Grillo, una festa a Roma “per ricreare la sintonia”

La festa per farlo tornare, a un soffio dal Natale. Tra i suoi parlamentari, dentro il suo Movimento, che da mesi osserva a distanza come un padre emigrato altrove: spesso in ansia, talvolta perplesso.

Ora che con la Lega è duello quotidiano e l’Europa dei Palazzi non pare più il primo dei nemici, nella pancia del M5S si riparla di Beppe Grillo. E di un evento per riaverlo a Roma, a metà dicembre. Anche per non dimenticarsi di lui, del fondatore che non è più il capo, perché ora a comandare secondo Statuto è Luigi Di Maio. Ma che resta pur sempre il garante e soprattutto la carta d’identità del Movimento che ora governa ma sente di aver perso un discreto pezzo di identità, tra concessioni al Carroccio nel nome del contratto di governo e battaglie archiviate in fretta (vedi il Tap). Così per alcuni c’è ancora bisogno del garante, come balsamo per lenire contraddizioni ed errori. Nonostante il pasticcio dello scorso ottobre, nella festa del Movimento al Circo Massimo, dove Grillo la combinò abbastanza grossa dal microfono: “Il capo dello Stato ha troppi poteri, e questo non è più in linea con il nostro modo di pensare”.

E il M5S passò il resto della domenica a smentire e a precisare che “abbiamo piena fiducia in Mattarella”. Quasi due mesi dopo, il fondatore potrebbe riapparire a Roma nella sua consueta base, l’hotel che si affaccia sui Fori Imperiali. E l’occasione sarebbe un evento previsto tra il 15 e il 18 dicembre, una sorta di festa in cui Grillo incontrerebbe parlamentari e ministri. “Una serata per rimettere in sintonia Beppe con molti dei nostri” riassume un veterano. Ossia per far sentire al fondatore che il M5S non è diventato una creatura per lui lontana, aliena.

Però è evidente che la calata romana di Grillo, se confermata (il fondatore è volubile, lo sanno tutti) servirebbe anche per ridare un po’ di verve e spirito di squadra agli eletti. “Dobbiamo ripartire” è il senso di tanti discorsi che echeggiano dentro le Camere. E per riuscirci bisogna recuperare terreno nei confronti della Lega, a cui quasi tutti sentono di aver sacrificato troppo, se non nella sostanza dei provvedimenti quanto meno a livello di immagine pubblica. E quel distacco di quasi nove punti nei sondaggi con il Carroccio racconta che c’è molto di vero, nella paura diffusa. Per renderla meno opprimente, potrebbe servire anche un Grillo pre-natalizio. Anche se il garante non era e non è affatto antipatizzante nei confronti del Carroccio. Anzi, raccontano che sia molto incuriosito da Matteo Salvini. Però non c’è solo la teoria, quando si parla del fondatore: che cerca di farsi sentire, su certe nomine. Per esempio, è tra i fautori di Marcello Minenna alla guida della Consob. E non solo. Nelle ultime ore ha manifestato la sua “amarezza” per i servizi de Le Iene sul padre di Di Maio. Perché non sarà più il capo. Ma i 5telle fanno pur sempre rima con Grillo.

Legge Bilancio, passa da 16 a 31 milioni il fondo del Viminale

Raddoppiato il Fondo per il gabinetto del Viminale a disposizione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che passa dagli attuali 16 milioni di euro a 31 milioni, così come è contenuto in un emendamento governativo alla legge di Bilancio, sotto la lente della Commissione europea.

Si tratta – spiegano fonti del Viminale –, di un fondo di riserva nella disponibilità del ministro per corrispondere a eventuali carenze che si dovessero manifestare nel corso dell’anno. Si tratta, ad esempio, delle spese di funzionamento, quelle per gli affitti, per gli alloggi, per il carburante o per gli strumenti.

Nel 2008, ricordano sempre al ministero, il Fondo ammontava a 100 milioni di euro e da allora è stato via via sforbiciato del 73% fino ad arrivare a una disponibilità di 16 milioni di euro.

L’emendamento governativo alla legge di Bilancio proposto punta, quindi, a una netta inversione di tendenza che, aggiungono le fonti, “conferma l’attenzione del ministro Matteo Salvini a garantire la funzionalità della macchina del Viminale” con il raddoppio del fondo a disposizione.

Il metodo Mattarella e le Élite Manichee

In mancanza di un’opposizione incisiva, per settimane le speranze delle élite rigorosamente anti-populiste di questo Paese hanno sperato nel capo dello Stato per radere al suolo, non per correggere o arginare, l’odiata manovra gialloverde e da lì costruire percorsi alternativi di governo alquanto irrealistici. Di qui il pressing in nome dello spread e la previsione di catastrofi modello Apocalisse, soprattutto dopo la bocciatura dell’Ue. Due quotidiani d’establishment hanno persino paventato la minaccia, giorni fa, che il presidente della Repubblica non avrebbe firmato la manovra. Invece l’Apocalisse non c’è stata e Mattarella ancora una volta ha confermato la linea del suo mandato presidenziale: fare l’arbitro e segnare una netta rottura con l’interventismo del predecessore. L’ultima prova in queste ore, dopo la rivelazione del Fatto

di un incontro riservato tra il capo dello Stato e il vicepremier Luigi Di Maio giovedì scorso.

In pratica, il Colle ha messo in campo la classica moral suasion come vuole la prassi costituzionale di decenni di vita repubblicana. Eppure per coloro che non si rassegnano all’esito elettorale del 4 marzo scorso, brutto o bello che sia, il presidente avrebbe dovuto incarnare il ruolo di capo dell’opposizione, vista l’inconsistenza del Pd attuale, e bastonare i cattivi del governo Conte. Ma Mattarella il suo metodo lo annunciò tre anni fa, quando venne eletto, e da lì non si è mosso. Anche per una questione di numeri parlamentari, i tempi del Colle che commissaria la politica e s’inventa governi tecnici su ordine dell’Europa sono finiti. Ai populisti viene spesso rinfacciato un cupo manicheismo che divide il mondo in due, gli onesti e i disonesti e così via. A loro volta, però, le élite hanno commesso lo stesso errore con il loro pregiudizio che martella tutti i santi giorni. E tra opposti manicheismi risalta ancora di più il ruolo decisivo del capo dello Stato. Un arbitro, non un tifoso.

Strasburgo, nessuna sentenza su B.

Non sapremo mai se Silvio Berlusconi sia stato un perseguitato politico, come ha sempre sostenuto l’ex Cavaliere o se, invece, come la pensano in diversi, giuridicamente parlando, sia stato espulso dal Senato e dichiarato incandidabile secondo giusta legge, la Severino, dopo la condanna definitiva per frode fiscale nell’agosto 2013 (processo Mediaset).

Ieri, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (Cedu) ha deciso di “cancellare dal ruolo” il ricorso di Berlusconi, “tenendo conto di tutti i fatti del caso e in particolare della riabilitazione del richiedente l’11 maggio 2018, così come del suo desiderio di ritirare la denuncia”.

La Corte ha deciso di non emettere sentenza nonostante avesse già svolto, prima dei desiderata di “mister B”, diverse camere di consiglio in seguito all’udienza che si era celebrata ben un anno fa. I 17 giudici presieduti dalla tedesca Nussberger, a maggioranza, hanno ritenuto che non ci fossero “circostanze particolari relative al rispetto dei diritti umani” che richiedessero “la prosecuzione dell’esame”. I suoi legali, Coppi, Ghedini, Saccucci e Nascimbene hanno fatto passare la richiesta di non procedere del leader di FI come il gesto nobile di un padre della Patria: “Una condanna dell’Italia avrebbe comportato ulteriori tensioni nella già più che complessa vita del Paese, circostanza che il presidente Berlusconi ha inteso assolutamente evitare”.

Tra un attacco ai giudici “comunisti” e un’accusa di “complotto politico-giudiziario”, Berlusconi da subito aveva puntato a Strasburgo per poter nuovamente candidarsi. Il suo ricorso risale al 10 settembre 2013, un mese e una manciata di giorni dopo la condanna della Cassazione. Sapeva benissimo che i tempi sono lunghi, forse non così biblici, a dire il vero, ma intanto ha usato la carta della violazione dei diritti umani per provare ad avere ancora un peso politico, sempre con l’occhio attento alle aziende di famiglia.

Nel ricorso si era puntato sulla non retroattività della Severino, vista come una legge penale e non come una sanzione amministrativa. Ma per la Commissione di Venezia, un organismo consultivo della Cedu, le sanzioni sono amministrative e legittimamente disposte dal legislatore. Un ragionamento già sostenuto da una sentenza della Corte costituzionale italiana. Uno dei legali, l’inglese Edward Fitzgerald, l’anno scorso aveva rievocato persino i gladiatori: “Berlusconi è stato privato del suo seggio con un voto in un Senato composto a maggioranza da suoi avversari: non era giustizia ma un anfiteatro romano…”. Quattro mesi dopo quell’udienza, senza verdetto, in Italia ci sono state le elezioni e il condannato Berlusconi non si è potuto candidare ma a maggio la buona novella è arrivata dalla tanto vituperata magistratura milanese: la riabilitazione che gli permette di ricandidarsi anche se resta un delinquente. Dunque, Strasburgo non serve più, soprattutto non conviene affatto rischiare di avere torto. Di non poter usare più l’arma elettorale del perseguitato. Meglio battere la ritirata da Strasburgo. Ed è stato accontentato. Davanti alla Cedu, contro gli effetti della Severino, pendono ancora i ricorsi, del 2013, di Marcello Miniscalco, fuori dalla corsa elettorale in Molise e del 2016, dell’ex presidente del Veneto ed ex parlamentare di FI Giancarlo Galan, che in seguito a un patteggiamento per corruzione è decaduto da deputato.

Riecco la “flessibilità” per ritardare lo stop Ue

La Commissione europea attende gli sviluppi sulla manovra italiana e finché non riceverà novità sostanziali dal governo, l’iter che conduce alla procedura d’infrazione, avviato mercoledì, andrà avanti. Nel frattempo la strategia dell’esecutivo prende una, seppur parziale, forma che in sostanza non si discosta molto dalle trattative già viste con i governi Renzi e Gentiloni: chiedere lo scorporo delle spese eccezionali dal disavanzo. Con la differenza che in questo il deficit finale non cala rispetto all’anno precedente. Un meccanismo che, senza concessioni sulla cornice della manovra, difficilmente consentirà all’Italia di evitare la procedura.

La sintesi, brutale, è questa. Dopo l’apertura del dialogo con la Commissione, il governo punta a mostrare un deficit più basso del 2,4% del Pil previsto dalla manovra nel 2019. Il primo passo è ottenere risparmi sulle misure più costose, il Reddito di cittadinanza e Quota 100 (la revisione della Riforma Fornero), che valgono 16 miliardi. I tecnici del ministero del Lavoro hanno calcolato che facendo partire la prima misura dal primo aprile, invece che a gennaio, si risparmierebbero 2,2 miliardi (sui 9 previsti). Su Quota 100 invece si vogliono fissare alcuni paletti – dal divieto di cumulo per 5 anni tra pensione e lavoro alle finestre temporali spostate verso la seconda metà del tempo – che dovrebbero disincentivare i potenziali beneficiari, riducendone la platea. Qui i risparmi ipotizzati valgono 1,7 miliardi. Tirate le somme, si arriva ai 3,6 miliardi, lo 0,2% del Pil che il governo vuole spostare sugli “investimenti”. Dietro la formula c’è in realtà l’intenzione di usare queste risorse per le “spese eccezionali”, dalla manutenzione stradale al dissesto idrogeologico e chiedere a Bruxelles di scorporarle dal calcolo del deficit. Che in questo modo passerebbe dal 2,4 al 2,2% del Pil. In teoria le regole europee prevedono questo meccanismo, già concesso in passato al governo Renzi per gli eventi sismici. Nella pratica, tutto è affidato alla valutazione della Commissione. Serve, in sostanza, un accordo politico. I segnali sembrano buoni, il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici ha spiegato ieri che “il dialogo con l’Italia è buono. Cercheremo insieme delle soluzioni, ma bisogna che le cose si muovano. E ci sono evoluzioni necessarie”. Già dopo la prima bocciatura della manovra il governo aveva modificato il Documento di bilancio inviato a Bruxelles inserendo 3,6 miliardi, un altro 0,2% del Pil, di “spese eccezionali” per il dissesto nelle regioni colpite dall’emergenza maltempo, oltre a un miliardo per la messa in sicurezza delle infrastrutture autostradali (compreso il Ponte che a Genova sostituirà il Morandi). Ma nel rapporto stilato mercoledì, Bruxelles si era mostrata assai scettica. Non è chiaro cosa sia cambiato. Questo meccanismo permette al governo di rimodulare le voci di spesa della manovra, senza ridurla. Bruxelles non vuole uno scontro totale ma per arginare le pressioni di molti Paesi serve di più, ridurre il deficit anche formalmente. Il governo, per ora, non vuole modificare la dimensione della manovra. “Non manderemo un nuovo documento di Bilancio”, ha spiegato ieri Salvini. In realtà è l’opzione finale in caso non si trovi l’accordo.

Intanto la procedura di infrazione va avanti. Giovedì gli sherpa finanziari dei Paesi Ue daranno il via libera alla Commissione (c’è già una bozza di parere favorevole). Poi la palla passerà all’Ecofin. I tempi, con la trattativa, si allungano. Il governo spera di scavallare le elezioni europee di maggio e rinviare la correzione al 2020. Il mercato è in attesa, con lo spread che ha chiuso stabile a 294 punti. La trattativa ha oscurato un evento rilevante: la commissione Economia dell’Europarlamento ha bocciato l’inserimento del Fiscal compact nel diritto dell’Ue. Oltre ai socialisti, hanno votato contro i verdi e la sinistra. Che esultavano: “La camicia di forza dell’austerità sarebbe diventata la legge dell’Ue”. Per ora, resta la legge di fatto.

“Fatima era un puntino rosso, io voglio darle voce”

“Io ho pensato che questa storia sia accaduta a me perché questa storia andava raccontata”. Mentre domenica si celebrava la giornata contro la violenza sulle donne, la vita di due donne tra loro sconosciute si incrociava tragicamente sul binario di una stazione. La città è Pontedera. Le due donne si chiamano F. e Fatima. F. è una macchinista. Fa questo lavoro considerato da uomini (secondo gli ultimi dati le macchiniste donne in Italia sarebbero 63 su 7800) e lo fa da tanti anni. Domenica pomeriggio è alla guida di un treno vuoto, sta effettuando uno spostamento di servizio. Con la coda dell’occhio vede un guizzo, qualcosa di rosso che si muove veloce. Poi sente una botta secca. Capisce. Si è concretizzata la sua paura di sempre, quella che l’ha accompagnata dal primo giorno in cui ha iniziato questo lavoro. Sono le 17. Pochi attimi prima, in stazione, una ragazza sbuca da un sottopassaggio. Corre veloce tra le persone che aspettano il loro treno. Ha 18 anni, si chiama Fatima, è di origini marocchine e ha una vita difficile. È incinta di tre mesi e non vuole più vivere. Nessuno fa in tempo a fermarla. Si lancia sotto quel treno “senza passeggeri”, come scriveranno tutti.

Ed è vero che su quel treno non c’erano passeggeri, ma c’era una donna che lo stava guidando. Che si è fermata 400 metri dopo, che ha capito subito, che ha visto per un attimo quella cosa rossa, che ha sentito il tonfo secco sulla fiancata. Perché quando qualcuno si lancia sotto un treno – non ci si pensa mai – c’è anche qualcuno che viene investito in un altro modo, dal dolore di chi non poteva fare nulla ma che era comunque lì, alla guida di quel gigante di ferro che non lascia scampo. E infatti Fatima, col suo bambino in pancia, muore subito. Muore il 25 novembre, il giorno in cui si dice basta alla violenza sulle donne, lei che alle spalle aveva un’esistenza di maltrattamenti e solitudine. Ricostruire la sua vicenda non è facile. Pare che Fatima, tempo fa, avesse denunciato una prima volta maltrattamenti in casa e che fosse stato attivato il codice rosa. Aveva iniziato un percorso protetto in una struttura per minori nel centro di Pontedera. Poi aveva riallacciato il rapporto con la famiglia, era tornata a casa, ma dopo un po’ era ancora al pronto soccorso. Aveva denunciato nuovi maltrattamenti. Si era riattivato il percorso protetto nella casa famiglia. Nel frattempo, fuori da lì, aveva conosciuto dei ragazzi che spacciavano, che avevano una cattiva influenza su di lei, così giovane, così problematica. La struttura aveva fatto in modo che venisse trasferita lontana da Pontedera. Laggiù Fatima era diventata maggiorenne. Era andata via. A quel punto in quel brutto giro, rimane incinta di un ragazzo. Da questo momento in poi la vicenda si fa fumosa. Pare che lui finisca in galera. Quel che è certo è che lei resta sola. Senza più riferimenti, senza la famiglia di origine da cui tornare, senza più nulla.

“Una donna subisce violenza non soltanto tramite la meschina aggressione fisica e l’intimidazione verbale, ma pure attraverso il silenzio subdolo della solitudine; soprattutto nei momenti in cui le avversità della vita avvelenano le radici già deboli della speranza”, ha scritto ieri il sindaco di Pontedera Simone Millozzi su Facebook, nel ricordare Fatima. E poi c’è lei, F., la macchinista. “Ho visto questo puntino rosso che si faceva spazio tra la folla. Pensavo che il rosso fosse il colore dei suoi capelli, invece ho saputo dopo che era il velo…”, mi racconta quando la contatto. È ancora scossa. Non cerca attenzione per se stessa, mi chiede di rimanere anonima. “Io mi ero preparata tanto a questa eventualità, quando si decide di fare questo mestiere è qualcosa che si mette in conto, ma è una cosa che sappiamo, che ci diciamo con pudore tra colleghi. Al di fuori non ci si pensa mai”. “Quando si parla di suicidio sotto un treno si associa il fatto al convoglio, ma c’è qualcuno che lo guida questo treno. C’è una persona che in qualche modo è vittima assieme a chi muore. Certo si sopravvive, ma il trauma è forte”. F. ha la voce rotta dall’emozione. Mi dice che nel ricordare l’incidente, subito dopo l’impatto, ha un buio di qualche secondo. Che il collega che era con lei sul treno le ha raccontato che si è alzata in piedi, ha dato un pugno sul banco di manovra e ha gridato “Si è ammazzata!”. Poi F. mi dice una cosa straziante e bellissima. “Sai, io dopo arretrando col treno ho visto la calce sul marciapiede, sono stata male. Non volevo neppure sapere troppo di questa persona, mi dicevano che era meglio così. Poi ho letto la notizia sui siti, sui giornali, la storia di questa ragazza incinta di 18 anni. Allora ho pensato che fosse destino. Io non dovevo essere neppure lì a quell’ora, avevo tardato, il treno aveva subito un guasto. Doveva capitare a un altro macchinista. Invece è capitato a me. Ero l’unica donna che lavorava domenica nella mia regione. Non potevo salvarla – andavo a 130, come facevo – ma forse è capitato a me – a una donna – perché io potessi dare voce alla storia di questa ragazza. E in fondo anche un po’ a quella di noi macchinisti che senza poterlo evitare, ci troviamo coinvolti in queste tragedie, senza che si sappia mai”.

Dico a F. che a voler credere alle strane coincidenze, tutto questo è capitato domenica, in un giorno in cui si celebravano le donne, il loro diritto a una vita felice. “L’ho pensato. Così come ho pensato alle cose orribili che avevo letto su una pagina fb proprio domenica a commento di questa notizia. C’erano persone che rimproveravano la ragazza perché non aveva abortito, perché non aveva preso la pillola, frasi crudeli. Io invece, da donna, penso ad altro: penso che magari questo bambino un giorno sarebbe potuto essere la sua gioia, la sua risorsa, ma lei era così giovane e non lo sapeva”. F. non poteva salvarla, ma ha potuto ricordarla. Ha potuto dare voce alla storia di una ragazza infelice, la cui morte ha trovato a malapena spazio nelle cronache locali, mentre i treni e le vite di tutti hanno ripreso il loro traffico regolare.

Faccia a faccia tra vicepremier e direttore di Rep

Luigi Di maio e Mario Calabresi, l’uno di fronte all’altro a Di Martedì. Dopo settimane di scontri, il vicepremier e il direttore di Repubblica si ritrovano l’uno di fronte all’altro. E Di Maio attacca, mostrando alcune prime pagine. Alcune di Repubblica, con presunti errori contro il M5S (tra cui l’avergli attribuito un messaggio su Raffaele Marra riportandone in modo erroneo il testo) e una prima pagina del Fatto, in cui si raccontava della “soffiata” di Renzi a De Benedetti sull’approvazione del decreto sulle banche popolari. “Questa notizia non l’avete messa in prima pagina perché era il vostro editore”, accusa il capo dei 5Stelle. E Calabresi risponde: “Quella notizia è stata passata a tre giornali, noi l’abbiamo messa appena ricevuta”. Ma dopo si passa al caso del lavoro in nero nell’azienda del padre di Di Maio. Mostrano il durissimo video di Maria Elena Boschi, e il grillino risponde: “Boschi è andata alla Consob e in Unicredit per aiutare il padre, Renzi e Lotti si occuparono di Consip. Io non ho coperto mio padre”. Poi sostiene: “Ciò che è successo non lo conoscevo, mio padre non mi ha detto che oltre a un operaio c’erano altri casi”. Soprattutto, annuncia: “Io e mia sorella a fine anno chiuderemo l’azienda in cui siamo subentrati”.

“L’operaio delle ‘Iene’ è del Pd”, ma la notizia è una fake news

Additato su Facebook di essere l’operaio protagonista del servizio de “Le Iene” che ha detto di aver lavorato in nero per il padre del ministro Di Maio, e ricoperto in breve tempo di offese. È quanto denuncia sul social network il capogruppo Pd in Consiglio regionale della Toscana, Leonardo Marras, pubblicando una serie di immagini del post artefatto che lo vede involontario protagonista di una fake news e dei molti commenti offensivi ricevuti. La pagina facebook ‘incriminata’, che riporta il logo “Noi con Boldrini” e un’immagine di Marras e altri esponenti Pd con sopra il logo del Movimento 5 stelle e la scritta “Questo le Iene non lo hanno detto, l’operaio che ha accusato il padre di Di Maio era candidato nel Pd nel 2014”, è stata pubblicata due volte lunedì sera intorno alle 19 e ha avuto quasi diecimila condivisioni. Ieri mattina il messaggio è stato modificato, lasciando l’immagine e con un nuovo testo che ora riporta: “Ho condiviso questo post, basato sul nulla, perché sono un c… grillino”, messaggio che ora appare sopra il post nelle bacheche di chi lo ha condiviso. “Quanto ci vuole per finire nella macchina del fango dei moralisti da tastiera? – scrive Marras.

Le carte al renziano per l’indagine da “bucare”

Un plico con il frontespizio dei decreti di perquisizione e l’elenco dei finanzieri che li avevano eseguiti. È il 21 marzo scorso quando Antonio Moretti e Marcello Innocenti – imprenditori del tessile, entrambi accusati, dalla procura di Arezzo, di associazione per delinquere finalizzata all’autoriciclaggio – decidono di inviarlo a tale “Beppe”. Da giorni l’obiettivo è carpire notizie sull’indagine in corso. E il Beppe in questione – secondo l’accusa – è Giuseppe Fanfani, in quel momento membro del Csm in quota Pd, ex sindaco di Arezzo, politicamente vicino a Matteo Renzi e anche alla famiglia Boschi che ha difeso, in qualità di avvocato, per le vicissitudini giudiziarie legate a Banca Etruria. Il punto è che anche la famiglia Moretti da un lato porta a Tiziano Renzi e dall’altro alla famiglia Boschi. Il nome chiave, per comprendere questo snodo, è Luigi Dagostino. La Mora Real Estate dei Moretti, nel 2015, entra in affari con Dagostino, acquistando per 430mila euro, dalla Nikila Invest, una partecipazione in Egnazia Shopping Mall srl. È lo stesso Dagostino che, intercettato dalla procura di Firenze, nell’inchiesta che vede a giudizio i genitori Matteo Renzi per un giro di fatture false, dice: “A me se il padre del presidente del consiglio, che a quell’epoca era in voga, mi viene a chiedere un lavoro e mi fa un preventivo (la fattura, ndr) non è che mi metto a chiacchierare di qualche migliaia di euro in meno….”. E poi: “Lo so benissimo che questo (il progetto fornito dalle società di Tiziano Renzi e della moglie Laura Bovoli) è un lavoro che valeva massimo 50-60-70 mila euro, ma se tu me ne chiedi 130 e sei padre del presidente del consiglio mi possono mettere a discutere con te…. Che cosa ti chiedo ‘fammi lo sconto?’”.

Per l’accusa le fatturazioni false erano legate al progetto di ampliamento dell’outlet della moda The Mall. Anche Moretti è collegato al The Mall e, proprio con Dagostino, prova a crearne uno vicino Sanremo. E anche l’ex presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, entrerà in società con Dagostino per l’affare The Mall. Fanfani, di Banca Etruria, da sindaco di Arezzo, non è stato soltanto il difensore politico, ma anche il legale che s’è occupato di Boschi senior. Fin qui i collegamenti cittadini, politici e societari che nulla hanno a che vedere con l’indagine, ma spiegano la caratura dei protagonisti. Quel che emerge dagli atti, invece, è che Antonio Moretti e Marcello Innocenti – per entrambi sono stati disposti gli arresti domiciliari cinque giorni fa – per bucare l’inchiesta della GdF puntano su Fanfani: pensano di consegnargli il plico con gli elementi essenziali dell’indagine che li riguarda. Al Fatto Quotidiano risulta qualcosa in più: quel plico gli è stato poi recapitato. Perché lo inviano proprio a lui? Interpellato dal Fatto, non appena gli citiamo la data “marzo 2018”, Fanfani chiude la comunicazione: “Non voglio parlarne. Non mi costringa a chiudere il telefono”. Il punto è che proprio a marzo – era il 21 – Moretti e Innocenti decidono di inviargli il plico in questione. “C’è il riepilogo?”, chiede Moretti. “Sì, tutti i finanzieri che sono stati impegnati”, gli risponde Innocenti. I due sembrano distinguere i plichi: “Per la Finanza”, dice Innocenti. “Mentre questo è per Beppe”, continua Moretti. Il riferimento alla Finanza si spiega in questo modo: l’imprenditore, secondo l’accusa, già dai primi di marzo – come anticipato ieri da La Verità – prova a contattare esponenti della Gdf per ottenere informazioni riservate: sia con l’ex comandante regionale della Toscana, il generale Michele Carbone, sia con il numero due della Gdf, il generale Edoardo Valente. Missione che a giudicare dagli atti fallisce miseramente: Carbone viene definito dagli indagati una “testa di cazzo” e anche da Valente non ricavano nulla. Pare che vogliano provarci anche con l’ex generale Michele Adinolfi, ritenuto anch’egli vicino al Giglio Magico, che il 4 marzo viene raggiunto da una telefonata della compagna di Moretti, Paola Santarelli. La signora non è indagata né intercettata. E gli investigatori non conoscono il contenuto della telefonata. Al Fatto il generale in pensione spiega: “Non mi fu detto nulla riguardo nessuna indagine. Conosco la signora Santarelli da anni, di tanto in tanto ci sentiamo, in quell’occasione non la sentivo da almeno sei mesi e mi invitò a cena”. Ma la cena non si tenne mai: “Rinviammo – conclude Adinolfi – e non se ne fece più nulla”. Potrebbe essere il segno che Moretti ha trovato un altro canale. Gli investigatori – considerato che due settimane dopo inviano il plico a “Beppe” – vogliono capire se il canale individuato sia Fanfani (non indagato, ndr). Nello stesso giorno in cui parla con Adinolfi, Santarelli riceve una telefonata dall’ex ministro del Tesoro, Giancarlo Padoan, dal quale dipende la Gdf. Anche di questa conversazione non si conosce il contenuto. La coppia tenta forse di avvicinarlo per sapere qualcosa in più sulle indagini corso? Padoan al Fatto risponde che non intende commentare quella telefonata né rivelarne il contenuto. Quel che è certo, in base agli atti, è che uno dei plichi era destinato a Fanfani, all’epoca presidente della Prima commissione del Csm. E al Fatto risulta che gli fu consegnato.

Contro il lavoro nero non bisogna arretrare

La volontà forte di un “cambio di passo”, così il vicepremier Luigi Di Maio salutò la nomina a direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro del generale Leonardo Alestra, direttamente dalla Calabria “terra di mafia e capolarato”: per la prima volta, un carabiniere. “Un segnale contro il lavoro nero”, disse Di Maio.

Che il lavoro nero sia una delle piaghe dell’economia italiana è risaputo. Almeno 3,3 milioni di “lavoratori invisibili” per 77 milioni di euro di fatturato in nero all’anno (43 miliardi sottratti al fisco), secondo la Cgia di Mestre. Sappiamo pure che è la Campania del vicepremier Di Maio – con i suoi 382mila lavoratori irregolari che producono un Pil in nero pari all’8,8% di quello regionale – a detenere il record di maxi-sanzioni dell’Ispettorato per irregolarità riscontrate nelle imprese. Secondo il Rapporto annuale della viglianza dell’Ispettorato nazionale del lavoro, i controlli svolti nel 2017 raccontano di un lavoratore in nero ogni tre aziende controllate su scala nazionale. E i lavoratori irregolari sarebbero cresciuti del 36% rispetto al 2016. Per il lavoro, è chiaro e il vicepremier e ministro Di Maio lo sa bene, esiste un’emergenza legalità. Il nero finisce per essere considerato un ammortizzatore dell’economia, o un surrogato del welfare: e la crisi economica è diventata un alibi per tollerare l’illegalità, specie al Sud.

Poche settimane fa è stato arrestato il capo dell’ispettorato della Campania, per aver favorito aziende in cambio di un posto di lavoro al figlio. “È finito il tempo delle mele marce” ha detto Di Maio. Mele marce sono anche quegli imprenditori che fanno concorrenza sleale, non versando i contributi ai propri lavoratori, o peggio, chiedendo il silenzio sugli infortuni in cantiere. Va riconosciuta al vicepremier la non facile presa di distanza verso il padre. Perché sul lavoro nero, un ministro del Lavoro non può far passare il messaggio che sulle ispezioni si arretri. Anche se a partire dalla ditta di famiglia.