conta 10 consiglieri, finora ha dialogato in Consiglio con la maggioranza su diversi temi. E i pentastellati, a partire dal capogruppo Roberta Lombardi, non vogliono correre il rischio passare per la “stampella” della maggioranza, per questo hanno annunciato un voto positivo alla mozione nonostante non la abbiano sottoscritta.

Con il sì del Movimento si arriverebbe a 23 voti, qui inizia il calcolo che in questi giorni agita i corridoi del parlamentino laziale. Basterebbe che i due “transfughi” dalle opposizioni rompessero il patto d’aula per non avere più la maggioranza. A quel punto, se si aggiungesse anche il voto di Pirozzi, la legislatura sarebbe finita.

Scenari che finora non sembrano agitare Zingaretti, il gruppo Pd cerca di trovare una via di uscita, magari con qualche assenza dell’ultima ora durante la sfiducia tra i banchi delle opposizioni. Un calcolo elettorale che circola nella maggioranza stima che su 50 consiglieri solo una manciata, nel centrodestra, avrebbero qualcosa da guadagnare da nuove elezioni appena un anno dopo le ultime.

Sondaggi alla mano, se per la Lega sarebbe conveniente un ritorno alle urne con il traino di Matteo Salvini al governo, lo stesso non potrebbe dirsi per Forza Italia. Né per i gruppi più piccoli ora all’opposizione che non avrebbero alcuna certezza di riprendere il loro scranno. C’è chi poi, come Pirozzi, che dal dialogo con la maggioranza conta di drenare risorse per i territori colpiti dal terremoto del centro Italia. Negli ultimi giorni ha ripetuto: “Tanti chiacchierano, noi facciamo i fatti”. Il governatore però dovrà guardarsi anche da una possibile fronda interna ai Dem, con due consiglieri renziani che potrebbero essere tentati da uno “sgambetto” in aula, che di fatto lo eliminerebbe dalla corsa alla segreteria. Fino a Natale si prevedono giornate di mediazioni e conteggi.

Sicurezza sui viadotti A24, indagati i vertici della Strada dei Parchi

Sei avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Teramo sulla sicurezza dei viadotti dell’A24 e in particolare su quelli di Cerchiara e Casale San Nicola: sono quelli notificati nei giorni scorsi, con le ipotesi di reato di inadempimento nelle pubbliche forniture e disastro sotto forma di pericolo, al presidente di Strada dei Parchi Lelio Scopa, al vice Mauro Fabris, all’amministratore delegato Cesare Ramadori, al direttore generale di esercizio Igino Lai, al direttore operativo Marco Rocchi e al direttore tecnico Gabriele Nati. La notizia data ieri dal Tg3 Rai Abruzzo è stato un atto dovuto in vista del sopralluogo a Casale San Nicola disposto dalla Procura di Teramo nell’ambito della maxi perizia affidata dal pm Silvia Scamurra al consulente Bernardino Chiaia. Sette i viadotti interessati dagli accertamenti disposti dalla Procura. A condurre le indagini la Guardia di Finanza in collaborazione con i carabinieri forestali. I reati ipotizzati sono inadempienze nelle forniture pubbliche e delitto colposo di pericolo.

Terzo Valico, cosa c’è nel cassetto di Toninelli

“Disco verde al Terzo Valico ma Toninelli secreta l’atto”, è uno dei titoli apparsi nei giorni scorsi su diversi quotidiani cartacei (Il Messaggero e Il Foglio) e poi anche online secondo cui il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli starebbe nascondendo da settimane l’analisi costi-benefici, il parere redatto dai consulenti del ministero, una task force di esperti capitanati dall’economista dei trasporti Marco Ponti. Secondo i due quotidiani, il parere raccomanderebbe di continuare i lavori, ai quali andrebbero “solo portati alcuni correttivi alle pendenze del tracciato ferroviario nei pressi di Genova”.

Il ministro Toninelli lo avrebbe “secretato” per evitare una rivolta della base grillina. Il Foglio rivela addirittura che “i lavori sarebbero terminati al 70 per cento”. Il ministero ha definito le indiscrezioni “totalmente infondate”, aggiungendo che “saranno smentite nei fatti” appena i documenti saranno pubblicati. Come stanno le cose?

Costi-benefici. La versione dei due quotidiani è una bufala. Sull’utilità dell’opera ferroviaria – 53 chilometri essenzialmente per le merci e che dovrebbero collegare Genova e il suo porto alla Pianura Padana fino a Tortona – i numeri erano e restano impietosi. L’analisi costi-benefici è chiusa da settimane e il giudizio è negativo: per darlo basterebbero, da soli, i costi necessari per finire l’opera (4,7 miliardi su 6,2 totali, tutti a carico del pubblico) e il fatto che i lavori completati arrivano al 30 per cento. Inoltre, il tratto già realizzato non può essere collegato alla linea esistente per le differenze di altitudine delle gallerie. Va quindi immaginato cosa sarebbe successo se l’analisi fosse stata fatta prima di approvare il progetto e far partire i lavori. Nei tre scenari ipotizzati dall’analisi sulla potenziale domanda di traffico dell’opera, si raggiunge a malapena un pareggio tra costi e benefici soltanto in quello estremamente ottimistico. Viceversa, il risultato è negativo di quasi 2 miliardi. Non a caso nel 2014 fu Mauro Moretti, capo delle Ferrovie, a definire inutile il Terzo Valico: “Da Genova a Milano è giusto che le merci vadano in camion. In nessun Paese per fare 150 chilometri si va con le ferrovie”.

L’altra relazione. Nella sua nota di smentita, il ministero fa una seconda precisazione. “La documentazione si compone di diverse relazioni, che comprendono anche una analisi tecnico-giuridica che esula dal lavoro dei tecnici di Ponti” e che, ha aggiunto ieri, è al vaglio dell’Avvocatura dello Stato. La necessità di dover chiarire che esiste un secondo parere, lascia presupporre che, verosimilmente, le due analisi diano risultati diversi.

Parere giuridico.A elaborare questa seconda relazione è un gruppo di giuristi ed esperti della stessa struttura tecnica di missione di cui fa parte il team di Ponti, ma senza legami con il suo lavoro (a cui però ha avuto accesso). Il suo compito consiste nel valutare i rischi legali e i costi di interruzione dell’opera. “Per le opere che sono in fase di avanzata realizzazione, la valutazione non potrà non tenere conto di tutti i vincoli normativi, dello stato di avanzamento dei lavori e degli interessi coinvolti, compresi quelli occupazionali”, ha spiegato ieri il ministro Toninelli.

La frase va tradotta. Il ministero sa che sotto l’occhio vigile del predecessore di Toninelli, Graziano Delrio, il consorzio Cociv (Salini Impregilo, Condotte e gruppo Gavio) si è mosso con una rapidità impressionante, avanzando con più talpe per scavare le gallerie e aprendo cantieri multipli. In questo modo i costi per fermare i lavori sono lievitati. A questi si aggiungono le penali per la rescissione dei contratti.

L’accordo. Non è chiaro se questi elementi siano davvero sufficienti a compensare il parere negativo dell’analisi costi-benefici, ma è certo che daranno l’appiglio per giustificare un via libera all’opera che le reali stime sui benefici dipingono come uno spreco di denaro pubblico. Appiglio che serve soprattutto al M5S. Da tempo il Fatto ha rivelato che un accordo informale sarebbe stato già raggiunto fra le due forze politiche: dare il via libera al Terzo Valico, accontentando la Lega e giustificandolo con lo svantaggio economico di un eventuale blocco, in cambio dell’appoggio allo stop per il Tav Torino-Lione, indolore per il Carroccio perché è in un’area non amministra e che non prevede penali perché non è stato bandito nessun grande appalto. Certo, un via libera al Terzo Valico renderebbe difficile fermare il Tav.

Autostrade, l’ad Castellucci fa scena muta (e se ne va)

Con i magistrati si avvale della facoltà di non rispondere in quanto indagato. Ma ai giornalisti che attendono davanti al Tribunale risponde alla domanda che da mesi tanti si facevano: sì, Giovanni Castellucci sta per lasciare Autostrade, concessionaria della famiglia Benetton. “Per il ruolo importante a livello mondiale che Atlantia ha assunto – ha spiegato l’ad – il processo di riduzione delle mie responsabilità in Autostrade che era iniziato prima della tragedia è ripreso”. Vorrebbe quindi concentrarsi su Atlantia: poco più di un cambio di ufficio.

Quasi quattro mesi dopo il disastro del ponte Morandi ieri mattina il numero uno di Autostrade è arrivato in tribunale a Genova. I pm volevano interrogarlo ma, come quasi tutti gli indagati, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La scelta è stata spiegata dal suo difensore, l’ex guardasigilli Paola Severino: “In considerazione della gravità e della complessità dei tragici fatti del 12 agosto (in realtà era il 14, ndr), l’ingegnere ha dichiarato la disponibilità a rispondere a tutte le domande, ma una volta completato l’incidente probatorio”.

Insomma, semmai si vedrà dopo metà dicembre quando la Procura chiuderà il primo round dell’inchiesta. Ma Severino ha aggiunto una frase che lascia intuire la strategia difensiva: l’ad di Autostrade risponderà “nei limiti delle sue competenze e delle sue deleghe che non hanno a oggetto gestione e operatività”. I controlli sul ponte, è la difesa, non erano sua competenza. La responsabilità, se fosse dimostrata, dovrebbe ricadere sui livelli inferiori al suo.

Castellucci è rimasto un’ora dai pm, il tempo di consegnare una memoria con la documentazione dei controlli che, secondo Autostrade, sarebbero stati compiuti per verificare la sicurezza del Morandi. Non solo: “Dopo la tragedia di Genova – ha raccontato – abbiamo promosso un’operazione straordinaria di monitoraggio delle infrastrutture della nostra rete realizzata dalle direzioni di tronco, responsabili della sicurezza delle tratte di competenza. L’esito è assolutamente confortante. La nostra rete è sicura. Ma ho riferito anche su ciò che stiamo facendo per le famiglie delle vittime e per i danneggiati”. Ha poi concluso: “Ho chiarito ai pm che gli interventi di manutenzione effettuati dalla società, sulla base delle previsioni della Convenzione, non vengono remunerati in tariffa”. Un tentativo di mettere freno alle polemiche sul ruolo di Autostrade prima e dopo la tragedia.

Non è la prima volta che Castellucci torna a Genova dal 14 agosto. Era venuto per i funerali delle vittime. Ma soprattutto aveva suscitato polemiche la sua comparsa a una conferenza stampa accanto al Governatore Giovanni Toti e al sindaco Marco Bucci in cui veniva presentata la proposta di nuovo ponte disegnato da Renzo Piano. Castellucci mostrando il progetto fece andare in pezzi il plastico.

“È un obiettivo sbagliato e suicida per la società”

L’impegno che il ministro Tria ha messo nero su bianco, scrivendo alla Commissione europea (“innalzare all’1% del Pil per il 2019 l’obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico”, cioè per 18 miliardi di euro) è insieme irrealistico e dannoso. Appare evidente che la previsione sia campata per aria: basta ricordare che per incassare 25 miliardi di euro ci sono voluti 9 anni (dal 1999, anno di istituzione dell’Agenzia del Demanio, al 2008). Ma è l’obiettivo in sé a essere sbagliato, anzi suicida. Il patrimonio immobiliare pubblico è la risorsa strategica per mettere in atto qualunque politica sociale: e cioè per attuare la prima parte della Costituzione ponendo rimedio a diseguaglianze e ingiustizie. La privatizzazione della vita pubblica e della democrazia nasce dalla privatizzazione dello spazio pubblico delle città.

La dicotomia tra spazio privato e spazio del mercato fa sparire la stessa condizione di cittadino: perché non ci sono alternative, o sei nella tua proprietà o sei un cliente-consumatore. Il bisogno di spazi liberati, che sta alla radice delle occupazioni di immobili abbandonati, cerca risposte pubbliche. Per non parlare del diritto negato alla casa. Vendere lo spazio pubblico, significa rinunciare ad avere un progetto di inclusione, riscatto sociale, ricostruzione della cittadinanza. Non solo: significa anche legare le mani alle prossime generazioni, che non potranno scegliere. Ed è un modo davvero curioso di difendere la sovranità nazionale quello di assicurare all’Europa che lo sforamento del deficit sarà garantito dalla vendita del patrimonio nazionale, inevitabilmente destinato a finire in grandissima parte in mano alla speculazione internazionale. L’esempio della Grecia dovrebbe insegnare qualcosa: il porto del Pireo ceduto in blocco alla Cina è il modello cui guarda il governo Salvini-Di Maio?

Anche i precedenti dovrebbero insegnare. L’apice velleitario della privatizzazione del patrimonio si toccò, grazie a Giulio Tremonti, con la costituzione, nel 2002, della Patrimonio dello Stato Spa, una società per azioni che, almeno teoricamente, avrebbe potuto gestire e alienare qualunque bene della proprietà pubblica. In un colpo solo, lo Stato intero, il complesso della proprietà pubblica, si sarebbe potuto dematerializzare nella forma di azioni.

Un progetto reincarnatosi molte volte: da ultimo, nell’analoga idea di Marco Carrai, intimo di Matteo Renzi, il quale voleva creare un “Fondo Patrimonio Italia, dove conferire gli asset morti dello Stato per estrarne valore: l’immenso patrimonio immobiliare pubblico”. In attesa della ‘soluzione finale’ c’è stato uno stillicidio di alienazioni che hanno di fatto abolito il concetto stesso di demanio, vendendo isole della Laguna di Venezia, castelli e parchi. Il culmine è stato raggiunto dalla legge “più grave e disastrosa di tutte” (Paolo Maddalena), la 85 del 2010 sul cosiddetto federalismo demaniale, che prevede il conferimento agli enti locali, e la possibile, successiva alienazione di beni demaniali, ivi compresi quelli storici e artistici. Infine, il devastante Sblocca Italia di Maurizio Lupi e Matteo Renzi (2014), che mette una taglia sul patrimonio immobiliare pubblico, promettendo una quota degli utili ai Comuni che ne favoriscano la dismissione.

L’idea di vendersi il patrimonio è il cavallo di battaglia dei boiardi formati da Sabino Cassese: come su quasi tutto, il governo del cambiamento non cambia nulla. O meglio, cambia una cosa: prende il programma presentato prima del 4 marzo dal Movimento 5 Stelle – da sempre acerrimo nemico delle privatizzazioni – e ne fa carta straccia. Certificando così che le annunciate (e giuste) nazionalizzazioni che dovrebbero, al contrario, ricostruire un qualche ruolo dello Stato garantendo l’interesse pubblico, resteranno un miraggio.

“Nessuno crede di poter incassare ben 18 miliardi”

La promessa del governo Conte di incassare 1 punto di Pil in un anno – circa 18 miliardi – da vendita di asset pubblici è stata un segnale di impegno alla riduzione del debito nella trattativa con Bruxelles. Ma nessuno, nel governo come nella Commissione europea, pensa che sia minimamente credibile, se non con qualche trucco contabile. Ci si deve comunque preoccupare? A rispondere alla domanda sono Stefano Feltri e Tomaso Montanari che dai loro punti di vista, economico e sociale, analizzano la questione delle privatizzazioni dell’immenso patrimonio immobiliare dello Stato e il possibile impatto sulla spesa pubblica.

Gli unici a credere che in Italia si stia per aprire una nuova stagione di privatizzazioni sono i nemici delle privatizzazioni. La promessa del governo Conte di incassare 1 punto di Pil in un anno – circa 18 miliardi – da vendita di asset pubblici, è stata un segnale di impegno alla riduzione del debito nella trattativa con Bruxelles. Nessuno, nel governo come nella Commissione europea, pensa che sia minimamente credibile, se non con qualche trucco contabile. L’Italia si era impegnata a ottenere introiti da privatizzazioni pari allo 0,3% del Pil all’anno per ridurre l’indebitamento. Nel 2017 ha incassato zero. Il governo Gentiloni aveva previsto uno 0,3% nel 2018 che non c’è stato. L’ultimo anno in cui si è incassato qualcosa – dire “privatizzato” è troppo – è stato il 2016: 0,1% del Pil, 833,6 milioni dalla vendita di una quota di Enav, la società che gestisce il traffico aereo civile in Italia. E la lista delle grandi operazioni recente sembra il trionfo della furbizia contabile o della disperazione, più che di una ritirata dello Stato: nel 2012 il ministero del Tesoro vende alla Cassa Depositi e Prestiti (controllata dal Tesoro) Sace, Simest e Fintecna per 8,8 miliardi. Nel 2015 piazza sul mercato 2,1 miliardi di euro di azioni Enel – non una privatizzazione, perché l’Enel è già una società di diritto privato a controllo pubblico e tale resta, è soltanto la rinuncia a dividendi futuri – e una quota di Poste Italiane per 3,1 miliardi, altra cessione che non privatizza, ma scambia un incasso immediato con la rinuncia a benefici futuri.

Le ultime privatizzazioni vere in Italia sono state quelle degli anni Novanta, con gli errori che sappiamo: passare ai privati il controllo di monopoli naturali (che quindi naturalmente dovrebbero rimanere pubblici) senza regole adeguate per costruire una concorrenza che dia qualche beneficio anche ai consumatori oltre che ai nuovi padroni. Questo governo ha già minacciato nazionalizzazioni (di perdite, più che di aziende) altro che privatizzare: vorrebbe tenersi Monte Paschi, caricarsi Alitalia in assenza di compratori, forse prendersi la vecchia rete in rame di Tim con debiti e dipendenti annessi.

È realistico pensare che si prepari allora una svendita del patrimonio immobiliare pubblico? Per quelle cifre – 18 miliardi – proprio no. Nel 2018 i proventi attesi dalle vendite di immobili pubblici sono 600 milioni. Quelli programmati per 2019 e 2020 di 640 milioni. Noccioline. La società (del Tesoro) che dovrebbe vendere o valorizzare immobili di Stato, Invimit, arranca da anni: ha in gestione oltre un miliardo di euro di immobili in fondi le cui quote vengono vendute, così da avere un incasso immediato. Ma di lì a dire che il bene è stato ceduto ce ne corre. Secondo i dati del 2015, lo Stato ha circa 283 miliardi di euro di patrimonio immobiliare, l’80% in mano agli enti locali. Ben 12 miliardi “non utilizzati”, altri 6 miliardi sono in uso gratuito a privati (e chissà se tutti meritevoli di questa carità pubblica). In compenso lo Stato continua a spendere milioni di euro ogni anno per affittare uffici e appartamenti, spesso in palazzi che prima erano di sua proprietà ma che poi ha ceduto per ottenere un po’ di quei famosi incassi da “privatizzazioni”, un mero trucco contabile che finisce per risultare parecchio costoso nel lungo periodo.

Anche se in un sussulto liberista il governo giallo-verde decidesse di vendere Colosseo, Fontana di Trevi, palazzi e caserme, scoprirebbe che è quasi impossibile. Una gestione responsabile degli immobili pubblici passa per un ripensamento del ruolo di Invimit, una riduzione della spesa in affitti e la vendita di quello che si può vendere, magari dopo averne estratto il valore massimo (cambi di destinazione d’uso, ecc.) ma c’entra poco con la caccia ai 18 miliardi di euro da privatizzazioni. Che, a meno di un svendita di quote di Eni, Enel e Leonardo, sono destinati a rimanere l’ennesima promessa impossibile da rispettare.

“Progettava attacchi chimici”. Palestinese arrestato in Sardegna

Blitz antiterrorismo in Sardegna. I reparti speciali del Nocs Polizia insieme alla Digos di Nuoro e Cagliari con il coordinamento della Dda di Cagliari hanno fermato a Macomer Amin Alhaj Ahmad, 38enne palestinese sospettato di essere in procinto di compiere attentati in Italia. Secondo gli investigatori l’obiettivo dell’uomo era la realizzazione di un ordigno chimico-biologico da utilizzare per avvelenare falde acquifere, serbatoi o acquedotti. Il 38enne aveva supportato il cugino in Libano – anche lui affiliato all’Isis – negli esperimenti condotti su animali, per testare l’efficacia dei veleni da utilizzare negli attentati pianificati. Secondo quanto emerso dalle analisi del suo smartphone, gli interessi del 38enne si erano concentrati soprattutto sull’“aflatossina B1” il “metomil”. La prima è una sostanza velenosa letale e cancerogena, di cui una sola molecola potrebbe provocare un’emorragia renale o un carcinoma al fegato. L’uomo aveva effettuato anche ricerche su siti legali per l’acquisto di pesticidi a base metomilica, consentito esclusivamente al personale qualificato munito di apposito patentino e usato per uccidere i parassiti.

Undici chili di tritolo a Trani. “Per chi sono? Lo saprai dal tg”

Arrestato in flagranza di reato, a Trani, il 22 novembre, un uomo di 67 anni Gaetano Arnesano per detenzione di circa 11 chilogrammi di tritolo. L’uomo era noto come l’artificiere del boss Annacondia. È stato bloccato dai carabinieri di Trani presso Palazzo Borsellino nel centro storico, dove, doveva lasciare l’ordigno da lui confezionato, pronto per l’uso, ai suoi committenti. L’ordigno contenente circa 3,5 chili di tritolo è stato realizzato con l’ausilio di altri due suoi conviventi arrestati dai carabinieri, una donna abruzzese ed un giovane marocchino.

La bomba era pronta all’uso con detonatore rudimentale ed era destinata a creare danni devastanti ad edifici o persone. Da intercettazioni che la Procura ha reso note nella conferenza stampa di ieri, emerge una preoccupante conversazione. La donna convivente dice ad Arnesano, mentre lo stesso si accinge ad uscire in bici per consegnare l’ordigno nel luogo convenuto: “È inutile che ti dica a chi è destinato, perché tanto lo saprai dai telegiornali”.

Il procuratore capo di Trani, Antonino Di Maio, ha riferito in conferenza stampa che proprio la quantità del tritolo, e la frase della donna, hanno reso inquietante l’episodio criminoso, sul quale al momento non si sente di confermare o escludere le ipotesi investigative sul tavolo che individuano eventuali obiettivi in sedi istituzionali o a una guerra tra clan rivali per il controllo del traffico di droga nella provincia Bat (Bari-Andria-Trani). Certo un ordigno di quelle dimensioni e la riserva trovata a casa, lasciano ipotizzare scenari inquietanti. I carabinieri cercano di capire provenienza del tritolo, committenti e destinatari dell’attentato. Nei pressi del luogo dove l’Arnesano è stato arrestato vi è la Palazzina Borsellino situata in un immobile confiscato ad Annacondia, oggi sede di un gruppo interforze di polizia giudiziaria.

Caso Cucchi: stop alla destituzione di Tedesco, carabiniere accusatore

Francesco Tedesco può tirare un sospiro di sollievo. Nei confronti del carabiniere – che nove anni dopo la morte di Stefano Cucchi ha accusato altri due colleghi del pestaggio – l’Arma ha sospeso il procedimento disciplinare di destituzione fino a sentenza definitiva. Il sollievo è temporaneo, perché il militare dovrà attendere l’esito del processo bis ora in corso in Corte d’assise d’appello dove è imputato per omicidio preterintenzionale insieme ad altri due, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, tutti in forza nel 2009 alla stazione Appia. Altri due carabinieri sono accusati invece di calunnia o falso.

Nei fatti la posizione di Tedesco cambia il 9 luglio scorso, quando per la prima volta davanti al pm Giovanni Musarò punta il dito contro i colleghi. Racconta la sua verità (che dovrà essere valutata dal Tribunale). Ma quel giorno d’estate, mentre rende interrogatorio il suo telefono squilla. Lo cercano per notificargli un atto della compagnia di Bari San Carlo in cui si annuncia l’apertura di un’inchiesta da parte dell’amministrazione. Il reato di abuso d’autorità, pure contestatogli inizialmente, infatti è stato dichiarato prescritto. Non è un’assoluzione nel merito. Per l’Arma è un comportamento “contrario ai principi di moralità e di rettitudine proprio del giuramento prestato del grado rivestito, nonché dello status di militare”, ma anche “lesivo dell’immagine dell’Istituzione”.

A questo punto Tedesco consegna una serie di memorie difensive, spiega la propria posizione, si dice estraneo ai fatti. Chiede anche di acquisire i suoi verbali accusatori. Poi fa ricorso al Tar di Bari contro l’Arma e il ministero della Difesa proprio per chiedere la sospensione del procedimento disciplinare.

Nel frattempo però l’Arma cambia rotta e il 15 novembre asseconda le sue richieste. É scritto nel documento del Comando Generale: preso atto “dell’indeterminatezza conseguente alla mancanza di elementi conoscitivi per definire con margini di sufficiente certezza la posizione disciplinare del militare e del concreto rischio di assumere decisioni che potrebbero rivelarsi in netto stridore con quanto sarà poi eventualmente statuito dal giudice penale”, e “considerato la particolare complessità dell’accertamento relativo al fatto addebitato”, determina “la sospensione dei termini del procedimento”. Una decisione applaudita dal legale di Tedesco, Eugenio Pini: “È un provvedimento che traccia un confine positivo in questa vicenda. Da parte nostra c’è stata una costante e trasparente interlocuzione con l’amministrazione”.

Durante l’udienza di ieri, Pini ha chiesto l’acquisizione dei documenti relativi all’iter disciplinare. Richiesta respinta dal Tribunale: potranno finire nel fascicolo nel momento in cui Tedesco deporrà in aula. Quando dovrà ripetere la sua verità.