Ma l’affare Tim interessa più a noi o a Berlusconi?

 

“Con l’evoluzione dei media attraverso intense forme di controllo e di condizionamento del potere politico, si verifica una sottile mutazione genetica della democrazia rappresentativa e, perciò, si rende necessario rivedere il funzionamento di tutto il sistema”

(da “Media e poder” di João de Almeida Santos – Vega, 2012 – pag. 183)

Achi può interessare l’affare Tim, cioè il progetto di riunificazione delle reti di telecomunicazione su “banda ultra larga”, per la connessione super veloce a Internet? Certamente a tutti i cittadini che già usano il web e a quelli che sempre più lo useranno in futuro. Ma lo scorporo della rete di Tim e la fusione con quella che OpenFiber sta costruendo, per realizzare così un’unica infrastruttura nazionale, coinvolge anche una pluralità di soggetti che hanno interesse ad accedere a Internet per diffondere i propri servizi e i propri contenuti: in particolare, i broadcaster tv e specialmente Mediaset che può trovare nell’ultrabroadband un potente canale alternativo per sviluppare i suoi prodotti, televisivi e pubblicitari.

Fin qui, nulla di male. L’operazione era già implicita nel progetto, avviato dal governo Renzi e poi proseguito da Gentiloni, di costruire una seconda rete in fibra ottica in concorrenza con Tim, accusata di fare investimenti troppo modesti in questo campo. Fu perciò che venne costituita OpenFiber, una società a prevalente proprietà pubblica, controllata da Cassa Depositi e Prestiti e da Enel.

Ma Internet, si sa, è la rete delle reti. L’infrastruttura portante della moderna società della comunicazione: dall’informazione in senso stretto fino all’eCommerce. E quindi, se è opportuno che la rete nazionale sia in mano pubblica, altrettanto importante è capire chi la controlla, chi ne usufruisce, a quali condizioni e con quali obiettivi.

Il primo rischio da evitare, dunque, è che la rete unica diventi – com’è stato scritto – “un’Alitalia dei telefoni”, vale a dire una società statale gestita con criteri clientelari e assistenzialisti, scaricando sugli utenti i costi alti delle tariffe per salvaguardare l’occupazione. Ma c’è un rischio ancora più grave che attiene alla difesa del pluralismo e della libertà d’informazione. Ed è quello che la rete nazionale a banda ultra larga diventi piuttosto “un’altra Rai”, cioè un carrozzone di Stato, più o meno lottizzato dai partiti e inquinato dalla politica.

Ora l’insediamento di un top manager come Luigi Gubitosi al vertice di Tim, in qualità di amministratore delegato e direttore generale, può costituire già di per sé una garanzia di autonomia e indipendenza. In campo pubblico, Gubitosi ne ha dato prova sia alla guida della Rai sia come commissario di Alitalia, proprio le due aziende a cui si riferiscono i rischi di cui sopra. Ma, al di là delle sue capacità e dei suoi meriti, il problema resta e pone una questione di sistema. Tanto più che l’operazione potrebbe coinvolgere un soggetto come Mediaset, “contagiato” dal conflitto d’interessi che fa capo a Silvio Berlusconi, tuttora in grado di condizionare le scelte politico-istituzionali: dalla presidenza del Senato a quella della commissione parlamentare di Vigilanza e dell’Antitrust.

Non vorremmo, insomma, che lo Stato pagasse a Tim un “pacco” di miliardi di soldi pubblici per acquisire la sua rete e che alla fine i costi dell’operazione si riversassero sui cittadini, per di più a scapito del pluralismo e della libera concorrenza. “Privatizzare gli utili, pubblicizzare le perdite”, si diceva un tempo per coprire i vizi del capitalismo familiare italiano. Sarebbe troppo chiedere che la politica, almeno questa volta, ne resti fuori?

L’altro Naviglio: Il fiume di coca

Rapido rapido. Passa di mano: pezzo, pallina. “Vedi è semplice”. Marco acquista con 80 euro un paio di dosi abbondanti. Sorride: “Oggi è sabato, oggi si può, domani non vado in ufficio”. Lavora per una multinazionale. Ottima laurea, ottima carriera. Marco saluta cordiale e rientra nel pub, stasera è sabato. Un paio di respiri e il pusher è già volato via. L’angolo è buio, oltre le luci sull’acqua. C’è folla da non poter camminare. Cinque, dieci, cento locali. Tavolini, dehor, cocktail, bancarelle. Rapido rapido, di nuovo e ancora: pezzo, pallina, dose. In grammi: 0.80/0.50 di cocaina. Così, centinaia di volte in una sera.

La Darsena, e poi a scendere giù per i rami del Naviglio. Triangolo magico per la parata della movida milanese. Da piazza Ventiquattro maggio fino al parco Baden Powell, Porta Genova con la sua stazione dei treni e ancora via Vigevano, il quartiere popolare di Barbavara: oltre, via Tortona e il distretto della moda e del design. È Milano, cuore di città, piazza di spaccio, senza il degrado della siringa di Rogoredo, tossic-park strappato allo sguardo, nascosto nel bosco, allarme degrado, non allarme sociale, tossici sì ma ingabbiati nel parco, fiaccati dall’eroina. Non qui sui Navigli, dove il non visto sta dietro le luci e i vestiti alla moda. Studenti, professionisti, avvocati, medici, politici. Drogati integrati. Qui: “Tutti vogliono un pezzo”. Sul carto-manifesto-evento che recita la frase da un muro di una casa di ringhiera, la scritta è in un angolo. Canta Salmo, rapper sardo da record d’incassi. Diciamo subito: chi organizza il concerto non vuole pubblicizzare in cinemascope lo spaccio. Pezzo uguale canzone. Chiaro. Ma chi passa, chi qua ci vive, tra la Ripa Ticinese e il Naviglio Grande, intende altro. “Pezzo” sta per cocaina (che nello slang da strada poi si declina da “scaglia” a “raglia” a “barella”). L’area è vastissima, come sulle ramblas di Barcellona, tra luci e angoli bui. La polizia ci mette cuore e anima, ma non è facile. Qui tutto è liquido, sfuggente, come l’acqua del Naviglio e le luci nella nebbia.

Turno 19-24, Commissariato Milano-Porta Genova. Gli “sbirri” arrivano in borghese, auto civile: uno, due, anche tre passaggi in macchina. Saliamo con loro. Si fissano ombre. Bastano un paio di movimenti e chi sulla strada ci sta da oltre 24 anni capisce al volo. Si chiama alla radio, volante, reparto anticrimine, unità cinofile. Un controllo veloce. Se c’è roba si sequestra, se mancano documenti si ferma. E poi si riparte. Due commissariati, Porta Genova e Ticinese: dall’inizio del 2018, 239 servizi svolti, 3.864 persone identificate, 22 arrestate, a volte con l’appoggio dell’Ufficio prevenzione generale della Questura. Lo chiamano protocollo “Penelope”: 924 servizi straordinari spalmati su tutta Milano, con i suoi nove municipi. La città sembrerebbe sotto controllo, ma non è semplice. Sul Naviglio la droga è smart, il pusher porta poche dosi, vende e riparte. Se viene fermato il quantitativo minimo lo salva. Al limite una sanzione amministrativa, forse un processo per direttissima, magari (se straniero) un ordine di espulsione, ma è tutto sulla carta, il giorno dopo si ricomincia. La movida ringrazia. Il crimine pure, e non solo quello dello spaccio. “Le rapine – racconta un poliziotto in macchina – sono quotidiane e sono spesso conseguenza dello sballo. Vittime quasi sempre ragazzi bene che dopo dieci cocktail e un paio di dosi di cocaina, escono per strada strafatti e vengono derubati di Rolex e cellulari”. Il copione è sempre lo stesso: “Hai una sigaretta, poi un paio di spintoni, una bottigliata e via”.

Poche dosi alla volta. L’ordine è tassativo. Per questo i sequestri da strada producono numeri non allarmanti: in 11 mesi, un etto e mezzo di cocaina e oltre mezzo chilo di droghe leggere. I rifornimenti però sono a ciclo continuo. E i numeri non ufficiali raccontano di circa due chili settimanali di cocaina che scorre sui Navigli in buste da 0.80 grammi, quattro i chili di sostanze leggere, senza contare le pastiglie e anche l’eroina. Un vero e proprio luna-park dello sballo. Numeri enormi se solo si pensa a quanto emerso dall’inchiesta dello scorso giugno sulla piazza di spaccio della Comasina (periferia Nord della città), una delle più importanti del Nord-Italia. Qui, dati alla mano, due chili e mezzo di cocaina, spacchettata in dosi da 0.4 grammi vendute a 30 euro, producono ogni mese “solo” 185mila euro d’incasso. A livello cittadino, poi, fare i conti è pressoché impossibile. Ogni piazza – Bruzzano, San Siro, Barona, solo per citarne alcune – ha il suo libro mastro. Per capire, però, basta sfogliare i verbali di Franchino Petrelli, narcos alla milanese oggi collaboratore di giustizia che spiega: “Sulla piazza di Milano arrivano anche tre tonnellate di droga alla settimana (…). C’è poi chi prende due pacchi (chili, ndr) alla volta, paga in battuta e poi magari ritorna il giorno dopo. (…). All’inizio non pensavo che questo tipo di droga venisse bruciato così rapidamente, perché io ero rimasto ai tempi in cui la cocaina era un’altra cosa”. Tanta droga, tanto denaro. “Io ho provato a contare i soldi con la macchinetta per quattro ore di fila. E lì, dopo, la moneta non è più moneta”. E i soldi diventano figurine da pesare: “Un milione di euro di vario taglio pesa circa 30 chili”.

Il fortino della droga in quattro vie: il “lato b” delle notti da sballo tra filo spinato, vedette e buchi nei muri per le dosi

Della narco-torta milanese, i Navigli sono una gran bella fetta. Sulle due ripe viene venduta la droga, la “premiata ditta Spaccio Spa” sta qualche metro dietro. Quattro strade: via Gola, via Pichi, via Segantini, via Argelati. Case popolari, occupazioni su occupazioni. Comunità araba, ma anche sinti, e anarchici nostrani. Un fortino anti-sgombero, dal profilo urbano inaccessibile. Un suq affacciato sul Naviglio Pavese. Pochi metri e sei di nuovo nella movida. Il manifesto di Salmo si intravede laggiù, verso la Darsena. Ma qui la musica cambia. I civici 1,3,6 di via Pichi sono tutti occupati. Alcune famiglie legate alla camorra che sembra controllino tutto. Di fatto, i pusher fanno capolino già alle otto della sera, con l’inverno anche prima. Ci arriviamo. All’angolo, ecco il primo cavallino: tuta e felpa nera, Maghreb. Un altro arriva dal Naviglio e s’infila rapido in un palazzo. Nei cortili popolari, dopo le dieci di sera, alcuni pit-bull girano liberi. Entrare è impossibile. Da qui, ogni giorno, circa 140 pusher rimontano verso i Navigli. Chi a piedi, chi in bici. La droga si trasporta in tasca o dentro le auto a noleggio, addirittura nei borsoni dei vari food-delivery. Per un pusher fermato dalla polizia, altri due sono già pronti a partire. I pacchi si stoccano invece nelle cantine di via Gola, in cunicoli aperti e condivisi. Poco oltre, via Segantini. In quel che resta dell’ex cascina, già sgomberata nel 2009, le mini-dosi si nascondono nelle trappole per topi. Un cancello è bloccato con un enorme lucchetto. Qui ci si chiude dentro con auto e roulotte. Fuori, a volte, bazzica quella che sembra una guardia giurata. In realtà è un vedetta. Le dosi passano da un buco nel muro che dà direttamente sul parco antistante. Oltre c’è la piscina Argelati. Si era detto (ma non era vero) che ci dormì anche Igor il Russo. Prima dell’ingresso dell’impianto, ci sono porte-finestre a livello dalla strada. Sono vie di fuga o di entrata della “roba”. In via Argelati qualcuno ha piazzato un filo spinato sull’entrata dei box, per evitare che gli spacciatori scavalchino. L’immagine è il simbolo di un assedio percepito. I capi passano oltre e stoccano al civico 40, nei box privati di cui hanno chiavi e codici d’ingresso. Chi comanda sono in parte gli stessi arrestati durante la vecchia retata del 2009. Hanno soprannomi da battaglia: Johnny, Alì, Mammuth. Arabi, ma anche italiani. Da via Argelati si arriva al parco Baden Powell. Qui lo spaccio è en plein air 24 ore su 24. Da qui, si arriva di nuovo al Naviglio: quello Grande, quello del Vicolo dei lavandai e dei pittori, quello che dopo Expo si è dato una bella rinfrescata. Eppure poco cambia. Anzi, se possibile, peggiora. Parola di chi, da poliziotto, qui ci lavora dal 1994.

Dalla movida di luci al suq nero, e ritorno. Tutto: rapido rapido. Con pusher nordafricani e pezzi di piazza che di mese in mese cambiano gestore. Oggi, per esempio, tutta la zona di via Vigevano che parte dalla Stazione di Porta Genova è in mano a un gruppo di moldavi. Vestono bene, nessuno li nota. Gli affari criminali sull’acqua del Naviglio vanno a gonfie vele. La polizia controlla e lavora duro, a volte anche oltre il richiesto da un stipendio sempre troppo magro. C’è invece la politica che, stando alla voce comune di residenti e commercianti, fa nulla. Decine le denunce arrivate al sindaco di Milano Giuseppe Sala e al suo assessore per la Sicurezza Carmela Rozza. “Tutte inascoltate”, spiega uno dei rappresentanti del quartiere: “Il Naviglio va bene così com’è. Va bene la sua immagine ripulita da Expo che rimanda però un foto sfocata. Il naviglio sono soldi e affari, interessi, non importa se opachi come dimostrano alcuni locali”. La politica è più interessata al bosco dell’eroina di Rogoredo. Un buco nero nella città. Anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato: “Soldi e uomini contro la vergogna del bosco di Rogoredo”. Non restano insensibili nemmeno i grandi quotidiani che oltre alle cronache sponsorizzano iniziative culturali di poeti e attori invitati nel boschetto, a pochi metri dalla fermata dell’Alta velocità, per alcuni reading. Qui l’allarme droga si amplifica a causa del degrado urbano. Nel frattempo i Navigli colorati e “rifatti” sono diventati la più grande piazza di spaccio di Milano.

“I gilet gialli spiazzano i politici, ma uniscono malcontenti diversi”

“Il movimento dei gilet gialli ha spiazzato governo e partiti, che non sono stati in grado di prevedere la protesta. Anche il Rassemblemet national di Marine Le Pen è stato colto di sorpresa e, a mio avviso, diversamente da quanto è stato spesso detto, non è all’origine del movimento che veicola messaggi diversi da quelli classici del partito di estrema destra. Ritengo che negli ultimi tempi i politici abbiano privilegiato temi, come l’accoglienza degli stranieri e la crisi identitaria del Paese, non meno importanti, ma non prioritari per la Francia che protesta oggi. Con i gilet gialli sono venuti a galla problemi veri, concreti, di cui noi giornalisti rendiamo conto da tempo. Problemi che probabilmente sono presenti anche in Italia, dove esiste in più un forte divario nord-sud, ma dove sono stati mascherati completamente dalla questione dei migranti, permettendo a Matteo Salvini di imporsi”.

Sentiamo Jérôme Fenoglio, direttore del quotidiano francese Le Monde, a poche ore dalla nuova giornata di blocco nazionale contro il caro-carburante e a una settimana dalla prima mobilitazione che ha riunito 288 mila persone su 2300 punti critici in tutta la Francia.

Oggi i gilet, rimasti mobilitati in piccoli gruppi per tutta la settimana creando disagi localmente, tornano a Parigi. Sono autorizzati a riunirsi sotto la Tour Eiffel (che resterà chiusa tutto il giorno), ma cortei improvvisati sono attesi ovunque in città, anche sugli Champs Elysées. Tremila poliziotti saranno mobilitati nella Capitale. Senza un organizzatore centrale, il viaggio a Parigi per diverse centinaia di chilometri in alcuni casi non sarà possibile per tutti. In certi comuni sono state improvvisate collette per l’affitto di pullman. Ma molti preferiscono tornare a bloccare caselli autostradali e raccordi nelle loro regioni.

Direttore, che cosa il movimento dei gilet gialli ci dice sulla Francia di oggi?

Tante cose. Perché è un movimento eterogeneo, difficile da chiudere in categorie. C’è un po’ di destra e un po’ di sinistra, il che spiega perché tutti i partiti cercano di recuperarlo. Ma, per essere sintetici, credo che riveli un triplice sentimento di ingiustizia. Innanzitutto territoriale, basato su elementi molto concreti: mancanza di trasporti pubblici, desertificazione dei piccoli centri urbani, che si svuotano dai loro abitanti e dai commerci. Chi oggi vive nelle zone rurali o nelle piccole città si sente un cittadino di serie b rispetto alle élite delle città. Quindi, un’ingiustizia fiscale. Il presidente Macron ha aperto il mandato sopprimendo la tassa sul patrimonio per gli ultra-ricchi, dando la sensazione che il fisco chieda sforzi sempre agli stessi mentre una minoranza è persino avvantaggiata. Questa riforma ha minato e sta minando ogni sua altra azione. Infine, un’ingiustizia nell’uso che lo Stato fa dei soldi pubblici. I francesi vogliono meno tasse, non meno Stato. Invece i servizi pubblici, scuole, ospedali, uffici postali si ritirano dalle campagne.

Martedì Macron presenterà delle nuove misure per finanziare la transazione ecologica. Pensa che un dialogo sia ancora possibile? Deve cedere sulla carbon tax?

Anche se il presidente dovesse ritornare sulla carbon tax, non sarebbe sufficiente. Il problema centrale non è il costo del carburante, che non è più caro rispetto a crisi passate. Penso che Macron abbia sottovaluto il sentimento di ingiustizia di cui ho parlato, diventandone persino il simbolo e abbia anzi contribuito a scavare il fossato che lo divide dal popolo. Per uscirne deve dimostrare comprensione e cominciare a agire di conseguenza.

Pensa che stiamo assistendo alla nascita di un 5 Stelle francese?

È troppo presto per dirlo. Per ora i gilet gialli mancano completamente di organizzazione. Un aspetto che rende il movimento inedito e di difficile controllo. Ci sono stati molti feriti e due morti durante le proteste. Anche certi scivoloni spiacevoli, a sfondo omofobo e razzista, vengono in genere evitati quando esiste un quadro organizzativo. Bisognerà capire se loro sono pronti a farsi inquadrare. La giornata odierna sarà un primo test, dal momento che le autorità tenteranno di incanalarli in una forma più classica di manifestazione.

Dolce&Gabbana: seduta di autocritica politica mentre contano i miliardi persi

L’antefatto: lunedì Dolce&Gabbana lanciano in Cina tre video con una modella asiatica che cerca di mangiare pizza, spaghetti e cannolo con le bacchette. Il cannolo è extra-large e una voce maschile fuoricampo ammicca: “Non è troppo grande per te?”. Seguono accuse di sessismo e razzismo, come se non bastassero il cattivo gusto e i video di cittadini cinesi intenti a pulire i water con i capi da loro firmati.

La divisione cinese del gruppo ritira i video, Stefano Gabbana la prende maluccio e, dal suo account Instagram fa sapere che “la Cina è un Paese di merda” e che “Cina ingombrante mafia sporca puzzolente”. Poi dice che è stato hackerato. Per ragioni imperscrutabili non viene creduto. Segue obbligatorio video di scuse e professione di amore incondizionato per la cultura cinese. Uno vorrebbe poter smettere di guardare già dai funerei titoli di testa – sfondo nero con la scritta bianca in cinese, inglese e italiano – Domenico Dolce e Stefano Gabbana che si scusano e però, subito sotto compare il brand del gruppo, perché cosa genera più clic della pubblica umiliazione dei ricchi&potenti? Dopo è l’abisso.

Col nobile intento di entrare in sintonia con la cultura cinese offesa, l’ideona è replicare una seduta di autocritica politica, di quelle in voga ai tempi della buonanima di Mao, però in versione deluxe, con sfondo damascato rosso impero. I due reprobi guardano in camera, col maglioncino grigio che sussurra mestizia, le mani in vista su un tavolo da politburo del Pcc, come due funzionari corrotti qualsiasi. Inizia Domenico, e si vede che gli girano, lui in fondo c’entra fino a un certo punto, dice che le loro famiglie li hanno educati al rispetto di tutte le culture e non volevano offendere nessuno, chiude con un tic alla mano. Poi tocca a Gabbana, mobilità facciale al minimo, occhi gonfi, voce rotta quando dice “Vogliamo anche chiedere scusa ai cinesi nel mondo” e aggiunge, con una dolorosa presa di coscienza, “perché ce ne sono molti”. A casa si resta paralizzati dall’imbarazzo a immaginare il Chief Financial Officer che sibila: “Contrizione!!! più contrizione!” mentre su un mega-tabellone glitterato scorre il conto dei miliardi polverizzati, la sfilata a Shanghai cancellata, le vendite boicottate, il mercato cinese che implode, il contagio globale. È l’antico vantaggio competitivo dei regimi sulle democrazie, compattezza della reazione, prontezza dell’esecuzione. Moltiplicati per il potenziale rovina-celebrità dei social network.

L’addio di Airbnb ai Territori offende palestinesi e israeliani

È sfida aperta fra Israele e Airbnb, il colosso mondiale online per gli affitti di case-vacanze per brevi periodi. Dopo un’attenta valutazione l’amministrazione del portale ha deciso di rimuovere gli annunci di “host” che offrono alloggi in Cisgiordania, oltre la Linea Verde, nei Territori palestinesi occupati nel 1967, quelli oggetto del negoziato di Oslo sui due Stati. La decisione di Airbnb Inc. non riguarda invece altre centinaia di alloggi offerti in Israele o a Gerusalemme Est. In un’immediata risposta, il ministro del Turismo israeliano Yariv Levin ha incaricato il suo ministero di limitare le operazioni della compagnia in tutto il Paese. Soddisfatti i palestinesi che vedono riconosciute le loro lamentele contro il portale.

La decisione riguarda un esiguo numero di alloggi, 139 per la precisione, ma tutto in questa regione diventa paradigmatico, assume il peso e la sostanza di un conflitto mai risolto. “Non è solo una questione di affitto per case-vacanza”, concordano per una volta sia i palestinesi che gli israeliani. Per i primi è il riconoscimento dei loro diritti, per i secondi un atto discriminatorio e razzista. Il ministro degli Affari strategici Gilad Erdan ha invitato gli host di Airbnb danneggiati dalla decisione, ad avviare azioni legali contro la compagnia in conformità con la legge anti-boicottaggio israeliana e ha annunciato che si rivolgerà al Dipartimento di Stato Usa per verificare se la decisione della compagnia ha violato la legge anti-boicottaggio “che esiste in oltre 25 Stati”. “Esistono conflitti nazionali in tutto il mondo”, ha tuonato il ministro, “e Airbnb dovrà spiegare perché hanno scelto una posizione politica razzista soltanto contro alcuni cittadini israeliani”.

Il principale negoziatore palestinese Saeb Erekat sostiene che Airbnb avrebbe dovuto escludere anche Gerusalemme Est e dire chiaramente che gli insediamenti “sono illegali e sono crimini di guerra”. E poi aggiunge: “Ribadiamo la nostra richiesta al Consiglio dei diritti umani dell’Onu di rilasciare i database delle aziende che traggono profitto dall’occupazione coloniale israeliana”. Le critiche sono soprattutto legate al fatto che secondo i palestinesi è fuorviante non menzionare che l’alloggio offerto dall’host israeliano si trovi su terreni occupati rivendicati dai palestinesi. Secondo Erekat contribuendo all’economia degli insediamenti, Airbnb come altre compagnie che fanno affari in Cisgiordania, aiuta a perpetuare l’occupazione israeliana di quelle zone. Airbnb non vuole entrare nello scontro politico, e sostiene che la scelta è stata ponderata e valutata attraverso lungo processo del loro sistema decisionale. “Abbiamo concluso”, recita il comunicato ufficiale “che dovremmo rimuovere le inserzioni negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata che sono al centro della disputa tra israeliani e palestinesi. In passato, abbiamo chiarito che avremmo operato in questo settore come consentito dalla legge, perché crediamo che i viaggi interpersonali abbiano un valore considerevole e vogliamo aiutare a riunire le persone in molti posti possibili in giro per il mondo. Da allora abbiamo passato molto tempo a parlare con vari esperti, sappiamo che alcune persone non saranno d’accordo con questa decisione e altre invece ne apprezzeranno la prospettiva”. Oded Revivi, sindaco della colonia di Efrat in Cisgiordania, descrive la decisione di Airbnb come un tradimento della sua missione: “Afferma sul sito web, di voler aiutare a riunire le persone in quanti più luoghi possibili intorno il mondo”. Israele conquistò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est nella guerra del 1967 e iniziò a costruire insediamenti colonici in quelle aree poco dopo. Mentre si è ritirato da Gaza nel 2005, la popolazione dei coloni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania è ora di circa 600 mila abitanti.

La decisione di Airbnb non ha riguardato Gerusalemme Est per una oggettiva difficoltà a distinguere le aree palestinesi da quelle ebraiche. Ci sono case abitate da ebrei in quartieri arabi come Silwan o Sheikh Jarrah. O quartieri come Abu Tor dove la strada che taglia in due la collina è abitata da un lato da palestinesi dall’altra da ebrei. E Google Map – su cui la maggior parte dei clienti di Airbnb sceglie le location per le vacanze – non può essere così specifico.

Gramellini si scusa (a modo suo)

Le parole sono fatti e i fatti non li puoi interpretare. Se tu dunque scrivi, come ha fatto l’altroieri Massimo Gramellini nella sua rubrica sul Corriere della Sera, che “ha ragione chi pensa, dice o scrive, che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana nella Caritas”, chi legge capisce che tu pensi che Silvia Romano avesse smanie di altruismo, perché questo la frase alla lettera significa.

E capisce anche, chi legge, che quella di Silvia, secondo Gramellini, è “una scelta avventata che rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Se poi il titolo della rubrica è “Cappuccetto Rosso” è chiaro che il lettore un’idea magari critica, se l’è fatta, anche perché difficilmente potremo credere – noi giornalisti abituati a non sapere i titoli dei nostri articoli – che a un vicedirettore non venga letto. Bizzarro dunque che Gramellini il giorno dopo, cioè ieri, tornasse sul tema per attaccare quei “furbacchioni” che, a suo dire, avevano strumentalizzato il suo incipit, senza bere fino in fondo il suo caffè, visto che in quel caso si sarebbero accorti che lui quelle critiche le aveva rovesciate.

Neanche per nulla. Perché per tutto il pezzo, la scelta della giovane viene derubricata a scemenza (si parla di “ramanzina” da farle), oppure a decisione frutto della follia dei vent’anni, quando ci si illude ancora di poter cambiare il mondo, quando si è colpevoli di essere “entusiasti e sognatrici”.

A guardare bene, è proprio così che la scelta di Silvia viene sminuita, altro che “empatia”.

Perché l’agire di Silvia sta realmente cambiando il mondo. E la vita di quei bambini. E allora è troppo facile dare al colpa ai “gabbiani da tastiera”, allo “shit storm”, alla “dittatura dell’impulso” (quella che però va bene quando l’impulso è un like).

È ovvio che chi augura la morte va perseguito. Ma diciamo la verità: sarebbe stato meglio ammettere l’errore. E infatti il titolo di ieri annunciava ottime intenzioni:

“La riscrivo”. Peccato sia stata riscritta male, anzi peggio.

Cinepanettone dei bei tempi: si scrive 2018, si legge 2005

Qualcosa è cambiato, anzi, no. Tredici anni dopo è come 13 anni prima. Mario Draghi è a capo di una Banca, allora d’Italia (venne nominato il 29 dicembre), ora la Centrale europea; il governo, era il Berlusconi III, traballa; Natale, beh, per dirla con il Riccardo Garrone delle prime Vacanze vanziniane, ancora non “se lo semo levato dalle palle”. Però, abbiamo fatto progressi, quantomeno razionalizzato, correggendo con pigra tautologia il Tancredi del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto non cambi”. Si fa prima, e si risparmia sull’entropia.

Al cinema e succedanei sembra davvero di essere nel 2005 e, forse, siamo nel 2005: Christian De Sica e Massimo Boldi hanno un film insieme sotto l’albero, Leonardo Pieraccioni ha un film anche lui, il cinepanettone vive e lotta con noi. Pare Good Bye, Lenin!, l’Ostalgie di Cipollino, invece è Ritorno al futuro, e il futuro è Natale a 5 stelle, l’ariete di Netflix per far breccia nell’immaginario collettivo tricolore. Siamo noi italiani così irrimediabilmente vecchi, per quel che vediamo e dunque siamo, che anche il colosso dello streaming s’è dovuto rassegnare: se vuole sfondare da Trieste in giù, serie autoctone (Suburra, Baby) e pugni nello stomaco (il film sul caso Cucchi Sulla mia pelle) non bastano, tocca impiattare su schermo il più stantio, depauperato e vilipeso dei (sotto)generi patri, il cinepanettone. Alla faccia della novità, s’intende, ma la società di Reed Hastings è in buona compagnia.

“Amici come prima”. Davanti alla macchina da presa la premiata coppia Boldi & De Sica mancava proprio dal 2005, da Natale a Miami, l’ultimo posto al sole di un sodalizio tra i più munifici del nostro cinema. Regia di Neri Parenti, altro campione di specialità, rastrellò al botteghino la cifra siderale di 21 milioni e 249mila euro: la reunion Amici come prima, in sala dal 19 dicembre con Medusa, li vedrà col telescopio, si capisce. Sono incassi che oggi nemmeno sappiamo immaginare, figuriamoci replicare. Nel cast Regina Orioli, Lunetta Savino e Maurizio Casagrande, Christian dirige Boldi e se stesso in un pastiche di equivoci cafonal, copie conformi, scopiazzamenti arditi – da Plauto a Mrs. Doubtfire, c’è l’imbarazzo della scelta, e non solo quello – e passatismo ridanciano: lui direttore, Cipollino proprietario d’hotel, l’arrivo di nuovi soci cinesi ne sconvolgerà le vite, costringendoli a soluzioni en travesti.

Tra coazione a ripetersi e accanimento terapeutico, l’operazione “come eravamo” è insieme canto del cigno, revanscismo e peana cinepanettonico, roba da esegeti e filologi. La locandina di sublime, trashissima bruttura è promessa di felicità, e i fan duri e puri già si spellano le mani: se son peti… e avete capito.

“Se son rose”. Il 16 dicembre del 2005 Pieraccioni licenziava in sala Ti amo in tutte le lingue del mondo, scritto con il sodale Giovanni Veronesi, interpretato con la bella Marjo Berasategui, nonché Panariello, Ceccherini, Papaleo e Guccini: anche qui, botteghino appartenente a un’altra era geologica, 20 milioni e rotti di euro. Tredici anni dopo, come gli succede da qualche tempo, l’attore e regista fiorentino si scansa dall’agone natalizio, e anticipa: Se son rose esce con Medusa il 29 novembre, ma non muta il canovaccio, giacché son sempre amore e altri disastri, rimpianti ed equivoci, con un filo di tristezza e uno sbaffo di malinconia in capo al Leonardo nazionale. Nell’ensemble di ex con cui riprovarci troviamo Michela Andreozzi, Antonia Truppo, Claudia Pandolfi e Gabriella Pession, ma più che altro deve ritrovarsi lui, Pieraccioni: amor vincit omnia, sì, ma al box office?

“Natale a 5 stelle”. O tempora o mores, sicché il presidente del Consiglio Massimo Ghini in visita ufficiale in Ungheria deve eccepire: “Ho capito, mica son Renzi”. Tra cadaveri eccellenti, qui pro quo a uso singolo e amorazzi a una piazza e mezza, “il primo film italiano di Natale di Netflix” (sic) arriva sulla piattaforma, e solo lì, il 7 dicembre, con la regia di Marco Risi, la sceneggiatura di Enrico Vanzina – e la dedica allo scomparso fratello Carlo – e un cast di aficionados: Ricky Memphis, Martina Stella, Paola Minaccioni, Massimo Ciavarro, Biagio Izzo. Cinepanettone dalle larghe intese (produce Lucky Red con lo zampino di RTI, ovvero Mediaset), a veicolare l’inteso, ehm, “pizzico pepato di pungente satira politica”, è la tresca del premier con una giovane onorevole dell’opposizione: insomma, sarà pure il governo del cambiamento, ma non esageriamo.

@fpontiggia1

“Mi picchiavano perché meridionale. Canto la resistenza di chi è rifiutato”

Distratti, incuranti, con la curva dell’attenzione che fa lo slalom in alta montagna: C’è qui qualcosa che ti riguarda, nome che Patrizia Laquidara ha deciso di dare al suo ultimo disco, sembra essere un richiamo all’attenzione, alla necessità di riappropriarsi della responsabilità, invece di scrollarsela via come goccioline di pioggia fina. “Volevo un titolo diretto, così come lo è la copertina dell’album, con una foto di me che punto negli occhi chi guarda” racconta la cantautrice, spiegando che quel brano – title track di appena 50 secondi, in apertura – vuole essere “un manifesto trasformativo e alchemico”. Quel “qui” sta per “quei luoghi di scarto, di rifiuto, dove siamo abituati a vedere solo dolore”. Lì, secondo lei, c’è la rinascita e questo vale tanto per i luoghi interni che per quelli esterni, quelli degli ultimi.

Il cuore militante pulsa: “C’è bisogno di resistenza, in questo periodo. Con alcune colleghe ci diamo il buongiorno proprio dicendoci ‘resistenza e luce’. Credo che la cultura sia importante: quella che parla di memoria, di storia”. La stessa storia “che non riusciamo ad assimilare, perché ancora non si riesce a capire che la predominanza non porta da nessuna parte”. Adesso Patrizia ha davanti agli occhi “una realtà più complessa”, ma che assomiglia a qualcosa che conosce e che ha “semplicemente cambiato obiettivo”. Nata in Sicilia, a quattro anni si è trasferita a Vicenza con la famiglia: “Ricordo molto bene quanto io e i miei cari ci sentissimo ‘fuori’ da tutto, per quanto dimostrassimo il contrario rispetto a ciò che tutti pensavano. Alle elementari, venivo messa negli angoli e picchiata”. I compagni le dicevano “sei simpatica, peccato che tu sia siciliana. Non puoi parlare”. Nessuno muoveva un dito, “neanche i docenti meridionali”. Anche questo, racconta, le ha donato un senso di giustizia e la profonda convinzione che “al di là di quello che promuove la politica, i sentimenti legati alla pancia e l’innalzamento dei muri non risolvono i problemi complessi”. E come un filo rosso, sembra ricomparire il senso del titolo del disco: Qui c’è qualcosa che ti riguarda. Un disco complesso, pieno di suoni differenti che si accoppiano e ogni tanto stridono, volontariamente. Fatto di mille policromie, richiede più ascolti e quella partecipazione attiva che Laquidara ha chiesto a chi ha sovvenzionato il disco con un crowdfunding. La risposta è andata oltre le aspettative, nonostante le lunghe spiegazioni rivolte ai fan: “Musicraiser (la piattaforma per la raccolta fondi, ndr), offriva indicazioni sul tipo di post e di linguaggio da usare, ma su questo mi sono sempre imposta. Volevo abitare quello spazio alla mia maniera, anche se non sembrava quella adeguata”. E lei lo sa, quando può costare non sentirsi adeguati. È quello che ha vissuto nei sette anni trascorsi dalla precedente uscita discografica, che pure ha riempito di live e altre attività, dalla recitazione alla scrittura. “Il mio penultimo disco, Il Canto dell’Anguana, mi è costato cose, collaborazioni, rapporti. Mille volte mi sono sentita smarrita, davanti agli abissi, fuori dai giochi”. Poi, dalle ceneri, è tornata. “Raffinata” come sempre, per usare l’aggettivo che più spesso le viene attribuito: “A me fa tanto ridere: io mi vesto a caso, sbaglio i colori, mi vedo sciatta e penso di non sapermi sistemare i capelli ogni volta che mi vedo in foto. E anche cantando, spesso in alcuni passaggi urlo, come avrebbe fatto una mondina”.

“Sono uno fuori dal gregge. E vedo il sesso dappertutto”

Per Chinaski è uscita in libreria una raccolta di interviste a Jeff Buckley, uno dei più controversi e rimpianti talenti della musica contemporanea, morto nel 1997 ad appena 31 anni. Jeff è il figlio di Tim Buckley, anche lui musicista, e anche lui deceduto nel 1975 a 28 anni. Riportiamo alcuni passaggi di un’intervista del febbraio del 1994, realizzata da John R. Mulvey per il “New Musical Express”.

Da dove vieni?

Sono il classico ragazzo bianco medio, in pratica (ride). Sud della California, sono nato all’ospedale Martin Luther King di Los Angeles nel ’66.

Ti percepisci ancora come un disadattato?

Non saprei… mi sento fuori dal gregge. Dal punto di vista musicale. Semplicemente fuori dal gregge, non nel senso migliore o peggiore.

E pensi che questo tratto sia presente sia nella tua personalità che nella tua musica?

Sono la stessa cosa. Forse è perché la mia esperienza di vita è diversa da quella della maggior parte delle persone. Io non riesco a mettere a fuoco la gente, non li vedo come uomini e donne. Quando li guardo vedo… le loro madri e i loro padri. Vedo che età hanno davvero, nell’anima. Quando guardo il Presidente, o chiunque dell’industria discografica, o il proprietario di un negozio, mi capita di vedere un bambino, dietro al bancone, con la faccia di un uomo anziano. È a quel bambino che mi rivolgo.

Che cosa ti fa arrabbiare?

Di solito mi faccio arrabbiare da solo. O mi arrabbio quando vedo qualcuno che si mente da solo. O quando qualcuno è così autocritico, e capita di rado, da diventare gelido anche nei confronti degli altri. È gente che non vede l’ora di distruggere qualcosa degli altri, specialmente i sogni.

Sei ossessionato dal sesso?

Vedo il sesso dappertutto, perché è dappertutto. Non tanto l’atto in sé, quanto l’energia che circonda tutto, tutte le azioni della gente. La musica riflette molto il sesso.

È vero quel cliché per cui stare sul palco è meglio del sesso?

No. Il sesso è meglio. Il sesso è fantastico. Mi piace, come mi piace la mia pelle, come mi piacciono i miei denti e i miei sogni. Fa parte di me. È un po’ come quando la gente credente dice di poter vedere Dio dappertutto, e in ogni cosa. È un dono straordinario per l’umanità. È quell’energia che ti spinge a fare tutto ciò che fai. E non parlo della penetrazione. In quel senso, i greci erano molto, molto avanti: ritenevano che ci fossero tanti aspetti dell’esistenza, come il sesso, la gioia, la gelosia e l’avidità, e di avere con queste emozioni un rapporto paragonabile a quello che si ha con le persone. Quindi li hanno trasformati in dei e dee.

Quali sono le tue influenze?

…la gente che incontro. A volte mi capita di provare delle sensazioni indefinite che nella mia testa si traducono in suoni. O la musica della mia infanzia, e la musica che ho ascoltato nei momenti in cui ne avevo veramente bisogno. Per esempio, adesso ne ho bisogno. C’è la santa trinità: Beatles, Hendrix e gli Zeppelin, loro hanno avuto una portata incredibile.

Per esempio chi?

Ehm… Judy Garland, Edith Piaf, Bob Dylan, i Pistols, PiL, Duke Ellington. Musica folle che scaturisce dalla gioia. I Velvet, i Pixies… mi mancano. Mi fa incazzare quando Kurt Cobain scrive un bel pezzo e Mtv lo manda allo sfinimento. E porto Allen Ginsberg con me ovunque vada. L’essere acclamati dalla critica o andare in Tv non conta un cazzo. Vorrei che la gente prendesse le distanze da quel genere di cose, facesse ricerche per conto suo e si circondasse di musica da amare o da odiare. Perché la musica va assaggiata. Se non la assaggi non la conosci.

Prima mi hai detto di essere una calamita per freak.

È tutta colpa mia, sul serio, perché li accolgo a braccia aperte. Lasciando anche un attimo da parte la musica, è la mia identità stessa, la mia anima, ad accogliere sempre esperienze straordinarie: a volte pericolose, a volte stupide; e mi è capitato di fare qualche cosa stupida. Come rimanere bloccato nel ghetto di Chicago, darmi alla pazza gioia per quattro o cinque ore e poi farmi beccare dalla polizia.

Una domanda che devo farti: a proposito di tuo padre…

Cosa vuoi sapere?

Beh, ci sono delle nette somiglianze tra la tua musica e la sua.

Davvero? E quali sarebbero?

La tua voce, ad esempio. E il fatto che nella tua musica c’è qualcosa di molto coraggioso. Ti prendi dei rischi. È una caratteristica molto particolare. Sei d’accordo?

Beh, sì, è il mio stesso sangue. Ma non credo che si tratti delle nostre voci. Non ho preso la sua voce. Suo padre aveva quella voce. Non lo conoscevo neanche, sul serio, ci ho passato insieme sì e no una settimana. Avevo sette, otto anni, non ricordo neppure.

Ti manca qualcosa?

Non saprei dirti. A volte penso troppo. A volte sono persino felice di essere così impegnato a pensare. Ma è la cosa bella dell’esibirsi sul palco, la sua sensualità: in quel momento, o quella sera, per una volta sono davvero presente a me stesso. Niente nel passato, niente nel futuro: conta solo l’adesso. Ed è quello a cui aspirano gli esseri umani.

Dopo Rat-Man, resta Cinzia: l’amore spiegato da una transessuale

Nella lunga saga di Rat-Man firmata da Leo Ortolani, c’è sempre stato un personaggio sicura fonte di battute da caserma: Cinzia, la transessuale superdotata innamorata di quella parodia di supereroe che è il Ratto della Città Senza Nome. Quando Ortolani ha iniziato a scrivere le storie del suo personaggio, nel 1989, c’era tutta un’altra sensibilità, si poteva sghignazzare in modi che oggi sarebbero politicamente troppo scorretti. Poi Rat-Man è finito, con una lunghissima storia molto mistica in cui Ortolani ha incanalato un suo complesso rapporto con la religione. E ora in libreria arriva Cinzia, volume unico dedicato alla trans (Rat-Man non appare).

Intendiamoci: di doppi sensi e battute capaci di scandalizzare qualche benpensante ce ne sono a iosa. Ma Ortolani riesce a replicare quell’alchimia perfetta che ha retto per anni le sue storie su Rat-Man e che, in fondo, da Shakespeare in poi, è il segreto di ogni grande narratore: usare tutti i registri, dalla scurrilità alla poesia (Ortolani ci infila pure i musical, che è complicato in un fumetto). Cinzia-Paul si trova a lavorare in un’associazione anti-gender, l’ultimo posto al mondo dove penserebbe di scoprire l’amore. E invece lo trova, ma ovviamente è tutto più complesso. Cinzia è un catalizzatore di eventi, “una macchia scura sul tessuto della realtà, una macchia da cancellare”. Eppure, ci lascia intendere Ortolani, soltanto chi è condannato a vivere solo amori impossibili o almeno troppo complicati per durare può sperimentare il sentimento nella sua versione più pura e dolorosa. E forse è per questo che ai tanti sedicenti “normali” personaggi come Cinzia tendono a fare un po’ paura.

Cinzia – Leo Ortolani – Pagine: 236 – Prezzo: 20 – Editore: Bao Publishing