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Salvini non ha veramente abbandonato Berlusconi

Dalla formazione di questo esecutivo, non ho mai ben compreso il “passo di lato” di Berlusconi, che ha lasciato “libero” Salvini di formare il governo. Io non ho mai creduto al fatto che Salvini abbia “abbandonato” Berlusconi. E in questo momento di cambiamento, un po’ come alla fine della Prima Repubblica nel ’92, che ruolo sta giocando la mafia?

Giuseppe Civita

 

DIRITTO DI REPLICA

Sul Fatto del 20 novembre è presente l’articolo dal titolo “Asl, la carica dei manager con lo sponsor politico”, a firma di Giuseppe Lo Bianco nel quale si riporta il seguente passaggio: “E c’è Vincenzo Barone, che va a guidare l’ospedale Piemonte-Neurolesi, sempre a Messina, in quota Udc, indicato (pare) da Lorenzo Cesa, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per corruzione e poi salvato dalla prescrizione introdotta dal governo Berlusconi”. Lo scrivente non ha mai subito processi penali e non ha mai riportato condanne di penali di sorta nella propria vita, e men che mai condanne in primo grado a 3 anni e tre mesi per corruzione: si tratta di notizia assolutamente falsa e menzognera in quanto destituita di qualsivoglia fondamento, e che si ritiene assolutamente ed enormemente lesiva per la propria reputazione.

Vincenzo Barone

 

La condanna si riferisce chiaramente a Lorenzo Cesa e non a Vincenzo Barone, che non risulta condannato.

GLB

 

Confesso di essere rimasto sgomento, oltre che dispiaciuto, alla lettura dell’articolo “Kerygma, la Camera celebra l’Apocalisse” di Furio Colombo, pubblicato domenica scorsa. Sgomento non solo perché vi si mescola “chi” ha scritto il libro con “cosa” vi è scritto nel libro e “chi” ha partecipato alla sua presentazione, attribuendomi peraltro posizioni e intenti del tutto fantasiosi. Ciò che più mi preme sottolineare è la citazione nell’articolo di brani del libro intorno a un tema delicatissimo, quale la Shoah degli Ebrei d’Europa, che vengono frettolosamente, e solo parzialmente, riportati senza spiegarne il senso e, soprattutto, senza cogliere lo spirito, improntato a una sincera ricerca del dialogo interreligioso. La tesi principale circa l’Olocausto degli Ebrei d’Europa è che un evento atroce e dalle dimensioni inaudite come questo non possa essere spiegato sino in fondo ricorrendo a categorie umane, storiche, politiche, bensì solo attraverso le categorie metastoriche del trascendente, che ci svelano la terribile azione del Maligno nella storia. Come si legge nel libro (pp.85 e ss), “prima di scagliarsi, con grande furore, contro l’opera della Creazione, ha tentato, invano, di cancellare dalla faccia della terra l’impronta indelebile che Dio ha impresso nel popolo ebraico. Chi, non solo tra i sopravvissuti allo sterminio, si è domandato dove fossero Dio e la Provvidenza divina quando i vagoni nazisti carichi di anime innocenti varcavano i cancelli di Auschwitz, non può trovare altra risposta. […] Ma perché, è lecito domandarsi, il nostro Dio, onnipotente e misericordioso, non fece nulla per impedire l’orrenda strage? La risposta a questo inquietante quesito ci pone dinanzi al mistero della permissione divina dell’attività diabolica. Mistero che è possibile afferrare soltanto inquadrandolo nel contesto del piano della Creazione e della Redenzione, nel quale Dio, per rispetto della libertà dell’uomo, non può impedire che egli compia il male, pur non consentendo mai al male di prendere il definitivo sopravvento”. Lascio ai lettori giudicare se queste parole riflettano una forma di estremismo cattolico o non siano altro che una testimonianza di fede cristiana.

Cristiano Ceresani

 

È un po’ difficile rispondere alla lettera sulla mia recensione di un libro che non è piaciuta all’autore del libro. Non dice che è falsa o imprecisa. Dice francamente che non è come la voleva lui. I lettori possono constatare: la lettera di Ceresani non contesta e non rettifica. Aggiunge paragrafi identici a quelli da me ampiamente citati, e conferma una sua interpretazione della fede cristiana, che è estranea due volte: perché non sono credente, e perché sono estraneo al suo estremismo evangelico. Lo conosco solo nella versione americana (“God in America”, Columbia University Press, 1982. Mondadori 1984) che ha portato, negli Usa, le stragi di Waco (1993) e di Oklahoma City (1995), e da cui ho imparato il pericolo di aggancio con gli estremismi nazionalistici e razzisti.

Ceresani insiste sull’argomento che bisogna avere pazienza sulla Shoah, perché per quei poveri ebrei non c’era niente da fare. La Shoah l’ha voluta il Maligno, e neppure Dio poteva farci niente. A me risulta, anche in quanto autore della legge che istituisce in Italia “Il Giorno della Memoria per la Shoah”, che siano stati fascisti e nazisti a impegnarsi per compiere lo sterminio del popolo ebraico. Ceresani dice che questo mistero si spiega “soltanto inquadrandolo nel contesto del piano della Creazione e della Redenzione”. Rispetto la sua interpretazione di estremismo mistico ma continuo a credere nell’Antifascismo (più che mai oggi) come sola barriera contro persecuzione, discriminazione degli esclusi, ed eliminazione, quando possibile (vedi prigioni libiche). Occorre cominciare con il far fronte subito anche a ciò che sembra soltanto rancoroso e ridicolo, come incriminare i pescatori che salvano i profughi invece di lasciarli annegare nel barcone appositamente bucato. La velocità di evoluzione del germe fascismo è molto grande, e si può parlare del Maligno solo se si hanno in mente certe facce e certi nomi di nostri conterranei e contemporanei al lavoro (loro dicono a nome nostro) sui problemi del mondo.

Furio Colombo

Donne si nasce o si diventa? L’emisfero sinistro del cervello e i libri di scuola

 

La docente di Firenze Irene Biemmi citata in un vostro articolo di domenica (“Maschi/femmine. La parità (non) si impara a scuola”) non solo non ha scoperto nulla di nuovo riguardo ai libri di testo, ma direi che è rimasta molto indietro su questi temi, perché gli editori hanno ormai recepito certe direttive del ministero. La vera pioniera è stata la Belotti con “Dalla parte delle bambine” (1973), tutto quello che segue è un “rimuginare” sugli stessi argomenti.

Abbiamo tutti presente la povera Boldrini che esige la -a finale di sindaco, ministro ecc., rimasticando la proposta già fatta, e digerita, di Alma Sabatini (“Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”) nel lontano 1987. È evidente che il movimento delle donne debba parlare d’altro. Credo che il principale difetto di certe proteste sia il rifiuto (forse inconsapevole) o il ridimensionamento delle differenze di genere (che esistono sul piano biologico e psicologico), nel goffo tentativo di assomigliare sempre di più a certi maschi. E in questa gara le donne perdono perché sono oggettivamente più deboli. Se un uomo alza le mani, la donna soccombe: è una legge di natura. Perché allora imitare i comportamenti maschili? O “elevare” al rango di modelli certe donne che usano i tradizionali attributi femminili per fare carriera? (…)

L’orgoglio femminile dovrebbe passare anzitutto dalla rivendicazione delle diversità (non violenza, pragmatismo, empatia, sensibilità riconducibili all’emisfero sinistro del cervello che è più sviluppato nelle donne), anziché dalla bieca imitazione o corresponsione al modello maschile.

Scriveva la Belotti nel 1980 (“Prima le donne e i bambini”): “Non sono mai le ragazze a stabilire i modi di stare insieme di maschi e femmine. Il modello maschile ha la forza del contagio, come se fosse tuttora il migliore dei modelli”. Purtroppo, da quello che vedo come insegnante, è ancora così. Smettiamo dunque di essere complici, è la nostra colpa peggiore.

Adriana Rossi

 

Gentile Adriana, ci piacerebbe darle ragione e dire che la polemica sull’educazione scolastica è superata, quella sul linguaggio ampiamente digerita e che, tutto sommato, se ancora esistono discriminazioni e violenza è perché siamo noi che non ci arrendiamo alle leggi di madre natura. Ma la pensiamo in maniera diametralmente opposta. E continuiamo a credere che donne (e uomini) si diventa: anche in base ai libri che ci fanno leggere alle elementari.

Paola Zanca

L’ineffabile Udo, portatore bolso di telemerkelismo

Come tutti i miti che si rispettino, la vita di Udo Gümpel è avvolta dal mistero. Di lui si sa solo ciò che Egli ci ha concesso di sapere: “Udo Gümpel, laureato in Fisica delle Particelle Elementari, è giornalista professionista dal 1988. Dal 1997 è corrispondente dall’Italia per NTV e dal 2009 per l’intero gruppo della tv tedesca RTL”. Fine. Non è esattamente la biografia di Hegel, ma nella tivù italiana non si nega uno scampolo di notorietà a nessuno. Persino a chi vi scrive. Quindi va bene pure Gumpel. Il quale, dall’alto della sua conclamata hybris teutonica, ci spiega da tempo immemore cosa gli italiani debbano pensare dell’Italia. E anche solo da questo intuiamo quanto ben strano – nonché insicuro – sia il nostro popolo. Se vogliamo comprendere la politica estera interpelliamo Luttwak, con quella sua bella fierezza da generale che sogna l’odore del napalm al mattino per sentirsi in forma. Se vogliamo conoscere l’economia lo chiediamo a Friedman, simpatico come un diversamente Stanlio. E se vogliamo capire la politica citofoniamo al totemico Gümpel. L’uomo, intriso di una supponenza meravigliosamente ingiustificata, è portatore sano di merkelismo bolso nei talk-show del mattino. Non ha mai detto nulla di significativo e per questo lo chiamano. “Ovviaceo” di terza fila, alza il ditino e fa il professorino. Poiché magnanimo, Egli ha varcato il confine patrio per donarci misericordiosamente tutto il suo Sapere.

Del Salvimaio, lui che in tempi di Monti e Gentiloni si sentiva come un puttino nel giardino dell’Eden, pensa tutto il male possibile: “Chiunque farebbe meglio del governo attuale. Anche uno estratto a sorte, come volevano all’inizio i Cinque Stelle. Ma uno estratto veramente a sorte, non scelto da Casaleggio”. Ammette di essere un po’ saccente: “Anche mia moglie dice che faccio troppo lo scienziato”. È però un dettaglio: Egli tutto sa. Martedì scorso, Gümpel era a Cartabianca su RaiTre per raccontarci la rava & la fava con consueta baldanza lessa. Purtroppo per lui, ha trovato sulla sua strada un Belpietro versione Sergente Hartman e una Bianca Berlinguer che gli ha sibilato in diretta che non lo avrebbe chiamato mai più in tivù. Povero Udo: neanche il Poro Schifoso era mai stato zimbellato così. Gümpel, durante il martirio, ha peggiorato il tutto parlando maleducatamente sopra chiunque ed esibendosi in smorfie visivamente empissime che hanno sancito il nuovo record di Obbrobrio Estetico (ex-aequo con Sgarbi che alle Iene peta arditamente mentre parla al cesso con Buffon). Dopo la gogna, il nostro eroe ha ricevuto la solidarietà di Burioni e Giuliano Ferrara, che è molto peggio di morire. Invece di andare a nascondersi, l’ineffabile Gümpel ha poi piagnucolato in radio e su Facebook, dicendo che non è la Berlinguer che non lo chiamerà più bensì lui che si rifiuterà di tornarci: un po’ come quando la ragazza ti lascia ma tu, agli amici, racconti che sei stato tu a mandarla a quel paese (e gli amici fingono di crederti). L’ameno Gümpel, in questo prodigioso parossismo di mestizia allo stato brado, è riuscito anche a non capire nulla di un pezzo ironico di Selvaggia Lucarelli, scrivendole per tutta risposta “fai schifo”. Un fine democratico. Tale sobria presa di posizione gli è valsa un “like” di Laura Boldrini, nota femminista in servizio permanente ma solo quando criticano lei o una sua amica stretta. Bei momenti. Attendiamo frementi che questo impalpabilissimo Professor Kranz torni a svelare al vile volgo italico che l’acqua è bagnata e che Padoan è Goldrake. Sarà come sognare: daje Udo!

Legge popolare per difendere i “beni comuni”

La nostra Costituzione prevede all’art. 42 che “La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, a enti o a privati”. Il successivo art. 43 specifica che, nel caso di “preminente interesse generale”, le “comunità di lavoratori o utenti” possono vedersi riservata la proprietà di determinati beni necessari per svolgere “servizi pubblici essenziali” nel campo delle energie o dei monopoli. Esistono dunque tre soggetti proprietari: a) i privati, b) lo Stato e i suoi enti pubblici, e c) le comunità di utenti e lavoratori. Questa tripartizione, essenziale per garantire costituzionalmente un vero stato sociale, costituiva una rottura teorica dei nostri Costituenti rispetto alla tradizionale bipartizione moderna, giacobina e liberale, per cui “il pubblico” e “il privato”, rispettivamente traduzione giuridica di Stato e mercato, costituiscono gli unici due poli dell’organizzazione sociale.

Quanti nel 2011 si impegnarono a favore del referendum abrogativo del decreto Ronchi, noto come referendum sull’acqua, si resero conto di come, a dispetto della scelta costituzionale, l’antica bipartizione si fosse radicata non certo a favore del pubblico. La tipica domanda che ci si sentiva rivolgere era: “Vi opponete alla privatizzazione del servizio idrico? Ma siete matti a volere la gestione della rete idrica nelle mani del carrozzone pubblico corrotto e partitocratico?”. Ci volle qualche mese di campagna per spiegare che esisteva una terza via, costituzionale, che era stata elaborata pochi anni prima dalla c.d. Commissione Rodotà. Fra il pubblico e il privato esisteva la possibilità dei beni comuni, priva di fini di lucro, collettiva, partecipata, ecologica e nell’interesse delle generazioni future. Ben 27 milioni di italiani compresero questa lezione.

Il ddl Delega della Commissione Rodotà non generò soltanto la grammatica teorica che consentì di articolare politicamente i beni comuni, vincendo il referendum contro il decreto Ronchi. Esso determinò pure importanti decisioni della nostra Corte di Cassazione, un dibattito accademico sui beni pubblici in cui la cultura giuridica italiana tornò alla ribalta internazionale, nonché tanti statuti e regolamenti comunali che incorporarono la nozione.

Durante i lavori che si tennero fra il giugno 2007 e il febbraio 2008 in Via Arenula, oltre ai più noti beni comuni, si dettarono i principi fondamentali per tutelare l’interesse pubblico in tre tipologie giuridiche attuative del disegno costituzionale. La legge delega Rodotà contiene i principi per i beni sovrani ad appartenenza pubblica necessaria, fra cui le grandi reti strategiche (autostrade ecc.) che sono essenziali per una forma di sovranità dello Stato e che non vanno gestiti con logica privatistica.

Da questi si distinguono i beni pubblici sociali, quelli necessari per un progetto di welfare pubblico (scuole, asili, ospedali…) nonché i beni pubblici fruttiferi, quelli che il pubblico usa per finanziarsi e può gestire con logica di mercato. Questo articolato disegno è essenziale per proteggere il patrimonio pubblico da privatizzazioni selvagge. Il Parlamento italiano in 10 anni non ha mai discusso la proposta perché il ceto politico ama comportarsi da proprietario privato rispetto ai beni pubblici. Il 30 novembre di 10 anni dopo proviamo a ripartire. Ora, come 10 anni fa, con un convegno di discussione scientifica all’Accademia dei Lincei. Ora, a differenza di allora, in cui con Stefano ci illudemmo di poter convincere “il palazzo”, decisi a far pronunciare prima il Paese raccogliendo le firme per presentare il disegno di legge come proposta popolare. Occorre spiegare all’Italia che disastri come il ponte Morandi o le devastazioni territoriali potrebbero essere prevenuti con buone regole giuridiche.

Mafia, far fruttare le aziende confiscate

La realtà giudiziaria ci ha mostrato che le aziende, con l’intervento della misura di prevenzione patrimoniale, tendenzialmente sono destinate al fallimento o alla cessazione, il che dimostra all’esterno l’incapacità dello Stato di gestire le imprese mafiose. La chiusura di 9 aziende su 10 rappresenta un dato che potrebbe apparire allarmante. Il dato va, però, analizzato e interpretato. Le imprese che vivono di sopruso, imponendo i prezzi, e di riciclaggio, non presentano le caratteristiche per poter rimanere sul mercato, perché lo drogano, alterando il libero mercato. È doloroso, sotto il profilo umano, che aziende che danno lavoro debbano chiudere, ma non si può accettare che il lavoro sia alimentato dal metodo mafioso.

Le istituzioni devono sostituirsi all’imprenditore e trovare il percorso per fornire agli stakeholder garanzie analoghe, se non rafforzate, rispetto a quelle che è in grado di assicurare il mafioso. L’ingresso dello Stato nei beni e nell’impresa mafiosa tramite l’amministratore giudiziario e, dopo la confisca definitiva, l’Agenzia nazionale dei Beni confiscati, dovrebbe produrre effetti positivi, una volta superato l’impatto traumatico iniziale del sequestro anticipato. L’azienda al momento del sequestro dev’essere concepita quale impresa in fase di start-up. Si tratta, quindi, di far ripartire un meccanismo economico depurato dalle logiche di gestione mafiosa. E ciò si è attuato in alcune esperienze virtuose. Esempio: la società Agricola Suvignano srl, con sede a Palermo e patrimonio immobiliare a Murlo e Monteroni d’Arabia, confiscata nel 2007 all’imprenditore Vincenzo Piazza, è in corso di trasferimento per finalità istituzionali all’Ente Terre Regionali Toscane, ai sensi dell’art. 48, c. 8 ter del codice antimafia, da parte del Direttore dell’Agenzia nazionale. La situazione patrimoniale è stata riportata in pareggio grazie a una gestione attenta della produzione agricola e delle tre ville che oggi funzionano come agriturismo. Prima del sequestro, l’azienda versava in semi- abbandono, per lo più utilizzata da Piazza come residenza estiva e riserva di caccia. Si sono realizzate una serie di migliorie con risorse provenienti da un’altra azienda confiscata e recentemente rimborsate. Si sono ristrutturati alcuni degli immobili, si sono coltivati oltre 400 ettari a grano duro, altre granaglie ed erbaggi, è nato un allevamento di ovini e suini, è stata avviata un’attività di agriturismo con 38 posti letto. I dipendenti sono 5 a tempo determinato e 3 (pastori) con rapporto di soccida, coordinati dall’amministratore e dal consulente agronomo. La stima dell’Agenzia del demanio, risalente al momento della confisca, attribuisce alla struttura un valore di circa 30 milioni di euro.

Non è certo agevole in terra di tradizionale presenza mafiosa, nelle regioni del Sud capillarmente controllate dai mafiosi, replicare esperienze analoghe. Il mafioso ha un’enorme disponibilità di denaro a costo zero e usa la forza intimidatoria e la violenza, garanzia di equilibrio economico e di solvibilità per le banche e i fornitori, ai quali impone il prezzo di mercato e obbliga esercizi commerciali ad acquistare da lui con la minaccia di ritorsioni sino all’incendio e all’omicidio. Dunque il suo interesse è che l’iniziativa imprenditoriale statale fallisca, perché ciò rafforza il suo potere, dimostrando che solo la presenza mafiosa produce ricchezza e occupazione. Che fare allora per raggiungere l’obiettivo di valorizzare i beni sequestrati, mantenere l’impresa, non disperdere l’occupazione? Innanzitutto, il procedimento di prevenzione dev’essere celere, con tempi predefiniti, una volta emesso il sequestro anticipato. La nuova regolamentazione si è mossa, dunque, nella direzione giusta. L’Agenzia nazionale dei beni confiscati dovrebbe trasformarsi da centro eminentemente burocratico, qual è oggi, in una holding propulsiva, capace di coordinare le esigenze delle imprese confiscate in modo da fare incontrare domanda e offerta, assicurando una gestione consortile e non parcellizzata delle aziende. Una buona notizia, sul fronte del lavoro dipendente, è giunta con l’adozione del Dl n. 72 del 18.5.2018: l’art. 1 stabilisce che il ministero del Lavoro conceda, nel rispetto dello specifico limite di spesa, su richiesta dell’amministratore giudiziario, previa autorizzazione scritta del giudice delegato, uno specifico trattamento di sostegno al reddito, pari al trattamento straordinario di integrazione salariale, per la durata massima di 12 mesi nel triennio. Sarebbe auspicabile altresì un intervento di “sgravio contributivo” anche temporaneo, per le imprese sequestrate e confiscate che fanno emergere il lavoro nero, sulla scorta del “modello” già stabilito sul fronte fiscale. Inoltre l’istituzione di un apposito fondo di garanzia, come previsto dalla riforma del 2017, si è rivelata particolarmente utile per sostenere gli investimenti e affrontare i “costi di legalizzazione”: rispetto dei contratti collettivi di lavoro della normativa sulla sicurezza del lavoro, ambientale e fiscale.

’Ndrangheta e sanità, divieto di dimora all’ex sottosegretario

Lascia i domiciliari l’ex parlamentare Pino Galati arrestato il 12 novembre nell’ambito dell’inchiesta “Quinta bolgia”. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Catanzaro che, però, ha disposto il divieto di dimora in Calabria per l’ex sottosegretario di Forza Italia riqualificando il reato contestato da abuso a tentato abuso d’ufficio.

Assieme ad alcuni imprenditori, ritenuti legati alle cosche di Lamezia Terme, il politico calabrese è finito al centro dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro.

Stando alle indagini, condotte dalla guardia di finanza, Galati avrebbe favorito la ditta Putrino in una gara d’appalto indetta dall’Asp di Catanzaro per il servizio di ambulanze sostitutive a quelle della stessa azienda sanitaria.

Galati era stato anche intercettato dagli inquirenti assieme agli imprenditori e ai dirigenti dell’Asp (pure loro arrestati nell’inchiesta “Quinta bolgia”) che per sette anni avrebbero garantito il servizio di ambulanze alle ditte vicine ai clan senza alcun bando pubblico. L’ospedale di Lamezia, per i pm di Catanzaro, era in mano alle cosche Iannazzo-Daponte-Cannizzaro.

Corona rischia di tornare in carcere: “Regole violate: risse in tv, troppi social”

Dopo quattro ore di udienza davanti ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano, ieri, Fabrizio Corona è uscito senza proferire parola. “Oggi – ha detto riprendendo i cronisti con il cellulare – silenzio stampa. Noi pensiamo di essere nel giusto”. Pochi minuti prima, la Procura generale aveva chiesto che gli venisse revocato l’affidamento terapeutico e che, dunque, tornasse in carcere a scontare la pena. Carcere dal quale è uscito il 21 febbraio scorso

In aula, l’avvocato generale Nunzia Gatto, numero due della Procura generale, ha ricostruito tutti i fatti che Corona avrebbe commesso parlando anche delle sue “ospitate rissose” in tv e mostrando nell’udienza anche lo “scontro” al Gf vip con Ilary Blasi. I giudici si sono presi alcuni giorni per decidere. Non è mancato l’elenco di tutte le violazioni delle prescrizioni che l’ex “fotografo dei vip” avrebbe compiuto, soprattutto dopo l’udienza del giugno scorso, quando i giudici pensarono di prendere tempo prima di decidere sulla conferma o meno dell’affidamento e fissarono la nuova udienza di ieri. Sono state anche menzionate le varie violazioni pregresse dopo la scarcerazione, come l’uso dei social che in quel periodo non gli era concesso. Per la Procura generale, poi, le partecipazioni continue con tanto di “risse” in tv non possono rientrare nell’autorizzazione generale che lui ha per svolgere la sua attività lavorativa. Per questo il pg ha fatto vedere ai giudici il video dello scontro verbale in tv con la conduttrice del Grande fratello Ilary Blasi, oltre a un altro filmato in cui l’ex agente fotografico con alcuni amici in un locale tornava a prendersela con la moglie di Francesco Totti. In particolare sulla vicenda del Grande fratello è stato spiegato che Corona, il quale ha fatto un’incursione nella casa per un chiarimento con la sua ex fidanzata Silvia Provvedi e poi ha litigato in diretta tv con la conduttrice dandole della “caciottara”, aveva sì il permesso del magistrato per recarsi a Roma, ma non per partecipare al programma. La dottoressa Gatto ha poi elencato tutte le occasioni, compresa quella romana, in cui l’ex fotografo dei vip si sarebbe trovato in una città fuori dalla Lombardia senza avere l’autorizzazione dei giudici.

In più, in aula è stato mostrato anche il filmato dell’insulto che Corona ha rivolto al sostituto procuratore generale Maria Pia Gualtieri, dopo che il magistrato aveva chiesto di aumentare la condanna nel processo sui 2,6 milioni di euro in contanti. Infine gli viene contestata anche la frequentazione di un pregiudicato.

Strage di Rigopiano, il post della vigilia: “Qui neve da sogno”

Alle 16.14 del 17 gennaio 2017 – a poche ore dalla tragedia che avrebbe causato 29 vittime – sulla pagina Facebook dell’hotel Rigopiano appariva questo messaggio: “Un martedì da sogno a Rigopiano, la neve ci regala degli scenari spettacolari”. I carabinieri forestali annotano che il 17 gennaio alle 16.14 – mentre l’ennesima allerta meteo era stata diramata – c’era ancora il “il chiaro intento di invogliare nuovi clienti a raggiungere l’hotel”. C’è di più: “Invece di chiudere o monitorare il tratto di strada provinciale tra il Bivio Mirri e Rigopiano dal giorno 17 gennaio, impedendo così ai clienti di raggiungere l’hotel, visto l’allerta meteo diramata, e la non disponibilità del mezzo Unimog da usare in caso di necessità, il pomeriggio dello stesso giorno, è stata comandata un pattuglia della Polizia Provinciale… al fine… di consentire ai clienti di raggiungere la struttura”.

Non solo. Alessio Feniello, padre di Stefano, una delle vittime, racconta agli inquirenti la drammatica conversazione con il sindaco di Farindola, Alessio Lacchetta, il 19 gennaio. Si scopre che il sindaco, il 17 gennaio, aveva favorito “l’ascesa di alcune persone verso l’hotel”: “Mi ricordava la Panda bianca di mio figlio e che, la sera prima, gli aveva dato strada per consentirgli di raggiungere l’hotel. Gli ho chiesto per quale motivo avesse permesso alle persone di arrivare all’hotel in quelle condizioni e lui mi rispondeva: ‘Siamo abituati, è già capitato altre volte che la strada rimasse bloccata, in questi casi siamo organizzati per mandare i viveri con gli elicotteri’”. “Segno – aggiungono i carabinieri – che Lacchetta avesse preventivato, il 17 gennaio, l’isolamento dell’hotel Rigopiano”. “In occasione della prima ondata di maltempo del gennaio 2017 – annotano gli investigatori – Roberto Del Rosso avvisa Lacchetta che sta per inviare una email al Comune e alla Provincia segnalando il tutto esaurito di clienti per i giorni 6, 7, 8 Gennaio”. Mail effettivamente inviata con la richiesta di garantire l’agibilità e la sicurezza della strada. Del Rosso scrive un messaggio al sindaco: “…Rigopiano si sta impegnando X portare prestigio e occupazione… Il comune ha il compito e dovere di tutelare questa risorsa!”. Lacchetta attiva il presidente della Provincia Antonio Di Marco che “probabilmente scherzando – continuano i carabinieri – dice a Lacchetta che potrebbe chiederlo a Vincenzo Catani, sindaco di Picciano, il quale prende un facile consenso nell’area Vestina”. Il riferimento è al consenso per le elezioni provinciali del 14 gennaio”. “Queste sono situazioni – risponde Lacchetta – in cui un amministratore-politico ha tutto da perdere. Dobbiamo mostrare efficienza”. L’operazione va in porto. “Ho tranquillizzato Roberto – scrive Lacchetta a Di Marco – e messo a disposizione un parcheggio nel paese per i clienti e far la navetta con l’hotel”. “Di Marco si complimenta per l’ottimo lavoro – annotano i carabinieri – e chiede a Lacchetta di recuperare i voti per Emanuele Pavone politico del Partito democratico”. Il 6 gennaio – quando le prime allerta meteo sono già in corso – Lacchetta ringrazia: “Eccellente lavoro della Provincia … è stato possibile consentire all’hotel (sold out con 120 persone tra ospiti e addetti) di espletare al meglio la propria attività”. Il 13 gennaio Del Rosso, anch’egli poi deceduto per la valanga, scrive a Lacchetta: “…il problema si ripresenta X domenica fino a martedì… abbiamo l’hotel pieno sabato e domenica…”. “Tranquillo che manterremo la stessa efficienza”, risponde il sindaco. Il 15 gennaio Lacchetta sul gruppo whatsapp scrive che il giorno successivo, il 16, la zona di Farindola sarà difficilmente raggiungibile in sicurezza. Eppure il 17 scrive: “Rigopiano liberata… grande Presidente”.

Ieri è stata notificata ai 24 indagati l’avviso di conclusione delle indagini. Ad alcuni di essi, tra i quali Di Marco, viene contestato l’omicidio colposo per aver voluto “comunque assicurare – al solo fine della prosecuzione dell’attività imprenditoriale – la raggiungibilità dell’hotel”. Per l’accusa sono 18 le persone che avrebbero potuto evitare la tragedia che il 18 gennaio 2017 costò la vita a 29 persone. Gli indagati sono in totale 25 e dall’elenco sono scomparsi i tre ex presidenti di Regione – Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi – per i quali l’accusa ha chiesto l’archiviazione.

Restano indagati invece l’ex Prefetto Francesco Provolo, l’ex presidente della Provincia Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola (Pescara) Ilario Lacchetta e diversi dirigenti di Prefettura e Regione. I reati contestati – a seconda delle singole posizioni – variano dall’omicidio plurimo colposo alle lesioni plurime colpose, al disastro colposo.

Via D’Amelio, Viminale uno e bino

Chiede 60 milioni di euro ai tre poliziotti imputati a Caltanissetta del depistaggio e nel frattempo rischia di consegnarne 50 ai mafiosi condannati ingiustamente, vittime delle macchinazioni istituzionali attorno alle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, in caso di condanna dei suoi dipendenti.

Ammesso dal Tribunale come parte civile e, nello stesso tempo responsabile civile, il ministero degli Interni è stato ieri protagonista dell’udienza a Caltanissetta per “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, come lo ha definito la sentenza del processo “Borsellino quater”, quello delle indagini sulla strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

Se 26 anni fa, dopo la strage di Capaci, la Prefettura di Palermo (e dunque il Viminale) avesse istituito una zona rimozione delle automobili in via D’Amelio a Palermo, come chiedevano i condomini e gli stessi agenti di scorta del magistrato, si sarebbero risparmiati due decenni di processi farlocchi e depistaggi.

E soprattutto il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti che facevano parte della sua scorta sarebbero ancora vivi.

Saluto fascista per le femministe: “Subito il processo al consigliere”

“Se mi assolvete, mi fate un piacere; se mi condannate, mi fate un onore”. Citava addirittura Benito Mussolini, il consigliere comunale della maggioranza di centrodestra di Verona, Andrea Bacciga, all’indomani della seduta del 26 luglio scorso in cui aveva rivolto il saluto romano alle femministe di “Non una di meno” arrivate in aula vestite come le ancelle di The Handmaid’s Tale per difendere la legge 194.

Ma di fronte al magistrato della Procura di Verona che l’ha indagato, e che la settimana scorsa, dopo l’interrogatorio, ha chiesto per lui il giudizio immediato per violazione della legge Scelba sull’apologia del fascismo, il consigliere amico del ministro Lorenzo Fontana ha fatto marcia indietro: non si trattava di saluto romano ma di un cenno di risposta al pubblico, che l’aveva apostrofato al suo ingresso in aula. E anche ammettendo che si trattasse del saluto fascista – ha argomentato Bacciga – il gesto non sarebbe comunque da considerare un reato, come avrebbe stabilito la Cassazione nel febbraio scorso a proposito della celebrazione di un funerale, in cui i presenti avevano alzato il braccio in segno di saluto. Le spiegazioni del consigliere (lista “Battiti per Verona”, la stessa del sindaco Federico Sboarina) non hanno convinto il procuratore di Verona Angela Barbaglio, che in poco tempo ha chiuso le indagini e ha chiesto il giudizio immediato per la violazione dell’articolo 5 della legge Scelba, che punisce con la reclusione fino a 3 anni “chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista”.

Bacciga si era già spinto a sostenere, dopo le polemiche suscitate dal suo gesto, che il saluto romano prevedesse “il braccio destro alzato di 135 gradi”, mentre il suo avrebbe assunto l’inclinazione “di circa 120 gradi”. Ma la Procura veronese, che da qualche tempo ha acceso i riflettori sul dilagare dell’estremismo nero nella città scaligera, ha deciso di prendere sul serio l’episodio in considerazione del luogo in cui è stato compiuto: un’aula consiliare, sede delle istituzioni democratiche.

Quel giorno a Palazzo Barbieri erano previste in discussione due mozioni del leghista Alberto Zelger: la prima – approvata poi, con l’appoggio della capogruppo del Pd, Carla Padovani, il successivo 4 ottobre – per lo stanziamento di fondi in favore di associazioni anti-aborto; la seconda, sempre a firma Zelger, sulla sepoltura automatica dei feti, che non è più stata ripresentata in consiglio.

Quel 26 luglio la seduta fu sospesa in seguito al gesto di Bacciga. Lo scorso fine settimana la città di Giulietta è tornata al centro delle tensioni per le manifestazioni di “Non una di meno” e dell’Anpi da un lato e di Forza Nuova dall’altro, che vede in Verona la nuova “Vandea d’Europa”.