La Lega è sempre più prima, e Luigi Di Maio è sempre più solo. Pieno di incarichi e quindi di rogne, perché è vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, capo politico, volto e voce di prima linea. Per questo, gli ufficiali a 5Stelle glielo ripetono da settimane: “Luigi, hai troppe cose da fare, devi farti aiutare”. E il capo si sta convincendo. Tanto che valuta di costruire una squadra di supporto, che dovrebbe aiutarlo innanzitutto nel coordinare il governo con i parlamentari. Ma soprattutto, vuole puntare su Alessandro Di Battista, che a Natale rientrerà in Italia. E per l’ex deputato si pensa a un ruolo a tutto campo, come coordinatore nazionale della comunicazione, e nel contempo come mastice politico, capace di ridare fiducia alla base e agli eletti. Un’ipotesi su cui Di Battista e i vertici ragionano da settimane.
E sarebbe un segnale di ripartenza per tutto il Movimento, dove interpretano i sondaggi come sabbie mobili, che piano piano inghiottiscono il M5S. E l’ultimo rintocco dell’ansia l’hanno suonato le stime di Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, secondo cui il Carroccio è al 36,2 per cento, quasi nove punti sopra il Movimento che boccheggia al 27,7. Carburante per l’accusa ricorrente dentro i 5Stelle, ossia che Di Maio, stia concedendo troppo alla Lega. Ed è il cuore anche dell’intervista di ieri a Repubblica del sottosegretario a Palazzo Chigi Vincenzo Spadafora. Vicinissimo al leader, eppure dritto nel sostenere che finora abbia “sacrificato troppo”, soprattutto sui diritti civili, all’accordo con Matteo Salvini. Il “contraente”, che ieri i sondaggi li ha commentati così: “Possono darmi anche al 92% per cento ma se firmo un accordo io non cambio idea”. Sillabe per ribadire ai leghisti inquieti, quelli che martedì hanno mandato sotto il governo sull’anticorruzione, che per ora di rompere con il Movimento non se ne parla. Ma che sono pure una puntura di spillo ai coinquilini, a cui fa capire che la Lega cresce e crescerà ancora: però lui, generoso, vuole andare comunque avanti. E di certo Di Maio avverte l’aria che tira.
Lo dimostra reagendo come fa spesso, di pancia. Così annuncia il foglio di via per il candidato sindaco del M5S a Corleone, Maurizio Pascuccii, reo di essersi fatto fotografare in un bar con un nipote del boss Bernando Provenzano: “Per lui è già pronta la procedura di espulsione”. Poi tira un siluro alla Banca d’Italia, che venerdì aveva ostentato preoccupazione per lo spread che sale e risale. “Bankitalia è libera di dire quello che vuole però ieri lo spread stava scendendo e dopo il suo intervento è risalito” morde il vicepremier. Ed è un attacco che fa scuotere la testa a diversi, perché “nel giorno della cena tra Conte e Juncker era meglio non dirlo”. Però il vicepremier picchia. E promette, come ha fatto giovedì raccontando delle tessere elettroniche in preparazione per il reddito di cittadinanza: il totem su cui scommette quasi tutto, per recuperare in vista delle Europee. Però prima bisognerebbe anche rimettere in assetto la macchina del M5S. Perché i parlamentari non riescono neppure a parlare con il governo: “I sottosegretari non rispondono mai al telefono”.
Uno scollamento palpabile anche tra gli staff dei ministeri e dei gruppi in Parlamento. E poi c’è la linea politica, su cui gli oltre 300 eletti vorrebbero dire talvolta la loro. Da qui nasce la lettera dei 18 malpancisti della Camera, che invocavano “coordinamento e collegialità”.
E unendo i vari puntini del disagio, si torna al Di Maio che si occupa di tutto. “Ma solo i dossier su Alitalia e Tim toglierebbero il sonno a chiunque” ricorda un big. Così, ecco la squadra di supporto. Nella quale ci sarebbe certamente Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento e dimaiano doc. E in cui potrebbe rientrare anche Max Bugani, vicecapo della segreteria di Di Maio a Chigi, e membro dell’associazione Rousseau. Ma la carta coperta è sempre lui, Di Battista. Per cui l’ipotesi di un’entrata al governo si è fatta difficile, nel gioco dei veti incrociati. E allora l’ex deputato potrebbe tornare prezioso altrove. Come regista e volto della comunicazione, e come mastice con gli eletti. Utile, eccome, anche per controbilanciare il peso mediatico del contraente Salvini. Insomma, l’ingrediente che serve, al Di Maio che è abituato a stare solo. Ma che ha bisogno di compagnia, lassù.