Faber, l’aristocratico di cuore che cantava gli umiliati e offesi

Nell’ambito di Bookcity Chiarelettere ha presentato al Dal Verme Anche le parole sono nomadi, una biografia di Fabrizio De André, un po’ particolare perché contiene anche alcune sue interviste. In sostanza un modo per ricordare questo grande rapsodo nell’imminenza del ventennale della sua morte (11 gennaio 1999). Paolo Villaggio, genovese anche lui, definiva De André “il più grande poeta del Novecento”, esagerando un po’ come suo solito. Certamente De André non è stato “il più grande poeta del Novecento”, ma altrettanto certamente non è stato semplicemente un cantautore come altri pur grandi della sua generazione (dai genovesi Bindi e Lauzi ai milanesi Jannacci e Gaber) o di altri di quelle successive (De Gregori, Dalla per dire solo di alcuni). E stato un aedo, un rapsodo, un cantore.

Nella mia percezione è stato innanzitutto un cantore della morte. E anche dell’amore ma solo in quanto conduce a morte. De André era affascinato, attratto, ossessionato dal fantasma, sempre presente, della morte e ‘la Nobile Signora’ è protagonista in moltissime delle sue canzoni, soprattutto quelle del periodo giovanile: Marinella, lei dopo una giornata sognante scivola nel fiume, Ballata del Michè, lui si impicca per amore, Leggenda di Natale, lui la seduce e lei ne muore, La ballata dell’amore cieco, lui si uccide per lei, indifferente, La canzone dell’amore perduto (“ma più del tempo che non ha età siamo noi che ce ne andiamo”), Si chiamava Gesù, per la morte, senza resurrezione, di Cristo, Preghiera in gennaio, per Tenco suicida e per tutti quelli che si son tolti la vita “perché dei suicidi non hanno pietà”, La ballata dell’eroe, che è morto inutilmente, Fila la lana, lui non tornerà dalla Crociata e lei lo attenderà “per mill’anni ancora”, Il re fa rullare i tamburi (“La Regina ha raccolto dei fiori, la Regina ha raccolto dei fiori, celando la sua offesa, e il profumo di quei fiori ha ucciso la marchesa”), Caro amore (“e il sole e il vento e i verdi anni si rincorrono cantando verso il novembre cui ci stan portando”), sino al definitivo La Morte, che non so quanti avrebbero avuto il coraggio di cantare in un’epoca in cui la morte, la morte biologica, è stata scomunicata e, per parafrasare Oscar Wilde, “è il grande vizio che non osa dire il suo nome” in un mondo che, dall’Illuminismo in poi, ha osato proclamare una sorta di ‘diritto alla felicità’.

Fabrizio De André era un aristocratico e un anarchico. E questo suo essere aristocratico spiega anche una buona parte della sua poetica. De André, prendendo da Brassens è attratto dal mondo medievale dove signori e popolino si mescolano (tutte le rivolte vandeane vedono nobili e popolo uniti contro la borghesia che è uno dei principali obbiettivi polemici di De André). Questa sua aristocrazia, che è una aristocrazia dell’animo, chiarisce il suo piegarsi, con pietas, con misericordia, sugli umiliati e offesi, sulle prostitute, insomma sui vinti della vita (“Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli/in quell’aria spessa carica di sale gonfia di odori/lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano/Se tu penserai e giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese/Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”).

De André era un non credente, uno spregiatore di vescovi, cardinali e Papi, ma era profondamente impregnato di cultura cristiana (Benedetto Croce lo ha detto: “Non possiamo non dirci cristiani”). È un esistenzialista (amico fragile, per tutti) ma non nella maniera laica dell’esistenzialismo classico e politico dei Sartre, dei Camus, dei Merleau-Ponty, bensì in un modo che possiamo chiamare religioso. Vede Cristo come uomo e non come figlio di un Dio cui non crede, e non è un caso che una buona parte della sua opera sia coeva a Jesus Christ Superstar in cui viene citato il passo a mio avviso più commovente del Vangelo dove Cristo dubita, umanamente dubita: “Padre, padre, perché mi hai abbandonato?”. E sempre come persone vede Giuseppe e la Madonna ne La buona novella, un’opera di grande portata, Maria è vista come donna, “femmina un giorno, madre per sempre”. E ‘il sogno di Maria’, quando lei immagina di essere stata messa incinta dall’Angelo, è un altro straordinario passaggio di poesia e di pietas.

Nella postfazione Erri De Luca scrive che De André non partecipò al Sessantotto ma ammirava da lontano i suoi protagonisti. Niente di più errato. Li disprezzava. Nel Bombarolo canta “intellettuali d’oggi, idioti di domani…profeti molto acrobati della rivoluzione”. Più esplicito di così…

Bussetti bussa a Palazzo Spada

Quasi ci si sperava, quando è stato avvistato a palazzo Spada per incontrare il presidente del Consiglio di Stato, che il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti fosse lì per discutere della maggior grana del suo dicastero, ovvero la sospensione – con riesame da parte della plenaria – degli effetti della sentenza che in estate aveva privato circa 50mila maestri senza laurea del sogno di entrare nelle graduatorie a esaurimento (Gae) e quindi di vedersi confermati il posto fisso, da alcuni fino a quel momento ottenuto con riserva. La sentenza aveva stabilito che i diplomati magistrali possono insegnare ma non hanno diritto a essere assunti. Per rispettarla, il governo aveva scelto di assegnare loro una supplenza transitoria fino al concorso straordinario per stabilizzarli. Il tutto prima del colpo di scena. Nelle settimane scorse, il Consiglio di Stato ha accolto alcuni ricorsi e rinviato la decisione alla plenaria per una “rimeditazione” che, a gennaio, potrebbe sconvolgere i piani del governo. Insomma, le premesse c’erano. E invece no, Bussetti non ci pensa. Dal ministero riferiscono che era lì per discutere con Patroni Griffi dell’evento su Francesco De Sanctis previsto il 14 dicembre proprio a Palazzo Spada. Ci sarà Mattarella, Bussetti sarà tra i fondamentali ospiti. Non si discute. Però peccato: ci sarebbe stata bene anche solo una parolina…

“Cara Elsa, ora pensi alla nostra pensione”

Pubblichiamo una lettera rivolta all’ex ministro del lavoro, Elsa Fornero, scritta da uno dei 6mila esodati. Sulle loro storie si basa il romanzo “L’esodo” in uscita il 27 novembre, tratto dal film vincitore dell Globo d’Oro 2018.

Gentile professoressa Fornero, sono un’esodata non ancora salvaguardata da una riforma iniqua che ha messo in mezzo a una strada, senza un lavoro e senza il diritto a una pensione, me e altre centinaia di migliaia di persone che hanno lasciato il proprio posto di lavoro per andare incontro alla pensione, in base a un accordo preso prima della sua riforma. Più volte ha sostenuto che senza quella riforma l’Italia sarebbe caduta in un baratro. Se oggi mi rivolgo a lei, però, non è per mettere ancora in discussione quella legge che porta la sua firma, ma per farle una domanda molto precisa, veicolata dalla nuova triste consapevolezza che nella misura prevista dall’attuale governo – la “quota 100” – io come molte donne e uomini nella mia condizione non rientreremo. Le chiedo per quale motivo, nonostante la sua esposizione mediatica in tv e sulla stampa – attraverso cui ha sempre comunicato con il nuovo governo – non abbia mai chiesto di mettere a riparo gli esodati non ancora salvaguardati, chiudendo definitivamente la pagina più triste del governo Monti. Perché non passare dalla nostra parte? Non so se l’avrebbero ascoltata e non so neppure se la sua posizione ai nostri occhi sarebbe cambiata. Credo però che per lei sarebbe stata una buona occasione per tentare di redimersi e anche per ammettere pubblicamente le sue responsabilità. Da esodata e da donna le dico che dopo una vita di lavoro, un colpo così meschino, per giunta inferto da un’altra donna, è davvero duro da metabolizzare. E lei, da donna, dovrebbe sapere che essere lavoratrice, madre e magari nonna, è molto più di un semplice lavoro.

Abbiamo dovuto sentirci dire che la salute dei mercati finanziari era più importante non solo della nostra, ma anche di un pugno d’Italia, la nostra famiglia, che tentavamo di portare avanti senza sfarzi, ma con semplice dignità. È vero però, io non devo pensare a lei come donna, ma come Stato, e qui direi che la situazione precipita. Perché la rottura di un patto tra Stato e cittadino, soprattutto in ambito previdenziale, va oltre ogni ragionevole lealtà istituzionale e umana. Non so quanta fierezza lei provi ancora oggi a vedere il suo nome sulla riforma che continua a difendere. Le auguro però di rinsavire, almeno nei confronti di noi esodati, affinché possiamo nei nostri duri anni di lotte silenziose, di disagi, di miserie improvvise, restare un’ombra scura solo per il suo governo e un po’ meno per la sua coscienza.

Mafia, confiscati beni e proprietà dell’ex patron della Valtur

Valgono 1,5 miliardi di euro sequestro e confisca del patrimonio di Carmelo Patti, patron (morto 3 anni fa) del colosso turistico Valtur, che oggi colpiscono i suoi eredi, tra cui la figlia Paola, per anni ad della società, poi finita all’asta. Residence, immobili, barche di lusso, campi da golf ritenuti dal tribunale di Trapani (su proposta del generale della Dia, Giuseppe Governale) nella disponibilità della famiglia mafiosa di Castelvetrano e quindi del superlatitante Matteo Messina Denaro. È il seguito delle indagini avviate dieci anni fa sul ruolo di Patti come prestanome di Messina Denaro, con un’accusa di mafia archiviata nel 2010 e un processo per frode fiscale della società Cablelettra, che forniva componenti elettrici all’indotto Fiat, concluso con assoluzione sua e del suo commercialista, Michele Alagna, cognato di Messina Denaro. I giudici avevano già sequestrato un patrimonio da 5 miliardi, tra villaggi e anche una nave da crociera nel porto di Mazara. Ad accusarlo furono i pentiti, in particolare Angelo Siino, cognato dell’imprenditrice Antonina Bertolino (titolare della raffineria più grande d’Europa) che raccontò i rapporti di Patti con ‘Mastro Ciccio’, il boss trapanese Francesco Messina, secondo cui nei villaggi Valtur trascorreva le vacanze anche il capo corleonese Bernardo Provenzano. Patti “aiutava ed era aiutato da Cosa Nostra e, dalla sua, ha anche il fatto di essere un massone” disse Siino, e da quel momento l’imprenditore che era partito da Castelvetrano come venditore ambulante e arrivato al vertice della Gesap, che gestisce l’aeroporto di Punta Raisi, precipitò nel vortice delle accuse di mafia da cui si difese sostenendo di sentire “l’odore dell’alcol” nelle accuse di Siino, riferimento alla parentela con la Bertolino. A gestire il sequestro fu chiamato Andrea Gemma, fedelissimo dell’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano, che lo nominò anche consulente al ministero.

Dal letame nascono i fiori, ma non dagli inceneritori

Caro direttore, il libero scambio dei rifiuti da valorizzare, fra regioni e stati europei, è davvero affascinante. Uno scambio di prodotti di scarto che viene narrato in tono fiabesco e vantaggioso. A Copenaghen il termovalorizzatore avrà una pista da sci sul tetto, una monumentale torta in faccia al primo principio, secondo il quale nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Vale per qualunque trasformazione, reazione chimica e tipo di combustione. È quel “nulla si distrugge” a non piacere, sono tutti offesi dalla questione che è impossibile fare scomparire qualcosa.

Dovete considerare che questa infantile, quanto gerontocratica pretesa di mandare nel cesso le basi fondamentali del sapere vede i suoi padri nei fondatori della finanza creativa. Visto che è possibile creare valore dal nulla, addirittura dai titoli tossici, sarà certamente possibile tornarci, al nulla. Di nulla, grazie, si figuri: è proprio questa logica che ci ha messo ripetutamente nella merda in saecula saeculorum. Ma, a proposito di merda, ricordate Sigmund Freud? Lo sviluppo, secondo il padre della psicanalisi, attraversava tre fasi, che definiva così: orale, anale e fallica (seguite dalle meno note fasi della latenza e genitale). Ora pensate a questo va-e-vieni di rifiuti che circolano da un paese all’altro: sembrano tanti bambini con il pannolino che si scambiano di tutto: giocattoli, sorrisi ed escrementi. Una scena gioiosa che si magnifica sino ai macrosistemi, con treni di schifezze di ogni genere che vengono prima pagati dal “produttore” per essere poi “valorizzati” dal consumatore (sembra incredibile, come un investimento di merda). Termovalorizzatore… che termine stupefacente, che meraviglia del superamento dei limiti dell’impossibile e dell’Accademia della Crusca. Secondo i nostri, si tratta di “una parola ben formata, con un prefissoide (termo-calore) altamente produttivo e dal nome d’agente valorizzatore” (è fantastico “ben formata”), “a sua volta formato sulla base del verbo valorizzare con il suffisso –tore (quindi colui che valorizza)”.

Eppure, dopo questa partenza col botto, gli accademici più odiati dal diavolo* concludono: “… stando così le cose, una denominazione più esaustiva e meno ambigua dovrebbe essere quella di inceneritore con termovalorizzazione (ha circolato inceneritore con recupero energetico, che non ha avuto molta fortuna)…”. Ogni tanto citare l’Accademia evoca un piacere sottile. Saranno anche un po’ pignoli, ma neppure a loro è sfuggita: dalla “ricerca di brevità, propria del linguaggio tecnologico, è derivata la semplificazione, che ha anche spostato il maggior carico semantico nel nome di agente dato alla parte dell’impianto che crea valore con la combustione dei rifiuti. Che poi questo spostamento semantico venga anche appoggiato dall’intenzione, da parte di produttori degli impianti e di amministratori, di allontanare nell’opinione pubblica l’idea della pericolosità ambientale e sottolineare il richiamo al valore dell’energia prodotta, è questione che va oltre la competenza del linguista”. Ora, fatta eccezione per la caduta di stile rappresentata dalla parola “linguista” (quando si parla di certe cose), è tutto chiaro. Insieme alla merda, è possibile valorizzare le parole: quindi, se dal letame nascono i fiori, vale lo stesso per i rifiuti? È tutto possibile in questo mondo fantastico, dove sembriamo tutti tornati alla fase anale (freudianamente parlando) e, con tutto il rispetto per i partner di governo, alcuni pare siano addirittura regrediti a quella orale. Se la vorrebbero mangiare direttamente da soli, sul piatto di un valorizzatore per provincia! Perdona, lettore, i continui riferimenti a colture e cultura, ma è di merda che stiamo parlando: in alto i colon! **

*Il diavolo, che di un nutriente (la farina) sa solo ricavare un benefico facilitatore del transito intestinale alleato (lui sì) di intestino e colon!

**Si può sostituire il finale con “in alto i culi!” secondo gusti e destinazione d’uso (principio del riciclaggio linguistico applicato al mondo reale)

Genova, al casello blitz dei gilet gialli: fumogeni e scritte

Emuli dei gilet gialli francesi, anche a Genova si è registrata una protesta. Nel tardo pomeriggio di ieri al casello di Genova est la viabilità è stata interrotta dopo che un gruppo di 10-15 persone con il volto nascosto da sciarpe e passamontagna hanno lanciato dei fumogeni sulle corsie di accesso, rompendo una sbarra del Telepass e tracciando alcune scritte contro Autostrade.

È stato un blitz fulmineo ripreso in parte dalle telecamere di sicurezza. Scattato l’allarme sono subito arrivate le pattuglie della Polstrada, ma nel frattempo i gilet gialli erano già fuggiti. A terra è stata scritta la frase in genovese: “Autostrade spa assassini nu paghemmu ciù”.

Prima di agire il gruppo avrebbe anche oscurato con alcuni sacchetti alcune telecamere del casello. Al momento non c’è nessuna rivendicazione. Gli autori sarebbero scappati a piedi verso la collina. Inoltre sono stati lanciati alcuni volantini anonimi con scritto “Apriamo i caselli, paga Autostrade”. Sul posto oltre alla Digos anche la polizia scientifica per i rilievi e la polizia stradale intervenuta per prima.

“Per far ripartire la crescita serve un nuovo Iri”

“Le femministe ci avevano già spiegato tutto sul Pil: non diamo un valore alle cose che non paghiamo, come la cura agli anziani o ai bambini e se sposi la colf, il Pil scende perché prima c’era uno scambio economico che stava creando valore, con un prezzo, mentre dopo no”. Mariana Mazzucato, romana di nascita ma britannica per carriera, insegna a Ucl (University college of London) ed è consulente del governo scozzese oltre che della Commissione europea, ha appena pubblicato un nuovo libro: Il valore di tutto (Laterza). Che ha uno scopo ambizioso: riaprire un dibattito che era cruciale agli albori della teoria economica, con Adam Smith, David Ricardo, Karl Marx: chi genera valore e chi lo sottrae? Quali sono i soggetti che si limitano a vivere di rendite parassitarie, e quindi vanno combattuti anche con politiche pubbliche, e quali quelli che invece vanno incentivati perché producono innovazione, crescita e benessere? Tra gli economisti ha prevalso l’idea che è solo il prezzo che conta: se c’è qualcuno disposto a pagarlo, allora è una buona misura del valore.

Professoressa Mazzucato, che conseguenze concrete ha scegliere una certa teoria del valore?

Se prevale la teoria del valore secondo cui tutto il valore è prodotto dalle imprese, il governo rinuncerà ad avere un ruolo.

E questo è sbagliato?

Negli ultimi 200 anni le innovazioni sono state determinate dalle interazioni tra pubblico e privato, tra legislatore, sindacati e imprese che hanno co-creato il contesto dello sviluppo. Invece ora il governo si limita a chiedere all’impresa: “Di cosa hai bisogno? Sussidi? Incentivi”.

In Italia però lo Stato non riesce a trattare da pari con i privati. Lo abbiamo visto nel caso delle autostrade.

Ci vogliono idee chiare, competenze e a una visione forte del settore pubblico che stabilisce dove si deve andare. Non basta portare il privato in un settore regolato per avere miglioramenti.

In Italia, Stato è sinonimo di burocrazia e interferenze in economia.

Se siamo vittima di una teoria del valore che nega il valore creato dal pubblico, è inutile fare investimenti e produrre nuove competenze nel personale statale. Se al pubblico lasci compiti burocratici, gli statali diventeranno burocrati.

Si parla molto di un ruolo più attivo della Cassa depositi e prestiti.

In Scozia abbiamo detto subito alla premier Nicola Sturgeon: non fare come la Cassa depositi e prestiti che si limita a dare sussidi e garanzie di Stato o aiuta a industrie e settori che non fanno sforzi per riprendersi. Serve invece una logica “mission oriented” per una banca d’investimenti pubblica: lo Stato deve dare capitale a lungo termine, per investimenti ad alto rischio, a organizzazioni che sono disponibili a innovare nella direzione indicata dallo Stato. In Germania il settore dell’acciaio si è detto disponibile a migliorare il proprio impatto ambientale e lo Stato, che voleva ridurre le emissioni di anidride carbonica, con Kfw, la loro banca pubblica, ha finanziato la transizione. L’Italia ha dimostrato di saper fare altrettanto bene con la prima versione dell’Iri, nel dopoguerra. Bisogna tornare a quello spirito.

Per qualche settimana il suo nome è stato associato al Movimento Cinque Stelle.

Ho partecipato a una loro conferenza, a condizione che non fosse un evento di partito. E invece poi mi sono trovata sui giornali come futuro ministro, cosa che ho subito smentito. Ma in quella fase i Cinque Stelle parlavano di nuovi piani industriali, nuovo ruolo per la Cassa depositi e prestiti. Poi sui temi più delicati non hanno mai preso una posizione. E il dialogo sugli investimenti si è fermato.

Le piace il reddito di cittadinanza?

In Italia viene visto come soltanto per i disoccupati. Sembra quasi un’altra forma di cassa integrazione. Il vero problema dell’Italia non è dal lato della redistribuzione, ma da quello degli investimenti. I programmi di assistenza devono svilupparsi a margine di un programma più ampio che serve a creare nuova ricchezza da redistribuire.

Rai1 senza Lieto, Lega vira su De Santis, Freccero al 2

Dopo uno stallo di quasi un mese, in Rai si sblocca anche la partita delle nomine dei direttori di rete. Per martedì pomeriggio, infatti, verrà convocato un cda da cui usciranno i nomi per le caselle mancanti dell’informazione pubblica. Che sono Teresa De Santis alla direzione di Raiuno, Carlo Freccero a Raidue e Stefano Coletta confermato alla direzione di Raitre. Ma se Freccero e Coletta sembrano sicuri, su Raiuno ancora si tratta. Con De Santis sarebbe la prima volta di una donna al timone della rete ammiraglia, mentre per Freccero (che come pensionato non percepirà compenso e sarebbe la prima volta per un direttore) si tratta di un ritorno, visto che ha già guidato Raidue dal 1996 al 2002.

E di quella Raidue si ricordano in tanti, perché fu il canale che, negli anni del berlusconismo imperante, mise in campo programmi innovativi e di opposizione come Satyricon, Sciuscià, Il raggio verde e L’ottavo nano. Per Coletta si tratta di una conferma dopo i buoni risultati e l’identità data alla rete dopo l’uscita di Daria Bignardi.

La situazione si è sbloccata quando dal tavolo dei nomi è stato tolto quello di Casimiro Lieto, l’autore di Elisa Isoardi che Matteo Salvini voleva alla direzione di Raiuno. Nome che in azienda ha incontrato diverse resistenze, prima fra tutte quella dell’ad Fabrizio Salini. Il braccio di ferro è andato avanti per tre settimane (la nomina dei direttori dei Tg risale al 31 ottobre scorso), fino a quando il leader leghista ha deciso di fare un passo indietro, virando appunto su De Santis.

Anche su questo nome, però, ci sono perplessità, non solo a Viale Mazzini, ma pure nel Carroccio. De Santis, infatti, ex giornalista del Manifesto, per anni in Rai è stata considerata vicina alla sinistra, in particolare a Massimo D’Alema, salvo poi ricomparire come vice direttore di Raiuno all’epoca di Fabrizio Del Noce. Dopo aver fatto causa per demansionamento e aver subìto un audit interno, è stata assegnata alla gestione di Televideo. Mentre un paio di anni fa aveva tentato di creare un sindacato interno vicino al M5S.

“Cosa c’entra con noi?”, è la domanda che ci si fa tra i leghisti. A Viale Mazzini, invece, il nome viene considerato un po’ “debole” per la direzione della rete ammiraglia. Tempo per trattare e fare aggiustamenti ce n’è fino a stasera, poi la partita sarà da considerarsi chiusa: domattina i curricula dei candidati saranno inviati ai consiglieri in vista del cda di martedì. Dove potrebbero essere nominati anche i direttori di Tg Parlamento e Raisport: per la prima poltrona c’è Antonio Preziosi, in quota Forza Italia, attuale corrispondente Rai da Bruxelles, mentre allo Sport si parla di Maurizio Losa, ma è in salita il nome di Auro Bulbarelli, entrambi di area leghista.

Nell’ordine del giorno del cda, però, c’è anche l’elezione di un vicepresidente, un numero due per Marcello Foa. Si tratta di una sorta di atto precauzionale da parte della maggioranza gialloverde. Dato che l’elezione di Foa è oggetto di ricorso al Tar, in caso di annullamento il suo posto, come consigliere anziano, sarebbe preso da Rita Borioni (area Pd). Per evitarlo Lega e 5 Stelle hanno pensato di procedere all’elezione di un vicepresidente, che probabilmente sarà Giampaolo Rossi, attuale consigliere eletto in quota Fratelli d’Italia.

Il signor Carlo morto in fabbrica: aveva 68 anni

Mercoledì il signor Carlo Panzavolta – una moglie, due figli, un nipotino – è uscito dalla sua casa di Fusignano, Ravenna, ed è andato al lavoro come al solito, alla Reamar di Bosco Mesola, nel ferrarese, azienda che opera nella lavorazione e nel commercio di prodotti ittici. Poche ore dopo era morto, schiacciato dalla gru montacarichi: aveva 68 anni (!). Quello stesso pomeriggio, in un cantiere a Pozzuoli, Sebastiano Marino, 63 anni, faceva la stessa fine cadendo da un’impalcatura. Ora, ogni storia è irrepitibile, ogni tragedia accade nel concatenarsi di migliaia di casualità, ma a quell’età non si dovrebbe aver bisogno di stare su un cantiere tutti i giorni. E non si dovrebbe farlo mentre baby pensionati tassesenti di primarie istituzioni internazionali predicano le virtù di un sistema inumano in cui la vita lavorativa non finisce mai: come se un’università o uno studio di Raiuno fossero una fabbrica. E non si dovrebbe farlo mentre questa “narrazione” è il mantra di partiti, media e intellettuali che si commuovono per “fondata sul lavoro” e lavorano in opere e omissioni per “basata sull’avanzo primario” facendo – per stare nelle categorie del 900 – opposizione da destra a un governo di destra. Poi, certo, ognuno si sceglie il nemico che crede – il tribalismo, l’urfascismo, Scientology, i rettiliani, Putin, l’umidità… – però permettete che non tutti si voglia accompagnare i buoni samaritani in Vicolo della Desolazione (nel senso di Dylan: And the Good Samaritan / he’s dressing for the show / he’s going to the carnival tonight / on Desolation Raw).

Atlantia, una donna parla di etica e dà le dimissioni

Chi pensa che il cancro dell’economia italiana nasca dalla classe dirigente – imprenditori, manager, alti burocrati e politici in ordine decrescente di responsabilità – si rassegni. Il governo giallo-verde non è la cura. La Lega è geneticamente vassalla degli interessi costituiti. Il M5S si sta dimostrando culturalmente inadeguato alla battaglia contro avversari non solo più forti ma addirittura in grado di catturare uomini chiave del movimento, a cominciare dallo stesso Davide Casaleggio. Credono di impugnare le redini del capitalismo e risultano solo buffe mosche cocchiere. Infonde però fiducia il fatto che lorsignori litighino. In mancanza di meglio, la faida interna può generare cambiamento. Certo, può essere in peggio. Ma la speranza è l’unica virtù teologale rimasta: la carità non la pratichiamo ma la imploriamo, la fede in qualcuno o qualcosa appare patetica.

È dunque buona la notizia delle dimissioni di Lynda Tyler-Cagni dal consiglio d’amministrazione di Atlantia, la holding dei Benetton che possiede la gloriosa Autostrade per l’Italia. Manager di caratura internazionale, è una delle rarissime donne non figlie del padrone nominate nei cda delle grandi aziende italiane. Atlantia ha reso pubbliche le ragioni delle dimissioni: “Sopravvenute divergenze con la società relativamente a discussioni consiliari aventi ad oggetto l’esecuzione di un piano di incentivazione del 2013, già maturato nei suoi presupposti di esercizio, che in base a pareri legali ricevuti la Società non aveva la possibilità di sospendere”. Traduzione. Atlantia deve distribuire ai suoi 60 principali manager, capitanati dall’amministratore delegato Giovanni Castellucci, un premio di risultato sotto forma di azioni gratuite per circa 1,6 milioni, mediamente 25 mila euro a testa, mentre la dose di Castellucci è superiore ai 100 mila euro. La manager inglese conosce bene la materia: presidente (ora ex) del comitato remunerazioni di Atlantia, ha fatto per oltre trent’anni il capo del personale in grandi aziende come Black & Decker e Ermenegildo Zegna. Non è una sindacalista né un’intellettuale animata da sentimenti anticapitalistici. Ha però eccepito che magari, dopo il successo di pubblico e di critica conseguito con il ponte Morandi, si poteva sospendere la distribuzione di quello e degli altri premi, bonus e gratifiche legati ai risultati. Visti i risultati conseguiti a Genova, sarebbe stato un piccolo segnale di decenza. Dicono che addirittura Tyler-Cagni abbia fatto risuonare nella sala del cda Atlantia la parola “etica”. L’azienda, attraverso i percettori del premio, ha risposto con un parere legale secondo cui l’arrotondamento, anche per Castellucci il cui salario si misura in milioni di euro, è un diritto acquisito e quindi intangibile. La richiesta di rinunciare volontariamente ai premi è stata respinta dagli interessati. E Tyler-Cagni se n’è andata sbattendo la porta, rinunciando per una questione di principio, lei sì, a un gettone da 100 mila euro all’anno. Imprenditori e manager italiani dovrebbero ringraziarla per aver sottolineato il vizio con cui il capitalismo italiano si sta suicidando: aver dimenticato la decenza, appunto, parola assente dai manuali di management ma chiara nel suo significato agli economisti come agli analfabeti.

Romano Prodi, uomo non certo ostile alla cultura industriale, è tornato a ricordare nei giorni scorsi che una differenza di 200 volte tra il reddito dell’operaio e quello del suo capo rompe tutti i vincoli di solidarietà. La società si sfascia e lorsignori fanno finta di non capire. Forse credono di poter dirottare all’infinito sugli immigrati la rabbia sociale.