Non tutti i padri sono uguali: conta cosa fanno sfruttando la posizione dei figli

Di Maio ha annunciato che entro la fine dell’anno venderà, insieme alla sorella, la società Ardima Srl. Una scelta opportuna e non scontata che il Fatto aveva sollecitato ieri in un articolo basato su considerazioni ovvie.

Finora grazie alle inchieste de Le Iene è emerso che l’azienda dei genitori del vicepremier ha usato tre o quattro lavoratori in nero 9 anni fa, quando Luigi Di Maio non era un politico e non aveva ruoli nell’impresa. Però il Fatto ha sottolineato ieri anche che l’azienda, in senso tecnico, cioé il complesso dei beni organizzati per fare impresa, è passato nel 2014 a Luigi e alla sorella.

Grazie alle perforatrici, alle betoniere, all’autocarro ma soprattutto grazie all’avviamento dell’azienda donata a Luigi e Rosalba Di Maio dai genitori, il capitale della Ardima Srl è salito di 80 mila euro. Poiché quel valore sarebbe stato creato anche grazie al lavoro nero del passato, Luigi Di Maio, pur non essendo provata una sua responsabilità diretta, deve cedere le quote. Questo avevamo scritto ieri. Però di qui a dire che, dal punto di vista dell’etica pubblica, Luigi Di Maio sia paragonabile a Maria Elena Boschi e Matteo Renzi ce ne corre.

Il punto vero non è ciò che ha fatto papà Di Maio ai lavoratori ma ciò che ha fatto Luigi – grazie al suo ruolo – per il papà o per la sua azienda. Il punto non è se sia più grave il comportamento con i lavoratori di papà Renzi o di papà Di Maio ma ciò che ha fatto il papà di Di Maio per sé stesso, per i suoi amici o per la sua famiglia grazie al ruolo di Luigi. Da questo punto di vista, almeno finora, le situazioni sono diverse.

Matteo Renzi è stato assunto dall’azienda del padre e della madre nel 2003 alla vigilia della sua candidatura con certa elezione alla Provincia di Firenze. Grazie a quell’assunzione Matteo ha avuto 9 anni di anzianità contributiva e un tfr invidiabile a spese della provincia e poi del Comune con il giochino dei contributi figurativi pagati dall’ente locale mentre il presidente della Provincia poi eletto sindaco, restava in aspettativa nella società di famiglia. Quella furba assunzione permetterà a Matteo di andare in pensione 9 anni prima e gli ha già permesso di incassare decine di migliaia di euro sul conto per il TFR maturato dal 2004 al 2013.

Veniamo al babbo: Tiziano Renzi, secondo quanto ha riferito ai pm Luigi Marroni, ha chiesto all’amministratore di Consip di aiutare il suo amico Carlo Russo che voleva entrare nel gran ballo delle gare. Tiziano Renzi nega ma i pm credono a Luigi Marroni. Bene. Tiziano non avrebbe potuto fare quella raccomandazione a Russo se non avesse avuto alle spalle la carica del figlio.

Finora nessun pubblico ufficiale ha descritto un tentativo simile del padre di Di Maio per far ottenere a sé, alla sua azienda o a quella di un suo amico un incontro o un vantaggio, grazie al peso del figlio.

Non solo: Luigi Di Maio si è sottoposto alle domande delle Iene senza gridare al complotto e ha ammesso le colpe del padre. Mentre Matteo Renzi in privato nel 2016 non credeva al Babbo (che negava di ricordare di avere incontrato Alfredo Romeo) ma in pubblico non lo ha mai scaricato. Anche ora che i pm hanno finalmente scritto che ‘probabilmente’ quell’incontro tra il babbo e Romeo c’è stato a luglio 2015, Matteo non ha detto una parola critica sul padre. Anche Maria Elena Boschi, secondo l’allora numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni, gli chiese di comprare e quindi salvare la banca di cui il padre era vicepresidente.

Di Maio non ha chiesto a una grande società di comprare la Ardima di papà né ha partecipato a una riunione con un possibile acquirente. Mentre l’ex amministratore di Veneto Banca Vincenzo Consoli ha raccontato che il ministro Boschi fece capolino per pochi minuti a un incontro con i vertici di Banca Etruria e di Veneto Banca nella casa di famiglia nel 2014. Però non proferì parola. Un atteggiamento consigliabile anche oggi.

“Di Maio sr mi deve soldi” Luigi: “Chiudo l’azienda”

Da un lato Domenico, per gli amici Mimmo, operaio di Marigliano (Napoli). Dall’altro, l’azienda edile della famiglia del capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Ecco la causa che imbarazza Di Maio nella scomoda veste di ministro del Lavoro che dovrebbe combattere il lavoro nero e che si trova coinvolto, sia pure indirettamente (ha rilevato quote e pendenze dell’impresa familiare in un momento successivo ai fatti), in un processo relativo a vicende di lavoro nero. E proprio ieri sera a DiMartedì su La 7 Di Maio ha annunciato che lascerà le quote e chiuderà l’azienda in cui è subentrato.

Mimmo e l’azienda dei Di Maio – all’epoca la Ardima Costruzioni di Paolina Esposito, intestata alla madre e gestita dal padre del vicepremier, Antonio Di Maio – sono le parti in conflitto di una causa incardinata davanti al Tribunale del lavoro. Una causa vicina alla conclusione, sostiene Mimmo al Fatto: “Manca poco alla sentenza, il padre di Di Maio mi deve dei soldi, pagherà e tutto finirà: l’esito sarà sicuramente positivo per me”.

In primo grado, però, il giudice gli ha dato torto, ma Mimmo ha fatto ricorso e ora pende un giudizio di appello.

Mimmo è uno degli altri tre presunti muratori in nero (per tre anni, dice) nell’azienda dei Di Maio scoperti dalle Iene, oltre a quello, certo e acclarato con tanto di transazione, di Salvatore Pizzo, caso andato in onda domenica sera. Pizzo lamenta che per colpa di papà Di Maio non lavora da sette anni “e sono costretto a fare il venditore ambulante di accendini”. Ci sarebbero poi le storie di Giovanni, che avrebbe lavorato in nero per otto mesi, e di Stefano, ex dipendente in nero che alla vista degli ispettori del lavoro sarebbe stato costretto a scappare.

Tutte le vicende messe in piazza dalle Iene risalgono a un periodo dal 2008 al 2010. Fino a due anni prima che Luigi Di Maio si intestasse il 50% delle quote di Ardima srl (il restante 50% è della sorella Rosalba), la nuova società alla quale nel 2014 è stata conferita l’azienda materna, con relativi onori e oneri. Mimmo ora dice di lavorare al Nord e chiede tranquillità. Il suo processo è uno dei tanti che affollano le aule dei tribunali del lavoro: operai che sostengono di aver lavorato parte in nero e parte in chiaro – sarebbe questo il caso di Mimmo, e che chiedono il riconoscimento di spettanze e diritti.

Alle Iene Di Maio si è mostrato all’oscuro degli altri casi: “Io di questi nomi non so nulla, così come non sapevo nulla di Salvatore Pizzo: ho fatto le mie verifiche e mi sono messo a disposizione”. E quando gli chiedono se fosse sicuro che fosse solo Salvatore Pizzo a lavorare in nero, lui risponde: “Questo è quello che ho chiesto (al padre, ndr), lui mi ha detto del caso di Pizzo ed è finita lì”. E invece sarebbero di più, con grande stupore del ministro. Filippo Roma lo ha incalzato anche su un altro versante: tra i dipendenti in nero del padre potrebbe esserci anche Luigi? La curiosità nasce da vecchie rivelazioni dello stesso Di Maio, “spesso il ministro ha raccontato di aver lavorato d’estate in azienda”.

Figli & Gigli

Da quando i giornaloni presidiano la trincea della libera informazione improvvisamente minacciata dai barbari, non si sono mai viste tante bufale. Ieri s’è appreso che l’annunciatissima e attesissima sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, destinata a “riabilitare” e “risarcire” il delinquente di Arcore dopo tante persecuzioni e angherie, dall’ingiusta condanna per frode fiscale alla vergognosa applicazione retroattiva della legge Severino (da lui stesso votata) in Senato per “eliminare un avversario politico”, non poteva arrivare per un semplice motivo: B. quatto quatto, il 27 luglio aveva chiesto a Strasburgo di lasciar perdere, perché intanto aveva ottenuto dai generosissimi giudici milanesi la “riabilitazione” ed era tornato eleggibile. Motivo: l’accoglimento del ricorso “non avrebbe prodotto alcun effetto positivo” per lui, mentre il diniego avrebbe sbugiardato cinque anni di balle. E, per giunta, avrebbe creato un pericoloso precedente in caso di nuove condanne definitive per lui e i suoi cari: facendoli cacciare dal Parlamento senza più poterla menare sulla “retroattività” della Severino (che ovviamente è scritta retroattiva). Insomma: era così sicuro di avere ragione da temere che gli dessero torto. Spiace per il Giornale, che ieri, nel poco spazio rimasto nella prima pagina interamente dedicata ai crimini dei Di Maios, titolava: “Berlusconi ‘riabilitato’. Oggi la sentenza infinita”. Povera stella.

Messaggero e Foglio raccontano che la commissione per l’analisi costi-benefici delle grandi opere guidata dal professor Marco Ponti, ha “promosso”, con “disco verde” e “parere favorevole”, il Terzo Valico, ma Toninelli ha “secretato” nel “cassetto” il prezioso incunabolo. Ma è vero il contrario: la commissione ha bocciato il Terzo Valico, stabilendo che è inutile e dunque, malgrado i soldi già spesi per iniziarlo, converrebbe bloccarlo anzichè ultimarlo.

Il “caso Di Maio”, poi, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Perché smaschera cinque anni di censura sulle leggendarie imprese di babbo Renzi e babbo Boschi. E fa a pezzi la comica polemica dei renziani sui 5Stelle, accusati di difendersi a ogni pie’ sospinto col refrain “E allora il Pd?”. In realtà sono i renziani che, qualunque cosa accada nel M5S, vi si imbuca strillando “E allora noi?”, nel vano tentativo di pareggiare il conto degli scandali. Appena s’è scoperto che vari anni fa papà Di Maio aveva alcuni operai in nero, hanno subito alzato il ditino i Renzi babbo e figlio e la buonanima di Maria Elena Boschi per conto del genitore, seguiti a ruota dalla solita corte di twittatori.

Matteo per dire che il suo papà certe cose non le fa. Tiziano per chiedere di non essere paragonato a Di Maio sr. Maria Etruria per augurare a Di Maio sr. di non subire mai il trattamento che lei e famiglia subirono da Di Maio jr. Uno spasso. E fanno bene, a prendere le distanze, perché i loro paragoni – come spiega Marco Lillo a pag. 2 – non reggono. 1) Il padre di Di Maio non risulta indagato, mentre i genitori di Renzi e Boschi lo sono stati e ancora, in alcune indagini, lo sono. 2) Papà Renzi e papà Boschi avevano incarichi di pubblico rilievo, rispettivamente segretario del Pd a Rignano sull’Arno e vicepresidente-consigliere d’amministrazione della decotta Banca Etruria, mentre papà Di Maio è un privato cittadino. 3) Gli scandali Consip ed Etruria che coinvolgono i genitori di Renzi e Boschi risalgono al periodo in cui i due figli sedevano al governo della Repubblica Italiana, come premier e come ministra. Pier Luigi Boschi fu addirittura promosso da membro del Cda a vicepresidente della banca aretina due mesi dopo che la figlia salì al governo. I casi di lavoratori in nero in una società di papà Di Maio risalgono a diversi anni prima che Luigi diventasse vicepremier e ministro. 4) Nessuno avrebbe mai fatto ricadere su Renzi figlio e Boschi figlia le colpe dei rispettivi padri, se i due giovanotti non avessero giocato alcun ruolo in quelle vicende. Purtroppo la Boschi fece il giro delle sette chiese per salvare la Banca Etruria che stava per crollare in testa al babbo indagato (da un pm consulente del suo governo!), incontrando da ministra (ma non delle Finanze: delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento) l’ad di Unicredit, il vicepresidente di Bankitalia, il presidente di Consob e l’ad di Veneto Banca. Quanto a Consip, appena la Procura di Napoli iniziò a indagare sugli strani incontri di Tiziano Renzi e del fido Carlo Russo con l’ad Luigi Marroni (nominato dal premier Matteo) e con l’imprenditore Alfredo Romeo, interessato al più grande appalto d’Europa e pronto a retribuire i due possibili mediatori con 30 mila e 2.500 euro al mese, partì una fuga di notizie che avvertì dell’indagine e delle intercettazioni sia Marroni sia Tiziano, rovinando l’indagine. Soffiata che la Procura di Roma attribuisce a quattro fedelissimi di Renzi: i generali Del Sette e Saltalamacchia, il ministro Lotti e il consulente Vannoni. Il tutto mentre il governo Renzi varava un decreto incostituzionale (poi bocciato dalla Consulta) per imporre alla polizia giudiziaria di informare i superiori delle indagini in corso.
Perciò Renzi, Boschi e Giglio magico furono tirati in ballo nei casi Etruria e Consip: per ragioni non penali, ma politiche ed etiche legate a conflitti d’interessi reali e/o potenziali. Magari un giorno Di Maio farà un condono per il lavoro nero nella ditta paterna, o parlerà con banchieri e authority per salvarla dal crac, o i suoi fedelissimi spiffereranno a suo padre un’indagine per mandarla in fumo. Ma per ora non risulta nulla del genere. Quindi né Renzi né Boschi possono dire a Di Maio “sei come noi”. Che è una ben magra consolazione. Ma soprattutto è una balla.

Renault e Nissan, separati in casa

Carlos Ghosn è ancora in gattabuia e, probabilmente, l’ex gran capo di Nissan-Renault ci resterà finché continuerà a negare ogni addebito riguardo alla distrazione di fondi dall’azienda e alle false dichiarazioni a Borsa e fisco. Ma al di là della fine che farà l’ultimo grande puparo dell’automotive, la resa dei conti tra alleati è già cominciata. Nissan lo ha licenziato dopo tre giorni, Mitsubishi ieri, mentre Renault aspetta notizie dal Giappone per prendere provvedimenti. Solo l’ennesimo modo, diverso, di vedere le cose che rischia di smembrare una delle più longeve alleanze dell’auto.

I nodi stanno infatti venendo al pettine: la posizione subalterna di Nissan, che possiede solo il 15% di Renault mentre viceversa i francesi dispongono del 43% dell’azienda nipponica con relativi diritti di voto nel board, è ormai vissuta come insostenibile al quartier generale di Yokohama. Senza il collante e il potere di controllo del top manager, che non ha mai fatto mistero di voler trasformare l’Alleanza in una fusione vera e propria, le rimostranze giapponesi nei confronti della supremazia transalpina potrebbero, dopo anni, trovare risposta. Anche perché basterebbe che la quota di Nissan in Renault salisse al 25% per cancellare automaticamente i diritti di voto francesi (o che Renault scendesse sotto il 40% di quota in Nissan perché i giapponesi li acquistino). Riequilibrando così i rapporti di forza tra due alleati che oggi sembrano, più che altro, separati in casa.

Nuova Evoque, toccatele tutto ma non il look

Il design della nuova Range Rover Evoque? È diretta conseguenza dei numeri: in 8 anni di onorata carriera, il precedente modello è stato scelto da oltre 770 mila clienti. Un successo. Per questo il linguaggio stilistico della seconda generazione è piuttosto “conservatore”. Lunga 4,37 metri, la Evoque è cresciuta di un paio di centimetri nel passo (per 2,68 metri totali): ne beneficiano la spaziosità interna e la capacità di carico, che oscilla fra 591 e 1.383 a seconda della configurazione del divanetto posteriore. Le vere novità, comunque, sono sottopelle: si parte dalla nuova piattaforma costruttiva in alluminio per arrivare alle inedite motorizzazioni elettrificate.

All’interno vanno in pensione tasti e manopole: le principali funzioni di bordo si gestiscono tramite due display touchscreen da 10” installati in plancia. Mentre la strumentazione analogica è stata sostituita da quella digitale da 12,3”, completa di head-up display (proietta le principali informazioni di guida sul parabrezza, nel campo visivo del guidatore). A squarciare le tenebre ci sono i nuovi gruppi ottici a matrice di led.

Fanno parte del corredo tecnico gli ammortizzatori a controllo elettronico e la trazione integrale. Rivista l’intera gamma motori, ora dotata di tecnologia mild-hybrid. Le potenze delle unità benzina e diesel di 2 litri di cilindrata oscillano fra 150 e 300 CV, tutte con cambio automatico a 9 rapporti. In Italia la nuova Evoque sarà proposta con prezzi a partire da 44.500 euro per la diesel da 150 CV: in un secondo momento arriverà la più economica edizione con cambio manuale e trazione anteriore.

Audi A1 Sportback. Non chiamatela più piccola

Saltate le vecchie associazioni mentali su fasce, dimensioni e formule varie: contano le ambizioni di un marchio e il modo che ha di proiettarsi su auto più agili anche in città. Non è la sfida di un costruttore premium a farle più piccole, ma la capacità di offrire qualcosa di innovativo a chi scende da quelle più grandi. Certo, gli 800 mila esemplari venduti dalla prima generazione pesano, ma la svolta Audi A1 arriva ora con la seconda.

È lunga 403 centimetri, 5 in più della precedente, ma a cambiare è soprattutto l’amministrazione degli spazi a bordo, tanto che la distanza tra le ruote anteriori e posteriori cresce di ben 10 centimetri, da 246 a 256. Semplicemente è un’altra auto: ricalca nella filosofia la distribuzione dei volumi di una media compatta, meno femminile, perché spariscono le linee arcuata e arriva un design compatto che richiama e forse evolve la più grande A3, con un bagagliaio che sale da 270 litri a 335 litri. Difficile parlare di piccolo, tassativo pensare in avanti. Se l’elettronica non è solo uno strumento ma uno stato della mente, il marchio tedesco per voltare pagina ha scelto due schermi. Dietro al volante non poteva mancare Audi virtual cockpit, un display da 10,25 pollici che sostituisce la strumentazione tradizionale. Poi, sul cruscotto, l’impronta digitale di Audi A1: il touchscreen multimedia interface disponibile nelle due varianti da 8,8 o 10,1 pollici, entrambi con schermi ad alta risoluzione di tipo In-plane switching (Ips) come i migliori smartphone. Un centro di comando che riconosce la scrittura inserita a mano a mano con un dito, gestisce i comandi vocali utilizzando frasi naturali e permette di utilizzare la navigazione calcolando il percorso nel cloud, oppure in modo ibrido, “pescando” le informazioni più aggiornate dal web. Possibilità estese, guida appagante da auto matura, con un telaio che rappresenta l’evoluzione più dinamica della piattaforma Mq A0 comune al gruppo Volkswagen, ma con tratti decisamente più sportivi nella tenuta in curva e nella reattività dello sterzo.

E se è vietato parlare di piccolo, inutile poi discutere di gasolio. La nuova A1 segna per Audi l’avvio della exit strategy progressiva dalle motorizzazioni diesel verso il rightsizing a benzina, ovvero la scelta di cilindrate calibrate sul piacere di guida contenendo i consumi e affidandosi ad un filtro antiparticolato di serie. Audi A1 è già ordinabile nella versione Tfsi da 116 Cv abbinata al cambio manuale a sei marce o alla trasmissione S tronic a doppia frizione a 7 rapporti: i consumi dichiarati nel ciclo combinato corrispondono a 4,8 l/100 km. Si parte da 22.500 euro, dimensioni e formule contano sempre meno.

’O Diavolo, male e bene all’ombra del Vesuvio

Desideroso di battere nuovi sentieri artistici, Francesco Di Bella, ex frontman dei 24 Grana, ha intrapreso una carriera da solista per proiettarsi in una dimensione di più ampio respiro, seppur mantenendo il dialetto napoletano come lingua per esprimersi. Da qualche giorno è uscito il suo terzo disco ’O Diavolo, “figura carica di suggestioni, che ritroviamo nei vecchi pezzi blues e rock o nelle vecchie ballate folk”, che Di Bella utilizza come pretesto per raccontare il narcisismo e l’edonismo che caratterizzano la nostra società tecnologica ma disordinata, dove bene e male (crf. i social network) non sono mai stati così confusi. Composto da 9 brani (consigliati Canzone ’e carcerate ispirata da una poesia di Ferdinando Russo, “poeta a tempo perso, ma di mestiere propriamente cospiratore” e Il giardino nascosto) è un album tra il dub e il folk, sospeso tra i ritmi in levare e le tradizioni di casa nostra, che viaggia tra la Giamaica e il Mediterraneo, ma trova un comodo rifugio all’ombra del Vesuvio.

Mumford & Sons come i Coldplay? Forse

Quando si dice che il pop-rock non ha più alcun appeal nei confronti del pubblico contemporaneo, si dice una mezza verità. In realtà le band di successo ci sono. Peccato che siano quelle sbagliate. In questo senso, quella degli inglesi Mumford & Sons è una case history perfetta per questi anni. Partiti alla fine del decennio scorso come alfieri di una vaga idea di “nuova sincerità musicale” (con tanto di etichetta pubblicitaria da appiccicare sul brand “real music”, qualunque cosa volesse dire), hanno venduto milioni di dischi appiattendosi sempre più su un suono che una volta si sarebbe definito “da stadio” o “radiofonico”, ma che nei fatti è semplicemente la banalità fatta musica. Inizialmente considerati esponenti del milionesimo revival folk degli ultimi decenni, del genere suddetto hanno mantenuto esclusivamente le componenti più oleografiche e stucchevoli, annegandole in un format tanto “bombastico” quanto innocuo. Il quarto disco del gruppo vorrebbe nuovamente evocare genuinità di ispirazione fin dal titolo – Delta, parola che richiama istantaneamente radici blues – ma già la prima canzone (42) fa intuire che aria tira, con il suo liofilizzare l’attitudine all’inno dal sapore quasi gospel di band come Fleet Foxes e Arcade Fire. Cose già fatte e fatte meglio da altri, appunto, e persino l’archetipo al quale i Mumford & Sons si rifanno più esplicitamente (i Coldplay, e neanche quelli migliori) sembra di un altro livello. L’album viene presentato come una specie di “viaggio interiore” che segna l’inizio di una nuova fase nell’evoluzione musicale della band con il suo “mescolare rock, rap, elettronica…”. Una frase, quest’ultima, che ha smesso di essere interessante intorno all’89.

E infatti, all’ascolto, non significa assolutamente nulla. È il suono perfetto, anodino e drammaticamente “medio” per lo streaming e i network radiofonici (il ballatone Forever, che forse non avrebbero avuto il coraggio di incidere neanche i Foreigner). Un’ora di noia, lucidata e levigata a dovere, che rappresenta quanto di più distante da qualunque esemplare di “real music” esista in natura.

Van Morrison, profeta del blues a occhi chiusi

Se avesse la possibilità, Keith Richard prenderebbe volentieri il posto – anche solo temporaneamente – di Van Morrison: il cantautore nordirlandese ci sta abituando a due uscite all’anno di classici reinterpretati e qualche inedito a contorno dell’opera.

Con Roll With The Punches e Versatile nel 2017 e You’re Driving Me Crazy (aprile di quest’anno) e The Prophet Speaks in uscita il 7 dicembre, Van Morrison prosegue – coerentemente – in una splendida vitalità, tuffandosi a piene mani nei classici del blues, del jazz e del r’n’b, citando le sue influenze e i suoi maestri con grande umiltà e, soprattutto, divertendosi un sacco (citando il brano di Willie Dixon, “Amo la vita che vivo”).

L’energia e l’intimità emergono in contemporanea ascoltando l’ultima fatica del cantante e compositore, oggi 75enne: skippate le prime tracce e fermatevi su Worried Blues/Rollin’ and Tumblin’ di J.D. Harris, ipnotica e scarnificata all’osso, con un riff di tastiera diabolico e irresistibile e la voce leggendaria di Morrison a gettare benzina sul fuoco. “Sono entrato in contatto con il blues quando ero molto piccolo” racconta il cantante, “la cosa che amo di questo genere è che non devi esaminarlo, solo suonarlo. Non ho mai analizzato troppo la mia musica, la compongo e basta: è questo il modo in cui funziona il blues, è un’attitudine. Sono lieto di aver incontrato i più grandi: John Lee Hooker, Bo Diddley, Jimmy Witherspoon, Little Walter e Mose Allison. Li ho frequentati e ho assorbito ciò che facevano. Erano senza un grosso ego e mi hanno insegnato moltissimo”.

Oltre ai classici firmati John Lee Hooker (Dimples), Sam Cooke (Laughin’ And Clowin’) e Salomon Burke (Gotta Get You Off My Mind), ci sono sei nuove composizioni di Morrison: “È stato molto importante per me tornare a lavorare su nuovi brani, almeno tanto quanto lo è stato misurarmi con il blues che mi è sempre stato di grande ispirazione. Comporre musica è il mio lavoro, ma è l’opportunità di collaborare con grandi musicisti che lo rende ancora più piacevole”. Nel nuovo album l’artista collabora nuovamente con il polistrumentista Joey DeFrancesco e la sua band: Dan Wilson alla chitarra, Michael Ode alla batteria e Troy Roberts al sassofono tenore. Delle nuove composizioni, due in particolare si fanno notare: Spirit Will Provide riporta Morrison sui sentieri del misticismo e del fuoco interiore (“non è un mistero quando riesci a vedere in profondità, puoi vibrare a una frequenza più alta”) mentre la title-track si distingue per l’arrangiamento, soprattutto nella sua esplosione in coda, con un raffinato fraseggio tra strumenti, vetta assoluta del disco. Torna alla mente l’azzeccata cover di The Essential Van Morrison, con una foto dell’artista in bianco e nero, intento a suonare con gli occhi chiusi, come ogni grandissimo musicista suole fare quando è in sincrono con le note e il cuore.

“Affascinante e carismatico, mai prepotente”

“Grazie a lui, e accanto a lui, ho vissuto la mia prima serata degli Oscar; artista formidabile, definirlo un ‘maestro’ non è esagerato, anzi”, ricorda Vittorio Cecchi Gori.

Anno 1987, “L’ultimo imperatore”.

Cercavano un co-produttore minoritario, tutti gli altri grandi del settore avevano desistito, così Bernardo arriva da me: ‘Hai voglia di leggere la sceneggiatura?’. Non ci ho dormito la notte.

Per i dubbi?

No, per la bellezza: ogni pagina era un’immagine, una capacità unica di rendere plastiche le parole. La mattina successiva do il via libera, poi vado a Los Angeles e ne parlo con l’allora patron della Columbia, David Puttnam, anche lui entusiasta.

Nel 1988 la notte degli Oscar.

Mi siedo accanto a lui, e dopo il premio per la ‘scenografia’, pensava fosse finita lì: ‘Sono tutti tuoi: è l’antipasto’, azzardai.

Il vero trionfo.

Meritato e nell’aria: a Los Angeles era stato accolto da predestinato, il film era piaciuto tanto, non si parlava di altro.

Com’era lui?

Affascinante e carismatico, mai prepotente: era talmente alto nella sua arte da non aver bisogno di imporsi con modi inappropriati, come è capitato con suoi colleghi meno dotati. Ascoltava, valutava, poi sapeva quale strada intraprendere. (Si ferma un secondo) Era evidente il suo provenire da una famiglia di letterati, e da vero intellettuale si giostrava nella quotidianità.