Hanouna, la “voce” comica dei gilet gialli

Un umorista come portavoce dei gilet gialli? Già i paralleli tra l’appena nato movimento anti-caro petrolio in Francia e i 5 stelle si stavano moltiplicando negli ultimi giorni, ora anche questo. Martedì sera, durante il popolare talk show Touche pas mon poste che presenta dal lunedì al giovedì su C8, Cyril Hanouna ha dato la parola a un gruppo di manifestanti e a sorpresa ha proposto: “Se domani potessi essere il vostro portavoce in tv e far progredire le cose nella calma e voi decideste di venirmi a trovare, lo farei con piacere”.

Per un movimento nato spontaneamente sui social e senza un portavoce nazionale sarebbe una cassa di risonanza immensa. Hanouna, nome sconosciuto in Italia, in Francia è una star. A 44 anni, l’anchorman di origini tunisine e dalla barba scura, riunisce davanti alla tv tra 1,5 e 2 milioni di persone. La sua trasmissione è molto discussa, irriverente e scade a volte anche nel volgare. Al dibattito su temi di attualità si alternano rubriche umoristiche e clip musicali.

Nello studio di C8 (gruppo Canal +), i quattro gilet gialli hanno potuto dare per due ore la loro versione dei fatti. Come prima cosa hanno smentito i dati ufficiali sul numero di partecipanti al primo giorno di blocco nazionale del 17 novembre scorso. La prefettura ha parlato di 288 mila gilet in tutta la Francia. Secondo loro erano almeno 2-3 milioni. Hanno anche criticato i media che, secondo loro, danno una visione parziale del movimento e accusato non si sa bene chi di aver censurato delle immagini su Facebook. La trasmissione ha fatto indignare il sottosegretario di Stato al Digitale, Mounir Mahjoubi. In un’intervista a L’Opinion, Mahjoubi ha detto che i gilet gialli di Hanouna hanno sfornato solo bugie e fake news, alludendo persino a un “complotto tra Stato e Facebook”. Hanouna, che lavora anche in radio e si esibisce in un one man show nei teatri, è uno che nella polemica ci sguazza. Prende in contropiede i politici proponendo sondaggi tv del tipo “a favore o contro la legalità dell’aborto in Francia?” o “a favore o contro il burqa?”, che rimettono in discussione leggi incontestabili.

Scandalizza quando chiede: “Charlotte non sopporta che il suo compagno faccia l’amore con lei mentre dorme. È normale?”. Hanouna è anche un habitué dell’insulto e non si fa problemi a dare dello “stronzo” in tv a chi lo disturba. O a digitare in diretta il numero dell’Eliseo per fare gli auguri di compleanno a Emmanuel Macron. Hanouna dunque come Beppe Grillo? Nell’attesa di saperlo, ieri Le Monde si chiedeva se “i gilet gialli riusciranno a dar vita in Francia a un movimento di protesta paragonabile ai 5 stelle italiani”. In comune hanno già – nota il quotidiano – il carattere “prendi-tutto” che “aggrega rabbie diverse”, e la “lotta anti-sistema”. “Prima di prosperare nelle grandi città, il Movimento 5 Stelle ha trovato radici nelle periferie”, ha scritto il giornale, e si è “sviluppato sui social a partire da una retorica anti-media”.

I gilet gialli, che in piccoli gruppi sono rimasti mobilitati tutta la settimana ai caselli autostradali, sui raccordi o bloccando le raffinerie, organizzano domani una seconda giornata di blocco nazionale. A Parigi sono stati autorizzati a riunirsi sugli Champs-de-Mars, ai piedi della Tour Eiffel, ma loro vogliono andare sugli Champs-Elysées, per farsi sentire ancora più forte dal presidente Macron.

Brexit: l’accordo Ue c’è. May alla prova dei suoi

“Questo è l’accordo giusto per il Regno Unito. Ci restituisce il controllo dei nostri confini, dei nostri soldi e delle nostre leggi. E lo fa proteggendo i posti di lavoro, la sicurezza e l’integrità del Regno”. Sono da poco passate le 12.30 quando Theresa May, fuori da Downing Street, annuncia ufficialmente di aver raggiunto un compromesso, oltre che sull’accordo di divorzio, anche sulle linee guida dei futuri rapporti fra Regno Unito e l’Unione europea. La sterlina vola immediatamente a 1.29 sul dollaro.

La dichiarazione politica “stabilisce i parametri di una partnership ambiziosa, ampia, approfondita e flessibile” in materia di cooperazione economica, politica estera, difesa, sicurezza. Un testo non legalmente vincolante e ancora aperto su alcuni dossier: non nomina, per esempio, la spinosa questione di Gibilterra, su cui la Spagna promette battaglia e che è ancora oggetto di negoziato.

Chiarisce però la direzione dei rapporti, cruciali per il futuro del Regno Unito ma anche per la stabilità e prosperità europee, come appare chiaro dalla presenza di concessioni reciproche.

Il movimento delle merci:May non ottiene l’area di libero scambio che voleva. Gli scambi dovranno però essere “i più stretti possibile”, nell’ambito di una partnership economica ‘equilibrata”.

Il Regno Unito, insomma, non avrà vantaggi competitivi. Il prezzo per il mantenimento di diritti economici sarà l’ottemperanza a obblighi precisi dettati dai 27 Paesi dell’Unione europea.

L’Unione doganale: è uno dei nodi critici per i falchi Brexiter, che temono che l’unione doganale temporanea già concordata diventi una prigione a tempo indefinito, con Londra costretta nei confini dei trattati commerciali europei. Nel testo si parla esplicitamente di “politica commerciale indipendente” in futuro, ma tutto dipende dalle alternative, tutte da inventare, al dilemma irrisolto del confine irlandese.

Il confine irlandese: il testo ribadisce il comune interesse a non ricorrere al backstop, la clausola di garanzia che terrebbe il Nord-Irlanda nell’unione doganale e nel mercato comune per evitare il ritorno del confine con l’Eire. Si menzionano soluzioni tecnologiche, come chiedevano i Brexiter, ma ci vorranno anni per implementarle.

I servizi finanziari: come previsto, saranno regolati da una sistema di “equivalenza” come Stati Uniti e Giappone. I dettagli andranno negoziati entro il 2020, ma la City perde la posizione di favore del passporting, il diritto di operare da Londra in tutta Europa senza adempimenti nazionali.

Libertà di movimento: “vittoria” negoziale della May, da sempre ossessionata dal controllo delle frontiere, che del resto è stato il principale motore del si al referendum. “Poiché il Regno Unito ha deciso di non applicare più il principio del libero movimento delle persone, le parti troveranno accordi di mobilità”. Torneranno i visti per turismo e studio. Sabato pomeriggio May tornerà a Bruxelles, dove vedrà ancora Juncker: sono ore cruciali, in cui far valere il proprio peso politico, senza intermediari. Domenica, il voto dei capi di stato e di governo sul testo di divorzio e su questa dichiarazione politica, ma a parte le rimostranze spagnole non ci si aspettano sorprese negative. La battaglia cruciale è in casa, per conquistarsi, uno per uno, l’appoggio dei propri parlamentari entro metà dicembre. A oggi sembra impossibile: ieri alla House of Commons il primo ministro è stata bersaglio di critiche spietate anche sul nuovo testo, definito da Corbyn “26 pagine di fuffa. Un salto nel vuoto, la Brexit al buio che tutti temevamo”. Ma secondo il sondaggio YouGov per il Times, una settimana fa solo il 33% dei 1667 intervistati voleva che restasse al suo posto. Ieri mattina era il 46%.

Hillary al veleno: “Il populismo vince perché la sinistra non frena i migranti”

L’Europa deve gestire l’immigrazione per combattere la crescente minaccia dei populisti di destra”. Così Hillary Clinton ha invitato i leader della sinistra europea a mandare un segnale forte che mostri che “non potranno continuare a fornire rifugio e sostegno a tutti” in un’intervista al quotidiano inglese The Guardian.

L’ex candidata dem alla presidenza Usa ha elogiato la generosità della cancelliere tedesca, Angela Merkel, ma ha suggerito che l’immigrazione sta infiammando gli elettori e ha contribuito all’elezione di Donald Trump e al voto britannico per la Brexit. “Ammiro gli approcci generosi e compassionevoli che sono stati adottati in particolare da leader come Angela Merkel, ma penso che sia giusto dire che l’Europa ha fatto la sua parte, e deve inviare un messaggio molto chiaro: ‘Non siamo più in grado di continuare a fornire rifugio e sostegno’. Altrimenti – suggerisce – se non affrontiamo la questione dell’immigrazione, continuiamo a prendere in giro gli elettori e a dare spazio a coloro che dicono loro esattamente ciò che vogliono sentirsi dire e danno una versione della realtà, che poi è l’unica riportata dalla stampa”.

Mediterraneo, la strategia dell’attenzione: l’Italia vuole più Libia e meno Afghanistan

Dopo Palermo, Roma. Con la tre giorni dei Med Dialogues, il Forum organizzato dalla Farnesina in collaborazione dell’Ispi, l’Italia punta ad affermare una strategia dell’attenzione verso il Mediterraneo.

“La geografia ci consegna una grande responsabilità”, ha detto il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, aprendo i lavori alla presenza del presidente della Repubblica. Ad affiancarlo, l’ospite d’onore della prima giornata, il presidente dell’Iraq, il curdo Barham Salih appena eletto alla presidenza del fragile Stato mediorientale grazie all’appoggio iraniano. Altro ospite importante, forse il più importante, è stato il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohamed Javad Zarif, il quale ha chiesto all’Unione europea di non seguire Donald Trump nelle sanzioni all’Iran proponendosi come interlocutore dei vari processi di pace regionali, in particolare quello siriano.

Ed è proprio a Zarif che si è rivolta la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, “a titolo personale” dicendosi favorevole a un non coinvolgimento italiano nelle sanzioni, preferendo mantenere il ruolo di “ponte” dell’Italia tra l’occidente e il Medioriente. Trenta ha poi insistito su un altro concetto, il riorientamento delle priorità internazionali da Paesi come l’Afghanistan a Paesi per l’Italia più importanti, come la Libia. Anche per questo ha ottenuto dalla Nato, 15 giorni fa, il via libera a un graduale disimpegno italiano dalla zona. I circa 1000 soldati italiani scenderanno di cento e poi di altri cento nei prossimi mesi.

La geografia, appunto, il Mediterraneo come centralità italiana sulla scia della conferenza di Palermo. Ci ha insistito in particolare il ministro Moavero il quale ha potuto tracciare un collegamento tra le presenze avute il 12 novembre all’incontro sulla Libia e quelle presenti a Roma in questi giorni. Gli organizzatori vantano circa 40 delegazioni estere, composte spesso da capi di Stato o di governo.

In questo clima, il ministro ha potuto esprimere sui migranti parole dissonanti da quelle generalmente utilizzate dal governo: “Chi fugge dalle guerre deve trovare accoglienza”, ha detto e “di fronte al migrante economico non si deve restare ottusamente chiusi”. Vedremo se la posizione reggerà.

Oggi ci sarà l’altro ospite d’eccezione, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. E non è un caso se l’altro messaggio inviato da Moavero sia stato proprio il ruolo privilegiato che Roma intende mantenere con Mosca senza rompere la tradizionale fedeltà atlantica.

Parole dette con grande cautela, ma le recenti mosse fanno intravedere un lieve smarcamento da Washington, che, non a caso, sia a Palermo che a Roma hanno inviato figure di secondo livello. Sono solo mosse diplomatiche che potrebbero essere smentite rapidamente. La strategia dell’attenzione verso il Mediterraneo, però, è il messaggio che viene inviato al Medioriente.

Criminali e non terroristi i rapitori della volontaria

Le indagini per ritrovare Silvia Romano si muovono lungo la linea di demarcazione, mai netta e sempre sottile, tra criminalità e terrorismo: una linea che l’ostaggio potrebbe già avere varcato, passando di mano tra bande diverse. Il dato che induce alla speranza è che chiunque abbia sequestrato e tenga prigioniera la generosa milanese di 23 anni la consideri un bene prezioso, perché conta di ricavarne un cospicuo riscatto: improbabile, quindi, che se ne sbarazzi. L’ipotesi d’un rapimento a fine di lucro, quale che ne sia la matrice, è rafforzata da due elementi: la banda che ha fatto irruzione nel villaggio di Chakama, 70 km da Malindi, nella notte tra martedì e mercoledì, voleva prendere Silvia Costanza e non terrorizzare e uccidere in modo indiscriminato (l’azione armata ha fatto cinque feriti, tutta gente del posto); e la scelta d’un’italiana come ostaggio suggerisce l’intenzione di negoziare – con ostaggi di altre nazionalità, la trattativa può essere più difficile –.

Gli inquirenti kenioti hanno già arrestato 14 persone, che non sono, però, i rapitori, ma che si pensa siano complici o basisti. Conducendoli al distretto, gli agenti li avrebbero sottratti al linciaggio. Secondo fonti di stampa locali, poi confermate da fonti ufficiali, un’operazione di polizia è scattata mercoledì sera a Chakama, dove Silvia faceva attività di volontariato con la onlus marchigiana Africa Milele, e a Galana-Kulalu. Le forze di sicurezza hanno poi esteso la loro azione dalla contea di Kilifi alle contee del fiume Tana, che sfocia nell’Oceano Indiano a nord di Malindi, al centro circa della costa keniota, e di Taita Taveta. Parla di “caccia all’uomo” il vice-governatore della contea di Kilifi, Gideon Sabuti. Sarebbe ora ricercato un individuo che aveva ospitato in una casa di Chamaka due persone, di cui si sono perse le tracce, e che si sarebbe allontanato al villaggio prima del rapimento. Said Abdi Adan, residente nella contea del fiume Tana, affittava a Chakama due stanze di Malik Said Gasambi, che racconta: “Trascorrevano le notti a masticare miraa”, un’erba stupefacente diffusa in Kenya. “D’improvviso sono spariti tutti, sono andati via di nascosto lasciando nella casa le loro cose”.

Il rapimento d’uno straniero in Kenya è quasi eccezionale: questo è il primo dopo tre episodi, conclusisi tragicamente, del 2011 e 2012 – con vittime britanniche, francesi e spagnole – attribuiti dal governo ai terroristi islamici somali di Al Shabaab, che però smentirono d’essere coinvolti. Sempre i miliziani di Al Shabaab sarebbero i primi indiziati nel sequestro di Silvia, se dovesse essere confermata la pista terroristica. Un testimone oculare, Churchill Otieno Onyango, riferisce di avere visto e sentito “tre tipi somali, due con armi da fuoco e uno senza”. L’intelligence italiana s’è attivata, di concerto con le autorità keniote. Si vuole soprattutto avere la certezza che Silvia sia ancora viva: un file audio o un video o altra prova che la ragazza è in buone condizioni e che quindi ha senso avviare un’eventuale trattativa per la sua liberazione. Ci potrebbe però volere qualche giorno: come nelle nostre storie dell’Anonima Sequestri, i rapitori potrebbero non uscire subito allo scoperto con una richiesta.

Tutte le testimonianze finora raccolte presso i familiari di Silvia, che chiedono alla stampa di non sollecitarli, gli amici e i colleghi riferiscono d’una ragazza entusiasta dell’esperienza già fatta in Africa e desiderosa di tornarci, pure rinunciando a un’offerta di lavoro che le piaceva. La giovane era stata testimonial di Africa Milele in una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Gofundme per dotare la ludoteca in fase d’allestimento nella savana di Chakama d’una tanica capace di 10.000 litri di acqua piovana per le emergenze siccità ricorrenti: i bambini che frequentano l’installazione sono – riferiva Silvia – 135. Dal canto suo, Africa Milele, l’organizzazione non profit, riconosciuta dallo Stato italiano, che opera dal 2012 sia in Italia che in Africa, soprattutto a favore dell’infanzia, si tiene fuori dalle polemiche alimentate da gretti commenti sui social: “Ci interessa solo che Silvia sia liberata”.

 

Lady no-euro e “il castrato”. I nuovi mostri della Tv

Mentre Matteo Salvini posta foto di gattini pucciosi sulla sua bacheca Facebook per rassicurare i mercati esteri e tentare con le fusa laddove non siamo riusciti con la manovra, in tv, da un paio di mesi a questa parte stanno scoppiando risse tra personaggi insospettabili e personaggi molto sospettabili. Tra questi ultimi un intramontabile Vittorio Sgarbi che dopo l’operazione al cuore e la raccomandazione dei medici di non incazzarsi, probabilmente ha impiccato i medici sull’asta della flebo. Qui di seguito la lista dei tafferugli più indimenticabili degli ultimi tempi:

 

Maurizio Belpietro vs Udo Gumpel

Entrambi ospiti di #Cartabianca, si trovano lì a discutere di sgomberi degli edifici occupati. Gumpel afferma di essere sdegnato dall’inciviltà del nostro Paese che lascia la gente per strada, senza un tetto sulla testa, sotto la pioggia. L’effetto è già di per sé abbastanza straniante perché Gumpel parla come fosse Laura Bordini ma con l’accento del gerarca nazista che scatena il cane lupo sulla giugulare del prigioniero. Belpietro non ci sta. “Gli edifici sgomberati vanno liberati, non venga a dare lezioni agli italiani, voi avete costretto a pagare l’Europa 6 miliardi per i migranti! Pensa alla tua democrazia, sei un agitprop!”, gli urla. A Gumpel, dall’incazzatura, si appannano gli occhiali: “Maleducato, facile sparare cazzate!”. Belpietro per fortuna è in collegamento perché altrimenti i due si starebbero già rotolando sul pavimento come due ragazzine che si contendono l’ultimo tubino nero ai saldi di Zara. La Berlinguer, con piglio eroico, tenta di calmarli e schiva di poco un “vaffanculo pure te”, poi chiude il programma con un definitivo: “Comunque lei qui non la inviterò più!”, detto a Gumpel che le risponde piccato: “E per fortuna, mi sono vergognato!”. Il siparietto riesce in un’impresa che pareva impossibile: rendere uno che sta sulle balle pure al club degli orsetti del cuore – Maurizio Belpietro – simpatico a tutti.

 

Francesca Donato vs Alan Friedman

Intanto bisogna spiegare chi è Francesca Donato. La Donato è un avvocato siciliano e la fondatrice di Eurexit, un’associazione che promuove l’uscita dall’euro per rilanciare l’economia. Per garantire serietà al progetto, su twitter, la Donato ha trovato un soprannome che fa tremare la Ue: Lady Onorato. Insomma, è la nostra Lady Oscar dell’economia. I suoi detrattori dicono che parla di economia senza capire una cippa di economia. I suoi sostenitori dicono che parla di economia senza capire una cippa di economia però ha un bel taglio di capelli. Floris è il suo fan più accanito, tanto da averla coinvolta di recente a DiMartedì in un faccia a faccia con Carlo Cottarelli, il quale dietro le quinte, andando via, avrebbe detto: “La prossima volta con chi mi fate parlare di spread, con Patrizia De Blanck?”. La sua lite più esilarante però è avvenuta a L’aria che tira con Alan Friedman, il quale era in collegamento. La Donato si lancia in una provocazione sull’economia inglese, Friedman finge di non capire chi stia parlando e chiede: “Sono collegato con quella donna anti-euro?”. Il “quella donna” è pronunciato con il disprezzo che si rivolge a un molestatore di bambini. “Lei non capisce un tubo, vada a studiare economia!” aggiunge. La Donato snocciola le sue teorie da economista navigata. In studio ridacchiano tutti. Friedman si toglie le cuffie: “Arrivederci a tutti e in bocca al lupo!” e se ne va. FriedmanExit.

 

Vittorio Sgarbi vs Mario Giordano

Un match a più riprese, iniziato in ottobre negli studi di #Cartabianca. Mario Giordano compie l’errore di proclamare che la legge è sacra, Sgarbi sbrocca al suono di “fallo tacere, questa rana”. A Matrix, solo un mese dopo, ritorna in scena la rissa Sgarbi-Giordano, stavolta scatenata dal tema delle aperture domenicali. Sgarbi difende l’economia liberale, Giordano i diritti dei lavoratori, allora Sgarbi gli dà del comunista e Giordano risponde con un “ma ti sei rincoglionito?”. Qualsiasi altra replica dell’ex direttore del Tg4 è resa impossibile dalla classica ripetizione a macchinetta di “Sei un comunista”, occasionale alternativa al classico “Sei una capra”. Nel fuori onda, poi, si produce in una squisita imitazione della voce di Giordano, o come lo chiama lui il “castrato di merda”. Per una corretta inquadratura della situazione, comunque, teniamo sempre a mente l’ultima fatica mediatica del critico d’arte: farsi riprendere col telefonino mentre rotola sul pavimento di un Autogrill, di notte.

 

Mauro Corona e Bianca Berlinguer

Dice Aldo Grasso che gli incontri televisivi tra Mauro Corona e Bianca Berlinguer sono un incrocio tra Casa Vianello e i falò tra innamorati litiganti di Temptation Island. Il livello in effetti, tra i battibecchi sul Vajont e le timide dichiarazioni da impacciati fidanzatini adolescenti, è sempre abbastanza alto, soprattutto quello alcolico. A tal proposito l’altro ieri Corona, parlando del suo uso di psicofarmaci, ha confidato alla Berlinguer che, in barba ai foglietti illustrativi, lui li prende insieme al vino e alla birra e “guarda caso, sono aumentati di potere e mi hanno fatto bene”. Lei tenta di prendere le distanze ricordando i danni che il mix di farmaci e alcolici può provocare e allora Corona la bacchetta “Questo lo dice lei, però!”, come ogni buon marito alcolista ricorda alla moglie che “il vino rosso fa sangue, lo dice il medico”. Diciamoci la verità, voi a chi credereste: alla letteratura scientifica o a un alpinista che va in televisione con lo smanicato e la bandana in testa?

 

Bruno Vespa vs Piercamillo Davigo

Nel gioco delle parti del salotto di DiMartedì, tecnicamente, il magistrato giustizialista Davigo avrebbe dovuto difendere l’abolizione della prescrizione, mentre Bruno Vespa difendere, come al solito, Berlusconi. Vespa allora esordisce con una battuta incredibile, ovvero “La gente sul comodino tiene la foto del figlio, Davigo ci tiene le manette”, riuscendo involontariamente in un doppiosenso abbastanza sadomaso. Dimenticandosi, tuttavia, che quello che si farebbe rimbrottare con la frusta leccando le scarpe col tacco del proprio padrone, tra i due, non è Davigo.

Uno sguardo dal basso e i Dieci Comandamenti della buona tv

C’è qualcosa di sciamanico anche nei reportage di Domenico Iannacone, e non ci riferiamo solo alla somiglianza con Luciano Spalletti. I Dieci Comandamenti (Rai3, domenica, 20.15) sono una specie da proteggere per più ragioni. Intanto lo è tutto il giornalismo d’inchiesta, in cui Iannacone si muove scegliendo temi rimossi come la devastazione prodotta dagli impianti petrolchimici di Augusta: villaggi rasi al suolo, tonnellate di fanghi tossici che inquinano il mare e rendono l’aria irrespirabile. La seconda ragione è lo sguardo rivolto dal basso, cosa rara in un video intasato di tuttologi e vippume; in questo caso, le tante vittime del ricatto occupazionale – se vuoi mangiare, devi tacere sul pane avvelenato –, i pochi che hanno il coraggio di rompere l’omertà.

La terza ragione per cui i Dieci Comandamenti sono da proteggere è la più preziosa: la fusione tra le testimonianze dei deboli (Iannacone non intervista, incontra) e la potenza delle immagini. I cementifici, le raffinerie, le discariche, il mazzo di ciminiere che si staglia contro il mare affollato di impavidi bagnanti; e poi le lapidi lustre di bianco, il registro dei “martiri per cancro” di questa Spoon River dei diseredati. Qualcosa di ancora più insolito per il mezzo televisivo: lo stile. Possibile che la Sicilia da diorama di Vigata sia a due passi da questo inferno sulla terra? Possibile che non dico Montalbano, ma una qualsiasi minchia di commissario non sia mai venuto a indagare qui? Possibile. Anzi, certo.

Mail Box

 

Libertà di stampa, chi c’è dietro al Washington Post?

Gentile Direttore, il suo editoriale del 16 novembre “Scusali, Silvio” punta l’indice sulla libertà di stampa (che personalmente intendo non solo come il diritto di scrivere quello che si vuole ma soprattutto come il diritto di essere informati correttamente) e sui conflitti d’interessi. Effettivamente non ci vuole molto per capire che se un imprenditore ha il suo core-business in una attività e detiene la proprietà di un gruppo editoriale, sarà molto difficile leggere sulla stampa del gruppo qualcosa che vada contro gli interessi del suo business primario.

Il Fatto Quotidiano, di cui mi pregio di essere lettore, abbonato, estimatore e, nel mio piccolo, divulgatore (pensi che agli inizi comperavo due copie in edicola e una la lasciavo ogni giorno sul sedile del treno in modo che potesse essere letta da chi non lo conosceva, una specie di giornale gratuito) è uno dei pochi (forse l’unico?) che in Italia sfugge a questa logica.

Ma mi chiedo: come funziona nei Paesi anglosassoni? Ci potrebbe spiegare come in questi Paesi è garantita la libertà di stampa al netto dei conflitti d’interessi o se in fin dei conti è solo la stessa minestra con altro sale?

Chi c’è veramente dietro alle blasonate, ma solo per fare un esempio, New York Times? Herald Tribune? Washington Post?

Lucio Gobbetti

 

Caro Lucio,

come avrà notato abbiamo iniziato un’inchiesta a puntate sugli editori italiani. Poi racconteremo il sistema editoriale degli altri Paesi.

M. Trav.

 

 

Inutile che Minniti neghi di essere il candidato renziano

Marco Minniti ha accettato di correre per le primarie dalle quali verrà fuori il nuovo segretario de Partito Democratico. Egli, pur essendo stato chiaramente individuato da Matteo Renzi e dai suoi uomini come candidato della loro area, sta facendo di tutto per non farsi etichettare come candidato renziano. Per questo motivo dice di rispondere all’appello dal basso fatto da 500 sindaci del centrosinistra. Ma l’appoggio renziano, ufficialmente respinto, emerge chiaramente tra le righe delle sue dichiarazioni.

Lunedì, ad esempio, Repubblica ha pubblicato un’intervista nel corso della quale Minniti ha fatto, tra l’altro, la seguente affermazione: “Renzi ha perso e si è giustamente dimesso assumendosi responsabilità che vanno anche oltre le sue”. Ma questa affermazione non è vera. Egli non si è assunto tutte le responsabilità che doveva assumersi.

Renzi ha sempre negato, fino ad ora, che il motivo di fondo della sconfitta del Partito Democratico sta nella sensazione che egli ha dato molto spesso di voler esercitare un controllo ferreo sul partito creando un cerchio magico di persone a lui vicine ed evitando di dare spazio ad un vero e autorevole gruppo dirigente.

Franco Pelella

 

 

Diritto di replica

In merito alla ricostruzione pubblicata giovedì 15 novembre sul tema delle barriere posizionate su 11 viadotti della A16, le strutture tecniche di Autostrade per l’Italia precisano che il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici non ha escluso la possibilità di utilizzo del sistema di ancoraggio “a barre filettate” adottato dalla società per barriere new jersey in calcestruzzo bordoponte, come si riporta in alcuni articoli. Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, invece, ha semplicemente ritenuto che “non risulti sufficientemente documentata la sostanziale equivalenza di prestazioni tra il dispositivo modificato” e quello cosiddetto Liebig utilizzato in precedenza, richiedendo approfondimenti riguardanti un presunto eccesso di rigidità nel caso di urto con autovettura.

La Direzione di Tronco di Cassino decise di modificare l’ancoraggio al cordolo della barriera, precedentemente collegata al fondo di una cavità che poteva determinare una concentrazione di sali antigelo potenzialmente molto aggressivi, con una soluzione “a filo” che impedisce ogni accumulo di sale a contatto con il bullone di ancoraggio: la cosiddetta “barra filettata”. Questa soluzione è stata adottata sulla base di pareri di autorevoli esperti della materia, che hanno verificato mediante approfondite prove numeriche e modellazioni l’equivalenza di questo tipo di soluzione al sistema Liebig.

E contrariamente a quanto riportato in alcuni articoli, la resistenza di questa soluzione è stata verificata con prove di crash test. L’assoluta correttezza e adeguatezza in termini di sicurezza della soluzione tecnica adottata è stata rappresentata al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti fin dal 2016.

Autostrade per l’Italia

 

Siamo alle solite, Autostrade per l’Italia del gruppo Benetton continua a comportarsi non da concessionario di un bene pubblico, ma da padrone: da sé se le canta e da sé se le suona. L’autorevole e statale Consiglio superiore dei lavori pubblici dice che per l’ancoraggio delle barriere di sicurezza New Jersey la nuova soluzione escogitata da Autostrade non va bene perché non risulta sufficientemente documentata la sua validità e Autostrade che fa? Fa come le pare, va avanti come se niente fosse, piazza ugualmente il nuovo sistema e se ne vanta pure in quanto “autorevoli esperti” consultati e si presume lautamente pagati dalla stessa società Autostrade hanno gentilmente attestato che è tutto ok.

Ma può continuare così?

Vin. Iu. e Da. Ma.

Grandi opere. L’analisi costi-benefici non è una “ingenua” perdita di tempo

 

Ho ascoltatomartedì su La7 Travaglio ritenere ancora utile la verifica costi-benefici per il Tav. Circa 30 anni fa all’Anas, qualcuno – di cui non ricordo il nome – illuminato ma ingenuo, per dirimere il problema della priorità degli investimenti stradali, ideò la “redditività degli investimenti” che è l’equivalente della valutazione costi-benefici e che, in base a determinati parametri (tra cui la stima dei futuri flussi di traffico!), doveva accompagnare ogni nuovo progetto. Dopo pochi mesi sparì perché si accorsero che al Sud non avrebbero potuto realizzare che poche opere pubbliche. Ora questi onesti (?) idioti insistono sullo stesso tema senza rendersi conto che i vecchi marpioni della politica li costringeranno a usare lo stesso criterio per ogni altra opera pubblica e allora capiranno di essersi dati la zappa sui piedi perché il Sud verrà emarginato. Ma possibile che non ci sia più nessuno capace di capire tutto ciò?

Nerio Chioini

Gentile lettore, lei pone un problema serio sul quale è utile una migliore messa a fuoco. L’analisi costi-benefici non misura la redditività di un’opera ma i suoi effetti positivi dal punto di vista economico, sociale, ambientale eccetera. Serve a valutare se quei soldi è meglio spenderli in un modo piuttosto che in un altro. Una strada statale è un costo e basta, ma gli economisti dei trasporti usano tecniche standard per misurare i benefici che quell’investimento porterà alla società. Se a tutti gli investimenti pubblici si chiedesse redditività, non si costruirebbero più strade né scuole né ospedali né tribunali. Né al Sud né al Nord. Il Tav è un progetto lanciato una trentina d’anni fa sostenendo che l’investimento sarebbe stato fatto da capitali privati e ripagato dai proventi del traffico. Una sciocchezza che ovviamente non si è verificata, e infatti le tratte Torino-Milano-Roma-Napoli sono state costruite con denaro pubblico. Come redditività si sono rivelate un disastro, ma probabilmente supererebbero brillantemente l’analisi costi-benefici. Le faccio notare infine che l’analisi costi-benefici per il Tav della Val di Susa non è un’idea degli “onesti (?) idioti” come lei definisce, se ho ben compreso, l’attuale governo della Repubblica Italiana. La chiesero a gran voce nel 2014 Roberto Perotti, economista della Bocconi al tempo consulente del governo Renzi, e un altro renziano doc come Yoram Gutgeld, ex capo della McKinsey italiana. L’idea è stata fatta propria (ma non realizzata) dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Chieda a loro se la ritengono un’idiozia solo perché adesso la fa Danilo Toninelli.

Giorgio Meletti

Volete far ripartire l’Italia? Allora basta con queste bugie

Smettere di raccontare e di raccontarsi bugie: ecco qual è la prima cosa che dovrebbe fare chi è davvero interessato a far ripartire l’Italia senza impiccarsi ai decimali o passare il giorno a osservare ansiosamente le variazioni dello spread. Perché se è vero che solo nuovi investimenti pubblici e privati potranno portare posti di lavoro, ripresa dei consumi interni e una crescita duratura, è ancor più vero che oggi in Italia investire è impossibile. Perché il sistema è bloccato da una grande menzogna. Da una gigantesca bugia, nata 25 anni fa dopo che l’inchiesta di Mani Pulite aveva dimostrato come su ogni affare pubblico (o quasi) girassero tangenti. È la bufala, cara alle classi dirigenti, secondo la quale la corruzione si può prevenire con norme sempre più accurate, complicate, sofisticate. Non è così. Leggi, codici degli appalti scritti male, authority anticorruzione benemerite, ma sempre più onnicomprensive e invasive, portano a un solo risultato: l’impossibilità per lo Stato di spendere i fondi stanziati in tempi ragionevoli. Già la scorsa settimana, in questa rubrica, abbiamo raccontato come i vecchi governi abbiano già messo a bilancio 140 miliardi di euro (spalmati su 15 anni) da investire in opere grandi e piccole. Un vero e proprio tesoro (a cui ora si aggiungeranno altri 15 miliardi previsti dalla manovra), in grado di creare due milioni di posti di lavoro, che però è lì bloccato da burocrazia, inefficienze, pandette e codicilli. Bene, se l’Italia non vuole affondare, buona parte di questo ciarpame legislativo deve essere buttato via. Ma non – come vorrebbero i ladri – rinunciando a combattere la corruzione. Va invece cambiata la prospettiva. Bisogna passare dalla prevenzione formale (inutile e controproducente) a una dura ed efficace repressione.

I dati di fatto da cui partire sono due: il fallimento totale delle vecchie politiche e la necessità di spendere in fretta e bene i fondi. Nascondere che il sistema delle tangenti sia diffusissimo e che abbia portato danni enormi al Paese è impossibile. Ogni volta che un pubblico ufficiale incassa una mazzetta, i controlli sui costi e la qualità delle opere saltano. Prima di Mani Pulite, a Milano per costruire un chilometro di passante ferroviario si spendevano 100 miliardi. Subito dopo circa 50. Non per un miracolo. Ma perché chi doveva controllare si era messo a farlo e le imprese, terrorizzate dalle inchieste, avevano smesso (per un breve periodo) di costruire tra loro i cartelli illegali grazie ai quali vincevano gli appalti a rotazione. La repressione penale aveva insomma funzionato e aveva avuto anche un effetto preventivo. Gli imprenditori disonesti temevano le manette ed evitavano di concordare tra loro gli importi da indicare per gli appalti nelle buste presentate per vincere i bandi. Poi però il Parlamento aveva approvato varie controriforme in materia penale e tutto era tornato come prima. Come dimostrano gli scandali sui cartelli d’imprese che periodicamente esplodono (l’ultimo a Gorizia). Proprio per questo ora è davvero insopportabile vedere il nuovo pacchetto Anticorruzione fare due volte la spola tra Camera e Senato per i litigi all’interno della maggioranza. Per cestinare la burocrazia che impedisce all’Italia d’investire, evitando però che il denaro pubblico venga regalato a imprenditori disonesti senza farci crescere, norme più efficaci e severe sono indispensabili. Se non le avremo tanto vale alzare subito bandiera bianca. Tanto vale invocare l’arrivo della Troika. Perché è meglio una fine spaventosa che questo nauseabondo spavento senza fine.