“L’estate la passavo in campagna dai nonni: tre mesi lì, non c’era neanche il bagno in casa, e se di notte avevi un’urgenza, dovevi andare nella vigna, al buio, da sola, e da sola tornare. Ogni tanto provavo a fuggire, componevo un’improbabile borsa da viaggio, le mie cose ammassate dentro una busta di plastica, e mi incamminavo per il vialetto; ma non ho mai oltrepassato il cancello, non me la sentivo, e con la testa bassa tornavo sui miei passi”.
Oltre quel cancello, con il tempo, Rossella Brescia ha poi scoperto i riflettori, il palco, una pubblicità storica e sexy (“sì, con il modello davanti a me che si addormentava”), un calendario andato esaurito (“esaurito come lo stress causato al fotografo”) la prima serata conquistata con Colorado, la sveglia alle cinque e mezzo per correre in radio, e ora migliaia di persone a teatro con la commedia Belle ripiene, attualmente al Sistina di Roma.
A ventun’anni a Roma…
Però era come se ne avessi 14: l’età anagrafica non corrispondeva al mio approccio alla vita, alle esperienze maturate, alla capacità di leggere le reazioni altrui.
Ingenua.
Se ci ripenso, mi ritengo fortunata: sarebbe potuto capitare di tutto, non avevo gli anticorpi necessari per sopravvivere in una città e in questo ambiente.
Un parametro.
(Scoppia a ridere) A ventun’anni ero ancora vergine.
Nel 1991.
Sono cresciuta con mia mamma che, quando uscivo con il fidanzato, sibilava: “Mi raccomando, al massimo un bacio”. E mi bloccavo.
Poveri fidanzati.
Li ho massacrati e forse sono stata un po’ cattiva, quasi una visione egoistica; non me ne rendevo conto.
Come mai così tardi a Roma?
I patti erano: prima termini il liceo e poi se ne parla della danza; puntavano sugli aspetti considerati concreti della vita: il foglio di carta, l’atavico posto fisso, il mattone, un fidanzato della mia età.
Studiosa?
Molto, è la danza a formarti.
Perché, com’è?
Rigore, disciplina, a volte sono diventata bacchettona: per me non esisteva altro, solo prove, prove e ancora prove.
Derubricato tutto.
Lo studio no, amicizie e amori sì. (Ci pensa) Mi chiudevo in cameretta e sul diario costruivo delle ipotetiche locandine di spettacoli, il mio nome scritto a caratteri cubitali, le vere star di allora moooolto più piccolo del mio.
Il suo liceo era lo stesso di Donato Carrisi: per lui, lei era il mito della scuola.
Bugiardissimo, non mi filava di pezza, era più grande.
Lo immaginava come futuro guru dei thriller?
Per niente, quando anni dopo ho letto per caso il suo romanzo e visto il nome in copertina, sono rimasta sbalordita, non riuscivo ad associare la sostanza di quel libro alla sua immagine da liceale.
Torniamo all’arrivo a Roma dalla provincia pugliese.
Scendo dal treno alle sette di sera, chiamo la casa dove avevo affittato una stanza, mi risponde una ragazza: “Rossella, un guaio: non c’è posto. E ora?”.
Benvenuta.
Tutto questo da una cabina telefonica, mica avevo il cellulare.
Soluzione.
Sono finita per una notte dentro un albergo della stazione Termini, tra urla, strepitii, movimenti continui e rumori equivoci. Non mi sono neanche tolta i pantaloni, sdraiata sul letto vestita; il giorno dopo ho allarmato casa: “Finiti i soldi”. Allora mamma ha chiamato un’amica suora e mi hanno ospitato. Era il mio primo viaggio nella vita.
Primo?
Solo una volta ero andata a Salsomaggiore per le finali di miss Italia, ma l’organizzatore mi aveva declassato a racchia: “Come cacchio sei riuscita a vincere, sei un cesso pazzesco”.
Letterale?
Parola per parola; l’ho mandato a quel paese, rifatto le valigie e tornata in Puglia.
Ha sfilato in costume?
Certo, il corpo non mi imbarazza, fa parte della danza.
E il calendario non l’ha “imbarazzata”?
Quello è stato una tragedia! Non volevo…
Dicono quasi tutte così.
Vada su Google immagini e cerchi una mia foto in topless fuori da quelle foto. Non ne troverà. E in quegli scatti non ero neanche nuda, avevo una mutandina color carne che il povero Ferri ha poi dovuto cancellare.
Il crollo dell’eros.
Il reale obiettivo era quello di conoscere Alessandra Ferri, moglie del fotografo: lui bravissimo, ma lei era il mito. Così dopo un anno di corte per il calendario, accetto ma una condizione: “Deve essere lui”.
E sul set…
Impazziva, ogni giorno le tentava tutte: “Dai, togli lo slip”. No. “Dai, un secondo, uno scatto e via”. No… poi un giorno l’ho vista arrivare, ho lasciato tutto e sono corsa da Alessandra.
Com’è andata?
Abbastanza bene, molto chic, credo fosse gelosa del marito, ma capita spesso con le donne, poi mi conoscono e capiscono…
Con i soldi guadagnati…
In gran parte investiti per studiare danza: a certi livelli costa moltissimo, soprattutto se vuoi partecipare a seminari con i top del settore; però poi vengo percepita in maniera errata…
Si spieghi…
In mera chiave televisiva, ma uno deve pur lavorare, e a quel tempo evitavo alcune audizioni a teatro, per alcuni ruoli avevo troppo seno.
Un limite.
Una volta, e riferito a me, ho per caso sentito Carla Fracci dirlo a una persona.
I nonni c’erano ancora al tempo del calendario?
No, e il trauma è bastato per i miei genitori: non hanno mai detto nulla, non l’hanno mai visto, e per questo li ringrazierò per sempre.
Li aveva avvertiti?
No, sono molto indipendente, non condivido certe scelte, e questo ogni tanto inficia anche nella coppia.
E il suo ex marito?
Lui geloso, tanto da mettermi accanto una guardia del corpo, ma non solo per fini personali: mi proteggeva da una serie di pazzi che allora si erano scatenati.
In questi anni, quanti inviti a cena inopportuni?
Uhhhhh, un numero esagerato. Nessuno è mai stato veramente scortese…
Avrà pensato alla sua carriera e a quegli inviti mancati.
A volte, ma va bene così.
È celebre per la pubblicità sexy della Tissot.
Ora rischio di smontare pure questa: il modello davanti a me arrivava da New York e aveva problemi con il fuso orario; dopo tre ore e passa di ciak sbagliati, l’ho visto crollare dal sonno e la produzione per tenerlo vispo gli piazzava il ghiaccio sugli occhi.
Guantanamo.
Sì, io mi piegavo in mutande, e quello dormiva.
Televisione…
Premesso: non ho mai avuto il coraggio di affrontare un provino per un ente lirico, e questo sempre per la storia di prima…
Il seno.
Esatto. Ho puntato su altre audizioni, fino a quando incontro la direttrice dell’ufficio casting di Canale5, persona molto carina, e mi invita per il più classico dei provini: “Dimmi il tuo nome”, profilo; “da dove vieni”, profilo. Ovvio dovevi risultare simpatica.
Tipo “Ricordati di me” di Muccino.
Dopo due giorni mi chiamano per un lavoro, quando sento la cifra offerta mi scappa un “quaaaantiiii?”. Loro un po’ dispiaciuti: “Sono pochi? Non vanno bene?” Mentre per me erano tantissimi…
Come si giudica da ballerina?
Passionale.
Tecnicamente?
Ho delle doti naturali che mi consentono di ballare ancora, e penso al collo del piede o all’elasticità dei legamenti; poi sopra ci ho costruito molto; oggi il segreto è scegliere dei ruoli possibili, non i grandi balletti di repertorio, quelli si possono affrontare solo fino a una certa età.
È dura ammetterlo?
Per anni ho convissuto con questa domanda-preoccupazione, e aprire una scuola di danza mi ha aiutato a trovare la gioia nelle speranze delle allieve, e cercare altri ruoli nei quali posso esprimermi, come nella Carmen di Luciano Cannito.
Con “Colorado cafè” è passata dalla terza alla prima serata.
Divertita come poche volte nella mia vita, c’era un aspetto artigianale del programma: trasmettevamo dalla Salumeria della Musica di Milano, un posto meraviglioso per brutti, sporchi e cattivi, e senza camerini, quindi ci arrangiavamo, mi cambiavo al volo nel bagno di un camper invaso da uomini.
Lì quanti ci hanno provato?
Una volta uno di loro mi è passato dietro e mi ha piazzato una leccata sul collo, e proprio prima di uscire sul palco, in diretta…
Orrore.
Mi sono girata e l’ho fulminato, ero avvelenata; da quel giorno ha girato largo, neanche un bacio di saluto, e pure gli altri hanno capito che aria tirava.
Proposte oscene?
Il massimo è stato un tipo: una sera mi ha mandato un messaggio per invitarmi a cena in un ristorante di Parigi; la carrozza sarebbe stata il suo aereo.
Risposta.
Vacce te.
È stata una delle prime giudici ad “Amici”…
Esperienza bella ma tosta: mi sono trovata dentro a panni scomodi, di eccessiva austerità e poi mi arrivavano in continuazione messaggi dal tono “quanto sei antipatica”.
Da chi?
Dal pubblico, ma lì sei costretta a giudicare, è prevista la promozione o la bocciatura, nel tuo piccolo incidi sulla vita delle persone.
Ne soffriva.
Tantissimo.
Però oggi su Twitter spesso si scatena con messaggi sulla politica.
Sono più strutturata, e poi è ora di finirla con l’indifferenza: ognuno di noi ha una responsabilità sociale, e tirarsi indietro ci rende solo complici del disastro, dei gufi appollaiati.
A suo tempo ne parlava con la De Filippi?
Solo alla fine le ho rivelato di non essere in grado, di non avere le palle per quel tipo di contesto; non sono brava.
Lei in un reality, mai.
Mi hanno chiamato due volte. Rifiutato. Spero di non fare la fine di Cecchi Paone.
Neanche “Pechino Express”…
Non riuscirei a condividere 24 su 24 la mia vita, a volte ho la necessità di stare da sola…
La radio è perfetta.
Lì mi diverto da morire, mi sento me stessa, non è necessario truccarsi, vestirsi in un certo modo; non mi interessa nulla, solo chiacchierare con le persone e giocare con parole ed espressioni.
Secondo Antonio Manzini “il mondo della tv è un letamaio”.
Ha ragione a prescindere.
Fan totale.
Mi piace tantissimo… però ha un po’ estremizzato il concetto.
Maria De Filippi.
È un genio della comunicazione, un fenomeno nel capire il potenziale dei ragazzi, e con una grande macchina sulle spalle…
Ad alcuni mette paura.
Con lei devi trottare.
Con la De Filippi è stata postina in “C’è posta per te”…
In quella fase mi ero allontanata dalla danza, e ancora oggi non ne conosco il motivo, e mi coinvolse nel programma. Lavoro duro…
Tutto vero?
Verissimo! Per alcune puntate ho atteso giorni interi il destinatario dell’invito, e magari poi si rifiutava di andare in onda. Tutto lavoro buttato.
Porte in faccia?
Anche gerani dal balcone.
Tutti i personaggi dello spettacolo hanno un “sosia”, qual è il suo?
Maria Grazia Cucinotta, e siamo pure simili caratterialmente. Ho firmato degli autografi a nome suo.
Non si offende?
E perché? È divertente. Tutto questo mi diverte. Sono una a cottura lenta, ho i miei tempi, magari ho iniziato tardi rispetto ad atri, ma alla fine arrivo e con le mie regole. L’importante è non andare in campagna, ancora oggi non la tollero.
Twitter: @A_Ferrucci