“Viperetta” è nei guai. Sequestrati 2,6 milioni

Così Massimo Ferrero, “viperetta” (cit. Monica Vitti), produttore e distributore di film, proprietario di decine di cinema a Roma, “primo esportatore di caciotte negli Stati Uniti”, patron per caso della Sampdoria, che ha patteggiato una condanna a venti mesi per bancarotta fraudolenta dopo il fallimento della compagnia aerea Livingston, è nei guai per il pallone. Il Tribunale di Roma ha disposto il sequestro di 2,6 milioni di euro contro la Samp, lo stesso Ferrero e altri cinque indagati, tra cui la figlia Vanessa, il nipote Giorgio e la compagna Manuela, in un’inchiesta – denominata “Fuorigioco” – per truffa, autoriciclaggio, appropriazione indebita, emissione e utilizzo di fatture false, impiego di denaro o utilità di provenienza illecita.

Quando la famiglia Garrone – quelli del petrolio, di Erg – hanno scelto il romano col “core romanista” per liberarsi di un club che brucia milioni di euro all’anno, Ferrero ha sventolato la viscerale passione per il cinema – fu giovane attore e poi collaboratore di pluridecorati registi, Fellini, Comencini, Monicelli, Moretti – e dunque ha premesso: “Vengo da un mondo spettacolare. Io non faccio lo stadio, faccio fiction”. Il protagonista di questa vicenda, suo malgrado, è il calciatore Pedro Mba Obiang Avomo, origini africane e passaporto spagnolo, conosciuto col nome di Pedro Obiang, un mediano con un fisico robusto e una discreta visione di gioco. È pure nipote di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il padrone della Guinea equatoriale, il presidente in carica più longevo d’Africa, cioè dal colpo di Stato del ‘79.

Cresciuto con la maglia blucerchiata addosso, dopo sette anni, il classe ‘92 Obiang viene ceduto agli inglesi del West Ham per 2,5 milioni di euro. Nel giro di tre mesi, dal 18 giugno 2015, la Sampdoria salda più fatture – come ha ricostruito la Guardia di Finanza – per un importo di 1,159 milioni a Vici srl di Vanessa Ferrero per dei “lavori a Bogliasco”, il centro sportivo dove si allenano le squadre doriane. Un’operazione che crea anche un illegittimo vantaggio fiscale. Vici gira poi oltre 800.000 euro a Farvem Real Estate di Ferrero per chiudere una transazione con la Livingston.

Con altri 100.000 euro Vici – precisa il gip Antonella Minnuti – ha risolto un debito con Equitalia di una azienda del gruppo Ferrero. E col bonifico di 122.000 euro, incassato dalla Samp nell’agosto del 2015, Vici ha foraggiato la pellicola Le frise ignoranti attraverso la Film 9 e la V Production. Chiosa il Gip: “È evidente che la Vici srl è stata utilizzata da Ferrero quale schermo societario al fine di drenare risorse economiche dalla Sampdoria, per complessivi 1,159 milioni di euro, allo scopo di impiegarle – per motivi estranei alle finalità sociali – principalmente per sanare una pregressa esposizione debitoria di un’altra realtà del gruppo”.

La Finanza ha scoperto anche finte controversie di lavoro che hanno portato a cinque diversi accordi per un totale di mezzo milione di euro, soldi usati per comprare un immobile di pregio a Firenze.

Lo scaltro Antonio Romei, l’avvocato che gestisce la Samp per conto di Ferrero e lo rappresenta nel palazzo (Figc, Lega), ha subito rassicurato i tifosi con le solite frasi di circostanza che ignorano l’esuberanza di Viperetta: “Non succede niente al club, fatti vecchi. Ferrero è tranquillo” (la Procura federale, però, ha aperto un fascicolo).

In realtà, da un po’ di tempo, il tranquillo Ferrero racconta che sta per vendere la Samp. Che basta, che noia e, adesso, è finito in “fuorigioco”. Chissà, potrebbe tornare Edoardo Garrone. La strada è breve, non l’ha mica dimenticata. Anzi.

Omicidio Regeni, presto i primi indagati tra i servizi egiziani

Durante l’incontroavvenuto al Cairo tra gli inquirenti italiani ed egiziani, i pm della Procura di Roma hanno annunciato l’intenzione di formalizzare al più presto le prime iscrizioni nel registro degli indagati, nell’ambito del procedimento sul sequestro, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni. I soggetti che sarebbero a vario titolo coinvolti nel sequestro e nell’attività di depistaggio – messa in atto dopo il ritrovamento del cadavere del ricercatore friulano, avvenuto il 4 febbraio 2016 – sono stati identificati nei mesi scorsi dagli uomini del Ros tra gli agenti dei servizi segreti civili egiziani. I pm romani hanno precisato che l’iscrizione dei nomi costituisce un passaggio obbligato e non più rinviabile a questo punto delle indagini per l’ordinamento processuale italiano, un atto che invece la legislazione egiziana non contempla. Le delegazioni, dopo essersi a lungo confrontate, hanno diffuso una nota congiunta al termine del vertice, in cui hanno confermato “la determinazione a proseguire le indagini e incontrarsi nuovamente nel quadro della cooperazione giudiziaria, sino a quando non si arriverà a risultati definitivi nell’individuazione dei colpevoli dell’omicidio”.

“Giggino non era inquadrato, serviva pizze e ci fece il sito”

La scelta di pranzare nella pizzeria “La Dalila” di Pomigliano d’Arco si rivela fortunata, ricca di sorprese e di notizie. Tra una margherita e una coca cola scopriamo dalla viva voce di chi serve ai tavoli, prepara le pietanze e tiene aperto il locale che il futuro vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ci ha lavorato per un anno, dall’estate 2011 all’estate 2012, cioè fino a pochi mesi prima della sua elezione alla Camera, come cameriere “non inquadrato”, che da queste parti significa in nero. E non solo: ha regalato a questo piccolo ristorante la sua attività di web master, aprendo e curandone il sito internet e la pagina facebook “senza chiedere un euro, lo faceva a livello amichevole: era lui che faceva le foto delle pizze e le pubblicava. Ci ha aiutato in tutti i modi, noi non sapevamo nemmeno cosa fosse questo Facebook”.

Gratis. “Luigi non era inquadrato, veniva soltanto la mattina, quasi tutti i giorni, lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì… era un eccellente cameriere e lavava anche i bidoni della spazzatura qui fuori”. Il sito per la verità ora è spento. “Venivano ogni anno per far pagare il domino.. il dominò… come si dice?”. Si dice il dominio. Bisogna rinnovare annualmente la registrazione del .it, così funziona. “L’ultimo anno non è stato pagato”. Allora è normale che il sito non si accenda più. Il racconto scorre fluido, pieno di dettagli, interrotto da poche domande. E ci restituisce l’immagine di un giovane universitario che inframmezzava gli studi con questo lavoro in nero svolto con passione e professionalità, secondo il ricordo chi lo ha avuto affianco e afferma di ricevere ogni anno da lui gli auguri di Natale e Pasqua: “Ora però è un anno che non lo sentiamo”.

Pomigliano d’Arco non è New York e certi curiosi incroci sono possibili: qui ha lavorato come pizzaiolo per un periodo uno dei fratelli di Salvatore Pizzo, l’ex muratore che con la sua intervista alle Iene ha scatenato il caso del ricorso al lavoro nero nell’impresa edile della famiglia Di Maio. È una parte del racconto ascoltato mordendo una pizza di buona qualità, forse sfornata un poco di fretta. In questa pizzeria tutti vogliono bene a Luigi Di Maio e giudicano con severità la scelta di Pizzo di rendere pubblica la storia. Gli epiteti scelti per farlo sono irriferibili.

I ricordi di Di Maio cameriere “non inquadrato” vengono collocati con precisione all’estate 2011 “perché in quel periodo ci trasferimmo da via Roma a qui (via Guadagno, ndr), aprimmo a giugno, lui arrivò a luglio”. Aveva 25 anni. E qui la signora si allarga in un sorriso radioso: “Ricordo che arrivò con una camicia azzurra, tutto abbronzato… pensai che bellu guaglione…”. La pizza volge al termine mentre apprendiamo perché il locale si chiama “La Dalila”: è il nome, bello, della figlia dei gestori. Ed anche perché il lavoro di Di Maio si interrompe nel 2012. “Quell’anno rubarono tutte le attrezzature all’impresa del padre – ci dicono al tavolo all’angolo, sotto il televisore – e lui dovette prendere in mano l’azienda di famiglia insieme alla sorella. Luigi aiutò il padre a riprendersi, a risollevarsi, gli stette vicino, ma non ha mai lavorato con lui”. Ma sapevate che era già in politica? “Sì, già quando lavorava qui. Ma solo dopo si è fatto un nome. Io gli dissi: ‘Luigi, tu farai grandi cose…’”.

Proprio ieri Di Maio ha voluto scagionarsi dall’accusa di aver anche lui lavorato in maniera irregolare con il papà nell’azienda di famiglia. Gliel’avevano chiesto Le Iene. Di Maio ha pubblicato alcune carte che provano l’assunzione e quattro buste paga. Il contratto di lavoro dei dipendenti edili è a tempo determinato, dal 27 febbraio 2008 al 27 maggio 2008, con orario a tempo pieno e la mansione di manovale. Manca l’estratto conto contributivo, gli contesta il Pd che intende ora portare la vicenda in Parlamento attraverso un’interrogazione alla quale, paradossalmente, dovrebbe rispondere lo stesso Di Maio in qualità di ministro del Lavoro.

Tenaris, in Argentina accusato di corruzione l’ad Paolo Rocca

Guai giudiziari in Argentina per Paolo Rocca, esponente di primo piano di una delle ultime grandi dinastie industriali italiane e con il fratello Gianfelice a capo di Techint, colosso mondiale della siderurgia che fattura 18,5 miliardi di dollari e impiega più di 55 mila dipendenti. Il ceo del gruppo, controllante di Tenaris, gioiello del gruppo quotato su quattro Borse (Milano, New York, Buenos Aires e Città del Messico), è stato accusato di aver pagato tangenti ad esponenti del governo dell’ex presidente Cristina Kirchner allo scopo di ottenere aiuto in occasione della nazionalizzazione della controllata Sidor in Venezuela nel 2008. Dal braccio di ferro con l’allora presidente Hugo Chavez, Techint – che godette del sostegno del governo argentino – uscì con una compensazione di quasi 2 miliardi di dollari. Le accuse, che porteranno Rocca a processo, hanno fatto crollare Tenaris in Borsa (-7,1% a 10,9 euro). All’imprenditore è stata imposto il pagamento di una cauzione di 4 miliardi di pesos argentini (circa 92 milioni di euro) e fatto divieto di lasciare il Paese. Il cda di Tenaris, “dopo aver esaminato la decisione adottata dal giudice, ha confermato Rocca come presidente e ceo invitandolo a continuare”.

Olimpiadi 2026, Malagò&Sala sfilano a Tokyo

Le guglie tricolori del Duomo, lo sfondo delle Dolomiti e una pista da sci che le attraversa: Milano e Cortina corrono verso le Olimpiadi invernali 2026. C’è la presentazione ufficiale del progetto. C’è il logo che fonde l’identità delle due città mettendo finalmente in rilievo Milano, ora che Torino è fuori ed è possibile esaudire i desideri di Beppe Sala. Ci sono pure le prime “spese olimpiche”: 200 mila euro per il dossier, soldi pubblici ma senza gara; anche il codice degli appalti chiude un occhio per i Giochi.

A Tokyo l’assemblea dell’Anoc (i comitati olimpici nazionali) è stata l’occasione per mostrare al mondo Milano-Cortina 2026. Giovanni Malagò nei panni di gran cerimoniere con al fianco il governatore Zaia, il sindaco Sala e la testimonial Arianna Fontana, tante belle immagini sul Belpaese, un po’ meno precisione sui numeri (anche all’estero si chiedono come un’Olimpiade possa costare solo 400 milioni) ma non è il caso di formalizzarsi. La presentazione – filtra dalla delegazione – “è andata molto bene”. Del resto è più facile quando gli avversari in pratica non ci sono: l’unica rivale Stoccolma si è presentata in Giappone senza appoggio del governo e in tono dimesso, in attesa di capire come finirà la crisi politica (da cui dipende anche il sostegno ai Giochi). E, mentre gli scandinavi snocciolavano freddamente le cifre del masterplan, Malagò girava tra i tavoli dei grandi elettori che a giugno 2019 voteranno la sede.

L’Italia sembra in vantaggio, almeno fino a quando la Svezia non si metterà davvero in carreggiata (e non è detto che lo faccia). Motivo in più per aprire il portafoglio. Si parte dal dossier: sarà realizzato da WePlan srl e costerà 195 mila euro (Iva esclusa), in linea con la candidatura di Roma 2024, quando il lavoro fu affidato a uno studio internazionale (Wilson Owens Owens). Stavolta il Coni punta sul made in Italy: la società fondata da Roberto Daneo (cresciuto al comitato di Torino 2006) ha sede a Milano, conosce bene Sala (ha lavorato a Expo 2015) e pure il Coni (ha seguito la tanto discussa Ryder Cup 2022 di golf e la sessione Cio 2019, poi cancellata). A gennaio aveva ricevuto l’incarico per lo studio di fattibilità, in affidamento diretto perché di soli 38 mila euro (appena “sotto soglia”). Ora l’importo superiore avrebbe richiesto una procedura pubblica ma proprio grazia alla “continuità con gli incarichi precedenti” (ha fatto anche il dossier di Cortina, non di Torino), è stato possibile derogare al codice degli appalti. Il Coni si è fatto confezionare un parere legale “sull’inquadramento giuridico dell’attività contrattuale di Coni servizi ai fini della candidatura” che, in ragione della “partecipazione a un evento internazionale” e visto il “ristretto lasso di tempo a disposizione”, di fatto dà mani libere al comitato coordinato da Diana Bianchedi.

È lo stesso schema già utilizzato per Roma 2024, quando il comitato presieduto da Montezemolo riuscì a “bruciare” quasi 13 milioni in due anni, attirando diverse polemiche (e pure gli accertamenti della guardia di finanza). Stavolta ci sono meno soldi (3 milioni tra Coni, Lombardia e Veneto) e soprattutto meno tempo per spenderli, visto che la scelta avverrà fra pochi mesi. La competenza sui grandi eventi di WePlan (esperienza anche ai Giochi di Rio 2016) è indiscussa: il contratto per Milano-Cortina comprende tutte le attività della fase di candidatura fino a giugno 2019. Non il logo che sta riscuotendo apprezzamenti (di sicuro del sindaco Sala, che ha avuto il brand come voleva). Sarebbe stato un extra: l’ha realizzato l’ufficio comunicazione del Coni, a costo zero. Almeno quello.

M5S “ricompensa” la Puglia coi Giochi del Mediterraneo

Riprendersi la Puglia, dopo i casi Tap e Ilva. Con questo obiettivo il Movimento 5 Stelle e il ministro per il Sud Barbara Lezzi hanno annunciato che Taranto si candiderà a ospitare i Giochi del Mediterraneo 2025. Una sorta di mini-Olimpiade a cui partecipano 26 Paesi tra Europa, Africa e Asia e che prevede una trentina di sport. Sarà l’occasione, giurano i 5 Stelle, per rilanciare la città pugliese e la Regione intera grazie a decine di investimenti sullo sport, sull’edilizia e sui trasporti.

Il tema però è anche politico: proprio in Puglia, nei mesi scorsi, il M5S ha dovuto cedere rispetto alla purezza delle sue posizioni, ammettendo di non poter bloccare il Tap e chiudendo un accordo – pur migliorativo – sull’Ilva, l’azienda che tempo fa i grillini promettevano di riconvertire. Sulla candidatura ora sono tutti d’accordo: il governo, il Movimento nazionale e persino gli esponenti locali, nonostante in passato i 5 Stelle si siano spesso divisi sull’opportunità di ospitare grandi eventi.

La linea la detta la ministra Lezzi: “Tanti ci vogliono dipingere come quelli del ‘no’, ma questa non è la verità. Non siamo mai stati contro a prescindere ai grandi eventi sportivi. Vogliamo investire su questa candidatura che può rappresentare l’occasione per il rilancio del territorio”.

Segue Giovanni Vianello, deputato tarantino, che parla di “una grande notizia” che “continua un percorso di interventi migliorativi e di diversificazione economica” per la città, proprio mentre i consiglieri regionali del Movimento diffondono una nota entusiasta in cui si parla della “rinascita” di Taranto e dell’augurio che “tutte le istituzioni esprimano parole di apprezzamento”.

E in effetti l’esecutivo ha condiviso la scelta sia col sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci (Pd), sia col governatore, Michele Emiliano.

Ora bisognerà creare un comitato promotore e proprio in questa fase i 5 Stelle dovranno fare i conti con i pericoli del passato.

Nel 2009 l’Italia ha infatti già ospitato i Giochi, a Pescara e Chieti. Fu un disastro, almeno a detta degli stessi 5 Stelle, che due anni fa citavano sul blog “il flop dei Giochi del Mediterraneo 2009” nel lungo elenco dei grandi eventi che avevano lasciato opere inutili o buchi nei bilanci. Il post serviva a giustificare il “no” a Roma 2024 e si riferiva alla gestione allegra della kermesse: un comitato organizzatore di 78 persone (a Pechino, nel 2008, erano 18) e spese previste per 70 milioni che rivelarono un buco da 37 milioni a pochi mesi dall’evento.

Sempre a Pescara, poi, tre anni fa, i 5 Stelle chiedevano conto dei 235 mila euro di debito per i Giochi del Mediterraneo sulla spiaggia, edizione low cost – con molti meno sport – dello stesso evento, replicato nel 2015.

Stavolta, assicura il Movimento, non ci saranno sorprese: “Non possiamo tollerare la vecchia logica di sprechi, – spiega Lezzi – se la candidatura dovesse avere successo ci sarà un monitoraggio costante sugli interventi”. Si useranno parte degli 800 milioni del Cis (il contratto istituzionale di sviluppo) siglato dall’ultimo governo e qualcosa arriverà dai 90 milioni stanziati negli ultimi anni per il centro storico. Cercando di scongiurare un’altra frattura con la Puglia.

Un’altra delega per Crimi: si occuperà delle aree sismiche

Una delegaspecifica per tutte le aree sismiche italiane. È quella che il Consiglio dei ministri di ieri ha conferito a Vito Crimi, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio e titolare della competenza sull’editoria. L’annuncio lo aveva dato in mattinata Luigi Di Maio, intervenuto al Restitution Day dei consiglieri regionali abruzzesi: “Crimi si occuperà delle aree sismiche d i tutta Italia. Ci sarà un unico punto di riferimento per le zone colpite”. Un paio di mesi fa il governo aveva rinnovato il commissario straordinario per la ricostruzione del Centro Italia, individuato nel geologo Piero Farabollini. Un tecnico da sempre fuori dalla politica, a cui adesso verrà affiancato, seppure in un ruolo più generico, una figura di partito. Vito Crimi, 46 anni, eletto lo scorso marzo al Senato, è al secondo mandato con il Movimento 5 Stelle. La sua nomina è stata accolta con le lodi di Patrizia Terzoni, vicepresidente della commissione Ambiente alla Camera: “È una notizia confortante per tutti i cittadini dei territori colpiti dai terremoti. Il Consiglio dei ministri riconosce in questo modo il valore di un lavoro che Crimi ha già svolto fin dall’inizio del legislatura”.

Tria ricorda le colpe del Pd (e convince Monti)

Giovanni Tria – dacché s’è capito che fa il ministro del governo M5S-Lega e non di quello Pd-Forza Italia – non gode di buona stampa. Eppure ieri in Senato, dove ha riassunto in modo assai vago lo stato della trattativa con l’Europa sulla manovra, non se l’è cavata male e ha persino fatto risuonare in quell’aula alcune ovvietà che, stante il livello disastroso del dibattito, risultano quasi rivoluzionarie.

In sostanza, ha detto il ministro dell’Economia, la manovra prende un deficit al 2% a fine 2018 (effetto della manovra di Padoan e Gentiloni) e si limita ad alzarlo di 4 decimali stante che il Parlamento all’unanimità ha votato per non aumentare l’Iva (12,5 miliardi di entrate che avrebbero portato il disavanzo all’1,2%). Insomma, si tratta di una manovra “moderatamente espansiva” nel senso che la maggiore spesa pubblica avrà una qualche incidenza positiva sul Pil.

Questo bilancio moderatamente espansivo è stato pensato per alzare il ritmo della crescita, finora metà di quello degli altri Paesi Ue e motivo per cui “oggi siamo ancora lontani dal livello del Pil di dieci anni fa, dal livello di disoccupazione di dieci anni fa e che, di conseguenza, è aumentata in modo insopportabile l’area della povertà, mentre, al contempo, non si è né raggiunto l’obiettivo di riduzione del debito, né il pareggio di bilancio”. Ora peraltro, ha aggiunto Tria, si osserva “un rallentamento dell’economia europea e italiana che ci ha posto davanti alla necessità di contrastare tale dinamica negativa da subito”.

Insomma, “l’obiettivo è affrontare i problemi concreti non fare un affronto all’Europa o organizzare l’uscita dall’euro”. D’altra parte va trovato un modo di rasserenare la Commissione, con cui – ha detto il ministro – si tenta di trovare un accordo sulla base di una modesta riduzione delle spese 2019 per reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni: andrà valutato se destinare questi risparmi a investimenti pubblici (“crollati quest’anno all’1,9% del Pil a fronte del 3% pre-crisi”) o a una riduzione del deficit. È in corso con Bruxelles “un dialogo intenso” per “individuare una possibile posizione condivisa nel rispetto delle priorità del governo”. Tradotto: la manovra non sarà stravolta.

Sull’eventuale procedura contro l’Italia, peraltro, Tria ha per la prima volta messo i piedi nel piatto: “Serve un’ operazione verità”. Tutto nasce, ha ricordato, dalla decisione di maggio dalla Commissione, che non sanzionò l’Italia “in base al profilo di aggiustamento strutturale proposto dal precedente governo per il triennio 2019-2021, profilo chiaramente poco realizzabile”. Tradotto: il governo Gentiloni promise un impossibile pareggio di bilancio a tappe forzate quando già non aveva alcun futuro. E non solo: oggi si chiede uno sforzo irrealizzabile mentre la crescita rallenta, ma “non possiamo dimenticare che l’Italia ha beneficiato della politica monetaria espansiva dal 2015” e che il Quantitative easing ha comportato un risparmio nella spesa per interessi “stimato in circa 35 miliardi di euro”, sprecato “in gran parte per finanziare la stagione dei tanti bonus” (vedi governo Renzi).

Il dibattito in aula è stato quel che ci si aspetta in questi casi: non entusiasmante. Va segnalato, però, il voto a favore sulla relazione di Tria da parte di Mario Monti: “Ho rilevato con interesse gli elementi di novità rispetto alle precedenti posizioni del governo e considero tali elementi di novità non già come segni di cedimento all’Ue o alle pressioni dei mercati, bensì come segno di un’evoluzione verso un esercizio più responsabile, realistico e proficuo della sovranità nell’interesse nazionale”.

I nuovi barbari non tirano più e allora riecco B. e i responsabili

Il sempre vigile Libero ci avverte che “trenta congiurati nel M5S” sono “pronti a pugnalare il loro capo”. Per l’autore di questo diario è stata subito nostalgia canaglia. Nell’apprendere infatti che il gruppo per accogliere i ribelli si chiamerebbe “Sogno Italia”, il nostro pensiero è corso, anzi volato, verso colui che proprio ieri la Corte di Strasburgo ha riabilitato senza riabilitarlo. Perché soltanto il Berlusconi, lirico autore dell’“Italia è il paese che amo” poteva infiocchettare con le parole Sogno e Italia (Forza) il solito mercato delle vacche (o forse dei grilli). Che, puntuale, insieme al castagnaccio e alle strenne Unieuro annuncia la stagione dei voti segreti sulla legge di Bilancio.

Purtroppo, l’eventuale riedizione dei Responsabili un tanto al chilo rischia di farci perdere quell’inebriante profumo di grana che ci fece appassionare alle avventure del senatore, condannato per corruzione, Sergio De Gregorio. O alla folgorazione che condusse gli indimenticati Razzi e Scilipoti dalla masseria dipietrista di Montenero di Bisaccia al parco di Arcore (per ragioni ideali, s’intende). Nel caso in esame l’operazione sarebbe finalizzata a creare un nuovo governo, Salvini-Berlusconi-Sognatori. Ma se il demiurgo dell’operazione dovesse essere quel Catello Vitiello già cacciato dal Movimento per sospetta massoneria (per non parlare dei sodali citati da Libero, tutti debitamente accessoriati di problemi con la giustizia), temiamo che l’operazione non sarà di quelle memorabili.

Il fatto è che alla mensa di noi affannati giornalisti, in mancanza di meglio si ricorre alla minestre riscaldate (condite da accoltellatori ed elezioni anticipate). Anche perché, poi, i famosi barbari che avrebbero dovuto portarci il nuovo mondo stanno un po’ deludendo le attese.

Matteo Salvini ok, resta pur sempre un accanito persecutore di immigrati. Ma dopo che hai chiuso i porti, cacciato le navi Ong, costretto centinaia di disgraziati a vagare per i mari, non è affatto facile inventarsi qualcosa di altrettanto spettacolarmente spietato. Tanto più che, dopo la Isoardi, perfino con Gattuso il cosiddetto capitano è stato costretto ad abbassare la cresta.

Per non parlare del novello Alarico, Luigi Di Maio, presunto conquistatore dell’Urbe oggi costretto al giro delle sette chiese tv per spiegare che lui del papà con il nero in azienda non ne sapeva niente, che ai tempi era solo un ragazzino, che se solo avesse immaginato, figuriamoci. Babbo Di Maio sicuramente diverso da quelli di Renzi e Boschi. Ma per i figlioli, rospi da ingoiare gli stessi. Insomma, adesso che per la sgarrupata coppia gialloverde Juncker non è più un ubriacone e con Moscovici si dialoga che è un piacere, per mettere un pizzico di pepe nei titoli non ci resta che lui: il Claudio Borghi. Inteso come il leghista, economista fino a prova contraria, presidente della Commissione Bilancio della Camera, quello capace con una battuta di far crollare l’euro e mandare alle stelle lo spread.

Un’ira di dio che ha perfino messo gli occhi sull’oro della Banca d’Italia. Ma speriamo di no sui nostri conti correnti. Dal Sogno all’incubo (“E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente”. Costantino Kavafis).

I migranti dopo il decreto: irregolari e meno integrati

Non c’è solo la cancellazione della “protezione umanitaria” e il robusto giro di vite su immigrazione e cittadinanza. Con il decreto Sicurezza – o “decreto Salvini” – il governo interviene (con lo stesso tratto securitario) su aspetti molto diversi: “decoro” urbano, antimafia, forze dell’ordine.

Protezione umanitaria

La misura simbolo è la soppressione dei permessi di soggiorno per ragioni umanitarie (la cosiddetta “protezione umanitaria”). Era la forma di tutela concessa più spesso ai richiedenti asilo in Italia. Come parziale contrappeso vengono individuati alcuni “casi speciali” per permessi di soggiorno temporanei (da 6 mesi a 2 anni): motivi di salute, calamità nel paese d’origine, atti di valore civile; o per vittime di tratta, violenza domestica e grave sfruttamento.

La norma è destinata a trasformare in migranti irregolari buona parte degli stranieri che oggi sono titolari di protezione umanitaria. L’inevitabile aumento dei “clandestini” è stato stimato dall’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale): ai 490 mila già presenti in Italia se ne aggiungeranno altri 132mila nei prossimi due anni (nel 2020 gli irregolari saranno 622mila, +21,2%).

Revoca dello status

Il decreto Salvini rende più ampia la platea dei reati che comportano il diniego e la revoca della protezione internazionale. Il rifugiato perde il suo status (o la possibilità di ottenerlo) se condannato in via definitiva per diversi reati. C’è un po’ di tutto: lesioni personali, violenza sessuale, traffico di droga, pratiche di mutilazione dei genitali femminili, ma anche minaccia a pubblico ufficiale e furto (persino quello “non aggravato”).

Detenzione

La legge prolunga da 90 a 180 giorni la durata massima del trattenimento degli stranieri nei Centri per il rimpatrio (Cpr), cioè sostanzialmente dei vecchi Cie (Centri di identificazione ed espulsione). Se non c’è posto, peraltro, è previsto il trattenimento del migrante in locali di pubblica sicurezza (porti e aeroporti d’arrivo soprattutto): in sostanza si tenta di iniziare e chiudere la procedura in strutture chiuse di identificazione penalizzando le attività di supporto, anche legale, necessarie a presentare domanda di asilo.

Integrazione

Viene ristretto l’accesso al sistema Sprar, il circuito d’accoglienza gestito dallo Stato, basato sui programmi di integrazione: non ne avranno più diritto tutti i richiedenti, ma solo quelli a cui l’asilo viene riconosciuto e i minori non accompagnati. Chi è in attesa del giudizio sul suo status, peraltro, non potrà più essere impiegato in lavori di pubblica utilità: anche quelli sono ora riservati ai titolari di protezione internazionale.

Cittadinanza

Il decreto burocratizza e allunga il percorso per ottenere la cittadinanza italiana: dalla presentazione della domanda devono passare almeno 48 mesi (4 anni anziché 2). Viene reintrodotta come requisito indispensabile la conoscenza della lingua italiana (livello B1: comprensione adeguata, capacità di leggere e scrivere brevi testi).

Blocco stradale

Con il decreto viene reintrodotto nel codice penale il reato di blocco stradale (oltre a quello ferroviario), che dal 1999 era sanzionato semplicemente come illecito amministrativo.

Occupazioni

Vengono inasprite le sanzioni per gli “squatter”: la pena per chi occupa “terreni o edifici altrui” passa da 2 a 4 anni. Viene anche esteso l’uso delle intercettazioni per questi rati. Il ministro dell’Interno inoltre dispone un piano operativo nazionale “per la prevenzione e il contrasto delle occupazioni abusive”. Sulla base di questo piano, i prefetti elaborano i programmi per l’esecuzione degli sgomberi.

Bracciale anti stalker

Chi è imputato – e non già condannato – per maltrattamenti in famiglia o stalking può essere controllato col braccialetto elettronico.

Accattonaggio

Salvini introduce il reato di “esercizio molesto dell’accattonaggio”: chi chiede l’elemosina “con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o col ricorso a mezzi fraudolenti” può essere arrestato da 3 a 6 mesi. Se impiega minori rischia la reclusione da 1 a 3 anni. Il decreto introduce una fattispecie penale anche per i parcheggiatori abusivi, prima perseguibili solo in via amministrativa: se sono impiegati minori oppure il soggetto è già stata fermato per lo stesso motivo rischia da 6 mesi a 1 anno.

Noleggio veicoli

Per aumentare la prevenzione degli attentati terroristici, i dati di chi noleggia un auto o un pullman – car sharing escluso – sono comunicati alle forze dell’ordine e verificati tramite il loro sistema informatico.

Taser ai vigili urbani

Le armi a impulsi elettrici saranno nella dotazione degli agenti di polizia municipale di tutti i capoluoghi di provincia, anche al di sotto dei 100mila abitanti.

I Daspo

Il Daspo (divieto di accesso) alle manifestazioni sportive, già esistente, si estende anche agli indiziati di terrorismo. Viene esteso anche “il Daspo urbano”: potrà essere applicato nei presidi sanitari e in aree destinate a mercati, fiere e spettacoli.

Antimafia

Il decreto riforma la struttura dell’Agenzia nazionale che amministra i beni confiscati alla criminalità organizzata, rafforzandone autonomia organizzativa e contabile (e aumentandone il personale di 70 unità).

Fondi alla Polizia

Gli straordinari agli agenti di polizia potranno essere pagati anche in deroga ai limiti stabiliti per il personale della Pubblica amministrazione. Sono aumentati di 10,9 milioni nei prossimi due anni gli stanziamenti per la retribuzione dei volontari dei Vigili del fuoco. Altri 5 milioni sono stanziati per il riordino del personale di polizia ed esercito.