“Era prodigioso come un uomo del Rinascimento”

Sua compagna a lungo, amica di una vita, attrice-icona di Prima della rivoluzione, Adriana Asti ricorda Bertolucci mentre dall’aeroporto di Parigi attende il volo per Roma. “Lui mi aspetta nella sua camera ardente. Abbiamo sempre mantenuto un legame fortissimo, anche dopo la separazione. La notizia che non c’è più non solo mi ha lasciato sgomenta, ma incredula: Bernardo non poteva morire. Non c’è stato un momento della sua vita in cui ha fatto pesare la sua presenza, che pure era ingombrante intellettualmente parlando. Stava male, ma non si è mai fatto compatire.

Che tipo di regista è stato per lei?

Abbiamo girato insieme solo Prima della rivoluzione che per me resta il suo capolavoro. E ne vado fiera perché questo film non solo mi fa sentire ancora più viva la presenza di Bernardo ma mi permette di rivedere me stessa dentro il suo cinema. Sul set era il più bravo di tutti, era prodigioso in ogni cosa che faceva, pensava e diceva.

Era così anche umanamente?

Assolutamente. Credo avesse quella rara qualità di unire una cultura vasta e profonda a una bellissima umanità.

Qual è stata la sorpresa più grande che le ha fatto?

Di morire. È finita un’epoca, è finito il 900 nel senso culturale del termine. Il suo talento era totale, come un uomo del Rinascimento. Ora forse il talento è sparso in più persone, ma quella sua unicità aveva dello straordinario.

Quella cena con Warhol a base di sushi e pettegolezzi osé

Pubblichiamo uno stralcio di “Cinema la prima volta. Conversazioni sull’arte e la vita” di Bernardo Bertolucci, edito da minimum fax nel 2016.

Luogo: Hyi Tan Nippon (Cinquantanovesima Strada Est, 129), un ristorante giapponese elegante ma semplice.

Andy Warhol: Ho visto il tuo film, Novecento. Non mi sono mai divertito tanto.

Bernardo Bertolucci: Ti è piaciuto?

AW: Da morire. Il miglior film che abbia mai visto.

BB: Ah, ti darei un bacio! A te darei un bacio, ma Vincent Canby lo ucciderei. Canby ha scritto un articolo per il Sunday Times e ha detto delle cose orribili!

AW: Alla proiezione ero seduto accanto a Jack Kroll di Newsweek. È piaciuto moltissimo anche a lui.

BB: Quando sei andato? L’hai visto al Lincoln Center?

AW: No, al Cinema Studio.

BB: Peccato. Il film è meglio vederlo con il pubblico in sala. È incredibile. Finisce per diventare un film popolare. Il pubblico torna com’era alle origini del cinema… quando era abituato a parlare durante la proiezione.

AW: Andrò a rivederlo a Washington. Mi sono innamorato di Gérard Depardieu. Lo trovo meraviglioso.

BB: Sai cos’è successo? Una cosa stranissima. Essendo un film popolare, il giudizio dei critici è come quello di un pubblico molto popolare. Un pubblico che quando guarda un film dice: “L’attore che fa il personaggio buono è un bravo attore. L’attore che fa il cattivo è un pessimo attore”. Anche i critici, e adesso anche tu, avete detto: “Gérard Depardieu è il più bravo perché è il buono della storia”.

AW: No, a me piace e basta. È veramente carino. Adesso è più magro che nel tuo film?

BB: No, ma riesce a dimagrire e ingrassare in dieci giorni…

Marina Schiano (vicepresidente esecutivo di YSL): Io voglio il sushi.

BB: Afrodisiaco?

AW: Queste cosa sono? Baby anguille?… Questo ha un sacco di iodio. Fa venire i brufoli, ma a me piace…

BB: Andy, che ne dici se incontrassimo il presidente Carter, passassimo un po’ di tempo con lui e gli facessimo vedere il film?

AW: Si potrebbe fare.

BB: È un contadino. Lo capirebbe.

Bob Colacello (direttore esecutivo di inter/VIEW): Vuoi andare alla Casa Bianca?

BB: Be’, sì, muoio dalla voglia! Tu sei andato a trovare Ford, no?

BC: Io sono repubblicano e Andy è democratico.

AW: Tutti quelli per cui voto, a parte Carter, hanno perso… Ah, avrei voluto che Novecento durasse di più così potevo starmene lì tutto il giorno. Posso vedere tutte le parti che hai tagliato?

BB: Hanno tagliato tutto, non sono stato io. La prima versione era bella. Era poliglotta.

AW: Il doppiaggio non è affatto male…

BB: Ci abbiamo messo un anno a scriverlo, poi un altro anno a girarlo, poi un altro anno ancora a montarlo, e poi abbiamo passato un anno a litigare. Ma adesso che siamo distribuiti qui in America, non sembra che ci sia voluto così tanto, e mi sento come se il film mi avesse abbandonato. Mi sento perso. (…) Ho visto un film in una sala incredibile. Era la sala Brut Fabergé. La conosci? È incredibile. A un certo punto dovevo fare pipì, ed è assurdo, perché se devi andare in bagno, c’è quest’uovo e le porte si aprono, e allora entri dentro l’uovo e quando l’uovo si chiude non sai più come uscirne… Credo sia tarda Pop Art.

AW: Fantastico. Credo l’abbiano disegnato circa sei anni fa.

BB: Ero lì a vedere un film che si chiama Tingler.

AW: Mai sentito. Dove lo danno?

BB: Non ne ho idea. Il bagno era meglio del film… Che vuol dire big cock in italiano: “cazzo grosso”?…

AW: Nel film quello di Gérard sembrava più grosso di quello di Bobby (De Niro). Gérard era più eccitato o che?

MS: No, ce l’aveva più piccolo. L’ho visto benissimo.

AW: Io l’ho visto meglio di te. Discutiamone.

BB: Nel film era più grosso perché…

MS: Piccolo, grande, piccolo, grande, piccolo, grande… ma che noia! Intervista pubblicata su inter/VIEW, New York, dicembre 1977

L’ultimo maestro del novecento

Si fatica a credere che con Bernardo Bertolucci se ne vada solo un regista raro, un autore eccelso, una star internazionale e non un pezzo di cinema. Una frazione importante di quelle sei lettere giustapposte, che sono le stesse in italiano, francese e inglese e perché l’abbiamo capito in lui e per lui, provinciale, cosmopolita, cittadino del mondo. Coniugabile, in quel tempo che ha saputo annusare meglio di chiunque altro, ma non aggettivabile, Bertolucci: refrattario a farsi attributo, insofferente alle attribuzioni, sostantivo a prescindere. Firma e sostanza. Prima di intenderne il volto, già bellissimo ragazzo, poi vissuto senza risparmio e quindi saggio senza volerlo, a profferire il suo nome, a rivolgergli il pensiero si vedono innanzitutto i film, le icone che ci lascia in dote: chi Il piccolo Buddha, chi L’ultimo imperatore, chi l’Ultimo tango e Brando-Schneider-il burro, e il Novecento di De Niro e Depardieu, e Il conformista, e The Dreamers e le tette imperiali di Eva Green, ognuno ha un titolo negli occhi, e spesso più d’uno. Perché Bertolucci era fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i film, che sono poi sogni realizzati: “Ma filmare è vivere, e vivere è filmare”, diceva. Il secolo breve si spenge nella sua lunga malattia, il Novecento del cinema italiano, e non solo, si conclude ieri, 26 novembre 2018: Bertolucci non prende commiato in prima persona singolare, al contrario, in immaginario collettivo, domicilio nazionalpopolare e residenza autoriale insieme. Se ne va l’ultimo superlativo assoluto, il Cinema maiuscolo per ambizione e per esito, intenzione e impatto, rigore e risonanza.

E mistero: nato il 16 marzo del 1941, a vent’anni vince il Premio Viareggio opera prima per il libro in versi In cerca del mistero. Figlio di poeta, Attilio, e poeta a sua volta, e subito carne e intelligenza circonfusi di cultura: Moravia, Morante, Enzo Siciliano, e Pasolini, che trasforma la passione, corta e 16mm (Morte di un maiale, La teleferica, girati nell’avita magione di Casarola sull’Appennino), del giovanissimo cinefilo Bernardo in praticantato professionale, facendone l’assistente su Accattone. Bertolucci è onnivoro, sgobbone, perfezionista, e determinato: in mezzo a tanti grandi non china il capo, non gode di luce riflessa, ma lavora alla propria grandezza. Sua e di nessun altro. Pasoliniana è l’opera prima La commare secca, non la seconda, Prima della rivoluzione: Bertolucci si smarca, è battitore libero, frainteso da Moravia, devoto a Rossellini (“Non si può vivere senza Rossellini”), ispirato da Stendhal (La Certosa di Parma). Si capisce quale sarà la sua cifra: letterato audiovisivo, arredatore d’esterni, architetto di psicologie, ingegnere di spirito. Non conosce confini – nel parmigiano la denominazione d’origine, universale l’indicazione geografica – e ravvisa i limiti solo per trasgredirli: BB è l’estensione del dominio della lotta per immagini, è la rivoluzione per altri mezzi e per il fine del Cinema. Alzando il pugno sulla sedia a rotelle eleva un’idea a potenza cinematografica: lui può.

Non vive, filma; non filma, vive. E quando muore, a 77 anni, di cancro, “la sua morte – osserva Marco Bellocchio – è anche un po’ la nostra che ci avvicina al ‘finale di partita’ di una vita che è stata, quasi per tutti, insieme commedia, dramma, tragedia e farsa”. Con lui piangiamo la nostra parte migliore, per riflesso condizionato: riconosciamo a Bertolucci l’adesione massima ai propri ideali, la continuità senza soluzione tra l’essere e il fare, l’Arte, insomma. Conforme solo a se stessa – Il conformista, 1970, tratto da Moravia ha le misure auree del capolavoro realizzato – e incandescente, e non per dire: al rogo l’osceno Ultimo tango a Parigi (1972) ce lo manda la Cassazione, risoluzione inaudita, e il marchio a fuoco sulla persona e sul cineasta BB è tanto indelebile quanto non misurabile. Con Novecento ha fatto la Storia, con L’ultimo imperatore ha conquistato nove Oscar e avocato a sé quel titolo. Non ha espunto l’amore (Il tè nel deserto, L’assedio), trascurato la forma (Partner), dismesso la società (La strategia del ragno, La luna, La tragedia di un uomo ridicolo), ha fatto della giovinezza un canto orfico, della gioventù un rito iniziatico, da Io ballo da sola a The Dreamers, fino all’ultimo Io e te del 2012: passavano le primavere, eppure, continuava a filmare coetanei. Non gli sono mancati i premi – due Academy Awards, i riconoscimenti alla carriera di Venezia, Cannes e Locarno – né tantomeno gli affetti – il fratello Giuseppe scomparso nel 2012, l’adorata moglie Clare Peploe, che “l’ha incoraggiato fino all’ultimo” (Bellocchio). Sopra tutto, non è mancato lui: è stato Bernardo Bertolucci per 77 anni. Non era facile.

 

Rapimento Romano, la tribù Orma collabora alle ricerche

Potrebbe esserci una svolta nella ricerca di Silvia Romano, la volontaria rapita qualche giorno fa in Kenya. La comunità dei pastori seminomadi che abita nella regione costiera di Kilifi non solo ha condannato il rapimento della cooperante ma ha dichiarato che parteciperà alla cattura dei responsabili. Un aiuto non indifferente, perché i pastori Orma conoscono molto bene la zona; gli anziani della comunità, secondo la televisione keniota Ntv, hanno chiesto a tutti di cooperare con la polizia. Proprio gli investigatori avevano fatto appello in particolare ai pastori, affinché sostenessero la squadra impegnata nelle operazioni di ricerca. Da ricordare che è stata offerta una ricompensa di un milione di scellini (circa 9.750 dollari) a chi fornirà informazioni che portino all’arresto dei tre sospettati. Il comandante regionale della polizia, Noah Mwivanda, citato dall’emittente, sostiene di avere informazioni per credere che la ragazza sia ancora in Kenya: “Ci stiamo avvicinando. Tutto indica che abbiamo quasi raggiunto i rapitori”. Probabilmente – ha sostenuto – la banda voleva portare Silvia in Somalia, ma tutte le strade possibili sono state chiuse.

Gilet gialli, aderiscono anche gli agenti “arrabbiati”

Adieci giorni dalla prima mobilitazione nazionale contro il caro-petrolio, i Gilet gialli cominciano a organizzarsi. È nata infatti una “delegazione” di otto portavoce: non sono “leader”, precisa il movimento in un comunicato, ma “messaggeri”. Lo scopo: avviare “un dialogo serio e necessario” col governo, dialogare con i media. Tra i membri della delegazione figura Priscillia Ludosky, 32 anni, venditrice di cosmetici online che lanciò la petizione su Charge.org contro il caro-carburante. In merito agli scontri di sabato Dior sugli Champs-Elysees ha denunciato il furto di 500.000 euro in gioielli, oltre un milione di euro in danni. I gilet, che si sono consultati su Facebook, avanzano rivendicazioni: abbassare le tasse, aumentare il minimo salariale, abolire il Senato e creare “un’assemblea cittadina” sulla transazione ecologica. Ogni decisione, precisano, dovrà essere sottoposta a “referendum popolare”. A Bruxelles, domenica, Emmanuel Macron ha promesso una “risposta economica e sociale alle classi medie e ai lavoratori”. Ieri, nella nuova legge sulla mobilità e contro l’isolamento delle campagne, il governo ha annunciato tra l’altro un investimento di 13 miliardi di euro fino al 2022 per la creazione di nuove linee ferroviarie locali. Nuovi annunci sono attesi oggi. Ieri alcuni poliziotti hanno denunciato la violenza dei casseurs: “L’uniforme non ci protegge dalla morte”, ha detto uno di loro su BFM Tv. Il collettivo di “poliziotti arrabbiati” ha anche lanciato un’operazione gilets jaunes police invitando tutti gli agenti a fotografarsi di spalle col gilet fluorescente e postare la foto sui social per denunciare “il carrierismo dei vertici e la mancanza di mezzi e personale”. Un gesto di solidarietà con la Francia d’en bas, quella più modesta, “di cui – scrivono – facciamo parte anche noi”.

L’idea del neo-presidente López Obrador: un piano Marshall per il Centroamerica

“Il Messico dovrebbe rispedire nei propri Paesi i migranti che sventolano le bandiere, molti dei quali sono degli spietati criminali. Fatelo con gli aerei, fatelo con i bus, fatelo come volete, ma non verranno negli Usa”.

Davanti a un Donald Trump ogni giorno più belligerante anche su Twitter contro l’immigrazione centroamericana che spinge al confine messicano e che minaccia di rendere addirittura permanente la chiusura della frontiera, se necessario, il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, che sabato assumerà l’incarico pare stia pensando di proporre al suo omologo statunitense un piano: una specie di Piano Marshall per il Centroamerica. A darne notizia è l’edizione americana del quotidiano spagnolo El Pais. In sostanza, gli Usa aumenterebbero investimenti nel sud del paese e aiuti ai paesi del triangolo Nord del Centroamerica. In cambio il Messico si farà carico dei migranti per tutto il lasso di tempo prima che la loro richiesta d’asilo per passare negli Usa venga analizzata. L’obiettivo è che si arrivi a un accordo formale entro maggio 2019, perché possa dare i primi risultati nel 2020. Trump non sarebbe contrario al patto, nonostante sia cosciente che lo zoccolo duro della propria amministrazione – convinta che l’immigrazione non sia neanche un problema degli Usa – vedrebbe con più favore la costruzione di un altro muro.

Potrebbe sembrare che nel nuovo negoziato non ci sia nulla di diverso rispetto a oggi: gli Usa già stanziano in effetti 600 milioni di dollari per il “Piano Alleanza per la Prosperità”, messo in atto nel 2014 in seguito all’emergenza dei bambini migranti, ma in pratica di questi, ne arrivano solo 200 milioni. Il resto non è mai stato a disposizione dei messicani, soprattutto per le lungaggini dell’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale. Il nuovo piano, invece, prevedrebbe invece una sovvenzione Usa di 1.500 milioni di dollari. In cambio, Obrador è sicuro di riuscire ad assorbire i 200 mila migranti che ogni anno attraversano il Messico verso gli Sati Uniti. La nuova linea di credito avrebbe due obiettivi: quell interno che riguarderebbe tre zone di sviluppo. Il Chapas, dove il governo ha intenzione di piantare un milione di ettari di alberi da frutta per creare 400 mila posti di lavoro. La seconda nel sud-est del Messico, dove si prevede di costruire il cosiddetto treno Maya: una ferrovia di 1500 chilometri che passerà attraverso gli Stati di Tabasco, Chapas, Campeche, Yactan e Quintana Roo. Il terzo macroprogetto, sempre un treno, il transistmico, è una linea ferrata di che dovrebbe unire il Pacifico con l’Atlantico. Per quanto riguarda la missione “estera”, invece, si tratterebbe di rendere flessibili le richieste migratorie per facilitare ai centroamericani l’ottenimento dei permessi. Il piano dei visti per i lavoratori stranieri saranno ispirati al modello per che ha adottato il Brasile per gli haitiani. Visti umanitari da un anno, ma rinnovabili. I malpensanti già vedono in questo una copia del “Piano Puebla Panamá ”, la zona di libero commercio da Panama agli Usa che cercò di aprire l’ex vicepresidente Vicente Fox (2000-2006), ma che venne abbandonato per diversi punti di difficile risoluzione. L’unica arma che il Messico possiede in questo momento per ottenere la firma di Trump al “nuovo piano Marshall” è la sua missione di filtro all’immigrazione illegale, ovviamente. Posto che questo si presenta ogni giorno di più come un ruolo difficile da svolgere per il Paese centramericano.

Nelle ultime settimane la crisi migratoria ha spinto 500 persone delle 7000 arrivate con la carovana dall’Honduras, a cercare di oltrepassare il confine con la California.

La situazione più grave si è verificata domenica alla frontiera di Tijuana appena riaperta, dove la guerriglia con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e palle di gomma contro i migranti ha portato all’arresto di 98 persone che ora verranno rimpatriate.

Poroshenko, legge marziale per riavere il consenso perduto

La popolarità del presidente ucraino Petro Poroshenko è andata calando drammaticamente nel corso di quest’anno. Tant’è che nella maggior parte dei sondaggi sulle intenzioni di voto per le Presidenziali del marzo 2019, il magnate del cioccolato, prestato da molti anni alla politica, risulta tra il quarto e il penultimo posto (su sette), superato persino dall’ex pasionaria Yulia Timoshenko di cui gli ucraini si fidano molto poco, anche se il suo partito è rappresentato in Parlamento.

Si spiega così la reazione sospettosa di una buona parte degli ucraini alla richiesta presentata dal capo dello Stato alla Verchovna Rada (il Parlamento ucraino) di sostenere il decreto con cui ha dichiarato la legge marziale in risposta al sequestro – da parte della Russia – di marinai e imbarcazioni militari nel mare di Azov. Il Parlamento ieri sera ha dato via libera. “Secondo dati di intelligence disponibili, c’è una chiara minaccia di invasione di Mariupol e Berdyansk” ha detto Volodymyr Yelchenko, rappresentante permanente dell’Ucraina all’Onu, intervenendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che i deputati del Blocco d’Opposizione (filo russi), la stessa Timoshenko e gli altri candidati alle presidenziali con i propri parlamentari gridino al tentativo subdolo da parte dell’oligarca miliardario di posticipare le elezioni con la mossa delle legge marziale è prevedibile. Ma Poroshenko forse non si aspettava le critiche, sollevatesi dopo la controversa decisione, anche tra i cittadini protagonisti della “rivoluzione della dignità” o di “Maidan” del 2014 che portò alla fuga in Russia del suo predecessore Yanukovich, legato a Putin, e alla sua ascesa al vertice dell’Ucraina.

“Poroshenko ha mancato la maggior parte delle promesse fatte prima che lo eleggessimo e la vita di noi persone comuni è peggiorata a causa dell’inflazione mostruosa, dell’aumento del 23 per cento del costo del gas anche a causa delle richieste del Fondo Monetario Internazionale, degli stipendi e pensioni da fame che sono stati alzati di pochi euro, una presa in giro”, dice Anna, traduttrice di professione e attivista per passione. Per placare le proteste dentro e fuori il parlamento, Poroshenko nel pomeriggio di ieri ha dimezzato, da 60 a 30 giorni, la durata della misura, in modo “da non interferire con l’inizio della campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno che dovrà iniziare il 31 dicembre”. In realtà è una mossa per rassicurare seguaci e detrattori del fatto che le elezioni si terranno nei tempi stabiliti. Oltre alla riduzione della durata della legge marziale – che secondo il decreto sarebbe dovuto durare fino al 25 gennaio – nel dibattito parlamentare è stato chiesto di ridurre la limitazione dei diritti e delle libertà dei cittadini proposta dal decreto. Nel testo infatti si legge che “temporaneamente, per la durata del regime legale della legge marziale, potranno essere limitati i diritti e le libertà dei cittadini” e di “entità legali”. Gli ucraini nei giorni scorsi erano scesi in piazza per chiedere la riduzione dei dazi sull’importazione di auto usate dall’Europa. “Anche se Poroshenko è riuscito a far abolire i visti per l’ingresso in Europa, è troppo poco. Qui i pensionati sono ormai sotto la soglia di sopravvivenza”, dice Elena, docente di matematica ed ex maidanista. Le pensioni si aggirano sui 40 euro al mese, una cifra che non basta a pagare il riscaldamento. Anche numerosi parlamentari del partito Blocco Poroshenko come il noto e stimato ex giornalista investigativo Mustafa Nayyem e il collega Igor Sobolev hanno spesso dichiarato di non essere d’accordo con la politica del magnate e hanno votato contro alcune proposte di legge.

Kiev chiama alla guerra. Mosca grida: “Provokazia”

Nel gelido mare d’Azov è stata guerra fra Ucraina e Russia e la Nato ha avuto una riunione straordinaria al quartier generale, a Bruxelles. Il segretario Jens Stoltenberg chiede due cose alla Russia: libertà di navigazione per l’Ucraina nello stretto di Kerch e la liberazione dei suoi marinai. “La Russia deve comprendere che le sue azioni avranno delle conseguenze”, ha proseguito Stoltenberg, senza precisare quale risposta possa essere messa in atto.

Lo scontro navale era cominciato all’alba di domenica. La prima comunicazione del Fsb, i servizi russi: “Due cannoniere e un rimorchiatore della Marina ucraina stanno violando il confine marittimo”, ignorando le segnalazioni delle autorità che devono effettuare controlli.

La seconda comunicazione è l’ordine dei servizi russi che spedisce i suoi tra le acque a fermare “le manovre pericolose” dei tre vascelli militari. “Blyad, Nasad!”. (Merda, tornate indietro!). Viene strillato più volte nel ricevitore dai furenti militari russi, ma le tre navi ucraine proseguono a velocità massima. È allora che la prima imbarcazione ucraina viene speronata da quella russa, sulle altre due viene aperto il fuoco: per gli ucraini i feriti sono sei, per i russi tre: 20 gli arrestati.

Mosca e Kiev cominciano subito il loro tango preferito con accuse reciproche, si additano la responsabilità della “provocazione navale”.

Procedimenti penali incrociati: aprono fascicoli per “aggressione bellica”, l’una contro l’altra. La Marina ucraina comunica di aver notificato in precedenza l’attraversamento della Berdyansk, della Nikopol e del loro rimorchiatore Jan Kap, dirette da Odessa a Mariupol, snodo marittimo e ferroviario a ridosso della linea di fuoco in Donbass, ma Mosca nega. Lo Stato maggiore ucraino diffonde allora presunte intercettazioni tra militari russi che parlano di un coinvolgimento diretto di Putin in tutta questa storia.

Secondo la dicitura ufficiale del Mid, ministero degli Esteri sotto comando di Lavrov, la Russia è stata attaccata: “È un’invasione di navi da guerra straniere nelle acque territoriali russe, abbiamo operato in stretta conformità del diritto internazionale ”, dice Dimitry Peskov.

Per il Cremlino furioso si tratta di una “provokazia pianificata da Kiev con Europa e Stati Uniti, che serve a far emettere nuove sanzioni anti-russe”.

La teoria di Mosca è che quelle sono tre caravelle kamikaze del presidente ucraino Poroshenko, che gira in mimetica da due giorni e cercava lo scontro.

I jet Su-25 dell’aviazione russa cominciano a volare a pelo d’acqua sul ponte di Crimea, il gioiello di ferro del presidente Putin, la lingua di cemento e acciaio che collega la penisola alla terraferma di casa madre Russia. La striscia d’acqua di Kerch che gli scorre sotto è l’unica apertura che non rende il mare d’Azov un enorme lago, l’unico punto d’accesso alle città ucraine sulla costa, nella regione delle repubbliche filorusse del Donbass. Quel ponte è l’opera magna del presidente Putin, il simbolo orizzontale della sua vittoria, e in questi giorni nei cinema di Mosca viene celebrato con un kolossal. Titolo: “Il ponte costruito con amore”, quello dove adesso c’è allarme terrorismo dopo l’appello dei politici più radicali di Kiev, che invitano a farlo saltare in aria. Non più a terra: il sangue scorrerà in mare per riaccendere il conflitto, da quando “la questione Crimea” è stata dimenticata.

Che teatro degli scontri sarebbe stato l’Azov i quotidiani slavi, di Kiev e Mosca, lo stavano ripetendo dal settembre scorso. Perché se in Donbass vige il silenzio dei fucili – ma di tanto in tanto arrivano bombe di mortaio o saltano in aria esponenti di primo piano dei filorussi – in Ucraina si continua a morire di fame, freddo e di una finta tregua per molti è solo un altro tipo di guerra.

Ecco, ora è successo, dice la stampa: tre caravelle e tre feriti. All’ospedale di Kerch ci sono i marinai della nave Berdyansk: Andrey Eider, 18 anni; Vasily Soroka, 27 anni, figlio di un deputato del partito di destra Svoboda. Il padre Viktor che aveva parlato a telefono con suo figlio non sapeva niente della traversata a Kerch, lo sapeva però la moglie di Andrey Artemenko, 24 anni, il terzo ferito. A suo padre che lavora in Italia, Andrey prima di partire non ha detto niente, se non: “Papà, guarda la televisione”.

Pechino Express? Un horror! Juncker pensaci te

Capiamo che il servizio pubblico non ha problemi di deficit, ma che bisogno c’è di rifare ogni anno Giochi senza frontiere in giro per il mondo? Visto che con Juncker si va spesso a cena, non sarebbe il caso di accordarsi sul ripristino delle vecchie corse nei sacchi dentro i confini dell’Europa invece di scorrazzare dal Marocco al Capo di Buona Speranza? L’ultima edizione di Pechino Express, conclusa in invidiabile sincronia con il rapimento di Silvia Romano, si intitolava “Avventura in Africa”. Gente che viene va, gente che viene nel Continente Nero: c’è chi scappa sui barconi a costo di lasciarci la pelle e chi arriva tappato da Chatwin del tubo catodico, con cameramen e produzione al seguito. Ogni tanto Costantino della Gherardesca, per dare un tono all’adventure game più ipocrita del mondo, recita un compitino stile Lonely Planet: “Le Township di Città del Capo presentano ancora molti problemi…” (ma che, davero?) “Lasciate un bigliettino di ringraziamento alla statua di Nelson Mandela…” (e chi sono io, Babbo Natale?).

Poi le vincitrici Patrizia Rossetti e Maria Teresa Ruta che giocano a palla avvelenata, altri vip minori impegnati in una danza dei minatori sudafricani trasformata in pagliacciata turistica, la tradizionale Prova dei sette Mostri (magnare cimici e bruchi di falene senza nemmeno la consulenza di Cracco)… Questi reality finti alternativi in trasferta milionaria sono l’ultimo avamposto dell’impudenza televisiva. Come direbbe Mistah Kurtz: “The horror!”.

Chi ha paura della Giustizia?

Per capire come funziona in concreto il sistema di giustizia in un Paese, non ci si può limitare a esaminare le leggi penali che prevedono i reati, i codici che disciplinano i processi, l’organizzazione della magistratura e delle forze di polizia. Esiste infatti uno scarto molto grande, a volte un abisso, tra legalità formale (law in book) prevista dalle leggi e legalità reale (law in action).

Nel 2013 è stato pubblicato un documentato studio del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia sulla composizione della popolazione detenuta in carcere in espiazione definitiva di pena. Da quello studio risultava che 14.970 detenuti, pari al 50 per cento del totale, erano stati condannati per violazione della legge sugli stupefacenti, 6.069 per omicidio, 5.892 per rapina, 2.250 per furto, 2.221 per estorsione, 2.052 per violenza sessuale, 1.954 per ricettazione e così via per altri reati di strada. Le voci “reati contro la Pubblica amministrazione” (che comprende i reati di corruzione in senso lato) e “reati economici” (cioè bancarotte, reati fiscali) non risultavano quotate per l’irrilevanza statistica delle persone detenute per tali tipologie di reato.

Per completare il quadro è interessante comparare la composizione della popolazione carceraria dell’Italia attuale con quella dell’Italia degli inizi del XX secolo. Ebbene, nonostante dagli inizi del Novecento ai nostri giorni siano cambiate più volte le forme dello Stato – con la transizione dalla monarchia costituzionale al fascismo e poi alla Repubblica – nonostante il succedersi di eterogenee maggioranze politiche nel corso della storia repubblicana, permane una costante: in carcere, a espiare effettivamente la pena, oggi come ieri e l’altro ieri finiscono coloro che occupano i piani più bassi della piramide sociale. Tenuto conto che il carcere rappresenta una tra le più rilevanti cartine di tornasole degli esiti concreti della giurisdizione penale, i dati statistici sembrerebbero avvalorare l’ipotesi di una straordinaria continuità storica di un duplice volto della giustizia: debole e inefficiente con i potenti, forte ed efficiente con gli impotenti.

Nell’Italia repubblicana, ove la Costituzione ha garantito l’indipendenza della magistratura dal potere politico e ha consentito la crescita democratica del Paese, l’impunità dei colletti bianchi si è di fatto realizzata attraverso meccanismi molto complessi e sofisticati per comprendere i quali dobbiamo procedere a un censimento dei grandi assenti nella popolazione carceraria.

Chi non ha paura della giustizia?

I complici occulti degli stragisti. Mi riferisco ai mandanti politici e ai complici occulti delle stragi che hanno insanguinato la storia del nostro Paese.

Ebbene, nonostante gli sforzi profusi, gli esiti di quasi tutti i processi per stragi sono stati talora fallimentari, talora molto parziali. (…).

Un’altra categoria di “ingiusti” assente dalla popolazione carceraria è quella dei corrotti e dei corruttori, i quali sino a oggi pure non hanno avuto motivo di avere paura della giustizia. (…) La tangentopoli italiana non si è mai fermata e ha attraversato il fascismo, la Prima e la Seconda Repubblica giungendo sino ai nostri giorni. (…)

Nell’Italia pre-repubblicana e pre-costituzionale, l’impunità veniva assicurata mediante la subordinazione gerarchica del pubblico ministero al ministro della Giustizia e il controllo politico sui vertici della magistratura. Nella cosiddetta Prima Repubblica, l’impunità è stata garantita mediante la negazione sistematica delle autorizzazioni a procedere, il trasferimento della competenza sui processi verso uffici giudiziari diretti da vertici ritenuti affidabili dal sistema politico (restati nella memoria collettiva con la significativa denominazione di “porti delle nebbie”), il varo di ben 33 amnistie e indulti, e altri metodi che, per ragioni di tempo, tralascio. Dopo la breve parentesi storica dei processi di Tangentopoli dei primi anni Novanta, quando a seguito del collasso del sistema di potere della cosiddetta Prima Repubblica (conseguente alla caduta del Muro di Berlino e al mutamento degli equilibri macropolitici internazionali e nazionali) il principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge sembrò potersi trasformare da law in book (principio astratto) in law in action (diritto vivente), il ripristino dello statuto impunitario dei colletti bianchi è stato attuato, a fronte di un ordine giudiziario che non appariva condizionabile politicamente o per le vie gerarchiche, a seguito dell’emanazione di una sequenza di leggi che hanno pienamente raggiunto l’obiettivo.

Non potendo dilungarmi in una dettagliata esposizione, mi limito a ricordare solo alcuni passaggi strategici.

Nel luglio del 1997 una maggioranza di centrosinistra, con la convinta adesione della minoranza di centrodestra, varava una riforma dei reati contro la Pubblica amministrazione che, per un verso, aboliva il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e, per altro verso, modificava la disciplina del reato di abuso di ufficio patrimoniale, rendendo estremamente difficile la prova della sua consumazione. (…)

Negli anni seguenti venivano approvate poi una serie di leggi che legalizzavano il conflitto di interessi in settori strategici, creando un habitat ideale per l’abuso d’ufficio, per la proliferazione della corruzione, riducendo ulteriormente, anche per tale via, il rischio penale.

Altra riforma legislativa che ha minimizzato il rischio e il costo penale per i reati di colletti bianchi, è stata la legge 5 dicembre 2005, n. 251, cosiddetta ex-Cirielli, con la quale è stato modificato il regime dei tempi di prescrizione dei reati.

Grazie alla combinazione prescrizione breve/processo lungo, si creava una micidiale falla di sistema che, come una sorta di triangolo delle Bermude, inghiotte nei gorghi della prescrizione centinaia di migliaia di processi ogni anno.

Un’altra categoria di grandi assenti nella popolazione carceraria italiana è quella dei condannati definitivi per reati economici e finanziari, bancarottieri e grandi evasori fiscali. (…)

Per comprendere appieno come si sia determinata l’anomala composizione della popolazione carceraria rilevata nello studio del Dap al quale ho accennato all’inizio, nella massima misura composta solo da soggetti appartenenti alle classi meno abbienti, occorre considerare che, nello stesso periodo nel quale venivano emanate una serie di leggi che in modi diversi sortivano l’effetto di evitare il carcere per i reati dei colletti bianchi, venivano emanate altre leggi che andavano nella direzione esattamente opposta, elevando le pene previste per i reati di strada e quelli commessi da immigrati irregolari, introducendo nuove fattispecie di reato, allungando i tempi di prescrizione per i reati commessi dalla criminalità comune. (…)

L’illegalità impunita dei piani alti contribuisce ad alimentare, come in un rapporto di causa effetto, quella dei piani bassi, dando vita a una spirale perversa nelle cui volute si perdono giorno dopo giorno la credibilità della classe politica, la fiducia nelle istituzioni, il sentimento della coesione sociale, consegnando ciascuno a una perdente solitudine e a una rabbia impotente che rischia di scaricarsi su capri espiatori offerti come valvola di sfogo da abili manipolatori.