Dl Sicurezza oggi in aula: il governo mette la fiducia

Un voto di fiducia per accelerare i tempi ed evitare imboscate. La maggioranza ha deciso ieri di blindare anche alla Camera l’approvazione del decreto Sicurezza, che venti giorni fa aveva ricevuto l’ok del Senato con un altro voto di fiducia. La decisione è stata comunicata ieri in aula dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro. L’annuncio è stato accolto da un applauso fragoroso della Lega e del Movimento Cinque Stelle, tra le grida dei deputati del Partito democratico: “Vergogna, vergogna!”.

La votazione della fiducia sul dl Sicurezza alla Camera avrà inizio oggi alle 17.10, come deciso dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Sarà la terza volta che il governo ricorre alla questione di fiducia: oltre al voto sul dl Sicurezza al Senato, Lega e 5 Stelle lo avevano richiesto anche in occasione dell’approvazione del Milleproroghe. Il governo si metterà così al sicuro da sorprese: la scorsa settimana la maggioranza era stata battuta in un voto segreto riguardo a un emendamento al ddl Anticorruzione, provocando l’ennesimo screzio tra i giallo-verdi.

“L’Italia non faccia come Tsipras, non ceda”

“È stato un giorno triste quello in cui Alexis Tsipras ha lottato per convincere Bruxelles e Berlino di essere il loro uomo. Quindi, no, non sono d’accordo sul suo consiglio all’Italia che è meglio cedere subito”. Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greco che uscì sbattendo la porta dal primo governo Tsipras, ha appena finito di parlare. Per due ore davanti a tutta la business community italiana allo Studio Curtis, ultimo piano con vista su piazza Venezia a Roma, ha espresso opinioni e valutazioni sulla politica mondiale.

Stimolato da Sir Martin Sorrell, uno dei più grandi comunicatori mondiali (è stato per 33 anni a capo della WPP). Da Macron (“che ha solo 6 mesi davanti a sé per provare a sopravvivere”), alla May (“il tipo di accordo stretto con la Ue è una scelta totalmente sbagliata”) a Putin (“è così importante perché l’Europa e gli Stati Uniti glielo consentono, non facendo una politica energetica e tollerando le sue violazioni dei diritti umani”). Ha appena annunciato la candidatura alle Europee con il suo movimento transnazionale, Diem 25, come capolista in Germania.

Per le liste in Italia, sta per partire la raccolta firma: mettere insieme i partiti a sinistra si è rivelata una mission quasi impossibile.

Cosa dovrebbe fare il governo italiano?

Deve decidere se vuole cambiare le regole o fare una battaglia per violarle, che non serve a niente. Il mio problema con questo governo è che sta continuando la strategia di Renzi. Mandare avanti il ministro e poi dire che le richieste dell’Europa non vanno bene. Dovrebbe invece dire: ‘Ok, non possiamo rispettare queste regole, ecco il nostro piano per cambiarle’.

Quindi, sbaglia ad abbassare la manovra dello 0,2%?

Sì. Dovrebbe presentare la richiesta di un piano straordinario di investimenti europei, ovvero bond della Banca europea, per investimenti veri come riconversioni ecologiche e industriali. Se fosse accettato, l’Italia si impegna a rispettare tutti gli impegni, se fosse negato, dovrebbe partire con un piano unilaterale di investimenti nazionali e arrivare anche al 3%.

Cosa pensa di Salvini?

È stato creato dal fallimento dell’establishment, che ha bisogno di esibirlo come nemico. Ma funziona anche al contrario. È tutta una pantomima: Juncker è funzionale a Salvini e viceversa. Un esempio? Macron non sarebbe mai stato eletto senza Marine Le Pen.

E di Luigi Di Maio? Ci parla?

Ci ho parlato in passato, mi ha fatto domande, è stato molto educato, ma ora non vedo motivo per farlo: i Cinque Stelle non sono quelli di tre anni fa. Non li capisco: hanno perso ogni occasione di essere un’opportunità per cambiare l’Europa democratica. Sono diventati uno strumento nelle mani di uno xenofobo come Salvini.

Cosa pensa del reddito di cittadinanza?

Sono a favore di questa misura. Ma in questo caso, si tratta solo di un reddito minimo garantito, che è subordinato all’accettazione di una proposta di lavoro. Non è una soluzione strutturale.

Lei ha detto che la riduzione dell’età pensionabile dovrebbe riguardare solo lavoratori manuali e quelli a bassa retribuzione, quindi non chi lavora nella finanza, nella Pa, nelle professioni.

Sarebbe un primo passo, ma dovrebbe riguardare anche professionisti come gli insegnanti o i dottori negli ospedali. Bisognerebbe concordare con i sindacati diverse fasce d’età, ma lasciare fuori i dirigenti e usare i soldi risparmiati in investimenti.

Draghi ha annunciato la fine del Quantitative easing a dicembre. È preoccupato?

Non è quello che fa la differenza. È come curare il cancro con il cortisone: il malato sta meglio, ma non guarisce.

Di Maio, la visita a Mattarella per fare la pace con l’Europa

Il vicepremier a 5Stelle è tornato al Quirinale, che in fondo è la sua Canossa. E nel Palazzo più alto ha (ri)ascoltato le raccomandazioni del presidente della Repubblica, che lo ha esortato a non insistere con la guerra alla Commissione europea. E lui ha risposto promettendo di volere la pace. Da inseguire anche giocando sui numeri della manovra, quindi di politica. Per cedere qualcosa, o almeno fare finta di farlo.

Nasce anche da qui, dalle interlocuzioni di Luigi Di Maio e dei Cinque Stelle con il Colle, l’apertura del governo gialloverde ai commissari di Bruxelles, con quel 2,4 per cento che non è più intoccabile. Una mossa per ora più d’immagine che di sostanza, perché “gli stanziamenti per varie misure erano già sovrastimati”, ammettono nel M5S.

Tradotto, il calo era già nelle cose. Ma la discesa al 2,2 (o al 2,1) da carta futuribile è diventata comunque il segnale di pace da ventilare subito, assieme alle maggiori risorse per gli investimenti. Le vie per recitare la parte del governo di buon senso. Ossia quello che chiedeva da tempo il Quirinale, nei contatti con il Movimento. Un filo intessuto innanzitutto dal segretario generale del Colle, Ugo Zampetti, la cinghia di trasmissione tra Mattarella e i vertici del M5S. E sembra passata un’era dal maggio scorso, quando Di Maio invocò l’impeachment per il presidente della Repubblica, “colpevole” di dire no alla nomina al ministero dell’Economia di Paolo Savona. “Bisogna mettere in stato di accusa il presidente, si deve parlamentarizzare tutto anche per evitare reazioni della popolazione”, scandì in una telefonata a Che tempo che fa.

Mesi dopo, il Movimento si ritrova a consultare volentieri il Colle. Con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da subito fautore di una linea più morbida con Bruxelles. Ma anche con lo stesso Di Maio, che giovedì scorso è stato ricevuto in via riservata al Quirinale. Dove ha rassicurato Mattarella e i suoi sull’intenzione di cercare un punto di caduta con la Commissione. Quindi, di voler seguire i consigli del capo dello Stato, preoccupato per lo spread, i mercati e la tenuta delle banche, come filtra da settimane dal Colle. Però Mattarella non voleva e non vuole apparire come il censore del governo gialloverde. Perché non è un interventista. E perché ostacolare frontalmente la maggioranza potrebbe essere benzina per Matteo Salvini, con cui il Colle non ha mai neppure provato a legare. Il canale con la Lega è Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario a Palazzo Chigi che la manovra l’avrebbe fatta diversamente dall’inizio. Più che aperto alle indicazioni di Mattarella.

E poi c’è il presidente della Camera, Roberto Fico, il grillino con il cuore a sinistra, che fu essenziale per ricucire la ferita con il Quirinale. Tanto che Di Maio gliene diede atto pubblicamente: “Se il governo si è fatto è stato anche per merito di Roberto”, Lui, il “guaritore” Fico, ai primi di ottobre era andato a Bruxelles per incontrare tra gli altri il commissario europeo Pierre Moscovici, e seminare sillabe ireniche: “Si sente l’esigenza di abbassare i toni, perché nella politica ci sono margini di dialogo”.

Un viaggio fatto con la benedizione del Colle, nei giorni in cui era scoppiata la rissa verbale tra i gialloverdi e l’Europa. E allora è naturale che la principale via di collegamento con il Movimento anche in queste settimane sia rimasto Fico. Ma il resto lo ha fatto Di Maio, di concerto con un Conte sempre più in ansia per lo spread.

E poi il vicepremier sa bene che le oscillazioni sui mercati stavano innervosendo anche diversi dei suoi parlamentari, e specialmente quelli del Nord. Per questo negli ultimi giorni il capo del M5S aveva già abbassato il fuoco contro Bruxelles, mentre Salvini continuava a picchiare. E l’incontro di giovedì al Colle ha sancito il cambio di passo. Quindi basta con i cannoni e via alla partita a scacchi con l’Europa. Se e quanto durerà, è tutto da vedere.

Dl Fisco, esteso scudo anti-spread anche alle Bcc non quotate

Arriva uno scudo anti-spread per le banche non quotate come le Bcc. La misura, annunciata con la manovra, è stata ora anticipata nel decreto Fiscale e consentirà agli istituti di credito non quotati (come accade per le assicurazioni) di avere anche maggiore libertà nel registrare le perdite sui crediti. Insomma, un segnale politico al mondo del credito come il Fatto ha rivelato la scorsa settimana quando si è materializzato l’emendamento in Commissione Finanze alla Camera. E ora anche quella del Senato ha approvato un emendamento della Lega, riformulato, che consente alle banche di non adottare i principi contabili internazionali, ma di usare quelli nazionali in base al loro valore di iscrizione così come risulta dall’ultimo bilancio annuale.

Di conseguenza si sterilizzano così gli effetti dello spread sui titoli di Stato detenuti nelle attività disponibili per la vendita. L’emendamento in questione potrà essere prolungato anche agli esercizi successivi tramite un decreto del ministero dell’Economia dal momento che la norma vale “dal periodo d’imposta in corso”.

Cambia la manovra, ma il deficit finale resta al 2,4%

Sul quadro di massima tutti d’accordo, i saldi della manovra verranno ridotti di circa 4 miliardi. Sulle modalità pure, rimandando l’avvio di alcune misure (Reddito di cittadinanza) e usando finestre temporali che dilatino le altre (la Quota 100). Ma sul come usare i risparmi il governo si prende ancora un po’ di tempo. Per ora, a quanto risulta al Fatto, la possibilità di ridurre anche formalmente il deficit che la manovra porta al 2,4% del Pil nel 2019 non è l’obiettivo dell’esecutivo, mentre si punta a farlo calare solo nei fatti, riducendo per un anno la portata delle misure ma lasciando intatta la cornice contestata da Bruxelles.

Il dettaglio non è marginale, ed è stato al centro del vertice di ieri sera a Palazzo Chigi officiato dal premier Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matte Salvini insieme al ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Il quadro di massima è questo. Ieri sui mercati si sono abbassate le tensioni finanziarie sul debito italiano. Segnale positivo dopo l’apertura del governo, seguita alla cena di sabato di Conte e Tria con il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, sulla possibilità di rivedere i numeri della manovra. Tutti nell’esecutivo ribadiscono che “non è questione di decimali”. Conte ha detto che portare il deficit al 2,2% del Pil “vale 3,6 miliardi”. Il dilemma è un altro: inserire quel numero nei documenti pubblici di bilancio consegnati a Bruxelles o spostare solo i soldi su altri capitoli di spesa. “Andranno dirottati sugli investimenti”, ha spiegato ieri il premier. Versione confermata a fine vertice. Qual è la differenza? Nel primo caso, magari portando il deficit al 2,1% (servono 5,4 miliardi) la Commissione potrebbe evitare di aprire la procedura di infrazione per debito che è pronta ad avviare. Il governo si priva però di qualsiasi margine di manovra in caso la crescita dovesse, come pare, rallentare ancora. Nel secondo caso, riduce di poco, e per un anno, la portata della legge di Bilancio, ma non la cornice a cui guarda la Commissione. L’esito sarà l’avvio della procedura ma, vista la mano tesa da Roma, con tempi “più dilatati”, per usare le parole del premier. E così scavallare le elezioni europee di maggio e spostare il peso della correzione sul 2020. Al momento, risulta al Fatto, è questa l’ipotesi a cui lavora la maggioranza.

Vediamo i numeri. Il governo non ha mai fatto mistero che la spesa di alcune misure sarà più bassa del previsto. Ora è pronto a metterlo nero su bianco. Come? Il reddito di cittadinanza (costo 9 miliardi) partirà dal primo aprile e il risparmio stimato dai tecnici vale 2,2 miliardi. Per Quota 100, la parziale modifica della riforma Fornero, verranno usate finestre temporali per ritardare l’uscita dal lavoro dei beneficiari, con un risparmio di 1,7 miliardi sui 7 del costo totale. Le misure arriveranno per decreto entro fine anno. In questo modo il governo otterrà circa 4 miliardi di risparmi e, quindi, di minor deficit de facto. Ma, senza modificare i documenti di bilancio Bruxelles avvierà la procedura. L’avvio formale sarà l’Ecofin del 22 gennaio ma, vista la trattativa in corso, potrebbe slittare a febbraio. E così i tempi concessi all’Italia per mettersi in regola. Tirate le somme, il governo prenderà tempo, rinviando la resa dei conti a dopo le elezioni europee. Una strategia rischiosa ma che ha l’avallo compatto di Lega e M5S. Se le cose dovessero andare male, resta l’opzione di accontentare Bruxelles. Che piace a Conte, Tria e pure al ministro degli Affari europei Paolo Savona.

Draghi chiude il Qe ma annuncia l’aiuto per le banche

Ora tutti aspettano la riunione della Bce del 13 dicembre per avere conferma di quanto Mario Draghi ha abilmente lasciato intendere – esplicitamente e attraverso eloquenti silenzi – ieri in audizione al Parlamento europeo. In sostanza, questo: il Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli sul mercato secondario, finirà effettivamente a dicembre come annunciato; qualche “aiutino” ai Paesi in difficoltà arriverà comunque (riacquisto del debito in scadenza, tassi ancora bassi, assai probabile nuova tranche di liquidità a basso costo per le banche); la cornice regolatoria dell’Eurozona non è destinata a cambiare né quanto ai conti pubblici, né quanto alle banche (gestione delle sofferenze eccetera).

Partiamo dal Qe, che chiuderà i battenti a fine anno dopo oltre tre anni e mezzo di onorato servizio. Secondo il numero uno della Banca centrale europea non ce n’è più bisogno: formalmente doveva servire a riportare l’inflazione al 2% indicato come obiettivo da Francoforte e, ha detto Draghi, i prezzi al consumo sono “aumentati al 2,2% nell’ottobre 2018 dal 2,1% di settembre”; certo, “l’inflazione core (al netto delle componenti più volatili come l’energia, ndr) continuano a essere deboli, ma sono risaliti dai minimi. Ci sono buone ragioni per essere fiduciosi che l’inflazione core crescerà gradualmente”. Perché? “I salari stanno salendo” e “si prevede una crescita più rapida”.

Bene pure il Pil dell’Eurozona: “Perché non stiamo dicendo che c’è un rallentamento dell’economia? Perché la crescita del commercio mondiale è più bassa, ma non è bassa: è sopra la media storica”. Il settore auto, ad esempio, colpevole del congelamento del terzo trimestre, “sta già rimbalzando in questi mesi”.

Nonostante questo, però, la situazione non è ancora tornata alla normalità. Nelle parole di Draghi: l’inflazione va come deve, ma “allo stesso tempo le incertezze chiedono pazienza, prudenza e persistenza nel calibrare la nostra politica monetaria”, quindi uno “stimolo significativo (corsivo nostro, ndr) è ancora richiesto”. Lo stimolo della Bce dovrebbe in futuro articolarsi in tre mosse: il già annunciato reinvestimento nei titoli di Stato che andranno a scadenza; tassi bassi ancora a lungo; una nuova tranche di operazioni di rifinanziamento a lungo termine Tltro (Targeted Longer-Term Refinancing Operations), vale a dire liquidità a basso costo per le banche. Su questo, peraltro, Draghi ha evitato di rispondere: silenzio significativo. Le banche italiane, che hanno attinto largamente ai precedenti Tltro, hanno però in prospettiva più un problema di capitale che di liquidità: niente che non possa essere risolto prendendo soldi a Francoforte per investirli in titoli del debito pubblico con cui aumentare il capitale.

Quanto alle speranze di un’altra Europa, per così dire, il governatore della Bce non pare speranzoso: difficile riformare in senso più “espansivo” il Patto di Stabilità, servono più che altro “politiche di bilancio solide che riducano le fonti domestiche degli choc” e un più stringente sistema di coordinamento delle politiche economiche. L’Eurozona, ha detto Draghi con quello che sembra un riferimento all’Italia, “può essere esposta a rischi che originano da politiche insostenibili che portano a debiti troppo alti, vulnerabilità del settore finanziario e mancanza di competitività”, rischi che “possono contagiare Paesi con fragilità simili o forti legami con quelli dove il rischio è originato”. Non solo: “Politiche insostenibili conducono alla fine ad aggiustamenti socialmente dolorosi e finanziariamente costosi che mettono a rischio la coesione dell’Unione”. Non si scherzi troppo, insomma, né da un lato (Italia) né dall’altro della barricata (Ue): con le crisi di mercato non si sa mai come va a finire. Lo spread, per ora, crede al dialogo Roma-Bruxelles: ieri ha chiuso a 290. In Borsa (+2,7%) festeggiano i bancari.

Se vinceva il Sì

Sabato, su Repubblica, Gustavo Zagrebelsky ha denunciato alcune derive politiche e linguistiche anticostituzionali che non sono fascismo, ma – se possibile – qualcosa di ancor peggio: il “tribalismo”, come Karl Popper definiva le società chiuse e dunque oligarchiche. Il presidente emerito della Consulta non fa nomi né indica partiti, perché quelle derive non sono esclusiva di nessuno, e non sono neppure nate oggi. Affondano le radici nel craxismo e sono poi dilagate col berlusconismo e i suoi trafelati imitatori di centrosinistra, dal dalemismo al veltronismo al renzismo. Tutti in fregola di governo “forte”, tutti allergici ai poteri terzi – dalla libera stampa (la poca rimasta) alla magistratura indipendente (la poca rimasta) – e per i controlli – dal Parlamento al popolo sovrano. Una lezione per tutti, dunque: per i governanti giallo-verdi, ma anche per i loro oppositori che hanno sgovernato prima, spalancando le porte ai nuovi venuti. Ma, siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire né peggior stupido di chi non vuol capire, l’articolo di Zagrebelsky è stato totalmente frainteso dai più.

Molti vi hanno letto un drammatico appello a salire sulle montagne per una nuova resistenza contro il Duce Conte e i suoi duumviri. Il duo Renzi&Boschi, parlandone da vivi, l’ha scambiato (o spacciato) per un tardivo mea culpa sul No al referendum del 2016 e per una riabilitazione della schiforma costituzionale (quintessenza del tribalismo oligarchico) bocciata dagli italiani. Come se non si potessero criticare i governi B., Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Salvimaio senza scusarsi con qualcuno. Sentite Renzi, che spasso: “Avessimo vinto il referendum, oggi avremmo un governo efficiente, anziché un continuo litigio tra due forze politiche. La retorica della deriva autoritaria (così Zagrebelsky, Rodotà e altri costituzionalisti di Libertà e Giustizia definirono nel 2014 il combinato disposto fra Italicum e controriforma costituzionale, ndr) mi ha dipinto come un dittatore, una lettura ridicola. Io volevo abolire il Cnel, Grillo vuole abolire il Parlamento. Ma persino il teorico della deriva autoritaria, il professor Zagrebelsky, si è svegliato dal letargo chiamando alla resistenza contro il governo Conte-Di Maio-Salvini”. E sentite la Boschi, poveretta: “Zagrebelsky unisce la sua voce contro i rischi del Governo. Non una parola però sulle responsabilità di chi ha sdoganato il grillismo e di chi ci accusava ingiustamente di deriva autoritaria”. I due vedovi inconsolabili del referendum dovrebbero ringraziare Zagrebelsky, il Fatto e tutti quelli che invitarono a votare No.

Altrimenti oggi, oltre alla epocale abrogazione del Cnel, avremmo un governo molto più forte e incontrastato di quello che già fa gridare qualcuno al “regime”. E questo grazie ad alcuni astuti marchingegni che i volponi renzian-verdiniani avevano pensato su misura per sé riscrivendo coi piedi 47 articoli (su 139) della Costituzione, e che invece ora sarebbero a disposizione degli odiati barbari giallo-verdi. Il Senato non sarebbe più eletto direttamente dal popolo e non rappresenterebbe più tutte le maggiori forze politiche in ordine di consenso, ma ospiterebbe 100 fra sindaci e consiglieri regionali votati dai Consigli regionali: quasi tutti di centrodestra (maggioranza) e di centrosinistra (minoranza), cioè delle coalizioni che oggi si dividono i governi regionali, e quasi nessuno dei 5Stelle (il primo partito italiano, che però non governa in alcuna regione). Naturalmente al Senato i numeri cambierebbero a ogni nuova tornata elettorale regionale, con un sistema di porte girevoli che cambierebbe gli equilibri di Palazzo Madama a ogni stormir di fronda. I deputati della Camera, invece, li avremmo eletti col Rosatellum, visto che l’Italicum non fu bocciato dai cittadini al referendum (come raccontano i renziani), ma dalla Consulta. E l’unica maggioranza possibile sarebbe quella che già governa: M5S+Lega. Quindi, siccome il voto di fiducia sarebbe esclusiva della Camera, avremmo lo stesso governo Salvimaio. Un governo però ricattato al Senato da B. a ogni legge (ben 12 iter legislativi), con mercanteggiamenti e trasformismi per far passare le singole norme.
La sproporzione fra i 630 deputati eletti e i 100 senatori nominati darebbe ai giallo-verdi ancor più potere nelle decisioni del Parlamento in seduta comune: l’elezione del nuovo capo dello Stato, la nomina dei membri laici del Csm e l’impeachment del presidente della Repubblica. Così il Quirinale sarebbe molto più ricattabile dalla maggioranza alla Camera. E nel 2022 il successore di Mattarella, dopo la settima fumata nera, potrebbe essere eletto da appena 220 grandi elettori su 730 aventi diritto. Ora, gli ultimi a doversi dolere e i primi a doversi rallegrare per la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 sono proprio i pidini superstiti: col partito al 16% e le destre vicine al 50, col rischio di perdere presto qualche altra regione, poi le elezioni europee e subito dopo anche le Politiche anticipate, insomma con la prospettiva di un bel governo Salvisconi, la loro schiforma che rafforzava i governi e indeboliva oppositori e controllori sarebbe un disastro irreversibile non solo per loro, ma anche per la democrazia. Quindi, oltre a Zagrebelsky, al Fatto e al 60% degli elettori, i pidini residui dovrebbero ringraziare pure Lega e FI per aver contribuito al No. E gli unici a pentirsene dovrebbero essere proprio Salvini e B. che presto, con quel sistema, potrebbero fare il bello e il cattivo tempo in un’aula sorda e grigia. Ma forse è questo l’ultimo sogno della buonanima di Renzi: una bella restaurazione di centrodestra con uno strapuntino anche per lui. “A Berluscò, a Salvì, ricordàteve de l’amici!”.

Viva Pierino: perché adoro Alvaro Vitali

Non sono mai riuscita a raccontare bene una barzelletta perché ci vuole talento. Mi sforzo nella premessa per tenere alta l’attenzione, ma poi strada facendo mi agito: “…aspetta, aspetta com’è che faceva? Oddio, faceva tanto ridere”. Mi prende un attacco di ansia, balbetto e dimentico il finale. Io sono una grande massacratrice di barzellette, ma amo chi le sa raccontare e sono un’ammiratrice di Pierino: “Se sei come me…nun te preoccupa’…guarda il mondo è blu che pare un bijou…”. Pierino la peste, Pierino contro tutti, Pierino alla riscossa, Pierino nella classe dei ripetenti e altre non troppo lodevoli variazioni sul tema della barzelletta portata al cinema. La nostra risposta italiana alle serie cinematografiche fondate su personaggi eroici come 007, o come Bruce Lee. Ora è l’ora di Pierino! Papà mi ha detto che è un personaggio ispirato al fumetto di Antonio Rubino, pubblicato sul Corriere dei Piccoli negli anni dieci, un bambino monello allora, ora un ragazzino irriverente, sfacciato, perennemente arrapato. E se dici Alvaro Vitali qualcuno si scandalizza come se incarnasse, solo il suo nome, il cattivo gusto dei nostri anni, per altro anni pieni di scarti e idiozie! A me è simpatico, mi fa ridere ed è della Roma. Mi piace in Amarcord, quando fa il caporione di una combriccola di adolescenti onanisti, o in Roma, dove interpreta un celebre ballerino fantasista, struggente, in uno scombinato tip tap. Se mi dici Alvaro Vitali penso anche a Fellini, e subito dietro mi compare la maschera di Pierino. Sì, per me lui è una maschera! Berretto a mezz’asta col pon pon rosso, maglia lunga sui calzoncini corti, un’espressione sempre scanzonata e furbastra. Un Pinocchio dei nostri tempi che ha dismesso l’anima di legno, che fischietta sfrontato e canticchia che…“alla vita è meglio daje der tu!”.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Aborto, servirebbe dar retta a Sorano e al suo buon senso

Nell’èra dell’informazione spazzatura, dell’odio, dello scandalismo a ogni costo, le belle notizie non sono notizie e non vengono diffuse perché non scatenano pulsioni aggressive, non assicurano like. Eppure, capita che qualcuna buchi la spessa coltre del disinteresse, come quella relativa al sacrosanto licenziamento del medico obiettore per omissione di assistenza. Il caso è accaduto a Giugliano, in Campania, dove una donna incinta ha rischiato la vita per un aborto spontaneo. Ricoverata d’urgenza di notte, la donna si è vista opporre un rifiuto di soccorso medico dal ginecologo di turno ed è stata una miracolosa corsa contro il tempo di un altro medico a salvarla. Quello dell’aborto è uno di quei temi perenni per cui non v’è epoca della storia dell’uomo in cui non sia stato oggetto di conflitti.

Nell’antichità, secondo un’opinione, il giuramento d’Ippocrate contemplava il divieto di praticare l’aborto, mentre, in realtà, il Corpus Hippocraticum conterrebbe la descrizione di pratiche abortive. Esisteva, dunque, pure allora una contrapposizione interna alla corporazione medica tra contrari e favorevoli. Si deve a Sorano d’Efeso (II sec. d.C.), autore di un trattato di ginecologia, l’introduzione di una posizione mediana e di buon senso in omaggio al principio del rispetto della vita umana, cioè l’aborto terapeutico praticato in caso di gravidanza difficile o pericolosa, tale da esporre a gravi rischi la salute della donna (Gynaecia 1.59-65). Perché è così difficile oggi assimilare con laicità, anche per chi è obiettore, l’insegnamento di Sorano d’Efeso, contrario all’aborto ma favorevole nel caso servisse a salvare una vita?

Basta equivoci: il fascismo e l’antifascismo non sono uguali

Prendete il recente libro di Alberto De Bernardi Fascismo e Antifascismo (Donzelli Editore). É necessario leggerlo perchè è un autore autorevole.

De Bernardi sceglie la strada enunciata da Paolo Mieli che, con sorpresa di molti, in una programma di Lilli Gruber si è mostrato infastidito per questo continuo chiacchierare di fascismo che torna. Mancavano pochi giorni alla nomina di Stefania Pucciarelli, senatrice leghista, nella posizione che è stata di Luigi Manconi: presidente della commissione Diritti umani del Senato. La Pucciarelli si era appena associata al grido “Migranti ai forni” gettato sui social della rete dai suoi compagni di feste per la sindaca di Lodi che affama i bambini “stranieri”. De Bernardi, da accademico, non meno solido e articolato di Mieli nel sostegno dello stesso rifiuto (la contrapposizione, lui dice, blocca la storia nel passato e ci costringe a guardare indietro) partecipa – mi permetto di dire – allo stesso errore. C’è la persuasione che fascismo e antifascismo siano simmetrici, grandi uguali, peso e contrappeso. Cercherò di suggerire che non è vero.

L’antifascismo è un fenomeno molto più grande. Il suo compito non è solo di contraddire e spingere indietro,quando tornano, i fantasmi di un brutto passato. Ha da proporre, difendere, sostenere, persino insegnare, quando è necessario, i diritti umani e civili di tutti. Senza l’antifascismo non si spiegano Danilo Dolci, Adriano Olivetti, Don Milani, Marco Pannella, persone che si avventurano in spazi privi di garanzie e di tutele in nome e a beneficio di altri, più poveri, più deboli, più soli, perseguitati.

Lo possono fare (lo hanno fatto, con iniziative indimenticabili) perchè il fascismo è finito, perchè sono state abolite armi, confini, discriminazioni, deportazioni, leggi razziali, riti pseudo religiosi, dedicati esclusivamente al dio cieco del potere.

Ma nel momento in cui si sceglie per la presidenza della commissione Diritti umani la ragazza dei forni piuttosto che Emma Bonino, si dichiara ad alta voce che cosa è l’antifascismo. Emma Bonino sarebbe stata, da sola, all’istante della nomina, la garante di tutto l’antifascismo nella passione e grandezza che ha fatto il mondo libero e nuovo nel 1945. L’Antifascismo non è il contrario del fascismo, tanto che a un certo punto puoi dire basta all’uno e all’altro. E’ un grande progetto di rispetto e di libertà, che non accetta confini, non conosce “ stranieri” e non tollera armi in casa. L’antifascismo fa apparire umiliante lo slogan triste “prima gli italiani”.