Di Maio, la solitudine dietro i sondaggi: lo aiuterà Di Battista

La Lega è sempre più prima, e Luigi Di Maio è sempre più solo. Pieno di incarichi e quindi di rogne, perché è vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, capo politico, volto e voce di prima linea. Per questo, gli ufficiali a 5Stelle glielo ripetono da settimane: “Luigi, hai troppe cose da fare, devi farti aiutare”. E il capo si sta convincendo. Tanto che valuta di costruire una squadra di supporto, che dovrebbe aiutarlo innanzitutto nel coordinare il governo con i parlamentari. Ma soprattutto, vuole puntare su Alessandro Di Battista, che a Natale rientrerà in Italia. E per l’ex deputato si pensa a un ruolo a tutto campo, come coordinatore nazionale della comunicazione, e nel contempo come mastice politico, capace di ridare fiducia alla base e agli eletti. Un’ipotesi su cui Di Battista e i vertici ragionano da settimane.

E sarebbe un segnale di ripartenza per tutto il Movimento, dove interpretano i sondaggi come sabbie mobili, che piano piano inghiottiscono il M5S. E l’ultimo rintocco dell’ansia l’hanno suonato le stime di Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, secondo cui il Carroccio è al 36,2 per cento, quasi nove punti sopra il Movimento che boccheggia al 27,7. Carburante per l’accusa ricorrente dentro i 5Stelle, ossia che Di Maio, stia concedendo troppo alla Lega. Ed è il cuore anche dell’intervista di ieri a Repubblica del sottosegretario a Palazzo Chigi Vincenzo Spadafora. Vicinissimo al leader, eppure dritto nel sostenere che finora abbia “sacrificato troppo”, soprattutto sui diritti civili, all’accordo con Matteo Salvini. Il “contraente”, che ieri i sondaggi li ha commentati così: “Possono darmi anche al 92% per cento ma se firmo un accordo io non cambio idea”. Sillabe per ribadire ai leghisti inquieti, quelli che martedì hanno mandato sotto il governo sull’anticorruzione, che per ora di rompere con il Movimento non se ne parla. Ma che sono pure una puntura di spillo ai coinquilini, a cui fa capire che la Lega cresce e crescerà ancora: però lui, generoso, vuole andare comunque avanti. E di certo Di Maio avverte l’aria che tira.

Lo dimostra reagendo come fa spesso, di pancia. Così annuncia il foglio di via per il candidato sindaco del M5S a Corleone, Maurizio Pascuccii, reo di essersi fatto fotografare in un bar con un nipote del boss Bernando Provenzano: “Per lui è già pronta la procedura di espulsione”. Poi tira un siluro alla Banca d’Italia, che venerdì aveva ostentato preoccupazione per lo spread che sale e risale. “Bankitalia è libera di dire quello che vuole però ieri lo spread stava scendendo e dopo il suo intervento è risalito” morde il vicepremier. Ed è un attacco che fa scuotere la testa a diversi, perché “nel giorno della cena tra Conte e Juncker era meglio non dirlo”. Però il vicepremier picchia. E promette, come ha fatto giovedì raccontando delle tessere elettroniche in preparazione per il reddito di cittadinanza: il totem su cui scommette quasi tutto, per recuperare in vista delle Europee. Però prima bisognerebbe anche rimettere in assetto la macchina del M5S. Perché i parlamentari non riescono neppure a parlare con il governo: “I sottosegretari non rispondono mai al telefono”.

Uno scollamento palpabile anche tra gli staff dei ministeri e dei gruppi in Parlamento. E poi c’è la linea politica, su cui gli oltre 300 eletti vorrebbero dire talvolta la loro. Da qui nasce la lettera dei 18 malpancisti della Camera, che invocavano “coordinamento e collegialità”.

E unendo i vari puntini del disagio, si torna al Di Maio che si occupa di tutto. “Ma solo i dossier su Alitalia e Tim toglierebbero il sonno a chiunque” ricorda un big. Così, ecco la squadra di supporto. Nella quale ci sarebbe certamente Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento e dimaiano doc. E in cui potrebbe rientrare anche Max Bugani, vicecapo della segreteria di Di Maio a Chigi, e membro dell’associazione Rousseau. Ma la carta coperta è sempre lui, Di Battista. Per cui l’ipotesi di un’entrata al governo si è fatta difficile, nel gioco dei veti incrociati. E allora l’ex deputato potrebbe tornare prezioso altrove. Come regista e volto della comunicazione, e come mastice con gli eletti. Utile, eccome, anche per controbilanciare il peso mediatico del contraente Salvini. Insomma, l’ingrediente che serve, al Di Maio che è abituato a stare solo. Ma che ha bisogno di compagnia, lassù.

La destra quasi al 50%, ma B. e Salvini non sanno che fare

Un giorno di ottobre del 1995, quasi un quarto di secolo fa, Silvio Berlusconi ha scolpito un memorabile aforisma che resiste al tempo e al tempo si consegna: “Io sono semplicemente un imprenditore che fa miracoli”. L’ormai lunga stagione politica va annoverata tra i miracoli più riusciti. Con un partito inesistente – Forza Italia è aggrappata all’otto per cento nei sondaggi – e con gli ottantadue anni compiuti in settembre, l’ex Cavaliere è pronto all’ennesimo miracolo. Quello che lo può rendere immortale: resuscitare il Berlusconi politico all’epoca dei gialloverdi di Luigi Di Maio & Matteo Salvini.

Il piano di Silvio è ambizioso, forse utopistico, ma rientra nelle specialità – soprannaturali – di Arcore: reclutare una cinquantina di senatori e una trentina di deputati, cioè un gruppo eterogeneo e ben ancorato al seggio disposto a fornire un’opzione a Salvini – in caso di crisi – con la formazione di un governo a trazione leghista col centrodestra compatto e una guarnigione, per l’appunto, di “Responsabili”. L’ex Cavaliere è salito al Quirinale da Sergio Mattarella, pochi giorni fa, per dichiararsi pronto a salvare l’Italia con un gesto di estrema generosità e scongiurare le elezioni anticipate.

Berlusconi ha osservato le divergenze tra il Carroccio e i Cinque Stelle in un’alleanza che adesso vacilla per lo scontro con l’Europa e presto può crollare per le ripercussioni economiche e la sfiducia dei consumatori (nota bene: sono riflessioni tipiche di Silvio in versione statista profondamente afflitto). Silvio ha raccolto anche le ansie dei governatori leghisti del Nord – Attilio Fontana (Lombardia), Luca Zaia (Veneto), Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) – che faticano a rassicurare il tradizionale elettorato del Carroccio. E per finire, con lo sguardo da Caimano, Berlusconi non smette di ricordare a Salvini che Forza Italia (e pure Fratelli d’Italia) sono determinanti nei collegi con l’attuale sistema di voto.

Per i collaboratori più ascoltati da Berlusconi – in ordine alfabetico, Niccolò Ghedini, Gianni Letta, Licia Ronzulli – è il momento di riproporre il modello seppur usurato di centrodestra con Salvini al comando perché il Carroccio non può sopportare ancora per molto la convivenza con i Cinque Stelle e perché il Quirinale e il Parlamento (con motivazioni diverse) non potranno mai accettare la fine della legislatura dopo neanche un anno.

Il centrodestra ha 261 deputati su 630 a Montecitorio e 137 senatori su 315 a palazzo Madama e dunque ha bisogno di almeno una cinquantina di “Responsabili” alla Camera e di una trentina al Senato. È un’operazione complicata, adatta però ai prodigi di Berlusconi che, in stile Gesù, potrebbe dire “venite con me, vi farò diventare pescatori di uomini”. I “Responsabili”, insegna Berlusconi, vanno pescati nelle acque dei partiti che hanno imbarcato sconosciuti o che stanno per tagliare i posti a bordo: i renziani che rischiano di scomparire dopo la nuova segreteria del Pd e la probabile scissione dopo le Europee; i pentastellati – solo a palazzo Madama sono 109 – che coltivano idee di destra e, soprattutto, la paura di non ritornare più in Parlamento; i centristi assiepati tra i banchi del Misto.

Secondo Berlusconi, Ghedini e Ronzulli, adesso vanno lanciate le esche per completare la pesca con la caduta del governo gialloverde, le consultazioni al Quirinale e l’agitazione dei mai placidi mercati finanziari. Il centrodestra nei sondaggi vale il 48 per cento e la Lega da sola il 36, ma quelli del Nord – Fontana e colleghi – temono l’effetto di una bolla, che così cresce in fretta e così si può sgonfiare se Salvini continua a investire risorse pubbliche sul reddito di cittadinanza del Movimento e a dimenticare le promesse leghiste. Che siano elucubrazioni di un “semplice imprenditore che fa miracoli” o di un anziano signore che anticipa il corso della politica, lo vedremo tra poco. Quello che è certo, però, è che Berlusconi non chiacchiera invano. Qualche mese fa, raccontano le leggende, l’ex Cavaliere ha confidato al senatore Adriano Galliani, ex presidente e da sempre tifosi dei brianzoli, che desiderava una squadra di calcio per riempire le domeniche. In un paio di settimane ha comprato il Monza. Volete che sedurre qualche decina di parlamentari sia un problema?

Un governo Salvini, prima o dopo le Europee, scongiurerebbe anche il rischio di un connubio tra Pd e Cinque Stelle. Ma il leader leghista ha davvero voglia di tornare nella vecchia casa del centrodestra?

Sveglia!

Chissà se le anime morte del Pd e di quel che resta della sinistra hanno letto il sondaggio di Nando Pagnoncelli sul Corriere di ieri: per la prima volta da 25 anni, la destra si avvicina al 50% e il centrosinistra non arriva al 20. Cioè: se si votasse domani, avremmo un bel governo Salvisconi, con Salvini premier e B. ministro, magari alla Giustizia. Casomai avessero qualche idea, i sette nani candidati alle primarie dem potrebbero dircela ora, visto che hanno astutamente fissato il congresso al 3 marzo (tanto c’è tempo, no?). Ma il sondaggio dice anche alte cose interessanti. Anzitutto che oggi risponde ai sondaggi un campione di italiani percentualmente molto inferiore a quello che ha votato il 4 marzo: come sempre avviene lontano dalle scadenze elettorali. Oltre un elettore su tre (il 36%) non risponde, o perché si asterrebbe ancora o perché è deluso o indeciso. Ben 3,2 milioni di votanti alle politiche hanno perso fiducia e non sanno se o per chi tornerebbero a votare. E questo fenomeno investe molto più gli elettori dei 5Stelle che quelli della Lega. Che è meno colpita, perché è un partito monolitico-leninista, verticale e verticistico, senza mai l’ombra di un dissenso interno, con un leader forte e incontrastato, una classe dirigente collaudata in 30 anni di vita e un elettorato più omogeneo, più fideistico e meno esigente. Il M5S è l’opposto: un movimento orizzontale e trasversale, senza un capo assoluto (Di Maio alla prossima tornata sarà scaduto), giovanissimo, con esili radici sul territorio e una classe dirigente raccogliticcia (vedi gli ultimi sconcertanti casi di Avellino e Corleone), molto diviso e vociante all’interno, con elettori eterogenei facili da tenere uniti stando all’opposizione, ma non al governo.

Salvini s’è mangiato metà di FI e di FdI, ha rubato gli elettori di destra al M5S e recuperato un pezzo di astenuti ansiosi di saltare sul carro del vincitore. Di Maio ha ceduto un 5% alla Lega senza recuperare nulla da sinistra. Ma il crescente serbatoio di incerti indica che molti potrebbero tornare a votare il M5S se e quando diventassero realtà alcuni suoi cavalli di battaglia: quelli che cambiano la vita alle persone, dal reddito di cittadinanza alle politiche ambientaliste. Infatti nemmeno un voto perso dai grillini si sposta a sinistra: il Pd è 2 punti sotto il minimo storico del 4 marzo e l’area della fu Leu è estinta, in attesa di un progetto davvero progressista (tipo Mélenchon, Corbyn o Verdi tedeschi). A queste analisi di Pagnoncelli ci permettiamo di aggiungerne un paio. 1) La grande stampa è tutta anti Di Maio e pro Salvini. Il bottino leghista di leggi è quasi zero.

E il presunto Capitano è reduce da una settimana di scoppole (l’Anticorruzione, con manette agli evasori e blocca-prescrizione, è passata alla Camera con l’impegno di cancellare in Senato la porcata sul peculato; il condono fiscale è scomparso; la battaglia pro inceneritori è finita in una Caporetto; e nelle nuove nomine Rai non c’è Casimiro Lieto caro alla Isoardi). Eppure i media continuano a raccontare un Salvini che vince sempre e fa tutto lui. L’Ancien Régime, con le sue trombette a mezzo stampa, punta tutto su di lui per conservare il conservabile. I 5Stelle, anche se sono i soli a sfornare leggi, passano per eterni sconfitti succubi dell’alleato. Attaccati dalla stampa di destra (ovviamente salviniana) e da quella di sinistra (che gonfia il sacco vuoto leghista nell’illusione di spaventare gli elettori progressisti e ricondurli all’ovile Pd). 2) Il M5S, proprio perché legifera e si schiera di più, scontenta più elettori. Il reddito di cittadinanza piace a chi spera di riceverlo, ma non a chi dovrà finanziarlo. Le manette agli evasori spaventano chi evade, cioè 10 milioni di italiani. Il blocco della prescrizione, in un Paese che ha visto estinguersi 1,5 milioni di processi in 10 anni, terrorizza centinaia di migliaia di colpevoli già prescritti o aspiranti tali. Il no al Tav Torino-Lione piace alla maggioranza dei valsusini, ma non degli italiani, così disinformati da scambiare un inutile treno merci per uno sfavillante Frecciarossa per passeggeri. Ogni cambiamento è divisivo: chi lo tenta o lo attua perde consensi, mentre chi – come Salvini – non fa nulla ma promette tutto guadagna consensi, almeno finché la bolla degli annunci non scoppierà all’atterraggio sulla terraferma.

Perciò i 5Stelle dovrebbero evitare il panico da sondaggio. La crescita di Salvini non è irreversibile perché riguarda una platea molto più ristretta dei votanti del 4 marzo. E c’è un altro dato interessante, anzi – a leggere i giornaloni – inspiegabile: l’altissimo consenso per Giuseppe Conte, che piace al 62% degli intervistati (Salvini al 60% e Di Maio al 47%). Da sei mesi il premier viene preso in giro come un ameboide prestanome dei due vice: eppure la gente si fida più di lui che del Politico dell’Anno. Perché? Perché l’han capito tutti che gli attacchi che subiva prim’ ancora di entrare a Palazzo Chigi (curriculum, carriera universitaria, gossip) erano frutto di prevenzione e pregiudizio, vista l’imbarazzante piaggeria che aveva leccato anche i suoi più indecenti predecessori. Ma soprattutto perché Conte ha sfoderato uno stile e un linguaggio composti, istituzionali e affidabili che fanno da contrappunto alle sgangheratezze leghiste e alle gaffe grilline. Inseguire Salvini sull’unico terreno in cui è imbattibile – quello dei decibel – è inutile. Se Di Maio parlasse di meno per litigare con questo e quello e di più per spiegare le misure che sta realizzando, darebbe agli elettori incerti e disorientati ciò che cercano, ma trovano solo in Conte: la pacatezza e la concretezza dei fatti. Il cambiamento, nella morta gora italiana, è già terrorizzante di per sé. Per farlo digerire al Paese del Gattopardo serve la persuasione.

Ghostbusters

La diatriba fra il ministro Di Maio e i vertici dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione della stampa, l’uno che convoca i secondi al tavolo per dare un equo compenso ai cronisti pagati 4 o 5 euro a pezzo e gli altri che declinano l’invito perché impegnati a Bruxelles a un convegno del Pd contro i suoi attacchi alla stampa, è solo l’ultimo episodio di una batracomiomachia sempre più comica. Nell’ultimo quinquennio, mentre Renzi occupava Viale Mazzini, insultava il Fatto, minacciava i giornalisti sgraditi (a Sallusti disse “Vengo sotto casa tua e ti spacco le gambe, bastardo”) e i suoi stilavano liste di proscrizione contro i giornalisti Rai non allineati (Giannini, Gabanelli e Giletti) rinverdendo l’editto bulgaro, i cosiddetti rappresentanti della nostra categoria fischiettavano e guardavano altrove. Come nel 2010, quando Vincenzo De Luca avvertì il sottoscritto (“Quel grandissimo sfessato di Marco Travaglio… imbecille, scorretto: spero di incontrarlo per strada al buio qualche volta a Roma…”). Ora improvvisamente si sono svegliati, lanciano allarmi, scendono in piazza in Italia e in Europa. E c’è pure chi ci casca.

Repubblica segnala che il commissario europeo alla Salute, nientepopodimenoché il cardiologo lituano Vytenis Andriukaitis, è molto preoccupato per le fake news che causerebbero “un ritardo nel nostro Paese dal punto di vista delle coperture vaccinali”. Soprattutto per quel terribile morbo incurabile che è il morbillo. E ha deciso, bontà sua, di fare qualcosa per questo immenso lazzaretto di appestati, tubercolotici e lebbrosi che è l’Italia. Come? Lanciando un accorato appello al governo: “Basta fake news”. In effetti l’11 novembre tutti i giornali uscirono con lo stesso titolo: “Bari, almeno 8 casi di morbillo. È un contagio a catena. Figlia di no-vax ha infettato pure un bimbo di 11 mesi” (Gazzetta del Mezzogiorno); “Morbillo, epidemia in ospedale a Bari: ‘Contagio partito da bimba no-vax’” (Repubblica); “Morbillo in corsia. Sette contagiati da bimba no vax” (Corriere); “Morbillo, figlia di no-vax contagia l’ospedale” (Messaggero); “Il morbillo dilaga in ospedale. L’untore è figlia di no vax” (il Giornale). Per alcuni, la bambina prodigio era già no vax a 8 anni, per altri era tutta colpa dei genitori. Poi s’è scoperto che era una fake news diffusa dall’unica epidemia che non conosce vaccini: quella dei giornaloni anti-fake news, che infatti si guardarono bene dal rettificare. Il 23 ottobre la bimba era giunta al pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari con la febbre alta. Le fu subito diagnosticata una generica infezione.

Poi, con comodo, il 5 novembre si scoprì che aveva il morbillo, quando ormai aveva contagiato il fratello di 11 anni (non vaccinato perché sottoposto a una terapia corticosteroidea ad alto dosaggio) e due cuginetti, oltre a due bimbi di 12 e 22 mesi ricoverati nello stesso ospedale (non ancora vaccinati perché troppo piccoli) e forse un tizio di 20 anni, mai vaccinato, che lavora lì come vigilante. Gli accertamenti dell’ospedale hanno scoperto che la bimba non era vaccinata col Mpr (morbillo, parotite, rosolia), ma con l’esavalente (difterite, tetano, pertosse, polio, Hib, epatite b) e contro lo pneumococco. Quindi né i genitori né tantomeno lei, additati a edicole unificate come “untori”, erano no vax. Se il morbillo fosse stato diagnosticato subito, anziché dopo 13 giorni, i protocolli previsti per limitare il contagio avrebbero evitato quella che i giornaloni chiamano terroristicamente “epidemia” (in un intero “ospedale”!). In Puglia l’incidenza di quel virus è oltre 6 volte inferiore a quella nazionale e la copertura vaccinale anti-morbillo nei bambini è del 95%. Chissà a che punto sta quel Paese modello che è la Lituania.
Noi però, nonostante i continui infortuni dei nostri acchiappa-fake news, seguitiamo a tifare per loro. Ci danno sempre grandi soddisfazioni, fin da quando un celebre ghostbuster de La Stampa individuò nelle pagine social di Beatrice Di Maio, chiaramente legata ai 5Stelle e dunque a Putin, una centrale operativa delle fake news: poi purtroppo si scoprì che era la moglie di Brunetta. Da allora fu tutto un fiorire di grandi inchieste delle mejo firme del bigoncio all’inseguimento delle bufale grillo-salvinian-putiniane. Fino alla grande campagna di quest’estate sull’esercito di “troll” russi, annidati a San Pietroburgo nella sede del Gru (la polizia segreta) che avrebbero dato l’assalto al povero Mattarella nella famosa notte del 27 maggio, quando il presidente rimandò a casa Conte e il suo governo infiltrato dal noto kamikaze delle Brigate No Euro, l’82enne Paolo Savona, e incaricò al suo posto il noto frequentatore di se stesso Cottarelli. “Così hanno attaccato il Colle. Usati anche server dall’Estonia. Ipotesi di un’azione coordinata tra esposti e tweet. Indaga l’Antiterrorismo”, “L’attacco al Colle via Twitter. Alcune ‘firme’ del Russiagate dietro i messaggi contro il capo dello Stato”, “Le manovre dei russi sul web e l’attacco coordinato a Mattarella”, “Interventi sulla politica italiana dai troll russi che spinsero Trump” (Corriere). “La questione russa in Italia. Interferenze cyber”, “Fake news, si apre il fronte di Facebook: ‘Interferenze russe sul voto del 4 marzo. Nel mirino un account che aveva disinformato sul referendum’” (La Stampa). “Dalla propaganda di Putin 1500 tweet per Lega e M5S. Lo studio sulla fabbrica dei troll al servizio dell’intelligence russa”, “Una pioggia sui social in arrivo da San Pietroburgo” (Repubblica). Ora, dopo tre mesi di intenso lavoro dei pm antiterrorismo, dei servizi segreti, della Dia, della Polizia postale e del Copasir, dovremmo quasi esserci. Ci fate sapere? Anche noi abbiamo diritto a un po’ di svago.

Nomine, il Consiglio di Stato ha “commissariato” il Csm

Il 18 ottobre era giunta l’accusa di “slealtà”, vergata dal Consiglio di Stato, per la nomina del presidente del Tribunale di Verona. Il 7 settembre 2016 il Csm, all’unanimità, nomina Antonella Magaraggia e il suo concorrente Salvatore Laganà ricorre al Tar, che annulla la nomina per difetto di motivazione. Csm e ministero della Giustizia prima ricorrono al Consiglio di Stato, quindi rinunciano, annunciando che rispetteranno la sentenza del Tar. Salvo poi riproporre Magaraggia. “Il comportamento processuale del Csm e del ministero – scriverà il Consiglio di Stato – è risultato improntato a slealtà”. Questo accade con la vecchia consiliatura.

Al nuovo Csm, pochi giorni dopo, una botta ancora più pesante. Il Consiglio di Stato, per far applicare la sua sentenza che accoglie il ricorso del magistrato Sergio Del Core e annulla le delibere del Csm sulla nomina di quattro magistrati (Marcello Iacobellis, Stefano Palla, Piero Savani e Aldo Cavallo) a presidente di Sezione della Cassazione, nei fatti esautora l’intero Csm. Dispone che il vicepresidente David Ermini, nominato Commissario ad acta, faccia rispettare la sentenza “indipendentemente dal Csm”. In altre parole: gli ordina di ottemperare. È il 24 ottobre scorso quando la Quinta sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Giuseppe Severini, sottolinea la “insistita illegittimità ed elusività” dell’operato del Csm. E incarica Ermini di procedere, entro 15 giorni, alle nomine dei presidenti di Sezione della Cassazione, in sostituzione del Csm. Viene “designato, e in via diretta, quale Commissario ad acta l’attuale vicepresidente del Csm, senza facoltà di sub-delega”. Il motivo: “Va escluso che questa nuova attività possa essere attribuita all’organo di autogoverno nel suo complesso, cui si imputa l’atto di cui al presente giudizio”.

Parole durissime. “In uno Stato di diritto – prosegue la sentenza – il primato del diritto accertato mediante sentenze passate in giudicato, vincola ogni amministrazione pubblica, quali che ne siano le caratteristiche o le prerogative”. Il Csm non può e non deve fare eccezione: vincola “anche l’attività di un organo di governo autonomo della magistratura. Diversamente, le posizioni dei singoli magistrati nei suoi confronti si convertirebbero in una pratica soggezione senza effettive tutele di giustizia rispetto alla sua ribadita volontà, in negazione reale del principio di legalità e del diritto al giudice: che per Costituzione spetta al magistrato non meno che al cittadino comune”.

Nessuno, quindi, neanche il Csm, può sentirsi al di sopra di una sentenza. E quindi impone a Ermini di farla rispettare evitando qualsiasi altro passaggio in seno all’organo di autogoverno dei magistrati. Ed Ermini obbedisce.

Il Csm questa volta ha dovuto capitolare. L’esautorazione da qualsiasi ulteriore ruolo nella vicenda, l’impossibilità di intervenire ulteriormente, sancisce la gravità della situazione. Il Csm non ha volontariamente cambiato rotta, in questo caso, ma è stato letteralmente costretto a eseguire, tanto più dopo l’accusa di “slealtà” incassata pochi giorni prima.

Appena ha letto d’essere stato nominato Commissario ad acta, Ermini ha cercato di comprendere la storia di questo caso, terminato con l’ordine “tassativo” di ottemperare. S’è consultato con l’ufficio studi, s’è fatto spiegare l’intera vicenda, a cominciare dalla prima puntata, lontana nel tempo.

Ermini ascolta, chiede lumi su questioni di diritto amministrativo perché non è uno specialista in materia (è un avvocato penalista) e poi si decide a fare quel che gli viene ordinato dalla sentenza. Si chiude da solo nel suo ufficio – in qualità di Commissario ad acta, si badi, e non di vicepresidente del Csm – ed esegue: compara Del Core con gli altri quattro candidati e gli dà ragione. Così come stabilito dai giudici amministrativi. Aveva 15 giorni di tempo. Se ne prende tre. Del Core – su ordine del Consiglio di Stato che nei fatti ha commissariato il Csm – può finalmente andare a fare il presidente di sezione. Magra consolazione. Andrà in pensione nel febbraio del 2019. Ma il suo caso diventa un precedente importantissimo. Un’altra intimazione, risulta al Fatto, era partita dal Consiglio di Stato con vicepresidente Giovanni Legnini. Sempre per lo stesso caso l’aveva nominato Commissario ad acta, ma Legnini non diede seguito a quella pronuncia perché, nel frattempo, Quinta commissione e plenum avevano riconfermato la loro decisione con una nuova delibera.

Si spiegano così gli ultimi paletti del Consiglio di Stato fissati in maniera invalicabile. Così a Ermini non resta che eseguire. E anche in fretta.

Per il giudice italiano a Strasburgo i diritti umani restano un optional

L’Italia avrà presto un giudice alla Corte europea dei diritti umani (Cedu), anche se magari non così esperto di diritti umani. La scelta ricadrà tra Ida Caracciolo (Università della Campania, favorita), Antonio Balsamo (ex sostituto procuratore in Cassazione) e Raffaele Sabato (giudice di Cassazione). È la stessa, identica terna che la Presidenza del Consiglio aveva bocciato a inizio settembre, chiedendo spiegazioni alla commissione. Un mese dopo sono cadute le riserve, non i dubbi sulla procedura di scelta.

Eppure per la prima volta il governo aveva deciso di bandire una selezione pubblica in nome della trasparenza. L’iter prevede che il Consiglio europeo scelga il giudice all’interno di una short list presentata dall’Italia: l’elezione finale, tra gennaio e febbraio, sembra però viziata a monte. La commissione si è riunita solo due volte in estate per esaminare oltre 60 candidature: senza colloqui e senza motivazioni, ha fornito i suoi nomi a Palazzo Chigi. Un po’ pochino. Infatti è arrivato lo stop dell’esecutivo, che ha chiesto “approfondimenti”. Altre due sedute a settembre sono state sufficienti a sbloccare lo stallo, ma i verbali svelano come è avvenuta davvero la selezione.

Il grosso dei partecipanti (52 su 63) è stato scartato subito perché senza requisiti. Il problema è sorto quando si è passati all’esame dei migliori: Vladimiro Zagrebelsky – fratello del costituzionalista Gustavo, il membro più autorevole della commissione in quanto ex membro Cedu – riteneva che la richiesta di Palazzo Chigi costituisse “un fatto nuovo e importante”, e che fossero necessari colloqui almeno con i candidati più forti. Ma è passata la linea per cui la commissione deve solo spiegare le scelte già fatte.

Anche sulle motivazioni c’è stato da ridire: i requisiti essenziali erano le lingue, la conoscenza del diritto internazionale e nazionale e ovviamente dei diritti umani. Alla fine, però, è stato decisiva l’esperienza giudiziale di tipo pratico, nemmeno prevista. Qui la commissione si è spaccata: Zagrebelsky ha sottolineato che così si sottovalutava il “cruciale criterio” dei diritti umani su cui almeno due esclusi avevano “maggiore e autorevole specifica competenza, che invece è scarsamente documentata dai candidati proposti”.

Insomma, a quanto pare, non hanno vinto i migliori. Almeno non nella materia su cui saranno chiamati a giudicare. E forse c’è già una favorita: se l’attività giudiziale è determinante, Ida Caracciolo della Cedu ha già fatto parte come membro (suppletivo) sul caso Berlusconi (per il ricorso in Europa contro la legge Severino). Il ministero degli Affari esteri, che della commissione ha indicato due membri su cinque, con lei ha diverse collaborazioni e sarebbe di sicuro felice della sua nomina. Sempre che il Consiglio europeo sia d’accordo: Strasburgo deve scegliere fra i tre nomi, ma può anche rispedirli al mittente se dovesse ritenere irregolare la selezione. Per l’Italia sarebbe una figuraccia internazionale.

“Eseguano le sentenze oppure si fanno danni”

Professor Azzariti, da costituzionalista cosa ne pensa della decisione del Consiglio di Stato di nominare Commissario ad acta il vicepresidente del Csm David Ermini per far rispettare un suo verdetto?

Non lo trovo scandaloso, mi sembra una decisione dettata da urgenza e reiterazione di inattuazione di una sentenza. Non conosco tutti i particolari della vicenda, ma c’è stata una storia processuale controversa. C’era urgenza a provvedere per l’irreparabile danno in vista dell’avvicinarsi del pensionamento, quindi perché non nominare Commissario ad acta il responsabile del funzionamento organizzativo del Consiglio Superiore della Magistratura?

Il Csm poteva sollevare conflitto di attribuzione?

Volendo esasperare gli animi, sicuramente sì, ma anche se non conosco le carte posso intuire che presumibilmente non poteva non dare seguito alla sentenza per ragioni molto esplicite indicate dal Consiglio di Stato. Dunque, bene ha fatto a non seguire questa via.

Che peso può avere per il futuro una decisione di questa portata?

Intanto noterei la delicatezza dei rapporti tra Csm e Consiglio di Stato, che in questo caso è intervenuto in modo deciso. Mi auguro, però, che non ci siano altri episodi come questo, che il non rispetto di sentenze amministrative non avvenga mai, che non si debba più arrivare alla nomina di un Commissario ad acta per far rispettare una sentenza al Consiglio Superiore della Magistratura. Speriamo che resti un fatto del tutto eccezionale.

Depotenzia il ruolo del Csm, la sua autorevolezza?

Da un lato la nomina di Commissario ad acta può essere a scapito dell’autorevolezza del Csm, ma dall’altro, la celerità della decisione del vicepresidente va a favore dell’autorevolezza. Questo Consiglio, che è in fase di rodaggio, deve essere osservato per capire se si conquista autorevolezza, autonomia e indipendenza. Perché l’autonomia non gliela regala nessuno. Siamo alle prime schermaglie, ma, per amore dell’organo di autogoverno della magistratura e dell’equilibrio dei poteri, dico al Consiglio di non guardare troppo all’interno, in senso corporativo, né troppo all’esterno, peccando di eccesso di deferenza politica. Il parere sul decreto Sicurezza è nella giusta direzione. Tutti i componenti togati hanno espresso un giudizio di costituzionalità facendo valere con forza la loro indipendenza e qualche laico espresso dalla maggioranza parlamentare almeno si è astenuto (Benedetti e Gigliotti, M5S mentre Cerabona di FI ha votato a favore, come i togati, contro i laici leghisti, ndr).

Il decreto blindato: M5S cede a Salvini e ritira le modifiche

Rientra ancora prima di arrivare nell’aula di Montecitorio la protesta dei 19 dissidenti del Movimento 5 Stelle sul decreto Sicurezza: ieri mattina, gli esponenti M5S hanno ritirato tutti gli emendamenti presentati in commissione Affari costituzionali. Così, salvo colpi di scena, lunedì il testo arriverà in aula e verrà rapidamente approvato con la fiducia. Blindatissimo, dunque, il complesso di norme-bandiera che Matteo Salvini ha fortemente voluto. E che, dopo il sì della Lega, giovedì, al ddl Anticorruzione, non poteva permettersi alcuno scivolone, come quello capitato martedì durante la discussione del disegno di legge firmato dal ministro Alfonso Bonafede. Per questo i 5 emendamenti che avevano recepito le perplessità della fronda M5S sono stati ritirati dai colleghi che rappresentano il Movimento in commissione. “Sono delusa – dice all’Adnkronos la deputata Doriana Sarli, una dei 18 firmatari della lettera in cui si chiedevano modifiche al decreto –. Avrei voluto che anche la Camera desse un contributo per migliorare questo decreto, che così com’è resta abbastanza indigeribile. Ma non ci è stata data l’opportunità. Ritirano gli emendamenti, si parla di fiducia… non è questa l’attività parlamentare che auspicavo entrando alla Camera”. La scelta di “chiudere” il dibattito in Commissione non è piaciuta nemmeno agli esponenti dell’opposizione. Il Pd ha abbandonato i lavori in aperta protesta contro la “fretta” della maggioranza: “Dopo aver discusso e votato solo 5 emendamenti su 600, la maggioranza insiste per chiudere entro le 19 un testo che comunque non sarà discusso in aula per la fiducia”, diceva ieri il dem Stefano Ceccanti, secondo il quale si sarebbe potuto “lavorare anche sabato e domenica”. Sceglie invece un’altra singolare forma di protesta il deputato di LeU Roberto Speranza che a ogni emendamento discusso in Commissione si è messo a leggere un passo dell’Inferno della Divina Commedia di Dante “per spiegare come verrà trasformata la vita degli stranieri nel nostro Paese in futuro, e cioè appunto in un inferno”.

Verona, donne in piazza contro la Vandea di FN

Camerati e cattolici integralisti procedono spediti verso la meta, incuranti delle sale negate, delle proteste pubbliche e delle polemiche seguite alla mozione antiabortista del consiglio comunale scaligero contro la legge 194, votata qualche mese fa. Siamo o non siamo a Verona, la Vandea Bianca d’Italia, se non d’Europa come hanno pomposamente titolato i promotori del convegno di Forza Nuova che si terrà oggi sulle rive dell’Adige? Avevano già pronta una sala al Grand Hotel di Porta Nuova, ma un blitz antifascista e delle donne di “Mai una di meno”, ha denunciato la valenza politica dell’incontro.

E così la direzione dell’albergo ha ordinato il dietrofront. Le falangi non si sono arrese e nel giro di poche ore hanno trovato una nuova casa, questa volta molto vicina alla giunta di centrodestra del sindaco Federico Sboarina, che nel 2017 venne eletto anche grazie ai voti dell’estrema destra: “Confermiamo che il convegno “Verona Vandea d’Europa” si terrà regolarmente, nonostante tutto” ha annunciato Forza Nuova ieri pomeriggio. “E si terrà presso la Porta Palio, uno dei luoghi più importanti e simbolici dell’insurrezione antigiacobina veronese. Non poteva esserci miglior luogo per rilanciare attraverso questo convegno il messaggio di lotta e vittoria”.

A Porta Palio ha sede la Società di Mutuo Soccorso, la cui vicepresidente è l’assessore comunale Francesca Toffali. Insomma, un aiutino dalla giunta è arrivato. Non a caso Verona è città sensibile, per riferimenti storici e pratiche attuali. Le Pasque Veronesi nell’aprile 1797 furono una rara insurrezione contadina antibonapartista. I movimenti ultracattolici qui hanno sempre avuto casa. E adesso si intrecciano con l’estrema destra, in un convegno che sarà aperto da Luca Castellini, coordinatore per il Nord Italia di Forza Nuova. Seguiranno gli interventi di Fabio Marino del Dipartimento di Diritto Privato e Critica del Diritto dell’Università di Padova, di Marian Kotleba del Partito Popolare Nostra Slovacchia, di Damian Kita, del partito polacco Onr, di Fabio Tuiach, consigliere comunale a Trieste di Forza Nuova e di Roberto Fiore, Segretario Nazionale di Forza Nuova. Al pomeriggio una marcia antiabortista per le vie della città, promossa dal movimento No 194. “Sarà presente – annunciano gli organizzatori – anche Giuliano Castellino, responsabile romano di Forza Nuova, ex detenuto politico”.

Una polveriera ideologica in una città che da sempre ha due anime, anche se la seconda è minoritaria. In piazza Isolo, in coincidenza con la marcia anti-194 ci sarà una conferenza stampa con presidio e flash-mob animato dalle donne di “Non una di meno”: “Mostreremo cosa accadrebbe a medici, chirurghi e a tutte le donne se dovesse essere approvato il disegno di legge che introduce pene severissime per chi causa l’aborto per lesioni”, spiega Giulia.

E Valeria Mercandino aggiunge: “Verona è diventato un laboratorio politico e di sperimentazione, in cui l’estrema Destra, i cristiani estremisti e la destra istituzionale si saldano. Verona è al centro di un lavoro di tessitura, dove dopo la mozione del consiglio comunale contro la legge 194 il senatore leghista Simone Pillon è arrivato al punto di dire che le donne devono essere costrette a non abortire”. Tutto questo avviene nella città del ministro alla famiglia Lorenzo Fontana. E non può essere un caso.

Le voci che si sono alzate contro la calata neofascista lungo l’Adige sono numerose. “Bisogna sostenere la battaglia di ‘Non una di meno’ sulla rivendicazione dei diritti e contro le manovre oscurantiste del governo, sostenuto volentieri dai partiti neofascisti”, dichiara Giuseppe Civati, fondatore di Possibile. “Tutto avviene con l’approvazione del ministro Fontana. Attenti: non è solo un fenomeno locale, ma un progetto che si vuole riproporre su scala nazionale”.

Dal Veneto a Sofia: la Lega nel Mondo

La settimana scorsa a Sofia a un incontro del Movimento dell’Europa per le Nazioni e per le Libertà, ospite d’onore Marine Le Pen, in rappresentanza del Carroccio c’era Paolo Borchia, nominato coordinatore di Lega nel Mondo, a luglio, pochi giorni dopo il lancio di Matteo Salvini a Pontida della Lega delle Leghe.

Trentotto anni, fa parte dello stesso “humus” culturale del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana: come lui è nato a Verona, con lui ha lavorato dal 2010. Come lui, da Verona è arrivato a Bruxelles: è diventato suo assistente con le Europee 2014. Ora è consigliere politico della Lega al Parlamento europeo, ma intanto si occupa di fondare circoli in giro per il mondo, fare tessere e sondare la destra estrema di tutta Europa (quella che oggi si definisce “Alternative right”). A Sofia con lui e la Le Pen c’erano Gerolf Annemans, presidente del partito di estrema destra fiammingo Vlaams Belang, il leader del partito bulgaro Volya (Volontà), Vesselin Mareshki (che a marzo ha proposto l’organizzazione di un referendum sull’uscita della Bulgaria dalla Nato) e Tornio Okamura, uomo d’affari ceco di origine giapponese, artefice dell’exploit del Spd, partito di destra xenofobo e anti europeista, alle ultime elezioni in Cecoslovacchia. Con Borchia tutti gli aspiranti alleati del fronte sovranista, detto anche identitario. Ma mentre Fontana e Salvini tengono i rapporti con gli alleati ormai sdoganati, lui si occupa di sigle meno più estreme, dall’Ekre in Estonia a Nea Dexia in Grecia.

Il giro di iniziative organizzate dal neo coordinatore nei suoi primi mesi di attività è già una dichiarazione d’intenti. Si contano due iniziative ufficiali in Russia: una cena costitutiva della sezione russa e un’altra cena a Mosca, in occasione della visita di Matteo Salvini. Qualche giorno dopo i giovani della sezione russa di Lega nel Mondo hanno cenato con la Giovane Guardia, l’ala giovanile del partito di governo Russia Unita.

A ottobre, c’è stata la Giornata del Tesseramento a Praga. E due eventi in Gran Bretagna: l’inaugurazione della sezione Uk-Irlanda e una cena della sezione Uk. Uno dei due deputati del Carroccio eletti all’estero è Simone Billi (nella Circoscrizione europea), che è recentemente balzato agli onori della cronaca per aver chiesto proprio da Londra la chiusura di Comites e Cgie, gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. L’altro è Luis Roberto di San Martino-Lorenzato di Ivrea, eletto in Brasile, amico personale del neo presidente Bolsonaro (e legato come Billi a Giglielmo Picchi, che studia da ministro degli Esteri ombra). L’ultima iniziativa in ordine di tempo è stata in Venezuela.