Casamonica, il condono salva la villa di “Pelé” dalle ruspe

Hanno usufruito dei due condoni edilizi varati dal governo Berlusconi, nel 1994 e nel 2003. Come centinaia di migliaia di italiani (e di romani), d’altronde. Tanto che ora Guerino Casamonica, detto “Pelé”, può addirittura arrivare a vantarsene, nel giorno in cui, pochi metri più in là, Matteo Salvini e Nicola Zingaretti facevano a gara a salire sulla ruspa che avrebbe buttato giù la palazzina confiscata diversi anni fa a suo padre, il capostipite Giuseppe Casamonica.

Sono almeno sei le ville nella zona legate ai Casamonica, sorte in maniera completamente abusiva e poi sanate dagli uffici capitolini, nei quartieri La Romanina, Morena e Campo Romano, triangolo feudo del clan sinti nell’estrema periferia est di Roma. “Almeno”, perché il VII Municipio di Roma, competente della zona, negli anni ha dovuto registrare decine e decine di condoni edilizi in un’area dove dagli anni 70 in poi di palazzine e villette ne sono spuntate come funghi.

Uno di questi ha riguardato anche il villone da 400 mq con piscina, color rosso pompeiano, in cui “Pelé” vive con la sua famiglia. “Io sono tranquillo. Ho seguito la storia delle demolizioni, ma la cosa non mi tocca: qui è tutto condonato”, ha spiegato ai cronisti intervenuti in via di Roccabernarda per la conferenza stampa del ministro dell’Interno e del presidente della Regione Lazio. “Ha ragione Guerino – confermano a Il Fatto sia dall’Agenzia regionale per i Beni confiscati alla mafia che dal Municipio VII –. Lui è in regola”. E al momento il suo patrimonio non sembra aggredibile, visto che i precedenti per usura e spaccio di droga di certo non lo prevedono.

La villa del civico 8 sarebbe sorta in una prima “versione” alla fine degli anni 80, costruzione cui è seguita l’adesione al programma di condono avviato con la legge 724/1994. Ma gli abusi nella proprietà di Pelé sarebbero continuati anche alla fine degli anni 90, cui è seguita l’adesione alla seconda procedura avviata dal governo Berlusconi, stavolta con il decreto 269/2003.

Ma Guerino sembra esser stato molto fortunato nelle sue pratiche, visto che l’ufficio condoni di Roma Capitale è una vera bolgia.

A oggi, infatti, su oltre 400 mila richieste di sanatoria, totali e parziali, presentate dal 1983 agli uffici distaccati di via di Decima, ne sono state esaminate e risolte meno di 200 mila, al ritmo di appena 10 mila concessioni l’anno. Con gente che aspetta il proprio turno anche da 15 anni. Comunque vada, un presidio di legalità in via Roccabernarda ci sarà. “Un parco giochi con una biblioteca”, ha riferito Zingaretti, al posto della villa di Giuseppe Casamonica, al termine di una demolizione dettata dai costi troppo elevati (quasi 1 milione di euro) per il recupero dell’edificio vandalizzato dopo l’arresto del presunto boss.

Proprio di fronte, l’altro edificio confiscato è stato riassegnato a un’associazione per il supporto e l’integrazione dei ragazzi autistici. “Così dimostriamo che i buoni vincono”, ha detto invece Salvini.

Dopo il blitz al Quadraro della scorsa settimana, per il 2019 Virginia Raggi e i suoi stanno preparando nuove demolizioni, ma in zona Romanina, dove saranno buttati giù sette edifici in via Domenico Baccarini con decreti in attesa di esecuzione anche da 40 anni.

Ok alla “sanatoria” sulle case popolari vendute sul mercato

Arriva una sorta di sanatoria per risolvere il nodo di chi ha venduto case popolari a prezzi di mercato prima della sentenza della Cassazione del 2015 che richiederebbe di restituire le somme incassate incassate oltre il prezzo calmierato originale delle abitazioni. Si tratterebbe, solo a Roma, di circa 200mila immobili interessati. L’emendamento amplia la possibilità di affrancarsi oggi dal vincolo del prezzo massimo col pagamento di una percentuale al Comune. Nelle scorse settimane Il Fatto si era occupato della situazione, divenuta esplosiva nella Capitale, di centinaia di famiglie che a seguito della sentenza 18135 del 2015 della Cassazione ricevono a distanza di anni le richieste di restituzione di gran parte del prezzo a cui avevano venduto. Sono costruiti in regime di edilizia agevolata e consistenti intervento pubblico, con i cosiddetti piani di zona, secondo le convenzioni previste dalle leggi del 1962 e del 1971. Moltissime sono state acquistate e negli anni rivendute a prezzi di mercato, con il via libera dei notai e spesso dello stesso Campidoglio, perché nella capitale le convenzioni non erano affatto chiare sul vincolo del prezzo massimo di cessione, applicato solo al primo passaggio dal costruttore.

La studentessa a Mattarella: “Noi siamo No Tav”

L’opposizione al Tav fa irruzione anche al Teatro Carignano di Torino dove, ieri mattina, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella assisteva all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università cittadina. Un’irruzione gentile, ma militante, in una cornice istituzionale.

Dal palco, nel corso del suo intervento, la presidente del Consiglio degli studenti, Teresa Piergiovanni, 23enne eletta ad aprile con la lista di sinistra (maggioritaria) Studenti Indipendenti, ha voluto parlare di confini e ribadire le differenze tra i giovani europei, una generazione “cresciuta senza mai trovarsi davanti a un confine chiuso”, e i giovani “che vorrebbero venire in Europa”, per i quali “invece, non esiste un progetto Erasmus”: “I migranti e le migranti vengono separati in cattivi e buoni, economici e rifugiati, sulla base di criteri arbitrari si decide chi abbia o meno il diritto di stare nel nostro paese – ha detto –. Si sceglie di colpire chi migra e non chi sfrutta come forza lavoro a basso costo queste persone costrette alla clandestinità”.

Ha anche infilato una stoccata all’esecutivo gialloverde: “Il nostro governo sceglie di colpire le organizzazioni non governative che nel Mediterraneo salvano vite umane e non le organizzazioni criminali che su quelle vite costruiscono il loro profitto”.

In questo contesto è arrivata a trattare il tema più sensibile che si possa trattare a Torino di questi tempi: il Tav Torino-Lione. “Noi stiamo con le comunità che ogni giorno lottano per i propri territori, come il movimento No Tav in Val di Susa, che ha una frontiera chiusa e invalicabile per chi migra, ma aperta a una grande opera inutile e dannosa come il Tav”.

Le parole di Teresa Piergiovanni sono state applaudite da una parte del pubblico: “Solo una persona mi ha detto che non era d’accordo”, spiega lei al Fatto. Tuttavia il pensiero “No Tav” in università, dove negli ultimi giorni si sono moltiplicati i dibattiti e gli incontri in vista della manifestazione dell’8 dicembre, non viene accettato da tutti. Ieri, ad esempio, due consiglieri regionali del Pd, Luca Cassiani e Nadia Conticelli, hanno scritto una lettera a Gianmaria Ajani, rettore dell’ateneo torinese, “per chiedere che all’interno del Campus Einaudi sia garantita la libera circolazione di idee e opinioni, come è dovuto in una istituzione formativa pubblica, e quindi siano rimosse le bandiere No Tav dagli spazi comuni non adibiti all’affissione ideologica”.

Insomma, a meno di due settimane dell’8 dicembre il clima si scalda. Così le “madamine” organizzatrici della manifestazione Sì Tav annunciano che non si faranno vedere: “Ce ne resteremo buoni buoni a svolgere la nostra vita normale, possibilmente in luoghi lontani dalla piazza No Tav, nel rispetto di coloro che la pensano diversamente da noi”, scrive Giovanna Giordano Peretti. In piazza sfileranno alcuni rappresentanti della Città, come il vicesindaco Guido Montanari che potrà indossare la fascia tricolore che “rappresenta Torino, come il gonfalone”, ha ammonito l’ex sindaco Piero Fassino alla maggioranza pentastellata del Consiglio comunale ieri pomeriggio. “Vi state mettendo contro tutta la città – ha aggiunto l’onorevole –: siete isolati e dovreste ascoltare i cittadini e capire cosa pensano. Vi state trasformando in un movimento di antagonismo sociale”.

Il notaio e l’agente di cambio: i dioscuri delle “madamine”

Affari & finanza, e una spallata alla giunta Appendino. Ecco il tema di fondo di chi si agita nella Torino delle madamine Sì Tav. A tirare le fila delle manifestazioni, oltre alle improbabili signore, agli industriali e a un po’ di classe politica renzusconiana, ci sono notai rampanti e noti agenti di cambio. Tutti, sul piano politico, vogliono detronizzare Chiara Appendino, magari prima del voto del 2021. A spiccare sono il notaio Andrea Ganelli, associato (ed erede) dello studio assai potente del notaio Antonio Maria Marocco (con interessi dalla Fiat allo Ior vaticano) e il finanziere Guido Giubergia, a sua volta erede, tramite il babbo Renzo, del comando della società Ersel.

I grandi giornali fanno finta di niente. Ne parla invece il quotidiano torinese online Lo Spiffero di Bruno Babando, che fa da cassa di risonanza e, a volte, da ispiratore, dei descamisados di Affari & Finanza.

Il 14 novembre scrive: “Dicono che dopo la manifestazione di sabato scorso l’elenco dei novelli Salza (Enrico Salza, ndr), ovvero di chi ambisce a ereditare il ruolo di gran burattinaio nelle faccende (di potere) domestiche fino a ieri svolto dall’ex banchiere torinese, annoveri un nuovo e autorevole aspirante: Guido Giubergia. L’ad di Ersel, società di famiglia che custodisce patrimoni (e segreti) della Torino che conta, non solo è sceso in piazza Castello con tanto di bandiera europea a sostenere il ‘popolo del Sì’, ma ha anche confidato l’intenzione di ‘voler dare una mano’ alla sua città e al Piemonte”. In tal senso, continua Lo Spiffero, “pare abbia iniziato a sondare la disponibilità di alcuni amici a impegnarsi direttamente in politica. Chissà come l’avrà presa il notaio Andrea Ganelli, nel cui studio le madamine hanno ufficializzato il loro comitato, gran animatore di serate conviviali con il milieu subalpino che già immaginava un futuro da ‘potente’ dietro le quinte?”. La notizia della nascita del movimento nello studio Ganelli è stata confermata dal Corriere della Sera.

Chi è Ganelli? Uno che viene ora indicato come il guru delle “madamine” e che, nel settembre-ottobre 2017, sempre su Lo Spiffero, affermava contro l’Appendino: “Occorre un’iniziativa che punti sulle idee, sui progetti e poi sulle persone che tali progetti e idee condividono. Il tempo per fare e fare bene c’è, ma occorre partire. Subito”. Con “la vittoria del Movimento 5 Stelle”, proseguiva il Nostro “e la contestuale crisi dei partiti (a partire dal Pd) rischiamo di perdere i punti di riferimento, c’è un vuoto che va riempito. Professionisti, imprenditori, commercianti, i cosiddetti ceti produttivi devono tornare a occuparsi della cosa pubblica (…). Serve una iniziativa civica. Un luogo non ostile ai partiti ma che consenta una discussione più ampia sulla scorta di un’esperienza riuscita come fu Alleanza per Torino”.

Ganelli, 47 anni, è l’erede “designato al trono del prestigioso studio del notaio Marocco, di cui è associato; una carriera brillante a suon di atti e marche da bollo e una passione mai sopita per la politica nata con i giovani della Dc nella sua Codogno, in provincia di Lodi, e proseguita in Forza Italia nella seconda metà degli anni Novanta”.

Anche Giubergia, che aveva mostrato interesse per la novità Appendino, per poi rimanere deluso, scalpita. Intanto lo fai in versione Pro-Tav. “Nessun territorio”, ha detto a un settimanale, “è escluso dalla questione Tav”. Serve ad “attirare investimenti e creare lavoro. E la Tav (sic) serve a questo, in un raggio molto ampio”. Tutti gli imprenditori, ha aggiunto, “sanno che rinunciare alla Tav sarebbe un suicidio collettivo. Non è solo questione di scambiare merci, ma idee, innovazione, di aprire prospettive di rilancio. Cosa non fai tu, lo fanno gli altri”. Resta da vedere se il notaio e l’uomo di Borsa marceranno assieme, oppure divisi.

Cronisti precari, nuovo no della Fnsi al vicepremier

La tutela dei lavoratori più deboli passa attraverso un “confronto serio e costruttivo” che non può prescindere “da atti chiari e trasparenti da parte del governo”, mentre l’approvazione dei tagli dei fondi per l’Editoria farebbe crescere il numero dei precari. Lo sostengono la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Ordine nazionale dei giornalisti. Gli organi di rappresentanza della categoria, quindi, non incontreranno oggi il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. E hanno declinato anche il secondo invito, quello per il 10 dicembre. In risposta, Fnsi e Ordine organizzeranno un’assemblea pubblica davanti alla sede del Mise per lo stesso giorno. Il segretario generale del sindacato dei giornalisti Raffaele Lorusso e il presidente dell’Ordine nazionale Carlo Verna hanno ribadito quanto illustrato in occasione dell’invito di qualche giorno fa. La convocazione “insieme a non meglio identificate altre associazioni” sarebbe ”una mancanza di rispetto verso chi rappresenta i giornalisti” e, aggiungono, “ai pesanti insulti alla categoria non è mai seguito un gesto di ravvedimento da parte del ministro”.

Il capo M5s ceda le quote della società

Luigi Di Maio non ha fatto nulla di male ma il suo ruolo di leader del primo partito italiano gli impone di cedere le quote della Ardima Srl. Per rispetto agli italiani che hanno votato M5s deve porre fine allo stillicidio sulle presunte irregolarità commesse nel precedente decennio dalla Ardima Costruzioni di Paolina Esposito, gestita dal padre e intestata alla mamma. La difesa del vicepremier è nota: la sua società – Ardima Srl – non è quella che avrebbe commesso le irregolarità denunciate in tv da Le Iene. Tutto vero. Il vicepremier è socio al 50 per cento con la sorella Rosalba nella Ardima Srl nata dopo le irregolarità presunte, nel 2012. Però tra le due Ardima c’è un legame: l’azienda, cioè il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore, in pratica l’anima dell’impresa.

La prima Ardima, quella della mamma con sede a Mariglianella, era gestita da papà Di Maio ed è nata nel 2006. Quella di Luigi e Rosalba Di Maio è una srl con sede a Pomigliano d’Arco. Però l’azienda della prima impresa è stata donata ai figli Rosalba e Luigi dalla mamma.

La Ardima Srl, nata nel 2012, era poco più di un guscio vuoto che prende il volo nel 2014 quando i due figli conferiscono l’azienda materna: comprendente una betoniera, un autocarro, quattro perforatori, due elevatori, un banco sega, più flex, trapani, ponteggi e minuterie varie. All’attivo c’è anche la cifra di 8 mila euro per un lavoro in corso al Palazzo delle Fontane. L’azienda vale 80 mila euro e porta il capitale della Ardima Srl fino a 100 mila euro. Nel prospetto firmato da Luigi Di Maio, va detto, non risultano liti pendenti.

Comunque il legame aziendale tra l’impresa dei genitori e la Srl dei figli dovrebbe suggerire a Di Maio di chiudere la sua esperienza in un’impresa edile di Pomigliano.

Dopo il primo servizioLe Iene sono tornate a mordere e domani trasmetteranno una nuova intervista. Possiamo immaginarne il canovaccio: la “Iena” Filippo Roma, con l’aria da vigile inflessibile, gioca al gatto con il topo: “Allora, caro Di Maio, che fa concilia sulla storia di Sasà, lavoratore in nero nell’azienda di papà?”. Quando il vicepremier tenterà di chiudere il verbale con tante scuse per un “caso isolato” (“così mi ha detto papà”), ecco pronto il gancio a sorpresa dell’inviato Mediaset: “Eh no, caro mio. Caso isolato un piffero”. E giù altri tre nomi di sedicenti lavoratori in nero. Di Maio assumerà il solito sguardo triste e per la seconda volta si impegnerà a fare i compiti a casa con l’aiuto di papà.

Il format di ‘Filippo & Giggino’, con il primo che fa perfide domande di cui già conosce le risposte, potrebbe andare avanti a lungo come la serie a puntate dei vari Sasà, Gegé e Totò pronti a denunciare soprusi contributivi subiti dieci anni fa. I social della famiglia Renzi gronderanno di video pieni di strilloni nigeriani pronti a giurare che nella società di Rignano tutti erano assunti con contratto regolare e il ministro del lavoro sarà costretto a difendersi sul piano formale. Dirà che lui, nonostante sia socio al 50 per cento, non segue gli affari della Ardima Srl e che comunque quella era un’altra impresa e di queste storie non ha mai saputo niente.

Però ci sarà sempre qualcuno pronto a far notare che nell’ultimo bilancio depositato, per il 2016, Ardima fattura 150 mila euro pagando salari per 76 mila euro mentre nel 2014 fatturava 190 mila euro e pagava stipendi per 33 mila euro. Luigi Di Maio nell’assemblea di approvazione del bilancio 2016 si è fatto rappresentare dal padre Antonio. L’utile della Ardima Srl è stato di 10 mila euro, 5 mila a testa per i due fratelli. Non distribuiti. Un vicepremier votato da 11 milioni di italiani può farne tranquillamente a meno.

“Un operaio al nero, anzi tre”. Bis delle “Iene” sui Di Maio

I casi risalgono agli anni tra il 2008 e il 2010, più o meno gli stessi della vicenda dell’ex operaio Salvatore Pizzo, sollevata dalle Iene. Nell’azienda edile di Pomigliano d’Arco (Napoli) intestata all’epoca ad Antonio Di Maio, il papà del futuro vicepremier e ministro del Lavoro M5S, Luigi Di Maio, ci sarebbero stati almeno altri tre lavoratori in nero. Uno sarebbe tuttora in causa. Le Iene sono riuscite a rintracciarli. L’esito delle loro investigazioni andrà in onda stasera su Italia Uno. Quello di Pizzo non sarebbe quindi un caso isolato, come invece avrebbe spiegato il padre al vicepremier. E a Pomigliano, i nomi – che potrebbero essere più di tre, ma il condizionale è d’obbligo – già circolano con gli identikit: uno è quello in giudizio, un altro lavorerebbe in un supermercato, uno non è molto alto di statura. Le informazioni provengono dagli amici di Salvatore Pizzo, che si è trincerato in un silenzio impostogli, dicono dalla sua famiglia, dalla produzione tv.

“Mercoledì potrò parlare”, ha detto al cronista del Fatto che lo ha aspettato sotto casa. Ma chi lo conosce, riferisce che Pizzo è molto irritato per alcune contro-ricostruzioni della vicenda. A cominciare da quella frase buttata lì su Facebook da Di Maio, su di lui che avrebbe votato M5S e aderito alla campagna di maggio, “il mio voto conta”, con tanto di selfie con i figli. “Io non ho fatto campagna per loro”, avrebbe spiegato Pizzo agli amici. La moglie, la signora Antonella, ha risposto al telefono a qualche domanda sul perché il marito abbia aspettato sette anni per uscire allo scoperto: “Mio marito era scocciato da certe cose dette da Di Maio sull’onestà di suo padre. La realtà la sappiamo solo noi. Mio marito dice la verità”. Pizzo ha fatto sapere in giro “di essere stanco di fare il venditore ambulante di accendini da sette anni a causa di Antonio Di Maio”. Secondo le nostre fonti, Pizzo si sarebbe sfogato così con le persone più vicine: “Avrei voluto dimenticare, ma mi si è accesa una fiamma quando ho letto che Luigi Di Maio ha ribadito che viene da una famiglia onesta (si riferisce alle dichiarazioni del vicepremier sulla vicenda della casa abusiva e condonata, ndr). Io non accuso Luigi Di Maio e non lo accuserò mai, non ho avuto modo di conoscerlo. Lui stava ancora all’università. Però se all’epoca dei miei fatti, del mio infortunio sul lavoro, quando il padre mi ha detto di mentire, di dire che mi ero fatto male a casa, tu avevi circa 25 anni e dici di essere all’oscuro di cosa faceva tuo padre, non ci credo fino in fondo… non stai più nel carrozzino…”. Nel 2012 Di Maio rileverà il 50% dell’azienda, l’altro 50% lo rileva la sorella. In paese molti difendono Di Maio senior: “Una brava persona – afferma Francesco, 80 anni – non si è montato la testa. Un operaio al nero? E quanti lo fanno? Non è stato l’unico. Ma non credo che il figlio sapesse. Altrimenti gli avrebbe chiesto di stargli lontano prima che uscisse questa storia”.

In Cgil c’è traccia della transazione tra Pizzo e l’impresa dei Di Maio. Lo riferisce Giovanni Passaro, all’epoca segretario degli edili del comprensorio, oggi segretario generale Fillea-Cgil di Napoli: “Pizzo si rivolse a me – dice Passaro al sito ilmediano.it – non voleva denunciare ma continuare a lavorare. Riuscii a fargli prendere il posto di lavoro contrattualizzato grazie a un certificato medico dell’infortunio che disse di aver subito mentre lavorava per Antonio Di Maio. L’operaio optò per un accordo: un bonus di 500 euro e la regolarizzazione del posto di lavoro. Poi da me non è venuto più”. E ha perso il lavoro. “Non ricordo se si trattasse di un contratto a tempo determinato. Ma quando nell’edilizia si chiude un cantiere, la cessazione è automatica”.

Scajola: “Il capo della Polizia diventi cittadino onorario”

L’imputato e lo sbirro, sarebbe il titolo per raccontare della cittadinanza onoraria a Franco Gabrielli, capo della Polizia. Perché la proposta non arriva da una persona qualunque, ma da Claudio Scajola (eletto nel giugno scorso sindaco di Imperia dopo che aveva sconfitto gli avversari del centrosinistra e del centrodestra targato Giovanni Toti). La motivazione ricorda “la fondamentale attività svolta da Gabrielli nella tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica”. Sarà oggi il consiglio comunale della città del Ponente ligure a votare la proposta del primo cittadino. Dall’opposizione, però, c’è chi avanza una questione di opportunità: a proporre il riconoscimento nei confronti del numero uno della Polizia è proprio Scajola, tuttora imputato a Reggio Calabria. Secondo i pubblici ministeri calabresi infatti l’ex ministro avrebbe aiutato Amedeo Matacena – condannato in via definitiva per concorso esterno nella ’ndrangheta e latitante nei paesi arabi – nel tentativo di trasferimento da Dubai a Beirut (poi non avvenuto). Scajola ha sempre respinto le accuse e conta di uscire assolto dal processo. Non sarebbe la prima volta. Chissà, però, come prenderà Gabrielli l’offerta del sindaco di Imperia.

La Resistenza è rinviata a data da destinarsi

Un tempo giornale-partito che dettava la linea alla sinistra e poi al centrosinistra. Oggi giornale-propaganda come tanti altri. La differenza è visibile a occhio nudo. Come i tanti spazi vuoti l’altra mattina, di domenica, al teatro Brancaccio di Roma, dove ci si batteva per la libertà di stampa nell’anno I di questo cupissimo regime gialloverde, un filino peggio di quello berlusconiano.

Parliamo, ovviamente, della gloriosa Repubblica di Mario Calabresi che in questo fine settimana ha tastato il polso alla politica e alla società civile sul grave rischio fascismo in Italia. E la crisi del fu giornale-partito si è palesata tra silenzi notevoli e scarsa partecipazione democratica. Eppure per mobilitare le masse anti-populiste, sabato scorso il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha festeggiato il ritorno tra gli illuminati del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, motore del No al referendum renziano e sin da allora sospettato di collaborazionismo filogrillino.

Zagrebelsky è tornato con un vigoroso appello alla resistenza e alla disobbedienza civile, senza però specificare contro chi (in realtà volava alto e citava Popper, contro le società chiuse sognate da tanti politici italiani di oggi e di ieri). L’unico nemico citato è il “tribalismo”. L’appello però è stato subito respinto da alcuni potenziali nuovi partigiani del fronte anti-populista: Matteo Renzi e Maria Elena Boschi e finanche un tranchant Giuliano Ferrara ieri sul Foglio (“stupidità sostanziale” ornata con “preziosità accademica”). Non solo. A far cadere nell’abisso delle cose perdute il vigoroso appello è stata l’indifferenza del Pd, partito ombelicale concentrato ormai solo su primarie, correnti, candidati e i consueti tatticismi di palazzo.

E il mancato scuotimento adrenalinico del Pd conduce al flop di domenica mattina al Brancaccio, dove nemmeno la pletora di direttori ed ex direttori del gruppo debenedettiano è riuscita a richiamare la folla delle grandi occasioni, per un nuovo girotondo, stavolta contro il regime gialloverde. La crisi del giornale-partito è infatti la crisi nera che continua ad attraversare il Pd, sempre più avvitato in una logica perversa di ceto politico.

Sin dalla catastrofe elettorale del 4 marzo scorso, Repubblica ha provato a guidare il processo di rinnovamento (non andando oltre, però, la riesumazione di Prodi e di Veltroni) per riguadagnare l’autorevolezza e il prestigio degli anni Novanta ma il vuoto di consensi non si è affatto fermato.

Il doppio flop Zagrebelsky-Brancaccio poggia però anche su due altre gambe evidenti. Innanzitutto la rimozione del renzismo, errore questo in cui è caduto persino Massimo Giannini, volto “repubblicano” tra i pochi, da quelle parti, a criticare il Rottamatore quando era premier e per questo epurato dalla Rai. Del resto la crisi di Repubblica deve molto al fiancheggiamento acritico del renzismo.

Questa rimozione è simmetrica al pregiudizio contro i Cinquestelle, ignorando che buona parte dei girotondi e dell’élite antiberlusconiana dell’ultimo ventennio ha scelto, da sinistra, il radicalismo dell’onestà grillina.

Ecco perché in questo weekend non c’è stata alcuna ribellione di massa. E l’annunciata Apocalisse finanziaria ancora latita, nonostante la massiccia propaganda di Repubblica. L’ultima topica l’ha raccontata ieri Dagospia: in Rete è stato chiesto a Federico Rampini, firma-guru del quotidiano, dove avesse preso una frase attribuita a Merkel. Questa: “Dobbiamo trattare l’Italia come la Polonia”. A smentirlo la collega di Repubblica da Berlino, Tonia Mastrobuoni: “Non l’ha mai detto”.

Senato, il mistero buffo della lapide dimenticata

Si parla di mistero quando qualcosa o qualcuno scompare senza lasciare tracce. Ma noi italiani siamo fenomeni. Diciamocelo. Senza falsa modestia. E abbiamo fatto di una comparsa un mistero. “Ci viene con me nei sotterranei, quelli meno conosciuti, con l’umidità e magari qualche topo?”.

Era Antonio Corini a parlarmi, dipendente del Senato e, oltreché cultore di Storia patria, riconosciuto come memoria storica di Palazzo Madama. Andammo. Fu così che, seguendo per l’ultimo tratto la luce della sua lampadina tascabile, mi trovai dinanzi “lei”.

Su una parete scrostata e umida, vidi una lapide ancorata al muro con tre staffe di ferro. Era la testimonianza lasciata dai nostri Padri della prima seduta d’aula del Senato a Roma: 147 anni addietro. Già, il 28 novembre 1871. Infatti, dopo la presa di Roma del 20 settembre 1870, ci s’era dati da fare perché la città fosse la nuova Capitale d’Italia e le sue istituzioni vi avessero sede. Il progetto per trasformare lo spazio del cortile delle poste pontificie di Palazzo Madama in aula parlamentare fu affidato all’ingegner Luigi Gabet, romano di origine savoiarda.

Con Corini ci guardammo, emozionati. Avevamo dinanzi il documento storicizzato nel marmo di quella prima seduta d’aula. E con la sua solita semplicità mi disse che presidente ne era stato il marchese trapanese Vincenzo Fardella di Torrearsa, liberale, colui che, assieme a Ruggero Settimo e a Mariano Stabile, era stato uno dei grandi protagonisti delle pagine gloriose della Rivoluzione siciliana del 1848. Insomma, presidente del Senato perché il suo passato al servizio della libertà sudata era fuori discussione.

Dalle parole e dalle emozioni, ai fatti. Era l’anno 2010. Ne chiesi il restauro. Se ne occupò la sapienza di Claudia Terribili, ma sorse un problema: dov’era? Quella lapide, dove era stata collocata in origine? Certo, una volta “comparsa”, la lapide occorreva rimetterla al suo posto. Dubbi? Nessuno. La storia è Storia.

Quel marmo aveva una forma inusuale. Il suo lato superiore era a mezza luna, curvo. Cercai e finalmente trovai la presenza di un’assenza. Sopra una porta del Cortile d’onore di Palazzo Madama c’era una “luce” con quella forma e quelle dimensioni. Ma potevo essere certo che fosse quella la vera lontana collocazione? Fu così che, sfogliando vecchi libri illustrati alla ricerca di un aiuto, rinvenni una immagine chiarificatrice.

Sì, la sua culla era stata il Cortile d’onore. Appresi anche che era stata rimossa e “archiviata” nei sotterranei per fare spazio, nel 1938, all’appoggio di un grande monumento che celebrava l’Impero. Appresi pure che, caduto Mussolini, quel gruppo marmoreo, che lo effigiava insieme con Vittorio Emanuele III, era stato in fretta ribaltato e interrato lì, in un cunicolo sotto il pavimento. Oggi c’è soltanto una “luce” su una porta. Il presidente Renato Schifani, a cui proposi la ricollocazione, non si decise. Invece il suo successore, Pietro Grasso, sollecitato dai suoi accorti funzionari, sembrò interessarsi alla faccenda. Tanto da consentire al programma di Rai2 Voyager di riprendere la lapide e annunciarne la prossima installazione nella sua sede originaria. Però…

Io non so se c’entri la maledizione di Tutankhamon e la superstizione che insegue chi si occupa di antichità, però è vero che neanche Grasso passò dalle intenzioni ai fatti e, a tutt’oggi, non si ha notizia di simile iniziativa da parte di Elisabetta Alberti Casellati, la nuova presidente. Rimane il mistero di una lapide, comparsa, restaurata, annunciata, ma inerte. Certo. Una lapide, da sola, non si muove.