Alla fine a Corleone ha vinto il centrodestra. Nel Comune, commissariato per mafia da due anni, è andato a votare il 61 per cento. Che con circa 3500 preferenze ha scelto come sindaco Nicolò Nicolosi. Doppiato Maurizio Pascucci, lo sfidante “ripudiato” dai Cinque Stelle che si è fermato a 1800 voti. Sostiene Pascucci che l’arrivo in piazza di Luigi Di Maio per la chiusura della campagna elettorale non avrebbe cambiato il risultato. Impossibile saperlo visto che, come è noto, poche ore prima di arrivare nel paese simbolo della mafia, il capo politico M5S ha dato forfait. Motivo: una foto di Pascucci postata su Facebook due giorni prima insieme al marito di una nipote di Bernardo Provenzano, accompagnata dall’impegno a riallacciare i rapporti con i famigliari che prendono le distanze dai boss. Oggi Pascucci non rinnega quel gesto, anzi spiega che lo rifarebbe. E chiede a Di Maio un incontro per “essere ascoltato perché credo che faccia parte delle regole del mondo”, anche se l’espulsione è “una questione di tempi e di formalità. La scelta è fatta, ovviamente il mio desiderio è restare nel Movimento”.
Il Bertolucci renziano, o il selfie col morto
Proponiamo ai dottori della mente di costruire una scala del narcisismo sulla base di quanti necrologi egoriferiti si sia scritto nella vita. Prima succedeva solo sui giornali, dove oratori funebri di mezza tacca propinavano coccodrilli di finta contrizione nei quali già che c’erano istruivano i lettori circa i loro specifici casi biografici e la particolare stima che il deceduto portava loro, in forza del fatto, se non altro, di non poter essere smentiti. Oggi questo particolare genere letterario italiano si è esteso e raffinato sui social. Voi non avete idea di quanti perfetti imbecilli mitomani, affranti dal dolore, notifichino al mondo quanto fossero legati al morto del giorno, di solito come minimo un premio Nobel o Oscar o Pulitzer. Così – grazie al doping dei motori di ricerca, su cui si avventano stormi di avvoltoi in cerca di qualcosa da dire – la fama e la gloria del deceduto si trasferiscono per un istante sulla nullità del celebrante, uno che ha avuto solo il merito o la fortuna di averlo incontrato in vita e non perde occasione di rosicchiare un pezzo della sua guadagnata celebrità.
Impossibile registrarli tutti. Il mondo del cinismo del pathos è sterminato. Ne valga uno a caso da esempio. Ieri il politico in disuso Matteo Renzi ha salutato così, con una foto su Instagram, Bernardo Bertolucci: “Lo ricordo da spettatore delle sue opere, come tutti. Ma anche come prezioso consigliere quando decidemmo di scrivere la nuova legge sul cinema a Palazzo Chigi: per la prima volta un governo aumentava i fondi della cultura…” ecc. Voi direte: vabbè, è Renzi. E, certo, fa ridere (Bertolucci aveva compreso il genio di Matteo, anzi era proprio renziano, come no; peccato non possa confermare). Ma è invece l’epitome, con aggravante propagandistica, di un egocentrismo osceno e senza limiti che ci porta sempre più a mettere le nostre persone davanti a tutti e a tutto, anche davanti alle bare, per venire bene nel selfie di commiato.
Roberta & Bettino: protesta Stefania Craxi
Pure sua mamma si è preoccupata. “Che c’entri tu con Craxi?”. Poi “le ho spiegato che mica è un mio modello culturale. È un gioco, una provocazione. Allora si è tranquillizzata”. Roberta Lombardi si presenta da Titta, al 162 di via Emanuele Filiberto a Roma, per questi lunedì “alternativi” della politica romana. Dei reading in cui cercano di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, come Craxi e la Lombardi, appunto.
Tra un primo al sugo di carciofi e un’arancina cacio e pepe, il ristoratore Fabio Carosi (che poi è giornalista) offre pane e politica. Tra gli antipasti, c’è pure la lettera di Stefania Craxi, che è stata avvertita ieri mattina e si è risentita pure un po’. Dal palco leggono dello “stupore” della figlia di Bettino, perché hanno chiamato a leggere una che si è “avventurata” nella vita politica. “Il tempo è galantuomo”, scrive, come a dire che perfino i grillini oggi sono costretti a ridare dignità a quel discorso di 25 anni fa, anche se “leggere Craxi non è un esercizio folcloristico”.
Poi, come una pièce dell’assurdo, mentre lo scrittore che introduce la lettura cita quel “mariuolo di Mario Chiesa”, la porta si apre ed entra Antonio Di Pietro, in impermeabile color panna. Nel 1993, Roberta Lombardi era una matricola di Giurisprudenza. E adesso ricorda che alla prima lezione in aula magna alla Sapienza, un professore disse: “Voi siete tutti figli di Di Pietro e di Mani pulite”.
E quando inizia a leggere quei brani del discorso di Craxi, dice che si ricorda “l’assoluto disgusto” che allora provava per “tutto ciò che aveva a che fare con la politica”. Aggiunge che secondo lei “è un sentimento che accomuna un’intera generazione, allontanata dalla vita pubblica”. “Mi spiace che tutto questo sia stato sottovalutato”, sembra risponderle dagli angoli remoti della storia Bettino Craxi “perché si è fatta strada con la forza di una valanga un processo di criminalizzazione dei partiti e della classe politica”. E oggi come allora c’è la stampa che ha creato un “clima infame che ha distrutto persone, famiglie e generato tragedie”. Lombardi adesso di Craxi apprezza “la mancanza di ipocrisia”. Dice che anche lei ha vissuto sulla sua pelle, molta di quella “generalizzazioni” del sistema dell’informazione.
Diceva Craxi: “La rivoluzione è di per sé una grande incognita e una grande avventura, ma senza un ceto organico di rivoluzionari è destinata solo a distruggere e a preparare un fallimento certo”. Chissà se era quello a cui pensava la Craxi quando, ieri mattina, scriveva: “Forse, molti di coloro che oggi si avventurano nella vita pubblica ed istituzionale farebbero bene a comprendere il senso profondo di quelle parole”. Lombardi è interrotta dal dibattito, assai vivace e si rivolge agli organizzatori: “Perché a me Craxi e ad Alemanno avete solo chiesto di cantare Guccini?”.
Rai, l’ex capo dell’ufficio legale nello staff di Foa
Giornata di nomine oggi in Rai, dove nel pomeriggio è previsto un consiglio di amministrazione che indicherà i nuovi direttori delle reti, ma non solo. Sono Teresa De Santis a Rai1, Carlo Freccero a Rai2, Stefano Coletta confermato a Rai3, Antonio Preziosi a Rai Parlamento e Auro Bulbarelli a Raisport, preferito in zona Cesarini a Maurizio Losa. Ma oggi si procederà ad altre tre nomine, non di poco conto. L’attuale direttore degli Affari legali e societari di Viale Mazzini, Pierpaolo Cotone, arrivato in Rai nel 2015 con Antonio Campo Dall’Orto, è in scadenza di contratto e sta per andare in pensione. Così oggi Fabrizio Salini dovrebbe annunciare il nuovo capo del legale, che probabilmente sarà Francesco Spadafora, attuale numero due dell’ufficio. Cotone, però, classe 1951, non andrà ai giardinetti, ma verrà nominato capo dello staff del presidente Marcello Foa. Con una consulenza della durata due anni.
Una nomina anomala che in Rai sta suscitando più di una perplessità. Perché non è mai accaduto che un capo del legale, per giunta sulla via della pensione, venga preso nello staff dei nuovi vertici, in questo caso del presidente.
Per la cronaca, come direttore degli Affari legali e societari, Cotone è colui che la scorsa estate ha espresso due pareri legali che sono stati di grande aiuto allo stesso Foa. Il primo, dopo la bocciatura del candidato presidente in commissione di Vigilanza il primo di agosto. In quel frangente la Rai si è ritrovata nella difficile situazione di avere un ad, Fabrizio Salini, ma non un presidente. Cotone allora fece sapere che Foa, in qualità di consigliere anziano, poteva convocare il Cda, che sarebbe stato nel pieno delle funzioni. Non andò esattamente così, perché altri pareri legali dissero che il Cda poteva essere convocato, ma solo per gestire l’ordinaria amministrazione.
In seguito ci fu un secondo giudizio favorevole all’attuale presidente: quando l’ufficio legale di Viale Mazzini diede via libera al fatto che Foa, nonostante la bocciatura in Parlamento, potesse essere rivotato in Cda e, in caso di successo, riproposto alla commissione di Vigilanza. Come poi avvenne: il 26 settembre scorso l’ex cronista del Giornale è stato rivotato in Vigilanza diventando presidente della Rai. Votazione che scatenò roventi polemiche e che ancora oggi è oggetto di un ricorso al Tar da parte di Rita Borioni, consigliera di area Pd. Un ricorso che, se verrà accolto, potrebbe avere come conseguenza l’annullamento dell’elezione di Foa a presidente.
Un’eventualità, quest’ultima, che a Viale Mazzini non si esclude affatto. E che non esclude lo stesso presidente Foa, da cui nei giorni scorsi è partita l’idea dell’elezione di un vicepresidente. Un numero due in grado di fare le sue veci e impedire che in quel ruolo ci finisca la stessa Borioni come consigliera anziana. Il vicepresidente della Rai, dunque, sarà votato oggi in Cda e, secondo i rumors, in pole position c’è Giampaolo Rossi, consigliere in quota FdI, autore di alcuni tweet e dichiarazioni non proprio sobrie, anche nei confronti del capo dello Stato. È anche per questo – è la voce che gira in Parlamento – che Sergio Mattarella ancora non ha ricevuto al Quirinale i nuovi vertici di Viale Mazzini come invece solitamente accade.
Nel frattempo si vengono a sapere ulteriori particolari sulle nomine. A Carlo Freccero, che come pensionato non percepirà stipendio, verrà fatto un contratto di un anno, come prevede la legge Madia, ma sarà coinvolto anche nella creazione di nuovi format e programmi. Mentre non sono state smentite le voci secondo cui l’ad Salini avrebbe offerto a Milena Gabanelli di rientrare in Rai con un incarico ancora da definire, ma che potrebbe essere la direzione di Rainews.
Casco bianco e mani ferme
Epico resoconto della prode impresa salviniana sul Tg2 delle 13: il Capitano in sella a una lucente ruspa dell’esercito italiano spezza le reni a una villa sequestrata 5 anni fa ai Casamonica. Per celebrare lo straordinario successo, il notiziario del direttore Gennaro Sangiuliano – l’uomo che ha riportato l’orgoglio nazionale a Saxa Rubra – mette in scaletta ben due servizi. Il primo è un inno al ritrovato coraggio dello Stato. La cronaca del Tg2 è vivida, incalzante, lirica: “Il rumore sordo e la polvere. Cadono le prime tegole di una villa sequestrata ai Casamonica. A guidare la ruspa c’è Matteo Salvini, casco bianco e mani ferme sui comandi. Demolitore e ricostruttore, così si definisce il ministro. In questa battaglia che, sottolinea, non ha colore politico, ma è per dire che vincono i buoni, sempre e ovunque”. Salvini è inflessibile, nel servizio si può apprezzare la rettitudine morale direttamente dalla sua voce: “Ho visto che stamattina uno dei Casamonica mi ha invitato a bere un caffè. No grazie, preferisco altre frequentazioni. Inseguiremo i delinquenti quartiere per quartiere, via per via, villa per villa, negozio per negozio”. Giù dalla ruspa ci sarebbe anche Nicola Zingaretti, il presidente della Regione Lazio che finanzia l’abbattimento della villa con 150 mila euro. Nel servizio non compare.
I 5Stelle al Viminale: “Roma è pronta, sgomberi CasaPound”
Il messaggio è indirizzato direttamente all’alleato di governo, Matteo Salvini, proprio nel giorno in cui il leader della Lega si è fatto fotografare mentre buttava giù con la ruspa una villa dei Casamonica. E arriva il messaggio dal deputato romano più in vista in questo momento, Francesco Silvestri, che ieri ha lanciato via social l’ammonimento per i “ritardi” del Viminale. “Roma chiede aiuto al ministero dell’Interno per due questioni ancora irrisolte – scrive Silvestri – Virginia Raggi da tempo ha chiesto i 254 poliziotti, donne e uomini delle forze dell’ordine che mancano all’organico di Roma Capitale. Sono pochi ma sono decisivi. Roma li attende e non si può aspettare oltre”. Poi, sulla scia degli sgomberi già compiuti nelle scorse settimane sul territorio capitolino, ricorda a Salvini l’immobile più problematico: “Non possiamo tollerare di aspettare oltre sugli sgomberi di palazzi occupati abusivamente. Un esempio su tutti: l’immobile di CasaPound, nel cuore di Roma, nel quartiere Esquilino, a poca distanza dal Viminale. Roma è pronta, ma la decisione deve essere presa dal ministro dell’Interno”.
L’opposizione intransigente di Gattuso e Gemitaiz
C’è un Matteo Salvini diciamo così post prandiale che esonda verso altri lidi quando il Palazzo gli viene a noia, perchè diciamocelo: fare il ministro degli Interni da mattina a sera può essere molto noioso.
Dopo aver inaugurato la stagione di gattaro, fotografandosi in un quadretto di mici di ogni specie e dimensione, e chiedendo al popolo di trasformare la sua stazione facebook in un maxi raduno di gatti felici, ieri ha battibeccato ma con fortuna assai più misurata, con un rapper e poi con l’allenatore del Milano Rino Gattuso.
Ha spiegato agli italiani, durante i frequentissimi live online, che non solo Renzi o Padoan o Junker ma anche Gemitaiz, non sarebbe stato alla adunata verde in programma l’8 dicembre a Roma.
Aveva intanto già ingaggiato con l’allenatore del Milan un duello sui cambi che questi non avrebbe fatto per dare smalto alla squadra, inchiodandola domenica al pareggio con la Lazio.
Gemitaiz, che gli elettori più anziani non hanno molto presente, l’ha però colpito al cuore con una fucilata: “Mattè, ho più followers di te”. Matteo, che in nome dei followers azzarderebbe finanche una crisi di governo, come l’avrà presa? Già un altro rapper, Salmo, aveva intimato ai fan di scegliere tra la sua musica e Salvini. “Il rap è black culture
, se votano Lega allora comprino i dischi degli Skinheads e brucino i miei cd”.
Anche Gattuso è stato piuttosto schietto e persino indisponente col ministro: “Con tutti i problemi che abbiamo, parla di calcio”, ha detto Ringhio, il soprannome con cui i tifosi del Milan chiamano Gattuso. confermando la giornata grigia salviniana che a ha poi dovuto persino diramare un messaggio di conciliazione (“Ho immensa stima per Gattuso, parlavo da tifoso”) e chiudere qui la gita fuori porta.
Nel limbo: risparmi sulle poltrone pochi, tagli sui servizi molti
Ah, le province: bistrattate, messe sul rogo e poi abolite. O forse meglio aborrite: perché, in verità, una abolizione completa non c’è mai stata. Oggi esistono enti intermedi di nome e di fatto, con gli stessi compiti di prima ma non gli stessi soldi, che hanno sì registrato un risparmio di gestione (o di politica), ma talmente esiguo da essere ininfluente sul bilancio dello Stato e peraltro al prezzo della cancellazione delle elezioni.
Il governo, ora, sembra intenzionato a rimetterci mano, dalla resurrezione leghista all’incertezza pentastellata. Quale che sia la decisione (cancellarle definitivamente e trasmetterne le competenze – dalle strade alle scuole – ad altri enti oppure ripristinarle nel pieno dei loro poteri) ecco intanto una fotografia della situazione.
Come e cosa. Le vecchie province, ancora previste in Costituzione nonostante il tentativo di cancellarle con la riforma costituzionale Renzi-Boschi, erano 107. Gestivano e gestiscono la sicurezza di 5.179 edifici che ospitano 3.226 scuole, frequentate da 2,6 milioni di studenti. A loro toccavano e toccano la manutenzione di 130mila chilometri di strade e 30mila chilometri di ponti, viadotti e gallerie. Inoltre sono responsabili della difesa del territorio e della tutela dell’ambiente. All’inizio del 2014, la legge Delrio (che allora era ministro del governo Letta) le ha trasformate: quattordici “città metropolitane” (Roma, Milano, Napoli e altri grandi centri) e decine di “enti di area vasta”. Sono quindi state definite “enti di secondo livello”, nel senso che i cittadini non votano più per eleggere il presidente e i consiglieri, ma l’elezione avviene tra i sindaci e i consiglieri dei comuni della zona.
Soldi. La riforma è stata presentata come un’aggressione alle poltrone, alle maxi indennità e agli sprechi della politica. In realtà il taglio degli amministratori – passati da circa 4mila a circa 900 – ha generato un risparmio all’ingrosso di 110 milioni di euro. Quanto al personale, a competenze invariate, ne è rimasto la metà: l’altro 50% è stato semplicemente trasferito ad altri enti. Zero risparmi, ovviamente.
Quel che a partire dal 2015 è stato tagliato invece, e in modo selvaggio, sono i fondi delle province, che arrivano dalla Rc auto (e da altre imposte) più qualche ormai rado intervento perequativo dello Stato: circa 5 miliardi in meno in tre anni. Tagli che la stessa Corte dei Conti ha ritenuto irragionevoli e che non tenevano conto dei fabbisogni standard, ovvero di quelle quote calcolate in seno alle agenzie pubbliche per stabilire quanto serve a un ente per garantire servizi efficienti ai cittadini. Una riduzione già in atto dal 2011: 300 milioni in meno nel 2011, 1,76 miliardi l’anno dopo e 2,6 miliardi nel 2013. Tanto che per evitarne il default, in ogni legge di bilancio finora è stata inserita un’ancora di salvezza.
Quest’anno, sono i calcoli del presidente dell’Upi Achille Variati, alle province italiane servirebbero circa 280 milioni per evitare il default. Soldi che andrebbero a finanziare gli interventi a scuole e strade: anche perché, all’idea di trasferire queste competenze a Regioni e Comuni, non è mai corrisposto un trasferimento economico. A fronte delle molte responsabilità – anche penali – sindaci, consiglieri e presidenti di province e città metropolitane non percepiscono più indennità.
Città metropolitane. Sono 14 in tutta Italia: Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina e Cagliari. I sindaci del capoluogo guidano automaticamente l’ente, i Consigli Metropolitani sono eletti con una votazione riservata ai consiglieri comunali e sindaci. Spesso il sindaco è di un colore, la maggioranza di un altro. Molte hanno ereditato i bilanci in rosso delle Province. “Nel complesso le Città Metropolitane (…) hanno subito tagli per quasi 1 miliardo tra il 2010 e il 2016 – si legge in un documento Anci del 2017 – e gli equilibri dei bilanci 2017 sono ottenuti solo grazie all’applicazione di artifici contabili e comprimendo l’attività istituzionale sulle funzioni fondamentali minime”.
Prospettive.Ora la Lega lancia l’idea di reintrodurre l’elezione dei presidenti e degli organi amministrativi, idea supportata dall’Unione delle Province, che prova inoltre a suggerire di far convogliare nella gestione delle Province tutti gli enti di bacino esistenti e di continuare ad assicurarsi che sindaci e comuni siano i principali interlocutori nelle decisioni.
Condannati Belsito e Bossi: “E i 49 milioni vanno confiscati”
Un anno e dieci mesi a Umberto Bossi. Tre anni e nove mesi a Francesco Belsito. La Corte d’Appello di Genova condanna anche in secondo grado il Senatùr e l’ex cassiere del Carroccio. Accolte le richieste del pm Enrico Zucca, ma pene ridotte rispetto al primo grado perché una parte degli addebiti è già coperta dalla prescrizione.
È l’inchiesta per la truffa ai danni del Parlamento (compiuta attraverso i rimborsi elettorali) diventata, però, famosa perché aveva svelato il transito di denaro che dalle casse del partito era finito a Cipro e in Tanzania (per poi ritornare). Uno scandalo che aveva portato alle dimissioni del fondatore della Lega e alla fine di un’era politica.
Da qui è nata anche la confisca dei 49 milioni nelle casse della Lega che l’appello ha confermato. “Non cambia nulla: i soldi continuano a non esserci. Comunque chiedetelo agli avvocati, io faccio il ministro, non mi occupo di processi e denaro”, ha commentato Matteo Salvini.
Bossi, però, ormai dorme sonni tranquilli. Tra due mesi la prescrizione spazzerà via anche le accuse residue. Non ci sarà neanche tempo per la Cassazione. I capi di imputazione per truffa contestati nel processo erano tre: il primo riguarda 22,4 milioni. Secondo i pm, il reato sarebbe stato consumato nell’agosto 2009 e quindi è già prescritto. Il secondo invece riguarda 17 milioni e la prescrizione scatterà, appunto, a gennaio 2019. La terza tranche – 8 milioni – potrebbe non prescriversi, ma non riguarda Bossi e Belsito.
La sorte dell’ex cassiere è più incerta. Una parte delle accuse a lui rivolte potrebbe non rientrare nella prescrizione che scatterà a gennaio. Ma è una questione di mesi e si giocherà sul filo di lana in attesa della pronuncia della Cassazione. Belsito ieri era presente in aula: “Sono tranquillo con la mia coscienza, a differenza di qualcun altro. I magistrati hanno confermato la ricostruzione del primo grado: i soldi finiti in Tanzania e a Cipro sarebbero un’appropriazione indebita, mentre per me era un investimento. Tant’è che poi sono tornati in Italia. Non ho preso un euro”.
La prescrizione, appunto, non scalfisce la confisca dei 49 milioni nelle casse del partito oggi guidato da Salvini. Già, perché è nato tutto da questa inchiesta. La Lega così dovrà continuare a versare 100mila euro ogni due mesi, la rateizzazione concordata a settembre dall’attuale cassiere, Giulio Centemero, con i pm.
Un’inchiesta che ha travolto i passati vertici della Lega – per quanto Bossi sia tuttora senatore e presidente del partito – ma che ha suscitato imbarazzi anche nei successori. La richiesta illecita su cui si basano i rimborsi elettorali risale al periodo di Bossi e Belsito, ma una parte consistente del denaro fu incassata anche in seguito, quando la Lega era guidata da Roberto Maroni e Salvini (mai toccati dall’inchiesta).
Non solo. La Corte d’Appello ieri ha ridotto le pene nei confronti dei revisori dei conti dell’epoca (disponendo la restituzione dei beni loro sequestrati): 8 mesi per Diego Sanavio e Antonio Turci; 4 mesi invece per Stefano Aldovisi. Proprio da un esposto di quest’ultimo era partita l’inchiesta per riciclaggio, a carico di ignoti, che sta cercando di capire se parte dei 49 milioni incassati dalla Lega siano finiti su conti esteri. Finora, infatti, i pm sono riusciti a recuperare soltanto 2 milioni. Secondo i vertici della Lega il resto sarebbe stato interamente speso per l’attività del partito (dagli stipendi dei dipendenti alle iniziative politiche). Ma i pm Paola Calleri e Francesco Pinto si stanno muovendo per ricostruire tutti i movimenti. In particolare a suscitare l’interesse dei pm sono alcuni conti correnti dove sarebbero stati depositati 19,8 milioni.
Si tratta di depositi presso Unicredit (la filiale vicentina) e Banca Aletti (la sede milanese). I denari da qui nel 2013 sarebbero stati trasferiti su due nuovi conti aperti presso la filiale milanese della Sparkasse di Bolzano. La banca altoatesina sarebbe stata consigliata da Domenico Aiello (non indagato), avvocato di fiducia di Maroni e allora presidente dell’Organismo di Vigilanza dell’istituto. Due conti correnti, il Fatto lo ha raccontato, con una vita molto breve. Perché aprire e chiudere conti nel giro di pochi mesi? Secondo i dirigenti della Lega, semplicemente perché altrove erano state offerte condizioni migliori. L’indagine dei pm genovesi stava per fermarsi qui quando nei mesi scorsi è arrivata una segnalazione: tre milioni dal Lussemburgo sono rientrati in Italia alla Sparkasse. Di per sé niente di illegale, ma i pm vogliono capire se quel denaro possa essere riferito alla Lega. Ipotesi respinta dal Carroccio e anche dalla banca: “Quel denaro è nostro”.
Salvini rivuole le Province: “Riforma Delrio sbagliata”
Rispuntano (nel dibattito pubblico) le Province. Matteo Salvini ha criticato la riforma Delrio che nel 2014 le ha svuotate, trasformandole in enti di secondo livello, per i quali non sono più previste elezioni dirette.
Il vicepremier si è espresso di fronte a una platea di amministratori e lavoratori nella sede di Poste Italiane, a Roma: “Bisogna avere il coraggio, la forza e la buona volontà di rivedere un impianto istituzionale che è monco, perché ora è ‘all’italiana’”, visto che le Province, secondo Salvini, sono state trasformate in “un ente che fa e non fa, non ha soldi per operare. Soprattutto non ha avuto senso cancellarlo senza dare una soluzione”.
Il fatto è che la reintroduzione delle Province non è contemplata nel contratto di governo tra Lega e 5Stelle. Anzi: l’abolizione completa dell’ente è una delle battaglie storiche del Movimento 5 Stelle, che le considera un’istituzione inutile, un residio degli sprechi della casta. A ottobre Di Maio aveva detto: “Presto rivedremo la funzione e la loro stessa esistenza”.
Ieri alla sortita di Salvini si è aggiunta una considerazione ancora più esplicita di Roberto Calderoli, senatore del Carroccio: “Con la bocciatura del referendum costituzionale che aboliva definitivamente le Province, è venuto meno anche il senso della legge Delrio. Va assolutamente superata, reintroducendo l’elezione diretta del presidente della provincia e del consiglio provinciale, e la riattribuzione delle funzioni storicamente svolte bene dalle Province”. Potrebbe essere un nuovo fronte polemico nella maggioranza giallo-verde, che per adesso però non si apre: nessun esponente dei 5Stelle ha commentato o confutato le parole di Salvini e Calderoli. La posizione leghista sulle Province peraltro non è una novità. La linea del partito è quella espressa in un disegno di legge depositato in Senato il 20 aprile 2018 (quindi prima della formazione del governo) che porta le firme, tra gli altri, di Matteo Salvini e dell’altro ministro Gianmarco Centinaio (Agricoltura). L’obiettivo della legge è “ripristinare la legalità costituzionale attraverso l’elezione diretta a suffragio universale del presidente e dei consiglieri della Provincia”.