A Milano in tram e quell’aula piena per Pippo Fava

Sapeste quanto è strano andare in tram a Milano… Eccovi frammenti di storie che spiegano perché Milano sia una città speciale, ma ancora non riesca a tagliare il cordone ombelicale con l’Italia lazzarona. Devi andare in un ospedale per bambini dall’altra parte della città e non sai a che santi votarti in un venerdì pomeriggio di pioggia. Che mezzi ci saranno? La metropolitana non ci arriva, sai per vecchia conoscenza della città. Con questo traffico, roba da spendere un capitale di tempo o di taxi. E invece da pochi anni arriva lì la nuova linea della metro, la famosa “lilla”. Tempo totale 27 minuti, compatibile con la giornata lavorativa. In ospedale il vigilante, vedendo che non sai bene da che parte andare, interrompe una telefonata privata, ti chiede lui se hai bisogno di informazioni.

Ai piani il clima è delizioso, da film. Neonati che piangono, neonati che dormono, fratellini e sorelline intorno, madri felici e padri pure, cullette che passano in fila, neonati dietro i vetri con il loro nome sulle targhette, felicità e fiducia, personale efficiente che sa perfettamente cosa fare, severo e accogliente al tempo stesso, un’ora elastica di permanenza per tutti, nessuno che si intrufoli. Così pensi alla sanità milanese, e capisci perché vengano da ogni parte d’Italia a frequentarla. Esci e scopri, dovendo tornare su altro percorso, che c’è una miracolosa Enjoy posteggiata dietro l’angolo. Il famoso car sharing in cui pare che la città sia tra le più avanzate d’Europa. In università, in via Festa del Perdono, ti attende un incontro per ricordare il giornalismo di Giuseppe Fava, il direttore del mensile catanese I Siciliani, ucciso dalla mafia. Il prossimo 5 gennaio saranno 35 anni. E recentemente il figlio Claudio, presidente della commissione antimafia della Regione Siciliana, ha ricevuto il solito avviso, proiettili in busta. Invitato a Milano, dunque, per entrambe le ragioni. Tutto pensato e organizzato da studenti e dottorandi. Ma quanta gente ci sarà, sotto questa pioggia, per parlare di un personaggio che il nostro giornalismo dimentica regolarmente di mettere tra i suoi grandi, e di cui perfino nelle scuole catanesi (dico per esperienza diretta) si sono perse le tracce? Apro la porta della grande aula 201: dal basso verso l’alto la vedo strapiena, centinaia di giovani, tanti seduti per terra o sulle scale. Mi domando in quante altre città italiane succederebbe. E soprattutto senza neanche uno di quegli sciagurati “crediti” che in tanti luoghi hanno trasformato gli studenti in mercenari del sapere.

Cambia scenario e un giorno e mezzo dopo è cerimonia popolare nell’hinterland profondo, a Trezzano sul Naviglio, che negli anni Settanta, nell’indifferenza dei più, fu fortificata a furia di villette-bunker dai clan siciliani. Stavolta l’amministrazione retta da un giovane sindaco ricorda con un monumento, qua al Nord, un giovane carabiniere di Casal di Principe di cui abbiamo per altre ragioni parlato di recente in queste Storie. Fu ucciso dalla camorra. Anche lui nella notte dei tempi, 36 anni fa. Centinaia di persone intorno a due suoi fratelli, anche loro carabinieri. La sera a Melzo, sempre grande hinterland della città, mentre impazza l’acquazzone, e ti interroghi su chi mai possa uscire di casa con quel tempo da lupi per discutere di insegnamento e cultura civile, scopri una sala riempita dall’università della terza età. E ti chiedi di nuovo dove questo accadrebbe, pensi che ci sia qualche energia speciale nel corpo della metropoli a spiegare questa e altre cose.

Poi però arriva uno dei prezzi, tra i più innocenti fra l’altro, che devi pagare a questo stato di felicità. Il sorriso complicemente ironico degli studenti o dei turisti stranieri su tram e autobus cittadini. Perché Milano cosmopolita ha messo sui mezzi pubblici gli avvisi in inglese. Fantastico, direte voi. Sì, l’idea. Solo che all’altoparlante ripetono ogni volta “Stock, next stock”. E dire che “stop” è una parolina facile, nel calcio è nato anche il mitico stopper partendo da quel semplice monosillabo. Ma la voce femminile che dà l’avviso non lo sa. E nemmeno chi ha registrato l’avviso ha saputo dirglielo. E nemmeno chi ha collaudato. E nemmeno chi sente tutti i giorni, da anni, “Stock, next stock”. Ma stock di che? I turisti si guardano divertiti. La città della moda e del design, della sanità, della partecipazione civile e del nuovo turismo internazionale, si è scoperta cialtrona davanti a un monosillabo. Davanti al problema più semplice ha detto stop. Anzi, stock.

Il razzismo spiegato da Zanotelli (d’accordo con Bannon sulle élite)

Odio e cecità, xenofobia e razzismo: “Punture di spillo continuamente ripetute da ciechi politici che finiscono per generare odi che, pur essendo stati creati artificialmente, non sono meno potenti degli altri”. Un giornale di questi cupissimi tempi salviniani dell’odio?

No, è il famigerato Cesare Lombroso sul francese Le Figaro di fine Ottocento. E che commenta il massacro di dieci migranti italiani, sfruttati per la raccolta del sale, nell’agosto del 1893 ad Aigues-Mortes, nella Linguadoca-Rossiglione. Bastò una fake-news dell’epoca per scatenare la rabbia autoctona contro gli stagionali nostri connazionali, accusati di aver provocato l’abbassamento dei salari. Una delle tante tragiche storie di quando eravamo noi a scappare all’estero.

Il racconto di questa strage apre l’ultimo libro di padre Alex Zanotelli, il missionario pacifista che oggi vive in un dei quartieri più popolari e difficili di Napoli, la Sanità. Padre Zanotelli ha scritto Prima che gridino le pietre (chiarelettere, 150 pagine, 15, a cura di Valentina Furlanetto) in cui a contare è anche il sottotitolo: manifesto contro il nuovo razzismo. Il religioso offre vari spunti di riflessione politica. Alcuni scontati, tipo l’accoglienza dell’altro senza se e senza ma, alla luce del messaggio evangelico. Altri meno. Due in particolare.

Il primo riguarda Steve Bannon, l’ex ideologo di Trump oggi diventato una sorta di Marx dell’internazionale sovranista e che in Europa vorrebbe fare di Salvini il suo Lenin. Padre Zanotelli scrive chiaramente di condividere l’analisi di Bannon “quando individua nella finanza il vero motore che muove il mondo, quando dice che preferisce il popolo alle élite finanziarie dice la verità”. Ovviamente c’è poi la differenza abissale sui migranti. Per il missionario pacifista “la rabbia popolare non va utilizzata” per alzare nuovi muri sovranisti.

Ma per padre Zanotelli ci sono élite ed élite. E qui c’è il secondo spunto: il populismo ha spinto verso il basso ogni tipo di autorità e autorevolezza. Per la serie: “Perché il popolo non riconosce più l’autorevolezza delle élite anche culturali?”. Ecco!

Il venerdì nero per Tricarico: cancellano Rocco Scotellaro

Caro Coen, giù al Sud è un continuo venerdì nero. Il Sud è sempre in svendita. Prezzi stracciati per le sue pietre, i luoghi e la sua meglio gioventù. Un tanto al chilo anche la memoria. Quella dei poeti viene venduta come merce di scarto da magliari senza scrupoli. Anche loro meridionali, ascari che spesso si pavoneggiano nell’abito scuro del potere. Paolo Saggese e Giuseppe Iuliano, anima e corpo del Centro di documentazione della poesia del Sud, mi hanno informato di una cosa gravissima successa a Tricarico (Matera).

La biblioteca intitolata da sempre a Rocco Scotellaro cambia nome e sarà dedicata a Laura Battista, illustre poetessa dell’Ottocento. Lo ha deciso il sindaco Antonio Melfi, eletto in una lista dal nome strano, “Cristianamente riprendiamo a dialogare”. Ti risparmio i cavilli burocratici trovati da dotti azzeccagarbugli per giustificare tale decisione. Ed evito di dirti che la biblioteca si è sempre chiamata così, col nome di Rocco, impresso anche su timbri e carte intestate. Vogliono cancellare la memoria di quel ragazzo figlio di Vincenzo il ciabattino, che studiò e lesse tanto fino sfinirsi, e a 23 anni diventò sindaco. Venerato come un santo laico. Ma c’è chi si ribella agli oltraggi, con piccoli e civilissimi gesti. Mi scrive il mio amico Paolo Speranza, professore, giornalista e organizzatore culturale, per invitarmi ad un evento. Non ci saranno salotti, grandi firme, star e grossi nomi, solo gente vera e senza like. Paolo ha organizzato al cinema Eliseo di Avellino (una struttura pubblica abbandonata da anni) l’intitolazione della biblioteca a Pasquale Stiso, avvocato dei poveri, comunista, poeta e sceneggiatore. “La targa – ha scritto – l’ho comprata io perché la memoria va fatta vivere”. “Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, perché lungo il perire dei tempi l’alba è nuova, è nuova”. Sono versi di Rocco Scotellaro. Eterni. Più forti di ascari e miserabili magliari.

La gran lezione ambientalista smonta l’euforia da Black Friday

Caro Fierro, sono sopravvissuto al delirante e mefitico Black Friday consacrato allo shopping scontato che a Milano ha avuto il suo tripudio: tv, radio, giornali, web, manifesti ovunque. Un placcaggio mediatico implacabile, roba da All Blacks. Hanno iniziato due settimane fa; non sazi hanno prolungato venerdì sino a ieri sera: 72 ore di corsa all’acquisto. Il Grande Fratello della spesa compulsiva. Mettici pure che durante il Black Friday della Madonnina, a rendere uggiosa l’atmosfera ci ha pensato una giornata bigia, con una molesta pioggerellina: insomma, Milano come la immaginate da Roma in giù. Il grigio emporio d’Italia assaltato da torme fameliche di consumatori in orgasmo, arrivati fin dalla Russia (li avrà invitati il Trump del Giambellino?).

Poteva mancare la… scontata contestazione? No. Infatti qualcuno ha condannato lo scialo consumistico, presunto toccasana dell’economia (semmai, dei negozianti): Greenpeace. Con un enorme, beffardo pacco regalo sistemato vicino piazza San Babila, che del quadrilatero d’oro è il simbolo spendereccio e spandereccio. Confezionato come i pacchi di Natale, col fiocco rosso e il biglietto: “Il regalo che il Pianeta non vuole”.

Come mai? Semplice. Il pacco era realizzato con rifiuti di plastica recuperata. L’associazione ambientalista ha previsto 300 iniziative analoghe in 30 Paesi. Una campagna simbolica, ideata da tre studenti belgi che hanno vinto il concorso creativo di Arts Thread e Greenpeace per la Make Something Week, settimana di sensibilizzazione per dire che “il pianeta non è usa e getta”. E una lezioncina ecologica: il Black Friday “promuove un modello di consumismo sfrenato che sta soffocando il pianeta. Compriamo oggetti che restano nelle nostre vite per poco, ma che danneggeranno la Terra per secoli”. Finirà come sempre: una fotonotizia sui giornali. In attesa delle compere di Natale. A Milano, precedute dalla fiera degli O Bej O Bej di Sant’Ambrogio.

La riforma Uefa ucciderà la Serie A

Sovranismo? No grazie. La notizia del giorno è che il carrozzone del calcio, in totale controtendenza con quel che sta accadendo in politica nel Vecchio Continente, è pronto a legarsi mani e piedi all’Europa e a uccidere – non proprio nella culla, vista la loro veneranda età – quel che resta dei campionati nazionali, Serie A italiana in testa. Per chi si fosse perso le puntate precedenti: il presidente Uefa Aleksander Ceferin e il presidente Eca Andrea Agnelli hanno annunciato a Bruxelles che tra qualche anno il calcio cambierà volto. I grandi club europei (Eca) hanno promesso all’Uefa di rinunciare al progetto di una Super Lega “separatista” e l’Uefa, dal canto suo, si è calata le braghe accordandosi con l’Eca per varare, dal 2024, una Super Champions che diventerà un vero e proprio Paese del Bengodi per i grandi club. Il dado è tratto. Il calcio come l’abbiamo conosciuto da quando è nato cambierà volto e a decidere la svolta epocale è stato, alla faccia della concertazione, un pugno di dirigenti: quelli dei club più ricchi in combutta col più alto papavero Uefa.

In soldoni. Dal 2024 l’Europa, che oggi ha una Champions League a 32 squadre e una Europa League a 48 (totale 80 squadre), avrà tre veri e propri tornei, tutti a 32 squadre (totale 96), che equivarranno ad una vera e propria suddivisione in serie A, serie B e serie C europee. La prima continuerà a chiamarsi Champions (o Super Champions), la seconda Europa League e alla terza, neonata, si dovrà trovare un nome.

Ma la novità vera, ancora non apertamente ammessa, è che questi tre tornei si giocheranno nei weekend, e cioè nei giorni di sabato e domenica da sempre appannaggio dei campionati nazionali. Che a loro volta ripiegheranno, onde evitare sovrapposizioni, al mercoledì in un processo di impoverimento e declassamento dagli effetti potenzialmente letali. La cosa certa, infatti, è che mentre i diritti televisivi Uefa (specie quelli della Super Champions) andranno alle stelle, quelli dei campionati nazionali, Serie A compresa, crolleranno. I ricchi diventeranno sempre più ricchi e i poveri, che fino a oggi sedevano pur sempre alla stessa tavola di Epulone, raccattando qualche briciola, rischieranno di tirare le cuoia.

Tornando a bomba: per dare a tutti la speranza di salire un giorno sulla giostra che conta (la Super Champions), Eca e Uefa pensano a un meccanismo di promozioni e retrocessioni che muova ogni anno otto club tra A e B e otto tra B e C. Le uniche, tristi partite di qualificazioni riguarderebbero unicamente la terza Coppa, quella dei peones, lasciando ai grandi club la libertà di andare in giro per il mondo, in estate, a incassare altri soldi con luccicanti tournée.

Unico, vero, grande ostacolo da superare: la resistenza della Premier League inglese che già oggi, a giusta ragione, si sente più forte e attrattiva di qualsiasi Super Champions. In Inghilterra gli stadi sono pieni anche per Leicester-West Ham e non c’è Paese al mondo che non mostri in tv le partite della Premier. Insomma, penalizzare il movimento spostando il campionato al mercoledì per chiedere ai tifosi di seguire Wolves-Spartak Trnava o Everton-Apollon Limassol nei weekend, agli inglesi pare insensato. Già oggi un Chelsea-Everton di Premier vale più di un Valencia-Juventus di Champions. La domanda è: why?

L’odio di classe dei lavoratori superflui verso gli intellettuali

Si fatica a comprendere perché l’ondata di risentimento che alimenta i populismi, soprattutto di destra, se la prenda più con giornalisti, intellettuali, scrittori, attori, artisti, creativi assortiti, professori, persino avvocati e dottori, che non con quella minuscola élite finanziaria globale che davvero sta affamando l’uomo comune. L’ondata dello scontento populista è caratterizzata da un antintellettualismo estremo, da una sfiducia aprioristica negli “esperti”, persino da diffidenza verso i buoni propositi, che diventano subito “buonismo”. Nel frattempo speculatori senza scrupoli alla Trump si scoprono catalizzatori di questo malcontento, quasi invulnerabili alla loro stessa ipocrisia.

Una spiegazione di questo paradosso la offre l’antropologo e attivista David Graeber in Bullshit Jobs (Garzanti). La sua tesi è che nella nostra economia stiano proliferando posizioni (e mansioni) lavorative considerate da chi le svolge fondamentalmente inutili: non perché faticose o avvilenti, ma perché è chiaro al lavoratore che il suo lavoro non serve né a creare beni e servizi né al benessere della società. Graeber ci legge il superamento dell’economia di mercato e del capitalismo, e la transizione verso un feudalesimo manageriale. Di fronte alla robotizzazione che si mangia i lavori veri, vengono cioè create sempre più posizioni e mansioni burocratiche non perché servano effettivamente a qualcosa, ma per giustificare posti e salari di una marea di pseudo-lavoratori la cui funzione è essere segno tangibile della preminenza dei loro altrettanto inutili superiori (che non sarebbero superiori se non avessero sottoposti). Questa coscienza diffusa dell’inutilità del proprio lavoro, combinata a un’etica che ancora lega il senso del proprio valore individuale al contributo lavorativo, ha effetti devastanti di natura sociale, politica, e psicologica.

Tra questi c’è l’invidia morale: gelosia e risentimento verso chi ha il privilegio di fare un lavoro non primariamente mercenario (ma decentemente retribuito) il cui contributo sociale è chiaro. I bersagli tipo sono gli stessi dell’anti-intellettualismo dilagante: gli insegnanti, con i loro leggendari tre mesi di ferie e il privilegio di formare le nuove generazioni, che vogliono pure essere pagati; i giornalisti, con la loro vita patinata, che si fanno pagare per cercare le notizie, e per scriverle; gli accademici, che pretendono fondi pubblici per inseguire idee e problemi, per avanzare la conoscenza; e poi artisti, creativi, intellettuali, ormai persino i medici, la cui competenza e buona fede è quotidianamente messa in dubbio da schiere di No vax. La colpa di queste categorie è in fondo quella di non soffrire abbastanza: hanno vite invidiabili (pare) e lavori da cui traggono orgoglio, e sono anche discretamente pagati, mentre per il resto della popolazione la scelta è tra inseguire sogni e buoni propositi pro bono o vendere l’anima al diavolo e farsi pagare (più o meno decentemente) per lavori che si sa essere inutili.

Questo quadro è simile a quello tracciato da Raffaele Alberto Ventura in Teoria della classe disagiata: una generazione convinta che ci fosse spazio per tutti nelle professioni, nell’industria creativa, nell’accademia, fatica a rassegnarsi alla realtà che lo spazio non c’è. Ma per Graeber lo spazio non c’è non tanto per ragioni sistemiche–insite nello sviluppo capitalistico. Non c’è perché negli ultimi decenni una certa borghesia medio-alta de sinistra – le professioni, l’intelligentsia, l’arte e lo spettacolo – si è resa protagonista di una “serrata” oligarchica. La combinazione tra diseguaglianze crescenti e tracollo della mobilità sociale ha trasformato il ceto intellettuale-professionale-creativo in un’oligarchia separata e autoriproducentesi, percepita come ipocrita proprio perché si proclama democratica e di sinistra. Fuori da questa oligarchia, se vuoi aiutare il prossimo in qualsiasi forma, se vuoi scrivere, pensare, contribuire al dibattito pubblico, lo devi fare gratis, a tempo perso.

Certo, l’ascensore sociale non è completamente fermo, la “serrata” non è totale. Ma questa oligarchia delle persone “per bene” c’è davvero. Si manifesta nella proliferazione, ad ogni livello, degli stessi cognomi, nella scoperta costante che quel tale che hai visto in tv o letto sul giornale, il nuovo avvocato di grido, persino il nuovo dottore nella cittadina di provincia, è figlio di quell’altro, nipote di quell’altro ancora. Il più delle volte non è vero nepotismo, non c’è dolo, e i figli e nipoti sono validi, si sono fatti il mazzo. Ma il livello di autoriproduzione sociale di questa “classe” è nondimeno spaventoso, e la sua chiusura effettivamente ipocrita a fronte degli ideali liberali, socialisti, umanitari professati dai suoi protagonisti.

Per la gente comune questo mondo è inaccessibile, completamente alieno. È più facile identificarsi con Trump, immaginarsi Flavio Briatore, sognarsi influencer alla Chiara Ferragni, che non scrittore di successo, attore, giornalista, persino professore o scienziato. L’antintellettualismo dilagante non è, come si ama raccontare, frutto di un fallimento educativo. È odio di classe, puro e semplice.

“Acquedotto fatto a pezzi e paccottiglia sotto la Torre”

Il patrimonio culturale al tempo del governo della Lega: a Pisa, per esempio. Se questo fosse il titolo di un tema, lo svolgimento potrebbe essere fulmineo e fulminante: “Uno scempio”. Salvatore Settis, che della Scuola Normale Superiore di Pisa è stato a lungo direttore, è stato lapidario: “A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l’amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione?”. E infatti nessuna eccezione, come dimostra l’episodio che ha meritato l’indignazione di Settis. Il nuovo sindaco di Pisa, Michele Conti, aveva scritto nel programma che, in caso di elezione, avrebbe demolito tre arcate dell’Acquedotto Mediceo per risparmiare un sottopasso alla nuova tangenziale: “È assurdo realizzare un taglio nel territorio lungo circa 250 metri per sottopassarlo; demolendo tre arcate, con quanto si risparmierebbe se ne potrebbero ricostruire almeno 10 di quelle ora mancanti e consolidare il resto oggi dissestato”.

Chissà, in effetti, perché nessuno ha mai pensato a questo geniale bricolage dei monumenti: demolendo, che so, qualche decina di case di Pompei si potrebbero risparmiare i soldi della manutenzione, e con quelli scavarne altre. E perché non abbattere un’ala del Palazzo Ducale a Venezia, per tirar su una moderna stazione marittima per le Grandi Navi? Sai quanti soldi per manutenere i canali! Siamo in effetti a questo livello: perché l’acquedotto voluto dal granduca Ferdinando I di Toscana è, a tutti gli effetti, un monumento, e dunque è come un corpo vivo, che non può essere fatto a fette a piacere, abbattuto e riassemblato come se fosse un plastico di Porta a Porta.

Oltre ad essere, ovviamente, vincolato: il che rendeva il programma del neosindaco solo un’avvincente pagina di storia della decadenza culturale. Invece, Conti non si è arreso, e ora propone di smontare tre arcate dell’acquedotto per rimontarle… in mezzo a una rotatoria della tangenziale. E qui si passa d’incanto dal vandalismo al dadaismo, immaginando che un acquedotto storico, cioè un lungo e ininterrotto condotto che serve a portare l’acqua, possa essere fatto a pezzi e rimontato a decorare una rotonda.

L’opposizione di sinistra in Consiglio comunale ha ricordato che l’amministrazione del Pd riuscì a vedersi revocare, per manifesta incapacità a spenderlo, un finanziamento di 200.000 euro della Fondazione Pisa per il restauro dell’Acquedotto, e che il problema non è il monumento, ma proprio l’idea della tangenziale: “Questo piano di forte impatto ambientale che prevede una spesa di oltre 70 milioni per un’opera che incentiva l’uso dei mezzi motorizzati privati a scapito del trasporto pubblico e della mobilità gentile. Perché non si usano invece quei fondi per ristrutturare l’acquedotto? Purtroppo ieri con il Pd, ed oggi con la Lega e i suoi alleati, il problema rimane il medesimo: si considera il territorio in funzione della grande opera di turno anziché il contrario. Non si fanno le opere perché servono, ma perché vanno fatte, e il territorio, con le sue fragilità e la sua bellezza si deve adeguare, costi quel che costi”. Come spesso sul piano nazionale, anche su quello dei governi locali, più che trovarsi di fronte ad un cambiamento non condivisibile si tratta di riconoscere che non c’è nessun vero cambiamento: la visione (o meglio l’assenza di ogni visione) rimane purtroppo la stessa. I dettagli e la retorica sono diversi: e se possibile peggiori.

La stessa giunta leghista pisana, per esempio, ha deciso di riportare le bancarelle in piazza dei Miracoli: un progetto che prevede la chiusura della Porta Nuova di Cosimo de’ Medici e l’oscuramento dello Spedale di Alessandro IV, fondale meridionale della piazza appena restituito alla città dopo un restauro di cinque anni. Da quando la piazza è stata inserita nella lista dei beni dell’umanità dell’Unesco (era il 1987) le bancarelle hanno dovuto traslocare: e nessuno sentiva la mancanza delle migliaia di piccole torri pendenti di plastica, che possono benissimo essere vendute a qualche metro di distanza dalla Torre vera. Eppure l’assessore alle Attività produttive della giunta di destra, Paolo Pesciatini, le rivuole proprio lì, quelle bancarelle: in barba ai vincoli, alle leggi, al buon senso. L’argomentazione è mirabile: quella paccottiglia globale rappresenterebbe “il nostro commercio tradizionale”. La retorica identitaria del “prima gli italiani” (o i pisani, nel caso) gioca brutti scherzi: la nostra identità collettiva sarebbe legata ai souvenir made in China! E non al rispetto dei monumenti, alla bellezza pubblica di una delle piazze più straordinarie del mondo, o al limite ad un mercato di prodotti agricoli a chilometro zero.

Non avrei nulla da dire – poniamo – su un ritorno perfino di un mercato del pesce all’ombra di quei monumenti: se per avventura ve ne fosse attestata la presenza storica. Perché non si tratta di trasformare le nostre piazze storiche in pettinati salotti, o in equivalenti a cielo aperto delle sale di un museo. Al contrario, devono essere attraversate dalla vita quotidiana delle comunità: ma trasformarle in tristi outlet del merchandising per turisti che troviamo identico in ogni aeroporto del globo vuol dire ucciderle, non farle vivere. Tra acquedotti smontabili e identità di plastica la situazione è grave. Ma, come sempre, non è seria.

Gli speculatori come gli untori. Incolpevoli fino a prova contraria

Speculatori fa rima con untori, con somiglianze non solo fonetiche. Come i fantomatici untori erano incolpati di diffondere la peste, così con ogni crisi finanziaria ritornano puntualmente le accuse alla speculazione. Nel primo caso, incomparabilmente ben più grave, le accuse erano prive del pur minimo fondamento. Nell’attuale fattispecie di calo dei prezzi dei titoli di Stato italiani, le cause vere sono altre.

Il termine speculazione, in ambito economico e non filosofico, ha una connotazione chiaramente negativa ma un significato vago; e una forte venatura complottistica. Chi sarebbero questi infami speculatori? Persone o società che vendono pesantemente titoli italiani, per farli scendere e ricomprarli poi più bassi. Qualche caso ci sarà anche, ma quali testimonianze e soprattutto dati provano che il fenomeno sia determinante o anche solo rilevante? Nessuna e nessuno.

È un fatto che l’ultima offerta di Btp Italia abbia raccolto poche sottoscrizioni. Ma la speculazione non c’entra nulla: è dipeso dalla latitanza dei risparmiatori.

Innumerevoli domande di lettori e ascoltatori, commenti on line, ecc. testimoniano diffusi timori che i tassi sui titoli di Stato possano ancora salire e quindi i prezzi scendere. Ciò trattiene dal comprarli e spinge i più ansiosi a venderli. Ma ciò non s’inquadra in una perfida macchinazione per abbatterne le quotazioni. Più banalmente dipende da preoccupazioni, più o meno fondate.

Merita comunque fare presente che gli analoghi titoli del Tesoro americani nello stesso periodo sono scesi grosso modo come, per esempio, il Btp 2% 1-2-2028, passato dai 99,5 euro di febbraio a circa 90,5 attuali. Una perdita sul 7% lordo al netto degli interessi, significativa ma non catastrofica.

Il motivo della risalita dello spread e calo dei prezzi dei Btp, le due facce della stessa brutta medaglia, è l’aumento dei timori che l’Italia finisca come l’Argentina o la Grecia. Cioè, in termini rozzi ma icastici, che fallisca. La cosa è improbabile e comunque prima che salti l’Italia è presumibile che salti il governo; e arrivi un altro governo di salute pubblica.

Il rischio di fondo per l’Italia, col suo enorme debito, è sempre che l’aumento dei tassi renda gravose l’emissioni di nuovi titoli, ciò accresca la sfiducia, quindi lo spread e dunque di nuovo il rifinanziamento; e che tale circolo vizioso si rialimenti. In tal senso, ben più che l’oscura speculazione, possono contribuire gli allarmismi di politici e mezzi di comunicazione.

 

“Screening neonatale per più patologie”

Lo screening neonatale ogni anno salva la vita a 300 bambini. Oggi però il test, essenziale per intervenire in tempo e prevenire conseguenze molto gravi nel piccolo paziente, è limitato alle sole malattie metaboliche ereditarie (cfr. legge 167/2016). Se venisse ampliato anche ad altre patologie genetiche rare, quelle neuromuscolari, le immunodeficienze congenite severe e le malattie da accumulo lisosomiale, si potrebbero evitare complicazioni future e serie disabilità in almeno altri mille bambini. E il Servizio sanitario nazionale potrebbe risparmiare un sacco di soldi necessari oggi per le cure assistenziali. A portare avanti questa nobilissima causa sono 15 associazioni per i malati rari e Fondazione Telethon in una lettera appello rivolta al ministro della Salute Giulia Grillo. Anche un emendamento alla legge di bilancio, a prima firma Leda Volpi (deputata 5Stelle), chiede di modificare la legge 167/2016 e allargare lo screening neonatale a tutta la lista di patologie, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Come avviene già in Toscana. Mentre in Veneto il test è esteso fin da ora alle lisosomiali.

L’addio ai libretti al portatore. Multa per chi non si adegua

Contrastare la criminalità e la movimentazione dei capitali illeciti, come ci richiede l’Europa. Ecco la nuova incombenza che ricade sui consumatori e che va eseguita entro il 31 dicembre. Tutti i possessori di un libretto al portatore, bancario o postale hanno ancora a disposizione 5 settimane per presentarsi agli sportelli della banca o agli uffici postali che hanno emesso il libretto per chiuderlo e incassare il saldo in contanti o versarlo su un altro conto, così come ricorda il ministero dell’Economia in attuazione dell’obbligo di estinzione previsto dall’articolo 49 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 concernente misure di contrasto al riciclaggio. A fine 2018 cala, quindi, il sipario su uno degli strumenti di risparmio più utilizzati nel corso degli ultimi decenni.

Molti di noi li hanno ricevuti in regalo da genitori o nonni in occasione della nascita o della comunione, mentre i più li hanno sempre utilizzati nei rapporti di affitto come cauzione. Insomma, una delle forme di deposito più comode per i piccoli risparmiatori, anche perché non prevede nessuna spesa o commissione per l’apertura, la gestione e l’estinzione. Ma poi c’è stato anche chi li ha utilizzati per trasferire denaro, più o meno legalmente, senza lasciare troppe tracce. Ed è per questo motivo che negli ultimi anni è stato previsto dal legislatore un drastico giro di vite sui libretti al portatore, prima riducendo via via l’importo massimo depositabile (attualmente fino a mille euro), poi dal 4 luglio 2017 non emettendoli più (a esclusione di quelli nominativi), fino ad arrivare alla loro definitiva uscita di scena prevista per fine 2018. Il tutto in un’ottica di trasparenza sull’effettivo titolare delle somme depositate, che deve avere un nome e cognome ben preciso in modo da uscire dall’area grigia rappresentata dal mero possesso del titolo di risparmio.

Un iter che non dovrebbe quindi, creare molti problemi: banche e Poste lungo tutti questi mesi hanno (o comunque avrebbero dovuto) avvertito i titolari sull’obbligo di estinzione del libretto stesso, senza attendere il termine ultimo del 31 dicembre 2018. Del resto, non si tratta di un gran tesoretto. Anche se gli istituti di credito non forniscono cifre nei propri bilanci, la gran parte dei libretti al portatore è raccolto da Poste. E, dall’ultimo dato disponibile sul bilancio della Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce proprio i fondi della raccolta postale, risulta che l’importo dei libretti al portatore si è attestato nel 2017 ad appena 33 milioni di euro, in calo di 7 milioni dai 40 del 2016. Segno che probabilmente la corsa al libretto è già cominciata.

Dal momento che si tratta di strumenti datati, meglio anche ricordare cosa fare nel caso di decesso del portatore originario. In questo circostanza, infatti, a poter estinguere i libretti a suo nome saranno gli eredi che entrano a far parte della massa ereditaria nel caso in cui siano stati in possesso del defunto oppure custoditi a suo nome presso terzi al momento della morte (ad esempio, nella cassetta di sicurezza di un istituto di credito).

Ma cosa accadrà a chi non si reca in banca o presso l’ufficio postale per l’estinzione entro il 31 dicembre? Con l’anno nuovo, i libretti al portatore saranno inutilizzabili. Questo significa che banche e Poste italiane non potranno dar seguito a richieste di movimentazioni su di essi e, fermo restando l’obbligo di liquidazione del saldo del libretto a favore del portatore, saranno obbligate a effettuare una comunicazione al Mef, che applicherà al portatore “fuori tempo massimo” una sanzione amministrativa da 250 a 500 euro. Non un grande importo, ma il rischio che migliaia di consumatori possano trovarsi a pagare per ritirare i soldi è comunque alto. E il pericolo ricorda tanto la questione degli assegni di almeno mille euro senza clausola di non trasferibilità. La vicenda ha recentemente gettato nello scompiglio numerose famiglie, che si sono viste recapitare multe da capogiro per aver versato o incassato assegni di mille o più euro dimenticando di apporvi la clausola “non trasferibile”: si trattava probabilmente di titoli staccati da vecchi libretti, che non avevano quei caratteri prestampati come succede ora. Una modifica della quantificazione delle sanzioni entrata in vigore nel luglio 2017 ha portato a casi paradossali di assegni di poco più di un migliaio di euro, magari staccati per un familiare o per pagare un funerale, per i quali è stata avanzata una richiesta di oblazione da 6mila euro. Una questione che ancora non è stata risolta. E i malcapitati aspettano.