Il “Lord delle spie”: truppe (e Lou Reed) per invadere il Pd

Da bimbo Marco Minniti voleva fare il pilota e l’agente segreto. Da grande ha fatto tutti e due, ma solo nel cielo della politica, che come tutti sanno, contiene navigazioni capovolte. La sua dura da una ventina d’anni esatti, quando atterrò, con la testa già rasata, dalle parti di Massimo D’Alema che si preparava a bombardare il primo governo Prodi, sentendosi uno statista, e poi le alture del Kosovo, credendosi uno stratega. Per il comandante di Ikarus fu l’inizio del lento naufragio. Per Minniti, fu il decollo, sebbene con traiettorie sempre secretate, lungo gli oscuri territori dei Servizi, della Sicurezza interna, dell’Antiterrorismo. Trasformando una passione in un destino, arruolato in una mezza dozzina di governi, dai tempi dell’Ulivo a quelli di Matteo Renzi, passando indenne il fuoco di molte contraeree, fino al suo personale successo d’ordine strategico, dicastero dell’Interno nel governo Gentiloni, il Mar Mediterraneo prosciugato con l’idrovora e tanti saluti ai migranti rimasti a secco nell’inferno collaterale dei campi libici.

Un trionfo che lo ha nutrito di luce. Che gli ha moltiplicato i nemici, gli amici, il molto onore che consegue al suo sillogismo più celebre: “La sicurezza è di sinistra”. E che ora lo spinge a partire verso il fronte più caldo, anche se esangue di voti, niente di meno che la segreteria del partito più libanizzato d’Occidente, il Pd. Occhio ai trappoloni, alle buche, ai vasi di gerani sui cornicioni, verrebbe da dire. Anche se nel suo caso non sono deterrenti, ma atletici incentivi che ama sbrigare con il caffè a colazione. Domenico Luca Marco Minniti, per gli amici Marco, è nato nell’anno dei carri sovietici a Budapest, il favoloso 1956, respirando l’aria del lungomare di Reggio Calabria, nonché le altezze rarefatte del padre ufficiale di Aeronautica. Calabrese, ma di “temperamento sabaudo”, ha camminato in gioventù dentro le nuvole di lacrimogeni, durante la rivolta neofascista dei Boia chi molla, ha visto il fuoco, le barricate, il disordine, e una volta per sempre ha scelto da che parte stare, quella dell’ordine.

Preclusa dalla madre la carriera militare, Marco sceglie quella politica. Racconta: “Per dispetto a 17 anni mi iscrissi al Pci”, che in terra di camerati e ‘ndrangheta, è la cosa più prossima a una trincea. Studia Filosofia, mastica politica. Sa organizzare e decidere. Diventa il responsabile del partito nella Piana di Gioia Tauro, dove brillano bombe e minacce. Gli ammazzano a colpi di lupara l’amico Peppe Valarioti, consigliere comunale a Rosarno, anno 1980, “era toccato a me portare la notizia alla madre”. Delitto che resterà impunito, dopo che sono state indagate e poi archiviate le famiglie Pesce e Piromalli, una ferita che non ha più smesso di bruciargli.

Arriva da laggiù a Roma con i capelli ricci e la fama di duro a sangue freddo. Si insedia nel cuore del partito, anno 1986, ufficio al secondo piano di Botteghe Oscure, con Achille Occhetto e D’Alema giovani dirigenti in massima ascesa. Si mette in scia, collezionando incarichi nel partito e aereoplanini sulla scrivania. Si occupa di organizzazione e sicurezza. Riceve minacce. Quando torna in Calabria vive sotto scorta. Ma non si spaventa, si sposa, ha due figlie, cammina dritto anche quando va tutto storto. Dopo i disastri di D’Alema che fa due governi in due anni, per poi andare a sbattere sugli scogli delle Regionali del 2000, Minniti riemerge sottosegretario alla Difesa (il ministro è Sergio Mattarella) nel governo di Giuliano Amato che si barcamena nel solito indistinto, prima di lasciare campo libero alla rivincita di Silvio B. a cui non sembra vero di avere avversari tanto sciocchi da credersi astuti. E tanto astuti da farsi conniventi.

Minniti diventa deputato. Passa non del tutto sottotraccia il quinquennio berlusconiano, occupandosi di forze armate, ricostruzione dei Balcani, finanziamenti all’industria militare. Sostiene l’ingresso di Albania, Croazia e Macedonia nell’Alleanza atlantica. E lavora per rafforzarla: “Dobbiamo finanziare i nuovi sistemi d’arma, sviluppare la Difesa europea, costruire i battaglioni di combattimento, coordinati al pronto intervento Nato”.

Nella guerriglia interna di partito, abbandona D’Alema, sceglie il suo nemico Walter Veltroni, e quando nasce il secondo governo Prodi, anno 2006, un manicomio con diciotto partiti in coalizione, è di nuovo pronto all’ingaggio. Prodi si fida e non si fida. Lo nomina sottosegretario all’Interno, alle dipendenze di Amato. Ma un’ora prima che Piero Fassino, segretario del partito, piombi a Palazzo Chigi per sponsorizzare Minniti al coordinamento dei Servizi segreti, il Prof ha già girato l’incarico al quieto Enrico Micheli, ex manager Iri, che in quelle stanze così tanto riservate, all’epoca guidate da Nicolò Pollari, non ha nemici, ma specialmente non ha amici.

La seconda e definitiva disfatta dell’Ulivo, stavolta grazie alla forfora di Mastella e ai Responsabili dell’indimenticato Scilipoti, non intacca la sua traiettoria di “Lord of spies”, il signore delle spie, come lo ha incoronato il New York Times. O anche di sbirro “con storia di sbirro”, come lo ha ruvidamente battezzato Gino Strada, il fondatore di Emergency.

Diventato il pupillo di Francesco Cossiga, inventa con lui la Fondazione Icsa, che è una interessante (e costosa) sala giochi per agenti segreti, servizi segreti, agenzie private di sicurezza, banche, strateghi dell’informatica, militari in carriera e militari in declino. Luogo di incontri, convegni, contatti informativi. Il tutto riservatamente benedetto dagli americani e dalla santa alleanza che dai tempi dell’Iraq bombarda il resto del pianeta a fin di bene.

Dopo l’addio di Berlusconi, delle sue signorine a tassametro e dello spread a 500 punti, Minniti salta un solo giro, quello del governo Monti, ma viene arruolato in tutti gli altri, prima da Enrico Letta, poi da Matteo Renzi, infine da Paolo Gentiloni. Cosa che costituisce un vero record di sopravvivenza e che lui onora inaugurando – dopo il nulla di Angelino Alfano e della flessibilità sugli sbarchi in cambio di quella sui conti pubblici – la prima vera offensiva del ministero dell’Interno contro l’immigrazione. Dichiarerà: “Non è in gioco solo la perdita di consenso nel breve periodo, ma la tenuta del tessuto connettivo del nostro Paese, un pezzo del futuro della nostra democrazia”.

La strategia è inflessibile: svuotare il mare presidiando le coste africane, fermare gli invasori prima che si imbarchino. Dichiarare guerra agli scafisti e fare pace con la guardia costiera libica, moltiplicando i rifornimenti militari. E insieme mettere mano alla dissuasione e ai finanziamenti alle 60 tribù che si contendono il potere, il petrolio e il traffico di schiavi. Risultato, gli sbarchi diminuiscono della metà, il consenso cresce del doppio, la democrazia è al sicuro. Salvo per i cattolici e la sinistra-sinistra che gli contestano tutto: il metodo, la propaganda, compreso il titolo del suo ultimo libro “Libertà è sicurezza”, il nuovo sillogismo, dentro al quale il rischio è smarrire il senso (e i doveri) della comunità.

Ma Minniti tira dritto, si rilassa ascoltando Lou Reed al buio, non si preoccupa che il suo miglior discepolo indossi la ruspa, e moltiplichi a destra il consenso con le sue stesse armi. Ora che si è candidato a guidare il Pd, lo aspetta una nuova battaglia, stavolta contro il fuoco amico. Ma siccome in tanti anni di militanza a nome dello Stato si è fatto dalemiano, veltroniano, prodiano, bersaniano, renziano, conosce la geografia – anche psichiatrica – dei suoi polli. Saprà come sorvolarli e poi farseli arrosto.

Assemblea di Leu, Grasso e Speranza verso la separazione

Liberi e uguali sulla strada della divisione. Grasso e Speranza ieri all’Assemblea di Roma sono stati su posizioni opposte, tra la volontà del primo di andare avanti e quella dell’altro di fare un nuovo soggetto. “Non dobbiamo costruire un quarto, quinto o sesto partitino di sinistra. Al contrario. Vogliamo andare avanti, con lo spirito con cui ci ritrovammo insieme il 3 dicembre dell’anno scorso, e realizzare quello che non siamo riusciti a fare fino ad oggi: mettere insieme sensibilità diverse, purché condividano l’idea di un Paese diverso da quello che stiamo vivendo”. Così Pietro Grasso ha indicato la sua idea di percorso. Su posizioni opposte Roberto Speranza (Mdp) che ha invece accentuato le differenze tra le varie forze della sinistra: “Io ho chiesto un congresso una testa un voto. Non c’è stato. Non serve l’ennesimo cartello della sinistra antagonista: c’è bisogno di una sinistra vera, forte, ambiziosa, popolare, plurale”. Mentre Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) ha definito le parole di Grasso “condivisibili”. Anche Antonio Pastorino di Possibile e Nicola Laforgia, rappresentante di una parte di Mdp, vicini a Grasso.

Un’amica di Buzzi e un’ex cuffariana decidono le regole delle primarie Pd

Un gruppetto di 19 Democratici, scelti con il bilancino, e perlopiù non esattamente nuovi alle cronache: è quello che dovrà stilare il regolamento del congresso del Pd. Appuntamento nuovo, liti antiche. Perché dietro i bizantinismi apparenti, si nascondono questioni politiche dense di significato (si fa per dire). Ma di certo vitali, almeno per i diretti interessati, ovvero i sette candidati al congresso del Pd.

La discussione è in corso. La deputata Lia Quartapelle (che ancora non ha deciso chi voterà) ha fatto una petizione online su Change.org per chiedere il congresso entro gennaio, che ha già raggiunto centinaia di firme. Sulla sua posizione, anche Paolo Gentiloni e Carlo Calenda. Intanto, Nicola Zingaretti insiste perché si proclami vincitore chi arriva primo al congresso, senza passare per l’assemblea. Il dubbio è che i voti di Maurizio Martina, ipotetico terzo, potrebbero servire a incoronare Marco Minniti.

Il regolamento dovrebbe essere predisposto martedì dalla commissione e votato mercoledì dalla direzione. Il presidente è Gianni Dal Moro, la classica eminenza grigia del partito: una volta era lettiano, ora è a cavallo tra Renzi e Orfini. Di quelli che parlano poco e contano molto. Non manca un nutrito drappello di ultras renziani: c’è Ernesto Carbone, quello del “ciaone” che fece scalpore durante il referendum sulle trivelle, rimasto fuori dal Parlamento alle ultime elezioni. E poi, Patrizia Prestipino: votatissima a Roma, oggi deputata, si distinse per essersi lanciata nelle braccia di Renzi dopo la vittoria all’ultimo congresso e per un paio di scivoloni social (tipo una foto su Instagram, considerata un po’ troppo osé, postata il 18 agosto, subito dopo il crollo del Ponte Morandi). Tra i fedelissimi dell’ex segretario, Mauro Del Barba, che appariva pure negli spot ufficiali per il Sì al referendum e Silvia Fregolent, sfumatura boschiana, la firmataria della mozione parlamentare che chiedeva la sfiducia di Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, l’anno scorso. C’è pure Valeria Sudano, ex deputata dell’Ars siciliana con Saverio Romano, in origine vicina a Totò Cuffaro, conquistata dal renzismo da Davide Faraone e Luca Lotti, recordwoman di preferenze alle ultime elezioni.

Non manca un posto per Micaela Campana, appena rinviata a giudizio per falsa testimonianza, nell’ambito dell’inchiesta “Mafia Capitale”: avrebbe negato una serie di circostanze che rivelavano il suo rapporto con Buzzi.

E poi ci sono quelli che non sono riusciti a rientrare in Parlamento: come Simone Valiante, dell’area Emiliano (e dunque in quota Francesco Boccia), neanche rimesso in lista e Silvia Velo, ex sottosegretaria, vicinissima ad Andrea Orlando, candidata nell’uninominale a Livorno e sconfitta da Gregorio De Falco.

Il flop dei comitati di Renzi: uno su due è fantasma

Il nome scelto fa molto anni Ottanta. Ritorno al Futuro, come il film di Robert Zemeckis che, nel 1985, aveva per protagonista un Michael J. Fox che andava su e giù per i secoli con un’auto inventata da uno scienziato pazzo. Questo però non è un film, ma il nuovo partito di Matteo Renzi.

Guai, però, a dirlo apertamente: per ora si tratta di “comitati di azione civile”, che in testa alle priorità hanno la battaglia senza frontiere alla maggioranza gialloverde. Un’organizzazione che mira a creare la struttura politica per “andare oltre il Pd” (sì, l’oltrismo è tornato di gran moda anche da queste parti). A dirlo è colui che Renzi ha messo alla regia dell’operazione: Ivan Scalfarotto, renziano di seconda generazione e paladino dei diritti Lgbt, già sfidante di Prodi alle primarie 2005, ex sottosegretario ai Rapporti col Parlamento (con Renzi) e allo Sviluppo economico (con Gentiloni).

Cominciamo col dire che i numeri non tornano. “Sono 380 comitati, nati in tre settimane e sparsi in tutta Italia”, ha annunciato Scalfarotto qualche giorno fa in un’intervista al Corriere della Sera. A ieri, però, sul sito (ben fatto) ne risultano solo 221, tra quelli già attivi e altri in via di formazione. Tra quelli già operativi abbiamo provato a contattarne sessanta (dichiarandoci interessati), ma ricevendo risposte solo da 29, un filo sotto la metà. Uno su due. Dagli altri, silenzio. I picchi stanno in Lazio e Lombardia, con 50 e 32 comitati a testa. Bene anche la Campania (20) e la Toscana (21), ma ci sono anche regioni ferme al palo, con zero comitati, come Friuli Venezia Giulia e Molise. Uno a testa, invece, per Sardegna e Trentino. In compenso c’è pure una sezione estero, con due comitati a Bruxelles, uno a Colonia e uno a Londra. Per creare un “comitato di azione civile Ritorno al futuro” bastano cinque persone, di cui uno è il promotore.

Di fronte alla nostra richiesta, quasi tutti ci invitano a visionare pagine Facebook, rassicurandoci che ci terranno informati sulle prossime iniziative. Qualcuno ci chiede cosa facciamo nella vita e il motivo del nostro interesse. Qualcun altro ci invita già a presentazioni, incontri, apericene, eventi da qui a qualche settimana. Insomma, la rete è in via di costruzione, ma già attiva: ci si conosce, si scambia materiale informativo, si colloquia via social, ma presto ci si vedrà. Il filo che tiene uniti tutti è l’opposizione a questo governo, ma anche alla deriva che sta prendendo il Pd post-renziano. Si guarda a Marco Minniti con flebile speranza, ma senza contarci troppo. Il debutto pubblico sarà a inizio primavera, con una grande kermesse nazionale a Roma.

“Non ci vogliamo sostituire alle normali forze politiche. Se arriva qualcuno del Pd nessuno lo caccia, ma siamo pronti ad avere rapporti con tutti, tranne che con Lega e 5 Stelle”, spiega Scalfarotto nella già citata intervista. Ufficialmente non è il nuovo partito dell’ex premier, come sottolineava l’ex sottosegretario il giorno della presentazione alla Leopolda: “Non saranno l’embrione del nuovo partito di Renzi!”. Ma in pratica lo è. Tanto che sulla nuova creatura già iniziano a circolare sondaggi: tra l’8 e il 12%, dicono quelli più ottimistici, mentre altri si fermano tra il 4 e il 5%.

L’operazione sganciamento dai dem, comunque, è iniziata. Come s’intuisce dalla risposta di un promotore di un comitato bergamasco: “Stiamo creando qualcosa di completamente estraneo al Pd, proiettato verso un nuovo movimento di Renzi. Siamo tutti scissionisti!”. E se Scalfarotto esclude la presentazione di liste alle Europee fuori dal Pd (“certamente no”), una promotrice trentina ci spiega che “per le Europee vorremmo fare una campagna totalmente apartitica”. Da un altro comitato, da Milano, si sottolinea, invece, come occorra “proseguire nell’esperienza renziana di dare priorità ai contenuti, avviata con l’adesione al Pd due anni fa, attività che nel Pd oggi è asfittica e autoreferenziale”. Come dargli torto.

Davvero strano, però, che sul sito dei “comitati di azione civile” il nome di Matteo Renzi non compaia mai: né nella sezione esplicativa “l’idea”, né in quella programmatica “le sfide”. Né in altre parti. Del nome del senatore semplice di Firenze, Scandicci, Insigna e Impruneta (Matteo dixit) non v’è traccia. Come del resto non si nomina mai il Pd. Men che mai la parola “sinistra”. Ma nemmeno “lavoro” o “diritti”. Insomma, se non sapessimo già di cosa si tratta, potrebbe essere la pagina web di un movimento qualsiasi, di un centro non ben identificato, non quello dell’ex segretario del Pd.

Procedura per deficit. Il rischio infrazione e i sei mesi di tempo

La Commissionepotrebbe aprire una procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia “anche entro la fine dell’anno”. Ma la palla passa ora agli Stati membri, che dovranno fornire le proprie valutazioni entro due settimane. La prossima tappa è quindi il vaglio del Comitato economico e finanziario del Consiglio europeo, composto da alti funzionari dei membri, delle loro banche centrali e della Bce. Il responso potrebbe arrivare il 5 dicembre. Toccherà poi all’Ecofin, che riunisce i ministri delle Finanze dell’Ue. Se l’Ecofin decidesse di procedere, scatterebbe una nuova raccomandazione per correggere la traiettoria di disavanzo e di debito. Il governo sarebbe chiamato a intervenire in tre o sei mesi. Nel 2019 l’ Ue potrebbe chiedere – e sarebbe la prima volta – il pagamento di una sanzione: all’Italia sarebbe richiesto di costituire un deposito infruttifero di importo adeguato (pari allo 0,2% del Pil dello scorso anno) fino alla correzione del disavanzo eccessivo. Ancora alla Commissione e al Consiglio spetterà valutare l’azione intrapresa. In caso di reiterazione degli sforamenti l’Italia dovrebbe pagare quasi 9 miliardi, lo 0,5 del Pil.

Il premier esce dal guscio. E sbaglia un verbo

La prova che Giuseppe Conte è “uscito dal guscio”, forse, sta nell’essere caduto pure lui sulla dura legge del congiuntivo. “Non so perché i giornalisti scrivino…” si è domandato ieri a Roma. Abbandonato il profilo ingessato degli esordi, ecco il primo errore grammaticale. Giusto venerdì, si lamentava: “Se mi fossi affidato solo ai giornali non mi sarei sentito rappresentato”. Così, post dopo post, il premier per caso si è costruito la sua reputazione digitale. L’operazione è piuttosto manifesta. Ci sono gli 80 messaggi Instagram dal giuramento alle vacanze di agosto: uno al giorno, nemmeno sempre con lui protagonista. E poi i 130 post in tre mesi, dalla tragedia del ponte di Genova a oggi. È lì che la comunicazione social del premier non solo si fa più intensa, ma cambia registro: Conte abbraccia, Conte consola, Conte bacia, Conte sorride. L’esatto contrario del compassato Di Maio, l’estremo opposto di Salvini il guascone. Il format rispecchia il ruolo di mediatore dei gialloverdi. Ma parla anche fuori. Ci sono i riferimenti al dialogo: gli scatti con i capi di Stato, i vertici internazionali. Quelli alla memoria: le celebrazioni, le targhe, le ricorrenze. E poi il collaudato modello dell’uomo del fare: sui luoghi delle tragedie, tra i ragazzi, ai tavoli tecnici, col fazzoletto della Protezione civile, nella villa dei Casamonica dove accarezza perfino, come ultimo saluto, la carrozza in ceramica destinata al macero. “Ero alieno a queste forme di comunicazione, mi sono dovuto adeguare”, raccontava ancora venerdì ai cronisti minacciati che ha voluto intervistare. Si è messo lui a fare domande, perché “il mestiere dell’intervistato” lo conosce già. Un titolo lo dà comunque: “La lista dei buoni e cattivi? L’hanno fatta dal Guatemala”, dice liquidando Alessandro Di Battista. E poi c’è il palco: al Circo Massimo, ha preso quasi più applausi di Di Maio. Fanno bene, a San Giovanni Rotondo, sua patria natale, a preoccuparsi del tempismo della crisi che ha colpito l’amministrazione: “Proprio adesso, al buio, con tutti i canali preferenziali che possiamo utilizzare con il presidente per valorizzare il territorio…”. Il bello, con Conte, deve ancora cominciare.

Conte, Juncker e la manovra ovvero la cena degli equivoci

Raramente una cena tra leader politici con poco o nullo spazio di manovra è stata preceduta da tale attesa, ma l’attenzione mediatica non ha cambiato l’esito dell’incontro a Bruxelles – ovviamente cordiale, anzi amichevole, forse affettuoso – tra Giuseppe Conte e Giovanni Tria da un lato e i vertici della Commissione Ue (Jean Claude Juncker, il suo vice Valdis Dombrovskis e il responsabili Affari economici Pierre Moscovici). Premier e ministro dell’Economia italiani, peraltro, si sono seduti a tavola accompagnati da un tweet di Matteo Salvini: “Chiedo rispetto per 60 milioni di italiani. Non arretro”.

Il leader leghista e il suo omologo grillino Luigi Di Maio avevano peraltro già ribadito il concetto nel corso della giornata: nella manovra ci saranno tanto quota 100 per i pensionati (una mini-riforma della Fornero) che il reddito di cittadinanza. Nelle parole di Salvini: “I punti fondamentali della manovra non si toccano. Poi si può discutere, tutto è migliorabile e a Bruxelles andiamo con buon senso e disponibilità ad ascoltare” (che non si negano a nessuno).

D’altra parte l’autonomia politica della Commissione è una barzelletta: Bruxelles farà quel che decideranno i governi e, in special modo, quelli dei Paesi più importanti. Una decisione politica, quale che sia, perché in questa partita la razionalità economica non ha alcun posto. E quindi cosa dovevano dirsi, nelle due ore passate tra tartare di orate e noce di vitello, i due lati del tavolo? I brussellesi speravano che Conte e Tria – ritenuti iscritti al cosiddetto “partito di Mattarella” – fossero lì per concedere qualcosa che segnalasse una resa o, almeno, una volontà di dialogo: magari un deficit più basso nel triennio, magari nuove coperture per le misure già messe a bilancio. Solo che, ammesso e non concesso che Conte e Tria siano fautori dell’appeasement con Bruxelles, semplicemente non hanno mai avuto il mandato politico per raggiungerlo. A palazzo Berlaymont, sede dell’esecutivo europeo, sono arrivati con una relazione di 40 pagine, tanta buona volontà e qualche ragione economica (peggioramento del ciclo, previsioni Ue troppo negative, inflazione di nuovo in rallentamento) che, tuttavia, conta anche meno degli “zero virgola” su cui duellano Roma e Bruxelles.

Il ministro dell’Economia ha peraltro cercato di ribadire ai suoi interlocutori che i numeri impliciti della legge di Bilancio sono migliori di quelli scritti nel Def di settembre: il deficit sarà più basso del 2,4% perché il reddito di cittadinanza e, soprattutto, quota 100 costeranno assai meno dei 14 miliardi totali messi a bilancio il primo anno; senza contare che le previsioni non tengono conto delle maggiori entrate fiscali innescate dalla maggiore spesa pubblica.

“Noi non litighiamo, we are friends”, ha esordito Conte a favore di fotografi. Non è così scontato, eufemizzando, che quest’amicizia possa consentirgli di ottenere quel che chiede: una dilazione nei tempi della procedura di infrazione sul debito che sposti la “condanna” alla fine del 2019, cioè a dopo le Europee, sperando in un clima politico migliore.

“Dobbiamo continuare a dialogare”, è l’ovvia sentenza del premier dopo la cena. “Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni”, quella della Commissione. La scelta di usare il bastone o la carota, in ogni caso, non è nella disponibilità di Jean Claude Juncker e soci: grado e dimensione della ritorsione saranno decisi dai governi. Il problema vero è come reagiranno i mercati a una guerra aperta dentro l’Ue: il diavolo della “punizione” non fa necessariamente anche i coperchi.

Il sindaco arancione Zedda si candida a governatore sardo

Massimo Zedda ha sciolto la riserva: correrà come governatore della Sardegna per il centrosinistra. “Sono disposto a mettere la mia persona a disposizione dei sardi”, ha annunciato il sindaco di Cagliari a Milis (Oristano), dove ieri si sono riuniti i sindaci e gli amministratori locali firmatari, lo scorso ottobre, del Manifesto politico col quale era stato chiesto a Zedda di scendere in campo per le Regionali del prossimo febbraio. Il sindaco ha assicurato che “parteciperà alle primarie, qualora venissero organizzate”. Poi il neo-candidato ha spiegato: “Prima di decidere, ritenevo che fosse necessario chiedere al governatore uscente, Francesco Pigliaru, quali intenzioni avesse per il futuro. È una questione di stile, garbo istituzionale e correttezza. E il presidente della Regione mi ha autorizzato a dire che non ha intenzione di ricandidarsi”. La candidatura verrà ufficializzata prossimamente dai partiti della coalizione. E Zedda conosce già uno dei suoi avversari, visto che per il centrodestra si è candidato il senatore del Partito Sardo d’Azione Christian Solinas.

Emiliano: “Sull’Ilva il capo M5S è stato come Renzi e Calenda”

L’occasione è un dibattito sull’immunità penale organizzato a Taranto da Verdi e De.Ma. E ovviamente non si può non parlare di Ilva. Tra gli ospiti c’è il governatore della Puglia Michele Emiliano, che va giù pensate contro la proprietà dello stabilimento e il governo che ha siglato l’accordo, in cui è prevista anche la non punibilità dell’azienda in caso di inadempienze ambientali. “Mittal ha solo lo scopo di guadagnare soldi – dice Emiliano – Fa il lavoro suo: non è che può fare il moralista, l’etico, non può pensare ai bimbi. Non penso che Mittal abbia mai dedicato nemmeno un pensiero ai bambini di Taranto”. Poi passa ai membri dell’esecutivo gialloverde. Di piano ambientale “non si parla più”, dice il governatore. “Taranto adesso deve ricominciare a produrre acciaio e a tacere. Questo passa nella testa del presidente del Consiglio, di Di Maio, di Calenda, di Renzi. Perché adesso Di Maio, Calenda, Renzi sono tutti nella stessa posizione, non so se è chiaro. Noi ci siamo scontrati all’ultimo sangue inutilmente: quando uno arriva a Roma e si siede sulle poltrone, le lobbies se lo mangiano in cinque minuti, come si sono mangiati il M5S, la Lega, il Pd”.

Avellino, cade il sindaco 5 Stelle. È durato appena cinque mesi

Erano sufficienti 17 consiglieri per mandare a casa il sindaco grillino di Avellino Vincenzo Ciampi: lo hanno sfiduciato in 23 tra Pd, Forza Italia e alcuni gruppi civici. E così finisce dopo appena cinque mesi la prima esperienza di giunta M5s in un capoluogo della Campania. Cinque mesi trascorsi sul filo sottile di un sindaco “anatra zoppa”, unico caso in Italia con più assessori, nove, che consiglieri comunali, cinque su 32, rimasti ieri solo in quattro.

Con questi numeri Ciampi non poteva durare e non è durato, dopo aver collezionato una gaffe politica dietro l’altra, bruciando sin da subito ogni possibilità di dialogo con un consiglio comunale che lo ha tenuto in vita sino a ieri soltanto per un motivo: arrivare in carica alla data spartiacque del 31 ottobre per partecipare all’elezione indiretta del presidente della Provincia di Avellino. Dopo, liberi tutti. Di defenestrare Ciampi e di tornare alle urne nella prossima primavera.

E così in casa M5s si consuma un secondo disastro poche ore dopo quello di Corleone, dove il candidato sindaco Maurizio Pascucci è stato cacciato d’imperio dal vicepremier Luigi Di Maio per essersi fatto ritrarre con il nipote di Bernardo Provenzano ed aver inserito nel programma una riapertura del dialogo coi parenti dei mafiosi. Qui invece ci mette la faccia un altro big dell’ex direttorio, il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia, avellinese e longa manus del Movimento in Irpinia. Sibilia che ha commentato a caldo con l’hashtag “a testa alta”: “Un saluto al nuovo gruppo politico formatosi in città: i The Sciacall”. Il deputato M5s Michele Gubitosa ricorda che “se Ciampi avesse voluto regalare qualche poltrona qua e là, ora sarebbe ancora sindaco, ma i cittadini devono sapere che ha preferito farsi sfiduciare pur di non riportare il vecchio sistema nell’amministrazione. Siamo stati una scopa che ha spazzato via tutto, alla prossima tornata rivinceremo e governeremo pienamente”. Ad Avellino il ‘vecchio sistema’ sarebbe il mondo di apparati che ruotavano e ruotano intorno a Ciriaco De Mita e ai suoi eredi. Ma l’ex premier ormai ha 91 anni ed ha annunciato il ritiro dalla politica.

È passata la linea dei duri e puri di Sibilia, l’uomo che sui social ‘strappava’ i pallidi tentativi di ricucitura del sindaco: evitare compromessi e trattative per farsi sfiduciare rumorosamente, e poi presentarsi alle urne come “le vittime di quelli di prima che hanno impedito il cambiamento” e provare a rivincere, ma stavolta davvero. Ciampi ci ha messo del suo a non farsi amare dalle opposizioni, frontman di incoerenze che hanno esacerbato gli animi. Ad agosto, appena insediato provò a farsi approvare una variazione di bilancio per finanziare un cartellone estivo. Il consiglio gliela respinse e lui annunciò che avrebbe reso pubblici via manifesto nomi e volti dei consiglieri che votarono no. Poi disse di aver cambiato idea, che non lo avrebbe fatto. Il giorno dopo uscì da un garage un furgoncino a forma di Vela pubblicitaria con affisse le facce dei consiglieri che bocciarono la delibera. Una gogna mediatica, una ferita nei rapporti tra sindaco e opposizione che non è rimarginata.

Ciampi provò a tenere tranquilla l’aula dicendo che il ricorso al Tar per ricontare i voti e ottenere la maggioranza per via giudiziaria “era solo una ipotesi, nulla di concreto”. Ed invece il ricorso era stato presentato e firmato: se accolto, avrebbe stravolto la mappa del consiglio. Nelle ultime settimane Ciampi ha dato il via alle procedure per dichiarare il dissesto finanziario, con le conseguenze del caso per la libertà di manovra economica di un sindaco, chiunque esso sia, ridotta all’osso. Tra dieci giorni se ne sarebbe discusso in aula. Lo hanno fermato prima. Ora deciderà il commissario prefettizio.