Gesù è re perché rivela e dona la vita divina su una croce da ladro

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio Regno non è di questo mondo; se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio Regno non è di quaggiù”. Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Giovanni 18,33b-37).

Papa Pio XI ha voluto che, nell’ultima domenica dell’anno liturgico, si onori Nostro Signore Gesù Cristo sotto il titolo di re dell’universo. La solennità odierna si ispira completamente al Vangelo di Giovanni nel dialogo di Gesù di fronte a Pilato e nella stessa auto dichiarazione di Gesù. La verità va coniugata con i termini regno e re. I sinottici usano abbondantemente queste nozioni e sono familiari ai contesti del loro insegnamento. Nell’evangelista Giovanni, invece, il termine regno compare solo due volte nel dialogo con Nicodemo (3,3.5). Mentre il termine re è messo in bocca ai soldati come espressione di dileggio e scherno verso Gesù, re da burla (19,3); e, nell’aspro e concitato confronto tra Pilato e il popolo, figura tre volte (19,14.15) fino a concentrarlo su Gesù come misconoscimento e rifiuto del titolo: non abbiamo altro re che Cesare! Il nodo del problema sta nella relazione tra Gesù e, da Risorto, la sua sovranità! Egli ne ha coscienza: il mio Regno non è di questo mondo … tu lo dici: io sono re. Al procuratore romano Gesù nega di possedere una regalità politica, terrena, ma afferma categoricamente che a lui ne appartiene una e che è di tutt’altro ordine: sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità. Due poteri, due verità! È necessario, quindi, entrare nel Suo orizzonte di verità per comprendere e condividere il mistero della sua Signorìa, che s’incardina nella storia del nostro tempo.

Gesù è re perché rivela e dona la vita divina, testimonia e compie la fedeltà della Promessa di Dio di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte, è giudice che attende i frutti della carità, del perdono, della giustizia. Regalità singolare, manifestata nell’amore crocifisso nel quale però disperati, umili, poveri, oppressi, stranieri, ladroni crocifissi, centurioni si riconoscono con stupore ammirato. E il dono e la responsabilità dell’esercizio di questa signorìa, Gesù Cristo li ha affidati ai suoi, alla Chiesa perché continui nella storia di tutti i tempi il servizio di verità che è esperienza di fiducioso abbandono, di perdono dei peccati, di speranza nella vita eterna, di fraternità tra gli uomini amati da Dio.

Con la vita donata in croce, la risurrezione e la sua parola il Signore rende testimonianza alla Verità. Essa viene da un Regno che non è di quaggiù ma dona forza e coraggio per spendersi al servizio di tutti coloro che, per qualsiasi motivo, quaggiù sono impediti a sedersi al banchetto della vita. Il germe per essere testimoni credibili di questa Verità è posto nel cuore del cristiano fin dal battesimo: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce! È necessario entrare nel nuovo e singolare esercizio della regalità di Gesù come servizio che umanizza e non esclude. Perché la verità non è qualcosa che si ha, ma è esserci in essa. Pertanto, stare dalla parte della verità è condividere la compagnia e la sorte di Colui che Pilato aveva di fronte a sé, il Signore Gesù. Per la luminosa e consolante verità del suo potere regale, Egli liberamente muore su di un patibolo da delinquenti, con un cartiglio beffardo sulla testa che proclama la verità del suo Mistero, e risorge perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza. Dio non delude. Dio è Verità.

 

Kerygma, la Camera celebra l’apocalisse

Kerygma vuol dire annuncio. È l’annuncio dell’Apocaliisse, straziante fine del mondo. L’annuncio è stato dato martedì 13 novembre nella Sala della Lupa, alla Camera dei Deputati, a una folla di belle signore e uomini del nuovo formato politico (barba scura e studiata, tracce di palestra) – nella Sala della Lupa, la più importante per riti esterni della Camera dei Deputati. L’annuncio è stato portato dal libro Kerygma, di Cristiano Ceresani, che racconta la promessa terrificante della fine del mondo con uno spietato accumulo di segnali, premonizioni, visioni, fra profezie bibliche ed evangeliche, narrazioni note, ignote, accettate, predicate o apocrife, che narrano la distruzione violenta di tutto il male, salvando solo chi ha preso posto per tempo tra le fila della salvezza. E facendo notare che persino la Shoah è stato l’inevitabile, violentissimo colpo da cui gli ebrei non potevano essere salvati, perché non erano nella lista di Cristo.

Kerygma è dunque il compiersi di un rito. Non tanto una preghiera quando una presa d’atto di un finale tremendo per la vita e le opere di tutti coloro che non sono totalmente devoti al Cristo del libro, di cui sono elencati, con buona efficacia narrativa, tutti i tratti spietati. E l’accumularsi di predizioni sull’inganno sempre imminente di un finto Dio che, anche adesso è sul punto di comparire, predicare, convertire e guidare alla perdizione.

È giusto che il lettore sappia chi ha presentato la narrazione efficace, vivace, crudele dell’Apocalisse, di ciò che sarà (e forse sta per venire). L’invito alla strana festa elencava, come madrine e padrini della tremenda resa dei conti predetta da Bibbia e Vangeli e narrata con tragica efficacia da Cristiano Ceresani, Maria Elena Boschi, Gianni Letta, Maurizio Lupi, Emilio Carelli, Ettore Rosato (vice presidente Pd della Camera), Lorenzo Fontana (il non dimenticato “ministro per la Famiglia”) e padre Pedro Barrajon, L.C. (legionario di Cristo). Gianni Letta non si è presentato. Ma resta impossibile non notare che si sta formando una strana parodia di ciò che un tempo chiamavamo “arco costituzionale” (per dire “valori condivisi”). Questo “arco” ormai inesistente, in questi nostri strani giorni, è stato temporaneamente rifatto con i personaggi più in vista dei programmi politici di approfondimento, persone per bene che non faranno vere domande neppure su un libro di estremismo cattolico. Ceresani, infatti, sta lontano da Papa Francesco, sta alla larga dai vescovi (certo la Cei) e sembra intento ad arruolare coloro che, dal rifiuto dei vaccini al culto di Medjugorje, danno segni di rivolta anche religiosa, senza sapere a quale corteo converrà accodarsi. Restano fatti che devono essere notati. Il primo è che l’autore dell’annuncio dell’Apocalisse, Cristiano Ceresani, è stato capo di gabinetto di Maria Elena Boschi quando la Boschi era ministro, dislocata presso la Presidenza del Consiglio. E adesso è capo di gabinetto del ministro Fontana (evidentemente seguendo il filo estremista del suo tipo di fede) che si batte contro l’aborto e chiede la cancellazione della legge Mancino contro i reati di razzismo, perché comprimerebbero la libertà di certe persone, che reclamano il diritto a essere razziste.

Importa notare che Ceresani ha dedicato una parte importante del suo libro alla Shoah. Parla “con dolore” della tragedia, ma la spiega così (pag. 80 e seguito): “Il fatto che proprio il popolo eletto si sia ostinato a non voler accogliere la parola annunciata da Gesù Cristo” – inviato dal Padre nel mondo “non per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” – lo ha reso vulnerabile agli attacchi del Maligno, che in questo ultimo tempo della storia della Salvezza “è stato liberato dal suo carcere” e ha così potuto imperversare facendo strage di quel popolo. In questo quadro il “peccato originale del popolo di Abramo (…) è quello di non aver creduto nella nuova ed eterna alleanza con Gesù Cristo (…). Potrà apparire irriverente nei confronti del popolo ebraico che noi amiamo profondamente, tuttavia alla luce della Parola Rivelata, non può destare scandalo il fatto che le intricate vicende storiche degli ebrei che hanno condotto alla Shoah, possono essere comprese solo avendo a mente il peccato del rinnegare il Kerygma, ossia non credere che Gesù Cristo è il redentore”. In altre parole, viene detto agli ebrei “convertitevi”, come nel buio dei secoli e fino alle leggi razziali. È a questo libro che la Camera dei Deputati italiana ha fatto festa, un modo per dirci quali sono i “valori condivisi” nell’Italia frantumata di oggi.

Mail box

 

Violenza sulle donne: quelle misure spesso inefficaci

Ho svolto per molti anni la funzione di giudice onorario di tribunale. Le misure inibitorie come quella del divieto di avvicinarsi ad un’abitazione sono ridicole e inefficaci. Non capisco perché il legislatore le abbia approvate e perché alcuni magistrati le applichino sapendo che nessuno controllerà l’ordine dato se non lo stesso interessato se vorrà. Il caso di Sabbioneta è emblematico e un innocente bambino ha pagato con la vita. Penso sommessamente che anche altri provvedimenti più controllati come gli arresti domiciliari e l’affidamento ai servizi sociali in molti casi siano una farsa. Forse sarebbe il caso di costruire più carceri dal volto umano?

Filippo Senatore

 

Ambientalisti, non c’è più chi li rappresenti in politica

Ho letto con interesse l’intervento con il quale Vittorio Emiliani segnala la scomparsa degli ambientalisti. In realtà è venuto meno chi, a livello politico, nell’informazione e nella vita di tutti i giorni dovrebbe rappresentarli: da un lato un partito realmente interessato alla tutela dell’ambiente, dall’altro le associazioni ambientaliste, la cui scarsa incisività tradisce la preoccupazione di toccare gli interessi di qualcuno. Infine l’accorpamento, ma sarebbe meglio dire “l’accoppamento”, del Corpo forestale dello Stato, operato dalla sciagurata riforma Madia, che ha azzerato la meritoria attività di prevenzione dei reati ambientali.

Fabrizio Bardanzellu Dirigente Superiore a riposo
Già Capo dei Servizi Operativi del Corpo Forestale dello Stato

 

Salvini dopo Bossi: il maestro si riconosce dagli allievi

Travaglio non lascia molto spazio a previsioni rosee. I leghisti sono volponi, hanno un partito radicato sul territorio, non sono insensibili agli inciuci del generone; dall’altra parte c’è il M5S, bravi ragazzi volenterosi costretti a entrare in un gioco che era quanto ripudiava il Grillo della prima ora, con un Movimento radicato nel Web che aggrega e si disgrega secondo gli umori del momento. Mio padre mi diceva spesso una cosa che mi faceva infuriare: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Salvini ha fatto la scuola con Bossi e Bossi sappiamo quello che ha fatto: il cerchio magico, i diamanti, i 49 milioni di euro “imbertati”, il Trota, ecc… Papà aveva ragione, non sapeva che stava parlando dei “neuroni specchio”. Il maestro si riconosce dagli allievi. Speriamo bene.

Maurizio Dickmann

 

Le divergenze tra Lega e M5s esploderanno a breve

Il 20 novembre il Fatto Quotidiano ha ospitato un confronto tra Travaglio e Buttafuoco sull’opportunità di interrompere o continuare l’esperienza di governo.

Una cosa è certa: le divergenze programmatiche tra M5stelle e Lega si manifestano ogni giorno e non vi è dubbio che esploderanno prima o dopo, come avviene in tutti i governi di coalizione. Si tratta solo di capire quando conviene farlo. Salvini ha il vantaggio di giocare la sua partita con l’asso nella manica di poter contare su una alternativa di governo, con l’appoggio di Berlusconi e di un Pd di nuovo in mano a Renzi, dove entrerebbe da capo assoluto se si confermassero i sondaggi che lo danno al 30%.

Per un politico di professione come Salvini (in politica da vent’anni) arrivare a fare il premier è una tentazione impossibile da reprimere e il primo test elettorale sono le elezioni europee di maggio per verificare se quei sondaggi diventano voti veri.

Se in questi pochi mesi che mancano alle elezioni europee il M5stelle non riesce a concretizzare i punti più significativi del suo programma (la riforma della prescrizione è stata rimandata al 2020) sarà punito nelle urne europee e la strada per un governo Lega-Pd-Forza Italia diventerà un’autostrada.

Tutta la vecchia politica sogna questa soluzione, la piazza di Torino ha già visto insieme Confindustria, Pd, Forza Italia, tutti compattati insieme ai giornaloni e tv a dipingere il Movimento come capace di dire solo no, e puntano proprio su Salvini premier per salvare i propri affari e bloccare qualunque cambiamento.

I dirigenti del M5stelle devono tener conto di questo possibile scenario e cominciare ad alzare la voce sul fatto che il governo del cambiamento in realtà ha uno dei due azionisti che vuole cambiare ben poco e dimostra una cinica doppiezza con chi dovrebbe essere un alleato lavorando per indebolirlo e screditarlo.

Paolo De Gregorio

 

Voi parlamentari sempre più distanti da noi comuni mortali

Vorrei porre una domanda ai nostri parlamentari.

“Illustre Senatore, Egregio Deputato, quando Lei è seduto sul suo scranno, pensa di star facendo ‘il lavoro più bello del mondo’, come dice uno dei protagonisti dello sceneggiato 1992 (con riferimento allo stipendio e ai privilegi che la condizione parlamentare assicura), oppure si rende conto di esser in quel luogo al servizio e per il bene dei cittadini italiani? Gradirei una sollecita risposta.

Nel frattempo, Le comunico che, visto da fuori, ciò a cui si assiste scava un solco sempre più profondo tra voi, privilegiati dal potere, e noi, donne e uomini senza privilegi e non ben consapevoli del potere che abbiamo di far valere i nostri diritti, giacché i doveri li assolviamo già.

Concludo con una richiesta: non fate leggi per agevolare i furbi, fate leggi per tutelare gli onesti.

Grazie.

In attesa del Suo cortese riscontro, Le auguro buon lavoro e La saluto cordialmente”.

Paride Antoniazzi

Caro Gramellini, per schivare gli escrementi basta ignorarli

“I social hanno instaurato la dittatura dell’impulso, che porta a linciare prima di sapere e a sostituire la voglia di capire con quella di colpire”.

Massimo Gramellini. “Corriere della Sera”

Caro Massimo, ciò che non capisco non riguarda il tuo articolo su Silvia, la cooperante rapita in Kenia, che difendevi “dalla solita accusa di essersela andata a cercare”. Chi fa il nostro mestiere è per definizione esposto al rischio di scrivere, come tu dici, “una quota di sciocchezze”: riconoscerlo è segno di onestà intellettuale, anche se sul contenuto di quelle tue osservazioni non cambi una virgola. Ciò su cui m’interrogo è la denuncia contro “il pericolo che ci riguarda tutti”. Trattasi di coloro che definisci “gabbiani da tastiera”, e che in questo caso hanno scaricato sul tuo computer una tempesta di escrementi (shit storm), insultanti e minacciosi. Restiamo per un attimo sulla maleodorante metafora: se mentre stiamo sul marciapiede veniamo investiti dal guano prodotto dai molesti volatili (a Roma purtroppo capita sovente), il nostro primo impulso sarà quello di aprire un eventuale ombrello o di metterci al riparo dentro un portone. Fatta salva qualche parolaccia, forse non ci salterebbe in mente di trasformare un inconveniente spiacevole in un allarmato atto d’accusa contro gli eccessi della natura matrigna. In fondo, scusami, di merda pur sempre si tratta. Nel caso degli schizzi social è addirittura tutto più semplice: basterebbe ignorarli. Nel nostro mondo già molti lo fanno, in qualche caso bloccando all’origine i commenti che non siano accompagnati da un nome, un cognome e un indirizzo, verificabili. Come civiltà e codice penale esigerebbero. Purtroppo, non è tutto così semplice. Perché il problema non sono le critiche, anche pesanti, che fanno parte di un lavoro, il nostro, che si svolge in forma pubblica e che con il pubblico dei lettori ha l’obbligo di confrontarsi. L’anomalia è l’anonimato, questo scudo stellare 2.0 dietro cui si nascondono tristi fallimenti umani e devastanti squilibri mentali. Perché se qualcuno che non conosciamo si rivolge a noi in tono poco urbano, in genere la nostra prima reazione sarà: lei chi è, come si permette? E invece perché i deliri di un qualunque ‘piffero2018’ ci mettono in agitazione? La risposta, evidente, è che la somma di svariati, deliranti pifferi che lanciano escrementi sulle nostre teste (insultando, per esempio, l’autore di una popolare rubrica) esistono soltanto se c’è qualcuno che li rilancia come fenomeno “virale”, fornendo loro dignità di opinione pubblica (“la Rete insorge”). Peggio ancora quando il bersaglio dell’aggressione reagisce, per legittima difesa, generando altre reazioni, e così via. È il marketing degli escrementi, bellezza, e tu non puoi farci niente. Anzi sì.

Vendono la figlia di 4 anni per la coca: indagati i genitori

Il padre ha 36 anni, la madre 26. I due genitore di Pisa accusati di aver venduto a un pusher 45enne la loro figlia di 4 anni in cambio di cocaina. L’inchiesta è condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, competente per reati di questo tipo, e coordinata dal pm della Procura fiorentina Eligio Paolini. Nei giorni scorsi ai due genitori e allo spacciatore è infatti stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini. La vicenda è stata riportata ieri dalle cronache locali di La Nazione e Repubblica. Ai tre indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di riduzione in schiavitù e atti sessuali con minori. Il pusher è accusato anche della cessione di cocaina finalizzata ad aver possesso della bambina, che oggi ha sei anni. Per gli inquirenti, i genitori sarebbero stati consapevoli delle intenzioni dell’uomo ma, avrebbero mantenuto la figlia “in uno stato di soggezione” e avrebbero “consapevolmente violato i doveri di protezione e garanzia derivanti dal loro ruolo di esercenti la responsabilità genitoriale”. Il Tribunale dei minori di Firenze ha tolto alla famiglia la bambina e i suoi tre fratellini, tutti minorenni, affidandoli alla tutela di altrettante strutture.

Nomine e sentenze ignorate, il “caso Trani” ora imbarazza il Csm

Il Consiglio di Stato, con una sentenza durissima, il 24 ottobre ha nei fatti esautorato il Csm. Ha nominato il suo vice presidente, David Ermini, commissario ad acta. Gli ha intimato di rendere esecutiva la decisione, fino a quel momento elusa, che riguardava la nomina del giudice Sergio De Core a presidente di sezione della Cassazione. Ermini ha dovuto agire per conto del CdS. “Indipendentemente” dal Csm. E ha eseguito. L’ulteriore notizia è che il Csm ha deciso di non reagire: non ha usato alcuno strumento per opporsi. Non è un caso.

Il rispetto delle sentenze è stato oggetto dell’ultima campagna elettorale tra le correnti. Autonomia e indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo, ne ha fatto una battaglia. E il primo banco di prova è arrivato quattro giorni fa. Dopo il caso Del Core, sono giunti quelli per le nomine a procuratore capo di Venezia e di Trani. In entrambi i casi la giustizia amministrativa ha annullato le vecchie decisioni disponendo che i candidati fossero nuovamente valutati. Per Venezia, la Quinta commissione del Csm ha ribaltato la decisione, nominando il ricorrente Salvatore Laganà al posto della precedente vincitrice, Manuela Farini. Dopo la sentenza Del Core, per il quale il Csm ha scelto di non reagire, è stato il secondo caso in cui la nuova consiliatura ha seguito le indicazioni del Consiglio di Stato. S’è però posto un problema: è ammissibile che in tre casi su tre, il Csm, si faccia “dettare” le nomine dalla giustizia amministrativa?

Mettiamola così: adempiere in tre casi su tre, come esordio, sarebbe stato un po’ troppo. Lì dove le sentenze non sono durissime, per quanto motivate come vedremo, il Csm ha voluto sottolineare la sua autonomia. Nel caso del procuratore capo di Trani, quindi, è stata confermata la nomina di Antonino Di Maio a discapito del pm di Bari Renato Nitti. Nelle mailing list dei magistrati più d’uno ha commentato che, vista la decisione su Trani, è ancora presto per parlare di un mutamento di rotta. E più di un elettore di Autonomia e indipendenza, considerato che la conferma di Di Maio è avvenuta anche con il voto di Davigo, ha mostrato la propria delusione. È vero che la sentenza che annullava la nomina di Di Maio non era dura al pari di quella che, per esempio, riguardava Del Core. Ma è anche vero che ha censurato tre punti in cui il Csm avrebbe commesso errori nei criteri di valutazione. Ha penalizzato Nitti – valutando il requisito dell’esperienza nella gestione degli uffici – perché ha omesso di valutare dati che avrebbe dovuto invece considerare. Se non bastasse, sostiene il CdS, per lo stesso requisito, ha valutato positivamente Di Maio, che nella sua autorelazione vanta delle “sostituzioni” del procuratore capo di Nicosia. Lo stesso Csm, appena tre mesi prima, quando lo valutava per la procura di Chieti, aveva definito le sostituzioni “sporadiche” concludendo che “Di Maio non ha mai svolto funzioni neppure di fatto direttive”. Ma non è tutto. Passiamo a un altro requisito: il progetto organizzativo della Procura di Trani. Di Maio, secondo il CdS, ha consegnato un documento “del tutto lacunoso o insufficiente”. Il Fatto ha potuto verificare che, riguardo l’organizzazione degli uffici, che è uno dei 15 elementi da valutare per la nomina, effettivamente Di Maio ha letteralmente prodotto lo stesso identico criterio per tutti gli uffici che s’è candidato a guidare. Un criterio “fotocopia”, per esempio, sia per Rimini sia per Trani, articolato – con le stesse parole – in una serie di “verifiche” future, su organici, arretrati, confronti con le forze dell’ordine. L’unica differenza nei documenti sui progetti di organizzazione, tra Rimini e Trani, riguarda l’estensione del territorio e il numero degli abitanti.

Oltre i casi segnalati dalla sentenza, ci sono altri punti. In base all’autorelazione dei candidati, per esempio, si scopre che Di Maio, a differenza di Nitti, ha almeno raddoppiato i fascicoli arretrati negli ultimi 4 anni. E ancora: Di Maio prevale su Nitti per il “profilo scientifico” per la sua attività, nel 2003, di “formatore decentrato di livello anche europeo” nel “Council for police matter”. Ma nel 2003 la figura del formatore decentrato non esisteva – nasce nel 2011 – e Di Maio era fuori ruolo: non poteva svolgere formazione per i magistrati. Nitti è stato chiamato nella Scuola superiore della magistratura – sezione ordinaria e internazionale – da 15 anni. Il CdS aveva chiesto di rivalutare i giudizi e il Csm ha confermato Di Maio. Il cambio di rotta c’è stato. Ma il caso Di Maio-Nitti sta generando imbarazzo e non è detto che al Plenum finisca esattamente come in commissione.

A Pozzallo 200 profughi. Da Salvini attacco a Malta

Un barcone con 223 stranieri è arrivato ieri sera al porto di Pozzallo (Ragusa). Sarebbe partito dalla Libia, a bordo anche donne e bambini che sono stati i primi a sbarcare. È la conferma che i viaggi dei migranti sono ripresi anche sulla rotta del Mediterraneo centrale, non solo dalla Tunisia e lungo la rotta occidentale, la più frequentata, segnata da recenti naufragi e dalle polemiche delle Ong contro il presunto tardivo intervento di Spagna e Marocco. E non sono solo barchini come quelli arrivati a Lampedusa nei giorni scorsi. Questo era un barcone in grado di compiere la traversata e non è il primo segnale del ritorno, da parte di chi organizza le partenze, ai natanti del 2011-2012, in risposta al ritiro delle navi di soccorso delle Ong e all’arretramento del dispositivo militare Eunavfor Med (Sophia), che ieri ha sorvegliato il natante nella zona Sar (Search and rescue, Ricerca e soccorso) italiana. A trainarlo in porto è stato un peschereccio.

Del barcone aveva dato notizia nel pomeriggio il ministro dell’Interno Matteo Salvini sui social network, attaccando Malta che l’aveva lasciato transitare: “Ci risiamo. Un pattugliatore maltese ha invertito la rotta, abbandonando un gommone con 150/200 immigrati in mezzo al Mediterraneo e in direzione dell’Italia. La Valletta aveva preso il coordinamento delle operazioni di soccorso, ma come al solito sta cercando di rifilare gli immigrati al nostro Paese. È l’ennesima vergogna, degna di questa Unione europea incapace e dannosa. A Bruxelles sono troppo impegnati a scrivere letterine contro l’Italia per occuparsi di questi problemi”. Naturalmente per Malta il barcone non necessitava di soccorso, tant’è che nemmeno la Guardia costiera italiana è intervenuta nella sua zona di competenza.

Il Mediterraneo torna ad essere un mare di gommoni, bagnarole e natanti carichi di disperati. Il controllo e il coordinamento anti-immigrazione sembra però fare acqua. Sul fronte italo-libico regna l’incertezza, tra allarmi di naufragi, soccorsi non confermati e navi-fantasma. Non si è chiarito quanto è accaduto nella notte tra venerdì e sabato con l’sos raccolto dalla nave spagnola Proactiva Open Arms e captato anche dalla Mar Ionio, la nave messa in mare da una rete di solidarietà italiana e a bordo della quale c’è il deputato di Leu Nicola Fratoianni, che aveva segnalato un barcone alla deriva con 120 persone a bordo. Inizialmente l’allarme sarebbe stato ignorato, ma poi i migranti sarebbero stati salvati e riportati in Libia. Tripoli però ha smentito la presenza, ieri, di quella e di altre imbarcazioni in avaria nel suo tratto Sar; le autorità italiane non dispongono di informazioni diverse. È chiaro che Tripoli non controlla il vasto specchio di mare di cui ha assunto la responsabilità. Ma sono segnalate imbarcazioni in difficoltà anche davanti alle città marocchine di Nador e Tangeri.

Forza Vuota a Verona: la Vandea d’Europa ridotta a rosario flop

Forza Pia. Povero Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova circondato dalla sua banda nero vestita, così abituata a serrare le mascelle, a incutere timore. E invece ieri sera a Verona sono rimasti imbottigliati in una manifestazione che è finita, letteralmente, in un rosario: “Ma non era un corteo dell’estrema destra?”, sussurrava davanti all’Arena una signora con borsa Louis Vuitton. E l’amica: “Ma no, xe la Madona”. Povero Fiore, a guardarlo mentre sfilava per le strade di Verona affiancato da anziani muniti di crocifissi e rosari, avevi l’impressione che gli stesse per uscire il vapore dalle orecchie, come una pentola a pressione.

E pensare che ieri Verona era la città più blindata d’Italia: da una parte dell’Adige, in pieno centro storico, dovevano sfilare le truppe dei cattolici oltranzisti insieme con Forza Nuova per chiedere l’abolizione della legge 194 (quella sull’aborto). Oltre il fiume, in piazza Isolo, invece si erano riuniti presìdi antifascisti e femministi (l’associazione “Diciassette Dicembre” e il collettivo “Non una di meno”). Un altro capitolo del confronto teso cominciato quando il 13 ottobre scorso il consiglio comunale veronese – con il voto anche della capogruppo Pd – approvò una mozione ‘pro-vita’. Subito dopo migliaia di femministe e attivitisti di sinistra si ritrovarono in piazza.

Ieri la manifestazione dei cattolici conservatori – in piazza più foto di Papa Ratzinger che di Bergoglio – e di Forza Nuova doveva essere la risposta della destra: “Siamo venuti a Verona perché ci hanno impedito di sfilare a Milano. E perché qui abbiamo visto la vera faccia del femminismo. Vedrete, tra i nostri iscritti c’è anche il ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana (ex vice-sindaco di Verona, ndr)”, tuona, pur con voce sommessa, Pietro Guerini, che guida il movimento No194. Quello che chiede un nuovo referendum contro l’aborto. Ma la temibile macchina da guerra, minuto dopo minuto non compare: il ministro Fontana, forse avvertito del flop, si tiene alla larga dalla manifestazione. Nell’enorme piazzale 25 aprile – un segno del destino? – i manifestanti prolife si contano sulle dita di due mani. Poi arrivano i ragazzoni in bomber nero di Forza Nuova. Ma in tutto faranno una cinquantina di persone, circondati da centinaia di poliziotti e giornalisti. Surreale.

Ma l’astuto Fiore stavolta forse non ha calcolato bene, la situazione gli scappa di mano. In breve lo sparuto corteo viene preso in mano dai cattolici. I neri finiscono intrappolati tra un signore che canta il rosario nell’altoparlante, una donna che distribuisce santini, un’elegante dottoressa brianzola che sfila in bicicletta con un crocifisso alto un metro e l’immagine di Ratzinger. Nelle strade di Verona è tutto un coro, una lode: “Salve Regina, madre di misericordia”. C’è anche il Rosario. Scatta perfino una preghiera: “Signore proteggi Forza Nuova”. Ancora: “Signore proteggi il Governo”. Fiore all’inizio tenta proclami politici: “Oggi i miti del ’68 sono finiti. Non siamo più controcorrente. Le nostre manifestazioni aggregano folle oceaniche, guardate in Polonia: eravamo 250 mila”. Ma a Verona, gli fa notare qualcuno, non sono neanche 100 (contati). Vabbé, si parte. La processione, pardon, il corteo prosegue: “Mai visto una Madonna protetta da tanti agenti”, scherzano i veronesi all’ora dello spritz. Fiore e la comitiva con i crani rasati sembrano a disagio. Erano pronti a gonfiare i petti infuori e invece eccoli che cantano cori da oratorio. Chierichetti in bomber.

Non solo: hanno perso, e nettamente, la sfida con l’altra piazza. Femministi e anti-fascisti, a un paio di chilometri di distanza, hanno richiamato 500 persone. “Loro erano meno di cento? Comunque troppi”, sorride Pippo Civati, fondatore di Possibile e veronese di adozione. Troppi nella Verona dove i movimenti di estrema destra – da Forza Nuova a CasaPound, passando per Fortezza Europa – la fanno da padroni. Ma ieri tra flashmob femministi e Forza Nuova che recitava rosari tutto è filato liscio.

Maschi/femmine. La parità (non) si insegna a scuola

La storia della Luna e del Sole è in un sussidiario di quarta elementare. Un mito della tradizione orale africana che diversi editori hanno inserito nei libri di testo della scuola pubblica italiana. Il racconto spiega come mai la Luna e il Sole, marito e moglie, non stiano mai insieme in cielo: hanno litigato perché lei non gli ha fatto trovare la cena pronta. Una “infame pigraccia” che si è perfino permessa di mangiare la polenta che il marito si era poi cucinato da sé. Il lieto fine: il Sole lancia il tagliere con la cena bollente in faccia alla Luna che “dolorante e vergognosa corse a nascondersi”.

La “dimensione di genere”,spiega bene Cristina Gamberi in Educare al genere (Carocci), influisce sulle nostre vite “da quando nasciamo fino alla terza età, e specie nell’adolescenza, quando si gettano le basi del divenire uomini e donne”. Secondo il rapporto Eurydice, tutti i Paesi europei hanno messo in atto politiche di educazione di genere in ambito didattico: tutti tranne Estonia, Ungheria, Polonia, Slovacchia. E Italia. “Nella società italiana – notano le associazioni delle Donne in Rete contro la violenza – gli stereotipi e pregiudizi di genere, i ruoli tradizionali assegnati a uomo e donna, sono riprodotti sin dai primi testi scolastici”.

E se “l’educazione è sessista”, per parafrasare il titolo della ricerca di Irene Biemmi sugli stereotipi di genere nei libri delle elementari, c’è poco da stupirsi se, per la metà degli intervistati da Ipsos per conto del dipartimento Pari Opportunità, le donne non dovrebbero lavorare a tempo pieno se hanno figli piccoli, sono le principali responsabili della cura della famiglia e si sono avvalse del proprio aspetto fisico per la loro realizzazione professionale.

È l’humus in cui nasce e prolifera la mentalità che è alla base della violenza. Ecco perché – spiega Biemmi, ricercatrice all’università di Firenze – è “scorretto associare l’educazione di genere alle misure di contrasto alla violenza” perché, piuttosto, l’educazione è lo strumento attraverso cui “costruire dinamiche relazionali sane e paritetiche tra maschi e femmine”. Quelle, quindi, in cui la violenza – né esercitata né subìta – ha diritto di cittadinanza. Uscire dalla “logica emergenziale” è il passo fondamentale. E solo dalla scuola si può provare a farlo: con la formazione obbligatoria degli insegnanti e con un intervento sui libri di testo che escano dai “binari rosa/azzurro” – spiega Biemmi –. “La femmina buona e mansueta, il maschio brillante anche se vivace”.

Contro “stupri e offese” in un Paese di omofobi

Servivano la carica e la forza di migliaia di donne scese in piazza contro le violenze subite da parte degli uomini per riportare nelle strade di Roma una manifestazione viva e partecipata. Una manifestazione priva di bandiere e simboli di partito, con pochissimi esponenti politici, per lo più di sinistra, tra loro Laura Boldrini, che ha contestato alcuni provvedimenti della maggioranza di governo.

Sono accorse in diverse migliaia, “150 mila” secondo gli organizzatori del movimento “Non una di meno”, per manifestare contro la violenza sulle donne e per rivendicare la libertà di scelta su temi come l’aborto.

Al centro delle critiche il disegno di legge presentato dal senatore leghista Simone Pillon, animatore del Family Day, che contiene un parziale riforma del diritto di famiglia e chiede in caso di separazione dei genitori “l’affido condiviso” e “il mantenimento diretto e la garanzia di bigenitorialità” per i figli.

In testa al corteo le rappresentanti dei centri anti-violenza di molte città italiane. Anche se le organizzatrici hanno chiesto a più riprese che le prime file fossero ad appannaggio di sole donne, perché “oggi le protagoniste siamo noi”, non mancavano gli uomini. Purtroppo pochi, i quali sono rimasti nelle retrovie o sui lati del serpentone che ha sfilato tra le vie dell’Esquilino dalla centralissima piazza della Repubblica a piazza San Giovanni. Poco più indietro i gruppi di ragazze giovani, alcune vestite come le “ancelle” della serie cult The handmaid’s tale – in cui le donne vengono soggiogate e ridotte a mero corpo votato alla riproduzione – che gridano: “Contro ogni donna stuprata e offesa, facciamo tutte autodifesa”. Mentre dai carri che accompagnano i manifestanti parte l’invettiva contro il governo: “A Salvini e Di Maio diciamo che non li vogliamo, specie con un governo pieno di omofobi”.

Tra le più nutrite la rappresentanza della Casa Internazionale delle Donne di Roma, da mesi impegnata in un contenzioso con il Campidoglio per gli arretrati sull’affitto della sede, vicenda che mette a rischio la prosecuzione della decennale esperienza del centro anti violenza.

A metà percorso si levano 106 palloncini fucsia, il colore scelto dal movimento, in ricordo di altrettante donne uccise nel 2018 da uomini, perlopiù mariti o fidanzati: una ogni tre giorni. I dati elaborati da Eures parlano dei femminicidi come la causa di morte del 37% del totale degli omicidi commessi in Italia. Una strage, fatta di denunce inascoltate e violenze che si consumano al riparo delle mura domestiche.

Non manca la memoria delle ragazze coinvolte nei femminicidi più brutali avvenuti a Roma negli ultimi anni. Ecco allora il racconto scandito al megafono della tragica fine di Sara Di Pietrantonio, strangolata e poi bruciata dal fidanzato nel 2016 in zona Magliana. E poi quello di Desirée Mariottini, la 16enne morta a San Lorenzo in seguito ad una presunta overdose preceduta da una violenza di gruppo.

Ma non c’è solo Roma. Anche altre città d’Italia hanno aderito alla Giornata nazionale contro le violenze sulle donne: Palazzo Marino a Milano è stato illuminato di rosso. Lo stesso per la Torre di Pisa, come pure l’orologio della Torre civica a Latina.