Cerchiamo di vedere il bicchiere del reddito di cittadinanza mezzo pieno: i Cinque Stelle hanno preso atto di una serie di complessità che prima negavano. La necessità di distinguere proprietari di immobili
da affittuari, il rischio della trappola della povertà che condanna a vivere di sussidi, l’assurdità di distinguere tra consumi morali e immorali. Purtroppo però tutta l’attenzione resta sui centri per l’impiego, per indirizzare quanto prima i poveri disoccupati a lavorare. E questo continua a essere il grande errore di fondo. Si capisce perché leggendo come funziona il Rei, l’attuale reddito di inclusione, nel Comune
di Milano. Lo spiegano Alessandro Cassuto (ufficio interventi di sostegno al reddito) e Daniela Attardo (unità di coordinamento servizio sociale professionale) al sito Lombardiasociale: 16.000 domande ai Caf, il 23 per cento viene accolta, 3.842, pochissime le revoche (6), circa 200 domande sospese per rivalutazioni dei parametri come l’Isee. La domanda viene fatta al Caf (che sul territorio sono tanti, a differenza dei centri per l’impiego), poi un assistente sociale analizza la famiglia, definisce obiettivi di “buona cittadinanza”, come garantire che i figli vadano a scuola, evitare comportamenti sanitari pericolosi, rimettere sotto controllo i debiti, e di “inclusione sociale”, con mediatori familiari, micro-credito, sostegni educativi. Solo al terzo livello c’è l’inclusione lavorativa. Certo, alcuni poveri possono passare direttamente alla fase tre. Ma di solito sono quelli che un lavoro lo stanno già cercando da soli. Bisogna pensare anche agli altri. I Cinque Stelle non hanno mai parlato di quella prima fase di assistenza, preliminare al sussidio, che è necessaria per evitare che il reddito
di cittadinanza si trasformi in una mancia elettorale. È il momento di affrontare il problema.
Maxi-riciclaggio di Danske Bank: tra spie russe e morti sospette
In danese hygge indica tutto ciò che evoca l’atmosfera accogliente e piacevole di casa propria. Danske Bank, il maggior istituto di credito della Danimarca, ha applicato l’hygge sin troppo bene: dal 2007 al 2015 oltre 200 miliardi di euro sono transitati su 15mila conti intestati a cittadini stranieri nella sua succursale estone. L’esame indipendente di 9,5 milioni di transazioni realizzate su 6200 di questi conti, che ha analizzato 8 milioni di email e 12mila documenti e interrogato 70 tra dipendenti e manager, afferma che la grande maggioranza di queste operazioni siano legate al riciclaggio. Il maggior scandalo della storia bancaria europea potrebbe costare a Danske Bank multe sino a 7,1 miliardi di euro, ma la vicenda è già costata la vita a quattro cittadini russi. Molte delle operazioni appaiono legate ai piani alti del Cremlino, all’entourage del presidente Putin e ai servizi di sicurezza di Mosca. Un ramo di questo gigantesco fiume di denaro potrebbe essere transitato anche attraverso controllate estere dei gruppi Unicredit e Intesa SanPaolo (che però smentiscono).
Quotata al Nasdaq Omx, Danske Bank è da 145 anni il maggior istituto danese, con oltre 2,9 milioni di clienti. La sua rete è presente in altri 4 Paesi (Finlandia, Norvegia, Svezia e Irlanda del Nord) e in altri 11 l’istituto opera tramite banche corrispondenti. Ed è qui che entra in scena l’Italia: il sito web dell’istituto spiega che Banca Intesa Ad Beograd e Privredna Banka di Zagabria, controllate del gruppo Intesa Sanpaolo in Serbia e Croazia, sono tra le banche corrispondenti della banca di Copenaghen. Tra le proprie banche corrispondenti l’istituto danese segnala anche Zao Unicredit Bank, Unicredit Bank Serbia, Unicredit Bank Llc Kiev, Unicredit Bank Mostar e Zagrebaka Banka, controllate del gruppo Unicredit in Russia, Serbia, Ucraina, Bosnia e Croazia. Alcune di queste società erano possedute da Bank Austria, acquisita indirettamente nel giugno 2005 dal gigante italiano nell’ambito della fusione col gruppo tedesco Hvb e alla quale, sino a settembre 2016, hanno fatto capo tutte le attività del gruppo nell’Europa centrorientale. Il Fatto ha chiesto a Intesa Sanpaolo e Unicredit se i loro istituti controllati, come pure i due gruppi, siano stati coinvolti nelle indagini internazionali sulle operazioni della filiale estone di Danske Bank. Entrambe le banche hanno smentito rapporti con la filiale estone e l’esistenza di indagini in corso.
Il ruolo delle banche corrispondenti è centrale: la banca corrispondente è un istituto di credito incaricato da un’altra banca di offrire i suoi servizi a condizioni di reciprocità ai clienti in luoghi dove quest’ultima non possiede propri sportelli. In base alle regole antiriciclaggio, i controlli vanno applicati anche alle operazioni realizzate per conto di clienti di terzi sui conti di corrispondenza. Nelle scorse settimane, Deutsche Bank è finita sotto la lente per essere stata banca corrispondente di Danske Bank. Il gigante malato del sistema creditizio tedesco, la cui filiale di Londra è sotto inchiesta penale negli Usa e ha già pagato multe per oltre 530 milioni di euro alle autorità inglesi e statunitensi per il riciclaggio di 8,85 miliardi di clienti russi, ha gestito pagamenti in Estonia per conto della banca danese ma ha chiuso i rapporti nel 2015 dopo aver identificato attività sospette. La succursale nella Capitale estone Tallinn arrivò a Danske Bank nel 2007 con l’acquisto della finlandese Sampo Bank, cui faceva capo. Gran parte dei clienti acquisiti in quell’operazione erano russi e azeri e ucraini. La filiale estone aveva sistemi informatici propri e buona parte dei documenti sui clienti erano scritti in estone o in russo, il che rese difficili i controlli alla casa madre. Lo scandalo è emerso grazie alla testimonianza di un whistleblower, l’inglese Howard Wilkinson, capo del trading della filiale estone dal 2007 all’aprile 2014, 4 mesi dopo le sue segnalazioni di irregolarità al top management della banca, che tentò inutilmente di tenerlo buono offrendogli denaro in nero. Le falle nei controlli antiriciclaggio sui clienti esteri, i cui conti furono chiusi nel 2015, furono multate a luglio 2015 in Estonia e a marzo 2016 in Danimarca, ma su Danske Bank ora investigano le autorità finanziarie danesi, estoni, finlandesi, britanniche e statunitensi, mentre quelle francesi hanno già chiuso le proprie indagini. Indagano anche i magistrati danesi e il Dipartimento della Giustizia Usa, con cui Wilkinson collabora per chiarire il ruolo da banche corrispondenti di Bank of America, JP Morgan e Deutsche Bank. Un ramo del riciclaggio, chiamato “lavanderia azerbaijana”, passa per Londra: 2,57 miliardi di euro sono stati “lavati” da quattro Limited liability partnership (Llp), società anonime britanniche, attraverso Danske Bank.
Il presidente e l’ad di Danske Bank si sono dimessi. Ma la vicenda è costata la vita ad almeno 4 russi. Andrei Kozlov, primo vicepresidente della Banca centrale russa che nell’estate del 2006 era volato in Estonia per indagare su operazioni di riciclaggio, è stato ucciso da tre killer a 41 anni il 13 settembre 2006 a Mosca insieme al suo autista. Alexander Perepilichnyy, un imprenditore e whistleblower in affari con la banca estone, è morto in circostanze sospette nel Regno Unito il 10 novembre 2012. Sergei Magnitsky, un avvocato russo che investigava su un riciclaggio da 200 milioni di euro realizzato da Hermitage Capital Management, fondo citato nell’inchiesta indipendente su Danske Bank, è morto il 16 novembre 2009 in carcere a Mosca.
La Costituzione alla maturità (e poi magari la si attua)
“La maturità è tutto”, dice Edgar al padre nel Re Lear. E la notizia di una prova orale di Costituzione al più temuto esame, di cui ha scritto Tomaso Montanari sul Fatto qualche giorno fa, ha suscitato un coro pressoché unanime di consensi. Ci aggiungiamo volentieri (del resto siamo noti per la pedante fedeltà ai valori costituzionali) e lo facciamo sottolineando in primis la necessità che la Costituzione, oggi Cenerentola a cui si dedica qualche manciata di minuti frettolosi, diventi una materia d’insegnamento vera e propria.
Sul tema si è letto un po’ di tutto, anche che tra le motivazioni che hanno spinto il ministero a prendere questa sacrosanta decisione pare ci siano i frequenti episodi di bullismo all’interno delle scuole (perfino a danno dei professori). Argomento affascinante, anche se non quanto quello che innerva il breve commento di Guido Crainz su Repubblica di ieri. Scrive il professore, ai tempi appassionato sostenitore del Sì al referendum renziano: “Sarebbe davvero prezioso uno sforzo per far comprendere davvero la nostra Carta, a partire dalle fondamenta dell’equilibrio fra i poteri e del ruolo decisivo degli organi e delle figure di garanzia. A partire cioè da quel che i populisti illiberali di oggi, gli incriticabili ‘eletti dal popolo’ negano ogni giorno. È un compito prezioso, che molti insegnanti italiani già svolgono e che oggi diventa un necessario impegno della scuola nel suo insieme. E se quell’impegno fosse carente potrebbe essere un terreno su cui promuovere iniziative che affianchino e integrino la scuola. Potrebbe essere anche questa una forma di ‘disobbedienza civile’ rispetto alla diseducazione quotidiana alla democrazia dei nuovi potenti: e in questo caso in applicazione di un’indicazione ministeriale. Meglio di così…”.
Per fortuna che la Costituzione, scampata a una riforma che avrebbe sì intaccato pesi e contrappesi, impedisce ogni forma di dittatura della maggioranza! Ma al di là della disobbedienza a un fascismo en travesti che pare minacci un giorno sì e l’altro pure la nostra democrazia, sarebbe davvero rivoluzionario che gli studenti leggessero la Carta (scritta in modo così chiaro proprio perché possa essere capita da tutti). Per scoprire cosa significa dire che il diritto al lavoro è fondamento della Repubblica, sapere per esempio che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata “e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Oppure che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. E che l’articolo 3 di cui si ricorda sempre e solo il primo comma, ha una seconda, non trascurabile parte: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Sono senza dubbio informazioni pericolose da fornire a studenti che, raggiunta l’età per votare, potrebbero perfino pretendere l’attuazione di una Costituzione, la nostra, che non è un conglomerato di buoni consigli, ma norma prescrittiva per il legislatore. Il liberalismo e i suoi pesi e contrappesi sono una bella cosa, ma la nostra Carta si spinge assai più in là e dice un paio di cosette pure sul sistema economico in modo che quelle garanzie e quelle libertà non rimangano appannaggio solo dei ricchi. Occhio a chiedere “disobbedienza civile”: magari si pensa di farla con Luigi Einaudi e invece arriva Lelio Basso.
Se Mozart e Da Ponte son zozzoni, allora la Karenina è zoccola
Troppo osé. Scollacciata. Ma guarda che roba, signora mia. Bell’esempio per i nostri giovani! Dove andremo a finire? Pare si siano detti questo (e forse anche altro) i professori di qualche classe di scuola media di Ascoli Piceno. Dovevano andare a vedere il Così fan tutte di Mozart con gli alunni, ma poi ha prevalso il buonsenso: no, no, troppo sesso, questa cosa di mettere alla prova la fedeltà delle fidanzate, anche solo per ridere, non va bene, potrebbe turbare i ragazzi. I quali ragazzi, chissà, saranno forse rimasti delusi (uh, niente opera, due ore di matematica, dannazione!), oppure sollevati (Uh, meno male! A teatro bisogna spegnere i telefonini e non si può nemmeno chattare un po’).
Insomma, voi sapete che ci sono, acquattati e nascosti nelle pagine dei giornali, alcuni segnali della fine del mondo, e uno è questo: negare a un manipolo di quindicenni una delle cose più belle mai scritte nella storia del mondo perché “Troppo osé” (questo riportano i titoli, testuale), faccenda di corna e di intrighi amorosi. Sai che trauma per i nostri ragazzi, che magari sanno tutto della poetica Fedez/Ferragni, oppure delle palpitazioni di tronisti e troniste in tivù, per non dire delle più fantasiose categorie di Youporn. Peccato, perché la mirabile servetta Despina avrebbe potuto spiegare per bene le cose: “Una donna a quindici anni / dée saper ogni gran moda / Dove il diavolo ha la coda…”.
Ecco, meglio non saperlo. Quei due zozzoni di Mozart e Da Ponte stiano a casa loro. E anche Giuseppe Verdi non dorma troppo tranquillo, perché il sindaco di Cenate Sotto, tal Giosuè Berbenni, intima alla Scala di cambiare l’allestimento dell’Attila in programma (regista Davide Livermore, direttore Riccardo Chailly): c’è una scena che si svolge in un bordello, un’attrice che fa cadere la statua della Madonna, e questo è troppo, a Cenate Sotto non reggono il colpo. Non è dato sapere se i prof con facoltà di sorveglianza morale che hanno negato Mozart ai loro studenti o il sindaco che prega di cambiare sceneggiatura a Verdi siano poi anche quelli che deplorano la decadenza culturale dei nostri tempi, l’ordinaria pornografia sentimentale della tivù del dolore o la faciloneria dei social, resta il fatto che Mozart no, non va bene, e rileggere Verdi nemmeno. Aspettiamo con ansia che si ritraggano inorriditi davanti alla Certosa di Parma, insomma, la zia innamorata del nipote, che tenta pure di farlo scappare di galera mentre quello, scemo, si innamora di un’altra signorina. Possibile invece che vada benissimo l’Otello: il nero che strangola la donna bianca è perfetto per i tempi che corrono, pare di vedere il tweet di Salvini: “Basta con questi negri che uccidono le nostre donne! Otello deve andare in galera nel suo Paese! Ho ragione, amici? Bacioni!”. Va bene, cascano le braccia, siamo a un passo dal trattare da zoccola Anna Karenina, per non dire di quella signora Bovary, così annoiata dal noiosissimo marito, che cercava di spassarsela come aveva letto nei romanzi romantici (una buona ragione per vietarli, finalmente!).
Intanto, fuori dal teatro, lontano da Fiordiligi e Dorabella e dalle sconcezze mozartiane, i nostri ragazzi, così abilmente protetti dal comune senso del pudore (fosse anche quello di fine Settecento), possono continuare a bersi le millemila fidanzate di Corona, il gossip di palazzo tra Matteo ed Elisa, e tutta la sistematica fucilazione del pudore che ci regala la tivù mattina, pomeriggio e sera, oltre ai selfie autocelebrativi coi vivi e coi morti. Tutto scritto, suonato, cantato e recitato in pubblico, costantemente, ventiquattr’ore su ventiquattro, urlato a gran voce e presentato come commedia del costume contemporaneo. Mozart no, troppo osé, giocoso e scabroso, e poi, cazzo, bisognerebbe capirlo e farlo capire ai ragazzi, che fatica, eh!
Che libertà di stampa è se lavori gratis?
Tutti a Bruxelles, ieri, a parlare delle “sfide del giornalismo europeo”, al convegno organizzato da un deputato del Partito democratico. Nessuno a Roma, invece, a discutere di equo compenso con il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che aveva invitato Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa a parlare della precarietà della categoria. Troppo offesi per trattare: Ordine e sindacato hanno dichiarato che non si siederanno al tavolo finché i 5Stelle non avranno chiesto scusa ai “giornalisti italiani”.
Chissà di quali giornalisti parlavano i rappresentanti di una categoria lacerata e divisa. Sicuramente non di quel 65,5% degli oltre 50.000 giornalisti privo di contratto e di ogni forma di tutela, essendo il giornalismo l’unico settore italiano dove dal 1997 al 2015 il peso del lavoro autonomo è cresciuto del 760% e dove 8 lavoratori precari su 10 – nel silenzio generale, tranne una meritoria puntata di Report di poche settimane fa – guadagnano meno di 10.000 euro lordi l’anno e uno su due meno di 5.000.
Questi lavoratori avrebbero ben preferito che i loro rappresentanti si precipitassero a Roma, anche se il ricordo dell’ultimo accordo sull’equo compenso brucia ancora, visto che nel 2014 il sottosegretario con delega all’Editoria Luca Lotti (governo Renzi), la Federazione nazionale della stampa e la Federazione italiana editori giornali decisero che fosse equo pagare un giornalista 250 euro al mese (quell’accordo, cui l’Ordine non partecipò, fu bocciato sia dal Tar del Lazio che dal Consiglio di Stato).
Di tutto questo non si è parlato nelle recenti, solenni, iniziative a favore della libertà di stampa. Come non si è parlato della tragica questione delle querele, in particolare quelle temerarie, che stanno concretamente distruggendo la libertà di stampa. I giornalisti meno protetti e più fragili, ormai, evitano sistematicamente di scrivere di argomenti a rischio per il terrore di vedersi portare via la propria casa, mentre i giornali, specie quelli di editori puri, rischiano il collasso.
Proprio nella direzione di aiutare giornali e giornalisti vanno le due proposte di legge del senatore 5Stelle Primo Di Nicola (e sulle quali si misurerà realmente la serietà del Movimento 5 Stelle, che pure conta molti giornalisti eletti, rispetto alla stampa): la prima, perché non ci siano più giornalisti arrestati o inquisiti perché non rivelano le proprie fonti. La seconda per mettere un freno proprio alle querele temerarie, proponendo un sacrosanto risarcimento del giornalista pari alla metà dell’importo richiesto da chi lo ha ingiustamente querelato.
Di questo, allora, chi ha cuore la libertà dei giornalisti dovrebbe occuparsi, oltre a pensare, a mio avviso, a un sistema indiretto di sostegno e incentivi agli editori puri, visto che stare sul mercato oggi è un’impresa improba per un’azienda editoriale, specie perché le persone sono state purtroppo abituate ad avere le notizie gratis – quelle notizie che leggono avidamente – e cambiare il loro modo di pensare è una sfida complessa che tutti i giornali del mondo stanno affrontando. Un sistema che non ricordi minimamente, però, i vecchi contributi pubblici all’editoria, in cui riviste inesistenti su argomenti di nicchia hanno ricevuto per anni fondi impensabili, e così alcuni giornali solo ed esclusivamente grazie al criterio della conoscenza politica.
Eppure nulla di tutto questo è stato al centro delle recenti manifestazioni, anche quelle legate a grandi gruppi editoriali, per la libertà di stampa. Si è preferito invocare l’attacco globale ai cronisti, mettendo sullo stesso piano gli insulti dei 5Stelle – sicuramente sbagliati, soprattutto per il rancore creato nell’opinione pubblica verso una categoria che certo privilegiata non è – con le persecuzioni reali in Paesi come Messico o Turchia. Si è parlato della disintermediazione come il male di questo governo, come se i governi precedenti, quello Renzi in particolare, non avessero fatto della soppressione della mediazione giornalistica a favore delle reti sociali la propria cifra. Nessuna menzione, invece, ai conflitti di interessi che sempre nascono quando gli editori hanno altri interessi, come è stato tragicamente dimostrato dal caso Autostrade.
Certo: sentirsi accerchiati da un nemico esterno aiuta a compattarsi e i 5Stelle hanno avuto la colpa di provocare una reazione allarmata che è stata però eccessiva e ideologica. Perché non solo coloro che sono intervenuti non rischiano nulla, né sulla carta né sul web, ma soprattutto – mentre alludevano a dittature e populismi – hanno dimenticato di citare le vere cause che stanno distruggendo la nostra libertà, preferendo puntare sulla persecuzione politica ed evitando di parlare dei problemi in casa. Sui quali non c’è stato, incredibilmente, alcun cenno di autocritica.
Mail box
Col “Fatto” da sempre, mai dubbi sulla vostra serietà
Caro Marco, sono torinese e ti seguo dal 2001 e sono uno di quelli che fece un versamento “sulla fiducia” quando presentaste solo l’idea di fare un giornale veramente indipendente. Da allora non mi perdo un numero del Fatto e non mi perdo nessuno dei tuoi editoriali o delle tue ospitate televisive. Non basteranno 2, 20, 200 condanne (l’ultima credo che non avrai problemi a impugnarla) per farmi dubitare della tua e della vostra serietà.
Gian Sartori
Forse è possibile un accordo politico tra M5S e Pd
Il Pd deve far chiarezza al suo interno: c’è una parte che oggi andrebbe con il centrodestra, e l’altra parte, spero maggioritaria, che pur guardando con sospetto al M5S ritiene possibile un eventuale dialogo per valutare la possibilità di un accordo politico. Questo presuppone umiltà da parte di tutti. Il M5S deve fare autocritica su quest’alleanza “innaturale” con la Lega, riconoscere gli errori. Il Pd deve accettare di aver sbagliato all’inizio della legislatura a rifiutare il dialogo. È possibile un incontro per elaborare un programma basato sulla solidarietà, su una distribuzione equa delle risorse, uno sviluppo sostenibile, incentivi a università, ricerca, con al centro una grande opera strategica, quale la difesa del suolo e delle infrastrutture, uno sguardo diverso ai giovani e agli anziani, il potenziamento del Ssn. Offrire una svolta coraggiosa che possa indurre molti cittadini a farsi partecipi.
Francesco Paolo Calciano
Diritto di replica
Egregio Direttore, io sottoscritto Scarpitta Mario Salvatore, nato a Camerota (Sa) il 22 aprile 1962, nella mia espressa qualità di sindaco pro tempore del Comune di Camerota, avendo preso nota dell’articolo a firma “Angela Cappetta” dal titolo “L’Ente Parco vuole abbattere il capannone della first lady” pubblicato sul Fatto Quotidiano il 20 novembre 2018, intendo chiedere l’immediata rettifica, trattandosi di contenuti non veritieri, irriferibili alla mia persona e gravemente lesivi della mia reputazione e del ruolo pubblico che ricopro. Le vicende riferite, infatti, non riguardano alcun capannone e men che meno attengono alla mia attività professionale. La contestazione dell’anno 2011, la vittoria dinanzi al Tar Campania sezione Salerno e la successiva richiesta di accertamento di conformità e compatibilità paesaggistica riguardano, infatti, una piccola tettoia – costituita da taluni pali coperti con un telone verde – che mia moglie ha realizzato su terreno di sua proprietà lungo la via delle Sirene a Marina di Camerota. Nulla, dunque, di tutto ciò che è riferito nell’articolo.
La riferita nota dell’Ente Parco, pertanto, è semplicemente il diniego (peraltro giunto tardivamente, da quel che mi consta) a tale tipo di pratica, che – si comprenderà – è cosa ben diversa da quanto traspare dalla lettura dell’articolo, nel quale vengo tacciato quale abusivista impenitente. Chiedo la rettifica – peraltro – anche di affermazioni gravissime della mia reputazione quali quelle contenute nell’ultima parte dell’articolo dove si legge: “la signora Scarpitta può tenersi il capannone pagando una sanzione di 2.000 euro. C’è solo uno scoglio da superare per perfezionare il tutto e sanare i capannoni: il nulla osta postumo del Parco Nazionale del Cilento che, però, il 6 novembre scorso risponde picche” … omissis … “è una storia vecchia di 20 anni, figlia di un modo di fare politica altrettanto vecchio e di una speculazione fine a se stessa” evidente – nei passaggi citati – la confusione dell’articolista e le notizie frammentate e non verificate delle quali è entrata in possesso.
Mario Salvatore Scarpitta
Se per “notizie frammentate e non verificate” il sindaco Mario Salvatore Scarpitta intende quelle recuperate da atti ufficiali pubblicati nella sezione Albo Pretorio del sito web del Comune di Camerota, viene quasi da sollecitare una maggiore trasparenza da parte dell’ente pubblico che amministra sulla pubblicazione dei relativi documenti e provvedimenti. Ma siccome non è così (il sito è trasparente e, di questo, si può dare atto), non resta che raccogliere lo sfogo del primo cittadino e ricordargli che oltre alla tettoia che “sovrasta uno spazio-parcheggio in calcestruzzo e un ulteriore manufatto in blocchi cementizi” (come si legge nella documentazione online), c’è anche una cuccia per i cani che per i carabinieri va demolita.
Angela Cappetta
Diritto di replica
Nell’articolo a pagina 6 di Vincenzo Iurillo relativo ai casi di altri lavoratori in nero nell’azienda della famiglia Di Maio è scritto che l’impresa era intestata al padre del vicepremier, Antonio Di Maio: era invece intestata alla mamma e il padre ne era il gestore, come peraltro correttamente riportato nell’articolo sottostante di Marco Lillo. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.
FQ
La Germania comanda? Mi fido più di loro che dei nostri bulletti incoscienti
Sul Fatto M. Fini esalta la Merkel che in un suo discorso aveva sollevato il problema della mancata realizzazione dell’unità politica dell’Europa. Tale obiettivo secondo la Cancelliera si può realizzare tramite la cessione da parte degli Stati di un “pezzetto della propria sovranità nazionale”. La creazione di un esercito europeo dovrebbe, infine, suggellare l’intera operazione. Solo una Europa unita, conclude il giornalista, in perfetta sintonia con la Merkel, sarà in grado di controbilanciare il predominio delle grandi potenze mondiali. Sulla carta il discorso non fa una grinza, ma in pratica ignora alcune gravi problematiche, evidenziate dal premio Nobel per l’Economia Stiglitz: “La moneta unica ha cancellato il principale meccanismo di aggiustamento a disposizione degli Stati: il tasso di cambio. Così l’eurozona ha limitato l’autonomia degli Stati nella politica monetaria e fiscale”. La perdita della sovranità monetaria è risultata devastante per la nostra nazione, costretta, altresì, ad adottare politiche di austerity anche nei periodi di recessione o di bassa crescita; un suicidio, secondo Stiglitz, infatti, l’impoverimento del Paese con i suoi 5 milioni di poveri assoluti lo dimostra. La Germania, inoltre, da parecchi anni sta violando la regola Ue di contenere il surplus commerciale entro la soglia del 6%. Nel più totale silenzio degli organi di controllo continua a sforare arrivando al 9% e oltre. In tal modo sottrae risorse agli altri Paesi. E allora quando la Merkel auspica l’unità politica dell’Europa ha in mente una Grande Germania.
Maurizio Burattini
Se l’Italia si trova nei gravi problemi in cui si trova non è responsabilità dell’Unione monetaria, che peraltro fu decisa dai Paesi che hanno creato la Ue e accettata da quelli che vi sono entrati dopo (e non è certo per masochismo che altri Paesi bussano alle nostre porte), ma dalla politica dissennata fatta dai dirigenti del nostro Paese che, come cicale senza nessuna visione del futuro, a partire almeno da metà degli anni 80 hanno sperperato per motivi clientelari un patrimonio enorme che ci ha portato a quel debito pubblico che oggi è il nostro vero e grande problema. Quando l’Italia si è trovata sull’orlo del baratro, tipo Grecia, sono ricorsi a Mario Monti che ha dovuto fare il lavoro sporco al loro posto sollevandoli dalle proprie responsabilità.
Certamente la Germania gioca anche per se stessa, ma giocando per se stessa gioca anche per l’Europa. La follia di Hitler ha fatto perdere 75 anni alla Germania e all’Europa. Oggi la Germania democratica riprende, democraticamente non più con la forza, il ruolo di insostituibile guida dell’Europa, che le spetta per posizione geografica, per popolazione, per cultura, per il rigore suo e dei suoi cittadini. Un giornalista italiano, Luigi Ferrarella, lo ha detto nel modo più conciso: “Il gap fra noi e la Germania non è solo economico, è etico”. Io mi fido di più di questa Germania, del rigore dei tedeschi, che dei bulletti incoscienti alla Salvini, alla Renzi e di molti altri quidam che popolano l’Europa.
Massimo Fini
Da Zoff a Gattuso: contro il “capitano” di turno c’è sempre il mister in panca
Dicono che alle primarie del Pd, se Rino Gattuso si presentasse prenderebbe più voti di Martina, Minniti e Zingaretti messi assieme. E non sarebbe nemmeno una sorpresa, visto che i giocatori che hanno vestito la maglia del Milan quando decidono di darsi alla politica non deludono; George Weah è oggi nientemeno che il presidente del suo Paese, la Liberia; Kakhaber Kaladze è stato ministro dell’Energia e delle Risorse naturali e vicepremier del governo Ivanhisvili in Georgia e oggi è sindaco di Tbilisi; e persino Gianni Rivera, la leggenda delle leggende, ha ormai un curriculum più lungo come politico che come calciatore.
Tornando a bomba: Gattuso alla politica non pensa proprio. Il suo obiettivo è portare il Milan al quarto posto che dà accesso alla Champions, ma è un fatto che la sua esternazione anti-Salvini, che lo aveva accusato di non aver fatto cambi nel finale di Lazio-Milan, ha lasciato il segno. La sua risposta è stata un po’ come il contropiede di Kaká a Manchester (vedi Champions 2007): letale. E il video è diventato virale per la gioia di metà Italia, quella che detesta Salvini. Per la cronaca: ieri al suo fianco si è schierato anche Balotelli con una story su Instagram: “Penso che siamo in molti a voler fare due chiacchiere con lui, mister!”, ha fatto sapere Supermario, da sempre fiero oppositore del Capitano.
Quando un politico e un allenatore scendono sul ring, lo spettacolo è assicurato. Nel 2000 incrociarono i guantoni Silvio Berlusconi, leader dell’opposizione al governo Amato, e Dino Zoff, Ct azzurro. Motivo del contendere: l’Italia aveva perso la finale dell’Europeo (con la Francia) dopo essere stata in vantaggio fino al 90’. “Sono indignato – esternò Berlusconi – anche un dilettante avrebbe vinto la partita. Bastava fermare Zidane, tutto il gioco passava da lui. Se l’avesse marcato Gattuso non sarebbe finita così. Il problema è che uno ha l’intelligenza o non ce l’ha”. A dispetto dell’evidente insussistenza del rilievo mossogli (Zidane giocò una delle peggiori partite della sua vita) e dell’eccellente torneo disputato dall’Italia, Zoff rassegnò le dimissioni. “Dal signor Berlusconi – disse – non prendo lezioni di dignità. Non è giusto denigrare il lavoro degli altri pubblicamente, non è giusto che non si rispetti un uomo che fa il suo lavoro con dedizione e umiltà. La mia non è una presa di posizione politica. La mia unica politica è sempre stata lo sport”.
Le critiche di B. stupirono anche perché Zoff non era certo il prototipo dell’allenatore comunista: tipo Alberto Zaccheroni, mai amato a dispetto del miracoloso scudetto vinto al Milan nel ’99, o di Maurizio Sarri, che Galliani propose a Berlusconi nell’estate del 2015, bocciato perché (appunto) troppo comunista.
Ci sono stati, a dire il vero, anche politici e Ct che hanno provato a tubare e a cinguettare. Come il premier Matteo Renzi e Cesare Prandelli che a due mesi dal Mondiale in Brasile del 2014 si fecero immortalare intenti a sbocconcellare in coppia una banana in segno di solidarietà a Dani Alves, del Barcellona, bersaglio di un odioso gesto razzista. Dire a chi abbia portato più iella quella banana non è facile: a distanza di quattro anni Renzi e Prandelli sono oggi ai minimi della popolarità, reduci da una serie di tracolli da non augurare nemmeno al peggior nemico. Concludendo, se il buongiorno si vede dal mattino, forse è meglio che calcio e politica viaggino separati; in Italia e non solo. Chiedere per informazioni ad Hakan Sukur, l’ex centravanti turco dell’Inter diventato deputato in patria, su cui pende tuttora un mandato d’arresto dopo il tentato golpe (un fake?) ai danni di Erdogan nel 2015. Hakan è fuggito in California, dove ha aperto un bar. A Zoff è andata meglio.
Il titolare dell’Interno con il candidato a processo per droga
“Per lei è importanteche il ministro dell’Interno abbia delle buone compagnie? Chiedo questo perché alla sua destra c’è un onorevole, l’onorevole Satta, che è sotto processo per traffico di droga”. Un giornalista di Cagliaripad ha rivelato a Matteo Salvini – ieri a Cagliari insieme ai candidati del Centrodestra e del Partito Sardo d’Azione alle Regionali 2019 – i carichi pendenti del consigliere regionale del Psd’Az, Giovanni Satta, in piedi alle sue spalle. “Non fatemi commentare fatti e persone che non conosco”, è stata la risposta del vicepremier, che aveva appena dichiarato le proprie intenzioni: “Qui liste pulite”. Satta è stato proclamato consigliere regionale della Sardegna a metà aprile 2016 mentre era ancora in carcere a Sassari perché coinvolto nell’inchiesta condotta dalla Dda di Cagliari su un traffico internazionale di droga in Costa Smeralda. Il consigliere è stato rinviato a giudizio nel 2017 per associazione a delinquere specializzata nel far arrivare in Sardegna droga proveniente dall’Olanda e dall’Albania. È riuscito comunque a mantenere l’incarico politico in seno al Partito sardo d’Azione.
La Lega “salva” Bossi e denuncia solo Belsito
“Io faccio il ministro, non mi occupo di processi e di denaro”, ha detto lunedì Matteo Salvini dopo la condanna in appello di Umberto Bossi a Genova. Ma il tempo lo dovrà trovare, ormai le rogne giudiziarie tormentano la Lega. Il segretario e il suo predecessore, Roberto Maroni, pur non toccati dalle inchieste, sono chiamati in causa da più parti. Ultimo in ordine di tempo è stato Stefano Stefani, cassiere del Carroccio ai tempi di Maroni: “Feci presente più volte a Maroni e Salvini, sia in pubblico sia in privato, che si stava spendendo troppo e troppo in fretta”. Primo tassello: il processo di Milano. Ieri la Lega ha deciso di presentare querela contro Francesco Belsito. Ma non contro Umberto e Renzo Bossi, imputati (e condannati in primo grado) nello stesso processo. Tutto nasce dall’inchiesta sui rimborsi elettorali della gestione Bossi-Belsito. A Genova due giorni fa è arrivata la condanna in appello per i soldi pubblici spesi per il partito, ma ricevuti sulla base di rendiconti falsi. Bossi, tuttora senatore e presidente della Lega, era accusato di truffa.
A Milano invece deve rispondere di appropriazione indebita (in primo grado è stato condannato), cioè di aver utilizzato soldi pubblici per fini personali (cure mediche, ristrutturazione di casa, “laurea” e multe dei figli eccetera). Ma, grazie alle modifiche della legge, l’appropriazione indebita è perseguibile solo su querela della parte lesa (cioè la Lega). Senza querela niente processo. La decisione di procedere solo contro Belsito dunque che effetti avrà? Politicamente ha un peso, perché grazia i Bossi. In aula, però, non basterà: l’articolo 123 del codice penale sul “concorso nei reati” infatti recita che “la querela si estende a tutti coloro che hanno commesso il reato”. Umberto e Renzo Bossi non sono al sicuro.
Pur non toccati dalle inchieste, Maroni e Salvini – successori di Bossi – sono sempre più spesso chiamati in causa, almeno politicamente, a proposito dei 49 milioni che i magistrati non hanno trovato nelle casse della Lega. Ora tocca a Stefani. Il cassiere del Carroccio ai tempi di Maroni in un’intervista a The Post Internazionale dichiara: “Feci presente a Maroni e Salvini che si stava spendendo troppo e troppo in fretta”, ma alla fine “nessuno, all’interno del Consiglio federale, si oppose a questa politica. Tantomeno Salvini, che all’epoca aspettava solo di diventare segretario”. Stefani si spinge oltre: “Parte dei 40 milioni rimasti in cassa dopo le dimissioni di Bossi sarebbero stati spesi in modo ingiustificato assumendo costosissimi professionisti esterni ‘amici di Maroni’ e finanziando la campagna elettorale del futuro governatore della Regione Lombardia”. Stefani si chiama fuori: “Io non contavo un cazzo, ero un mero esecutore”.
È solo l’ultimo in ordine di tempo. Nelle scorse settimane era stata Daniela Cantalamessa a parlare. La storica segretaria di Bossi (poi sentita dai pm) aveva detto: “Ero convinta che Salvini fosse uno di noi. Gli dissi: ‘Fai qualcosa che qui stanno sparendo tutti i soldi’. Lui mi ascoltò, ma non si sbilanciò”. E ha aggiunto: “Con Bossi nelle casse della Lega c’erano circa 40 milioni. Eravamo preoccupati perché vedevamo che la gestione Maroni, anziché utilizzare la struttura Lega, utilizzava strutture esterne con costi alti”. Parole simili a quelle di Belsito: “Quando me ne sono andato dalla Lega ho lasciato 40 milioni. Dopo le mie dimissioni – con Maroni e Salvini – sono entrati altri 19 milioni legati alle elezioni del periodo di Bossi, perché i rimborsi erano scaglionati negli anni”.