Quelle corse in Alfa Romeo sulle tracce di “Accattone”

Ieri a Roma l’ultimo saluto a Bernardo Bertolucci, scomparso lunedì mattina a 77 anni. Per tutto il giorno, in Campidoglio, è stato un via vai di amici, politici e cittadini. La famiglia sta organizzando una serata aperta al pubblico in memoria del regista il 6 dicembre al Teatro Argentina. E dal 30 novembre tornano in sala i due atti di “Novecento”.

Da ragazzo Bernardo Bertolucci scriveva poesie, come suo padre Attilio. E probabilmente avrebbe continuato, senza fare altro, se si fosse rifiutato di percorrere, ogni giorno, quattro rampe di scale. Per comprendere l’inizio della storia del grande regista bisogna partire da lì.

Al primo piano di via Carini 45, a Roma, oggi c’è lo studio di un dentista. Nel 1959, invece, l’elegante appartamento del quartiere di Monteverde Vecchio segnò l’ingresso nella borghesia che contava di un “grande poeta amico mio” – così lo definiva Giorgio Caproni: Pier Paolo Pasolini. A dividere la casa di via Fonteiana – l’approdo precedente – e quel primo piano, distanti tra loro solo pochi isolati, c’era infatti un campanello importante: famiglia Bertolucci, quinto piano. Pier Paolo aveva conosciuto Attilio, il poeta, qualche anno prima, quando tentava di sbarcare il lunario dopo il suo arrivo nella Capitale dal Friuli: “Pasolini era molto povero – raccontò poi Bertolucci padre – tanto da dover fare la comparsa e scrivere su quei giornali, ma volle che andassi a pranzo a casa sua, a Ponte Mammolo, dove ci sono le carceri di Rebibbia”. E fu proprio lui ad aiutarlo, facendogli firmare il primo contratto editoriale per una Antologia della poesia dialettale del Novecento e presentandolo poi a Livio Garzanti per la pubblicazione di Ragazzi di vita. A quel poeta, dunque, il giovane Pier Paolo doveva molto. Fu un passo naturale volerglisi avvicinare.

Casa Bertolucci, in quegli anni, era una fucina del sapere: scrittori, artisti, editori, cineasti spesso si ritrovavano insieme a colloquiare. E a quei cenacoli intellettuali prendeva parte anche il giovane, discreto Bernardo. Pasolini lo descrisse così, nella poesia A un ragazzo (“Le ceneri di Gramsci”): “Col sorriso confuso di chi la timidezza/e l’acerbità sopporta con allegrezza,/vieni tra gli amici adulti e fieramente/umile, ardentemente muto, siedi attento/alle nostre ironie, alle nostre passioni./Ad imitarci, e a esserci lontano, ti disponi,/vergognandoti quasi del tuo cuore festoso…/Ti piace, questo mondo! Non forse perché è nuovo,/ma perché esiste: per te, perché tu sia/nuovo testimone, dolce-contento al quia…/Rimani tra noi, discreto per pochi minuti/e, benché timido, parli, con i modi già acuti/dell’ilare, paterna e precoce saggezza”.

Verso chiama verso, e la risposta di Bernardo fu in rima: “Vicina a te, timida come una sposa/era la mia emozione l’unica spia/dell’umiltà provinciale che riposa/in me, che scopro fragile poesia”. Quel ragazzo, che intorno ai suoi 16 anni aveva visto “inaridirsi” la sua vena (così lo punzecchiava suo padre), trovò in Pasolini una guida, un amico, un maestro: “Sono gli anni in cui scendevo quattro a quattro gli scalini di via Giacinto Carini – ebbe modo di raccontare ne L’avventurosa storia del cinema italiano di F. Faldini e G. Fofi –. Quando gli portavo una mia poesia il suo giudizio partiva sempre con un sorriso impercettibile e muto. Pensavo che avrebbe potuto mettersi a urlare da un momento all’altro, ma non lo faceva mai. I suoi silenzi e i suoi sguardi erano più eloquenti dei lunghi discorsi tipo quelli di mio padre”. “Lui per me era una nuova autorità vicina a quella di mio padre”, specificò poi in un’intervista ad Alain Bergala nel 2013. Fu proprio Pasolini che, tre anni dopo, lo invogliò a pubblicare quel “mucchietto di poesie: chissà cosa pensò mio padre, degradato senza spiegazione a lettore numero due” (da “Il cavaliere della valle solitaria” in P.P. Pasolini, Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, Mondadori).

Quattro piani e un’amicizia: insieme, il parmense Bernardo e il bolognese-friulano Pier Paolo andavano alla scoperta di Roma: “Partivamo tutte le mattine alle 8 da via Carini – raccontò ancora Bertolucci a Faldini e Fofi – diretti alla borgata Gordiani, alla Maranella, al Pigneto, a tutti gli altri luoghi che, messi assieme, avrebbero formato l’assoluta unità di luogo della tragedia di Accattone, eroe prepsicologico, preistorico, predialettico, prepolitico”. Cosa era successo nel frattempo, tra le poesie e la Maranella? “Arriva la primavera del ’61 e Pasolini, incontrato sul portone, mi annuncia che dirigerà un film. ‘Mi dici sempre che ti piace tanto il cinema, sarai il mio aiuto regista’. ‘Non ne sono capace, non ho mai fatto l’aiuto’. ‘Neanche io ho mai fatto un film’” (sempre in Siti e Zabagli). È successo che, nel frattempo, Pasolini ha scelto il “cinema di poesia”, ha deciso che il sottoproletariato di Ragazzi di vita va visto, oltre che letto. Ed è in cerca di luoghi. “Pier Paolo, il regista, guidava un’Alfa Romeo, come avrebbe fatto sempre fin alla sua morte. Io, l’aiuto regista, sono seduto al suo fianco. Durante il tragitto mi racconta i suoi sogni notturni e li elabora, mentre intanto segue la segnaletica stradale con la precisione maniacale di chi conosce il proprio disordine e tenta di compensarlo con un rispetto ossessivo del codice stradale. La funzione prima dell’aiuto regista, dell’assistente, è quella di assistere. È così che io ho seguito la reinvenzione del linguaggio cinematografico di Pier Paolo”.

Ed è così che, a bordo di quell’Alfa o nei campi lunghi o nei primissimi piani polverosi, anche il giovane Bernardo trova la sua strada. Quella che da oggi ci mancherà.

Dieci anni in più di energia nucleare

Emmanuel Macron prende tempo sul nucleare e rinvia di dieci anni, dal 2025 al 2035, l’ambizioso obiettivo che si era fissato il suo predecessore, François Hollande, di ridurre, dall’attuale 75%, al 50% la quota dell’atomo nella produzione di energia elettrica in Francia.

Si tratterà di chiudere 14 reattori di 900 megawatt (su un parco di 58, il secondo al mondo dopo gli Stati Uniti), in modo progressivo, a partire dal 2025-2026. Solo i reattori della centrale più vetusta e contestata di Fessenheim, in Alsazia, entrata in funzione nel 1978, la cui chiusura è stata più volte annunciata e rinviata dai precedenti governi, saranno fermati prima, a partire dall’estate del 2020. Macron conferma invece la chiusura di tutte le centrali a carbone nel 2022 e gli investimenti di 7-8 miliardi di euro per le energie rinnovabili, il fotovoltaico, il settore idroelettrico, triplicando il parco eolico, anche offshore. Viene annunciata anche la creazione di una Authority per il clima, per alcuni osservatori un inutile doppione, ma della quale fanno parte alcune figure molto apprezzate dai francesi, come Pascal Canfin, direttore generale di WWF France, e Laurence Taubiana, negoziatrice per la Cop 21. La road map sulla transizione energetica in Francia, annunciata ieri da Macron, era molto attesa, a qualche giorno dal nuovo summit Onu sul clima che si apre a Katowice, in Polonia, sabato. Ma ha lasciato l’amaro in bocca ai responsabili delle Ong: “É lo status quo sull’era del nucleare e l’arte del vuoto in materia di transizione ecologica e solidale”, ha reagito Audrey Pulvar, presidente della Fondazione per la Natura e l’Uomo. Duro anche il commento di Jean-François Julliard, direttore di Greenpeace France: “Mentre l’urgenza climatica si aggrava, Macron si prepara a fare ancora meno di Hollande”. Proprio ieri, è stato pubblicato anche il nuovo rapporto sull’azione climatica mondiale dell’Onu, per il quale “lo scarto tra il livello di emissioni di gas ad effetto serra attuali e gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015, non è mai stato così ampio”. Il discorso di Macron era atteso anche dai Gilet gialli, a poco più di dieci giorni dall’inizio della mobilitazione contro il caro-carburante. Si trattava di aprire il dialogo con chi protesta in vista di una “transizione ecologica popolare”. Una piccola delegazione di Gilet ha anche incontrato il ministro dell’Ecologia, François de Rugy, ieri sera, ma non è detto che le parole del presidente e del ministro bastino a frenare la protesta. Macron si è preso tre mesi per organizzare dibattiti locali, coinvolgendo associazioni, sindacati e anche Gilet gialli, per trovare tutti insieme risposte concrete e adatte a ogni regione. Non è tornato indietro sull’aumento delle accise sul carburante, che entrerà in vigore il primo gennaio. Ma un gesto lo ha fatto: la nuova tassa sarà “intelligente”, varierà cioè in funzione dell’andamento dei prezzi del petrolio sul mercato. Ma i Gilet delusi restano mobilitati.

Dal confine interno alla dogana. I pomi della discordia su Brexit

L’11 dicembre il Parlamento britannico deciderà se approvare i due testi di intesa fra il governo May e l’Unione europea su Brexit: l’accordo di recesso (Withdrawal Agreement), legalmente vincolante, che in 586 pagine affronta tutti i dossier relativi alle modalità del “divorzio”, e la dichiarazione politica sui futuri rapporti, non legalmente vincolante, che “stabilisce i parametri di una partnership ambiziosa, ampia, approfondita e flessibile” in materia di cooperazione economica, politica estera, difesa, sicurezza.

Se la House of Commons dirà sì, il testo approvato dovrà essere ratificato dal Parlamento europeo entro il 29 marzo, data ufficiale di uscita del Regno Unito dall’Ue. In base agli attuali equilibri parlamentari, però, l’accordo ha scarsissime possibilità di passare e questo avvicina la temuta prospettiva di una uscita senza deal. Per l’approvazione Theresa May ha bisogno di almeno 320 voti. Secondo il Financial Times a oggi ne avrebbe solo fra i 220 e i 290, raccolti fra i parlamentari conservatori a lei leali per convinzione o calcolo politico. Il fronte del no è di 350-420, distribuiti in tutti gli schieramenti. In parte, l’opposizione è su linee ideologiche o programmatiche. È il caso del partito Liberaldemocratico, filo-europeo fin dalle sue origini, i cui 12 parlamentari rigetteranno il deal perché puntano a un secondo referendum. Altri partiti, o correnti interne a essi, respingono invece snodi specifici dell’accordo.

Il confine irlandese: è stato da subito il collo di bottiglia per i negoziati. Grazie alla comune appartenenza all’Unione europea e in base agli accordi pace del Venerdì Santo, fra le due Irlande (Ulster britannico ed Eire repubblica indipendente) il confine è “invisibile”. Per evitarne il ritorno che metterebbe a rischio il delicato processo di pace, Londra e Bruxelles hanno faticosamente trovato un compromesso che si intende temporaneo: restare nell’Unione doganale e tenere Belfast in parte anche nel mercato unico. Inaccettabile per il Dup, il partito unionista nord-irlandese per cui ogni dettaglio che lo differenzi dalla madrepatria è una minaccia alla sua sopravvivenza. Purtroppo per la May, i 10 deputati del Dup garantiscono, con l’appoggio esterno, la maggioranza al suo governo. Hanno dichiarato che voteranno contro il deal e, se dovesse passare, rivedranno i termini dell’alleanza.

L’unione doganale. Inizialmente May aveva promesso che il Regno Unito sarebbe uscito sia dalla unione doganale che dal mercato comune e si sarebbe sottratta alla giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Un taglio netto che non è riuscita a ottenere a causa del nodo sul confine irlandese. Il compromesso vede il Regno dentro l’unione doganale per tutto il periodo di transizione e forse oltre, se nel frattempo i successivi negoziati sui rapporti commerciali non troveranno una soluzione alternativa. È un compromesso che non piace a nessuno, per motivi opposti. Il Labour di Jeremy Corbyn, che può contare sul no di circa 240-250 parlamentari, chiede “una unione doganale permanente – non temporanea – il mantenimento del mercato unico, anche se rinegoziato, garanzie sui diritti dei lavoratori e dei consumatori e misure di protezione per l’ambiente “che verrebbero meno senza l’ombrello protettivo dell’Ue. Il segretario laburista ha definito l’accordo di recesso “un fallimento dei negoziati” e la bozza sui rapporti futuri “26 pagine di fuffa”. Da questa linea dissentono 5-15 parlamentari laburisti, che potrebbero votare sì su pressione dei loro elettori e per evitare il rischio di no deal. I falchi del partito conservatore (fra 20 e 80) rigettano l’intesa per i motivi opposti. Secondo il loro leader Jacob-Rees Moog getta il paese in uno stato di vassallaggio, perché Londra non potrà uscire unilateralmente dall’unione doganale, resterà in parte soggetta alla giurisdizione della Corte di Giustizia europea, dovrà continuare a contribuire al budget, uniformarsi alle decisioni di Bruxelles senza partecipare al processo decisionale e non sarà autonoma nelle strategie di commercio internazionale. Voteranno no anche alcuni Conservatori moderati e i 35 deputati dello Scottish National Party, che pur di non accettare un accordo che considerano peggiorativo rispetto alla permanenza nell’Unione europea lavorano a proposte alternative o al secondo referendum.

Ora la May ha due strade, entrambe in salita: convincere i suoi o convincere Corbyn. Ieri è arrivata la conferma che i due si affronteranno in un dibattito tv, probabilmente il 9 dicembre. Difficile che dopo lo scontro davanti al paese, trovino un compromesso in Parlamento.

Mosca calca la mano, prima esibisce i marinai prigionieri e poi li condanna

Non c’erano solo marinai a bordo delle tre navi da guerra ucraine, ma anche membri dei servizi segreti di Kiev. Questo raccontano nelle loro “confessioni” militari ucraini in un video diffuso dall’Fsb, i servizi di sicurezza russi: l’incidente nello stretto di Kerch secondo questa ricostruzione era stato pianificato nel dettaglio, era “un’azione provocatoria” e premeditata. L’equipaggio delle navi ne sarebbe venuto a conoscenza il 23 novembre, quando aveva ricevuto il compito della missione da compiere lungo il percorso dal porto di Odessa a quello di Mariupol. L’Sbu, intelligence ucraina, conferma che uomini dei suoi servizi erano a bordo dei vascelli ma quelle in video non sono confessioni, piuttosto storie estorte “con pressione psicologica e fisica”. “Conosco quei ragazzi, sono onesti, in quei video dicono il falso” ha detto Igor Voronchenko, comandante capo della Marina di Kiev.

“Abbiamo deliberatamente ignorato i segnali via radio” chiosa Andrey Drash, uno dei prigionieri, abbassando gli occhi dove forse c’è un foglio da leggere. Guardano fissi in camera gli altri, il comandante Vladimir Lysovoi e il più giovane dei tre che ha alle spalle le navi sequestrate a Kerch. Il martello del giudice russo Andrey Dolgopolov che li ha condannati a due mesi di detenzione provvisoria, fino al prossimo 25 gennaio, continua a battere fino a tarda serata, quando saranno in totale 12 i membri dell’equipaggio a finire in cella. Tra loro c’è il capitano del vascello militare Bordjansk, Roman Mokrjak. Altri 12 marinai rimangono in attesa. La sentenza russa genera l’ira di Kiev. I marinai non vengono dichiarati prigionieri di guerra, come speravano gli ucraini, ma solo prigionieri, condannati “per violazione del confine dello Stato russo”. La guerra dimenticata del Donbass è tornata a galla sulle acque gelide del Mar Nero. Per Dimtry Kiselov, il giornalista che ogni sera propone la versione del Cremlino sul canale Rossia 1, “questa azione è stata organizzata dagli Stati Uniti”.

Sul fronte diplomatico si muove la Germania, Ucraina e Russia vengono raggiunte dagli appelli per la de-escalation richiesti dalla tessitrice silenziosa Merkel, che chiama al telefono prima il presidente Putin e poi quello ucraino Poroshenko, mentre a Bruxelles Polonia, Austria, Estonia e Germania chiedono nuove sanzioni contro Mosca.

Khashoggi, il sangue lavato col petrolio: bin Salman superstar

È tormentata, ma non più di tanto, la strada che conduce il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman al vertice del G20 in programma a Buenos Aires venerdì 30 e sabato 1 dicembre: l’accompagnano gli anatemi dei difensori dei diritti dell’uomo, dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, un oppositore del regime saudita. Per l’intelligence turca e americana il delitto è avvenuto a Istanbul e bin Salman sapeva. Ma nella capitale argentina il principe, noto con l’acronimo Mbs, troverà anche amici d’affari: quelli per cui pecunia non olet e il petrolio lava il sangue.

Ieri, persino a Tunisi centinaia di persone hanno manifestato oggi nella Avenue Bourguiba contro la visita di bin Salman: cartelli, striscioni e slogan dicevano “Vai via assassino”, riferendosi all’eliminazione di Khashoggi. In una lettera aperta al presidente Béji Caïd Essebsi, i promotori delle proteste scrivono che la visita di Mbs è “provocatoria”. Dai leader del mondo invece, nulla.

Nel fine settimana, Buenos Aires sarà il crocevia di tutte le crisi internazionali: quelle economiche e commerciali come la guerra dei dazi tra Usa e Cina: ieri il consigliere economico alla Casa Bianca Larry Kudlow ricordando il faccia a faccia previsto tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping ha detto: “Ci sono buone possibilità che al G20 si raggiunga un accordo”. Quelle politico-militari con le tensioni tra Russia e Ucraina e quelle endemiche e ormai croniche come la guerra civile in Siria, le tensioni sul nucleare con l’Iran. Crogiolo di tutti i contrasti mondiali la capitale di un Paese a sua volta sull’orlo di una crisi di nervi, dov’è difficile garantire anche la sicurezza di una partita di calcio. In questo clima, molti occhi saranno puntati sul principe ereditario saudita, che cerca il confronto con i suoi interlocutori dopo essere stato indicato da inquirenti turchi e dalla Cia come il mandante dell’assassinio di Khashoggi, i cui editoriali sul Washington Post gettavano discredito sul regime. Chi gli darà la mano? Il presidente Trump ha sfidato la sua intelligence e il suo Congresso, facendo sapere che non avrà problemi a incontrarlo perché “nessun può dire se Mbs sapesse, o meno, quanto sarebbe avvenuto nel consolato saudita di Istanbul in 2 ottobre, se ne abbia dato o meno l’ordine”.

Criticato da senatori che vogliono aprire un’inchiesta, Trump non fa mistero delle sue convinzioni: prima gli affari poi i princìpi. E di affari con i sauditi gli americani ne fanno un sacco: armi per oltre cento miliardi di dollari in dieci anni, petrolio che Ryad lascia calare (anche se la caduta dei prezzi ieri s’è arrestata), gli interessi diretti della famiglia Trump e del ‘primo genero Jared Kushner. Trump resterà poco al G20: lascerà i Grandi la sera del primo giorno per andare all’insediamento del nuovo presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador. A Buenos Aires, Mbs non godrà della sponda egiziana del presidente al Sisi, suo sodale di guerra nello Yemen, convinto come lui che la ‘ragion di Stato’, o ‘di potere’, possa prevalere sul rispetto dei diritti umani e sul perseguimento della giustizia, come le vicende di Giulio Regeni e di migliaia di vittime della repressione mostrano.

Ci sarà, invece, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, durissimo con i sauditi nei giorni scorsi. Mbs lo vuole incontrare e il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha sorprendentemente detto che “non ci sono motivi” per cui ciò non avvenga.

Il contraddittorio viluppo d’interessi condizionerà l’atteggiamento di molti leader presenti al G20 verso il principe ereditario saudita: sulla carta, i più freddi dovrebbero essere canadesi e olandesi; in genere, gli europei non dovrebbero sdilinquirsi nei confronti di Mbs, anche se l’Italia gli vende bombe e la Francia non è adamantina con l’Arabia saudita. Quanto alla Gran Bretagna, non mostra nella vicenda Khashoggi lo stesso zelo che ha avuto, contro la Russia, nella vicenda Skripal.

Russia e Cina, che certo non fanno della tutela dei diritti una loro bandiera, sono più vicini all’Iran che all’Arabia saudita – ma la questione è indipendente dal ‘caso Khashoggi’ –. Asiatici e africani faranno i pesci in barile, il padrone di casa Mauricio Macri darà mostra di buona creanza. Human Right Watch ha chiesto all’Argentina di aprire un’inchiesta contro il principe, ma è improbabile che ciò avvenga. Mbs entrerà ed uscirà dal G20 a testa alta, ché i problemi morali non sono affare suo.

Senza contratto e mal pagati: la rivolta degli attori ferma le serie

Oggi non sarà una giornata semplice per le produzioni di film e serie televisive. Si fermerà per una giornata il set di The new Pope, fiction di Paolo Sorrentino con Jude Law. Lo stesso succederà per il montaggio di Gomorra 4. E a fare i conti con lo stop sarà anche il cinema: da Il giorno più bello del mondo di Alessandro Siani a Compromessi sposi, di Francesco Micciché con Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme. E assieme a questi altre decine di titoli attualmente in lavorazione in vista dell’uscita nelle sale o sul piccolo schermo.

Il motivo è che gli addetti delle troupe televisive hanno deciso di scioperare, nell’ambito di una protesta indetta dai sindacati della comunicazione di Cgil, Cisl e Uil. A fare da miccia è stato un problema nelle trattative per il rinnovo del contratto collettivo: “Dopo un anno di incontri – spiegano dalla Slc Cgil – la parte datoriale ha proposto un protocollo del 2015 già bocciato dai lavoratori”. Per “parte datoriale” intendiamo le tre associazioni Anica, Apt e Ape, che rappresentano l’industria cinematografica e le imprese dei produttori televisivi ed esecutivi. Quello che però vogliono portare alla luce i sindacati sono le condizioni di lavoro che è costretto ad affrontare chi fa parte di una troupe. A cominciare dagli orari: “Spesso superano le previsioni contrattuali e anche la legge – spiega Umberto Carretti della Slc – a volte si arriva a 14 ore al giorno di riprese, con punte di 16. Questa situazione di illegalità va assolutamente fermata”.

Poi c’è il problema dei mancati pagamenti: “Ci sono tanti lavoratori – aggiunge il sindacalista – che si rivolgono a noi perché non ricevono lo stipendio, magari perché il produttore aspetta un finanziamento pubblico o a sua volta non viene pagato dal committente”. E ancora la questione del finto lavoro autonomo, che sfugge alla contrattazione e quindi finisce per ridurre i compensi. Prendiamo per esempio lo stuntman, la controfigura delle scene pericolose: per tradizione è considerato un libero professionista. “Per noi andrebbe riconosciuta la dipendenza – sostengono i sindacati – anche per garantire la sicurezza a un mestiere pericoloso”. E analogo discorso vale per i rumoristi e gli stessi attori. “Quelli meno famosi – conclude Carretti – guadagnano molto poco perché non esistono minimi di riferimento”. Da quando i governi hanno riconosciuto che con la cultura si mangia e hanno riservato a quell’industria una tassazione agevolata, il lavoro è ripreso ma non ha portato con sé migliori condizioni. Per questo lo sciopero di oggi. Anche gli attori del collettivo “Facciamo la conta” sono in protesta per chiedere di essere riconosciuti come figura professionale.

Ghosn, è finita la stagione dei supermanager globali

Ci vorrà tempo per comprendere le conseguenze scatenate dall’arresto di Carlos Ghosn, l’artefice dell’alleanza fra Renault, Nissan e Mitsubishi che l’anno scorso ha venduto 10,6 milioni di autoveicoli nel mondo, avvenuto lunedì 19 novembre a Tokyo. A leggere la stampa francese e i commenti da Parigi, si direbbe che in Giappone sia stata condotta a termine per via giudiziaria un’operazione simile a un cambio di potere al vertice di Nissan, impresa stanca della tutela e della preminenza di Renault all’interno dell’alleanza.

Non che non ci sia sostanza nelle accuse che sono state mosse a Ghosn, precipitato dal ruolo di salvatore del gruppo nipponico quando esso era in profondissima crisi vent’anni fa a quello di manager sregolato, pronto ad approfittare di tutti i margini offerti dalla sua posizione di presidente di Nissan per accumulare soldi e vantaggi personali in maniera illecita. Dal 2011 al 2017, Ghosn avrebbe occultato al fisco la metà dei propri ingenti compensi (per un valore complessivo intorno ai 50 milioni di dollari). Nel suo stile di vita da manager globale, continuamente in viaggio da una capitale all’altra, avrebbe scaricato su Nissan i costi delle abitazioni di lusso in cui amava vivere, come delle sue altre spese private (dalle vacanze alle feste). Grazie al suo potere avrebbe fatto attribuire alla sorella una consulenza da 100.000 dollari all’anno priva di contenuti reali. Accuse al momento non formalizzate e sulle quali il governo francese (che controlla il 15,01% del capitale di Renault, capofila dell’alleanza) non ha ancora appreso nulla di specifico. Di qui il sospetto verso Nissan, che ha svolto una parte determinante nel costruire il dossier contro Ghosn, di voler minare l’alleanza col partner francese.

Eppure, le prospettive di mercato del polo Renault-Nissan-Mitsubishi erano, prima dell’arresto di Ghosn, ottime: la previsione era di vendere 14 milioni di veicoli nel 2022, collocandosi alle primissime posizioni dell’industria dell’auto mondiale. L’alleanza era in una solida condizione tecnologica, perché le sue piattaforme elettriche sono oggi tra le più affermate. Che sarà di tutto questo dopo l’estromissione di Ghosn dal vertice di Nissan?

Il problema era che l’alleanza, così com’era stata concepita e realizzata quando Nissan era in crisi e Ghosn era stato inviato da Renault per salvarla e rilanciarla, non funzionava più. Negli ultimi anni è stata la casa produttrice giapponese a segnare i risultati migliori, ma erano i francesi a detenere il 43% del suo capitale (contro il 15% che Nissan detiene di Renault, per giunta senza diritti di voto). Così l’alleanza non poteva più reggere a lungo e Ghosn stava progettando di trasformarla in una vera fusione fra imprese. Tuttavia questa soluzione era proprio ciò che i giapponesi temevano. Da questo punto di vista, la defenestrazione di Ghosn è arrivata al momento opportuno.

C’è comunque qualcosa di paradossale in tutta la vicenda che induce a domandarsi se la caduta di Ghosn non costituisca un passaggio d’epoca. Anzitutto perché il metodo di governo su cui si è retta per anni l’alleanza franco-giapponese è stato quasi inesistente. Tutto si fondava sulla capacità di Ghosn di tenere assieme un incrocio di partecipazioni e di interessi (politici, nel caso della Francia, oltreché economici) estremamente complesso. Non c’era governance, come ha notato l’Economist, tutto finiva per ruotare attorno alla figura di un solo manager, indispensabile al funzionamento dell’alleanza. Peccato che in questa maniera, alla lunga, non si possa dirigere un grandissimo gruppo industriale.

Ghosn aveva un suo staff e un nucleo di collaboratori a lui fedeli (fin troppo, visto che uno di loro, Greg Kelly, è stato arrestato assieme a lui, con l’accusa di aver favorito la frode fiscale). Essi gestivano un’agenda su scala mondiale che aveva scadenze ferree, con una programmazione lunga e meticolosa. Ma le decisioni di ultima istanza toccavano a Ghosn, forte dell’enorme potere che aveva concentrato su di sé e che cercava di mantenere anche dopo aver delegato alcune responsabilità esecutive a un manager giapponese, Hiroto Saikawa, conservando la presidenza. D’altronde, Ghosn è stato uno degli artefici della globalizzazione, di cui ha rappresentato una personificazione, una figura simbolica.

Difficile non pensare che la sua caduta repentina, all’interno del contesto che è stato richiamato, non sia anche un segnale della crisi della globalizzazione. Nello scacchiere politico ed economico attuale, l’impresa globale – al modo in cui l’ha interpretata Ghosn – non funziona più. Non c’è dubbio sul fatto Nissan voglia riappropriarsi non solo di una maggiore libertà che i vincoli dell’alleanza a egemonia francese non le consentivano, ma anche di caratteri e di uno stile manageriale più in linea con la storia economica e istituzionale dell’impresa giapponese. Oggi tendono a riprendere forza modelli organizzativi che si rifanno alle esperienze continentali e si torna a parlare di imprese che hanno, sì, respiro globale, ma radici ben affondate dentro alla storia europea, nordamericana, asiatica. Dove contano le squadre manageriali e in cui c’è minore spazio per i grandi solisti, capaci di coniugare, grazie alla loro leadership e alla loro determinazione personale, realtà lontane e fra loro eterogenee. È probabile dunque che nel futuro, contrariamente a quello che ci era stato pronosticato, vedremo meno fusioni globali e semmai più intese di carattere specifico, soprattutto sul fronte della collaborazione in campo tecnologico.

Amazon diventa anche postino Farà concorrenza a Poste Italiane

Dopo mesi di indiscrezioni è arrivata l’ufficialità: Amazon è diventato un operatore postale italiano, di fatto entrando in concorrenza con Poste, Nexive e Citypost. Il colosso statunitense dell’e-commerce di proprietà di Jeff Bezos potrà, quindi, portare a termine le consegne dei pacchi acquistati sulla piattaforma online tramite due società del gruppo, Amazon Italia Logistica e Amazon Trasport, che lo scorso 16 novembre hanno ottenuto dal ministero dello Sviluppo economico la licenza di consegnare i prodotti a casa degli utenti. Le due controllate, entrambe registrate a Milano, erano finite nel mirino dell’Agcom con l’accusa di svolgere “abusivamente” un servizio analogo a quello postale, subendo una sanzione di 300mila euro e l’obbligo di iscriversi al registro che disciplina gli attori autorizzati. Detto, fatto: la domanda di Amazon è stata accolta, aprendo così le porte all’ennesimo segmento di business per la multinazionale di Seattle. Le due società, che saranno sottoposte alla vigilanza dell’Agcom, dovranno ora inquadrare i propri dipendenti ai sensi del contratto nazionale del settore postale. Dal sito del Mise emerge che Amazon ha ottenuto l’autorizzazione generale per consegnare posta sopra i 2 kg e pacchi da 20 a 30 kg, pony express, raccomandate urgenti, consegna con data e ora certa. Ma c’è il disco verde anche per i “servizi a valore aggiunto” (corriere espresso, consegna nelle mani del destinatario, tracciamento elettronico, ecc.) che, per alcuni, potrebbe rappresentare il passo verso la creazione da parte di Amazon di un servizio in concorrenza con gli altri operatori. Nell’agosto 2017, è stato il ddl Concorrenza del governo Gentiloni ad abbattere una degli ultimi tabù monopolistici di Poste italiane: i servizi di notifica e comunicazione degli atti giudiziari, oltreché delle notifiche delle multe stradali. E ora l’entrata in campo di Amazon rischia di complicare la situazione di Poste, anche se per equipararsi all’ex monopolista, il colosso di Bezos dovrà registrarsi all’albo dei trasportatori, pratica che per il momento Amazon non ha ancora intrapreso.

Mini tasse sulle consulenze il favore ai pensionati d’oro

La norma fa felici diverse centinaia di migliaia di persone, in gran parte pensionati. E tra queste rientra quel vasto mondo di funzionari e dirigenti ministeriali che potrebbero usufruirne, magari in futuro. Ed è forse pensando a loro che il governo ha avallato, non si sa quanto consapevolmente, la scelta di consentire a dipendenti e pensionati benestanti di usare la nuova tassazione agevolata per i redditi da lavoro autonomo che riescono a cumulare magari come consulenti, periti o amministratori.

Breve promemoria. La “flat tax” annunciata dalla Lega in campagna elettorale, al momento, è rinviata. In manovra è entrato solo l’ampliamento della platea di imprese individuali o lavoratori autonomi che possono accedere al regime dei cosiddetti “minimi forfettari”. Quelli con ricavi fino a 65 mila euro annui potranno usufruire di un’aliquota agevolata al 15%; oltre quella cifra e fino ai 100 mila euro annui si pagherà il 20%. Ricavi sottratti alla progressività Irpef. La misura costa 600 milioni nel 2019 e 1,7 miliardi a regime ed è il segnale leghista al popolo dei piccoli professionisti e degli autonomi, storico bacino elettorale del Carroccio.

Il governo, però, non si è limitato a questo, ma ha anche eliminato la clausola “anti elusiva” voluta nel 2015 dal governo Renzi che impediva ai soggetti titolari di redditi da lavoro dipendente o pensione sopra i 30 mila euro di poter accedere alla misura per gli eventuali redditi da lavoro autonomo. La logica della clausola era evidente. Se il regime dei minimi serve per aiutare il piccolo lavoratore autonomo o la piccola impresa individuale (che di norma rientrano negli scaglioni Irpef del 23 o del 27%), non si vede perché dovrebbero usufruirne anche dipendenti e pensionati benestanti. Ora tutto viene stravolto. E così si crea una situazione paradossale. Un lavoratore autonomo con un reddito di 130 mila euro non può accedere alle aliquote agevolate, ma un pensionato con 80 mila euro di pensione che magari cumula consulenze per 50 mila euro, su quest’ultimo reddito può pagare il 15% invece della normale aliquota Irpef del 43%. Come si giustifica una scelta del genere?

È raro che un dipendente sommi anche redditi da lavoro autonomo, visti i paletti normativi che – specie nella Pubblica amministrazione – impediscono il cumulo. Diverso è il caso dei pensionati, in questo caso si tratta di centinaia di migliaia di persone (secondo i dati dell’amministrazione fiscale si arriva fino a 552 mila). Spesso sono ex professionisti con un buon tenore di vita (e quindi un buon assegno pensionistico) che, andati in quiescenza, continuano a prestare consulenza, magari come perito in tribunale o come sindaco revisore o amministratore in società private. È la seconda vita che di norma si spalanca anche agli ex funzionari pubblici, spesso ministeriali. Con la norma inserita in manovra potranno pagare aliquote del 15 o del 20% fino a 100 mila euro sui redditi autonomi, anche se percepiscono laute pensioni. Un paradosso se si pensa che nella iniziale proposta di legge M5S-Lega sui tagli alle “pensioni d’oro”, erano considerate tali quelle pari a 80 mila euro lordi annui. Mentre ora si permette a questi pensionati benestanti di pagare un’aliquota agevolata sui redditi da lavoro autonomo.

La novità ha fatto storcere il naso a molti tecnici, ma è sfuggita al dibattito pubblico. È stata notata solo dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, una specie di Authority dei conti pubblici, nel suo giudizio sulla manovra rilasciato in audizione il 12 novembre scorso. “È probabile che il legislatore politico neanche si sia accorto della sua portata. La misura sembra invece frutto degli uffici ministeriali, popolati di funzionari che potranno usufruirne in futuro”, spiega chi conosce bene la macchina fiscale. Magari una mano tesa a quegli apparati con cui, in questi mesi, i gialloverdi hanno avuto rapporti assai complessi.

“Noi migranti sfruttati per Uber&C. nelle catene della gig economy ”

Il colloquio di lavoro è fissato nel seminterrato di un condominio alla periferia est di Milano. Al citofono, nulla di riconducibile al possibile datore. Sulla porta al piano -1 la targa indica ‘Vita Infinita World’. Decine di migranti africani incontrati negli ultimi mesi sono passati di qui, pronti a salire in sella alle loro bici, costi quel che costi. È stato uno di loro a passarmi il contatto di ‘Uber Flash’, raccontandomi che “non è Uber Eats ma lavora con Uber, solo che da ciclofattorino si guadagna praticamente la metà”.

Mi accoglie L., ragazzo biondo poco più che ventenne, anche lui ciclofattorino per Flash fino a poco tempo fa. Mi mostra l’app di Uber Eats e risponde a tutte le mie domande. Mi offre un contratto di prestazione occasionale: poco più di 3 euro netti a consegna, niente minimo orario garantito, pagamenti ogni quindici giorni via bonifico, uno zaino Uber Eats usato (quelli nuovi arrivano ad agosto) che mi consegnerebbero dietro penale di 80 euro. Tutto come descritto dalle decine di richiedenti asilo provenienti da diverse province lombarde che raccontano di dedicare a questo lavoro fino a 11 ore al giorno. È anche così che Uber, colosso valutato intorno ai 70 miliardi di dollari e famoso in tutto il mondo per il servizio privato low cost di trasporto passeggeri gestisce ogni giorno la consegna a domicilio di piatti da ristoranti e fast food nelle case milanesi, attraverso l’applicazione Uber Eats. Uno schema di lavoro ‘atipico’ nell’era della gig economy in cui Uber mette l’applicazione, il sistema di pagamento e il marchio al servizio di alcune imprese esterne.

“Ci sono due tipologie di corrieri che operano sulla piattaforma di Uber Eats”, spiegano da Uber, che ha migliaia di rider attivi in Italia. “I corrieri indipendenti, che effettuano prestazioni di lavoro autonomo occasionale per conto dei ristoranti, e i corrieri alle dipendenze di società terze che operano nel settore della logistica”. Nessuno “lavora” per Uber quindi: si lavora per i ristoranti o per altre società. Nel primo caso a pagare il rider è direttamente l’esercizio (che versa all’app attorno al 25% del valore dell’ordine) e a coordinare gli spostamenti e le assegnazioni è l’algoritmo di Uber Eats, nel secondo sono imprese esterne che gestiscono l’incontro tra i ristoranti e i ciclofattorini, fungendo come una sorta di intermediario con la app. In entrambi i casi, però, l’applicazione è la stessa: Uber Eats.

L’intermediazione ha un costo elevato: i fattorini delle imprese esterne raccontano che alcuni mesi ricevono la metà della cifra visualizzata sull’applicazione: Uber non conosce il contenuto dei contratti firmati tra i singoli corrieri e le loro società, privi spesso delle tutele previste per i ciclofattorini ‘diretti’ di Uber Eats. “Non abbiamo scelta, non c’è altro lavoro per noi se non questo” dice Alasana (nome di fantasia), richiedente asilo residente fuori provincia. Ogni mattina lascia la struttura di accoglienza dove vive per tornarci con l’ultimo treno della sera, attorno a mezzanotte, dopo una giornata che si può concludere anche senza guadagni. Oltre allo zaino termico, sulle spalle dei ciclofattorini viene scaricato anche il peso di una parte del rischio d’impresa: “A volte passano interi pomeriggi senza consegne e per quelle ore prendiamo zero, zero”.

“Siamo leader nel settore dei pony express da 35 anni. Sfruttiamo il marchio e l’app di Uber Eats ma abbiamo una relazione diretta con i ristoranti,” racconta Danilo, che al telefono parla per conto di Flash Road City, che molti ciclofattorini chiamano appunto Uber Flash. La sua impresa si occupa di distribuire gli ordini di McDonald’s, che negli ultimi mesi ha praticato una politica di consegne gratuite. “Siamo intermediari. Operiamo in un contesto dove i lavoratori sono liberi di scegliere se e quando lavorare”. L’errore, secondo Danilo, è di accostare le ore di disponibilità (connessione) alle ore di effettivo lavoro dei ciclofattorini. “La nostra media si attesta attorno all’1,7 consegne all’ora, quindi tra i 4 e i 5 euro orari”. Alcuni corrieri intervistati a Milano hanno però dichiarato di visualizzare sull’app i propri guadagni e di riceverne effettivamente la metà, a volte tra i 300 e i 400 euro netti al mese lavorando anche 11 ore al giorno. “Stare connessi non significa lavorare. Ai nostri dipendenti è comunicato esplicitamente che le cifre visualizzate sull’app non corrispondono al loro guadagno, da cui bisogna togliere la ritenuta d’acconto e la nostra parte”.

Se Uber Flash offre un contratto di prestazione occasionale senza garanzie di guadagno – alcuni intervistati raccontano di giornate ‘magre’ da due consegne (6 euro) in 10 ore di attività – c’è un’altra impresa specializzata nella gig economy milanese targata Uber. Si tratta della Livotti s.r.l., esperta nella consulenza per la gestione della logistica delle aziende, che assume ciclofattorini per farli lavorare su Uber Eats applicando un contratto di collaborazione continuativa e coordinata a 3,20 euro netti a consegna. Tra buste paga e contratti, la situazione è paragonabile a quella di molte altre imprese di consegne a domicilio, con un’eccezione: una limitata flessibilità. Mentre sulle pagine di Uber campeggiano slogan sulla totale libertà di lavorare o no (“La tua giornata appartiene a te”; “Consegna con Uber e guadagna quando vuoi”), i ciclofattorini di Livotti che lavorano con l’app di Uber Eats vengono organizzati in tre turni: pranzo, pomeriggio, sera. Chi non supera il 90% di efficienza (ossia chi non accetta il 90% degli ordini) non ha diritto a ricevere i 3,2 euro orari garantiti in caso di mancanza di consegne, come è scritto chiaramente nel contratto. “Non mi risulta ma farò i controlli del caso (…) Può essere che alcuni contratti siano stati formalizzati in questa maniera (…) In ogni caso se fosse stata inserita (la limitazione del minimo garantito,ndr) è perché ogni lavoro va retribuito correttamente in base alle performance del lavoratore” spiega Maurizio Foglia, presidente della Livotti s.r.l., sostenendo che nonostante un’organizzazione di massima settimanale (i lavoratori riferiscono di turni coordinati ogni domenica), ogni collaboratore rimane libero di decidere se e quando accettare le consegne. “L’app (Uber Eats) non è un nostro strumento interno di lavoro (…) purtroppo il valore visualizzato sull’applicazione è puramente teorico e (la differenza tra il salario effettivamente percepito e quest’ultimo) viene sempre spiegata chiaramente”.

Insomma, è la nuova frontiera di Uber: consegne a domicilio senza rapporti diretti con i ciclofattorini. A farne le spese sono migranti, molti dei quali richiedenti asilo come Alasana. Alcuni di loro, sprovvisti di permesso di soggiorno e quindi della possibilità di lavorare legalmente, parlano delle società terze come “unica opportunità di impiego per chi non ha documenti”. Tra gli intervistati c’è chi sostiene che le piattaforme siano in contatto con le società ‘sorelle’ per passargli i lavoratori che hanno raggiunto il tetto massimo di guadagno annuale attraverso la prestazione occasionale (5mila). Uber non è stata disponibile a rilasciare un’intervista ma ha risposto ad alcune domande via email, sottolineando la differenza tra i suoi corrieri indipendenti e i corrieri dipendenti di società terze presenti sulla piattaforma Uber Eats. Gli obblighi contrattuali e le tutele di questi ultimi vengono definiti appunto dalle imprese esterne. Secondo Uber, il ruolo dell’applicazione è limitato al “mettere in contatto ogni ristorante con il corriere (indipendente o impiegato da una società di logistica) libero più vicino, e di facilitare le transazioni elettroniche di pagamento”.

Circa la possibilità che su Uber Eats operino migranti senza permesso di soggiorno, Uber non è in grado di garantire che tutti i ciclofattorini presenti sull’app abbiano i requisiti per lavorare. “Un sì o un no non si prestano a dare la visione d’insieme a cui ambisce il vostro lavoro d’indagine (…) – ci dice –. Da parte nostra c’è tutto l’impegno affinché ad operare sulla piattaforma ci siano solo corrieri che hanno i requisiti per farlo”. Uber ha dichiarato inoltre che “è responsabilità dei corrieri monitorare i propri guadagni e segnalare a Uber il raggiungimento della soglia nel corso dell’anno solare. Una volta raggiunta questa soglia il singolo corriere non può più operare come indipendente, ma questo non impedisce a società terze di impiegare lo stesso corriere alle proprie dipendenze”. Flash Road City ha dichiarato che “se i lavoratori non hanno il permesso di soggiorno in regola, non facciamo firmare il contratto” e che a volte loro stessi producono documentazione per supportare la richiesta di rinnovo del permesso di alcuni collaboratori.