“Nigeria, così la tangente portò vantaggi a Eni e Shell”

L’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi è sotto processo a Milano per corruzione internazionale insieme a un drappello di coimputati per l’ormai celebre tangente, o presunta tale, da 1 miliardo e 92 milioni di dollari pagata nel 2011 per aggiudicarsi in Nigeria insieme alla Shell l’ambìto giacimento di petrolio offshore (sotto il mare) contrassegnato dalla sigla Opl 245. Ora uno studio della società di consulenza canadese Rdc (Resources for Development Consulting), che sarà presentato oggi nella capitale nigeriana, aggiunge un nuovo, pesante elemento al già complicato processo milanese. La tangente potrebbe essere stata pagata non solo come semplice “pedaggio” agli uomini del sistema di potere collegato all’allora presidente Goodluck Jonathan, ma anche in cambio di un significativo vantaggio economico per Eni e Shell. Il contratto del 2011, secondo Rdc, nella spartizione dei benefici tra governo nigeriano e compagnie petrolifere concedeva a queste un vantaggio economico (e alla Nigeria un danno) stimato in 5,86 miliardi di dollari.

Lo studio è stato commissionato da quattro ong da anni molto attive sul caso Opl 245: Global Witness, Re:Common, Corner House Research e la nigeriana Heda Resource Centre.

L’Opl 245, in cui l’estrazione non è ancora iniziata, ha una storia travagliata. La prima assegnazione risale al 1998, poi seguì una serie di nuovi contratti, revoche e controversie. Il protagonista era la Shell, che firmò due accordi, nel 2003 e nel 2006, basati sul sistema Psc (Production sharing contracts), cioè contratti di condivisione della produzione. In base all’accordo Psc, la società statale Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc) è titolare della concessione e la compagnia petrolifera è un contraente. Nell’ambito di questi contratti, il governo genera entrate attraverso alcuni strumenti fiscali: il pagamento di una royalty (proporzionata alla profondità del mare in cui si va a trivellare), una tassa per favorire l’istruzione e una sui profitti petroliferi; e una quota della produzione dopo aver tenuto conto dei costi di ricerca ed estrazione, nota come Profit Oil, che viene attribuita alla Nnpc.

Il contratto firmato nel 2011 da Shell insieme a un nuovo partner, l’Eni, è completamente diverso. Arriva dopo lunghe controversie e trattative, quando l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete – che era il padrone occulto di quel giacimento attraverso la società Malabu e che oggi è imputato a Milano – entra in contatto con Gianluca Di Nardo, legato al noto mediatore Luigi Bisignani, legato a sua volta al capo dell’Eni Paolo Scaroni (intercettazioni telefoniche della procura di Napoli su Bisignani nell’ambito dell’inchiesta P4). Scaroni delega sostanzialmente a Bisignani l’affare nigeriano e intima a Descalzi, allora direttore generale della divisione Exploration & Production di Eni, di adeguarsi alla negoziazione condotta da Bisignani con Etete e un altro mediatore, il nigeriano Emeka Obi. Due mesi fa, Di Nardo e Obi sono stati condannati con il rito abbreviato a 4 anni per corruzione internazionale. Il processo ordinario continua per gli altri: Descalzi, Scaroni, Bisignani, Etete, l’ex capo delle ricerche petrolifere di Shell Malcolm Brinded, l’attuale braccio destro di Scaroni Roberto Casula e l’ex dirigente dell’Eni Vincenzo Armanna.

Che cos’ha di nuovo il contratto del 2011 firmato grazie ai buoni uffici di Etete e Bisignani? Prima di vedere l’analisi della Rdc conviene richiamare due elementi fulminanti. Il primo è una email di Brinded ai suoi capi, risalente al 2010, in cui il manager della Shell spiega che l’accordo che si sta chiudendo “sostanzialmente supera il concetto di Psc”, cioè di spartizione del prodotto tra petrolieri e governo, e che la soluzione verso cui si sta andando “non è più un Psc”. Il secondo elemento è una drammatica lettera al ministro della Giustizia nigeriano Mohamed Adoke scritta il 1° aprile 2011 dal capo del Dipartimento risorse petrolifere W. A. Obaje, in cui l’alto dirigente statale denuncia come l’accordo che si sta firmando sull’Opl 245 sia “di grave pregiudizio per gli interessi del governo federale”. Obaje fornisce una dettagliata analisi dei profili di dubbia legalità dell’operazione. Due settimane dopo, il contratto viene firmato senza problemi. Adoke è oggi accusato di aver preso tangenti insieme all’ex presidente Goodluck Jonathan. Nel frattempo il contratto per l’Opl 245 è stato bloccato e l’operazione è tornata in alto mare.

Perchè dunque l’abbandono dello schema Psc suscita l’indignazione di Obaje e l’entusiasmo di Brinded? Qui l’analisi Rdc fornisce una possibile spiegazione. Prendendo per valida la previsione dell’Eni di tirar fuori da quel giacimento 550 milioni di barili in 13 anni e ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile (oggi siamo attorno a 50), è stato calcolato che alle condizioni fissate nel 2003 lo Stato nigeriano dall’operazione Opl 245 avrebbe incassato 14,3 miliardi di dollari; alle condizioni del 2006 avrebbe migliorato arrivando a 15,6 miliardi.

Il contratto con Eni-Shell del 2011 porta invece allo Stato soltanto 9,8 miliardi, quasi 6 in meno. La differenza è dovuta al fatto che nel contratto del 2011 scompare il Profit oil, cioè la parte di prodotto restante dopo aver pagato i costi che Stato e società petrolifere avrebbero dovuto dividersi, e che invece resta tutto alle due compagnie che intanto avevano pagato quella che secondo l’accusa è una tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari.

Global Witness ha chiesto a Eni e Shell (a loro volta imputate a Milano) un commento allo studio di Resources for Development Consulting. Le due aziende hanno evitato commenti sul processo in corso, hanno rivendicato la propria correttezza e hanno messo in dubbio la validità dello studio, raccomandando di tenere conto nella diffusione delle informazioni a loro disposizione dell’impatto che potrebbero avere sul regolare svolgimento del processo di Milano.

“Morte della politica nell’era della Lega. Questo è il mio film”

Ne hanno già parlato The Guardian, La Vanguardia, Le Monde, Suddeutsche Zewitung e la Bbc. Oggi esce nei cinema (solo per due giorni e in 230 sale) “Il Sindaco, Italian Politics for Dummies”. Un film in presa diretta dentro la pancia della politica italiana. Ismaele La Vardera, in forza a Le Iene, si è candidato a sindaco alle elezioni di Palermo nel 2017. Ha preso il 2,7 per cento ma ha realizzato un film unico con la camera nascosta. Qualcuno ci è rimasto male. L’attore Francesco Benigno non ha accettato il ruolo di comparsa a sua insaputa e ha chiesto alla Procura di bloccare l’uscita. Nel film La Vardera mostra poi come funziona il voto di scambio alla Kalsa, quartiere ad alta densità mafiosa. Le immagini sono state consegnate alla Polizia e in questi giorni la vigilanza delle case dei familiari di Ismaele è stata rafforzata. Finora tutti si sono interessati alle trattative (30 euro a voto) con il nipote di un boss della Kalsa o alle parole rubate a Salvini, Giancarlo Giorgetti, Giorgia Meloni, Totò Cuffaro, Gianfranco Miciché, Rosario Crocetta e tanti altri. Però non sono loro i protagonisti del film. Tutti scolorano al ruolo di comparse rispetto a questo ragazzo di 25 anni che li ha messi tutti nel sacco.

La Vardera lei è cresciuto a Brancaccio, il quartiere dei boss Graviano e di don Puglisi, ucciso nel 1993. Cosa ricorda di quegli anni?

Sono nato nel ‘93, il mio professore al liceo Danilo Dolci ci fece vedere i luoghi della vita di Don Pino Puglisi. Quel giorno sono cambiato. Mi sono fatto eleggere rappresentante di istituto, ho invitato a scuola magistrati antimafia come Antonio Ingroia e ho cominciato a scrivere su un giornalino. Non vengo da una famiglia di alta borghesia. Mio cugino è stato arrestato per mafia. Un altro mio cugino indagato per droga. Ho una famiglia particolare. Mio zio è un pastore protestante. Non mi chiamo Ismaele a caso. Credo in Gesù perché ho sempre pensato che fosse un rivoluzionario.

Poi la sua famiglia si è trasferita a Villabate e anche lì si è comportato da protestante

A Villabate c’è un anziano avvocato che ha un blog e scrive di cultura e filosofia. Solo che si chiama Nino Mandalà ed è stato condannato come capomafia di Villabate. Io ho scritto sul mio blog contro di lui.

Conosciamo la storia, Marco Travaglio è stato querelato da Renato Schifani anche perché aveva osato ricordare in tv nel 2008 che il presidente del senato era stato socio nel 1979 con Mandalà. Suo figlio Nicola si occupava della latitanza del boss Provenzano nel 2003. A Villabate non è una cosa da niente mettersi contro Mandalà. Reazioni?

Scrivevo sul Blog Villabate Notizie e su un giornalino che si autofinanziava. Alcuni commercianti del paese ci tolsero la pubblicità. Allora cominciai a fare servizi per la televisione di Pino Maniaci.

Parallelamente continuava a interessarsi di politica?

A 18 anni mi sono candidato e non sono stato eletto consigliere a Villabate per 3 voti.

Poi il consiglio comunale lo ha fatto dimettere però

Nel 2014 registrai di nascosto il consigliere Enzo Licciardi. Mi disse che – per agevolare i parenti dei consiglieri – truccavano il sorteggio per nominare gli scrutatori alle elezioni. Feci un servizio tv ma non successe nulla. Sei mesi dopo vennero Le Iene e la stessa sera della messa in onda il sindaco e la giunta si sono dimessi. Ho capito allora quanto conta l’informazione nazionale.

A casa come la presero?

Male. Siamo sei fratelli, ho tanti cugini. La famiglia di mio padre prese le distanze. Un mio cugino mi suggerì di stare un poco fermo. Per fortuna Nadia Toffa mi offrì un posto da inviato nella trasmissione Open Space. Però mi sono messo nei guai di nuovo. C’era un deputato regionale siciliano che aveva un bingo e aveva subito richieste di pizzo. Però non voleva denunciare. Alla fine lo feci io. Quelle registrazioni finirono nelle indagini su Cosimo e Giorgio Vernengo, membri di una famiglia importante.

Perché si è candidato a sindaco?

Me lo chiese un gruppo di consiglieri e io ho accettato perché volevo occuparmi di altro, per rendere felice mia madre. Personaggi vicini alla famiglia Vernengo le fecero richieste di amicizia su Facebook. Pensavo di dedicarmi a qualcosa di più tranquillo.

Quando le è venuta l’idea di fare un film con due maestri del genere come il direttore delle Iene, Davide Parenti, e l’autore di docufilm importanti sulla cattura di Provenzano o su Massimo Carminati, come Claudio Canepari?

Quando ho iniziato la campagna e ho visto cose che non potevo non filmare. Non sono riuscito a fare il politico e basta. Alla fine ha prevalso la mia anima di giornalista.

Qual è la cosa più impressionante che ha visto?

Il problema non è tanto la richiesta dei voti al nipote del boss o la falsità della politica. Il problema principale è un altro: la fine della politica, la fine delle idee. Tutti i partiti, a tutti i livelli mi hanno offerto posti senza mai chiedermi cosa volessi fare per Palermo. Gli interessava solo il giovane col ciuffo rosso che buca il video, che va forte su Instagram. Giorgia Meloni ha sostenuto la mia candidatura appena mi ha conosciuto solo perché Salvini aveva fatto un video anche lui. Questo basta per fare il candidato di una città di 600 mila persone come Palermo? Per fare il chirurgo ci vogliono nove anni e per fare il politico basta andare in un talk show?

Tra i politici chi le ha fatto l’impressione peggiore?

Gianfranco Micciché mi dice che, se loro avessero perso per colpa mia, mi avrebbero ‘fatto il culo’. Cuffaro mi offre un assessorato come se fosse il regista della candidatura di Fabrizio Ferrandelli. Un ex consigliere comunale, Franco Musotto, mi ha portato in uno sgabuzzino per chiedere voti al nipote di ‘Gino U mitra’ eppure nessuno pone domande a questi politici.

Si è sentito in colpa nei confronti di Meloni e Salvini? In fondo hanno creduto in un giovane pulito

Loro hanno creduto in me anche perché gli conveniva crederci. Io però ho fatto campagna per davvero e il partito non mi ha dato un euro. Ancora ieri la società che ha affisso i cartelloni mi ha scritto per chiedermi i soldi.

Lei ha fatto campagna elettorale con Salvini, che idea si è fatta del ministro?

Salvini è migliore di quel che dice. Per me lui stesso non crede ai suoi messaggi contro le persone diverse ma insegue i ‘trend topic’. Quando ci siamo incontrati a Palermo lui si è speso per me, mi dava contatti e consigli non è una persona sgradevole ed è concreto. Però la prima cosa a cui hanno pensato i suoi è stata l’organizzazione delle dirette su Facebook non i posti della città dove andare.

E Totò Cuffaro?

Un grande incassatore. Mi ha chiesto di andare a vedere stasera il film a Palermo al cinema Arlecchino alle 20 e 30. Ha comprato 8 biglietti. Non so se riuscirò ma, se vado, mi porto la telecamera.

“Salvini, occhio: chi è troppo in tv rischia la fine di Renzi”

Sono un Capricorno ascendente Leone.
E quindi?
Rigida, troppo rigida. Entro sempre nel merito, e a volte per approfondire risulto noiosa. Mi informo.
Se ho bisogno di avere ragguagli chiedo a chi ne sa più di me. Ho un grande rispetto per la competenza.

“O parmigiano, portami via”. Suoi i testi e le note?

Ah, la foto che ho fatto tra le colonne d’Ercole del parmigiano reggiano. Ne è nato quasi un tumulto, tutti ad accusarmi di voler irridere alla resistenza. Ma che sciocchezza.

O parmigianoooo.

Mi sembrava spiritosa l’assonanza, nessun intento di provocare la polemica politica. Giorgia Meloni sa cosa sono gli ideali ed è rispettosa di tutti, anche di coloro che stanno sul fronte opposto.

É rigida ma spiritosa, entra sempre nel merito delle questioni ma poi rielabora per assonanza l’inno partigiano con la bontà del parmigiano.

Sui social non si possono sempre imporre temi sui massimi sistemi. Sono luoghi frequentati da gente che ha anche altri interessi. Per coinvolgere non si può discettare della legge di bilancio o del sovranismo. A volte una foto può imporre una discussione. Visti i risultati, l’attenzione che ne è nata, mi pare che l’obiettivo sia stato raggiunto.

Si è fatta riprendere alla guida di una ruspetta, che è la macchina delle meraviglie grazie alla quale Matteo Salvini spianerà i rom e i loro campi.

Quella è autoironia. Sono piccola e adeguata a una mini ruspa.

Una mini Salvini.

Matteo ha grandissime qualità. Molto diretto, disinvolto, veloce, semplificatore. Forse un po’ troppo.

Gli italiani amano chi gli risolve i problemi in un pomeriggio.

Ritorniamo alle mie caratteristiche di base. Approfondisco una questione, se ne parlo è perché l’ho compresa, la padroneggio. So che è un mio deficit.

La ruspetta se la poteva risparmiare, però.

Era un modo per giocare, per alleggerire. Come le dicevo…

Sui nomadi lei è un’autorità.

I nomadi devono nomadare.

Nomadare, già.

Un verbo che è entrato nel lessico. L’ho detto e lo ripeto. Se affermi che sei nomade devi camminare, mai fermarti, appisolarti per anni nei campi che ti mettono a disposizione i Comuni. Se invece accetti di essere stanziale ti metti in fila come tutti, segui le regole, avanzi i diritti e onori i doveri che ciascun cittadino è tenuto a osservare. Invece a Roma abbiamo il mental coach, una figura che le istituzioni pagano per illustrare le regole di vita, spiegare al nomade quel che si fa o non si fa. Secondo lei è normale?

Salvini con la ruspa ha sbancato.

Le ragioni della vittoria della Lega sono altre. Certo, ha conquistato il suo colloquio diretto con gli italiani, la forza semplificativa, l’empatia. Anche la disinvoltura, a volte l’approssimazione…

A voi del centrodestra vi sta riducendo a pane e acqua.

I rapporti di forza sono quelli che sono ma, se permette, le faccio notare che in cinque anni ho portato in Parlamento cinquanta tra deputati e senatori. Partendo da zero, con le finanze equivalenti a quelli di una media campagna elettorale di un consigliere regionale. La Lega invece aveva tre regioni, una struttura, un’organizzazione, una burocrazia di tutto rispetto. Sto costruendo per le Europee un movimento che di qui a breve potrebbe essere la proposta più credibile per gli Italiani. Sono tante le realtà che si stanno federando e che mi hanno chiesto di guidarle. Obiettivo è far sì che il consenso che viene attribuito a me sia finalmente anche quello del mio partito.

Resta l’impressione che Fratelli d’Italia sia un partito superfluo, inutile, oramai sussunto nella cintura leghista, molto spinta a destra.

Piano con queste impressioni. Le analisi della vigilia spesso si sono rivelate fallaci. Le ricordo che secondo gli analisti io, nella corsa a sindaco di Roma, sarei dovuta arrivare per ultima, doppiata persino da Alfio Marchini. Ricorda? E invece le impressioni sono rimaste tali. Ho mancato il ballottaggio per un soffio. Del mio partito, di quel che ci aspetta, si parla con troppa disinvoltura. La destra è viva è vegeta.

“Me ne frego”, “Io non mollo”. Salvini vi ruba anche gli slogan.

L’avessi detto io, dalli alla fascista! A lui, che mi pare abbia frequentato in gioventù i comunisti padani, si concede.

Lui è al governo e ha il vento in poppa. Ambito da tv e giornali, re dei social, selfista di prima grandezza.

La televisione ha ucciso Renzi. Sbucava a ogni ora del giorno e della notte, poi gli italiani si sono stufati.

Gli italiani adorano il vincente. Per lei la strada è tutta in salita.

Me ne sono accorta, ma la legislatura è appena iniziata e a vedere i primi risultati non è che questo governo sia in una forma smagliante.

Dovevate entrare anche voi ma Di Maio disse: mai con la destra.

Rido.

Contenta che le lo cose non girino a meraviglia.

Mai contenta se le cose girano male per l’Italia. Ma sembrano agire senza una visione, una idea di fondo. Certo, sono alla prima prova e le ingenuità bisogna metterle nel conto. Anche la sfrontatezza, persino un po’ di improvvisazione. Quando però le dosi si fanno eccessive, quando l’impronta del governo sembra figlia del nulla, i guai però arrivano.

Finiranno presto la corsa.

A leggere la manovra, l’orizzonte che si son dati è fino all’anno prossimo. Le risorse per i nuovi pensionati non tengono conto che dopo il 2019 c’è il 2020, e poi il 2021 e così via. Hanno fatto i conti solo con quelli di domani. E quelli di dopodomani? Dove sono le risorse? E il reddito di cittadinanza a quanta gente andrà? Un milione? E gli altri quattro milioni di poveri?

Però alle elezioni europee, il 26 maggio 2019, faranno il botto.

Noi chiediamo i voti per fare politica. Abbiamo in mente dei valori assoluti: la famiglia, la patria, l’idea di un sovranismo che non è puro slogan. Crediamo nell’Italia che produce e chiede meno tasse e burocrazia. Vogliamo la confederazione degli Stati europei, ciascuno con la propria identità. Prendiamo il global compact, lo sciagurato documento Onu che ci impedirà di difendere i confini e dire no all’invasione dall’Africa. Sa che il governo è intenzionato a firmarlo? Tanto per capire la differenza tra noi e loro.

Speriamo bene.

Speriamo sì.

Impossibile decidere: nessuno parla di cosa immagina per il partito

Per prima cosa non chiamiamole primarie: le primarie servono a scegliere un candidato premier, non il segretario. Invece anche i candidati cadono in questo equivoco, parlano di temi che riguardano il Paese e non della propria visione di partito. Né Zingaretti né Minniti hanno detto che partito vogliono, al momento è impossibile scegliere per chi votare.

Zingaretti ha vinto e governa nel Lazio, ma non c’entra niente con l’idea di partito che ha in testa. Minniti mi sembra invece renzismo puro, basti pensare che il primo endorsement che ha ricevuto è stato quello di Sandro Gozi. Si è fatto appesantire da questa zavorra, invece che farsi rappresentare soltanto dalla sua storia politica. Se ora vuole recuperare la sua indipendenza dovrebbe svincolarsi chiaramente dal Pdr, il partito di Renzi. Su questo va riconosciuto un merito a Martina: ha dimostrato un certo stoicismo a sopportare le armi renziane. Il problema è che non si è mai caratterizzato, non ha fatto nulla per accelerare la ricostruzione del partito: questa fase congressuale doveva aprirsi sei mesi prima, invece ha buttato via un sacco di tempo. Adesso il Pd è al collasso, dicono sempre che vogliono ripartire dalle periferie ma hanno smesso di parlare con le persone. E non è detto che basti questo a risolvere il problema.

Sceglierei Nicola, però servivano un Congresso e una nuova Bolognina

Mesi fa ho sostenuto che le primarie fossero uno strumento inutile e continuo a pensarla in questo modo. In una fase così drammatica sarebbe stato necessario un vero congresso, aperto anche alle forze non iscritte al partito ma che sarebbero state interessate a partecipare. Serviva una nuova Bolognina: allora, era il 1989, io non ero più iscritto al Partito comunista, eppure partecipai perché serviva una nuova fase costituente della sinistra. Occorreva questo, non una disfida di Barletta dove i candidati si scanneranno tra loro, nessuno arriverà al 51 per cento e tutto sarà rimandato alle segrete stanze.

Mi sembra comunque che tra i candidati principali Zingaretti sia quello ad avere espresso prima di altri un desiderio di discontinuità con la linea degli ultimi 4-5 anni e che la sua candidatura sia dunque la più sensata. Per lo meno si è mosso in maniera diversa e lui, il 4 marzo scorso, è stato l’unico a vincere nella sua Regione, mentre gli altri venivano massacrati a livello nazionale. Minniti è uomo d’apparato puro, un perfetto funzionaro del vecchio Pci, mentre la candidatura di Martina è quasi fisiologica, avendo tenuto il partito in una fase difficile. Speravo che tutti quelli che avevano compreso la fine del ciclo renziano stringessero un accordo in sede congressuale, ma non sarebbe stato possibile: i rapporti personali in politica contano e questi si detestano tra di loro.

Pd, il sondaggio: Zingaretti ancora a 13 punti dal 51%

Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, è in testa nella corsa per la segreteria del Pd: secondo un sondaggio Izi se si votasse oggi raggiungerebbe il 38,2%. Ben 14 punti più dell’ex ministro Marco Minniti (fermo al 23,8), ma lontano da quel 51% che permetterebbe di non dover passare dalle forche caudine dell’assemblea nazionale per la scelta finale dei delegati. A quel punto l’ago della bilancia sarebbero gli uomini raccolti dal 17,9% di Maurizio Martina. Più lontani gli altri candiaati: 6,9% Francesco Boccia, 5,2 Dario Corallo, 4,9 Matteo Richetti e 3,1 Cesare Damiano. Fin qui il sondaggio.
Ben più difficileottenere risposte da osservatori, artisti e politici di area dem: molti non hanno ancora le idee chiare o preferiscono non schierarsi, alcuni aspettano fino all’ultimo per capire su quale carro è meglio salire. Altri ammettono senza problemi di non gradire nessuno dei sette candidati. Ieri è arrivata la stroncatura di Romano Prodi, ospite a Mezz’ora in più: “Si sanno i nomi e non i programmi. Non so descrivere l’idea di partito che hanno i diversi candidati. E questo è gravissimo”. La contesa non scalda neanche Francesco Rutelli, un altro dei padri nobili del Pd: “Seguo il dibattito con amicizia ma in assoluta libertà. Non sono iscritto al Partito e penso che la scelta del leader spetti a chi ne fa parte. Altro è se si parla di candidature al governo. Ma anche qui: le vecchie primarie avevano tutt’altro significato, visto che le coalizioni erano due e la legge era maggioritaria e non proporzionale. E come si vede ora le coalizioni si fanno dopo il voto…”.
Lontani dalla loro creatura sono altri quattro dei 45 fondatori del 2007. Si sfilano Gad Lerner (“Non lo considero un evento di gran rilievo, al di là di chi possa vincere”) e Rosy Bindi, che in cinque parole liquida 24 anni di Camera e 4 di presidenza Pd: “Non ho commenti da fare”. Mostra delusione Arturo Parisi, ulivista che vede naufragare il suo modello di centrosinistra: “Non ho ancora sentito da nessuno dei principali candidati delle proposte che mi consentano una scelta fondata. Il tempo è maturo per un congresso di scelta tra persone che stanno in campo in nome di un progetto per il Paese, prima ancora che per il partito”. Più eccentrico, ma non così lontano nei contenuti, è Carlin Petrini: “Primarie? Allontana da me questo calice!”.
Per trovare qualcuno che si schieri bisogna andare in Emilia. Elisabetta Gualmini, politologa, vicepresidente della Regione: “Sostengo Zingaretti, è il candidato più inclusivo, il migliore per rendere il Pd un partito trasversale, libero da correnti. E come amministratore locale sa bene quali sono i problemi del territorio”.
Con Zingaretti (pur con molti più dubbi) anche Domenico De Masi, sociologo “di sinistra” (ipse dixit): “Per la verità nessuno dei candidati ha espresso un programma o un’idea portante del tutto convincente, ma turandomi il naso non ho dubbi nello scegliere Zingaretti. D’altra parte Minniti è uno di destra infiltrato a sinistra, cosa che succede in un partito disorientato che non sa scegliere gli uomini”.
Ma se Minniti è accusato di rappresentare la destra, Zingaretti non passa certo per bolscevico. Renzo Ulivieri, allenatore di calcio, ex Pci e Ds: “Interessarsi alla politica è un dovere, ma quando sento dire che il Pd è di sinistra mi ribolle il sangue e mi vien da dire: fate quello che vi pare. Nessuno dei candidati mi appassiona, perciò li guardo da lontano e con poco interesse”.
Dice la sua anche l’attore Ivano Marescotti: “Sono disinteressato a questo pseudodibattito. Nessuno dei candidati è convincente, ma almeno Boccia ha riconosciuto che il Pd rinasce solo guardando all’ala sinistra del Movimento 5 Stelle, che rappresenta milioni di voti. Inizialmente anche Zingaretti sembrava pensarla allo stesso modo, poi ha cambiato idea. Sarebbe quella la strada da intraprendere, a patto di fare piazza pulita di chi ha affossato il partito”.

Del rapporto tra Pd e 5 Stelle aveva parlato nei mesi scorsi anche Pif, che però oggi dribbla il dibattito: “Me ne esco con piacere”. Usa l’ironia anche Erasmo D’Angelis, ex direttore de l’Unità ora all’Autorità Bacino distrettuale dell’Italia centrale: “Primarie? Mi occupo di frane, alluvioni. Altre tragedie”. Testa altrove, come Massimo Bray: “Mi sono dimesso dal Parlamento per lavorare in Treccani. Non seguo proprio il dibattito”.
Fuori dal Parlamento, ma non dalla politica, è invece Laura Puppato, che evidenzia un vulnus di queste consultazioni: “Sono tutti uomini. Spero ancora che ci sia qualche altra figura di rinnovamento che raccolga la sfida, perché per il momento nessuno dei candidati mi fa battere il cuore. E se non lo fa battere a me, che sono attiva nel partito, mi immagino alla gente…”.
Serve ancora tempo anche a Mattia Zunino, segretario dei Giovani democratici: “Sì, è vero, conosco Dario (Corallo, nda) da una vita, ma non ho ancora deciso chi votare. È giusto che non si scelgano le persone, ma cosa propongono per il partito. Per il momento ho visto solo parti di ceto politico che si spostano, col tempo avrò le idee più chiare”.
Stanno con Minniti invece due reduci della stagione pre-gialloverde. Stefano Esposito, storico pasdar “Sì tav”: “Volevo Minniti come candidato premier il 4 marzo, figurarsi se non lo sostengo ora. È l’unico che può aiutare il Pd a farsi ri-ascoltare, che ha la credibilità per evitare che quando parliamo noi gli altri cambino canale”.
E poi c’è Marco Leonardi, consulente economico degli ultimi governi e membro del dipartimento economico del Pd: “Sto con Minniti, perché penso si debba salvare il lavoro riformista di questi anni. I temi su cui si gioca il consenso sono l’immigrazione e la povertà: sulla prima parla il lavoro che ha fatto all’Interno; sulla seconda, Minniti ha la sensibilità per affrontare il problema, essendo tra l’altro dal Sud”. Non abbastanza per convincere Fabrizio Barca (“Non sto seguendo, non ho una posizione”) e Gianni Cuperlo (“Non mi iscrivo agli eserciti preventivi, voglio prima vedere le proposte”), mentre Chicco Testa, già deputato Pci-Pds, adesso riconduce la scelta a una dimensione privata: “Mi incuriosisce il dibattito, ma non trovo opportuno esprimermi”. Stessi patemi dell’ex deputata Paola Concia: “Una preferenza ce l’ho, ma la tengo per me”. E così fa anche Marco Bentivogli, che motiva la riservatezza con la carica di segretario dei metalmeccanici Cisl: “I sindacalisti devono fare i sindacalisti, non campagna elettorale. Non non ho alcuna posizione sulle primarie”.
Interessante la considerazione di Antonio Di Pietro, ex Italia dei valori e ministro ulivista: “Quando ci sono così tante candidature è segno di controllo da parte della classe dirigente, servono a fare la conta interna. E questo è molto Dc, più che Pd”.

“Ho lavorato in nero dal padre di Di Maio”

Come era già accaduto a Roberto Fico per la storia della colf pagata in nero, anche Luigi Di Maio finisce nel mirino de Le Iene per una storia di lavoro sommerso. Questa volta, il fatto, riguarderebbe suo padre, imprenditore edile a Pomigliano d’Arco. “Ho lavorato lì per due anni, di cui almeno uno in nero: mi pagava Antonio Di Maio in persona, cash”. A denunciarlo in un servizio andato in onda ieri sera, è Salvatore Pizzo, ex dipendente della ditta edile della famiglia di Luigi Di Maio, che oggi è socio al 50 per cento con la sorella. I fatti risalgono al 2009/2010, quando ancora l’attuale vicepremier non era tra i titolari dell’impresa.

Ma mette in difficoltà, come ovvio, anche il leader dei Cinque Stelle, oggi ministro del Lavoro e paladino della “dignità” sul lavoro. Pizzo, infatti, oltre a denunciare la mancata assunzione, racconta che quando si infortunò ad un dito, il padre del vicepremier gli avrebbe detto “di non dire che mi ero fatto male nel suo cantiere. Mi consigliò di dire che mi ero fatto male in casa”.

Incalzato dall’inviato Filippo Roma, Di Maio ha assicurato l’intenzione di fare luce su quanto denunciato da Salvatore Pizzo. Al momento, dice, non sa nulla di quella storia. E aggiunge un particolare di vita privata per testimoniare la sua buona fede: “Io e mio padre per anni non ci siamo neanche parlati, non c’è stato un bel rapporto per anni, adesso è migliorato un po’. Non sapevo di lavoratori in nero. A me non risulta ma il fatto è grave, non mi ricordo di questo operaio ma ce ne sono stati tanti. A quell’epoca avevo 24-25 anni, io nell’azienda di famiglia ho aiutato mio padre come operaio ma non gestivo le cose di famiglia. Devo verificare questa cosa, verifichiamo tutto assolutamente”. E va avanti, assicurando che lo farà in tempi rapidi. “Se è andata così mi dispiace per quella persona. Sono sempre andato avanti nella convinzione che nella mia famiglia si rispettassero le regole, se è successo qualcosa sul luogo di lavoro con mio padre questa persona ha il dovere di dirlo, non solo a voi ma lo faccia presente a tutte le autorità. Gli chiederò spiegazioni e vi farò sapere”.

Manovra, cade il tabù: deficit più vicino al 2,2%

Il deficit al 2,4% non è più un limite insormontabile: il governo si preparerebbe a farlo scendere al 2,2%. La spia che qualcosa si sta muovendo è in un’intervista di Matteo Salvini ieri pomeriggio all’Adnkronos: “Il 2,4% del rapporto deficit/Pil è intoccabile? Penso nessuno sia attaccato a quello, se c’è una manovra che fa crescere il Paese può essere il 2,2%, il 2.6%. Non è un problema di decimali”. Nel frattempo, il vertice previsto ieri sera a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte, i vice premier Luigi Di Maio e Salvini e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria viene spostato a stasera. Sono in corso degli approfondimenti per verificare fino a che punto sia fattibile abbassare il deficit, mantenendo la platea dei beneficiari delle due misure bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni. In serata anche i Cinque Stelle ribadiscono che loro non sono per lo scontro con la Ue, perché il tema non è il muro contro muro sul deficit, ma sono le riforme. Segue Conte all’Ansa: “Il problema non è il 2,2 o 2,4%, ma la tenuta del patto economico generale”, Il cambiamento di rotta – almeno nelle dichiarazioni di intenti – è la diretta conseguenza della cena del tra il premier, il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, Tria, il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici e il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis. Juncker ha mostrato apertura al dialogo, ma si aspetta dall’Italia un gesto di disponibilità. Conte ha recapitato il messaggio a Di Maio e Salvini.

Che a parlare sia stato per primo il ministro dell’Interno è spia della competizione costante tra i due alleati. Per Salvini, un modo per intestarsi l’operazione e presentarsi come quello che comanda. Mentre Di Maio e Conte hanno aspettato le sue dichiarazioni, raccontano dall’M5s, per essere sicuri che non cambiasse idea. Ma serve un voto parlamentare per modificare i saldi già approvati. Il governo sta ragionando su una risoluzione di maggioranza ad hoc, da approvare per modificare il Def. E nel frattempo sta studiando come e fino a che punto intervenire sulle misure. Se la disponibilità sarà anche nei fatti e non solo ostentata, si capirà nei prossimi giorni.

Regali a medici e sanitari. Il nuovo fronte anti-lobby

Un registro pubblico. Una soglia minima di 10 euro. E un faro su tutte le “relazioni d’interesse” che nascono nei convegni, nei congressi, nei comitati scientifici. Dopo la battaglia sulle donazioni ai partiti nel disegno di legge anticorruzione, un nuovo fronte in tema di lobby sta per aprirsi in commissione Affari sociali alla Camera. E stavolta nel mirino ci sono i professionisti della salute: come si suol dire, la prima cosa che abbiamo al mondo.

Lo chiamano Sunshine Act, sulla falsariga delle norme già in vigore negli altri paesi, ed è in estrema sintesi una legge per la trasparenza dei rapporti tra le industrie sanitario-farmaceutiche e i medici, estesa a tutti gli operatori del settore (per dire: infermieri, amministrativi, etc).

In sostanza dovranno essere rese pubbliche tutte le transazioni finanziarie con un valore maggiore di dieci euro: una cifra irrisoria, che serve a comprendere non soltanto le erogazioni dirette di denaro ma anche tutte le utilità di beni e servizi ricevute. Per capirci, anche la classica agenda regalata a Natale. E poi ci sono le “relazioni d’interesse”: il convegno, il corso formativo, il posto in una commissione o in un comitato scientifico. Tutto, anche quello che avviene a titolo gratuito, finirà sul sito del ministero della Salute: un registro pubblico telematico per la “Sanità trasparente”.

La linea dura – che poi è la stessa operativa in Francia dal 2012 e introdotta negli Usa dall’Obama Care – nasce da alcuni dati piuttosto indicativi citati dal Servizio Studi della Camera, come la ricerca sul conflitto di interessi pubblicata nel luglio 2018 dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri. Dei 321 oncologi che hanno partecipato al test, il 62% ha dichiarato di aver ricevuto pagamenti diretti dall’industria farmaceutica negli ultimi tre anni e più del 75 per cento ritiene che la ricerca in campo sanitario sia sfavorita dagli eccessivi investimenti dell’industria in marketing e promozione: nonostante questo, la stessa percentuale di medici, ammette di accettare benefit come i viaggi promozionali in occasione dei congressi.

Saranno le stesse imprese finanziatrici a doversi fare carico degli oneri burocratici della trasparenza: dovranno trasmettere al ministero i dati relativi al beneficiario e la causale della transazione o della relazione d’interesse. Allo stesso modo, sempre le imprese, dovranno comunicare eventuali partecipazioni azionarie o proprietà di brevetti dei professionisti del settore: sarà invece compito del medico dichiarare società o marchi legati a suoi parenti, fino al secondo grado.

Molte di queste prescrizioni, va detto, sono già contenute nel codice di condotta della Federazione europea delle industrie farmaceutiche a cui, dal 2016 in poi, hanno aderito anche molte aziende italiane. La pubblicazione dei dati, in questo caso, avviene solo se il soggetto beneficiario dà l’autorizzazione. E va detto anche che, il 70 per cento dei medici italiani, finora l’ha fatto.

Il problema è quel che resta fuori. Per intenderci: la Corte dei Conti francese ha fatto un’indagine sui primi 4 anni di applicazione del Sunshine Act e ha visto che, in soli dodici mesi, erano stati fatte 700 mila dichiarazioni, per un totale di 184 milioni di euro e 967 aziende coinvolte. Novartis e Astra Zeneca, due multinazionali del settore, hanno versato il 10 per cento del totale. La media del contributo per ogni medico è di 102 euro, ma le differenze sono enormi. Tanto che un endocrinologo, da solo, ha incassato 74 mila in un anno.

Ecco perché, come si legge nella proposta di legge italiana (primo firmatario Massimo Baroni, M5S, psicologo), nonostante “la disponibilità di una così alta percentuale di medici” – il 70 per cento che aderisce al codice di condotta volontario, ndr – “è opportuno valutare le possibili motivazioni degli indisponibili”.

I detrattori della proposta di legge dicono che così si alimenta la cultura del sospetto e si mina la fiducia del rapporto medico/paziente. Ma è soprattutto la soglia dei 10 euro a venire contestata dai sindacati dei medici sentiti in audizione alla Camera, così come la pubblicazione degli eventi a cui si partecipa a titolo gratuito. C’è pure, al contrario, chi chiede che le norme vengano estese ai prodotti non farmaceutici, in particolare agli alimenti per l’infanzia come il latte artificiale. Anche tra i membri della commissione il dibattito è aperto (il termine per gli emendamenti scade venerdì): la Lega finora è intervenuta solo per dire che la faccenda, vista così, sembra un po’ troppo burocratica.

Anche tra loro c’è parte della folta rappresentanza di “sanitari” che siede in commissione: due farmacisti, una odontoiatra, un oculista, due psicoterapeute, due neurologi, una fisioterapista, un infermiere, una ostetrica, una anestesista, un gastroenterologo, una veterinaria, un pediatra, un chirurgo.