Salvini ha la sua legge, ma Fico non assiste. E 9 grillini non votano

Il decreto del coinquilino è legge, perché così voleva la regola dello scambio, la colla che tiene assieme il governo giallo-verde. Però dentro il M5S i mal di pancia diventano protesta evidente. Perché in nove alla Camera non votano il decreto Sicurezza, meglio noto come dl Salvini, restando fuori dall’aula. Mentre il presidente di Montecitorio, Roberto Fico, il grillino con il cuore molto a sinistra, non era sul suo scranno al momento del voto finale. E non è stato affatto un caso. Ergo, dalla pancia del Movimento tira forte vento contrario, proprio nella sera dell’approvazione del decreto Sicurezza.

Uno slogan diventato norma, con i voti della Lega e di gran parte dei Cinque Stelle, a cui si sono aggiunti Forza Italia e FdI, alleati occasionali tanto contenti per “un provvedimento che sa di centrodestra”. Ed è il centrodestra che applaude il varo, mentre i 5Stelle restano a guardare. Ma va benissimo anche così per il ministro dell’Interno che parla di “giornata memorabile” e gongola per i 396 sì, mentre i no sono una riserva indiana, 99. Quelli della sinistra, con i deputati dem a indossare maschere bianche prima del voto finale, nell’aula dove comunque tutti hanno urlato contro tutti.

Però ci sono anche loro, i 5Stelle rimasti fuori dell’aula dopo aver deglutito martedì il voto di fiducia. E otto su nove “ribelli” vengono dal gruppo dei 18 deputati che una settimana fa, in una email al capogruppo Francesco D’Uva, avevano chiesto modifiche al decreto Sicurezza. Ma soprattutto avevano invocato confronto e “collegialità” dentro il M5S. In questi giorni avevano cercato di calmarli, con plurime riunioni interne. E invece ieri sera è arrivata ugualmente una mezza slavina, con i vertici che parlano di comportamento “che verrà valutato dal Direttivo”. Come a evocare sanzioni. Eppure dentro c’era anche il veterano Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura, vicino a Fico. Il punto di riferimento anche delle campane Gilda Sportiello e Doriana Sarli, al primo mandato. Ma l’ortodosso per eccellenza non controlla i semi-insorti, perché non ha mai voluto essere un capocorrente.

Però le idee sono le stesse, lontane da quelle del Carroccio. E questo potrebbe contare nel prossimo possibile scontro tra Lega e M5S, su una mina che si chiama legittima difesa. Un altro stendardo di Salvini, che lo vorrebbe tramutato in legge già a gennaio. Ma che potrebbe cozzare almeno nel calendario con un totem che è invece tutto del Movimento, la proposta di legge sull’acqua pubblica. E il primo ad aspettarsi che venga approvata in fretta è Fico, che ieri sera non ha voluto assistere da vicino al tripudio del Carroccio. Troppo, per il movimentista della prima ora, che quando era un attivista senza bandiere si faceva fotografare accanto a cartelli che erano una carta d’identità: “L’acqua in questa fontana deve restare pubblica”. E 13 anni dopo quello scatto, appena eletto alla guida di Montecitorio, Fico lo scandì ovunque: “Lego la prima presidenza alla legge sull’acqua”.

A giorni il presidente dovrà discutere con i capigruppo del calendario dei lavori di gennaio. Dove il Carroccio vuole infilare a tutti i costi la legittima difesa. Però Fico chiederà ugualmente calma e pazienza. Perché c’è da calendarizzare in aula la pdl sull’acqua pubblica a prima firma della grillina Federica Daga, per cui è prevista la procedura d’urgenza. E poi perché sulla legittima difesa vorrebbe un minimo di confronto a Montecitorio. Ed è qui che il gioco di temi e di tempistiche torna a incrociare gli inquieti dentro il M5S. Ergo, potrebbero prendere molto male un’approvazione a tempi forzati della legittima difesa, magari con la fiducia. Quindi senza l’ombra di una correzione a un testo che non piace anche a molti big del Movimento. Così come tanti leghisti sono più che perplessi dinanzi alla proposta grillina sull’acqua. Un testo che richiama esplicitamente la legge di iniziativa popolare depositata dai movimenti per l’acqua pubblica nel 2007, e che vuole “dotare il nostro Paese di una gestione e di infrastrutture che garantiscano a tutti l’accesso a un servizio pubblico indispensabile, distrutte da decenni di privatizzazioni”.

Quindi, l’obiettivo è affidarle al ministero dell’Ambiente “eliminando strutture, sovrastrutture e autorità”. Insomma, fuori i privati. E questa legge bisognerebbe farla votare anche al Carroccio. Quando e come, sarà interessante capirlo. Mentre il premier Giuseppe Conte celebra il dl Sicurezza: “Approvato un altro pezzo del Contratto di governo”. Ecco.

Ricatto a Marrazzo, pene fino a 10 anni per i carabinieri

A nove anni dall’irruzione in via Gradoli a Roma, dove l’allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo fu trovato e filmato in compagnia di una trans, quattro carabinieri sono stati condannati dal Tribunale di Roma. L’irruzione, che risale al 3 luglio del 2009, fu il prologo al ricatto ai danni del governatore. I giudici hanno condannato a 10 anni di carcere Nicola Testini e Carlo Tagliente. Per altri due colleghi, Luciano Simeone e Antonio Tamburrino, rispettivamente 6 anni e 6 mesi e 3 anni di carcere. Concussione, rapina, violazione della legge degli stupefacenti e ricettazione i reati che hanno “resistito” alla prescrizione ma potrebbero cadere nei prossimi, più che probabili, due gradi di giudizio. I giudici hanno assolto dall’accusa di associazione a delinquere Testini, Tagliente e Simeone mentre hanno riconosciuto prescritte le accuse alla trans Natali per gli stupefacenti. I carabinieri con un telefono cellulare girarono un video in cui erano visibili sia Marrazzo che Natalie. Quel “girato” divenne lo strumento per ricattare Marrazzo. Testini, Simeone e Tagliente “con la minaccia di gravi conseguenze hanno costretto” Marrazzo, “a compilare e a consegnare loro tre assegni per 20 mila euro”.

Indagine sulle carte sospette per Fanfani (ex Csm)

C’è un nuovo fascicolo nella Procura di Arezzo che può risultare politicamente esplosivo. Riguarda l’inchiesta che sabato scorso ha portato agli arresti domiciliari Antonio e Andrea Moretti, imprenditori nel settore della moda, accusati di associazione per delinquere finalizzata all’autoriciclaggio. Il fascicolo è stato aperto dal pm Marco Dioni il 4 settembre scorso. E riguarda i “numerosi tentativi di avvicinamento effettuati nei confronti di personalità di rilievo che rivestono, o rivestivano, incarichi di vertice nelle pubbliche istituzioni e che, almeno allo stato degli atti risulterebbero non andati a buon fine”. Il punto è che i Moretti, stando all’accusa, hanno cercato di conoscere il motivo per cui la Procura di Arezzo, guidata da Roberto Rossi, e la Guardia di Finanza, stavano indagando su di loro. Dagli atti emerge che avrebbero tentato, ma senza alcun successo, di avvicinare anche l’ex Comandante regionale della Toscana, Michele Carbone, e il numero due della Gdf, il generale Edoardo Valente. Il focus dell’indagine riguarda una serie di “situazioni di concreto e attuale pericolo per l’acquisizione o la genuinità della prova” e “sono documentate – oltre che dai significativi contatti rilevati nei tabulati telefonici stessi – da alcune intercettazioni”. Ed è proprio l’elenco di tabulati e intercettazioni messe a fuoco nel fascicolo che dà la misura della vicenda.

In ordine cronologico si parte da due telefonate – non intercettate – del 2 marzo 2018 per arrivare a delle intercettazioni ambientali del 21 marzo. In quel periodo per esempio – è il 3 marzo – il telefono di Paola Santarelli, compagna di Moretti, raggiunge l’utenza del generale di corpo d’armata della Gdf, ora in pensione, Michele Adinolfi per una telefonata di 187 secondi. I pm vorrebbero capirne il senso proprio perché sospettano i “numerosi tentativi di avvicinamento” nei riguardi di persone che avevano o hanno “incarichi di vertice nelle pubbliche istituzioni”. Interpellato dal Fatto, Adinolfi ha spiegato che si trattò esclusivamente di un invito a cena sfumato nel nulla. Lo stesso giorno, però, appena un paio d’ore dopo Santarelli riceve una telefonata da un numero intestato al ministero del Tesoro e al quale – come ha rivelato La Verità tre giorni fa – risponde l’ex ministro Piercarlo Padoan. Il Fatto ha provato a chiedere a Padoan il contenuto di quella telefonata ma l’ex ministro ha scelto di non commentare. Dalle intercettazioni ambientali, infine, per gli investigatori emerge il sospetto che i Moretti abbiano inviato e recapitato un plico, contenente il frontespizio delle perquisizioni subìte, e l’elenco dei finanzieri che indagavano, a Giuseppe Fanfani, in quel momento membro del Csm in quota Pd e presidente della Prima commissione. Anche Fanfani, interpellato dal Fatto, non ha voluto rilasciare alcun commento sulla vicenda. Su tutto questo però, dal 4 settembre, è stato aperto un fascicolo che, per il momento, non conta indagati e non ipotizza ancora alcun reato. Di certo c’è l’intero periodo che va dal 2 al 21 marzo, con le telefonate e i tabulati segnalati nell’informativa della Guardia di Finanza, con i riferimenti a Padoan, Fanfani e Adinolfi, è ora oggetto d’indagine per verificare i motivi che spingevano, secondo l’accusa, gli indagati a quei “numerosi tentativi di avvicinamento effettuati nei confronti di personalità di rilievo che rivestono, o rivestivano, incarichi di vertice nelle pubbliche istituzioni”.

Legge Pd e furbata di Salvini. Così Bossi si salva dal processo

Èun accurato lavoro di chirurgia giuridica quello che salverà Umberto Bossi e suo figlio Renzo dalle condanne subite in primo grado a Milano e dal processo d’appello che potrebbe confermarle. Pare proprio un lavoro di cesello quello fatto dalla Lega di Matteo Salvini, con la sua querela nei confronti di Francesco Belsito. L’ex tesoriere è accusato di truffa ai danni dello Stato, insieme a Umberto Bossi, per aver ricevuto, per conto della Lega, milioni di finanziamento pubblico sulla base di false attestazioni. Per questo è stato processato a Genova. La corte d’appello ha condannato Belsito a 3 anni e 9 mesi e Bossi a 1 anno e 10 mesi (ma la prescrizione lo salverà). Come conseguenza patrimoniale, la Lega dovrà restituire i 49 milioni di euro incassati grazie a carte false, anche se lo potrà fare in comode rate di 600 mila euro l’anno in 76 anni.

Belsito e i Bossi sono però sotto processo anche a Milano, con un’altra accusa, appropriazione indebita, per aver usato soldi pubblici per scopi personali: 2,4 milioni Belsito, 208 mila euro Umberto Bossi (per cure mediche, ristrutturazione della casa di Gemonio, multe, abbigliamento, gioielli…) e 145 mila il figlio Renzo (per multe, assicurazione auto, acquisto di una “laurea” in Albania…). In primo grado, a Milano erano arrivate condanne a 2 anni e 6 mesi per Belsito, 2 anni e 3 mesi per Umberto, 1 anno e 6 mesi per Renzo. Ma nel 2017 l’appropriazione indebita è diventata perseguibile solo se chi è danneggiato presenta querela: in questo caso, la Lega. Il partito ha dunque in mano la chiave del processo d’appello. Se non avesse presentato querela, il processo sarebbe morto. Se avesse presentato una querela per tutte le accuse, sarebbero stati processati sia Belsito che i Bossi. Ha scelto una via intermedia, che salva il fondatore e suo figlio: ha querelato soltanto Belsito e soltanto per i capi d’imputazione in cui non sono coinvolti in concorso i Bossi. Sono 297 i capi d’imputazione, un lunghissimo elenco di pagamenti a favore degli imputati con soldi del partito. I primi 20 sono a carico di Renzo, in concorso con il padre e l’ex tesoriere. Dal numero 70 all’85 sono di Umberto, in concorso con il tesoriere. Dall’86 al 297 riguardano il solo Belsito. Ebbene, i legali della Lega hanno presentato querela soltanto per questi ultimi. “È convinzione di tutti i leghisti che Bossi, se fosse stato in piena salute, non avrebbe permesso a Belsito di usare i soldi del Carroccio nel modo in cui li ha usati”, spiega l’avvocato di Bossi, Domenico Mariani. Ecco dunque il risultato che sarà ottenuto a gennaio, quando comincerà l’appello: Umberto e Renzo usciranno dal processo e decadranno le loro condanne in primo grado; per Belsito il processo si celebrerà, ma soltanto sulle imputazioni dalla 86 alla 297, senza quelle precedenti, in concorso con i Bossi.

Più che una querela un capolavoro di ricamo. Per cercare di salvare un processo (e la faccia), garantendo, però, l’impunità a Umberto Bossi e al figlio Renzo, detto il Trota.

Da mesi negli ambienti della giustizia e della politica si parla della “gatta da pelare” che Salvini si era ritrovato tra le mani. Lui, come al solito, ostenta toni decisi, come il 19 maggio parlando con il cronista del Fatto: “Se ci sono le condizioni, e se davvero la Lega è danneggiata, allora compirò azioni legali. Garantito”. Tra il dire e il fare, però, il passo è lungo. Così martedì Salvini ha usato toni ben diversi: “Ho querelato solo Belsito e non i Bossi? Il perché chiedetelo ai miei legali”.

Bossi del resto non è stato certo cancellato dalla Lega: è ancora senatore e presidente del partito. Ed è un uomo che di Salvini, in politica dagli anni Novanta, conosce vita, morte e miracoli. “Meglio non andare alla guerra totale”, confidano persone molto vicine al vicepremier. Non solo: c’è tutta la partita – politica, oltre che giudiziaria – dei 49 milioni che i pm stanno cercando, ma che nelle casse della Lega non si trovano. Con Belsito che da anni ripete: “Io andandomene ho lasciato 40 milioni. Dopo le mie dimissioni nel 2012 sono entrati nelle casse del partito altri 19 milioni legati alle elezioni del periodo di Bossi… Soldi ce n’erano”. Finora Bossi non ha scaricato responsabilità su Salvini (mai indagato). E adesso il successore risparmia il patriarca.

Lo scontro a colpi di Cdb e prime pagine. Ecco la vera storia

Nel duello tv con Mario Calabresi, Luigi Di Maio ha sventolato sotto il naso del direttore la prima pagina di Repubblica del 10 gennaio. Quel giorno Il Fatto, Il Corriere e Il Messaggero pubblicavano l’intercettazione della telefonata di Carlo De Benedetti (storico editore del quotidiano romano che ha lasciato le quote ai figli) sulla “soffiata” ricevuta da Renzi sul decreto banche. Di Maio rinfaccia a Calabresi che Repubblica quel giorno non ha la notizia. Il direttore ribatte: “La carta era stata data a tre giornali. Noi siamo stati tenuti fuori da quella notizia (…) poi l’abbiamo recuperata il giorno dopo”. Chi ha ragione? Il sito di Repubblica riprende la notizia al mattino del 10 e il giorno dopo sul cartaceo la notizia finisce a pagina 8 senza richiamo in prima, all’interno di un pastone. L’11 gennaio poi Il Sole 24 Ore pubblica (sul sito!) il verbale dell’audizione di De Benedetti in Consob, pieno di dichiarazioni succulente tipo “A Renzi il Jobs act l’ho suggerito io”. Il 12 gennaio Repubblica non riprende la notizia mentre Il Fatto le dedica una pagina. Il 13 gennaio finalmente Repubblica riprende il verbale, con calma.

Le 41 leggi ad personam che Matteo vorrebbe condonare al Caimano

Ecco un breve prontuario (incompleto) di norme ad personam che (non) valgono le scuse a B. 1. Decreto Biondi (1994). Vieta le manette per i reati di Tangentopoli alla vigilia degli arresti in casa Fininvest per le tangenti alla Gdf.

2. Legge Tremonti (1994). Detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese. Mediaset risparmia 243 miliardi.

3. Condono fiscale (1994). Consente agli evasori di “patteggiare” una modica multa.

4. Condono edilizio (1994). Riapre i termini del condono Craxi.

5. Rogatorie (2001). Cancella le prove giunte dall’estero, comprese quelle sulle sentenze comprate da Previti per Fininvest.

6. Falso in bilancio (2002). In parte il reato è depenalizzato, in parte le pene vengono abbassate. I 5 processi a B. per falso in bilancio vengono cancellati.

7. Mandato di cattura europeo (2001). Il governo B. rifiuta di ratificarlo per i reati finanziari e contro la PA. Per Newsweek, B. “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per Telecinco.

8. Giudice trasferito (2001). Il ministro Castelli, su richiesta di Previti, nega la proroga al giudice Guido Brambilla del processo Sme-Ariosto (per azzerarlo).

9. Legge Cirami (2002). Reintroduce la “legittima suspicione” per trasferire i processi, come chiesto da Previti e B. da Milano a Brescia.

10. Patteggiamento allargato (2003). Qualsiasi imputato può chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno. Previti annuncia che userà la nuova legge.

11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, delle Camere, della Consulta e del Consiglio (cioè i processi a B.).

12. Legge ex Cirielli (2005). Dimezza la prescrizione per gli incensurati (decimando i processi a B.) e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli over 70 (Previti li ha appena compiuti e B. sta per compierli).

13. Condono fiscale (2002). Sanatoria tombale per gli evasori. Mediaset ne approfitta per sanare evasioni di 197 milioni di euro pagandone appena 35. B. cancella con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire.

14. Condono ai coimputati (2003). Infila nel condono anche chi ha “concorso a commettere i reati”, anche se non firmò la dichiarazione fraudolenta. Così B. salva i 9 coimputati nel processo Mediaset.

15. Legge Pecorella (2006). L’on. Pecorella, avvocato di B., abolisce l’appello del pm contro assoluzioni o prescrizioni, ma non quello dell’imputato contro le condanne. Ciampi respinge la legge in quanto incostituzionale. B. la riapprova tale e quale. La Consulta la boccerà in quanto incostituzionale.

16. Legge ad Legam (2005). Depenalizzati l’attentato alla Costituzione e l’attentato all’unità e all’integrità dello Stato, di cui sono imputati a Verona una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega per la Guardia nazionale padana (fra cui Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli).

17. Legge Frattini (2002). Dovrebbe risolvere i conflitti d’interessi, invece li legalizza e li santifica: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è solo il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non deve cederle. Unica conseguenza per B.: deve lasciare la presidenza del Milan.

18. Legge Gasparri-1 (2003). Per la Consulta, entro fine 2003 Rete4 dev’essere spenta, passare sul satellite e cedere le frequenze a Europa7. Ma il 5 dicembre la legge Gasparri le concede una proroga sine die “ancorché priva di titolo abilitativo”. Ciampi però non la firma: è incostituzionale.

19. Decreto salva-Rete4 (2003). A due settimane dallo spegnimento di Rete4, B. firma un decreto salva-Rete4 che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.

20. Legge Gasparri-2 (2004). Assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché il digitale terrestre avrà centinaia di canali. Europa 7, che ha vinto la concessione, resta senza frequenze.

21. Decoder di Stato (2004). Contributi pubblici a chi acquista il decoder del digitale. Fra i principali distributori c’è Paolo Berlusconi.

22. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero: il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni e 30 milioni di multa la pena per le smart card fasulle da pay tv.

23. Salva-Milan (2002).I club di calcio, quasi tutti indebitatissimi, possono spalmare su 10 anni la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni.

24. Salva-diritti tv (2006). FI blocca un ddl che riforma il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare i club minori. Il sistema resta “soggettivo”, a tutto vantaggio di Juve, Inter e ovviamente Milan.

25. Tassa di successione (2001). Abolita anche sopra i 350 milioni di lire (sotto, l’ha già abolita l’Ulivo). B. ha 5 figli e beni per 25 mila miliardi.

(1 – continua)

“Scusaci, Silvio”: Renzi fa outing e torna Nazareno

Lo premette lui stesso: “La dico grossa…”. E in effetti, ieri, Matteo Renzi è tornato a farsi sentire pronunciando l’impronunciabile: “Dobbiamo chiedere scusa a Silvio Berlusconi”. Quella che, letta così, somiglierebbe quasi a un oltraggio alla pubblica morale, è la frase scelta dall’ex segretario del Pd per denunciare la fiacca con cui la sinistra sta facendo opposizione al Salvimaio.

Una singolare maniera di rieditare il patto del Nazareno di due anni fa, che Renzi spiega così: “Berlusconi faceva le norme ad personam più assurde, ha fatto votare la nipote di Mubarak e via dicendo” però, sostiene l’ex premier, “non ha mai fatto quello che ha fatto Salvini in questa settimana e ci metto dentro sigarette elettroniche, voto segreto sul peculato che cambia la sorte dei processi in cui sono implicati deputati della Lega, l’accordo sui 49 milioni e la querela solo a Belsito e non a Bossi”. Per questo adesso “la sinistra italiana che ora sta zitta su Salvini dovrebbe chiedere scusa a Berlusconi”.

Il ragionamento arriva dritto ai suoi “amici” della pagina Facebook, collegati ieri pomeriggio in diretta video. Eppure il filo logico che lo tiene insieme è di meno facile comprensione, a meno di non volerlo derubricare a una battuta riuscita male. E di certo non aiuta a sgonfiare la mole di retroscena che in questi giorni raccontano di una possibile scialuppa di responsabili renziani in caso di caduta dell’esecutivo gialloverde. Perché con tutte le buone ragioni con cui Renzi avrebbe potuto fare ammenda sulla scarsa “alternativa” offerta da chi non sta al governo, le scuse a Berlusconi non si capisce davvero che c’azzecchino, si sarebbe detto nella Seconda Repubblica.

Renzi fa riferimento ad alcuni degli ultimi fatti che hanno visto protagonista il leader della Lega, in Parlamento e non solo. La prima è nel decreto fiscale: il regalo alle aziende produttrici di sigarette elettroniche tra le quali, guarda caso, ce n’è una che ha finanziato la campagna elettorale del Carroccio. Poi c’è il voto segreto sull’emendamento che ha fatto andare sotto il governo sull’Anticorruzione, la settimana scorsa: nonostante non si possa attribuire la paternità dei “ribelli”, certo è che quel testo – che alleggeriva alcuni casi di peculato in abusi d’ufficio – era assai caro ad alcuni esponenti della Lega a processo proprio per quei reati. E ancora la storia dei 49 milioni, il bottino sparito dalle casse della Lega che il partito ha ottenuto di poter restituire in comode rate. Solo un appunto, all’ex segretario Pd: quando rimbrotta Salvini per aver querelato solo l’ex tesoriere Belsito e non Umberto Bossi, rifaccia mente locale: la legge per cui quei reati non sono procedibili d’ufficio ma soltanto a querela, l’ha voluta il Pd. A proposito di ad personam: è stata utile ai fratelli di suo cognato.

Faccia da Renzi

Che stesse per dirlo, in preda ad attrazione fatale, si capiva da tempo. Il coming out ce l’aveva sulla punta della lingua da una vita, ma non si decideva mai a sputare il rospo. Ora finalmente, dopo anni di petting clandestino, ha deciso di ufficializzare la liaison. “Dobbiamo chiedere scusa a Silvio Berlusconi che faceva le norme ad personam più incredibili: ha fatto votare la nipote di Mubarak e via dicendo”. Lo scrive Matteo Renzi sulla sua pagina Facebook, per la gioia degli eventuali elettori superstiti del Pd. Il figlio di babbo Tiziano sostiene che l’altro Matteo è molto peggio di B., ma è un espediente retorico: ciò che davvero gli sta a cuore è la riabilitazione del Caimano. Infatti, fra le 60 leggi vergogna dei suoi 11 anni di governo (di cui almeno 41 ad personam o ad aziendam, che poi è la stessa cosa), non ne cita nemmeno una: Ruby nipote di Mubarak non era una legge, ma un’inutile mozione parlamentare, fra l’altro votata anche da Alfano e dagli altri ex forzisti di Ncd, accolti a braccia aperte nel governo Renzi e persino (vedi Lorenzin) nel Pd. La lista completa delle leggi ad personam di B. lo trovate a pag. 2. Facile confrontarle con quelle che Renzi attribuisce alla Lega per sostenere – restando serio – che B. al confronto “era un pischello” perché “non ha mai fatto quello che ha fatto Salvini in questa settimana: sigarette elettroniche, voto segreto sul peculato che cambia la sorte dei processi in cui sono implicati deputati della Lega, l’accordo sui 49 milioni e la querela solo per Bossi”.

1) L’emendamento all’Anticorruzione approvato dalla Camera col voto segreto svuota il peculato di consiglieri comunali e regionali (Lega, Pd, FI e FdI) che si facevano rimborsare con soldi pubblici spese private spacciate per “istituzionali”. Se è passato, col parere contrario del governo e il voto contrario del M5S, è perché l’han votato molti deputati di Lega, Pd e FI. Ma non sarà mai legge: la maggioranza s’è impegnata a cancellarlo in Senato.

2) I produttori di sigarette elettroniche potrebbero ottenere, grazie a un emendamento leghista alla legge di Bilancio (non ancora approvato), uno sgravio fiscale. E il Fatto ha scoperto che uno di essi, il milanese Vaporart, ha finanziato la campagna elettorale leghista con 100 mila euro. Lo sgravio fiscale è discutibile, come tutti: ma nessuna norma lo vieta e il finanziamento di Vaporart ha rispettato la riforma dei finanziamenti ai partiti votata da Pd e alleati nel 2013 (governo letta). Una seria legge sul conflitto d’interessi dovrebbe vietare a chi è finanziato da un’azienda di legiferare a vantaggio (anche) di quella. Ma non ce l’abbiamo perché chi ha governato negli ultimi anni s’è ben guardato dal farne una.

3) L’“accordo sui 49 milioni” rubati dalla Lega non è una legge, ma una transazione con la Procura di Genova, che le ha generosamente concesso di restituire il maltolto in comode rate da 600 mila euro l’anno per 76 anni.

4) La “querela solo per Bossi” è un nonsense, frutto di un refuso o di una gigantesca confusione mentale (ne vedremo fra poco il motivo). Renzi voleva dire “querela solo per Belsito e non per Bossi”. Salvini, infatti, nel processo milanese d’appello contro l’ex segretario e l’ex tesoriere della Lega per appropriazione indebita di una parte dei 49 milioni, ha deciso di querelare solo Belsito e solo per i reati commessi in proprio: nessuna querela invece per Bossi sulle appropriazioni indebite contestate a lui solo, né per il duo Bossi-Belsito per quelle contestate a entrambi. Così Bossi verrà assolto per assenza di querela, mentre Belsito rischia una nuova condanna, ma solo per i capi d’imputazione per cui Salvini l’ha querelato (in quel caso avrà un forte sconto di pena). Renzi non spiega come mai Bossi e Belsito siano stati condannati in Tribunale nel 2017 per tutte quelle appropriazioni indebite senza che la Lega li avesse querelati. E per forza: non può. Altrimenti dovrebbe confessare che l’unica vera legge ad personam del suo ridicolo elenco non l’ha fatta Salvini: l’ha fatta il Pd.

È il decreto 36 del 10.4.2018 del governo Gentiloni (già dimissionario dopo le elezioni e in carica per gli affari correnti), che ha abolito la procedibilità d’ufficio per l’appropriazione indebita. Da allora quel reato è processabile solo se le vittime querelano gl’indagati. Guardacaso la Procura di Firenze aveva appena inquisito il cognato di Renzi, Andrea Conticini, e i suoi fratelli Alessandro e Luca: il primo per riciclaggio, gli altri due per appropriazione indebita. Secondo i pm, 6,6 milioni di dollari che l’Unicef, Fondazione Pulitzer e altre onlus americane e australiane credevano di devolvere ai bimbi africani sarebbero finiti in conti bancari personali riconducibili al terzetto. Appena entrato in vigore il decreto, i pm fiorentini hanno scritto a Unicef &C. per sollecitarli a sporgere querela: altrimenti, con le nuove regole, il processo sarebbe morto lì e addio soldi. Ma nessuno lo fa, rinunciando inspiegabilmente al maltolto: il processo non partirà neppure. E questo a causa del decreto ad cognatum del Pd che, naturalmente, si applica a tutti i processi per appropriazione indebita.

Compreso quello ai leghisti per i soldi rubati. Così anche Bossi e in parte Belsito si salveranno grazie alla simpatica joint venture Pd-Salvini: il Pd fa la legge ad cognatum e Salvini, con la querela chirurgica, la trasforma in legge ad Umbertum. “Amici – conclude Renzi nel suo delirio – lo dico forte: la sinistra che sta zitta su Salvini dovrebbe chiedere scusa a Berlusconi”. Invece lui che sta zitto sul decreto ad cognatum del Pd non chiede scusa a nessuno. Anzi Bossi, Belsito e i Conticini lo ringraziano sentitamente. E quel pischello di Silvio è fiero di lui.

Mastandrea e la (sua) cognizione del dolore

“La difficoltà di entrare in contatto con le proprie emozioni, che viviamo ormai da qualche anno”, e la divaricazione tra libertà individuale e sanzione sociale: temi pesanti e pensanti, appesi a un titolo che direbbe altro, Ride. A quarantasei anni e venticinque di recitazione, è l’esordio alla regia di Valerio Mastandrea, unico titolo italiano in concorso al 36° Torino Film Festival e da domani in sala (110 schermi).

“Si gioca come si vive”, osserva citando l’ex difensore della Roma Nicolas Burdisso, ma il campo può essere di battaglia: “Si muore in guerra non al lavoro”, recita una battuta, eppure si muore anche in fabbrica, tema a cui il neoregista aveva già dedicato il cortometraggio Trevirgolaottantasette nel 2005.

Qui la protagonista Carolina (Chiara Martegiani, ruolo ostico, assolto meglio nella prima parte) non riesce a piangere il marito, perito in uno stabilimento che di quella cittadina laziale (Nettuno) ha accolto generazioni. A distanza di una settimana, e a ridosso del funerale, le lacrime ancora non arrivano: è un lutto eterodosso, eretico, insoddisfacente, persino indecente, cui il coro delle visite – un’ex fidanzata, una coppia scoppiata, una vicina truccatrice (Milena Vukotic) – dà voltaggio tragicomico.

La sceneggiatura, scritta da Valerio a quattro mani con Enrico Audenino, le affianca il figlio Bruno (Arturo Marchetti), che sulla terrazza condominiale si prepara con un amichetto alle interviste che certamente dovrà concedere l’indomani, e il padre ex operaio Cesare (Renato Carpentieri, fuoriclasse), prima nella casetta sulla spiaggia con due vecchi compagni di lotta e poi nell’incontro-scontro con il figliol prodigo Nicola (Stefano Dionisi, gradito ritorno).

Se Ride nell’accostamento pudico ma partecipe ai personaggi ne ricorda la lezione, “la cosa che più mi manca – rivela Mastandrea – è non poter avere un confronto con Claudio” Caligari, di cui tre anni fa produsse l’ultimo film Non essere cattivo: “Ho ritrovato i suoi luoghi, ne sento perfino la spinta, ma vorrei ancora che lui mi demolisse”. È un’eredità poetico-antropologica travasata nel malavitoso Nicola, e sopra tutto in Cesare e gli altri vecchietti impegnati a cucinare le vongole o far volare l’aquilone, senza dimenticare tra ictus e disillusione chi siano e da dove vengano: “Renato (Carpentieri, ndr) incarna l’operaio che ha fatto le lotte più importanti nel nostro Paese, e ancora compie il gesto più rivoluzionario, quello di non lasciare il morto alle autorità. I vecchi sono pilastri di certi valori che oggi nella velocità perdiamo”.

Per dirla con Gadda e Carpentieri, riecheggia “la cognizione del dolore”, che Mastandrea non inibisce ma acuisce pizzicando il registro comico e surreale, e la deflagrazione degli opposti individuale/sociale e autonomia/omologazione non fa prigionieri: Ride è un’opera prima imperfetta ma generosa, ostinata e contraria, scossa però determinata, che ha qualcosa da dire – e da far vedere – e tradisce prospettive ambiziose, laddove il regista dovesse acquisire più fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli spettatori.

Tocca accantonare l’enfasi (anche ideologica), ridurre le ingenuità (e la musica!) ed eliminare pleonasmi e spiegoni, ma lo sguardo c’è, e merita di radicalizzarsi: aver scelto da attore che passa alla regia la questione della libertà, libertà di e libertà da, lascia ben sperare.

 

“Le serie tv sono molto meglio dei film: lì nessuno ti taglia”

Pubblichiamo parte dell’intervista di Colleen Kelsey a Bernardo Bertolucci nel 2014, in occasione dell’ultimo film “Io e te”; poi raccolta in “Cinema la prima volta” (minimum fax).

Bernardo Bertolucci è stato parecchie cose: poeta, aiuto regista di Pier Paolo Pasolini, discepolo di Godard, marxista, autore di favole, provocatore politico e sessuale, e vincitore di Oscar…

Bertolucci pensava che la sua vita nel cinema fosse terminata quando, nei primi anni 2000, ripetuti interventi chirurgici per problemi alla schiena, generati da un’ernia al disco, lo hanno costretto su una sedia a rotelle. Fortunatamente non è andata così. Il suo ultimo film è Io e te, il primo girato in italiano dopo decenni…

Ciao, Bernardo. Come stai?

Benissimo. Qui a Roma piove. Piove anche a New York? Adesso c’è solo un po’ di nebbia, ma spero che piova.

Parliamo di Io e te. Qual era la tua predisposizione mentale?

Ero elettrizzato all’idea di una nuova esperienza. Pensavo che a quel punto il mio amore per il cinema si sarebbe limitato al guardare i film, e non più a farli. Ed ecco che per un attimo questo film mi è sembrato fattibile. Ero felicissimo. Pensavo: ‘Forse dovrei farlo’. Del resto ho fatto film per tutta la vita, e per me è la cosa più piacevole e normale che esista.

Come mai hai scelto di ambientarlo in Italia e di girarlo in italiano? È stato come tornare emotivamente a casa?

Beh, no. Molti anni fa, quando giravamo Ultimo tango, Marlon leggeva i dialoghi che avevo scritto in italiano e tradotto in inglese. Leggendoli ha capito come e perché i dialoghi in inglese sono di gran lunga migliori. L’inglese va all’essenza. L’italiano e il francese sono per certi versi più letterari. Per cui ho deciso di girare i miei film in inglese ed è in inglese che li ho scritti. Poi per quindici o vent’anni ho girato in lingue differenti. Non facevo più niente in italiano. Tornare all’italiano, dopo tutto questo tempo, è stato strano.

Molti tuoi film sono girati in ambienti ristretti. Cosa si può imparare sulle emozioni o sulla natura umana?

Si impara il corpo. La ricerca della solitudine. Cerchiamo sempre di essere qualcosa, per vivere e sopravvivere. Ed è un’impresa rocambolesca. Qui invece ti senti protetto. Anche un po’ sognante. E penso pure che riesci a stabilire dei legami autentici.

I giovani sono un argomento di ispirazione per te.

Sì. C’è qualcosa di vivo nella macchina da presa. Che è il motivo per cui amo riprendere i giovani, perché sono così vivi e mutevoli.

Nei tuoi film ci sono alcuni elementi che vengono sempre rappresentati: politica, sesso, spiritualità…

Penso che sia lì l’elemento politico. Se vuoi trovare qualcosa di ideologico in Ultimo tango a Parigi, posso dirti che ho cercato di fare un film politico. Un uomo e una donna, la distanza d’età, lei giovanissima e lui quasi cinquantenne, e le diverse visioni politiche tra un americano che vive a Parigi e la ragazza che lo conosce a stento e che in generale sa poco di tutto. Lì la politica è un tema forte. Trovo che la politica implichi un modo di vivere più strutturato. Se riduci il senso di una storia al sentire comune, la rendi politica. Se la racconti in modo convenzionale, o al contrario se ti rifiuti di farlo, la rendi comunque politica… Dopo avere girato Novecento sapevo che la Paramount non voleva distribuire il film perché c’erano troppe bandiere rosse. Warhol ha detto: ‘Ah, pensavo che il problema di Novecento fosse che durava troppo poco’. Ma il film durava cinque ore! C’era da ridere.

Ci sono film o registi che ti hanno interessato o entusiasmato, di recente?

Mi dispiace dirlo, ma in realtà ho iniziato a guardare la tv. Le serie tv sono di gran lunga migliori dei film.

Le tue preferite?

Mad Men, Breaking Bad, The Americans. E molte altre. Perché sai, nelle serie, riesci a superare la fatica della durata e ti godi il momento. Con i film è sempre un continuo tagliare. Nelle serie puoi dare il giusto spazio ai personaggi. È un lusso che lì puoi permetterti più di quanto non riesci a fare con i film. Non mi dispiacerebbe fare televisione.

Stai lavorando a qualche nuovo progetto in questo momento?

Sto cercando di scrivere una storia spettacolare. Tutto qui. Non posso dire altro.