La stampante magica di Giggino

È un uomodel fare, Luigi Di Maio, ormai Giggino nella fantasmagoria politica. È un uomo del fare e ha pure un po’ la tendenza alla frase roboante. Questo benedetto reddito di cittadinanza, per dire, ancora non esiste neanche come disegno di legge, però – ci assicurava Giggino giovedì sera a Piazza Pulita – sarà “il più grande investimento sul capitale umano”. I dettagli ce li dirà in seguito (“a breve”), però già sappiamo alcune cose tipo che il beneficiario non potrà avere anche lavori in nero e per la buona ragione che “non avrà il tempo: queste persone saranno impegnate per tutta la giornata”. Impegnati loro, impegnato pure lui, il ministro a 5 Stelle per eccellenza: “Ho già dato mandato di stampare le prime cinque o sei milioni di tessere elettroniche”. Così gli ha detto al tipografo: fammene cinque o sei milioni, vedi tu, come ti viene. Ora più d’uno ha correttamente notato che non essendoci legge o decreto in proposito, il mandato politico-amministrativo per ordinare cinque o sei milioni di unità di qualunque cosa è – come dire – incerto e questo comportamento, laddove l’ordine fosse davvero partito, rischia di integrare una serie di reati riguardo alla cosa pubblica. Ci sentiamo, quindi, di consigliare a Di Maio, ministro del fare, le virtù della moderazione: diventi ministro del fare (e dire) meno.

Insulti, aguzzini e pensionati: i giorni folli della Spazzacorrotti

Il Parlamento italiano è quel luogo meraviglioso dove un deputato può sfidare a duello il presidente del Consiglio, dove gli eletti di Forza Italia si vantano della difesa della Costituzione e dove praticamente chiunque può lasciare traccia della sua luminosa intelligenza. Tra emendamenti Vitiello e crisi di nervi gialloverdi, ecco alcuni momenti grotteschi delle tre giornate di dibattito sul decreto “Spazzacorrotti”.

Ma dici a me?

Emanuele Fiano (Pd) sbotta: “Si riferiva a me, presidente Conte? Ho visto che mi faceva un gesto… Si è rivolto a me facendo un gesto. Se fosse così cortese da sapere se vuole indicarmi che ci vedremo fuori, gliene sarei grato. Comunque, non ho timore, presidente Conte”.

Enrico Borghi (Pd) urla: “Guarda i banchi del governo, guarda i banchi del governo! Guarda il sottosegretario!”.

Roberto Fico (presidente d’aula): “Deputato Borghi! Deputato Fiano, continuiamo in tranquillità”.

Fiano: “Io sono tranquillissimo. Credo che, tra i suoi compiti, ci sia anche quello di indicare al governo che ai deputati della Repubblica non ci si rivolge così…

Il premier Conte, a gesti: “Ma che sta dicendo?”

Guido Crosetto (FdI, un uomo alto due metri e largo quasi altrettanto): “Presidente, io non aspetterò fuori nessuno e spero che nessuno mi aspetti fuori”.

Fico: “Meno male”.

Simpatici contrappassi

“Onestà! Onestà! Onestà!” (Forza Italia in coro dopo l’approvazione dell’emendamento sul peculato)

Pausa pranzo

Ettore Rosato (presidente d’aula): “Collega Donzelli, sta comodo o vuole una Coca-cola?”

Rieducazione siberiana

Pierantonio Zanettin (FI): “Il condannato, a distanza di molti anni dal reato, è ormai un soggetto del tutto diverso. Che senso ha allora rieducarlo? Probabilmente si è già rieducato da solo”.

Declinazioni

Francesco Paolo Sisto (FI): “È come dire che ‘ho andato’ è meglio di ‘sono andato’. Noi stiamo votando un ‘ho andato’ giuridico”.

Ipocondrie

Valentina Corneli (M5S): “Abbiamo sicuramente un processo malato, e siccome questo processo è malato da una malattia cronica, che è la lentezza, noi gli somministriamo un farmaco d’urgenza, che è la prescrizione, che però ha degli effetti collaterali gravissimi, perché, da un lato, produce negazione di giustizia, dall’altro lato, produce un ulteriore effetto patogeno, che è quello di disincentivare riti alternativi”.

Federico Conte (LeU): “Presidente, dopo che ho sentito parlare della farmacopea della prescrizione in quest’aula, evidentemente qualcosa mi sfugge”.

Francesismi

Vittorio Sgarbi (FI): “Questa legge è semplicemente una vergogna contro la politica e contro il Parlamento, voluta da aguzzini criminali! Voglio che rimanga. La politica muore con questa legge del cazzo”.

Embrioni

Rosato (presidente d’aula): “Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, il deputato Del Basso De Caro. Ne ha facoltà”.

Umberto del Basso De Caro (Pd): “Presidente, io ho soltanto sessanta secondi e non riesco a esprimere neanche un embrione di ragionamento”.

Priorità

Crosetto (FdI): “Scusi, presidente, noi abbiamo votato di passare a un altro provvedimento. Tra l’altro, è un provvedimento di sostanziale importanza, perché è quello di Baldelli (Forza Italia) sulle soste auto, una cosa di altissimo livello. Per cui la invito a passare alla modifica all’articolo 12 del Codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, come da programma della Camera. Abbiamo differito l’altro, passiamo al Codice della strada sulle richieste assurde di Baldelli”.

L’estro di Fatuzzo

Carlo Fatuzzo (FI): “Viva i pensionati, pensionati all’attacco!”.

L’estro di Fatuzzo/2

“Signor presidente, sono molto preoccupato, perché nel Partito Pensionati l’iscrizione, primo, è gratuita, secondo, vige il silenzio assenso. Quindi, io ho venti milioni di iscritti e quanto tempo impiegherò a copiare cognome, nome, luogo e data di nascita e residenza? La ringrazio”.

Spadafora contro Salvini: “Sulla foto delle ragazze sbaglia”

“Non ho problemi a dire che secondo me Salvini sbaglia a pubblicare quella foto. Ma lui non si fa dire le cose né da me, né da nessuno”. Risponde così Vincenzo Spadafora, parlamentare del M5S e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, ad Agorà su Rai3, parlando della decisione del ministro dell’Interno di tenere sui suoi profili social la foto delle ragazze del collettivo dell’Erasmo di Sesto San Giovanni che lo contestavano. “Quello che mi preoccupa – ha aggiunto Spadafora – è l’escalation che c’è nel nostro Paese, di cui a volte siamo anche noi non solo i protagonisti, ma quelli che istigano un clima che non fa bene a nessuno. Soprattutto noi che abbiamo responsabilità di governo, dovremmo fare grande attenzione alle cose che diciamo, alle foto che utilizziamo o a quello che scriviamo”. Una battuta anche sulla Lega: “Non sappiamo quanto durerà il governo, ma quando si ritornerà a votare saremo certamente su due parti separate. Le nostre sensibilità sono assolutamente distinte, io stesso non potrei stare in questo governo se pensassi che la nostra politica è quella della Lega, soprattutto sui diritti civili”.

A Corleone grosso guaio per Di Maio: via il candidato M5S

Chiede scusa al caseificio che avrebbe dovuto visitare ieri sera a Corleone, Luigi Di Maio, perché quella pubblicata da Repubblica una bufala non è: davvero Maurizio Pascucci, candidato sindaco del M5S nella città simbolo di Cosa Nostra, s’è fatto fotografare con Salvatore Provenzano, marito della nipote di Zu’ Binnu. E davvero, tra i punti distintivi della sua campagna elettorale, c’è quello di “riaprire il dialogo con i familiari dei mafiosi”. Non chiede di “rinnegare” i padri, il grillino aspirante guida della comunità. Si accontenta che “prendano le distanze”.

Anche a Corleone il ritorno alle urne dopo lo scioglimento per mafia, domani, doveva essere all’insegna del cambiamento. Ma è cominciato, per così dire, col piede sbagliato: via il simbolo a qualunque eletto della lista Pascucci. E per lui, espulsione certa.

Di Maio era andato sul sicuro: Pascucci è di Cecina, Livorno, nulla a che vedere con Palermo e dintorni. Fa parte della fondazione Caponnetto, arriva dall’Arci, da Libera. Ed è assistente parlamentare del senatore Mario Giarrusso, capogruppo M5S in commissione Antimafia.

Così, per ieri sera, era annunciato l’arrivo del vicepremier nella fossa dei leoni. Ma due ore dopo essere arrivato a Palermo, il capo politico del Movimento si piazza il telefonino in faccia e registra dall’auto un video in cui raggela: “Io oggi non andrò a Corleone”. Spiega di essere “sicuro” che Pascucci sia “in buona fede”, ma non può negare che il messaggio sia “pericolosissimo”: “Non posso correre il rischio – dice Di Maio – che stasera lo Stato vada lì dopo che c’è stato un appello al dialogo con le famiglie dei mafiosi. Noi i voti della mafia non li vogliamo e ci fanno schifo”.

Il discorso è tanto rabbuiato quanto chiaro. Eppure intorno va tutto a rotoli. Il deputato Giuseppe Chiazzese, con cui Pascucci avrebbe concordato lo scatto insieme a Provenzano, dice che la corsa “va avanti” e che il ritiro del candidato non è in discussione. Chiede “scusa” Pascucci, ma Di Maio nemmeno lo chiama per annunciare il forfait. E lui ieri sera era lì, a Corleone, come se nulla fosse. La piazza è piena.

I Provenzano non la prendono bene. C’è Angelo, il figlio di Bernardo, che ancora non si capacita: “Priebke ha ucciso 350 persone ed è morto ai domiciliari, perché mio padre è rimasto al 41-bis fino alla fine dei suoi giorni?”. Poi butta giù la sentenza: “Io domenica non voto”. La moglie di Salvatore Provenzano, la nipote di Zu Binnu, lo segue a ruota: “Noi siamo gente per bene. Ogni mattina ci alziamo alle cinque per venire ad aprire il bar. Non ho proprio niente da dire a Di Maio, ognuno è libero di fare ciò che vuole. E se non vuole i nostri voti, pazienza”. Poi aggiunge: “La foto mica l’abbiamo voluta noi, l’ha voluta fare lui con quelli del suo staff”.

Stando ai racconti degli attivisti locali, lo scatto sarebbe stato un gesto riparatore: Pascucci, in passato, aveva incautamente suggerito ai ragazzi che fanno volontariato nei campi di Libera di non frequentare quel bar, gestito proprio dai famigliari del boss. Era sembrata una “antimafia giustizialista”, perfino gratuita, e allora – racconta adesso il deputato Chiazzese – “siamo andati in quel bar proprio per dimostrare che noi siamo inclusivi, per prenderci il caffè… quel signore si è dissociato dal boss, prendendone le distanze: noi non li vogliamo i voti dei mafiosi e nessuno ha dubbi sull’antimafia di Pascucci”.

A Roma però la pensano diversamente. Interviene Piera Aiello, la testimone di giustizia che i 5Stelle hanno portato in Parlamento. Mario Giarrusso lo licenzia via agenzie: “Non può più fare il mio assistente”. Nicola Morra dice che non si può accettare “nessuna ambiguità”. Eppure, direbbe Pascucci, quella della foto era “una scelta precisa”. A margine, mandava “un grande abbraccio a Salvatore Provenzano e allo staff dello York Bar”.

Cronisti precari? Meglio il dibattito Pd

Il vicepremier Di Maio convoca Ordine e sindacato dei giornalisti per un tavolo di confronto sull’equo compenso e sul precariato, loro rifiutano. Con garbo ma neanche troppo: “Prima dovete chiederci scusa per gli insulti”, la motivazione ufficiale fornita al governo. I vertici della stampa italiana non andranno la settimana prossima al ministero dello Sviluppo economico. Anche perché quel giorno il segretario della Federazione, Raffaele Lorusso, e il presidente dell’Ordine, Carlo Verna, saranno già impegnati altrove: a Bruxelles, a parlare di libertà di stampa. In un convegno organizzato al parlamento europeo dal Partito democratico.

Tra M5S e giornalisti non è mai stato amore.

Stavolta Di Maio sperava di seppellire l’ascia di guerra per discutere della famosa legge sull’equo compenso e più in generale del problema del precariato che affligge la categoria.

Ma la risposta dei diretti interessati è stata gelida: “Nel ringraziare il ministro per l’invito, il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, e il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, gli hanno fatto presente che un confronto costruttivo fra il governo e gli enti dei giornalisti non può prescindere da un preventivo atto di pubblica ammenda degli insulti rivolti alla categoria”. Il riferimento è agli ultimi attacchi di Di Maio e di Alessandro Di Battista per l’assoluzione di Virginia Raggi: dopo gli “infimi sciacalli” del vicepremier al “puttane e pennivendoli” digitato su Facebook direttamente dal Guatemala, i rapporti sono ai minimi storici.

Stavolta il vicepremier sembrava animato da buoni propositi ma l’offesa non poteva essere già stata dimenticata. Sindacato e ordine pretendono rispetto e una pubblica ammenda, il M5S non ci pensa nemmeno. “Non solo i giornali ci attaccano e offendono ogni giorno, ma adesso pretendono che Luigi Di Maio chieda scusa. E per cosa? Per aver sbugiardato il processo mediatico contro la Raggi? O perché vogliamo liberare i giornalisti dal ricatto degli editori che li sfruttano e sottopagano”, la replica grillina via Twitter.

A Bruxelles i rappresentanti di Fnsi e Odg parleranno delle “sfide del giornalismo europeo”. Al convegno organizzato dall’eurodeputata dem, Isabella De Monte, è annunciata la presenza anche di Lorusso e Verna, che quindi non potranno essere a Roma al Mise. E nemmeno avrebbero voluto esserci, anche se l’invito era solo per discutere di equo compenso e dei diritti dei precari sottopagati. Possono aspettare: prima le scuse, “la pubblica ammenda”.

Il ministro Bussetti: “È giusto che in classe ci sia il crocifisso”

Sì al crocifissonelle scuole e negli uffici pubblici. Così si è espresso ieri il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti (Lega), intervenendo anche sull’opportunità di celebrare in classe le festività cattoliche: “Io credo che sia il simbolo del nostro cristianesimo e della nostra religione – ha detto – dunque festeggiamo il Natale e su questo non c’è alcun dubbio”. Bussetti ha anche aggiunto di aver affisso il crocifisso nel proprio ufficio al ministero: “Io ce l’ho, l’ho messo appena entrato”. Secondo Bussetti, si tratta di “un segno che è giusto che sia nelle aule”. “Una certa attenzione – ha precisato il ministro – mi sembra doverosa”. In questo modo Bussetti ha ricalcato il contenuto di un disegno di legge già presentato dalla Lega alla Camera a inizio legislatura. Il testo, ancora lontano dall’approvazione in Parlamento, prevede di rendere “obbligatoria l’esposizione del crocifisso in tutti i luoghi pubblici, in una postazione elevata e ben visibile”. Scuole comprese, ovviamente, con il placet del ministro dell’Istruzione Bussetti.

SinistraI misteriosi arcani che tengono legata la base del Pd alla casta dirigente

Quali oscuri e misteriosi arcani governano la base e ancora oggi sono motivo di fascino e di attrazione per l’elettorato Pd, i suoi delegati classificati di serie A e di serie B? La politica classista spudoratamente “a piramide capovolta”? L’ideologia che, salvo gli slogan, non ha più nulla di sinistra? L’operato dei suoi dirigenti, perlopiù legati all’establishment, al sistema bancario e all’alta finanza che, con la base hanno poco da spartire… La loro condotta morale? Meglio stendere un velo pietoso. Le politiche sociali dei governi Renzi e Gentiloni? Mi pare che i poveri siano cresciuti a dismisura sotto la soglia di povertà e così i disoccupati… Allora cosa fa sì che i delegati di serie B stiano coi delegati di serie A? O che i loro elettori credano ancora in loro? Non ho ancora sentito un dirigente chiedere scusa, pentirsi e ravvedersi… Forse che ciò che accomuna questi personaggi è un carrierismo sconfinato legato al denaro e al potere; un collante capace di unire anche i più diversi. Casini, Calenda, Boschi, Renzi cos’hanno di comune con la sinistra? Forse siamo di fronte a quegli inspiegabili meccanismi evolutivi della politica che non sono regolati più dalla selezione naturale (voto del proprio elettorato) ma da una perversa mutazione puntiforme della classe dirigente con le “madamine” e i loro foulard.

Lettera non firmata

 

Talmente oscuri e misteriosi, questi arcani, che contengono la disperazione e il suo contrario, la speranza. Non è solo questione di fascino o attrazione. Del Pd e della sua ultima stagione si può e si deve dire tutto il male possibile, d’accordo, ma la sua base superstite, visti gli attuali sondaggi, merita ogni considerazione e rispetto. Al di là di facili battute sulla vocazione sadomasochista di questo popolo, c’è chi ancora identifica il Pd in una prospettiva di centrosinistra, al netto del classismo, del carrierismo, della divisione tra delegati di serie A e di serie B. Recentemente, tra la manifestazione democratica di piazza del Popolo, a Roma, e quella di Nicola Zingaretti per presentare la sua candidatura a segretario, ho sentito militanti disposti ancora a votare Pd a patto che non ci sia più Renzi. Rassegnati, quindi, a tenersi consapevolmente Casini e Calenda. In fondo questa è una mutazione cominciata negli anni Novanta quando in nome del blairismo, delle liberalizzazioni e dei salotti capitalistici l’ulivismo fondante del Pd imboccò la deriva centrista. È da allora che la sinistra-sinistra è un’altra cosa.

Fabrizio d’Esposito

Mail box

 

Equità è prevedere aliquote più alte per chi guadagna tanto

Tra tutti i cagnacci che profetizzano la imminente catastrofe per il Paese che vuol cambiare filosofia di governo e abbandonare le politiche, quelle sì, che l’han ridotto allo stremo da circa 20 anni a questa parte, c’è qualcuno magari di sinistra che si pone il problema di presentare il conto a chi nel frattempo non si è neppure accorto di striscio della crisi, anzi s’è vieppiù arricchito?! Potreste incaricare un matematico che calcoli quanto si potrebbe incassare istituendo almeno altre tre aliquote Irpef oltre il 43% (45 da 70 a 100.000 euro, 48 dopo 100.000 e 50% dopo i 150.000). Se non altro per provare a dare una qualche applicazione all’art. 53 della Carta, tirata in ballo solo quando fa comodo. E poi sanzioni penali progressive per tutte le evasioni, piccole e grandi. E la confisca di quanto possiede in Italia a chi esporta capitali, per il valore corrispondente a essi. Ovviamente a Salvini si deve chiedere di aspettare il giusto per introdurre la sua tassa piatta.

Fiorella Carlini

 

Diritto di replica

Scriviamo in merito all’articolo “Il bacio della morte” del direttore Travaglio per alcune doverose precisazioni relative alle affermazioni sul termoutilizzatore di Brescia. Ci preme innanzitutto tranquillizzare i lettori. Ormai da anni è ampiamente documenta la compatibilità ambientale dell’impianto e il fatto che altre sono le principali fonti emissive presenti sul territorio: lo evidenziano in modo incontrovertibile gli studi commissionati dal Comune all’Università di Brescia e i dati prodotti dall’Osservatorio sul Termoutilizzatore, un organismo indipendente di cui fanno parte rappresentanti del Comune, del mondo universitario, sindacale e delle associazioni ambientaliste e al quale A2A non partecipa. Tutti i dati sono consultabili sul sito del Comune di Brescia. Ad ulteriore rassicurazione sulla salute dei cittadini è opportuno ricordare che l’Autorizzazione Integrata Ambientale che disciplina il funzionamento dell’impianto di Brescia ha fissato limiti massimi sulle emissioni che sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli previsti dalla legge italiana ed europea.

Ogni anno nell’impianto vengono effettuate circa 60 milioni di misurazioni delle emissioni e i dati raccolti sono comunicati in tempo reale alla Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente che ha proprio il compito di controllare e certificare il funzionamento dell’impianto. È possibile consultare i risultati delle analisi sul sito internet di A2A e sui totem multimediali installati in diversi punti della città di Brescia.

Grazie al contributo del termoutilizzatore ogni anno si produce energia elettrica per 180 mila famiglie e, con il sistema di teleriscaldamento, a Brescia è stato possibile spegnere 20 mila caldaie private e condominiali. Tutto ciò consente di risparmiare ogni anno 150 mila tonnellate di petrolio equivalente e evitare l’emissione in atmosfera di circa 400 mila tonnellate di Co2. Dal suo avvio ad oggi l’impianto ha recuperato energia da 11 milioni di tonnellate di rifiuti che, diversamente, avrebbero richiesto la realizzazione di una decina di discariche di grandi dimensioni.

I nostri impianti sono sempre aperti e che sono state oltre 15 mila le visite al termoutilizzatore di Brescia negli ultimi 10 anni, ancora oggi ritenuto impianto di riferimento sul piano tecnologico anche a livello internazionale.

Ufficio Stampa A2A

 

Il dibattito scientifico sul calcolo del tipo di emissioni da monitorare (su cui poi basare i limiti di legge) e sul rapporto causa-effetto tra inceneritori e malattie è ampiamente aperto, tanto in Italia quanto a livello internazionale. Per quanti sono gli studi e gli osservatori che negano l’esistenza di questo nesso causale, ce ne sono altrettanti che la affermano. Siamo felici di sapere che a Brescia c’è un attento monitoraggio e che tutto rientra nei limiti di legge, anche perché diversamente l’impianto non potrebbe funzionare. Il dato certo però è che Brescia è terra di tumori, con un numero di casi in costante crescita, situazione che richiederebbe principi di precauzione e prevenzione più alti della media, soprattutto a fronte di un modello del ciclo di rifiuti alternativo che avanza in tutto il mondo e che prevede la progressiva riduzione dei rifiuti e dell’incenerimento, non certo l’apertura di nuovi termovalorizzatori o termoutilizzatori o inceneritori che dir si voglia. Predicarne e prevederne l’apertura di nuovi, oggi, per risultati che alla meglio e con tutto il carico di rischi per la salute arriveranno tra otto anni, è una scelta incosciente e lontana da quel servizio per i cittadini che, prima di tutto, dovrebbe mirare a tutelarli, non certo a esporli a ulteriori emissioni.

m.trav.

 

Con riferimento alle notizie pubblicate circa l’inchiesta in corso da parte della Procura di Gorizia, riguardante l’affidamento dei “Lavori di ampliamento dell’autostrada A4 – Terza corsia nel Lotto II – Sublotto 1”, l’Impresa Pizzarotti intende rappresentare la propria estraneità rispetto a qualsivoglia ipotesi accusatoria.

Si confida pertanto che nel prosieguo delle indagini i competenti organi di giustizia accerteranno il corretto operato dell’Impresa, avendo essa agito nel pieno rispetto della normativa di legge, sia nella fase di gara che rispetto al conseguente affidamento dei lavori. L’Impresa offrirà piena collaborazione, fornendo ogni utile elemento per chiarire la propria posizione, anche a tutela della propria riconosciuta reputazione sul mercato italiano ed internazionale.

Marco Verdesi
Ufficio stampa Impresa Pizzarotti

La Prescrizione, relitto del passato

La querelle sulla prescrizione agita di nuovo le acque limacciose della politica italiana, scossa dalle polemiche tra i difensori degli attuali tempi lunghi che consentono di arrivare felicemente all’estinzione dei reati (circa 130.000 ogni anno), e i fautori dell’ora X scandita nell’arco temporale in cui la prescrizione si colloca in quasi tutti i Paesi europei. Il ministro della Giustizia Bonafede nei giorni scorsi ha presentato un emendamento alla legge Anticorruzione per il quale la prescrizione cessa di avere efficacia dopo la pronunzia di primo grado, un punto fondamentale sul quale l’Associazione Nazionale Magistrati è d’accordo, anche se, inspiegabilmente, lo stesso emendamento prevede che la nuova disciplina resti congelata per un anno.

Dal canto loro, gli Avvocati protestano contro l’iniziativa governativa definita una “controriforma autoritaria della giustizia penale” proclamando tre giorni di sciopero. Al coro dei no nell’audizione dinanzi alla Commissione Giustizia della Camera si sono uniti autorevoli giuristi tra cui il presidente del Consiglio Nazionale Forense e il costituzionalista prof. Marini secondo cui la riforma produrrà un aumento esponenziale dei tempi dei processi e la paradossale impunità dei reati più gravi. Ai cittadini, peraltro, finora non è dato sapere: a) in quale direzione comincerà la lunga marcia del nuovo processo (rito accusatorio? Processo misto? Interventi sul codice vigente? ); b) con quali strumenti si procederà (legge ordinaria, legge delega?). Come si vede, grande è la confusione sotto il cielo di Roma nella quale tutti sembrano avere smarrito il significato originario, ossia la ratio ispiratrice dell’istituto della prescrizione la quale, nei codici penali del 900, era “il riconoscimento di forza giuridica dato a una forza naturale: cioè al decorso del tempo, che indebolisce o cancella la memoria dei fatti, che diminuisce o annulla l’interesse repressivo, che affievolisce o distrugge gli elementi di prova, che ammansisce anche le più fiere tempre criminali” (Manzini 1913; Manzini 1961). Era il cosiddetto “diritto all’oblio” che, va sottolineato, non ha alcun senso invocare nel tempo presente non solo perché l’opinione pubblica, quotidianamente informata dai media (giornali, televisione, social network, ecc.), difficilmente dimentica i delitti, specie i più gravi, e i loro autori, ma soprattutto perché, alla scoperta di un delitto segue immancabilmente l’azione penale del pubblico ministero costituzionalmente obbligatoria (art. 112) con l’avvio di un pubblico procedimento, il che rende impossibile che sul delitto ricada la polvere dell’oblio. Se questo è vero, resta che attualmente le cause dell’inutile decorso del tempo, fonte della prescrizione, sono gli assurdi meccanismi del processo penale, un vero e proprio monstrum che sembra costruito apposta per impedire il sollecito accertamento della verità in termini ragionevoli, commisurati alla natura e gravità dei reati e alle complessità delle indagini. In questo quadro, invocare il mantenimento degli attuali, lunghi termini prescrizionali come difesa dell’imputato contro il sonnolento progredire del processi appare francamente fuori luogo, tanto più che la prescrizione è essa stessa una delle cause delle lungaggini della giustizia (l’imputato che sa di essere colpevole mira a temporeggiare ad ogni passaggio del processo poiché la sua unica chance è legata al trascorrere del tempo).

In conclusione: la prescrizione, relitto del passato, contrasta con l’interesse generale alla sollecita celebrazione dei processi che abbiano il loro esito in una sentenza di assoluzione o di condanna, sicché arrestarla alla sentenza di primo grado risponde a principi universali di giustizia e in particolare al principio del “giusto processo” sancito dall’art.112 della Costituzione. Con una variante all’emendamento Bonafede per cui il termine della prescrizione dovrà decorrere non dal giorno della consumazione del reato com’è attualmente (il che premia il colpevole che riesce a occultare le prove), ma dal giorno in cui il reato viene scoperto e l’azione penale del pm possa avere inizio.

Il Viminale in cambio di un gattino

“L’altra sera avete inviato così tante foto dei vostri ‘bambini felini’ che ho pensato di ripubblicarne alcune, è bello avere qualche micio in pagina che porta un po’ di tranquillità serale. Naturalmente, potete commentare con la foto del vostro sotto al mio post Facebook!”. Questa frase, corredata di una decina di foto di gatti, è apparsa sui profili social del ministro dell’Interno. Dopo aver accertato che non si tratta di un fake, dopo essere stati attraversati dal dubbio che Michela Vittoria Brambilla abbia preso il posto della Isoardi nel cuore di Matteo e dopo essersi assicurati che Licia Colò non abbia hackerato il profilo di Salvini, bisogna prendere atto che nessuna di queste opzioni potrà mai lenire il turbamento.

Di fronte al musetto bianco e rosso che si affaccia tra un filmato delle “Ruspe in azione” che abbattono le ville dei Casamonica (per ordine della Raggi, fra l’altro) e un’invettiva contro l’Europa che non rispetta il popolo italiano, l’Isoardigate con tanto di selfie dormiente post-amore ci appare quasi un messaggio istituzionale. Abbiamo già avuto modo in quell’occasione di parlare del prezioso lavoro che il social media manager Luca Morisi, a cui il segretario della Lega ha subappaltato la gestione della propria immagine, sta svolgendo per “umanizzare” il ministro: ciò che però nessuno poteva immaginare è che la famosa “Bestia”, il celebre algoritmo a cui Morisi affida le scelte comunicative, fosse un gattino. Ancora l’altroieri Salvini rispondeva, alla domanda se davvero esista un algoritmo che lo guidi nella selezione dei suoi post, di non aver certo bisogno di simili diavolerie per sapere che il suo piatto preferito sono i ravioli di zucca. È qui che il vicepremier fa orecchie da mercante: nessuno sostiene che la sua passione per i ravioli sia frutto del calcolo di qualche complicato procedimento; è la scelta di “condividere” tale passione a essere calcolata e funzionale. Ciò su cui Salvini e il suo team lavorano alacremente è la creazione di una “prossimità digitale” tra il ministro e il suo elettorato potenziale, basata sull’annullamento di tutte quelle distanze che finora hanno caratterizzato le figure istituzionali. A maggior ragione in un momento storico in cui le istituzioni suscitano diffidenza e repulsione, nulla è più efficace che camuffare il ruolo pubblico dietro la figura privata: mostrarsi un tenerone appassionato di gattini serve a scongiurare quella distanza tra politico e cittadino che è lo spazio in cui proliferano la disaffezione e il risentimento popolare. Detta in altre parole: Palazzo Chigi val bene un gattino. Il meticoloso lavoro del team salviniano è volto a creare un’intimità tra il leader leghista e i suoi follower, i quali sono autorizzati a “seguirlo” davvero dappertutto e ai quali è permesso di sbirciare in qualsiasi stanza, purché gli perdonino il potere. Se per “chi sta a casa” la gerarchia e l’asimmetria di ruolo sono diventate intollerabili e respingenti, nell’epoca della post-privacy il politico scaltro non può che espiare facendo dono di sé e del proprio privato.

È in questa assenza di segreti, in questa trasparenza assoluta che l’uomo di potere trova la redenzione e si mette in salvo dall’esilio dall’affezione popolare. Blandire la gente con una continua concessione di dettagli personali è l’unico sistema sicuro per non essere confinati nel ghetto delle élite. “Il popolo ha fame”, gli dissero. “Date loro dei post”, rispose lui.