“Salvini, elezione anomala” Rischia il seggio ma lo riavrà

E ora Cinzia Bonfrisco della Lega rischia il posto al Senato. Per l’effetto domino determinato dalla cancellazione del seggio scattato a favore di Matteo Salvini nel collegio Calabria 1. Il popolo del Carroccio stia comunque sereno: il “Capitano” non rimarrà fuori da Palazzo Madama, ma sarà solo costretto a trasmigrare come senatore eletto nella Regione Lazio. Dove il seggio è scattato a favore della Bonfrisco a cui ora non resta che incrociare le dita sperando che l’aula ribalti la decisione che si profila nella Giunta per le elezioni a Palazzo Madama. O, al peggio, che almeno venga assunta il più tardi possibile.

Gli uffici della Giunta hanno riesaminato 254 verbali delle sezioni calabresi che presentavano anomalie, come denunciato da Fulvia Michela Caligiuri che il 4 marzo scorso aveva visto sfumare la sua elezione al Senato nel listino proporzionale di Forza Italia. E che subito aveva fatto ricorso per segnalare il “notevole divario tra i voti risultanti dai verbali selezionati e quelli trascritti nel foglio di calcolo elettronico elaborati dall’ufficio elettorale regionale”; l’assegnazione “in via esclusiva alla Lega di alcuni voti in favore del solo candidato al collegio uninominale”, “diversi errori di calcolo e di trascrizione” che avevano determinato “la mancata assegnazione di voti a Forza Italia”.

“Ricorso dettagliatissimo, peraltro: i numeri sono numeri” dice il senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, relatore in Giunta della pratica Salvini. In base alle verifiche effettuate dagli uffici del Senato, le irregolarità registrate in Calabria hanno inciso sulla corretta attribuzione a Forza Italia dei voti necessari (poco meno di 3000) necessari all’assegnazione di un ulteriore seggio alla stessa lista forzista all’interno del collegio medesimo: irregolarità che, insomma, hanno inciso sulla ripartizione dei voti tra le liste della coalizione di centrodestra. In questo meccanismo assi complicato di resti, conti che non tornano e poltrone che ballano, per Salvini non cambia nulla: semplicemente non potrà più fregiarsi dell’onore di essere stato eletto in terra di Calabria. Per lui nessun rischio di rimanere fuori da Palazzo Madama come invece sarebbe accaduto con la legge elettorale precedente, in base alla quale spettava al candidato eletto in più collegi optare per l’uno o l’altro collegio di elezione: una volta fatta la scelta, in caso di irregolarità, il senatore perdeva semplicemente lo scranno perché nel frattempo i seggi vacanti erano attribuiti definitivamente ad altri candidati dello stesso partito.

Ora, in base al nuovo meccanismo, siccome il seggio scatta automaticamente dove la lista ha ottenuto la minore cifra elettorale percentuale, le irregolarità determinano la semplice “emigrazione” in un altro collegio. Quale nel caso di Salvini? Il ‘Capitano’ leghista è risultato eletto pure nel Lazio, In Liguria e in Lombardia dove, nel frattempo, per effetto della sua proclamazione provvisoria come senatore calabrese, gli sono subentrati, i candidati che lo seguivano progressivamente in lista. Ma nel caso del Lazio dove la Lega ha conseguito la seconda percentuale minore dopo la Calabria, il subentro sarà stato solo provvisorio: un disastro per Cinzia Bonfrisco, proclamata proprio lì.

Ma mentre la forzista Fulvia Michela Caligiuri che ha fatto ricorso scalpita per fare ingresso a Palazzo, Bonfrisco, almeno per ora potrà dormire sonni sereni. “La surroga è un iter molto lungo che richiederà un’istruttoria approfondita in Giunta. Poi sarà comunque l’aula, che è sovrana, a dire l’ultima parola”, spiega Balboni che ricorda in particolare un precedente. “In un caso nel 2001 per determinare il subentro di un parlamentare a un altro ci vollero 2 o 3 anni”. Campa cavallo.

Pernigotti, i turchi: “Marchio e società non sono in vendita”

I cioccolatini Pernigotti che oggi vengono sfornati nello stabilimento di Novi Ligure saranno appaltati a un’altra impresa. Sperando che questa ricollochi “il maggior numero possibile di lavoratori”. Ma non c’è alcuna certezza che ciò avvenga. Dopo l’ottimismo diffuso a seguito dell’incontro di lunedì tra la proprietà turca e il governo, Pernigotti ha spento l’entusiasmo con una comunicazione: né l’azienda né il marchio saranno ceduti (smentito quindi il possibile acquisto da parte di Sperlari). Al contrario, dai primi di gennaio partirà la cassa integrazione per crisi che durerà dodici mesi. In questo lasso di tempo, si cercheranno “partner industriali interessati all’acquisizione o alla gestione degli asset produttivi a Novi”, spiegano. Le ipotesi sono varie: potrebbe arrivare un’azienda che affitti l’intero stabilimento e mantenga i lavoratori, o una che acquisti solo i macchinari o ancora una già in grado di produrre con le proprie risorse. “In tutte queste possibilità – dice Marco Malpassi della Flai Cgil – non ci sono garanzie certe per tutti i 200 lavoratori (100 stabili e altrettanti “interinali” utilizzati durante i picchi, ndr)”.

Renziani tentati da Martina: è il “biscotto” per Zingaretti

Se fosse una soap opera, forse (forse) il congresso del Pd sarebbe più comprensibile. Perché dopo un prologo ambientato tra la Leopolda e Salsomaggiore, per spiegare che Renzi parallelamente si fa i comitati civici e magari a un certo punto se ne va, sono seguiti 4 o 5 episodi dedicati ai travagli di Marco Minniti, poi uno per raccontare la candidatura di Maurizio Martina, l’ultimo riguarda la decisione di Matteo Richetti: il quale, dopo settimane di pressioni da parte di Graziano Delrio in primis, ha deciso di rinunciare alla corsa in proprio e di convergere sull’ex segretario pro-tempore (“Mettiamo in campo una generazione”, l’ha spiegata lui). Che poi, era pure il vicesegretario di Renzi. Mentre Richetti, l’amico-nemico di una vita, è stato comunque il suo portavoce. E Matteo Orfini (che pure sostiene l’ultimo erede dei comunisti) è uno che a Renzi è rimasto vicino. Che dire poi di Delrio? I suoi rapporti con l’ex amico Matteo sono freddini. Ma comunque non interrotti.

Tutto questo agita Nicola Zingaretti: il timore è gli si stia preparando il più classico biscotto. Tradotto: se nessuno arriva primo ai gazebo e la scelta tocca all’Assemblea, Martina potrebbe far convergere i suoi voti su Minniti.

Le voci però si rincorrono e le strategie si moltiplicano. Pare fallito il tentativo di eliminare il passaggio in Assemblea e nominare segretario chi vince le primarie. Oggi la direzione vota il Regolamento proposto dalla commissione congresso, che propone di confermare il percorso previsto dallo Statuto. In questo groviglio che è molto poco politico (qualcuno ha visto un programma? la citazione è di Romano Prodi) e molto psicanalitico (centrali le relazioni e le ambizioni personali), senza sottovalutare il tentativo numero uno, ovvero conservare il poco potere che resta da spartire, appare un altro schema: ovvero la possibilità che ai gazebo i voti renziani convergano su Martina.

L’idea – raccontano – sarebbe di Luca Lotti, che dall’inizio della partita ha avuto un unico obiettivo: trovare un candidato segretario da condizionare, in modo da lasciare tutto congelato. Anche qui, un elemento sono le relazioni: i più vicini a Minniti, ovvero Nicola Latorre o Andrea Manciulli, per non parlare di Enzo Amendola, tutti fatti fuori da Renzi alle ultime elezioni, oggi non lo sopportano. Non proprio un buon viatico per un’alleanza. A questo punto, la domanda sorge spontanea: ma dove sta il Pd? Il gioco, infatti, si potrebbe rovesciare: a restare dentro potrebbe essere Renzi, con Zingaretti pronto a prendere la porta e a dare vita a una forza di sinistra e Minniti in un vicolo semicieco.

Ma non spoileriamo, come si dice nel gergo delle serie tv, evoluzione contemporanea delle soap. A ogni giorno, basta il suo affanno. Cioè, il suo episodio. Riusciranno Matteo Renzi e Luca Lotti a confezionare il biscotto per Nicola Zingaretti?

Furbetti del badge: blitz della Finanza, indagate 42 persone

Quattrocento ore di “buco” accumulate da 42 dipendenti dell’assessorato regionale alla Sanità di Palermo, che risultavano in ufficio quando in realtà non lo erano. Praticamente uno su cinque. Undici sono agli arresti domiciliari dopo il blitz degli uomini della Guardia di Finanza all’alba di ieri, ad altri undici è stato notificato l’obbligo di firma, per venti è partita la denuncia. Una complicità diffusa, “una prassi consolidata”, per la GdF: c’era chi non andava al lavoro e si faceva timbrare il cartellino da un collega, c’era chi manometteva i dati nei tre computer dove si segnavano le presenze, falsificandole. Una coppia di genitori si era accordata così: il marito portava e andava a riprendere la figlia da scuola mentre la moglie passava il suo badge, facendolo risultare presente. L’indagine è partita nel 2016, dopo diverse segnalazioni al 117 (il numero di pubblica utilità della Guardia di Finanza) da parte della moglie di uno dei dipendenti dell’assessorato, indispettita dalle assenze del marito. Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i reati di truffa aggravata, accesso abusivo al sistema informatico e false accettazioni e certificazioni.

Zedda ci riprova Anche i dem sardi stanno col sindaco

Il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, ha rotto gli indugi e ha deciso di candidarsi comunque alla testa del centrosinistra “ristretto” in Sardegna. Anche se all’appello mancano sigle autonomiste-indipendentiste come Autodeterminatzione e il Partito dei Sardi, possibili compagni di strada nella sfida contro il centrodestra dato in netto vantaggio alle prossime Regionali di febbraio.

Zedda, però, dalla sua ha il cosiddetto “partito dei sindaci”, oltre 130 amministratori locali che già due mesi fa chiesero al golden boy della sinistra isolana di impegnarsi a diventare “il sindaco di tutti i sardi”.

Il Sì di Zedda è arrivato non a caso domenica scorsa, dopo la visita lampo di Matteo Salvini in Sardegna e proprio davanti alla platea di sindaci firmatari dell’appello alla sua discesa in campo. Non sarà facile scalare la distanza di oltre 15 punti percentuali che separa il centrosinistra dalla coalizione forzista-sardista-leghista, ma Zedda sembra avere l’X factor che può trascinare il consenso con la ventata d’aria fresca delle esperienze civiche al suo fianco. Non solo. Il sindaco ex Sel e oggi esponente di spicco di Campo Progressista, già rappresentante nel pantheon nazionale dei sindaci “arancioni”, sembra essere l’unico in grado di dare coesione alla coalizione di centrosinistra, restituendole centralità nel panorama politico sardo.

È di due giorni fa l’investitura ufficiale del Pd regionale, fatto non scontatissimo per l’iniziale resistenza della corrente del partito che fa riferimento a Renato Soru, intenzionata fino all’ultimo a chiedere un confronto aperto con le primarie. Primarie che ora si allontanano sempre di più, dopo che l’altroieri, durante la direzione regionale del partito il segretario Emanuele Cani ha annunciato “l’assunzione unitaria della disponibilità di Massimo Zedda come candidato alla presidenza della Regione”.

Nel documento finale approvato al termine della direzione l’organismo dirigente spiega di voler affidare al sindaco la guida del “progetto politico” di coalizione. Progetto su cui per la verità era in corso da tempo una sottile tessitura da parte dei dirigenti del Pd, in cerca di una formula per il rilancio dopo il lento logoramento della legislatura in cui il partito di maggioranza relativa non sempre è riuscito a fare da scudo al presidente Francesco Pigliaru, preso più volte di mira dagli alleati.

Oggi per il Pd con una quotazione che, compresi i partiti satelliti della sinistra non va oltre il 17 per cento, l’obiettivo non può che essere l’allargamento del perimetro della coalizione. “La disponibilità di Zedda per noi è un punto d’arrivo importante”, dice il segretario Cani, che spera ancora nella convergenza (non semplice) con il PdS e il Polo dell’Autodeterminazione. Per ora infatti le due sigle proseguono la loro corsa in solitaria: il Partito dei Sardi di Paolo Maninchedda si avvia alla celebrazione delle sue “primarias”, a cui è legato un referendum in cui i sardi saranno chiamati a pronunciarsi sul loro sentimento di “nazione”. Gli autonomisti di Autodeterminatzione, guidati da Andrea Murgia (ex componente della segreteria Pd di Renato Soru ) dal canto loro, ribadiscono il criterio della “discontinuità totale” con i protagonisti della legislatura di centrosinistra ormai agli sgoccioli in Sardegna.

Con questi presupposti, a Zedda servirà andare oltre il 40% delle preferenze, in modo da ottenere il premio di maggioranza che secondo la legge elettorale sarda garantisce il 60% dei seggi.

Pittella non lascia, il Pd lo aspetta: Basilicata immobile

Dieci mesi di paralisi, quasi duecento giorni in più rispetto alla naturale scadenza della legislatura. E con un governatore factotum, mai dimessosi ma sospeso dalla scorsa estate, che riesce ancora a dettar legge. È il paradosso della Basilicata: a luglio il presidente della Regione Marcello Pittella (Pd), fratello del senatore Gianni, è stato arrestato per concorso in falso e abuso d’ufficio nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità locale. La legge Severino gli ha imposto di lasciare l’incarico – anche se, sospendendosi, Pittella ha rinunciato a dimettersi – ma il Pd e la Regione ancora pendono dalle sue vicende giudiziarie, tanto che le nuove elezioni sono state fissate a maggio, ovvero a tempo debito affinché prima si faccia luce sull’incandidabilità del governatore.

Due giorni fa, la Cassazione ha accolto il ricorso di Pittella, rispedendo il caso al Tribunale del Riesame e aprendo uno spiraglio per il presidente: se le misure cautelari venissero revocate (al momento su di lui pende il divieto di dimora), Pittella potrebbe tornare in campo e puntare a un nuovo mandato.

D’altra parte lo scorso maggio, appena prima che scoppiasse lo scandalo sulla sanità, il governatore era stato scelto a furor di assemblea come candidato del Pd per le Regionali. Sei mesi dopo, nonostante l’inchiesta e nonostante sondaggi che danno i democratici al terzo posto, Pittella ha ancora in mano il partito. Lo dimostrano le dichiarazioni di queste ore degli esponenti locali, in estasi per la decisione della Cassazione, che pure non ha affatto assolto Pittella da responsabilità penali e che ha soltanto rinviato il caso a un nuovo giudizio.

Su tutti spicca Vincenzo Robortella, consigliere regionale dem: “L’urgenza di condannare politicamente un uomo si scontra spesso con gli iter giudiziari. Il giustizialismo da quattro soldi e forcaiolo dovrebbe essere ridimensionato da casi come questo”. E a dar man forte a Pittella ci sarà anche il segretario regionale Mario Polese, che ancor prima della decisione della Cassazione sosteneva che, se non si fosse dato un ruolo al governatore, la battaglia del Pd alle Regionali “sarebbe stata già persa in partenza”.

Ma a prescindere dalle sentenze, c’è già un punto fermo. La vicepresidente della Regione Flavia Farcone, che ha sostituito Pittella, ha fissato le nuove elezioni per il 26 maggio, in concomitanza con le Europee. Una lunga melina – la legislatura è scaduta da circa una settimana – giustificata prima da una nuova legge elettorale approvata a Ferragosto, poi dal freddo natalizio e dalla necessità di non accavallare le urne con l’inizio dell’anno di Matera come Capitale europea della Cultura.

Di rinvio in rinvio si è arrivati al 26 maggio, giusto in tempo per aspettare Pittella. che altrimenti avrebbe dovuto saltare il turno come da legge Severino. Per le ire delle opposizioni: “Hanno trasformato la Basilicata in una soap opera – dice il leghista Massimo Zullino – invece di lasciarci appesi per queste vicende, pensassero a trovare una soluzione alla forzatura del voto a maggio”. Anche il Movimento 5 Stelle – che da mesi, prevedendo elezioni in tempi ragionevoli, ha scelto Antonio Mattia come candidato – parla di Regione “in ostaggio” e minaccia un ricorso al Tar “contro il decreto di rinvio del voto e contro tutti gli atti di giunta e di consiglio che non dovessero rientrare nell’arco temporale dei cinque anni di legislatura”.

Parole condivise nei contenuti da Maurizio Bolognetti, candidato presidente dei Radicali, che però incalza il Movimento: “Mi meraviglio che protestino. Sono loro al governo nazionale, facciano qualcosa per anticipare queste elezioni”. In caso contrario, a decidere tempi e regole sarà ancora il Pd di Pittella. In attesa di giudizio.

Amianto, Alfa Arese. Il pg: “Condannare ex vertici di Fiat”

Ha parlato per oltre cinque ore delle “gravissime lacune motivazionali” della sentenza di primo grado, il sostituto pg di Milano Nicola Balice per chiedere di ribaltare in appello il verdetto con cui, nel maggio 2017, sono stati assolti Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo, rispettivamente ex Ad ed ex Presidente di Fiat Auto, e altri 3 ex manager Alfa e Lancia, accusati di omicidio colposo nel processo con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l’accusa, dall’esposizione all’amianto, messo al bando negli anni ‘90. Il pg, in particolare, ha chiarito ai giudici che depositerà una memoria scritta il 12 dicembre per precisare le richieste di condanna per gli imputati, preannunciate ma senza indicare l’entità delle pene. Per il Tribunale non era stato “possibile accertare” se l’amianto presente nello stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese (Milano), tra la metà degli anni ‘70 e metà anni ‘90, “abbia causato, o concorso a causare, i decessi per tumore polmonare o mesotelioma pleurico dei 15 lavoratori”. Intanto nel resto d’Italia, l’amianto continua ad essere un pericolo. Secondo l’Osservatorio nazionale nel 2017 ha provocato 2mila decessi. La città più colpita è Milano.

La Grillo si affida a un ras del Vaticano e della sanità privata

Va bene cambiare, ma non troppo. Il ministro Giulia Grillo, già capogruppo dei Cinque Stelle, un mese fa, ha arruolato Guido Carpani alla Salute per la carica strategica di capo di gabinetto. Una nomina nel segno della restaurazione che ripropone una domanda ricorrente: come scelgono i loro tecnici di fiducia nel Movimento? Carpani è un burocrate di rango con una carriera al Quirinale, dirigente a Palazzo Chigi e in svariati ministeri – tra i quali, la Salute con Renato Balduzzi – nonché esponente degli interessi cattolici (vaticani) tra l’università e la stessa sanità. Qualche giorno prima di ricevere l’incarico da Grillo, Carpani ha lasciato la poltrona (ottenuta nel giugno 2017) nel cda della Mater Olbia, la società per azioni – controllata dal fondo sovrano del Qatar attraverso una fiduciaria con sede in Lussemburgo – che ha costruito un ospedale in Sardegna e attende i 60 milioni di euro all’anno dalla Regione per aprire i reparti con circa 200 posti letto.

Mater Olbia era un progetto del San Raffaele di don Verzé all’epoca di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Il governo di Matteo Renzi ha ereditato uno scheletro in cemento e coinvolto l’emiro del Qatar per ultimare l’opera vista mare, spesso inaugurata e molto discussa. Nel frattempo, il Qatar aveva comprato un pezzo di Costa Smeralda dall’americano Tom Barrack, unendo il solito desiderio di aumentare le cubature degli alberghi alla premura di curare i sardi in una struttura di eccellenza. Su spinta del cardinale Angelo Becciu, sardo di Pattada, allora sostituto agli affari generali della Segreteria di Stato, il Vaticano ha partecipato all’impresa con il Bambino Gesù per offrire un servizio pediatrico; per imprecisati motivi, però, è subentrato il Policlinico Gemelli con una quota del 35 per cento. Completa l’azionariato la Fondazione Luigi Maria Monti, proprietaria dell’istituto dermopatico Immacolata. Per oltre un anno, Carpani ha frequentato il medesimo cda di Giovanni Raimondi, amministratore delegato del Mater Olbia, ma il rapporto professionale può continuare. Perché Carpani è pure vicepresidente del prestigioso Istituto Toniolo, in cui siede il già citato Raimondi, da sempre legato all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il capo di Gabinetto del ministro Grillo ha scalato il Toniolo il 27 marzo, dopo la gavetta nel comitato di indirizzo, al fianco del sensale Gianni Letta, del generale Leonardo Gallitelli, dell’ex ministro Dino Piero Giarda, del monsignore Mario Enrico Delpini, presidente e arcivescovo di Milano.

Il 18 febbraio 2014, nell’interregno tra il mandato di Maria Chiara Carrozza e di Stefania Giannini, cioè tra l’uscita di Enrico Letta e l’arrivo di Renzi, il ministero dell’Istruzione ha inviato Carpani a rappresentare il governo nel cda dell’Università Cattolica, missione confermata dal ministro Valeria Fedeli e non revocata dall’attuale esecutivo. Lì ha incontrato ancora Raimondi, consigliere e presidente del cda del Gemelli. Per semplificare: il Toniolo è un ente fondatore e garante dell’Università Cattolica che, a sua volta, è la fucina dei medici del Gemelli. Il Policlinico si è staccato dalla Cattolica un paio di anni fa per conquistare maggiore autonomia e ulteriori finanziamenti. Il metodo e le relazioni sono ben descritte nel documento del ministero della Sanità che ha riconosciuto il carattere scientifico della Fondazione Gemelli: “L’istituto gode della personalità giuridica di Fondazione, un ente di diritto privato senza scopo di lucro, costituito il 21 novembre 2014 dall’Università Cattolica e dall’Istituto Toniolo”.

Dal primo marzo, dunque, il Gemelli è un Irccs, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. In Italia esistono 49 Irccs (21 pubblici e 28 privati), ospedali che possono utilizzare contributi regionali e anche nazionali. Secondo il ministero della Salute, che ha fornito al Fatto le carte ufficiali, il ginepraio di poltrone – quella mollata a ottobre al Mater Olbia e quelle occupate al Toniolo e alla Cattolica – non configurano per Carpani una violazione della legge sulle incompatibilità (n. 39/2013), che impedisce di passare dal ruolo di controllato a controllore se non trascorrono due anni. Il ministero sostiene che Carpani era nel cda del Mater Olbia con l’ospedale ancora inattivo e che per il Toniolo ha chiesto l’autorizzazione a Chigi con la promessa di non incassare compensi, così anche per la Cattolica. Per la Salute non sussiste un problema giuridico, ma di certo rimane un rebus politico: quando il capo di gabinetto Carpani tratterà temi che riguardano il Policlinico Gemelli e il Mater Olbia, il suo cuore batterà per la sanità privata o per lo Stato?

Sicurezza, la fiducia passa (ma oggi i dissidenti tornano)

Ieri sera sono stati tutti composti e ligi, tranne uno. Un non meglio precisato deputato (o deputata) del M5S, che assieme a tre della Lega non ha votato la fiducia al decreto sicurezza, passata con 336 sì e 249 no. E sono quattro assenti per adesso non giustificati, a differenza degli otto deputati di maggioranza fuori in missione (7 del M5S). Ma oggi alla Camera alcuni malpancisti del Movimento batteranno un colpo, restando fuori dell’aula in occasione del voto finale sul provvedimento. E c’è chi parla di 8-10 deputati pronti a non votare. Ossia buona parte dei 18 eletti che la scorsa settimana hanno mandato una email al capo politico Luigi Di Maio, invocando modifiche al decreto sicurezza, e soprattutto “più coordinamento e collegialità” dentro il Movimento. E tra questi c’era anche Doriana Sarli, vicina al presidente della Camera Roberto Fico, che ieri sera è stata dritta: “Continuo ad avere fiducia in questo progetto ma il decreto è un’altra cosa”. Dal M5S però assicurano di non aspettarsi grandi problemi dai dissidenti. Di certo cauti, perché non votare la fiducia comporta automaticamente una procedura disciplinare e la possibile espulsione. Non votare il dl invece sarebbe “solo” un segnale politico. Rumoroso.

Ecco i 3 direttori del Salvimaio

 

Teresa De Santis
Da D’Alema alla Lega

Quella di Teresa De Santis è la vera sorpresa delle nomine dei direttori di rete. Innanzitutto perché è la prima volta che una donna va alla guida di Rai1, l’ammiraglia della tv pubblica. Poi perché il suo nome al grande pubblico non dirà granché. E sembra il frutto di un compromesso. Non è un mistero che Matteo Salvini, per Rai1, volesse Casimiro Lieto, storico autore di Elisa Isoardi. Ma di fronte al muro eretto dall’ad Salini e dal M5S, il leader leghista ha dovuto far buon viso a cattivo gioco e virare su un altro nome: De Santis, appunto. Che, secondo i maligni, sarebbe stato suggerito dallo stesso Lieto. Ex giornalista del manifesto, De Santis in Rai fa la gavetta a Stereonotte, come il neo direttore del Tg1 Giuseppe Carboni. Poi arriva alla tv e per diversi anni ha la fama di dalemiana di ferro, insieme a Maria Pia Ammirati. Poi, però, accade qualcosa perché il direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce, vicino a FI, la sceglie come sua vice e per anni lavorano fianco a fianco. Fino a quando il rapporto si rompe perché, si narra, lei tentò di fargli le scarpe. Classica esponente del “partito Rai”, vicina anche ad Antonio Marano (legato alla prima Lega), De Santis ha subìto anche un’inchiesta interna per assenteismo e un’altra per pubblicità occulta, accuse da cui è stata completamente scagionata. Dopo lo scontro con Del Noce, però, finisce esiliata a Televideo, dove è rimasta finora come vicedirettore. Due anni fa tenta di dare vita a un sindacato vicino al M5S. Per poi ricomparire, oggi, in quota Lega.

 

Carlo Freccero
Torna l’uomo che sfidò B.

Due indizi lasciavano intuire che Carlo Freccero, classe 1947, già direttore di Rai2 22 anni fa, poi di Raisat e di Rai4, potesse tornare a una direzione Rai, ancora Rai2. Le parole di stima nei suoi confronti pronunciate a settembre da Fabrizio Salini (“Freccero potrà scrivere pagine per il futuro della tv. Ci conosciamo e stimiamo da anni”). E il silenzio dello stesso Freccero che, dopo mesi passati in ogni studio televisivo a parlar di politica, di costume, di calcio, da luglio è mediaticamente sparito. Quando si ambisce a qualcosa, meglio restare defilati. La sua è la nomina che fa più rumore: Freccero è stato uno dei pilastri della tv di Stato della Seconda Repubblica. La sua Rai2 dal 1996 al 2002 è stata una spina nel fianco del berlusconismo imperante e laboratorio di programmi e personaggi che hanno fatto storia: Michele Santoro, Corrado e Sabina Guzzanti, Gad Lerner, Fabio Fazio, Serena Dandini, Daniele Luttazzi. Programmi come Satyricon e L’ottavo nano sarebbero innovativi pure oggi. Il tutto diretto da uno che poi, con Berlusconi, ci si era fatto le ossa dirigendo Italia Uno e La Cinq, l’approdo francese dell’ex Cav. Ma Oltralpe è passato anche per France 2 e 3. Difficilmente etichettabile in una categoria politica, col tempo si è cucito addosso il ruolo di intellettuale della tv, genio e sregolatezza. Scrittore, esperto di linguaggio e comunicazione, docente, negli ultimi tre anni è stato membro del Cda Rai in quota 5 Stelle.

 

Stefano Coletta
A “sinistra” l’usato sicuro

Finora è l’unico rimasto al suo posto. Da luglio 2017, infatti, Stefano Coletta è direttore di Rai3, nominato dall’ex dg Mario Orfeo in sostituzione di Daria Bignardi. Non era facile passare indenni nella fitta giungla di veti e controveti del nuovo corso gialloverde, ma Coletta è riuscito nel miracolo. Grazie ai suoi buoni risultati e all’aver ridato un’identità alla rete, e per giunta senza più corazzate come Che tempo che fa o i programmi di Alberto Angela. Ma pure per questioni di opportunità politica: lasciandolo al suo posto Salvini e Di Maio possono dimostrare di non aver applicato uno spoils system selvaggio, assicurandosi un credito con il Pd, che potrà sempre tornare utile. Nato a Roma nel 1965, laureato in Lettere e filosofia, arriva giovanissimo alla tv di Stato nel 1991 come inviato del programma radio 3131. Numerose sono le trasmissioni che cura come autore o capoprogetto: Mi manda Rai3, Tatami, Amore criminale. Ma il suo fiore all’occhiello resta Chi l’ha visto, di cui è responsabile fino al 2017. Nel 2012 stava per migrare a La7 chiamato da Paolo Ruffini, ma poi decise di restare. “Vorrei riportare in Rai Fiorello e Lilli Gruber”, ha dichiarato dopo la sua nomina nel 2017. “Fosse per me la Rai potrebbe fare a meno del genere cooking…”, aggiungeva nella stessa intervista che, per fortuna, dev’essere sfuggita a Elisa Isoardi.