Jean Dubuffet, quando il genio rivoluziona

È giunto il momento di perorare la causa di Jean Dubuffet (1901-1985). Per quella orbita culturale che spesso acceca nell’invocare il “sogno americano” – quell’infecondità nazionalista (al pari di tutti i nazionalismi del mondo) di pensare che alcune cose siano possibili solo in U.S.A. e non altrove –, tutti gridarono alla rivoluzione quando in bilico tra gli anni 40 e 50 fece la sua comparsa l’Espressionismo astratto. Parimenti, per la Pop Art. Rivoluzionario è, dunque, Pollock e la sua action painting, insieme alle figure umane stilizzate di Keith Haring o ai murales “primitivisti” di Basquiat?

Certo, lo furono! Ma se vale per l’arte ciò che secondo Lucrezio vale per la natura – Niente viene dal nulla –, allora questi tre a ragione celebri artisti (ma non solo loro) devono molto a quel genio francese dell’arte che è stato Jean Dubuffet.

Lo rivela finalmente al grande pubblico la generosa mostra Jean Dubuffet. L’arte in gioco (Palazzo Magnani, Reggio Emilia, fino al 3 marzo) con 140 opere tra dipinti, disegni, grafiche, sculture, libri d’artista, scenografie ottimamente scelti dai due appassionati curatori Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger, che non a caso lo definiscono un “homme-orchestre”, capace di far tutto.

Sperimentatore e ideatore di tecniche, Dubuffet fonde lo spirito nella materia: ne sono prova già le prime opere (1945-60) come Busto di donna, Elegante con i tacchi, La ragazza di pietra, La joie de vivre in cui adatta un disegno primitivo, il gesto infantile, a materiali primari come il fango e la tela di juta, ma anche elaborati come la masonite, su cui realizza due capolavori come La casa abbandonata e Terra arancione con tre uomini con pastose campiture di marrone e arancione che cancellano e insieme creano l’opera. Qui Dubuffet usa il colore in modo studiatamente irregolare e lo associa a figure umane stilizzate, come pure in Passo incrociato, in cui raffigura il tourbillon della folla parigina.

La seconda fase, (fino al 1974) è connotata dai famosi lavori della serie Hourloupe, nati da uno schizzo eseguito meccanicamente al telefono e realizzati nei tre colori del drappo francese. La mostra rende memoria anche del vivace cromatismo dell’ultimo periodo di Dubuffet con Luogo di campagna con due passeggiatori (1975), dove le figure umane si intersecano ai colori sbavati della natura attorno, o in Espansione dell’essere (1984), una delle ultime opere di questo artista mai stanco, in cui il colore schizzato fa ardere un astrattismo mirabolante.

Dubuffet – L’arte in gioco – Reggio Emilia, Palazzo Magnani – 17.11/3.3.19

Igor il russo diventa un noir appenninico su rabbia e paura dell’Italia di Salvini

Montepiano è il luogo dell’anima del commissario Soneri di Parma, l’investigatore dei romanzi del bravissimo Valerio Varesi, giornalista della redazione di Repubblica di Bologna. Boschi, valli, campagna, grilli che cantano, lupi, cinghiali, caprioli. Anche l’anima però si corrode. È la paura di questi tempi sovranisti. La paura per il diverso, per lo straniero. Molto particolare in questo caso: perché nei boschi di Montepiano, dove le tenebre rendono la notte cieca, completamente al buio, si è nascosto un killer russo, anzi serbo, in fuga.

Ispirato dalle gesta sanguinarie dell’imprendibile Igor il russo, Varesi ha scritto un magistrale noir sugli effetti di questa paura sugli abitanti del piccolo paese caro a Soneri, in vacanza a Montepiano con l’amata Angela. L’Appennino è il rifugio del sicario dell’est e decine di carabinieri tentano invano di stanarlo. Non riescono a prenderlo. L’unico, magro risultato sono dei confusi avvistamenti. Nel frattempo, il bosco “restituisce” un ferito grave – un cercatore di funghi – e un ragazzo ucciso, figlio di una coppia giudicata strana in paese. Nel romanzo il killer serbo si chiama Vladimir: è stato lui? Gli abitanti sono convinti di sì ma la paura è un tappo che salta e fa esplodere rancori e rabbia sopiti per decenni. Nonché traffici illegali. Così Vladimir diventa un gigantesco alibi per camuffare peccati e reati di un intero paese, dove il maresciallo dei carabinieri preferisce il quieto vivere all’approfondimento delle indagini. Soneri intuirà la verità, ma solo dopo aver dolorosamente scoperto l’omertà di Montepiano. “Il problema non è qui in paese, il problema viene da fuori”, dice l’oste Adelmo: triste refrain di questa Italia salviniana.

La paura dell’anima – Valerio Varesi – Pagine: 315 – Prezzo: 18,50 – Editore: Frassinelli

Bellicosi ma creativi: gli Dei sono come noi

L’Universo è nato con il Big Bang? Sbagliato. Prima di ogni cosa c’era solo un grande vuoto, una voragine cosmica. O in altre parole, il Caos. Secondo i miti greci tutto ebbe inizio così. Proprio dal buio eterno comincia il racconto di Stephen Fry che con Mythos (pubblicato da Salani e tradotto da Guido Calza) si prefigge un obiettivo ambizioso: eliminare qualsiasi boria dal mondo dei miti greci, ripulirlo dagli insegnamenti posticci a cui mirano gli autori e i saggisti in cerca di facili metafore per servirci soltanto la polpa, passando da Zeus sino alla miserabile morte di Mida. Pagina dopo pagina, con una prosa fluente, assistiamo ad una sfilata di muse e ninfe, satiri e titani: va in scena l’Olimpo contro gli umani. Scrittore e sceneggiatore nonché regista ed attore di lungo corso – da Un pesce di nome Wanda sino a Lo Hobbit – il britannico Stephen Fry, oggi 61enne, mette subito in chiaro che “non c’è nulla di accademico o intellettuale nel mondo della mitologia greca”, del resto gli ellenici crearono le divinità a propria immagine: “Bellicosi ma creativi, saggi ma spietati, teneri ma brutali, amorevoli ma gelosi, pietosi ma vendicativi”. Così facendo, sin dal racconto della sanguinosa vendetta di Gea contro Urano, Fry inventa dialoghi fra i personaggi, dona loro delle personalità elementari ma definite, senza mai tradire la leggenda né svilire le fonti ufficiali.

Ancora oggi il mondo dei miti sull’Olimpo non va in prescrizione, continuando ad attirare scrittori e saggisti a caccia di intuizioni e tragici eroi (come nel caso di Neil Gaiman alle prese con Miti del Nord appena pubblicato da Mondadori); tuttavia i libri del saggista Robert Graves, editi nel 1955, ancora oggi sono inarrivabili da un punto di meticolosità stilistica. Per questo motivo Fry ha scelto una via più informale, dialogando con il lettore anziché impartirgli una lectio magistralis. Un esempio? Per cogliere la complessità del cosmo greco passando dal Caos all’arrivo di Zeus, lo paragona allo sviluppo della grafica nei videogames, la rivoluzione dal 2D al 3D. Tenendo fede al suo background attoriale, narrando i capricci sessuali di Zeus o gli scherzi di Dioniso, Fry rievoca la potenza dei racconti orali e la farcisce con un pizzico di ruffianeria nei toni, sbarazzandosi d’ogni distanza fra il narratore e il lettore. Così facendo, non stiamo più parlando di riottose divinità ma di esseri (quasi) come noi mortali, dai quali dovremmo imparare a tenerci alla larga per salvare la pelle e l’onore. Come nel caso di Mida che per non aver apprezzato le note suonate dal divino Apollo, venne punito con un paio di pelose e ruvide orecchie d’asino.

Mythos, il decimo libro di Fry, riesce ad immergerci nel mondo del mito greco senza sforzo, ma il tesoro è riservato ai lettori più curiosi. Si tratta delle numerose note a piè di pagina che vanno in tutte le direzioni, dall’origine della retsina alla miracolosa guaina di Afrodite (un “wonderbra mitologico”) sino ad una moderna concezione di supplizio: “Un tantalus in Inghilterra è un mobiletto che contiene bottiglie di brandy o rum. Le bevande sono in vista ma chiuse a chiave, fuori dalla portata dei bambini. In una sorta di tormento”.

Mythos – Stephen Fry – Pagine: 480 – Prezzo: 19,80 – Editore Salani

Leo Gullotta: “Pirandello attuale ancora oggi, basta aprire i quotidiani…”

Questa sera si recita Pirandello: da Scimone-Sframeli a Dini-Battiston-Paiato, da Placido a Cavani, da Lavia a Cecchi, tutti ora sono in cerca dell’Autore. Tocca anche a Leo Gullotta – 72 anni, di cui 58 d’arte – cimentarsi con un’opera del Nobel: Pensaci, Giacomino, diretta da Fabio Grossi, prodotta da Enfi e Stabile di Catania, in replica all’Ambra Jovinelli di Roma fino a domenica e poi in tour fino a febbraio (a Messina, Pescara, Caserta, Bologna…).

Pensaci, Giacomino non è certo mainstream, ma non resta comunque l’ennesimo, inflazionato canovaccio pirandelliano? “Non credo: non si metteva in scena da 35 anni, e abbiamo avuto ragione noi, che pure lo ambientiamo negli anni 50 in un’atmosfera da espressionismo tedesco. L’azione sembra scritta stamattina: i temi, oltre che importanti, sono attualissimi, dalla solitudine alla condizione femminile, dall’arrivismo dei burocrati ai disagi della scuola pubblica… Alla fine il pubblico resta immobile, basito, in preda ai fantasmi che ha ritrovato nella storia. Come se dicesse: ‘Aiuto! Fammi pensare! Fammi riprendere la vita’. Sono passati cento anni, ma non è cambiato nulla nel nostro Paese di gattopardi”.

Uscito come novella nel 1915, il testo teatrale risale a due anni dopo: protagonista è l’integerrimo professor Toti (Gullotta, nel solco di “interpretazioni storiche, straordinarie: Calindri, Tofano, Randone, Turi Ferro”), che prende in moglie una giovane ragazza, incinta di Giacomino, per salvarle la reputazione e persino il fidanzamento. “In principio era la mamma”, scrive Roberto Alonge nel recente saggio dedicato alla Discesa nell’inferno familiare. Angosce e ossessioni nel teatro di Pirandello (Utet).

La maternità, controversa se non sciagurata, è il motore anche di Pensaci, Giacomino: “Sono tutti fantasmi dell’autore stesso. Eppure, la pièce resta freschissima. Basta aprire le pagine dei quotidiani, e leggere di femminicidi, insulti anonimi, ingerenze del clero… Pirandello ha avuto naso lungo nel vedere e immortalare questa società bastonata, mai cresciuta, volgare”.

 

Leggere Omero per essere figli felici

Innanzitutto grazie a Gioele Dix per non aver scomodato – parlando di padri e figli – né la psicoanalisi, né Gesù Cristo, né Cat Stevens, limitandosi ai meno scontati Gaber, Auster, Eschilo, Ritsos e Magrelli. Vorrei essere figlio di un uomo felice attinge, in verità, al patrimonio universale, sempiterno della classicità e del mito, quelle “storie che non avvennero mai, ma sono sempre”: è a partire, infatti, dal rapporto tra Telemaco e Ulisse che l’autore/attore imbastisce un monologo sulla “paternità in generale: che essa sia ignorata, perduta, cercata o ritrovata”.

Nato come progetto televisivo – per la serie: la tv esportata in teatro funziona, il viceversa no –, il recital chiude in questi mesi la lunga tournée a Milano e in altre piazze del Nord: in scena, con Dix, c’è spazio per poco, un fondale sghembo, una luna proiettata, una scrivania, appunti sparsi e qualche libro. La drammaturgia originale era in greco antico (primo tempo) e interrogazione (secondo tempo), ma no! Il primattore scherza, con quel piglio sornione e quell’ironia lieve davvero rari tra i comédiens italiani.

“L’Odissea del figlio di Ulisse, ovvero come crescere con un padre lontano”, si dipana nei primi quattro canti del poema, poco frequentati proprio perché il protagonista è assente: a rubargli la scena c’è Telemaco, cresciuto orfano e con madre assai astuta quanto lacrimosa. Ma bando a Freud: quello che interessa a Dix è “solo” il viaggio, interiore ed esteriore, del giovane uomo, ingenuo e spaesato, timido e pauroso, per non dire un po’ ciuccio, con buona pace del grande “sceneggiatore” Omero, che gli mette in bocca frasi pensose, come appunto “vorrei essere figlio di un uomo felice”.

Per emanciparsi dalla condizione di bamboccio il ventenne deve partire, andarsene in gita fuoriporta, mollare gli ormeggi e “meritare infine l’amore e l’eredità” paterni: non ci vuole uno psicologo per capirlo. A Telemaco, ad esempio, è stata sufficiente l’imbeccata della dea Atena, che lo dirotta prima a Pilo, poi a Sparta, poi di nuovo a Itaca, dove – molti flutti e molti canti più in là – ritroverà l’illustre e ingombrante genitore.

Al “romanzo di formazione” del greco si alternano le divagazioni dell’interprete: funzionano i siparietti legati alla storia personale di Dix, meno gli sketch posticci, come quelli al ristorante, nel giardino dell’Eden o in Africa col papa. La classicità è una fonte così frizzante e ricca di stravaganze da rendere superflua qualsiasi altra recita nella recita: allo spettatore basta poco per godere di (e insieme con) questi greci poliamorosi e politeisti, disinibiti e goderecci, con un dio sempre a portata di mano, persino nelle sciagure, e l’irrituale capacità di trasformare una celebrazione in una grigliata. Sono i nostri antenati eroici e, proprio per questo, terribilmente emotivi: quando non fanno la guerra, o l’amore, passano il tempo a piangere.

Milano, Teatro Franco Parenti, fino al 25 novembre; Padova, Teatro Verdi, 30-31 marzo; Copparo (Ferrara), Teatro De Micheli, 5 aprile

Hugh Grant e Nicole Kidman sul lettino dell’analista

Hugh Grant, dopo il successo della miniserie di Bbc One A very English Scandal attualmente in onda in Italia su Fox Crime, reciterà in The Undoing, sei episodi diretti per Hbo da Suzanne Bier dove una terapeuta di successo (Nicole Kidman) vedrà la sua vita capovolta dopo una morte violenta, la misteriosa scomparsa del suo devoto marito e una serie di terribili rivelazioni. L’attore inglese è entrato a far parte anche del cast di Toff Guys, il nuovo film di Guy Ritchie interpretato anche da Matthew McConaughey, Kate Beckinsale e Henry Golding dove un signore della droga britannico cerca di vendere il suo impero del crimine a una dinastia di miliardari dell’Oklahoma.

Sono in corso a Viterbo le riprese de Il mio nome è Mohammed, una coproduzione tra Italia, Francia, Serbia e Macedonia in cui Goran Paskaljevic, 71enne regista serbo de La polveriera, fiero oppositore del regime di Milosevic, racconta le vicende di un profugo siriano di 8 anni che, abbandonato dal suo accompagnatore, si ritrova solo e febbricitante nei pressi di un ristorante dell’Alto Lazio. Verrà accolto dal ristoratore Paolo (Giorgio Tirabassi) e da sua moglie Valeria (Donatella Finocchiaro) che decidono di tenerlo con loro sfidando i pregiudizi del paese verso rifugiati e musulmani: la donna sembra a poco a poco uscire dalla depressione in cui era caduta da qualche anno dopo la morte prematura di suo figlio Marco, ma la sua apparente guarigione si trasformerà nell’ossessione di fare di Mohammed un nuovo Marco.

Barbora Bobulova, è tornata sul set per interpretare a Taormina con Simone Liberati ed Edoardo Pesce La regola d’oro, un film diretto da Alessandro Lunardelli e realizzato da Pupkin Production, Ibc Movie e Rai Cinema che sarà nelle sale l’anno prossimo a cura di 01 Distribution.

 

Stampa e Potere, il Cile e il ’68: Torino è politica

Chissà che presidente sarebbe stato, se solo gliel’avessero concesso. Il trentaseiesimo Torino Film Festival apre questa sera con il cortocircuito politico-mediatico di The Front Runner, diretto dal quarantunenne regista canadese Jason Reitman, figlio d’arte (l’Ivan di Ghostbusters) e talento in proprio (Juno, Thank You for Smoking, Tra le nuvole).

Incarnato da Hugh Jackman, che prenota la nomination agli Oscar, il protagonista è Gary Hart, il senatore democratico in predicato di divenire il 41° presidente degli Usa nel 1988: non accadrà, come sappiamo, vincerà il repubblicano George Bush, ma Hart era fuori dai giochi già da tempo. Non per insipienza politica né per inferiorità dialettica, ma per un intralcio tra le lenzuola: quando i mass media portarono allo scoperto la sua relazione extraconiugale con Donna Rice, dovette interrompere la campagna elettorale.

Nel cast Vera Farmiga e J.K. Simmons, Reitman piazza la camera all’ombra del Potere tra il diritto alla privacy e il diritto a essere informati e tira le somme: il rapporto tra la stampa e la politica negli States sarebbe drasticamente cambiato, e da Bill Clinton a Donald Trump l’evoluzione non conosce confini. The Front Runner – Il vizio del potere arriverà in sala il 21 febbraio 2019.

Politico è anche il voltaggio del film di chiusura del festival diretto da Emanuela Martini: atteso sotto la Mole il 1° dicembre e dal 6 sugli schermi, Santiago, Italia è il quarto documentario di Nanni Moretti, dopo Come parli frate? (1974), La cosa (1990) e Il diario del caimano (2006), in oltre quarant’anni di carriera. Già direttore a Torino nel biennio 2007-2008, il cineasta ripercorre gli effetti del colpo di Stato dell’11 settembre 1973 in Cile, che pose fine al governo democratico di Salvador Allende, per concentrarsi sul ruolo della nostra ambasciata a Santiago, che diede rifugio e salvezza a centinaia di oppositori del regime di Pinochet.

Sotto lo sguardo del presidente di giuria Jia Zhang-ke, di cui verrà presentato il bellissimo I figli del fiume giallo, passeranno nel Concorso principale 15 lungometraggi, di cui uno solo, l’esordio alla regia di Valerio Mastandrea Ride, italiano: “Il TFF è un festival internazionale – osserva Martini – e poi quest’anno molti film hanno subito il blocco della commissione ministeriale e non erano pronti. Per tacere il fatto che tutti tentano di andare a Venezia, cosa peraltro perfettamente comprensibile”. Sempre tricolori, e sul filo della politica, nelle altre sezioni troviamo il Sessantotto, rimbalzato tra Cannes e Venezia, rievocato da Bellocchio ad Assayas, nel doc Il gusto della libertà di Giovanna Ventura, le lotte operaie alla Fiat Mirafiori degli anni Settanta in Senzachiederepermesso di Pietro Perotti e Pierfranco Milanese, nonché l’immagine e la sessualità femminili filtrate dalla tv tra Cinquanta e Ottanta in Sex Story di Cristina Comencini e Roberto Moroni.

 

La Sicilia di Sciascia in tredici novelle

Ci ritroviamo quest’oggi con un altro libro, un autore di cui abbiamo già parlato, molto famoso e bravo.

Se sapete di chi parlo allora non vi resta che leggere il libro: stiamo parlando di Leonardo Sciascia e il suo Il mare colore del vino pubblicato nel 1996 dalla casa editrice Adelphi. Questo libro è una raccolta di tredici novelle che raccontano ognuna una storia diversa e una ambientazione diversa, una è ambientata nell’Ottocento, un’altra nel periodo delle grandi “partenze per l’America”, ma sapete perchè metto le virgolette? Cosa succede, partono? O si allontanano solo un po’ dalle spiagge siciliane? Tutte queste storie, una più intrigante dell’altra, sono raccolte dal famoso scrittore italiano nato nel 1921, a Racalmuto. Tutte ambientate nel paese di Sciascia, per meglio dire la sua Sicilia, hanno ognuna una storia e personaggi diversi che possono essere comiche ma anche tenervi sulle spine. Se vi dicessi una donna che incontra il killer a tavola venuto apposta per ucciderla che mi direste? Ebbene tutto questo è possibile nella raccolta di un grandissimo scrittore come Sciascia.

Il mare colore del vino – Leonardo Sciascia – Pagine: 148 – Prezzo: 10 – Editore: Adelphi

Quando ho visto il mito. Giorgia e Whitney Houston

La tentazione era troppo forte. “Alzai la cornetta e premetti il tasto ‘ripeti’”. E? “Misi subito giù. Qualcuno aveva risposto, non so chi fosse”. Giorgia, stalker. “Ma ho sempre amato Whitney Houston. Compravo ogni suo nuovo album. Così, quando il mio batterista Michael Becker, che lavorava anche con lei, compose il suo numero dal telefono di casa mia, non potei resistere!”.

Giorgia è seduta nel suo studio, davanti a uno schermo del computer, circondata da casse; in sottofondo i brani del suo ultimo album, Pop heart: pensa al suo mito, un sorriso affettuoso, di chi vuole coccolare e preservare un ricordo chiave della propria vita.

L’ha mai conosciuta?

Dopo un suo concerto a Milano, Michael insistette per presentarmela. Whitney mi sembrava alta tre metri. Riuscii solo a balbettare: “You are the best in the world. No, in the universe”. Che imbranata. Ero con Alex Baroni, che mi prese in giro. Ribattei: “Anche tu con Stevie Wonder sembravi un cretino!”. Whitney mi abbracciò. Quel tipaccio del marito, Bobby Brown, mi tese la mano, lo snobbai.

La Houston era un usignolo. Maltrattato.

Tifavo per lei. Credevo ce la facesse. Ma era circondata dalle persone sbagliate, come Amy Winehouse. Anch’io ho vissuto il mio periodo nero, però c’è chi ha saputo sostenermi.

Nel suo nuovo disco di cover, lei canta in modo devoto “I will always love you”.

In studio, prima di reinterpretarlo, parlavo con Whitney. Passeggiavo e le dicevo. “Perdonami! Lo faccio solo per amor tuo”. Ero in uno stato pietoso. Il mio produttore Michele Canova borbottava: “Giorgia è pazza”.

Ad aprile partirà per un nuovo tour. Stasera invece affronterà i suoi successi in un evento storico: la prima artista pop a esibirsi al Duomo di Milano.

Me la sto facendo sotto! I miei pezzi riarrangiati dall’orchestra diretta da Valeriano Chiaravalle, più la mia band. Saremo rispettosi della sacralità del luogo, non faremo baccano. Avevo pensato a delle cuffie per il pubblico, ma sarebbe stato un casino con le acconciature delle signore. Il concerto sarà per beneficenza: c’è da raccogliere un milione di euro per i bimbi disabili. Ci saranno letture sacre dell’attrice Giulia Lazzarini. Canterò anche l’Ave Maria di Schubert. La versione che avevo ascoltato da mio padre.

Con quale criterio ha scelto le canzoni del disco?

In maniera schizofrenica, come sono io. Ne abbiamo prese in considerazione 230. Prima ho provato a cantarle sulle basi, come al karaoke. Poi abbiamo lavorato sugli arrangiamenti. Mi sono cimentata con tutto lo scibile italiano e internazionale. Qui duetto con Elisa, Tiziano Ferro, Eros, il giovane talentuoso Ainè. Interpreto Mango, Madonna, Rihanna, oso avvicinarmi ad Annie Lennox. Ho riletto in chiave quasi black Come una favola di Vasco. Tante cose sono rimaste fuori ma rispunteranno nei concerti: Giudizi universali di Samuele Bersani. E Fossati, Dalla… Ho provato pure Through the barricades degli Spandau Ballet e Save a prayer dei Duran Duran: in omaggio ai miei idoli. A casa Todrani erano sotto embargo!.

Manca pure “Georgia on my mind”…

Come avrei potuto inciderla, dopo averla cantata con Ray Charles? Fu a Lucca, ero ospite nel suo set. Lui mi tastò il polso. Era il suo trucco per valutare l’energia delle persone. Dovevamo fare Hit the road Jack, volle che duettassimo in Georgia. Sul palco non sentivo niente, ma il nostro incontro fu magico.

E dopo lei raccontò a Ray la storiella di “Georgia” scritta in suo onore…

Da piccola ho avuto due traumi. Il primo è stato Babbo Natale, il secondo quando, a 12-13 anni, chiesi a papà se era vero che fosse amico di Charles e che la canzone era stata dedicata a me. E lui: “Ma c’avevi creduto? Era uno scherzo…”. Lo confidai a Ray, non la smetteva di ridere.

Stasera al Duomo farà anche due pezzi da “Pop heart”. Uno è “Anima” di Pino Daniele, l’altro “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti. Quest’ultimo lo canta da figlia o da madre?

Da donna adulta. Il mio bambino, Samuel, lo ascoltò per la prima volta da Lorenzo all’Olimpico. Aveva due anni. Oggi allo stadio ci va con suo padre a vedere la Roma. Una volta sono dovuta andare anch’io.

Lei è della Lazio!

Per i figli si fa tutto. Ero in tribuna autorità, accanto a Malagò. Tre posti più in là c’era Totti, Samuel fu rispettoso, non gli chiese il selfie perché lo vedeva concentrato sul match. Io mi nascondevo, giocavo con il telefono. Finché Vanzina mi disse: “Ma non eri biancoceleste?”. La Roma perse…

Infiltrata.

Samuel si comporta come un tifoso anziano. La Lazio mi ha regalato la maglia ma devo nasconderla, altrimenti lui me la butta. Una volta venne a salutarmi il fratello di Del Piero e mio figlio si era scritto sul braccio “Juve schifo!”. Quando passeggiamo per il quartiere si mette la tuta giallorossa e la gente sogghigna.

Da grande farà il calciatore o il musicista?

Vuole aprire un ristorante. “Tanto i soldi me li date voi”, azzarda. Dovremo spiegargli un po’ di cose. E se vorrà suonare, che non punti alla fama a tutti i costi. Si diverta con la sua band, non necessariamente miri ai talent. Che io non demonizzo. Maria De Filippi mi voleva giudice ad Amici, ma non me la sentivo di eliminare qualcuno. Maria mi spiegò: “Hanno messo in conto il rischio di andare a casa”. Io, al posto loro, mi sarei demoralizzata. Questa generazione è veramente tosta.

Korobov sapeva del Russiagate. Trovato morto il capo degli 007

Il generale è morto. In seguito a “una grave e lunga malattia”. Il ministero della Difesa russo ufficializza la scomparsa di Igor Korobov, il capo della Gru, l’intelligence russa. Veterano sovietico in divisa dal 1973, era diventato membro dei servizi segreti nel 1985, per raggiungerne il vertice nel 2016. In Russia molti ora vedono per la prima volta la sua faccia: non rilasciava interviste in tv, non parlava in pubblico, eppure era uno degli uomini più potenti del Paese. Della morte del generale si è appreso vdrug, all’improvviso, proprio come è accaduto con il decesso del suo predecessore Igor Sergun, prematuramente stroncato da un infarto.

A uccidere Korobov a 62 anni è stata una “malattia” che il dipartimento militare preferisce non specificare. O è stata l’ira del presidente russo, dice il giornale russo Meduza: “Korobov ha cominciato a sentirsi male dopo il severo rimprovero di Putin a metà settembre”, in seguito al fallimento dell’operazione Skripal, che ha fatto finire sulle prime pagine di tutti i quotidiani del mondo le facce dei due agenti russi accusati dell’avvelenamento dell’ex spia a Salisbury. Secondo il giornalista d’inchiesta russo Serghey Kanev, tutto sembrava già deciso: una malattia a orologeria, “Korobov sapeva tutto delle operazioni della Gru”. Dell’avvelenamento in Gran Bretagna, dell’ingerenza degli hacker russi durante le elezioni americane del 2016, dell’abbattimento del jet malese in Ucraina nel 2014, del tentativo di colpo di stato in Montenegro. Per i numerosi recenti fallimenti delle operazioni dell’agenzia segreta, Koborov doveva essere rimpiazzato prima dell’inizio del nuovo anno da un altro generale, Sergey Gizunov, dice Kanev. Nato a Pietroburgo come Putin, Gizunov è meglio conosciuto nell’ambiente dei servizi come “le orecchie e gli occhi del presidente” Putin.