Sequestro e violenze sul 15enne a Varese, arrestati 4 minori

Sono tutti in cella al Beccaria a Milano i quattro minorenni di Varese, alunni delle medie inferiori, che lo scorso 9 novembre hanno rinchiuso in un garage e torturato un 15enne che si era rifiutato di “consegnare” un suo amico che aveva con la gang un debito di qualche euro per droga. Le ordinanze nei confronti dei tre ragazzi sono state firmate dal gip del Tribunale dei minori su richiesta della Procura e sono state eseguite ieri. Un altro dei giovani era stato fermato il 20 novembre. La custodia in carcere è stata motivata dalla Procura con “un concreto pericolo di fuga”.

Per i quattro le accuse, oltre alla tortura, sono: sequestro di persona aggravato, lesioni personali aggravate e rapina aggravata. Le indagini condotte dalla Squadra mobile di Varese hanno accertato che il 15enne preso di mira “da pochi giorni è in grado di riferire quanto subito”: lo scorso 9 novembre fu avvicinato dai quattro coetanei davanti alla scuola media Anna Frank e portato in un box poco distante: lì il ragazzino, che si è rifiutato di dare indicazioni alla banda per rintracciare l’amico, è rimasto “rinchiuso per circa tre ore e mezzo (…) è stato sottoposto a percosse, minacce e sevizie”. Il tutto per appena 40 euro.

“Chimaera”, il batterio killer: migliaia di malati a rischio

“Quarantamila procedure di circolazione extracorporea in un anno. Quasi tutte compiute con lo stesso dispositivo – 218 installati negli ospedali italiani – che ha provocato l’infezione da batterio chimaera”, spiegano alti dirigenti del ministero della Salute. Intanto in Emilia oltre diecimila pazienti cardiochirurgici stanno per ricevere una lettera dalle autorità sanitarie in cui vengono avvertiti, in caso di febbre anomala, di contattare il medico di base.

Bastano questi dati per spiegare l’attenzione molto alta sul batterio che si annida nelle macchine per la circolazione extracorporea: “Finora gli eventi avversi”, cioè le morti, “sono stati 185 nel mondo, di cui 10 in Italia (8 in Veneto e 2 in Emilia Romagna)”, aggiungono al ministero. Ma le segnalazioni della presenza del batterio negli apparecchi aumentano: l’ultima agli Spedali Civili di Brescia. Il timore è che nelle prossime settimane i dati possano crescere esponenzialmente, perché tutte le Regioni sono state richiamate dal ministero a indagare nei propri database per vedere se vi siano casi sospetti. Finora poche hanno presentato i risultati, ma il ministero è pronto a sollecitarle per stringere i tempi.

Soltanto allora potremo sapere quante vittime ha fatto e rischia di fare il batterio. Decine di migliaia di persone potrebbero essere entrate in contatto con il chimaera: 40 mila l’anno dal 2011, quando il fenomeno venne per la prima volta segnalato: “Il guaio è che questo batterio si manifesta dopo un periodo che va da 17 mesi a cinque anni”, spiegano al ministero dove un gruppo di lavoro monitora la situazione.

L’opinione pubblica, però, è venuta a conoscenza della minaccia del chimaera soltanto pochi giorni fa. Il 2 novembre scorso, infatti, a Vicenza è morto il dottor Paolo Demo, 66 anni. Parliamo di un noto e stimato anestesista che nel 2016 era stato operato a cuore aperto per la sostituzione di una valvola aortica. Proprio nell’ospedale dove lavorava, il San Bortolo di Vicenza. Demo, purtroppo, in quell’occasione fu infettato dal batterio che nelle forme più gravi può essere mortale. Fu lui a scoprirlo e a raccogliere, nonostante il male che lo consumava, un dossier. Un pesante atto d’accusa che subito dopo la morte i suoi familiari hanno presentato alla Procura di Vicenza, che ha cominciato le indagini. E subito sono emersi altri casi su cui indagare: 8 decessi e 18 pazienti contagiati.

Ma è soltanto l’inizio. L’atto d’accusa di Demo ha smosso le acque: due casi sono stati registrati a Reggio Emilia. Si tratta di due pazienti che erano stati operati al cuore presso il Salus Hospital, una struttura dove ogni anno vengono effettuati circa duemila interventi. Ma l’inchiesta in Emilia non è terminata, ci sono almeno altri due casi sospetti.

Intanto ieri, durante un controllo di routine, il batterio chimaera è stato rinvenuto in due macchinari operatori dell’ospedale Civile di Brescia. Finora non risultano persone contaminate dal batterio. Ma il compito del ministero e delle autorità sanitarie è complesso. E va in due direzioni: uno, studiare le cartelle cliniche di pazienti che potrebbero essere stati contagiati negli anni scorsi dal chimaera. Due, verificare che il batterio non sia oggi annidato negli apparecchi degli ospedali.

Al ministero specificano che il batterio non è contagioso, quindi i malati non possono trasmetterlo alle persone con cui entrano in contatto. Il chimaera è pericoloso soprattutto per soggetti già debilitati. Resta, però, da valutare il rischio cui potrebbero essere esposti i medici in sala operatoria.

L’allarme era partito proprio dalla stessa società produttrice dell’apparecchiatura, la LivaNova, un colosso che ha quasi il monopolio nel settore. Tanto che la multinazionale ha spedito migliaia di lettere ai clienti dei suoi macchinari sparsi per il mondo: “Gentile cliente”, era scritto, “negli ultimi due anni LivaNova e la comunità cardiochirurgica hanno appreso molto su un rischio recentemente identificato per i pazienti operati a cuore aperto di contrarre infezioni da microbatteri non tubercolari”. Ma non si è mai ritenuto di ritirare i dispositivi dal mercato, preferendo chiedere agli ospedali una “sanificazione”. Una misura adeguata? Deanna Wilke, direttrice della Comunicazione della Liva Nova, risponde da Houston: “Il 3 T è un apparecchio necessario per realizzare con successo interventi di bypass cardiopolmonari. Ma non entra in contatto con il paziente e non è sterile. La sterilità dipende dall’ambiente. Abbiamo assistito i nostri clienti e fornito loro ogni possibile aggiornamento per prevenire l’infezione da chimaera che riguarda un paziente cardiochirurgico ogni 10mila”.

Alta velocità in ritardo, resa dei conti nelle Fs

Quello di ieri mattina è stato solo l’ennesimo incidente. Un treno Italo si è fermato per un guasto tra Milano e Roma e tutti i convogli ad Alta velocità che lo seguivano sono rimasti fermi in coda per un’ora. Ntv, la società che gestisce Italo, si è presa la colpa solo dei primi 26 minuti di ritardo scaricando il resto su malfunzionamenti della rete ferroviaria gestita da Fs attraverso la controllata Rfi. Ma tutti i frequentatori abituali dell’Alta velocità sanno ormai che i ritardi sono la regola. E lo sa anche l’amministratore delegato delle Fs Gianfranco Battisti. Negli ultimi due anni la puntualità dei supertreni è crollata: se prima arrivavano in orario nel 90 per cento dei casi, adesso solo il 50 per cento. Chi sale su una Freccia o su un Italo si becca il ritardo in un caso su due.

Battisti è partito all’attacco proprio contro la “sua” Rfi e il suo amministratore delegato Maurizio Gentile. Ieri mattina ha emesso una nota di insolita durezza con la quale, “preso atto della gravità della situazione, da lui ereditata, che la puntualità dei treni da molti mesi mostra forti problematiche e non evidenzia miglioramenti apprezzabili, ha chiesto al gestore dell’infrastruttura (Rfi) di convocare un tavolo permanente con le imprese ferroviarie”. Singolari sia la sottolineatura della “gravità della situazione”, sia la rivendicazione di averla “ereditata”. Battisti fa sapere che addebita la responsabilità del disastro al suo predecessore Renato Mazzoncini, colpevole, si deduce, di aver trascurato la manutenzione della rete ferroviaria per dedicare energie ad altre partite decisive come la fusione con l’Anas, l’acquisto delle ferrovie greche e lo sviluppo del trasporto su gomma, cioè dell’industria di sua provenienza.

Obiettivo del tavolo che Battisti ordina a Gentile di istituire “è di concordare o, se necessario, imporre, nel pieno rispetto della cornice regolatoria, le idonee misure per ripristinare nel più breve tempo possibile la puntualità ai migliori standard, almeno pari agli stessi livelli raggiunti negli anni precedenti”.

La preoccupazione di Battisti non riguarda solo la puntualità ma anche la sicurezza. Ai piani alti delle Fs circola un allarmante report secondo cui la rottura della rotaia che lo scorso gennaio ha provocato a Pioltello (Mi) un deragliamento con quattro morti, per il quale Gentile è indagato, è più la regola che l’eccezione. Dal 2016 a oggi ci sono stati 450 incidenti analoghi (deragliamenti, rotture dei giunti, rotture del binario) alla media di oltre 13 al mese. In diversi casi non c’è scappato il morto per puro caso. Per esempio nella stessa Pioltello, a luglio 2017, c’era già stato un deragliamento simile, per fortuna senza morti e feriti, che aveva gettato nel caos la circolazione ferroviaria della zona con circa 80 treni in ritardo. Nel settembre scorso, vicino ad Arcore, in Brianza, solo casualmente un treno procedeva “a vista” e un macchinista di Trenord ha potuto vedere in tempo la rottura del binario e bloccare il treno in tempo senza rischiare il deragliamento.

Il “Black Friday” della sanità: 120 mila medici in sciopero

Sale operatorie e corsie semideserte, ieri, negli ospedali pubblici per il ‘Black Friday della sanità’. “Le notizie dalle regioni parlano di una partecipazione allo sciopero dei medici ben maggiore rispetto alle aspettative, pari a 80-90% del personale. Bisogna tornare anni indietro per trovare la stessa adesione a una mobilitazione”, spiegava in mattinata in conferenza stampa Carlo Palermo, segretario generale del sindacato Anaao Assomed. La mobilitazione, alla fine, ha interessato complessivamente 120 mila medici e dirigenti del Sistema sanitario nazionale per il contratto, la scarsezza degli investimenti e la carenza di organici. La ministra della Salute, Giulia Grillo, ha incontrato a Roma una delegazione della categoria, assicurando un impegno sul rinnovo del contratto nazionale. Siamo tutti dalla stessa parte!”, ha sottolineato Grillo, “il governo lavora per risolvere problemi antichi”. Le modifiche normative richieste dai medici Ssn sul rinnovo del contratto nazionale, fermo da dieci anni, potrebbero quindi già rientrare nella legge di Bilancio.

Landini parla per la Cgil: “Governo irresponsabile”

Maurizio Landini studia da segretario della Cgil e attacca il governo: “È da irresponsabili farsi sanzionare dall’Europa per qualche voto in più” è il giudizio secco espresso ieri, a conclusione del congresso regionale del Lazio, e riferito allo scontro con la Ue. Un giudizio finora non espresso con tanta nettezza, pur ribadendo come la Cgil sia comunque contraria al pareggio di bilancio in Costituzione o al Fiscal compact. Ma il governo, nella sua disputa con la Commissione, non convince perché “i parametri si possono forzare ma solo se metti al centro il lavoro e gli investimenti”. Che, spiega, al momento non si vedono.

L’ex segretario della Fiom punta il dito anche sulle relazioni con il sindacato: “Qui non siamo convocati nemmeno ‘dalle 8 alle 8, cogli l’attimo’”, dice citando la Tv delle ragazze. Il sindacato non è minimamente tenuto in considerazione dal governo “perché il suo raggio d’azione si svolge tutto all’interno del contratto di governo e chi è fuori non conta nulla”. Giudizi più duri rispetto a quando trattava sull’Ilva ed elogiava il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio.

Landini si fa ora portavoce di uno stato d’animo dell’intera Cgil che soffre l’azione del governo e soffre anche l’assenza di una sponda politica. Stato d’animo visibile ieri al Centro congressi Frentani dove si è chiuso un congresso regionale il cui segretario, Michele Azzola, si è schierato contro la candidatura di Landini e quindi in un ambiente “ostile” a differenza del congresso della Toscana che, sempre ieri, ha visto la segretaria generale appoggiarlo.

Landini ha trovato una sala colma, con voci e volti poco noti ma che rappresentano una realtà più vivace di quella che appare. Il segretario della Fp pubblica, della Filcams, della Fillea, quarantenni che hanno espresso le enormi difficoltà del sindacato a Roma ma anche la voglia di avere una confederazione più presente e una Cgil che si incarichi, nel vuoto della politica, di “contrastare la deriva che subisce il Paese”.

La Cgil che va a congresso è senz’altro stanca e vive il clima di rassegnazione a sinistra. Ne è prova lo scarto molto forte tra gli iscritti e i partecipanti al voto (non esistono cifre ufficiali, ma il dato è stato sottolineato dallo stesso Landini). Però negli interventi dei delegati si coglie la volontà di coprire il vuoto, sul piano sociale e sindacale, e di fare una battaglia più generale. A Roma, ad esempio, dove non sono mancate critiche nette alla giunta Raggi, ma anche all’amministrazione Zingaretti, la Cgil organizza per il 1 dicembre la manifestazione “Roma non sta a guardare” contro le disuguaglianze e “ogni forma di razzismo”.

A questa platea Landini ha saputo parlare con efficacia, soprattutto rivendicando una battaglia forte contro il sistema degli appalti e contro la frammentazione del lavoro che, in una città come Roma, è più che diffusa: “Pensate se in posti come l’aeroporto di Fiumicino o il Policlinico, dove esiste una miriade di contratti diversi, i lavoratori eleggessero rappresentanze unitarie”.

Ma a quella platea ha parlato anche il linguaggio dell’unità interna: “Se ci dividessimo ora faremmo un capolavoro”, ha detto riferendosi allo scontro interno con quella parte che lo ha contrastato. Dicendosi “emozionato” per l’incarico che gli è stato prospettato, però, Landini dichiara di volersi fare carico di tutta la Cgil, ad esempio insistendo sull’unità con Cisl e Uil.

Ieri è sembrato aver convinto molti anche se una certa diffidenza è rimasta visibile. Ad esempio nel Sindacato dei pensionati dove Ivan Pedretti, il segretario generale, seduto in prima fila non ha applaudito alcun passaggio dell’intervento di Landini. Ma chi lo conosce dice che essere presente è stato comunque un segnale di attenzione.

I droni (e Leonardo) abbattono la Piaggio Aero

C’è il mancato sblocco di una commessa da 766 milioni per il drone P2hh, sottoscritta da Gentiloni, tra le cause della decisione di giovedì, da parte di Piaggio Aerospace (azienda ligure dei velivoli militari in mano al governo degli Emirati Arabi Uniti) di chiedere l’amministrazione straordinaria. L’altra è il mancato intervento della società pubblica Leonardo nell’azionariato. In mezzo, la sorte di 1.200 dipendenti degli stabilimenti del savonese. Il Ministero dello Sviluppo economico ha convocato un tavolo per venerdì 7 dicembre.

L’azienda ha le casse svuotate, perdite per oltre 400 milioni di euro e Abu Dhabi, azionista unico, si aspettava un segnale forte della politica italiana, ovvero la conferma della commessa da 766 milioni di euro per 12 droni messa nero su bianco dal passato governo, con l’allora ministro della Difesa Roberta Pinotti. Il problema è che sul progetto P2hh ci sono molte perplessità e manca il parere parlamentare per il via libera. Il progetto del nuovo velivolo, inoltre, è ancora tutto da sviluppare e si sovrappone in termini temporali a un progetto europeo, l’Euro-Male, al quale partecipa anche l’Italia. “Ci sono alcune problematiche aziendali per le quali non abbiamo avuto risposte”, spiega Luca Frusone, deputato del M5S, relatore in commissione Difesa del parere sul programma. Il P1hh, su cui si basa il P2, in pratica non esiste. Il prototipo è precipitato in mare durante le prove e gli Emirati hanno lasciato cadere una ipotizzata commessa per otto P1. Di sicuro la Mubadala – così si chiama la società emiratina che controlla al 100% Piaggio Aero – puntava molto sul via libera alla commessa del P2hh per rilanciare l’azienda.

Martedì pomeriggio c’è stato un incontro al ministero dello Sviluppo economico con il sottosegretario Davide Crippa e il vice-capo di Gabinetto, Giorgio Sorial: i due hanno ribadito la “strategicità” dell’azienda, ma non hanno garantito sull’ordinativo dei droni. Tuttavia ai sindacati è stato assicurato che erano in corso “interlocuzioni dell’azienda” con il premier Giuseppe Conte. Mercoledì, però, le commissioni Difesa hanno continuato a non dare certezze sul semaforo verde alla commessa. Questo stallo ha portato il consiglio di amministrazione di Piaggio Aerospace a chiedere, giovedì, l’amministrazione straordinaria.

Questo vuol dire che il governo dovrà nominare dei commissari e questi dovranno entro sei mesi presentare un piano di ristrutturazione.

A ogni modo, l’acquisto dei droni non sarebbe bastato a garantire il rilancio dell’azienda. La Mubadala voleva anche l’ingresso di Leonardo nell’azionariato. La società – che il ministero dell’Economia come socio principale – vanta un credito da 115 milioni verso Piaggio Aerospace. Un’idea era quella di trasformarlo in capitale. Nelle scorse settimane il gruppo ha valutato l’acquisizione del 50% di quote dagli emiratini, ma poi la cosa non si è concretizzata. Anche questa fumata nera – non si sa se definitiva – ha contribuito alla richiesta di amministrazione straordinaria. Ora sia il presidente Conte sia il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio hanno detto di seguire con attenzione la vicenda ma non si sbilanciano sulle possibili soluzioni. I sindacati provano disperatamente a suggerirne una: “L’azienda – dice Antonio Apa della Uilm – ha già sviluppato e costruito il drone P1hh. Il governo annulli la commessa del P2hh e acquisti quelli già progettati per dare continuità occupazionale”. “Abbiamo proclamato uno sciopero di otto ore per lunedì – spiega Andrea Pasa della Fiom – e incontreremo il Prefetto”.

Samsung si scusa e risarcisce gli operai ammalati di cancro

Uno scandalo emerso più di dieci anni fa, 320 persone ammalate di cancro, di queste 118 morte con inevitabili sofferenze e contraccolpi familiari. Samsung china il capo e si scusa formalmente con il personale impiegato nelle sue fabbriche in Corea del Sud e con i familiari degli operai morti. Le dichiarazioni fanno parte di un accordo raggiunto fra l’azienda e i rappresentanti dei lavoratori ammalatisi mentre erano impiegati nelle linee di produzione di chip e di display, a causa dell’esposizione ai componenti chimici utilizzati nella produzione. Il pagamento di un risarcimento da parte di Samsung mette fine a oltre un decennio di contenziosi. “Offriamo le nostre sincere scuse”, ha dichiarato il presidente e ceo Kim Ki-nam, durante una conferenza stampa a Seoul, alla quale hanno partecipato anche attivisti e parenti dei lavoratori. Nell’accordo, Samsung ammette di non aver garantito standard di sicurezza all’altezza ma non che l’ambiente di lavoro sia stato la causa diretta delle malattie. L’azienda non è riuscita a “gestire in maniera piena e completa i potenziali rischi per la salute” di cui hanno sofferto diversi dipendenti nell’ultimo decennio.

Stampa, che passione. Ma soldi e affari sono in Lussemburgo

Ogni volta che partono le rotative dei suoi giornali che siano Libero, Il Tempo o le testate dei locali Corrieri di Lazio e Abruzzo, Giampaolo Angelucci, l’erede dell’impero della sanità privata fondata dal padre, il deputato di Forza Italia da tre legislature Antonio Angelucci, segna rosso sulla sua agenda personale. Ogni euro che ricava dalla vendita delle sue testate produce immancabilmente solo perdite per la Tosinvest, la finanziaria di famiglia. Libero, la testata più importante posseduta al 60% dalla Fondazione San Raffaele che fa capo alla famiglia e al 40% dalla stessa Tosinvest, ha cumulato perdite per oltre 6 milioni solo negli ultimi 3 anni. Senza l’aiuto dei contributi pubblici che drogano i ricavi per oltre 3 milioni l’anno, il buco salirebbe a 15 milioni nel triennio. Il Tempo comprato nel 2016 per 12,5 milioni ha perso l’anno scorso più di un milione di euro su soli 4,7 milioni di ricavi. La catena dei Corrieri del Centro Italia ha chiuso in rosso per 1,7 milioni su 6,5 milioni di incassi.

Un bagno di sangue costante con le testate svalutate ogni anno che passa: Libero è stato svalutato per 4,6 milioni sui 12,4 dell’anno prima. Il Tempo appena comprato è già stato svalutato per 1,7 milioni. E il gruppo del Corriere srl vale a bilancio 850 mila euro dopo un taglio secco di valore per 6,8 milioni. Senza contare i debiti: Il Tempo ne ha per 11 milioni su un patrimonio netto di soli 700 mila euro; Il Corriere srl per 12 milioni, il doppio dei ricavi; Libero per 22 milioni su un capitale di poche migliaia di euro. Che l’editoria sia una passione malsana per gli Angelucci lo dicono le nude cifre. Ma tanta pervicacia – come l’acquisto solo due anni fa del disastrato Il Tempo e il tentativo di comprarsi anche Panorama, sfilato agli Angelucci proprio da un loro ex direttore, quel Maurizio Belpietro che licenziato in tronco da Libero ha fatto causa vincendola di recente con un dazio per gli Angelucci di oltre 3 milioni da pagare – dice che i giornali pesano. Pesano per fare altri affari. Già perché i soldi, quelli veri, da sempre la famiglia romana li fa (o meglio li faceva) con le cliniche private attraverso la San Raffaele Spa. Ventidue strutture, soprattutto residenze per gli anziani tra Roma e il centro Italia, con 2.600 posti letto. Ovviamente convenzionati con il Sistema sanitario nazionale. È la fortuna costruita dal capostipite Antonio, il deputato tra i più ricchi e più assenteisti della Camera. Un piccolo impero che ora soffre. La San Raffaele ha perso, nel 2016, 23 milioni su 118 di ricavi. Il cuore è nel Centro Italia, ma la testa è in Lussemburgo. Le cliniche sono possedute infatti al 98% dalla holding lussemburghese Three Sa e per poco più dell’1% dalla Tosinvest. Gli Angelucci fanno affari in Italia, ma i soldi finiscono nel Granducato. Non solo la San Raffaele è controllata da lì, ma anche il gruppo Tosinvest ha la cabina di regia nel Paese dalla fiscalità agevolata. La Three sa controlla il 93,6% della Tosinvest; l’altro 6,3% è di un’altra scatola lussemburghese la Spa di Lantigos. Non finisce qui perché a sua volta la Lantigos controlla la stessa Three.

Un ginepraio. Le due scatole lussemburghesi sono dovute intervenire di recente per assicurare finanza al gruppo Tosinvest in crisi. Lantigos ha convertito un credito di 45 milioni in versamento in capitale nella Tosinvest, che ha chiuso gli ultimi tre anni con perdite per oltre 8 milioni. C’era bisogno di rafforzare il capitale delle attività italiane che hanno 100 milioni di debiti finanziari netti da pagare. Non solo. Sono state fuse nella Tosinvest le attività immobiliari (l’altra vera ricchezza della famiglia) della Tosinvest real estate che hanno apportato cespiti per oltre 160 milioni. Oltre alla sanità privata, all’immobiliare, ai giornali zoppicanti, gli Angelucci lavorano nel facility management (gestione servizi e manutenzioni immobiliari). E con la loro Natuna hanno vinto di recente la gara per l’appalto al Senato, gara svoltasi fuori dai bandi Consip. L’editoria è il braccio debole della galassia, ma è sull’editoria che gli Angelucci corrono sempre sul filo del rasoio della legalità. C’è un contenzioso aperto con l’amministrazione finanziaria sull’ex testata Il Riformista. Secondo il fisco nelle operazioni di valorizzazione e successive svalutazioni, fino alla cessione, gli Angelucci avrebbero realizzato un indebito vantaggio fiscale deducendo impropriamente una minusvalenza di 13 milioni risparmiando sulle tasse.

Ma il clou delle appropriazioni indebite, o meglio delle truffe, è la vicenda Libero. La proprietà è degli Angelucci che in virtù dell’affitto della testata all’Editoriale Libero srl (controllata al 60% dalla Fondazione San Raffaele degli Angelucci e dal 2014 per il 40% dalla stessa Tosinvest) prendevano da sempre i contributi pubblici per l’editoria. L’Agcom e poi il Consiglio di Stato hanno deliberato che la testata avrebbe usufruito in modo illecito di 35 milioni di contributi pubblici dal 2006 al 2010. Soldi che vanno restituiti alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Ebbene lo schermo è caduto. A fare da manleva alla restituzione del maltolto ecco comparire la holding lussemburghese Spa di Lantigos, il forziere degli Angelucci all’estero. È Lantigos che si è impegnata a pagare a rate per 10 anni il rimborso. Ma mentre gli Angelucci stanno restituendo i contributi illeciti, anche quest’anno l’editoriale Libero ha ottenuto i suoi 3 milioni di aiuto pubblico. Una farsa: se la famiglia deve restituire decine di milioni allo Stato perché non bloccare i nuovi contributi nel frattempo? Una storia che sa di beffa. Come di beffa ha il sapore del rientro in campo di Denis Verdini. L’ex plenipotenziario di Berlusconi in Parlamento, di recente condannato a 6 anni per il crac del Credito cooperativo fiorentino, è stato ingaggiato dagli Angelucci per supervisionare i suoi giornali come presidente delle società che editano Il Tempo e i Corrieri locali. Sua la firma sugli ultimi bilanci. Chissà se, viste le perdite, il capitale ridotto all’osso e i debiti imponenti, non si senta anche qui odore di crac.

Moody’s: “Lo spread è alto per lo scontro con la Ue”

La verità, com’è noto, si nasconde dove può e dunque non è strano nemmeno ritrovarla in un report di Moody’s destinato agli investitori: lo scontro con l’Ue “manterrà probabilmente alti e volatili i costi di finanziamento per l’Italia e pone ulteriori rischi al ribasso per l’economia” che “ha già iniziato a rallentare nei primi nove mesi dell’anno”. Insomma, “la continua incertezza abbinata a tassi di interesse relativamente alti potrebbe deprimere ulteriormente la crescita nel quarto trimestre e nel 2019”.

In sostanza il rapporto, firmato dalla senior vice president dell’agenzia di rating Kathrin Muehlbronner, ribadisce un’ovvietà che non pare così tenuta da conto nel dibattito italiano: lo spread è alto per lo scontro politico con Bruxelles più che per i fondamentali dell’economia italiana o la semplice scelta di alzare il deficit di qualche decimale. Peraltro, scrive Muehlbronner, “non ci aspettiamo una crisi di finanziamento per il governo italiano, notiamo che gli investitori stranieri sono stati prevalentemente venditori di asset italiani negli ultimi mesi, un trend che ci aspettiamo continui” e, dunque, “gli investitori retail italiani giocheranno probabilmente un ruolo più importante nel fornire finanziamenti al governo” (i detentori esteri sono calati di tre punti nel secondo trimestre e oggi posseggono il 24% dei nostri titoli).

In questo senso, l’asta dei Btp chiusa assai male giovedì non è un bel segnale per l’esecutivo, come pure non paiono rosee le prospettive dell’economia italiana in generale: molti indicatori sono negativi e “i prestiti bancari alle famiglie e alle imprese sono diventati negativi negli ultimi mesi e un ulteriore irrigidimento delle condizioni di credito indebolirebbe ancora l’economia”: insomma, per Moody’s ci sono “significativi rischi” che le sue previsioni di crescita (l’1% quest’anno, l’1,3% nel 2019) debbano essere rivisti al ribasso.

L’andamento dello spread, anche ieri sopra i 300 punti rispetto ai bund tedeschi, per ora dà ragione all’analisi di Moody’s. Tornano d’attualità, dunque, i numeri di Banca d’Italia – già anticipati in audizione alle Camere e ieri dettagliati nel Rapporto sulla stabilità finanziaria – sul costo per i conti pubblici dell’aumento del differenziale. Finora l’incremento dei tassi all’emissione ha determinato “negli ultimi sei mesi un’espansione della spesa per interessi di quasi 1,5 miliardi rispetto a quella che si sarebbe avuta con i tassi che i mercati si aspettavano in aprile; costerebbe oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020 se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. Un rialzo pronunciato e persistente dei rendimenti, a parità di tassi di crescita nominale dell’economia, aumenta il rischio che la dinamica del debito si collochi su una traiettoria crescente”. Secondo Bankitalia, infatti, il maggior costo del debito “rischia di vanificare l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio” e quindi di non riuscire a stabilizzare il rapporto debito/Pil.

La vita difficile della sinistra che non tifa per i mercati

Ormai, dove una volta c’era pure un po’ di politica, è tutta narrazione e, se possibile, semplificata. In questi mesi abbiamo “populisti vs Europa”, declinata sentimentalmente a seconda della squadra per cui si tifa. Sui temi economici, la versione di chi sta all’opposizione e dei grandi media è: “I populisti ci porteranno a sbattere contro il buon padre di famiglia abbassa il debito”.

Racconto bambinesco che ha, pubblico a parte, soprattutto una vittima: quei pezzi di sinistra che non vogliono scegliere se tifare Salvini o Spread. Sulla legge di Bilancio di Giovanni Tria, ad esempio, le posizioni sono più sfumate di quelle che Carlo Cottarelli dispensa su Raiuno in quota progressismo tecnico. Persino nel Pd. È il caso di Francesco Boccia, già “lettiano” e oggi candidato segretario: “A parte che i governi non si cacciano con lo spread, ho letto che il Pd ha presentato un’altra contromanovra proponendo, con Marattin, di abbassare il deficit. Solo che se la ricetta è questa ricordo che è quel che abbiamo fatto finora e il debito è aumentato”. In sostanza, dice l’ex presidente della commissione Bilancio, “il problema non è il deficit, ma la sua composizione: le maggiori spese andrebbero concentrate in investimenti e abbassamento delle tasse sul lavoro. Su questo il Pd dovrebbe fare la sua battaglia, proponendo al governo un patto anti-spread per mettere Bruxelles con le spalle al muro. Certo questi pasticcioni gialloverdi sono troppo deboli per accettare”. E come si sta, invece, in un partito che all’ingrosso tifa per Juncker e la clava dei mercati sull’Italia? “È dura. C’è la solitudine di chi deve dire che la Commissione Ue sta sbagliando e farlo nel congresso di un partito che ormai è quasi solo apparato e in cui, dunque, la fedeltà alla cordata viene prima di tutto. Dopo un po’ sentirsi dire nei corridoi ‘hai ragione ma non posso dirlo’ diventa stancante”.

Anche Stefano Fassina, deputato di quel che resta di LeU, conosce la sensazione: “Persino le forze politiche che dovrebbero avere come scopo la tutela del lavoro continuano ad essere schiacciate sulle logiche liberiste”. E poi ci sono i media: “Sono gran parte della difficoltà di far emergere un’altra posizione perché vogliono raccontare un mondo in cui non c’è alternativa: o si fa come prima o si va a sbattere. Il Corriere della Sera l’ha scritto persino in un editoriale”. E infine c’è il governo, “che facendo cazzate aiuta quelli che tifano spread e finisce per confermare la narrazione secondo cui non c’è alternativa”.

La tesi sulla manovra è: “Forzare il Fiscal Compact è necessario. Tuttavia, forzare non implica mani libere. Il governo, date le condizioni della nostra finanza pubblica, non può permettersi di andare avanti come nulla fosse”. La proposta, in sostanza, è spostare buona parte della maggiore spesa prevista “su investimenti pubblici in piccole opere”, quelli che si fanno prima e incidono di più sul Pil.

Un paradosso poco notato è che solo formazioni di sinistra (Die Linke, France insoumise) si sono schierati con la scelta italiana sul deficit, mentre gli alleati di Salvini in Austria o Ungheria chiedono punizioni esemplari: “Non mi stupisce e questo sarà ancor più evidente dopo le Europee: la candidatura di Weber a capo della Commissione consolida il sistema di potere e interessi dell’ultimo trentennio. Il Ppe, dopo aver spolpato i socialisti, farà l’accordo coi nazionalisti per lo status quo. Un accordo a perdere per l’Italia”.

Anche fuori dal Parlamento c’è chi da sinistra si oppone tanto al governo che alla “ penosissima sinistra dello spread”. Giorgio Cremaschi, ex sindacalista Fiom e oggi dirigente di Potere al Popolo: “La Ue e i suoi fanatici rivendicano tutto l’impianto delle politiche di austerità, che in Grecia hanno distrutto il paese e in Italia, oltre ai danni sociali che viviamo, hanno fatto crescere enormemente il debito pubblico”, ha scritto su MicroMega. La manovra, dunque, è da bocciare perché fa poco (finto reddito di cittadinanza, impianto della Fornero confermato) e perché è già pronta per la retromarcia: “Ora il governo risponde alle accuse Ue con le privatizzazioni, cioè al liberismo con più liberismo”.