Ma mi faccia il piacere

L’esperto. “Cari colleghi del ‘Fatto’, benvenuti tra le puttane” (Renato Farina, Libero, 19.11). E lui modestamente lo nacque. Comunque grazie del pensiero: come se avessimo accettato.

Pari opportunità. “Scusami, tu sei vecchia e lei è giovane!” (Maurizio Gasparri, capogruppo FI al Senato, passeggiando con Annagrazia Calabria, a Stefania Prestigiacomo, 20.11). Lui, a 62 anni, è come quando ne aveva 2.

La ricreazione. “Fanno bene a sfiduciarti. Hai avuto 5 mesi! In 3 giorni Dio creò il mondo” (Carlo Sibilia, sottosegretario M5S dell’Interno, riferito al sindaco sfiduciato di Avellino, Facebook, 21.11). Ma che dico tre giorni, mi voglio rovinare: tre secondi!

Libertà di balla. “Virginia Raggi! Il terrore dei Casamonica, lo spauracchio degli Spa… Ah, ha fatto tutto Zingaretti? Cioè, la conferenza stampa… i meriti… la casa era stata requisita dalla Regione? Ho capito. Chiedo scusa. Non devo più informarmi sui bollettini della Casaleggio Associati” (Luca Bottura, l’Espresso, 25.11). Ecco, bravo, informati sul tuo giornale, Repubblica. Scoprirai che gli sgomberi delle 8 case dei Casamonica nel quartiere Quadraro a opera della Polizia municipale di Roma per decisione della sindaca Raggi non c’entrano nulla con quello di una casa alla Romanina a opera dell’Esercito per decisione del governatore Zingaretti. Poi, naturalmente, tutti a lezione di libera stampa da Bottura.

Strabismo. “Casamonica contro i vigili. ‘Minacce alla Raggi’. La scorta sarà rinforzata” (Il Messaggero, 23-11). Bizzarri, questi Casamonica: Zingaretti li sgombera e loro minacciano la Raggi. Si vede che non leggono Bottura.

Vent’anni e non sentirli. “Per un Ventennio abbiamo fronteggiato il Caimano di Arcore, con tutta la sua potenza di fuoco. Figuriamoci se oggi ci spaventiamo di fronte a Salvini e Di Maio” (Massimo Giannini, Repubblica, 25.11). E dicci un po’, Massimo: a te chi ti ha cacciato da Rai3 e ti ha chiuso Ballarò? Il Caimano di Arcore o Salvini & Di Maio?

Scossa. “Zagrebelsky scuote la sinistra. Ma Boschi non ci sta: ‘Prima dov’era?’” (Repubblica, 25.11). Si occupava di te, piccina.

Fate la carità. “Mi hanno tolto tutto, penso che vogliano farmi morire di fame” (Roberto Formigoni, condannato in appello a 7 anni e 6 mesi, Libero, 21.11). Ancora un po’ di pazienza, poi i pasti saranno gratis.

Senza. “Senza la rete non avremmo avuto la Brexit, Trump, Grillo, Salvini, Bolsonaro. La rete fa a apezzi la democrazia rappresentativa. Rinfocola l’odio e la frustrazione. Rende noiose e sospette le competenze. Dà voce agli imbecilli. Toglie spazio alla concentrazione e alla riflessione. Alimenta il narcisismo… Distrugge il lavoro impiegatizio…” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 23.11). Se è per questo, senza la carta stampata non avremmo avuto Cazzullo. Ma noi, masochisti come siamo, la amiamo lo stesso.

Grasso che cola. “Un esercito di ciccioni. M5S vieta le diete nell’esercito: ‘Lasciate in pace gli obesi’” (Libero, 25.11). Uahahahahah.

Il bacio della morte. “Gennaro Migliore spiega perchè sostiene Minniti al congresso” (Il Foglio, 25.11). Povero Minniti, questo proprio non se lo meritava.

Sorprese. “Sorpresa, Marco Travaglio ha chiesto la prescrizione!” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 24.11). Sorpresa! Travaglio non ha mai chiesto la prescrizione: l’ha chiesta “in subordine” all’assoluzione l’avvocato dell’Espresso in un processo dov’era imputato il collaboratore Travaglio con la direttrice Daniela Hamaui, e nemmeno quella volta è scattata la prescrizione. Invece, in un processo d’appello per un articolo del Fatto in cui stava per scattare la prescrizione, Travaglio – potendo quella volta decidere in proprio – vi ha rinunciato ed è stato assolto nel merito. Ritenta, Samsonite, sarai più fortunato.

Cota fa rima. “Città in crisi e senza prospettive. Il problema di Torino non è solo la Tav” (Roberto Cota, Lega, ex governatore in Piemonte caduto dopo Rimborsopoli, Libero, 16.11). Ma pure le tue mutande verdi.

Il titolo della settimana/1. “Se c’è smog si vive di più. Lombardia e Nordest sono tra le aree europee a più alta concentrazione di pm10. Ma si muore a 84 anni, 3 più della media Ue” (Filippo Facci, Libero, 19.11). Tutti a farsi l’aerosol dal tubo di scappamento.

Il titolo della settimana/2. “Se Davigo è il testimonial meglio staccare la spina” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 22.11). “Addio condono. Fregatura. Niente sconti per chi non ha pagato” (il Giornale, 23.11). Alessandro, stai cercando di dirci qualcosa?

Il titolo della settimana/3. “I renziani temono Renzi” (Il Messaggero, 20.11). Questo è troppo: la battuta fatela voi.

La rinascita di Ovidio: due volumi e una mostra per il cantore esiliato

All’inizio del 2017, bimillenario della morte di Ovidio, relegato da Augusto nella gelida Dacia, incominciai a lamentare che in Italia nulla si facesse per onorare una delle nostre massime glorie. Certo non ci si poteva attendere alcunché da un ministro dei Beni Culturali come Franceschini, occupato a pubblicare raccontini in costante conflitto colla grammatica e la sintassi: e i giornali di essi, non di Ovidio, si occupavano tessendo le lodi, quasi fosse rinato Pirandello. Alla fine del 2018 la fortuna del Poeta di Sulmona ha subito un incremento un anno fa impensabile, dovuto a un concorso di cause in apparenza miracoloso. In primavera è apparso un grande libro, Ovidio. Relativismo dei valori e innovazione delle forme (Edizioni della Normale di Pisa, pp. 437, euro 40). L’Autore è uno dei più importanti storici viventi della letteratura, irpino e pisano di cattedra, Antonio La Penna. A novantadue anni rilegge l’opera del Poeta con un continuo aggiornamento prospettico, con gioia di narratore, con sapienza di particolari; la sua pagina è dotata di una particolare limpidezza e persino di un garbo narrativo che la rende superiore a quella dei più celebri specialisti ovidiani stranieri, come Charles Segal. E confuta definitivamente, pur senza dismettere verso il Sulmonese un’occasionale e, oso dire, eccessiva severità, la svalutazione tradizionale di quello chiamato con disprezzo un “solo musicale ma superficiale versificatore”, di Luigi Castiglioni ed Ettore Paratore.

Poi c’è stata la mostra sul Poeta e il suo riflesso sull’arte alle Scuderie del Quirinale, apertasi ai primi di ottobre e visitabile sino a gennaio. È di così sensazionale livello che posso solo menzionarla, degna com’è almeno di un intero articolo. Tre anni di lavoro, e l’équipe vi si è dedicata sotto la direzione dell’archeologa padovana Francesca Ghedini: una signora bella ed elegante che, alla visita volta a illustrare la mostra ai giornalisti, rispondeva con imperturbabile cortesia alle domande di fantascientifica idiozia poste dai cronisti romani (“Ma nzomma, sto’ poeta è na specie de Kamasutra, no?”).

Ora esce un suo ritratto di Ovidio, Il poeta del mito. Ovidio e il suo tempo (Carocci, pp. 325, euro 29), così bello e importante che merita di esser accostato all’opera di La Penna. Non si creda all’understatement della prefazione. Non si tratta d’un’opera volgarizzativa, ancorché lo stile deliziosamente semplice ne renda la lettura piacevole a chiunque. La Ghedini ricostruisce la vita del Poeta alla stregua di una formidabile conoscenza politica del principato di Augusto e di Tiberio: lo colloca nel suo tempo; e spiega quanto complessa sia la causa (meglio, il concorso di cause) che portò lo spietato Principe a relegare il Cantore in un luogo inaccessibile e inospite, ove morì disperato. Poi, non senza illustrare la nascita del suo rapporto con l’arte figurativa, la scrittrice “legge” l’opera poetica del Sulmonese. Pianamente, ma con grandissima sagacia. La decostruisce e ricostruisce. Da ogni pagina, si vede che, là ove tratta di un particolare mito, ha sempre presente, per lunga e profonda conoscenza, l’intera opera del Poeta. Tutto è messo in relazione con tutto. Il libro della Ghedini resterà. E vengo alla attuale scarsa cultura degli archeologi. A me sovente paiono in rapporto con i detentori della cultura classica come i chirurgi stanno ai clinici. Francesca Ghedini è un grande clinico che fa anche il chirurgo.

 

Alici vs cipolle: MasterChef ai tempi di Moravia e PPP

Primi anni ‘70. Estate a Sabaudia. Pasolini prendeva il sole supino, Moravia pescava telline, la Maraini faceva lunghe nuotate a mare aperto. Ecco uno degli aneddoti che scandiscono Campo de’ Fiori di Enzo Siciliano, di nuovo in libreria a 25 anni dalla sua uscita. Il libro muove dai funerali di Pasolini nel 1975 proprio a Campo de’ Fiori, dove risuonò la celebre orazione di Moravia: “Di poeti ne nascono pochi in un secolo…”. Solo formalmente ci troviamo dinanzi a un ritratto sul poeta delle Ceneri. In realtà la testimonianza sul filo dei ricordi di Siciliano illumina il suo personale romanzo di formazione. Cesare Garboli, al suo apparire, parlò di “rintocco lugubre” per questo libro, addirittura di “sapore di morte”. Non solo perché si avverte il dolente rimpianto per il tramonto di un’epoca ma perché a conti fatti Siciliano sembra celebrare un io dismesso. E lo fa con un impietoso autodafé, perché scomodare la memoria di Pasolini mostra tutta l’incapacità di raccogliere la sua eredità e di vivificarla.

Sempre Garboli scrisse che si può leggere Campo de’ Fiori come “un girone aggiunto alla Dolce vita”. Se gli intellettuali oggi nella capitale consumano le loro apericene in piazza Vittorio nobilitando i Ferragnez, Campo de’ Fiori ci riporta Moravia e la Morante, al ristorante, impegnati a battibeccare sull’esotismo di Stendhal o sul suicidio di Anna Karenina. Lo stesso Siciliano parla per quegli anni di “terrorismo letterario”. Da registrare le colossali arrabbiature di Moravia con Dario Bellezza o i feroci diverbi tra Renzo Paris e Biancamaria Frabotta, allora sposati. O la vivace discussione di Siciliano, davanti a un giornalaio di via Ripetta, con un piccato Franco Cordelli dopo che Nuovi Argomenti gli aveva rifiutato dei racconti. Per non parlare della tensione che si creò tra Bertolucci e Pasolini dopo che quest’ultimo criticò con asprezza Ultimo tango. Laura Betti fece da paciera tra i due organizzando una partita di pallone tra le troupe di Salò e Novecento.

Siciliano scrive che “la letteratura non era più un’idea: era una passione che soltanto nell’esistenza trovava il suo risarcimento”. E allora le relazioni e le amicizie diventano nutrimento della formazione culturale. Basti pensare ai set della Ricotta o del Vangelo dove Pasolini trascina come figuranti tutti i suoi amici scrittori. O l’apprendistato tutto novecentesco che vedeva il novizio andare a bottega dal maestro: Siciliano, da insegnante di filosofia, comincia a frequentare Bassani nell’ufficio Feltrinelli di via Arenula e conosce Pasolini invitato nella sua casa di Monteverde. Così come è il poeta Attilio Bertolucci, padre di Bernardo, a favorire la conoscenza con Moravia che poi Siciliano incontrerà più volte al caffè Rosati.

Nella villa affittata a Sabaudia da Moravia e Maraini, andavano in scena gare di cucina. Moravia alle prese con pesce arrosto e Siciliano con alici al gratin. Pasolini, che non toccava i fornelli, dava poi i voti. Si racconta dell’insalata di cipolla e pomodoro della Maraini o dello sformato di patate di Laura Betti. E poi i ristoranti dove trascorrevano serate di disfide dialettiche: da una trattoria di via delle Colonnette al Matriciano di via dei Gracchi fino al Biondo Tevere, in via Ostiense. Sembra di ripercorrere un itinerario gastronomico ma dimostra semmai quanto la speculazione intellettuale fosse figlia di un confronto tra persone prima ancora che tra idee.

Forse il passaggio più bello del libro è quando Siciliano racconta del premio Viareggio opera prima. Non la spuntò per colpa di Pasolini, che figurava tra i giurati. Fu una delle lezioni di vita che Pasolini volle impartirgli, ma Siciliano rievoca la sua delusione in un bar sul lungomare della città toscana, in compagnia di Bertolucci, mentre da un juke-box erompeva la voce di Mina.

Cosa ci restituisce questa aneddotica minimalista? Non solo e non tanto l’estinzione di un modo di essere intellettuali ma anche una geografia dei luoghi che non esiste più, forse un irredimibile crepuscolo di Roma. Domandarono a Siciliano, negli ultimi anni, dove si incontrassero adesso i protagonisti di quella stagione. Lui rispose: “Da nessuna parte, i superstiti si aggrappano al telefono”.

“Mi hanno chiamato ‘cessa’ e per Maria ho beccato un geranio da un balcone”

“L’estate la passavo in campagna dai nonni: tre mesi lì, non c’era neanche il bagno in casa, e se di notte avevi un’urgenza, dovevi andare nella vigna, al buio, da sola, e da sola tornare. Ogni tanto provavo a fuggire, componevo un’improbabile borsa da viaggio, le mie cose ammassate dentro una busta di plastica, e mi incamminavo per il vialetto; ma non ho mai oltrepassato il cancello, non me la sentivo, e con la testa bassa tornavo sui miei passi”.

Oltre quel cancello, con il tempo, Rossella Brescia ha poi scoperto i riflettori, il palco, una pubblicità storica e sexy (“sì, con il modello davanti a me che si addormentava”), un calendario andato esaurito (“esaurito come lo stress causato al fotografo”) la prima serata conquistata con Colorado, la sveglia alle cinque e mezzo per correre in radio, e ora migliaia di persone a teatro con la commedia Belle ripiene, attualmente al Sistina di Roma.

A ventun’anni a Roma…

Però era come se ne avessi 14: l’età anagrafica non corrispondeva al mio approccio alla vita, alle esperienze maturate, alla capacità di leggere le reazioni altrui.

Ingenua.

Se ci ripenso, mi ritengo fortunata: sarebbe potuto capitare di tutto, non avevo gli anticorpi necessari per sopravvivere in una città e in questo ambiente.

Un parametro.

(Scoppia a ridere) A ventun’anni ero ancora vergine.

Nel 1991.

Sono cresciuta con mia mamma che, quando uscivo con il fidanzato, sibilava: “Mi raccomando, al massimo un bacio”. E mi bloccavo.

Poveri fidanzati.

Li ho massacrati e forse sono stata un po’ cattiva, quasi una visione egoistica; non me ne rendevo conto.

Come mai così tardi a Roma?

I patti erano: prima termini il liceo e poi se ne parla della danza; puntavano sugli aspetti considerati concreti della vita: il foglio di carta, l’atavico posto fisso, il mattone, un fidanzato della mia età.

Studiosa?

Molto, è la danza a formarti.

Perché, com’è?

Rigore, disciplina, a volte sono diventata bacchettona: per me non esisteva altro, solo prove, prove e ancora prove.

Derubricato tutto.

Lo studio no, amicizie e amori sì. (Ci pensa) Mi chiudevo in cameretta e sul diario costruivo delle ipotetiche locandine di spettacoli, il mio nome scritto a caratteri cubitali, le vere star di allora moooolto più piccolo del mio.

Il suo liceo era lo stesso di Donato Carrisi: per lui, lei era il mito della scuola.

Bugiardissimo, non mi filava di pezza, era più grande.

Lo immaginava come futuro guru dei thriller?

Per niente, quando anni dopo ho letto per caso il suo romanzo e visto il nome in copertina, sono rimasta sbalordita, non riuscivo ad associare la sostanza di quel libro alla sua immagine da liceale.

Torniamo all’arrivo a Roma dalla provincia pugliese.

Scendo dal treno alle sette di sera, chiamo la casa dove avevo affittato una stanza, mi risponde una ragazza: “Rossella, un guaio: non c’è posto. E ora?”.

Benvenuta.

Tutto questo da una cabina telefonica, mica avevo il cellulare.

Soluzione.

Sono finita per una notte dentro un albergo della stazione Termini, tra urla, strepitii, movimenti continui e rumori equivoci. Non mi sono neanche tolta i pantaloni, sdraiata sul letto vestita; il giorno dopo ho allarmato casa: “Finiti i soldi”. Allora mamma ha chiamato un’amica suora e mi hanno ospitato. Era il mio primo viaggio nella vita.

Primo?

Solo una volta ero andata a Salsomaggiore per le finali di miss Italia, ma l’organizzatore mi aveva declassato a racchia: “Come cacchio sei riuscita a vincere, sei un cesso pazzesco”.

Letterale?

Parola per parola; l’ho mandato a quel paese, rifatto le valigie e tornata in Puglia.

Ha sfilato in costume?

Certo, il corpo non mi imbarazza, fa parte della danza.

E il calendario non l’ha “imbarazzata”?

Quello è stato una tragedia! Non volevo…

Dicono quasi tutte così.

Vada su Google immagini e cerchi una mia foto in topless fuori da quelle foto. Non ne troverà. E in quegli scatti non ero neanche nuda, avevo una mutandina color carne che il povero Ferri ha poi dovuto cancellare.

Il crollo dell’eros.

Il reale obiettivo era quello di conoscere Alessandra Ferri, moglie del fotografo: lui bravissimo, ma lei era il mito. Così dopo un anno di corte per il calendario, accetto ma una condizione: “Deve essere lui”.

E sul set…

Impazziva, ogni giorno le tentava tutte: “Dai, togli lo slip”. No. “Dai, un secondo, uno scatto e via”. No… poi un giorno l’ho vista arrivare, ho lasciato tutto e sono corsa da Alessandra.

Com’è andata?

Abbastanza bene, molto chic, credo fosse gelosa del marito, ma capita spesso con le donne, poi mi conoscono e capiscono…

Con i soldi guadagnati…

In gran parte investiti per studiare danza: a certi livelli costa moltissimo, soprattutto se vuoi partecipare a seminari con i top del settore; però poi vengo percepita in maniera errata…

Si spieghi…

In mera chiave televisiva, ma uno deve pur lavorare, e a quel tempo evitavo alcune audizioni a teatro, per alcuni ruoli avevo troppo seno.

Un limite.

Una volta, e riferito a me, ho per caso sentito Carla Fracci dirlo a una persona.

I nonni c’erano ancora al tempo del calendario?

No, e il trauma è bastato per i miei genitori: non hanno mai detto nulla, non l’hanno mai visto, e per questo li ringrazierò per sempre.

Li aveva avvertiti?

No, sono molto indipendente, non condivido certe scelte, e questo ogni tanto inficia anche nella coppia.

E il suo ex marito?

Lui geloso, tanto da mettermi accanto una guardia del corpo, ma non solo per fini personali: mi proteggeva da una serie di pazzi che allora si erano scatenati.

In questi anni, quanti inviti a cena inopportuni?

Uhhhhh, un numero esagerato. Nessuno è mai stato veramente scortese…

Avrà pensato alla sua carriera e a quegli inviti mancati.

A volte, ma va bene così.

È celebre per la pubblicità sexy della Tissot.

Ora rischio di smontare pure questa: il modello davanti a me arrivava da New York e aveva problemi con il fuso orario; dopo tre ore e passa di ciak sbagliati, l’ho visto crollare dal sonno e la produzione per tenerlo vispo gli piazzava il ghiaccio sugli occhi.

Guantanamo.

Sì, io mi piegavo in mutande, e quello dormiva.

Televisione…

Premesso: non ho mai avuto il coraggio di affrontare un provino per un ente lirico, e questo sempre per la storia di prima…

Il seno.

Esatto. Ho puntato su altre audizioni, fino a quando incontro la direttrice dell’ufficio casting di Canale5, persona molto carina, e mi invita per il più classico dei provini: “Dimmi il tuo nome”, profilo; “da dove vieni”, profilo. Ovvio dovevi risultare simpatica.

Tipo “Ricordati di me” di Muccino.

Dopo due giorni mi chiamano per un lavoro, quando sento la cifra offerta mi scappa un “quaaaantiiii?”. Loro un po’ dispiaciuti: “Sono pochi? Non vanno bene?” Mentre per me erano tantissimi…

Come si giudica da ballerina?

Passionale.

Tecnicamente?

Ho delle doti naturali che mi consentono di ballare ancora, e penso al collo del piede o all’elasticità dei legamenti; poi sopra ci ho costruito molto; oggi il segreto è scegliere dei ruoli possibili, non i grandi balletti di repertorio, quelli si possono affrontare solo fino a una certa età.

È dura ammetterlo?

Per anni ho convissuto con questa domanda-preoccupazione, e aprire una scuola di danza mi ha aiutato a trovare la gioia nelle speranze delle allieve, e cercare altri ruoli nei quali posso esprimermi, come nella Carmen di Luciano Cannito.

Con “Colorado cafè” è passata dalla terza alla prima serata.

Divertita come poche volte nella mia vita, c’era un aspetto artigianale del programma: trasmettevamo dalla Salumeria della Musica di Milano, un posto meraviglioso per brutti, sporchi e cattivi, e senza camerini, quindi ci arrangiavamo, mi cambiavo al volo nel bagno di un camper invaso da uomini.

Lì quanti ci hanno provato?

Una volta uno di loro mi è passato dietro e mi ha piazzato una leccata sul collo, e proprio prima di uscire sul palco, in diretta…

Orrore.

Mi sono girata e l’ho fulminato, ero avvelenata; da quel giorno ha girato largo, neanche un bacio di saluto, e pure gli altri hanno capito che aria tirava.

Proposte oscene?

Il massimo è stato un tipo: una sera mi ha mandato un messaggio per invitarmi a cena in un ristorante di Parigi; la carrozza sarebbe stata il suo aereo.

Risposta.

Vacce te.

È stata una delle prime giudici ad “Amici”…

Esperienza bella ma tosta: mi sono trovata dentro a panni scomodi, di eccessiva austerità e poi mi arrivavano in continuazione messaggi dal tono “quanto sei antipatica”.

Da chi?

Dal pubblico, ma lì sei costretta a giudicare, è prevista la promozione o la bocciatura, nel tuo piccolo incidi sulla vita delle persone.

Ne soffriva.

Tantissimo.

Però oggi su Twitter spesso si scatena con messaggi sulla politica.

Sono più strutturata, e poi è ora di finirla con l’indifferenza: ognuno di noi ha una responsabilità sociale, e tirarsi indietro ci rende solo complici del disastro, dei gufi appollaiati.

A suo tempo ne parlava con la De Filippi?

Solo alla fine le ho rivelato di non essere in grado, di non avere le palle per quel tipo di contesto; non sono brava.

Lei in un reality, mai.

Mi hanno chiamato due volte. Rifiutato. Spero di non fare la fine di Cecchi Paone.

Neanche “Pechino Express”…

Non riuscirei a condividere 24 su 24 la mia vita, a volte ho la necessità di stare da sola…

La radio è perfetta.

Lì mi diverto da morire, mi sento me stessa, non è necessario truccarsi, vestirsi in un certo modo; non mi interessa nulla, solo chiacchierare con le persone e giocare con parole ed espressioni.

Secondo Antonio Manzini “il mondo della tv è un letamaio”.

Ha ragione a prescindere.

Fan totale.

Mi piace tantissimo… però ha un po’ estremizzato il concetto.

Maria De Filippi.

È un genio della comunicazione, un fenomeno nel capire il potenziale dei ragazzi, e con una grande macchina sulle spalle…

Ad alcuni mette paura.

Con lei devi trottare.

Con la De Filippi è stata postina in “C’è posta per te”…

In quella fase mi ero allontanata dalla danza, e ancora oggi non ne conosco il motivo, e mi coinvolse nel programma. Lavoro duro…

Tutto vero?

Verissimo! Per alcune puntate ho atteso giorni interi il destinatario dell’invito, e magari poi si rifiutava di andare in onda. Tutto lavoro buttato.

Porte in faccia?

Anche gerani dal balcone.

Tutti i personaggi dello spettacolo hanno un “sosia”, qual è il suo?

Maria Grazia Cucinotta, e siamo pure simili caratterialmente. Ho firmato degli autografi a nome suo.

Non si offende?

E perché? È divertente. Tutto questo mi diverte. Sono una a cottura lenta, ho i miei tempi, magari ho iniziato tardi rispetto ad atri, ma alla fine arrivo e con le mie regole. L’importante è non andare in campagna, ancora oggi non la tollero.

Twitter: @A_Ferrucci

Carovana dei desperados, il sindaco di Tijuana denuncia: “Crisi umanitaria”

Juan Manuel Gastélum sindaco di Tijuana – la città messicana al confine con gli Usa dove nelle ultime settimane si sono riversate tre carovane di migranti – ha chiesto aiuto all’Onu. Il territorio si troverebbe in piena “crisi umanitaria”. Sarebbero 6.200 i migranti intenzionati a chiedere asilo negli Stati Uniti e la convivenza con i residenti è diventata difficile. Desta preoccupazione in particolare l’emergenza dei minori non accompagnati. Gastélum, esponente del partito conservatore Acciòn Nacional e già accusato dall’opinione pubblica di alimentare un atteggiamento xenofobo nei confronti dei migranti, ha dichiarato che non “comprometterà la fornitura di servizi pubblici” ai residenti per accogliere gli stranieri. “Non ho intenzione di spendere il denaro dei contribuenti né di fare indebitare il Comune di Tijuana” ha precisato il primo cittadino. Numerose sono state le richieste di aiuto da parte dell’amministrazione a Città del Messico, ma finora Tijuana ha dovuto affrontare l’emergenza con le proprie risorse. Gastélum ha rivolto pesanti critiche al ministro degli Interni Navarrete e al presidente della Repubblica, Enrique Peña Nieto.

Le ville di lusso degli oligarchi sulla terra sottratta agli operai

A Mosca, per capire la storia delle ville della Rublevka, enclave degli oligarchi nella Capitale russa, bisogna tornare al passato, su un volo Helsinki-Mosca del 1999. Stanno cadendo bombe in Cecenia, a Mosca c’è stato di crisi, Vladimir Putin sembra ancora un burocrate sovietico ma sta per passare alla storia come l’uomo che salverà il paese dal caos. Quando Putin scende le scale dell’aereo, di ritorno dall’Europa, è ancora un timido premier dal volto scarno ed è scortato da tre uomini alti, in lunghi cappotti. “Volevano rimanere nell’ombra, ma nemmeno per un secondo si allontanavano dal futuro presidente della Russia” scrive il gruppo di cronisti del quotidiano Novaja Gazeta. Sono angeli custodi armati, la lichnaya gardia, la guardia personale di Putin. Oggi sono i suoi vicini di casa. I “bodyguard del presidente” oggi lo sono di tutta la nazione. I tre sono Viktor Zolotov, adesso capo della Guardia Nazionale, la potente Rosgvardia; Oleg Klimentyev, ex governatore di Kaliningrad, ex capo di un’unità dell’FSB per la lotta al terrorismo, ora vice comandante FSO (servizio sicurezza presidenziale e delle alte cariche dello stato), ed Aleksey Dyumin, ex comandante delle forze per le operazioni speciali, ex vice ministro della Difesa, ora governatore di Tula. In Russia al presidente sono rimasti pochi nemici, ma tra loro ci sono i giornalisti della Novaya, i ricercatori pazienti del Fondo anticorruzione di Aleksey Navalny, quelli dell’OCCRP (Organized crime and corruption reporting) e i droni. Le fotografie aeree dell’indagine dei reporter hanno permesso di far vedere ai russi le dimensioni delle regge, più che ville, dove vivono i tre uomini del “krug”, il cerchio blindato del presidente, l’anello più stretto che circonda e protegge Putin. Torri, torrioni e parchi, più che giardini. Tante cifre al vaglio e una domanda sola. Un esempio: la proprietà di Zolotov e famiglia ha un valore di 15 miliardi di rubli e non è chiaro come un uomo che occupa una carica statale abbia avuto il denaro necessario per comprare quella terra. Un’altra voce coraggiosa prova a raccontare la storia.

Sono tante le porte che rimangono chiuse quando il cronista della Novaya bussa, poche quelle che si aprono per dire solo che non parleranno perché hanno subito ugrozy, minacce. La terra su cui sono edificate le ville dei tre spettava a mille operai della Gorky II, una fabbrica di pollame aperta da Felix Derxhinsky, il rivoluzionario sovietico fondatore della Ceka, che poi finì nel mirino della nuova élite. Con il crollo dell’Unione Sovietica, gli operai furono ingannati e costretti a cederla in cambio di azioni di quella stessa fabbrica che stava per essere smantellata e privatizzata. La terra finì ad un’altra società, la Zarya ed infine, alla troika di Putin.

La storia prosegue con foto in bianco e nero e un vecchio che non ha né potere, né salute, ma coraggio e documenti che accertano che lui ha ancora diritto a possederla. È figlio di uno degli operai della Gorky e si chiama Nikolaj Uvarov. È un avvocato. Lui alle minacce non ha ceduto ma è finito in coma dopo che uomini in passamontagna lo hanno picchiato per fargli cambiare idea. È stato salvato da alcuni passanti.

Intanto Novaya Gazeta continua a denunciare la corruzione del regime russo, ma inizia a sua volta ad essere denunciata. Vladimir Yakunin, ex capo delle ferrovie russe, ora vuole 5 milioni di rubli per danni all’immagine “e al suo buon nome per le informazioni offensive”. I giornalisti del quotidiano “hanno superato la linea rossa” quando lo hanno collegato all’omicidio dell’investigatrice Egenya Shishkina, che aveva materiale “esplosivo” sugli affari di Yakunin e famiglia, ma prima di rivelarlo, è stata uccisa ad ottobre scorso sulla soglia di casa, proprio come la sua collega, Anna Politkovskaja.

Silvia, una taglia sui rapitori: “Sono pericolosi”

C’è da sperare che l’ottimismo mostrato alla stampa da Noah Mwivanda, comandante regionale della polizia sulla sorte di Silvia Romano, venga presto confermato dai fatti. “La ragazza è viva. Non abbiamo dubbi. Si trova nella foresta in mano a tre degli assalitori”, ha affermato il comandante dopo aver sottolineato che sono stati dispiegati rangers forestali, soldati e agenti scelti delle forze di sicurezza , elicotteri e droni per setacciare anche dall’alto la vasta area forestale di Gilore, che sconfina in Somalia. E di origine somala sarebbero i tre uomini sospettati di essere i guardiani della giovane volontaria milanese. Si tratta di Adam Omar, Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi sui quali è stata posta una taglia di quasi 9.000 euro, una cifra considerevole per questa zona del Kenya, ignorata dal turismo per mancanza di attrattive, povertà e insicurezza. Pur distando solo 80 chilometri da Malindi, il villaggio di Chakama, nel distretto di Kilifi, è un agglomerato di poche case in muratura e capanne utilizzate dai pastori di etnia Orma, che si spostano sul confine con la Somalia.
Questa tribù intrattiene scambi di ogni genere con gli shabaab – i terroristi islamici somali affiliati ad al Qaeda autori delle più efferati stragi a Mogadiscio – e potrebbe aver rapito la cooperante italiana per venderla agli estremisti oltre frontiera. Non è la prima volta che turiste e cooperanti straniere vengano rapite in Kenya dai pastori Orma o direttamente dagli shabaab. Una di queste, Judith Tebbutt, venne rilasciata dopo il pagamento di un riscatto; Marie Dedieu, tetraplegica in carrozzella, invece, morì durante la prigionia di stenti e malattia. In seguito a questi rapimenti il governo aveva mandato l’esercito in Somalia per combattere contro i terroristi rei di aver indebolito anche la sicurezza del Kenya e, di conseguenza, il turismo, una delle voci più importanti dell’economia. Conoscendo le attività illegali di questi pastori, la polizia ha fatto “appello affinché sostengano la squadra multi-agenzia nella sua operazione con informazioni che possano portare al salvataggio di Silvia Costanza Romano e all’arresto dei sospetti rapitori”, si legge nel comunicato che annuncia l’individuazione dei tre sospettati.
Il pool di diversi corpi delle forze sicurezza kenyane sta “facendo tutto quello che può per salvare la signora e arrestare i sequestratori”, premette la nota pubblicata dalla polizia sui propri account Facebook e Twitter, facendo appello anche alla “responsabilità collettiva per la sicurezza pubblica. Lavoriamo insieme in quest’impresa”, conclude la nota. In Kenya intanto sta lavorando anche una squadra del Ros dei carabinieri.
L’ispettore generale Joseph Boinnet, ha confermato l’arresto di 20 persone che avrebbero già dato informazioni attendibili sui sequestratori e sulla dinamica del rapimento.

Brexit, il consiglio europeo approva l’accordo ma May capitola su Gibilterra

Via libera del Consiglio europeo all’accordo su Brexit, sia quello sul divorzio che la dichiarazione politica sui rapporti futuri. Ieri i negoziatori hanno sciolto gli ultimi nodi e oggi a Bruxelles i capi di Stato e di governo dovrebbero approvare i due documenti all’unanimità.

Una tappa indispensabile per il procedere all’iter di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ma raggiunta in cambio di una pesante sconfitta di Londra nel braccio di ferro con la Spagna sulla rocca di Gibilterra.

Negli ultimi giorni il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez aveva alzato la posta, minacciando di porre il veto all’accordo se nel testo non fosse stato chiarito che le relazioni Spagna- Regno Unito su Gibilterra dovevano essere oggetto di negoziati bilaterali separati fra i due Stati.

Il veto spagnolo in sé non poteva impedire l’approvazione, per cui è necessaria una maggioranza qualificata di 20 paesi membri: ma in gioco c’è la linea politica unitaria dell’Unione Europea e venerdì è apparso chiaro che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk avrebbe disdetto il summit se non fosse stato certo dell’unanimità del voto. La Spagna ha quindi ottenuto l’inserimento nel testo di questa dichiarazione aggiuntiva: “Dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione, Gibilterra non sarà inclusa nel raggio territoriale degli accordi fra le due parti”.

Sanchez, che a dicembre affronta un cruciale voto in Andalusia, ha ostentato la vittoria dichiarando alla Moncloa che “Il Consiglio e la Commissione europea hanno sostenuto la posizione spagnola come mai prima. Nei futuri negoziati su Gibilterra dovremo parlare di sovranità congiunta”. Una bomba per il Regno Unito, dove la sovranità su Gibilterra è una questione di orgoglio nazionale. Ieri sera Theresa May è andata a Bruxelles per il colloquio definitivo con il presidente della Commissione, Juncker prima del summit di oggi. Porta a casa il voto, ma questa significativa concessione non farà che complicare l’iter domestico della sua strategia per Brexit, già molto lontana dall’aver i numeri per l’approvazione al parlamento britannico.

E ieri dal congresso del Dup a Belfast Arlene Foster, la leader degli Unionisti nord-irlandesi che tengono in piedi il governo May, ha ribadito che l’accordo attuale non rispetta gli “impegni chiave” alla base dell’alleanza e ha rilanciato l’ipotesi, ormai del tutto irrealistica, di un nuovo negoziato.

Gilet gialli, botte e infiltrati: Parigi in stato d’assedio

A metà giornata il fumo nero che saliva dagli Champs Elysées si vedeva anche da lontano. I primi scontri sull’avenue parigina sono iniziati sin dalla mattina. I Gilet gialli, al loro secondo giorno di blocco nazionale contro il caro-carburante dopo una settimana di mobilitazioni locali che hanno creato disagi in regione, si sono radunati a poche centinaia di metri dal palazzo dell’Eliseo, anche se il quartiere era stato vietato dalle autorità. Fino a 8.000 persone si sono radunate sugli Champs Elysées, stando ai dati della prefettura.

Tutti portavano il gilet fluorescente, ma quanti erano davvero Gilet gialli? Alle donne, ai pensionati, alcuni venuti in famiglia per dire basta alle tasse, si sono mescolati gruppi di casseurs con la voglia di spaccare tutto: “Istigatori dell’ultradestra”, secondo il ministro dell’Interno Christophe Castaner, che ha accusato Marine Le Pen di aver incitato lei stessa i suoi militanti ad “attaccare le istituzioni” riunendosi sugli Champs Elysées.

Con un tweet, venerdì sera, la leader del Rassemblement National aveva scritto una sorta di appello: “Perché il popolo francese non dovrebbe poter manifestare dove vuole?”. E ieri gruppi di individui sono stati visti sfondare le barriere di sicurezza al grido On est chez nous, “Questa è casa nostra”, lo slogan tipico dei militanti RN. Ed è stato subito caos. I dimostranti hanno montato delle barricate usando barriere di metallo, assi di legno presi da cantieri in corso, pezzi di arredamento urbano e sedie dei caffé e gli hanno dato fuoco, hanno strappato i pavé e li hanno lanciati contro gli agenti. Anche un’auto della polizia è stata data alle fiamme e un rimorchio da cantiere è stato incendiato davanti al celebre ristorante Fouquet’s. I poliziotti in assetto antisommossa hanno risposto con lanci di lacrimogeni, cannoni a acqua e granate assordanti. Gli scontri sono continuati fino a tardi nel rosso delle luci di Natale che si sono accese al calare della sera sul turistico viale parigino. Nel pomeriggio, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, aveva postato un tweet invitando tutti, turisti e parigini, ad andare ad ammirare le nuove luminarie. Una gaffe, il tweet è stato ritirato in fretta. Ma qualche turista si è avventurato, riprendendo gli scontri con lo smartphone o tentando di fare acquisti, mentre fuori si respiravano lacrimogeni.

Momenti surreali di una giornata di caos di cui oggi Parigi farà l’amaro bilancio. I Gilet gialli prendono le distanze dai casseurs arrivati sul viale vestiti come loro ma che poi si sono coperti i visi con berretti e sciarpe: “Non siamo dei casseurs – ha detto uno dei manifestanti – siamo francesi arrabbiati e stufi. E siamo pronti a tornare, fino a che il governo non ci ascolterà”. Philippe, artigiano di 50 anni, è arrivato dalla periferia di Parigi: “Io guadagno in modo dignitoso – ha detto – ma sono venuto in solidarietà con la mia famiglia che ha difficoltà a arrivare a fine mese e per dire ai francesi che siamo tutti sulla stessa barca”. Una donna in gilet fluorescente interpella il presidente Macron: “Se lui con 1.500 euro al mese riesce a pagare affitto, luce, gas, tasse e a fare il pieno benzina, mi dica come fa”. Ma ad offuscare l’immagine di un movimento che si vuole pacifico e senza etichette ci sono stati i violenti.

Marine Le Pen, accusata di aver inviato i suoi militanti sugli Champs Elysées, ha respinto le accuse del ministro: “Castaner mi ha scelto per bersaglio. Il suo è solo un patetico tentativo di manipolazione politica”. All’opposto estremo, Jean-Luc Mélenchon della France Insoumise, ha a sua volta denunciato i metodi del ministro: “Castaner fa paura alla gente, parla di istigatori, mette in scena la violenza, sostiene che il movimento si indebolisce mentre ci sono raduni nella calma in tutto il paese”. Il leader del partito radicale di sinistra sostiene da giorni i Gilet gialli e ha invitato i suoi a scendere nelle strade: “Date una mano, ma non tentate di accaparrarvi il movimento, che appartiene al popolo”.

In tutta la Francia la prefettura ha contato 106.000 Gilet gialli (contro i 280.000 di sabato scorso) e più di 1.600 punti critici, 19 sono stati i feriti e 30 le persone arrestate solo a Parigi.

“Grazie alle nostre forze dell’ordine per il coraggio e la professionalità. Vergogna per quelli che le hanno aggredite – ha scritto su Twitter il presidente Emmanuel Macron – vergogna per quelli che hanno usato violenza contro altri cittadini e giornalisti“ ”.