Toro, è ora di sincerità in amore. Pesci: calmati o passerai per stalker

 

ARIETE– “Lui non ha niente da darmi e io non ho bisogno di lui”: Artemisia, ritratta da N. Ferlut e T. Baudouin (Coconino), sta parlando di suo padre, ma vale anche per un certo tuo parente. Siete ai ferri corti, è vero, ma questa è la settimana buona per riconciliarsi.

 

TORO – Sii più esplicito con la nuova amante, che – diciamolo – ha già stufato: “Non ce l’ho con te, ti ho solo chiesto di lasciarmi in pace. Ti ho già detto che è un periodo nero”. Proprio per questo hai bisogno di Sonno bianco, e in bianco, come Stefano Corbetta (Hacca).

 

GEMELLI – “A parte le cotte dell’adolescenza, non ero mai stato innamorato; adesso, a quasi cinquant’anni, sì”. Per la serie, non è mai troppo tardi, nemmeno per te. Fidati di Guido Barbujani, e investi nella neonata relazione: Tutto il resto è provvisorio (Bompiani).

 

CANCRO – Ebbene, si può Scegliere di essere felici (Solferino). John Leland, ad esempio, si sente come un vecchio orologio: “Ho preso qualche botta, ma grazie a Dio le mie lancette ancora girano”. E le tue? Ho il sospetto che sì, girano, ma per uno smacco amoroso mai digerito.

 

LEONE – Michael Connelly ha fatto L’ultimo giro della notte (Piemme) e ha notato una strana coppia: “Lei e C. non avevano fatto l’amore. Avevano semplicemente preso l’uno dall’altra ciò di cui avevano bisogno”. Un po’ squallido come inizio, anche se è appena un flirt.

 

VERGINE – “Perché ci si sveglia, ci si alza al mattino – invece di continuare a dormire?”: Margherita Giacobino si sente vittima dell’Età ridicola (Mondadori). Tu, però, saresti ridicolo a buttarti giù così: lo sanno anche i muri che in azienda il vento gira a tuo favore.

 

BILANCIA – Kawakami Hiromi racconta I dieci amori di Nishino (Einaudi): “Già, ma che cos’è l’amore? Si ha il diritto di amare, non quello di essere ricambiati”. Dura lex, sed lex: puoi scappare per l’ennesima volta, oppure aspettare che le parti in commedia si capovolgano.

 

SCORPIONE – Quesito da Marco Cesati Cassin, (Sperling & Kupfer): “Se un albero è caduto nella foresta amazzonica e nessuno lo sa, l’albero è caduto veramente o no?”. Sta parlando, tra le righe, della tua recente infatuazione: Le coincidenze cambiano la vita. Affrettati a consolidare.

 

SAGITTARIO – Per Andrea Cotti sul lavoro “vale la regola” del Cinese (Rizzoli): “Cioè qualcuno già conosciuto ti ci deve portare, ti deve presentare e introdurre”. Se vuoi cambiare ufficio, trovati prima una seria raccomandazione. L’amante non vale.

 

CAPRICORNO – “Arrivo alla sera che non ho parole, perché le ho usate tutte. Questo spesso fa di me una persona terribile in compagnia”. Se non vuoi sfigurare nel nuovo salotto, cui sei stato introdotto, procurati un Amuleto celeste come Helen Humphreys (Fandango).

 

ACQUARIO – “Un brav’uomo come lui! Perché rimane con lei? Per pietà, ecco perché”. David Leavitt mente: non esistono Eguali amori (Sem). E il tuo è un po’ troppo sbilanciato: l’istinto da crocerossina nuocerà a entrambi e, soprattutto, il ferito sei tu.

 

PESCI – Sei rimasto con un pugno di Ossa di sole, sostiene Mike McCormack (il Saggiatore): “Non puoi far niente per lei e non so se ti vorrebbe vedere proprio adesso”. Aspetta qualche settimana prima di rifarti vivo, o sarai derubricato a stalker in modo irreversibile.

Facce di casta

 

Bocciati

Magari fosse solo l’inizio il problema

“Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta”: questo è l’incipit di un “Caffè” in cui Massimo Gramellini commenta la vicenda della volontaria italiana rapita in Kenya. L’articolo ha suscitato molte polemiche ed è valso al giornalista accuse di populismo, paternalismo e conformismo al pensiero ormai dominante. Gramellini ha tentato di difendersi invitando i suoi detrattori a leggere il resto dell’articolo in cui si schiera a favore della ragazza; non perchè ne condivida le scelte però, ma per indulgenza nei confronti della sua giovane età. La realtà è che leggendo questo postulato iniziale, tutti abbiamo creduto che l’obiettivo dell’editorialista fosse quello di esprimere una tesi semplicistica per poi negarla e sviluppare delle argomentazioni volte a smentirla (versione che lo stesso giornalista ha sostenuto nell’editoriale del giorno successivo). Purtroppo così non era. Anzi, la seconda parte dell’articolo paradossalmente peggiora le cose, perchè l’apologia dell’impulsività e della “naivete” della ragazza non sono che il modo di suggellarne la presunta colpa. Talvolta, ahinoi, le sirene del pensiero dominante finiscono per irretire anche coloro che non vorrebbero cedergli.

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Promossi

Ferrovie di genere

Mentre imperversa il dibattito sull’opportunità o meno di portare avanti la rete ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, mentre la politica si divide tra sostenitori convinti del progresso e irremovibili antagonisti dello spreco, una domanda silenziosa ma perpetua insiste nella mente di ognuno di noi, senza che nessuno trovi il coraggio di pronunciarla: Tav è maschile o femminile? A fornire finalmente una risposta al vero quesito amletico della Terza Repubblica c’ha pensato Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca: “Se si dice il Tav o la Tav? Si può dire come si preferisce: chi dice ‘il’ intende il treno ad alta velocità, chi usa il femminile ha in mente la linea ad alta velocità. É una pronuncia ideologica, i sostenitori useranno il femminile, gli avversari, per quanto ho potuto vedere, usano il maschile”. Un’intera visione del mondo racchiusa in un solo articolo determinativo

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Sì, stavolta sarà un’avventura
In un dibattito politico collettivo che ha ormai assunto fattezze da soap opera, il grande quesito che occupa le nostre giornate è: “Ma tra Salvini e Di maio durerà o no?”. A dirci che, per forza di cose, non potrà trattarsi d’altro che di un’ “avventura” c’ha pensato il più titolato sulla questione: Mogol. Interpellato ai microfoni di “Un giorno da Pecora” su Radio Uno, il paroliere della canzone italiana per antonomasia ha risposto così: “Sarà sicuramente un’avventura. Nella situazione in cui si trovano non può che essere altrimenti. Bisogna vedere se sarà bella o brutta”. Mogol ha ragione: è abbastanza evidente infatti che al momento “quest’amore non è una stella”, e tantomeno cinque.

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“Dai cantieri navali alle chitarre di pregio per i Negramaro”

“Il legno è vivo e odora, anzi profuma. Alcuni hanno un’essenza che ricorda persino le rose e quando li lavoro il profumo si diffonde per tutto il laboratorio. Quando scelgo un legno lo percuoto un po’, ne ascolto il suono e poi, se va bene, può diventare uno strumento”. Andrea Capurso aveva 11 anni quando, con l’aiuto di suo padre Nicola, realizzò il suo primo strumento musicale: una chitarra elettrica fatta con i legni delle barche. “Mio padre lavorava in un cantiere navale e per tutta la mia infanzia ho giocato tra le barche, il legno e i suoi utensili. Sempre vicino al mare”. Quella prima chitarra non l’ha mai conservata e chissà dov’è finita: “Non sono mai stato legato agli oggetti – racconta – e dopo quella, ne ho realizzate davvero tante altre. Sono sempre stato appassionato di modellismo e di musica. Ogni domenica papà mi faceva ascoltare il jazz e i Pink Floyd, così decisi di imparare a suonare la chitarra. Ma ne volevo costruire una io e mio padre mi diede una mano”.

Oggi Andrea Capurso, 33 anni di Brindisi, fa il liutaio. Metà artigiano e metà musicista, ha trasformato le sue passioni in lavoro e le sue chitarre suonano in Italia e nel mondo. Tra i suoi committenti ci sono artisti come Negramaro, Daniele Silvestri, Maurizio Filardo, Modena City Ramblers, Alborosie (per cui ha rifinito una chitarra a forma di fucile), Marlene Kuntz, Roy Paci. Non solo nomi famosi, ma anche musicisti, appassionati e collezionisti che con il suo aiuto disegnano e creano la propria chitarra personalizzata. “All’inizio, soprattutto in famiglia, mi presero per pazzo”, racconta, ma a 20 anni Andrea era già un liutaio. Indispensabili gli insegnamenti di papà Nicola: “Ho sempre lavorato con lui, anche quando studiavo. Ero una specie di topo di biblioteca, solo che anziché studiare, costruivo chitarre. E la mia biblioteca era un garage pieno di legni e utensili”. Poi però tutto si è trasformato in lavoro, anche grazie a un regalo: “Mio nonno mi diede mille euro per acquistare i primi macchinari. Con quei soldi comprai la mia prima fresa e la mia prima sega a nastro, indispensabili per lavorare il legno”.

Le sue chitarre e i suoi bassi sono pezzi unici e il legno dei cantieri navali, usato da quel ragazzino che correva tra le barche, ha ormai lasciato il posto a materiali pregiati. Sempre nel rispetto della natura. “Nel tempo ho imparato a conoscere il legno e ad amarlo. Mi piace usare legnami con una stagionatura anche di quarant’anni. Legni esotici come l’ebano. Ciascun pezzo produce suoni differenti, non ne esistono due uguali”.

Una ricerca che lo porta a girare tra le botteghe di tutta Italia, in cerca di pezzi pregiati: “Molti artigiani sono ormai in pensione e non lavorano più, ma conservano dei legnami davvero unici. Io Ii vado a cercare, li analizzo e ne faccio degli strumenti”. E parlando di suo figlio spera: “Mi piacerebbe se un giorno imparasse a suonare il basso: uno strumento libero, si può costruire in milioni di modi ed è in continua evoluzione, come vorrei fosse lui”.

La Settimana Incom

 

Bocciati

La Cina è lontana

Tre spot di Dolce e Gabbana destinati al mercato cinese sono stati giudicati molto stereotipati, ma la bufera è proseguita con i commenti ritenuti molto offensivi sui social network da parte di Gabbana (lui sostiene il suo account sia stato hackerato). Risultato: una sfilata a Shanghai è stata cancellata e tutti i prodotti del marchio sono stati cancellati dalle principali piattaforme di e-commerce cinesi. Dolce e Gabbana si sono “scusati moltissimo” con “tutti i cinesi nel mondo, perché ce ne sono molti”. Eh no?

 

Dono di Donatella
Intervista della sorella di Gianni Versace a Vanity Fair. Domanda: Per lei quali sono le cose importanti? Risposta: “Parlare delle donne e dire che siamo sottovalutate, trattate diversamente nel campo del lavoro e del salario. Abbiamo una voce fortissima e non ci deve essere solo il momento #MeToo per essere ascoltate. Bisogna fare il #metoohoqualcosadadire e dirla”. Il silenzio è d’oro.

 

Nuovi eroi
Eros Ramazzotti ha presentato al Castello sforzesco il suo nuovo disco, “Vita ce n’è”. Un titolo scelto “perché tutto gira strano, c’è negatività, la gente è incazzata, soprattutto in Italia”, spiega il cantante al Messaggero. Qual è la cosa più pericolosa? “L’ignoranza della gente, soprattutto di chi ti comanda. L’idea mia politica è che la gente stia bene”. E quand’è che succede? “Quando le cose funzionano. Quando non c’è ruberia”. Più avanti il disclaimer: “Non sono l’intellettuale della situazione”.

 

Nc

E il lupo
Alvaro Vitali si confessa a Radio2: “I soldi che ho guadagnato li ho spesi. Ero giovane, non pensavo al futuro, ora ho la pensione. Per tutti i film che ho fatto in vita mia avrei dovuto avere una pensione superiore. Siccome parecchie produzioni cinematografiche non hanno pagato i contributi, mi hanno ridotto l’assegno. “Mi sono divertito tra discoteche, gente, amici. Non badavo a spese, i soldi li guadagnavo, compravo macchine veloci, potenti, bellissime, poi dopo un po’ le cambiavo. I soldi li ho buttati, tornassi indietro non lo rifarei”. Pierino per sempre.

 

Promossi

Carlo&Carlo
Verdone, da qualche giorno Grand Uff della Repubblica italiana, festeggia i quaranta, splendidi, anni di carriera. E in un’intervista al nostro giornale spiega: “Il maggiore esponente della commedia all’ italiana è Carlo Goldoni. Se riprendete le sue opere scoprirete i segreti dei grandi autori”. Il segreto nel nome.

 

Pierre Crozzà
Fratelli di Crozza si conferma il miglior contributo al dibattito politico attualmente su piazza. Non solo perché sa stare al passo con i tempi (cfr. la meravigliosa imitazione di Moscovici), ma anche per i contenuti intelligenti (cfr. le esternazioni di Dombrovskis e i rapporti intracomunitari).

La cassetta della posta, da gioia a terrore: solo bollette e multe

Uno che conosco ci manda la moglie. Lui non ha il coraggio. Non ce la fa. Va in confusione. La signora, come spesso le donne, è più ferma, condivide la paura ma la affronta razionalmente tenendo a bada il panico che renderebbe suo marito una poltiglia psicotica e malferma. Dopo un ultimo significativo scambio di sguardi, lei va. Lui resta in casa a sentirla scendere, il rumore sordo dell’ascensore che va giù e quello più angosciante dell’ascensore che inesorabile torna su. Ci siamo. La cabina è al piano. Porta che si apre e si richiude.

Le chiavi nella toppa. La moglie entra in casa. Lui la guarda muto, non servono parole, sanno tutti e due qual è la Grande Domanda Oscura. “Niente” è la risposta della donna, il volto che si apre in un sorriso. Segue un commovente abbraccio coniugale, in una condivisione d’emozioni analoga a quelle degli scampati per miracolo a incidenti gravi, che ridono, piangono e riassaporano quant’è bella la vita quando riparte di slancio.

Un altro mi ha confessato che quando la mattina esce di casa non la guarda. “Almeno ho un’ultima giornata serena”, ha sospirato. Tira dritto, scale, portone, strada, gli occhi fissi davanti a sé, bene attento a non guardare a destra (o a sinistra, la minaccia non ha preferenze), sforzandosi di pensare ad altro, lavoro, donne, la squadra del cuore, pur di evitare l’immagine mentale della crudele roulette russa che ogni giorno è là ad attenderci, cosa nera e silenziosa che ci mette un attimo a toglierti il sonno, scatenare gastriti o problemi sessuali, a rovinarti la vita. Tanti tengono comportamenti analoghi. Una volta non era così. Una volta la cassetta della posta giù al portone era fonte di gioiosa curiosità, ci faceva tornare i bambini che fummo, quando all’alba del 6 gennaio, col cuore colmo di felicità entravamo in cucina sicuri che era arrivata la Befana (una vecchia che sarà magra, ma mai potrebbe passare per la cappa di un camino, soprattutto perché nei nostri condomìni di camini non ce n’era neanche uno). Nella cassetta della posta trovavamo cartoline di amici dai posti più impensati, coi pupazzetti con scritto “Noi”, disegnati male ma bellissimi, tracciati su un costone innevato o su un pedalò. Nella cassetta della posta trovavamo (con uno sforzo riuscirete a ricordarle) le lettere! Scritte a mano, con l’indirizzo giusto e il cap sbagliato!

Quanto meraviglioso era indovinare il mittente dalla calligrafia, quella seria di papà o quella dell’amico che scriveva solo a stampatello o quella coi palloncini sulle “i” di una che, sì, insomma, chissà che fine ha fatto. La cassetta della posta era un gioioso appuntamento quotidiano! Un fiducioso rendez vous col mondo! Trovarla vuota era triste, ci si sentiva abbandonati. Oggi invece trovare vuota la cassetta della posta è la felicità! È toda gioia, toda beléza! Si esulta come allo stadio, a constatare che nell’inquietante contenitore non ci sono minacciosi avvisi dell’Ufficio Postale che invitano al ritiro di una giacenza o terrificanti bustone dell’Agenzia delle Entrate, dieci in tre giorni, che uno vuole già buttarsi di sotto prima di aprirle. O raccomandate con ricevuta di ritorno di avvocati che informano, diffidano, intimano, insomma rompono coglioni già provatissimi. Le email uccisero le care vecchie lettere e ce ne facemmo una ragione, vantaggi come velocità e immediatezza erano evidenti, pure se leggere scritti umani non ha uguali. Ma mai avremmo pensato che le lettere sarebbero state sostituite da ansiogeni fogli burocratici, ormai unici spaventosi occupanti della cassetta della posta, con un solo urticante scopo: svuotarci le tasche. Uno che conosco ci manda la moglie. Lui non ha il coraggio. Non ce la fa. Va in confusione.

La ragazza rapita in Kenya: “Sono stata a Chakama e ho selezionato Silvia”

 

Buongiorno Selvaggia, ho letto su Facebook che hai scritto delle belle cose su Silvia, la volontaria rapita in Kenya, e ti ringrazio per le tue parole nei suoi confronti. Sembrerà poco e scontato ma in questa pioggia di cattiveria gratuita delle parole così fanno la differenza.

Sono una volontaria di Africa Milele da un po’ di anni, sono andata a Chakama con loro più volte, tra cui la prima volta alla tenera età di 21 anni. Incosciente dirai? Può essere, potremmo discuterne per giorni.

Oltre alle esperienze sul campo sostengo a distanza un ragazzino da quando ho trovato lavoro, 20 anni. Ho avuto la fortuna e l’onore di vivere Chakama a 360° in momenti diversi. Dalla prima volta in cui ci son stata ad ora ci son stati si cambiamenti: più energia, strade più confortevoli e sviluppo tecnologico non indifferente, pur rimanendo un villaggio rurale senza acqua corrente e solo con energia solare. Pensa un po’, addirittura una volta ho dimenticato in giro la mia borsetta contenente portafogli e documenti. Dopo nemmeno un’ora me l’hanno recapitata a casa, la stessa in cui è stata rapita Silvia, con dentro tutto. Persino le monetine che nemmeno ricordavo di avere e che per “loro” valevano l’equivalente di due pasti al ristorante. Da un paio di anni insieme ad altre due volontarie facciamo la selezione dei futuri volontari in partenza: Silvia l’abbiamo selezionata noi. Sono coinvolta nell’associazione e, magari per questo, quando ho letto le critiche legate alla “sicurezza” del posto mi son sentita di scriverti. Un po’ per farti avere magari una versione diversa della faccenda, un po’ in protezione di tutte quelle persone che da anni, ogni giorno, si fanno non in quattro ma in dieci per far sì che tutto vada al meglio, per i progetti e per i volontari stessi. Africa Milele a differenza di altre associazioni vede nel volontario una ricchezza non solo per la comunità ma anche per l’Italia stessa. Vedere le realtà fuori può portare a cambiare la realtà interna, molte volte incattivita.

Purtroppo di fronte a uomini armati, e non parliamo di coltellini, anche la miglior sicurezza può traballare. E purtroppo è andata cosi.

Mi spiace, per Silvia e per l’associazione. Mi spiace tanto soprattutto per i commenti espressi da chi poco sa e tanto parla. Spero che questa vicenda finisca presto, per Silvia, non si merita tutto questo. Non voglio far polemica e mi scuso per eventuali sconnessioni. Sono purtroppo un po’ scossa dalla vicenda.

Lettera Firmata

 

Io penso Io penso il meglio possibile di chiunque vada ad aiutare gli altri nel mondo, quindi anche di Silvia. E no, non ritengo come qualche giornalista che il posto di Silvia fosse la mensa della Caritas a Milano, perché “prima gli italiani affamati”. Continuo però a ritenere che in luoghi pericolosi come il Kenya, lasciare una ragazza sola, in un edificio senza sicurezza, in una zona sperduta, fosse un grosso rischio. Io non so se Silvia l’avesse valutato. Non so se ne fosse pienamente cosciente. E non so quanto l’associazione abbia fatto bene a mandare lei e tante meravigliose ragazze come te in passato, in quelle condizioni di (in)sicurezza. Detto ciò, è altrettanto vero che si rischia la vita per sfidare il mare, la montagna, i propri limiti, la natura, se stessi… decidere di rischiare la vita per sfidare l’indifferenza e l’egoismo di buona fetta del mondo è cosa ben più nobile. L’importante è che lo si faccia con piena consapevolezza. Un abbraccio a te e a tutte le ragazze coraggiose come Silvia.

 

“Così il ministro Salvini uccide i miei sogni”

Cara Selvaggia, lavoro e studio a Padova, abito qui da sempre, da quando sono arrivata in Italia, ancora bambina, scappando dal mio paese d’origine. Sono al secondo anno di Università, cosa di cui vado molto fiera e che mi sta aiutando ad aprire la mente e a crescere come persona e cittadina. Da qualche tempo si parla dappertutto del decreto Salvini. Ora, al netto della mia non-simpatia e non-stima per la politica di quest’uomo, da pochi giorni ho scoperto, purtroppo, di rientrare appieno nelle categorie interessate dal suddetto decreto. Ti spiego meglio: come da legge, dopo un determinato lasso di tempo ogni cittadino che provenga da fuori dell’Unione europea ha diritto di fare domanda di cittadinanza. Io non aspettavo altro, soprattutto perché la cittadinanza sarebbe stata di vitale importanza per me e per il lavoro. Adesso invece, come mi ha spiegato un avvocato, da quando questa legge è in vigore mi vedo preclusa la possibilità di avere la cittadinanza entro 5 anni. Fino a poco tempo fa la domanda di cittadinanza doveva essere evasa entro 730 giorni, e invece ora i tempi sono raddoppiati, perciò, dalla presentazione della pratica, dovrò aspettare altri quattro anni e solo per sapere se sarà accettata o rifiutata. Inoltre sono richiesti almeno tre anni di reddito sufficiente per il nucleo familiare, ma nel mio caso, lavorando per pagarmi le rette universitarie, non vedo come potrei lavorare per tre anni a otto ore al giorno. Io vedo seriamente preclusa la possibilità di fare progetti all’estero, e magari di partecipare ai concorsi pubblici per fare il lavoro che sogno. Non condivido questa situazione che oltre a non aiutare in concreto gli italiani stessi crea disuguaglianze e ingiustizia sociale.

Marika

 

Chissà che Salvini tra la foto di un gattino e una tappa del suo tour alla Pausini non trovi anche il tempo di risponderti, cara Marika.

 

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“Troppo bella per morire”: svolta nel cold case fascista

La sera del 27 maggio 1935, al largo della Rupe di Orrico, ad Anacapri, non lontano dalla Grotta Azzurra, un barcaiolo rinvenne il cadavere di una donna. Si scoprì che si trattava della poetessa inglese Pamela Reynolds, vent’anni compiuti da poco. Apprezzata da Benedetto Croce, e abituata a frequentare nella sua villa scrittori e uomini di cultura come D.H. Lawrence, Norman Douglas e Compton Mackemzie. Bella e solare, era innamorata della vita. La scomparsa di Pamela, che viveva a Capri dall’inizio degli anni Venti col padre Richard W. Reynolds, avvocato e professore, e con il resto della famiglia, era stata denunciata in quella stessa serata.

Amava la vita, ma l’inchiesta giudiziaria, condotta molto frettolosamente, stabilì che la giovane si fosse suicidata. Secondo la polizia, si era gettata dalla Rupe di Orrico. Eppure la gente dell’isola, come avrebbe ricordato l’albergatore Eugenio Aprea, quando vide il corpo mormorò che era “così bella anche dopo la morte”. L’aspetto della salma, e le descrizioni fatte dalla popolazione, non sembravano accreditare le modalità e gli effetti di una morte per “dirupamento”.

Le circostanze della morte di Pamela Reynolds, per decenni, sono state tramandate nel modo in cui le autorità fasciste, forse con il concorso della polizia segreta dell’Ovra, le avevano archiviate. Vi aveva contribuito la diffusione di una fotografia della fanciulla, l’unica conosciuta di quel periodo, ritratta con un’aria quasi spettrale: l’immagine di una persona allo stremo delle forze. Una foto, come si vedrà, che era stata ritoccata da qualcuno per avvalorare il suicidio.

Più di ottant’anni dopo, un paio di libri e le indagini di due criminologi e periti grafologici napoletani hanno riaperto il caso. E tra i misteri di quel 27 maggio 1935 spunta la pista del delitto: un innamorato respinto, o una parente invidiosa di Pamela? I primi a trasformare la vecchia storia di Anacapri in un cold case sono stati Rita Monaldi e Francesco Sorti con il romanzo Malaparte. Morte come me (Baldini+Castoldi). In queste settimane è arrivato in libreria il pamphlet Il mistero di Pamela Reynolds (Il Grappolo) di Antonio Corbisiero. A indagare, grazie alla loro professione, sono poi Andrea e Vincenzo Faiello, titolari di uno studio di criminologia, di grafologia e investigazioni comparative. La perizia eseguita sulla scrittura della Reynolds, chiesta da Monaldi e Sorti, e analizzata persino con l’ausilio delle lettere redatte da Aldo Moro nella prigione delle Br, li ha portati a una convinzione: la personalità della poetessa non presenta alcuna analogia con quella di un aspirante suicida. I Faiello sono andati avanti nelle indagini, tanto da rivolgere una richiesta alla procura di Napoli per la riesumazione e l’autopsia dei resti di Pamela. L’istanza non è stata accolta ma i Faiello non si sono arresi.

Una delle scoperte riguarda la foto di Pamela in cui appare funerea. L’immagine originale, invece, la restituisce bella ed elegante. Era custodita dalla signora Pamela Viva, figlia della governante dei Reynolds, Renata Celentano, che venne battezzata col nome della defunta. Chiunque ha visto la fotografia diffusa per anni, affermano Andrea e Vincenzo Faiello, “si è adagiato sulla impressione che Pamela soffrisse di una grave malinconia che l’avrebbe poi portata alla morte per suicidio: la polizia di regime aveva più che un motivo per liquidare come suicidio un fatto non accertabile, sia per il ruolo e l’attività della famiglia inglese che per il senso comune della legge e della giustizia che in quel tempo era condizionato notevolmente”.

Terrore per il ritorno dell’Unione Sovietica

Foresta, foresta e ancora foresta. Siderale frontiera baltica. Sono ore di pioggia e di marcia. Di file di tronchi, dritti e fitti, che sembrano soldati pallidi e altissimi, pietrificati sull’attenti. Silenzio, silenzio e ancora silenzio verde che nei prossimi mesi diventerà immobile e bianco. Non si vede altro: cosa esattamente si dovrebbe scorgere all’orizzonte? “Niente, solo tutto questo”. I ragazzoni si chiamano Paulius e Thomas. “Guarda, questo può essere il prossimo confine di guerra d’Europa”.

Per nascondersi e mimetizzarsi: gli alberi della foresta sono i primi alleati in caso di guerra con la Russia. “Il popolo lituano non vi renderà l’invasione facile”. Lo pensa la maggior parte dei cittadini se gli chiedi di Mosca. È quello che pensavano probabilmente anche prima che il governo pubblicasse e diffondesse le 75 pagine di un manuale che ha fatto arrivare in ogni casa, scuola o biblioteca del Paese. Titolo: “Aktyviu veiksmu gairesm”. Ovvero “orientamenti attivi d’azione. Come prepararsi a sopravvivere ad emergenze e guerra”. Non è la prima volta che a Vilnius con le pagine di carta vogliono fermare l’invasore in arrivo da Est. Questa è solo l’edizione aggiornata dell’opuscolo di tattiche militari e guerriglia distribuito dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014.

 

“Non faremo la fine di Ucraina e Crimea”

Secondo il funzionario del ministero della Difesa, Karolis Aleksa, durante un’invasione “le persone diventano un sistema d’allarme” e possono fornire informazioni cruciali: “Serve anche per spedire un messaggio alla Russia, noi lituani non finiremo gabbati come gli ucraini”. Ci sono le istruzioni per imparare a spiare, riconoscere fucili, sarvuotise tankas, carri armati e blindati russi. Poi regole base su come sopravvivere tra questa flora indomita e natura selvaggia che copre la maggior parte del territorio del Paese. Da un confine all’altro, da nord a sud, da est ad ovest, fino a quei 227 di confine russo-lituano dell’enclave armata di Kaliningrad.

Che il Cremlino abbia ammassato missili e truppe nel suo fazzoletto di terra in Europa, a un’ora da qui, è impossibile da dimenticare perché la stampa locale lo ricorda ogni giorno. Lo “scenario Crimea” ha avuto ripercussioni che hanno varcato il confine degli ucraini e qui a nord est è un incubo ad occhi aperti, che riporta a galla gli antichi spettri della russificazione cominciata oltre mezzo secolo fa. Il premier Saulius Skvernelis all’ultimo incontro con il segretario generale del Patto Atlantico Jens Stoltenberg ha discusso a metà di questo novembre della sicurezza della nazione e del dispiegamento del battaglione multinazionale Nato sul territorio. Inchini e strette di mano sono stati il ringraziamento per l’aumento dei contributi nel settore della difesa (il 2 per cento del pil) ma soprattutto per il contributo baltico alla missione militare dell’Alleanza. La Lituania è stata teatro delle ennesime esercitazioni anti-russe, le Iron Wolf, lupo di ferro 2018, che ha guidato dirigendo tredici eserciti alleati, offrendo ciò di cui abbonda “tutto questo”. Foreste: di alberi e ragazzoni.

Sono terminate anche le nuove esercitazioni nel mare norvegese contro “l’orda in arrivo dal nord”; le cifre delle Trident Juncure: 50mila soldati, oltre 50 navi, 250 aerei, 29 alleati atlantici, tra le loro bandiere sventolava il tricolore lituano. La guerra che si simula al confine russo serve per giocare a nascondino coi caccia di Mosca in cielo che violano le nuvole e lo spazio aereo sfuggendo ai radar. Parte delle manovre è avvenuta in Polonia e nelle repubbliche sorelle baltiche, che hanno fornito 5mila soldati. Cooperazione, comando congiunto, la guida è stata come sempre delle stelle e strisce Usa per rispondere “alle minacce, da qualsiasi direzione provengano”.

 

In periferia: “Sono stato salvato dall’Europa”

Thomas, come ancora molti qui intorno, era infarcito di nazionalismo e visioni infantili del mondo, voleva fare il militare e aveva “un’idea sbagliata, preconcetta del resto dei Paesi” lontani dal suo. Giovane adolescente ultras, era un perdigiorno di periferia finché non ha seguito un “corso di integrazione” finanziato dai fondi europei. Se l’Europa ha fatto qualcosa quassu, è stato questo. Dopo una settimana di incontri organizzati con coetanei di altri Paesi dice di essere cambiato: “I miei migliori amici erano diventati un turco e un lituano della minoranza russa. Non potevo crederci”.

La sua posizione è rara e non condivisa. La difesa e l’addestramento ad oltranza sono la nuova baltic way. La prima è quella di 30 anni fa: nel 1989 due chilometri di persone, da Vilnius, Riga fino a Tallin, si sono strette la mano per 700 chilometri per richiedere pacificamente la loro indipendenza dai sovietici. Oggi loro obiettivo è mantenerla.

La memoria collettiva della troika baltica sanguina ancora all’unisono. La vecchia cameriera bionda al bar poco lontano dalla stazione di Vilnius risponde in russo, sorride in lituano e poi continua in inglese: dopo anni di scuola e università in cirillico, è tra quelli che ha scelto di dimenticare la lingua “del vecchio invasore”, che ha il timore potrebbe tornare da un momento all’altro. La Lituania è molte cose, ma ultimamente è soprattutto questo: paura dell’orso slavo, in arrivo dalla taiga siberiana, pronto ad invadere proprio come durante il conflitto dei due blocchi. Fuori strade deserte, nelle tazze caffè amaro, la sindrome da accerchiamento è la chiacchiera tra i tavoli delle donne che ricordano quelle che chiamano le “tre guerre”, primo e secondo conflitto mondiale, e poi l’occupazione sovietica.

 

E c’è una micronazione anarchica e pacifista

Dal militarismo al pacifismo forzato nella patria dello scherzo. “Tutti hanno il diritto di vivere vicino al fiume Vilna e il fiume ha diritto di scorrere”. È l’articolo uno della Costituzione di Uzupio, la repubblica più piccola d’Europa, forse del mondo, che rimane sospesa in un solo chilometro quadrato, oltre il ponte del centro storico di Vilnius, patrimonio Unesco. È una beffa urbana che si prende gioco della storia, di esercitazioni e ingerenze belliche, straniere e non. La micronazione ha una sua moneta e una volta aveva anche un esercito, composto da una decina di uomini: sono stati poi tutti convertiti al “pacifismo radicale”. Nemmeno la bandiera è ordinaria: il simbolo è il palmo bucato di una mano, ma il colore cambia ad ogni stagione. Le leggi che regolano quest’enclave anarchica sono scritte sullo specchio del bar della repubblica abitata dagli artisti lituani. In visita quaggiù ci sono venuti anche il Dalai Lama e ultimamente papa Francesco. “Tutti hanno diritto all’acqua calda. A fare errori. Ad amare e non essere amati. Tutti hanno il diritto di non capire” dice la Carta del paese fondato il primo giorno d’aprile del 1997. Uzupio, o Uzupis in lituano, Zarece in russo: vuol dire sempre “oltre il fiume”.

“Attraversa il ponte e diventa te stesso”. Questa è la regola nell’unico angolo della Lituania che non aspetta la guerra. Noia baltica e alcolica, di gomiti appoggiati sui tavoli di legno. Quasi tutti sono pronti ad abbracciare il fucile contro i russi, ma non i residenti di Uzupio, tra murales e borsh, la zuppa russa. Il vecchio cameriere del bar dice che oltre ad “Hannibal Lecter, il professore di Vilnius del film Caccia a Ottobre rosso e la presidente Dalia Grubauskaite, non ci sono altri lituani famosi”. Risponde così a chi cerca il fondatore della micronazione, lo scultore Romas Vilciauskas, che ha combattuto con le sue creazioni artistiche il virulento grigiore dei casermoni sovietici che i russi costruirono qui ai tempi dell’Unione sovietica.

C’è un angelo che suona il corno in cima al colonnato, una sirena dai lineamenti isterici e un’altalena che ciondola nel nulla, tra decine di pianoforti abbandonati in ogni angolo. “Nessuno ha il diritto ad avere un progetto per l’eternità”, dice l’articolo 22. “Nessuno può dichiarare colpevole il prossimo” dice l’articolo 35. “Tutti hanno diritto a morire o avere dubbi, ma non è obbligatorio”. Se chiedi qui delle esercitazioni Nato, della “minaccia del Cremlino” sorridono tra pennelli e ninnoli zen tibetani. Gli imperativi categorici per tutti i residenti e per tutti gli europei che resistono al terzo bicchiere li hanno lasciati alla fine della carta costituzionale, dall’articolo 39 al 41. Valgono in caso di guerra e di pace: “Non sconfiggere. Non combattere. Non arrenderti”.

Accordo con l’Europa sulla Brexit: povera May, altri guai in vista

Ai leader europei riuniti a Bruxelles sono bastati 38 minuti per approvare all’unanimità, ieri mattina, i due documenti che segnano la conclusione di 18 mesi di esasperanti negoziati fra Regno Unito e Unione Europea: accordo di divorzio e dichiarazione politica sui futuri rapporti. Un evento storico, ammantato di cupezza. “È un giorno triste” ha commentato il Presidente della Commissione Jean Claude Juncker, perché la Brexit “è una tragedia”. E il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si è abbandonato al lirismo: “Qualunque cosa accada, resteremo amici fino alla fine”. Al di là della retorica, il sollievo per la chiusura della prima fase di negoziati non può durare, perché la fase di massima tensione inizia ora che la patata bollente è passata ufficialmente alle contraddizioni della politica britannica.

In mattinata Juncker aveva dichiarato “Penso che il parlamento britannico, che è saggio, ratificherà questo accordo”. Più tardi, in una intervista esclusiva a Katja Adler della Bbc, è stato più esplicito: o così o l’abisso del no deal, l’uscita brutale senza paracadute a cui, a 4 mesi dalla data ufficiale di Brexit, il Regno Unito è tragicamente impreparato.

Paradossalmente il passaggio dell’ufficialità, che avvia il processo formale di ratifica degli accordi, mette i parlamentari britannici con le spalle al muro. La firma di Bruxelles, se davvero l’Ue non è disposta a riaprire i negoziati, riduce definitivamente gli spazi di manovra. I giornali inglesi anche ieri riferivano di trame e piani alternativi a questo accordo, ma sembrano unicorni, proiezioni fantastiche tenute in piedi per calcoli elettorali o impuntature ideologiche.

Più realisticamente, l’aritmetica parlamentare suggerisce quattro scenari.

Il più probabile è che il deal della May non superi il primo voto alla House of Commons, previsto entro metà dicembre. Ieri Jeremy Corbyn ha diffuso un breve comunicato in cui ha definito l’accordo “un misero fallimento dei negoziati che ci lascia nel peggiore dei mondi possibili. Ci opporremo in Parlamento”. Al no del Labour, cruciale con i suoi 257 delegati, va sommato quello dei 35 indipendentisti scozzesi, dei 12 Lib-Dem, dei 4 nazionalisti gallesi, di un nutrito gruppo di ribelli conservatori e, da ultimo, quello degli unionisti irlandesi del Dup, che dalle elezioni del giugno 2017 fanno da stampella esterna al governo. Anche ieri, la leader Arlene Foster ha dichiarato che i suoi 10 parlamentari non voteranno l’accordo e che, se dovesse comunque passare, riconsidererebbero l’appoggio esterno.

In questo caso, la May avrebbe circa tre settimane per presentare un nuovo piano. Dati i tempi risicati e l’opposizione dell’Ue a riaprire i giochi, difficile ipotizzare cambiamenti più che cosmetici. Ma in quei 21 giorni la paura del no deal – che nessuno vuole in questo parlamento – il prevedibile crollo della sterlina e la reazione negativa dei mercati, potrebbe finire per mettere tanta pressione sui parlamentari da indurli a riconsiderare il primo voto e procedere con l’approvazione in seconda istanza. La seconda ipotesi è che, una volta bocciato il deal, il Regno Unito chieda una estensione dell’articolo 50 (quello che regola l’uscita dalla Ue) per riconsiderare il proprio approccio. La May lo ha già escluso e richiederebbe l’ok dei 27 stati membri, chiaramente ostili. C’è poi la prospettiva di tornare alle urne, preferita da Corbyn ma molto improbabile perché richiederebbe il voto dei Conservatori, che finirebbero per affossare il proprio governo con il rischio di ritrovarsi un socialista a Downing Street.

Infine, il secondo referendum. Raccoglie crescenti consensi, ma comporterebbe un’estensione dell’art 50 approvata dagli altri Stati membri, una campagna all’ultimo sangue e un esito incerto. Consapevole di non poter contare sull’appoggio del Parlamento, la May continua la campagna di “marketing”del proprio deal, “il migliore possibile”, cercando un dialogo diretto con gli elettori. Ieri ha pubblicato una lettera alla nazione in cui lo illustra e lo difende, mentre è in pieno lancio la campagna social #BacktheBrexitDeal. Scommette sulla legittima paura di un no deal. Ma anche sul fattore BoB: bored of Brexit, stanchi di Brexit.

Maialini domestici e pandori per cani: così si compie il Natale dell’Anticristo

Tram 8, Roma. Il convoglio scivola su viale Trastevere e un infante fa la nanna. Con Salvatore Sottile – mio amico da sempre, collega – osserviamo, anzi, restiamo ipnotizzati.

Siamo imbambolati di fronte a un’elegante nonnina che non sta portando a spasso – accomodato su un passeggino – un bimbo ma un nipotino proprio speciale: un maialino avvolto in un gilet imbottito di tepore, fatto beato di ninna nanna, dalle coccole e dal lusso.

É la voluttà del benessere, quella del suino addomesticato. Non incontrerà fagioli e giammai sarà cotica nell’Italia dove pure è viva l’urgenza del reddito di cittadinanza perché comunque – al netto del porcellino col bavaglino – ci sono cinque milioni di poveri, sui marciapiedi della città si schiera l’esercito dei mendicanti e l’umanismo filantropico, a dirla tutta, va a concludersi in una porcheria come questa. Le famose perle ai porci.

É l’Anticristo, dico a Salvatore, che mi rimbalza: “Guarda che sei curioso anche tu, l’Anticristo nientemeno!”. E però ci mette il carico anche lui: “É un piccolo segnale rivelatore, il porcedduzzo che fa il sonnellino, avvolto nel giubbottino, disteso sul passeggino, ci sta segnalando la nostra morte”. La nostra morte e così sia, dunque. La visione del bestio ridotto a infante va ad appiccicarsi – giusta attenzione indotta, dopo lo spavento – con una notizia diffusa dall’agenzia AdnKronos: “Il Natale 2017 sarà dolce e goloso anche per i nostri amici cani. Non ci guarderanno dal basso mentre passeremo in rassegna con occhi famelici panettoni e pandori, anche per loro ci sarà il Canettone e il Candoro. Dolci della tradizione a misura di cane”. Il dispaccio informa che la novità – è la nostra morte, e così sia – arriva da Brescia.

E con tutto il volergli tanto bene agli animali – un atto di misericordia verso il Creato raccomandato dal Profeta, dal Budda e da Gesù che nel suo Natale ebbe intorno il bue, l’asinello e le pecorelle del Presepe – questo del pet food adattato alla Natività risulta però (ed è un’opinione, per carità, un punto di vista radicato nella Tradizione), come un ulteriore esito empio dell’umanismo filantropico. L’Anticristo che è la persona eticamente più raccomandabile avrà già fatto incetta di Canettoni e Candori ma resta il fatto che il Natale – a partire dal Sole vittorioso dei nostri antenati, e dunque poi con Cristo e poi ancora con Maometto (sabato scorso, 24 novembre, l’anniversario della nascita del profeta) – è l’accostarsi del Divino al Creato in forma di novella.

Eccola: “Le hûr uscirono dai propri castelli, spargendo fragranza. A Ridwân, l’Angelo – riferisce Abû-l-Faraj Ibn al-Jawzî sulla nascita del Profeta– fu detto: ‘Adorna il Paradiso più alto, solleva la cortina dal Palazzo, manda uno stormo d’uccelli dell’Eden sul luogo della dimora di Âmina, che ognuno di essi lasci piovere una perla dal becco’”.

Le doverose perle ai Bambini.