“Ingroia è senza incarichi Può rinunciare alla scorta”

Lo Stato conferma la revoca della scorta ad Antonio Ingroia e lo fa con motivazioni singolari. Sostiene che il profilo di rischio dell’avvocato ed ex pm di Palermo della Trattativa Stato-mafia, che da maggio è privo di protezione, si è ridotto anche “alla luce della cessazione dell’incarico di amministratore unico di Sicilia e-Servizi e della mancata elezione alle Politiche”.

È scritto in una nota della segreteria di sicurezza della Prefettura di Roma che il Fatto ha potuto leggere e che Ingroia commenta così: “Se ero ancora un burocrate me la confermavano?”. La nota è agli atti dell’esito di una riunione dell’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, sul caso dell’ex magistrato siciliano. L’ufficio era stato riconvocato il 18 luglio su sollecitazione di una lettera di Ingroia del 16 maggio all’allora ministro dell’Interno Marco Minniti e al capo della polizia Franco Gabrielli, ai quali ha ricordato il perché e il percome il suo lavoro di avvocato e la sua attività politica sul versante antimafia, i processi in cui si è costituito parte civile per vicende collegate alla Trattativa, e il permanere delle minacce di mafia nei suoi confronti, lo espongano tuttora “a una situazione di grave e attuale pericolo”.

L’Ucis, come da prassi, ha chiesto alle prefetture interessate – Roma, Caltanissetta, Milano, Palermo, Reggio Calabria – una nuova valutazione della situazione alla luce delle notizie comunicate dall’interessato. Poi si è riunita la commissione centrale consultiva per l’adozione delle misure di sicurezza personale e solo da pochi giorni è stato declassificato il verbale della riunione, durante la quale i vertici dei Servizi segreti, della Dia e delle Forze dell’ordine hanno ribadito l’assenza di informative e di evidenze nuove riferibili a Ingroia “che inducano a valutazioni diverse da quelle precedentemente operate da tutti gli uffici interessati”. Traduzione: si conferma la revoca della scorta di quarto livello. Un livello di protezione che era già abbastanza ridotto, automobile non blindata e agente-autista, buoni per tutelarlo da qualche facinoroso e basta. La ‘vera’ scorta, l’auto blindata con i due agenti affianco, a Ingroia gliel’avevano già tolta. Da un paio di anni. L’ex pm si era adattato, senza fiatare. “Scelsi il silenzio per un malinteso profilo da uomo delle istituzioni, anche se non lo sono più, che accetta e subisce le decisioni delle istituzioni, in positivo o in negativo – dice ora Ingroia al Fatto – e che si becca la scorta con tutte le limitazioni nella vita privata che comporta, e le decisioni conseguenti”. Però ora lei protesta, ha scritto a Minniti. “E anche a Salvini, che al contrario del predecessore non mi ha nemmeno risposto. Ma la mia non è una protesta, non ho nemmeno fatto ricorso al Tar, che era una mia facoltà. Ho solo segnalato delle anomalie. Mai visto finora che dopo 27 anni di servizi di protezione con livelli alti e bassi (ci fu un periodo di massimo livello, due auto di scorta e squadra di bonifica antibomba, ndr) si arriva alla revoca totale senza nemmeno interpellare l’interessato”. Tra le carte che abbiamo consultato, manca il provvedimento originario di revoca e come sia nato, chi lo abbia suggerito o sollecitato. “Sarei curioso di saperne le motivazioni”.

La notizia di Ingroia senza scorta ha fatto nascere in questi mesi movimenti spontanei e trasversali di persone preoccupate per la sua incolumità. Poliziotti fuori dal servizio sacrificano il loro tempo libero e lo accompagnano durante gli eventi pubblici. La signora Giusy Clarke Vanadia ha dato vita a una pagina Fb e a una petizione su Change.org, alimentata per lo più da Antimafia2000 e dal gruppo di Scorta Civica, creato per proteggere il pm Nino Di Matteo: “La mafia – ricorda la signora Vanadia – ha condannato a morte Ingroia e non revoca le sue sentenze. Ecco perché chiediamo allo Stato di ridargli la scorta”.

Zuckerberg fa pace col fisco: pagherà oltre 100 milioni

Facebook Italy fa la pace con il fisco italiano. La società ha appena firmato un accertamento con adesione chiudendo così le controversie con l’Agenzia delle Entrate che riguarda alcune annualità del periodo 2010-2016. Facebook pagherà per questo oltre 100 milioni di euro. Con l’adesione all’accertamento – sottolinea l’Agenzia delle entrate – Facebook Italy chiude la controversia relativa alle indagini fiscali condotte dalla Finanza e coordinate dalla Procura di Milano, per il periodo tra il 2010 e il 2016. “Il percorso di definizione tra Agenzia delle entrate e Facebook – prosegue la nota – si è basato su una parziale riconfigurazione delle contestazioni iniziali, senza alcuna riduzione degli importi contestati, e darà luogo ad un pagamento di oltre 100 milioni di euro complessivamente riferibili a Facebook Italy srl”.

Il fisco italiano ha già messo a segno importanti risultati con i colossi del web. Nelle casse dell’erario sono già arrivati oltre 700 milioni dagli accordi sottoscritti con Google, Amazon e Apple. Considerando anche l’accordo con Facebook l’incasso complessivo ammonta a oltre 824 milioni.

Facebook ammette di aver indagato su Soros

Facebook di nuovo nella bufera. Questa volta si tratta, secondo il New York Times, di una campagna di fake news ai danni di George Soros, il finanziare di origine ungherese inviso alle destre nazionaliste per le sue posizioni pro globalizzazione. Ieri sono arrivate le prime ammissioni da parte del social network che, anche se parziali, dimostrano come la piattaforma da 2,2 miliardi di utenti, con le sue enormi potenzialità di condizionamento dell’opinione pubblica, continui a essere gestita in modo spregiudicato.

Otto mesi fa ci fu lo scandalo Cambridge Analytica, la società di consulenza britannica legata alla destra Usa, accusata di aver aver usato 87 milioni di profili Facebook, oltre che per fini commerciali, per screditare la candidata democratica alle presidenziali Hilary Clinton e per influenzare il referendum sulla Brexit. L’azione Facebook in Borsa crollò, il fondatore e primo socio, Mark Zuckerberg, dovette scusarsi di fronte al Senato degli Stati Uniti, Cambridge Analytica finì in bancarotta e la reputazione del social network fu colpita duramente, tanto che il numero di nuovi iscritti aveva cominciato a rallentare.

Per rimediare i dirigenti di Fb hanno quindi pensato di affidarsi, tra le altre cose, a dei professionisti del ramo: la Definers Public Affairs, di Airlington (Virginia), una via di mezzo tra un ufficio studi, una società di pubbliche relazioni e un’agenzia investigativa. La società è di Matt Rhoades, ex manager della campagna elettorale del candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney nel 2012 e poi fondatore di America Rising, comitato politico nato per contrastare il partito Democratico durante la presidenza Obama.

George Soros (88 anni) più volte aveva manifestato posizioni critiche verso il colosso del web, arrivando a definirlo, in un intervento al forum economico di Davos “una minaccia per la società”. La prima mossa della Definers, secondo il quotidiano newyorchese, che ha sentito dipendenti, ex dipendenti e politici vicini alla vicenda, è stata quella di screditare il finanziere indirettamente, insinuando che alcuni gruppi di attivisti critici verso Fb fossero sponsorizzati dal finanziere. La Definers ha fatto inoltre circolare tra la stampa documenti che indicavano Soros come vero e proprio fondatore di un movimento d’opinione: Freedom from Facebook (Libertà da Facebook). In seguito al primo articolo dell’inchiesta del New York Times, uscito il 15 novembre scorso, sia Mark Zuckerberg, sia la direttrice finanziaria di Fb, Sheryl Sandberg, avevano preso le distanze dalla Definers, dicendo di non saperne nulla e comunicando di aver interrotto i rapporti con la scietà. Ad assumersi la responsabilità dei rapporti con Definers era stato il capo della comunicazione uscente Elliot Schrage.

Ieri però Facebook ha ammesso: “Sì, abbiamo incaricato Definers public affairs di indagare su Soros. Ma non abbiamo chiesto loro di contribuire a creare fake news”, ha scritto in una nota, “nel 2018, George Soros ci ha definiti una minaccia per la società. Non avevamo mai sentito prima da lui simili critiche e volevamo capire se aveva motivazioni finanziarie. Definers ha indagato su questo usando informazioni pubbliche”.

A quanto riporta il quotidiano Usa, in ogni caso, l’anno scorso un dirigente di Definers, Tim Miller, ex portavoce del governatore della Florida, Jeb Bush, aveva candidamente dichiarato in un’intervista, che un obiettivo delle società che si rivolgono a Definers “dovrebbe essere quello di diffondere contenuti positivi sulla propria società e contenuti negativi sui concorrenti”.

Black friday, l’anno dopo: “Amazon non rispetta i patti”

Adifferenza dell’anno scorso, nel gigantesco magazzino Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) oggi non ci sarà lo sciopero del Black friday. Non sono finite, però, le tensioni con i sindacati. Questi, infatti, sostengono che il colosso dell’eCommerce non stia rispettando l’accordo strappato a maggio grazie alle proteste degli ultimi 12 mesi. Lo scontro si è quindi riaperto su almeno due fronti.

Il primo è il rifiuto di assumere direttamente, e a tempo indeterminato, i lavoratori interinali impiegati nel carico e scarico merci nel polo logistico. In estate l’Ispettorato del lavoro ha accertato la violazione, da parte di Amazon, dei limiti numerici relativi agli addetti “affittati” dalle agenzie di somministrazione. Quindi ben 1.951 di questi hanno ricevuto una lettera nella quale l’Ispettorato li informava del diritto a essere stabilizzati dall’azienda di Jeff Bezos. Quest’ultima però ritiene errati i calcoli dell’organo di vigilanza, quindi non sta assumendo. Nel 2018, come riportato da Amazon, i rapporti interinali convertiti in contratti permanenti sono stati solo 115. I sindacati hanno provato, senza successo, a convincere Amazon ad arruolare almeno tutti quelli che ne fanno richiesta. Vista la resistenza, in questi giorni stanno partendo circa 300 ricorsi presentati dalla Filcams Cgil e dalla Fisascat Cisl (più una ventina di lettere inviate dalla UilTucs). “Ci siamo rivolti al Tribunale – spiegano dalla Filcams – perché l’Ispettorato ha creato grande aspettativa in questi ragazzi ed è un peccato deluderli”.

Nel magazzino piacentino lavorano stabilmente 1.650 dipendenti diretti e durante i tre mesi di picco di produzione – da ottobre a dicembre – i lavoratori somministrati arrivano a 2 mila. Il massiccio uso di precari “in prestito”, per l’Ispettorato, ha portato nel 2017 a un soprannumero rispetto alla media mensile consentita, ovvero 444. “Abbiamo rivisto i dati sui contratti nel 2017 presso Castel San Giovanni e i numeri confermano una situazione di rispetto delle norme”, ribattono da Amazon. Toccherà ai giudici risolvere la questione. I sindacati però temono la beffa: il termine di prescrizione per chiedere l’assunzione è 60 giorni dopo la fine del contratto interinale. Molti lavoratori hanno avuto la lettera dell’Ispettorato quando era già scaduto il tempo. Rischiano quindi di avere ragione nel merito ma restare a mani vuote per la formalità, pur senza colpe.

Il secondo terreno di scontro riguarda l’applicazione dell’accordo di maggio, ottenuto dopo che, con lo sciopero del Black friday 2017, i sindacati avevano denunciato i turni molto duri, le mansioni ripetitive e alienanti. L’intesa raggiunta sei mesi fa prevede una nuova turnazione ma Amazon ancora non ha concesso i premi di risultato, richiesti dai sindacati. È stato stabilito che chi aderisce al turno notturno nell’area outbound, cioè dei pacchi in uscita, ha diritto a una maggiorazione del 25% (al posto del 15% indicato dal contratto nazionale), a patto che dia disponibilità per nove mesi. In questo periodo di picco, però, anche il settore inbound (la ricezione) svolge turni notturni. In questo caso, però, Amazon sta pagando aumenti solo del 15%. Per l’azienda l’accordo sulla maggiorazione aumentata vale solo per l’outbound. I sindacati la trovano una furbata e hanno risposto con lo sciopero degli straordinari fino al 31 dicembre.

Doppioni e azzurri tra i 551 politici locali con l’ex ministro

La lista dei 551 sindaci a sostegno di Marco Minniti è piena di sorprese: le prime, in Campania, le ha raccontate ieri Il Mattino. Tra i 112 firmatari della candidatura, ci sono pure Tonino Montone, sindaco di Castello Matese, di Forza Italia. E poi, Andrea Sagliocco, primo cittadino di Trentola Ducenta. E via dicendo, tra firmatari senza tessera del Pd o a loro insaputa. I doppioni, nel frattempo, con il passare dei giorni, aumentano: ce ne sono 4 in Emilia. Occupano due posizioni Stefano Mozzetti di Sasso Marconi, Dario Mantovani di Molinella, Andrea Bottazzi di Baricella, Mario Brunetti Casteldi di Casio.

E poi ce ne sono due che compaiono anche nell’appello per Nicola Zingaretti. Carlo Moro, sindaco di Lentella in Abruzzo, ha ammesso di aver firmato per entrambi, perché poi al congresso deciderà chi sostenere. Tra i cofirmatari, Giuseppe Masciulli, di Palmoli. Con il passare dei giorni, chissà che la lista non si allunghi: molte firme sono state raccolte in extremis, con telefonate dell’ultimo secondo e risposte acquisite in velocità.

Biancaneve Renzi e i 7 nani candidati

“Magnifici” è difficile definirli. E se fossero Sette fratelli farebbero fatica a trovare Sette spose. Dunque rimangono i Sette nani. Metafora abusata, ma mai più adeguata: a luglio l’Espresso definiva così i leader del Pd. Ironia della sorte, ora i candidati alla segreteria sono proprio Sette. Troppi per lo spazio politico a disposizione. Ma nel Big bang del renzismo, del Pd, del centrosinistra, i sette sono troppo pochi, per soddisfare tutti.

Cucciolo c’è: Dario Corallo, 30 anni, ciuffo da ex Fgci fuori tempo massimo. Abbastanza démodé da fare una tesi su Marx e Gramsci e frequentare poco i social media. Assomiglia a un liceale simpaticamente “cazzone”. Abbastanza sveglio da guadagnarsi la ribalta attaccando Burioni. E poi, se Dotto invece di un anziano fosse un giovane? Sarebbe Maurizio Martina, che si fregia di portarsi dietro – tipo croce e delizia – l’eredità del partito madre e padre. Durante la sua candidatura, c’erano pure i simboli del Pci. Sarà per l’atteggiamento old style, “fedele alla Ditta” prima di tutto, che Graziano Delrio (uno che passa per Grande Saggio) sta cercando di convincere Matteo Richetti ad affiancarlo. Lui in questa storia sarebbe Brontolo: perennemente in conflitto con la realtà costituita, sempre in movimento (con “Harambee” gira come una trottola da mesi), pronto a rimettere in discussione rapporti e situazioni. Il primo renziano dei renziani con l’ex premier ha rotto e ricomposto decine di volte, ma una cosa è chiara: non è il suo candidato. Non fosse altro che è il più anziano di tutti Gongolo è Cesare Damiano: provenienza Fiom è sopravvissuto al Jobs act e alla fine del rapporto privilegiato tra Pd e Cgil. È ancora abbastanza vivo da lanciarsi in una corsa poco chiara. Ce n’è da gongolare.

Licenza poetica per i due favoriti, almeno sulla carta. Marco Minniti ricorda Eolo: pronto a trattare con le tribù libiche, facendo e disfacendo. E poi, le correnti del Pd non solo provocano spifferi pericolosi, ma pure allergia persistente: chi sa come se la caverà in mezzo a loro uno abituato a maneggiare servizi segreti e ras libici. Tutt’altro carattere, Nicola Zingaretti, governatore del Lazio: con la tendenza a rimandare, a soppesare, a sfuggire alle sfide che gli sembrano eccessive o poco compatibili, è un po’ Mammolo. L’espressione sempre gentile e lo sguardo perso davanti ai conflitti inaspettati fanno il resto.

A questo punto rimangono un nano e un candidato: Pisolo e Francesco Boccia. L’irruenza strategica del deputato barese, colonna della Commissione Bilancio, non ricorda il sonno. E però, c’è un dato: ogni tanto si eclissa, studia la situazione, e poi riemerge. Caro a Letta, si avvicinò a Renzi, poi tornò da Emiliano, amico nemico.

La palla è ai Sette nani. E al congresso del Pd. E se Biancaneve si risveglia troppo presto? E no, non si tratta di Maria Elena Boschi, o Teresa Bellanova, o la donna che non c’è. Licenza poetica. Stiamo parlando di Matteo Renzi.

“Votavo FI, voglio il condono e sto con Minniti alle primarie”

Ischia sostiene Marco Minniti. Due sindaci dell’isolabella, al centro della contesa politica nazionale per via del contestato condono edilizio, sono convintissimi sostenitori della candidatura dell’ex ministro dell’Interno a segretario del Pd.

Enzo Ferrandino guida il comune più grande, appunto Ischia, dei sei che compongono l’arcipelago amministrativo della splendida località. Francesco Del Deo invece governa Forìo, altro tesoro dell’isola.

Sia Ferrandino (Sindaco 1) che Del Deo (Sindaco 2) svelano, in questo colloquio, il senso della scelta e il piacere di una sfida che apre orizzonti nuovi.

Sindaco 1: Ho una fede enorme nel Pd e con tutto me stesso ho deciso di sottoscrivere l’impegno a favore di Minniti che tanto ci ha aiutato quando fummo oggetto di una campagna di stampa denigratoria a seguito del sisma che colpì molto di striscio l’isola. Tutti a scrivere che eravamo terremotati, invece niente. Da me, per esempio, proprio niente.

Sindaco 2: Mi riconosco pienamente in Minniti. È uomo di governo serio.

Sindaco 1: Non sono però iscritto al Pd. Questo lo voglio dire solo perché è bene essere chiari. Ma lo sono stato negli anni passati.

Sindaco 2: Sono democristiano a ventiquattro carati. E finché campo resterò tale. Mai iscritto al Pd e nemmeno l’ho mai votato.

Sindaco 1: Non mi è piaciuta molto questa corsa distruttiva che Renzi e gli altri hanno avuto verso quello che maldestramente è stato definito il condono edilizio.

Sindaco 2: Veramente vergognoso quello che hanno fatto. Opporsi al condono edilizio significa non riconoscere le buone ragioni di chi è terremotato e non sa del suo domani.

Sindaco 1: Mi è sembrata una corsa populistica ad arraffare consensi. Perché linciare gli ischitani, negargli un diritto? E glielo dice un sindaco del paese che non ha subìto nemmeno una lesione.

Sindaco 2: Se ci fosse un governo serio si farebbe un condono serio. E cioè a dire: chi ha costruito fino a stanotte è salvato (parliamoci chiaro: i detriti di 200 mila case da abbattere, a tanto ammonta l’abuso in Campania, dove lì porteremmo?). Ma da questo momento in poi tutti in riga.

Sindaco 1: Minniti ci ha portato la riunione del G7 dei ministri dell’Interno. Ha aiutato l’isola a rialzarsi quando era veramente in difficoltà, vittima di tutte le false notizie sul terremoto devastante che l’aveva distrutta. Ma quando mai? Certo, abbiamo anche noi i nostri bravi sfollati.

Sindaco 2: Forìo fa parte dei tre comuni che sono considerati terremotati (con noi anche Casamicciola e Lacco Ameno). Io penso che il cosiddetto condono edilizio debba essere esteso a tutta l’isola. Fare figli e figliastri non è buono.

Sindaco 1: Di Maio e Salvini hanno onorato il loro impegno. Sono persone serie.

Sindaco 2: Di Maio e Salvini si sono comportati bene. Dobbiamo ammetterlo. Sono gli altri che non mi sono piaciuti.

Sindaco 1: Stavo con Renzi, ma poi quando si è fatto prendere dalla megalomania mi sono scoraggiato.

Sindaco 2: Io mai col Pd. Sono più di qua. Ho votato Forza Italia? Lo dice lei, io non lo sto dicendo. Ma ripeto: sono democristiano. E due più due fa quattro.

Sindaco 1: Quando si parla di condono edilizio si fraintende. Noi vogliamo soltanto immaginare una norma che permetta di adeguare sismicamente le nostre case.

Sindaco 2: Vado e vengo da Roma. Sono imprenditore.

Sindaco 1: L’azienda di famiglia ha avuto delle vicissitudini tributarie con il comune di Ischia, da me rappresentato. A loro, cioè alla mia famiglia, non tornavano i conti. Il volume della tassazione locale è molto alto e c’era una difficoltà a riconoscere come esatta la cifra relativa alla Tari, la tassa sui rifiuti. Agli uffici comunali nemmeno tornavano i conti. Ho intrapreso un’azione di verifica e attraverso una rateizzazione si è regolato il conflitto. La mia famiglia deve ancora 60 mila euro. Come capisce, sono stato io a rifiutare di chiudere un occhio e lasciar dormire la pratica. Prima di tutto la trasparenza.

Sindaco 2: Ero sindaco anche al tempo di Mani Pulite. E nemmeno un graffio, come vede.

Sindaco 1: Le tasse sono troppo alte, quelle locali sono veramente troppe. Le aziende sono in difficoltà. Nel bilancio del mio comune ci sono circa 30 milioni di euro di tributi locali non versati. È un bel pregresso, ma io che ci posso fare?

Sindaco 2: Sto con Minniti.

Sindaco 1: Non si discute nemmeno, Minniti è perfetto.

Macché “indipendenza del Coni”: sport e politica da Andreotti a oggi

“Scippo al Coni”, “ruspe al Coni”, “Sport occupato”: sono i titoli e i commenti che accompagnano il lento varo di una riforma del governo che mira a sottrarre al Comitato olimpico – e dunque a Giovanni Malagò – la distribuzione di circa 410 milioni di euro all’anno tra le decine di federazioni sportive del Paese. Per gli atleti e i dirigenti, la politica commette un’invasione di campo. Sin dai tempi di Giulio Andreotti – che non a caso fu sottosegretario allo Sport, rigeneratore del Coni e fautore delle Olimpiadi di Roma 1960 – la politica e lo sport si mescolano e si abbracciano, perché assieme generano popolarità e consenso (elettorale). Una poltrona tira l’altra.

Giancarlo Abete. È il fratello sportivo di Luigi, juventino, un’ascesa costante in Federcalcio con la vittoria di un Mondiale da commissario e poi l’uscita umiliante in Brasile. Prima del pallone una vita in Parlamento, con la stessa attitudine da democristiano.

Sabatino Aracu. Imprenditore e appassionato di pattinaggio, la sua carriera politica appannata dalla Sanitopoli abruzzese (prescritto in appello), è finita con quella del suo amico Fabrizio Cicchitto. Quella sportiva prosegue: da un quarto di secolo guida la Fisr (Federazione sport rotellistici), ora è entrato anche in giunta Coni.

Claudio Barbaro. Dirigente sportivo e politico in carica assai polivalente. Dal ’94 è presidente di Asi, ente di promozione sportiva un tempo molto vicina alla destra sociale e oggi simpatizzante della Lega. È il suo stesso percorso: già portavoce dell’Unire (Unione nazionale incremento razze equine), consigliere comunale a Roma col Msi, deputato del Pdl, oggi è senatore grazie a Salvini.

Paolo Barelli. Arcinemico di Malagò, è il capo della Federnuoto che tiene a galla il Coni coi suoi successi. È pure parlamentare da quattro legislature di Forza Italia: Ogni anno organizza uno splendido galà nel cuore della Capitale in cui i suoi due mondi si ritrovano per brindare.

Giancarlo Bolognini. Per quasi tre decenni è stato al centro della politica altoatesina, prima come sindaco Dc di Bolzano, poi da consigliere regionale. Quando non c’erano più poltrone, s’è dato allo sport: 17 anni da presidente della Federazione sport del ghiaccio (Fisg).

Franco Carraro. Il “poltronissimo” debutta nel 1962, a 23 anni, ai vertici della Federazione sci nautico: capo di Coni, Figc e Lega calcio, delegato alla Uefa e al Cio, presidente del Milan, ministro del Turismo e ultimo sindaco di Roma della Prima Repubblica, senatore di Fi, banchiere a Capitalia, protagonista delle serate mondane, ma abituato a coricarsi presto e a svegliarsi verso le 5 con la voce di Mina. Ha lasciato la Figc all’alba di Calciopoli.

Sergio D’Antoni. Sindacalista della Cisl, viceministro con Prodi, deputato per tre legislature, presidente per un anno della Lega pallacanestro. Dal 2014 è a capo di Coni Sicilia, presenza fissa al Foro Italico negli uffici di Malagò.

Franco Evangelisti. Più andreottiano di Andreotti, una vita in Parlamento, deputato, senatore, ministro e sottosegretario. Ha salvato la Roma dal fallimento nel 1965 e portato l’Alatri, la squadra della sua città, in Serie D. Guidò la Federazione pugilistica.

Filippo Fossati. A lungo presidente dell’Uisp (l’ente di promozione dello sport per tutti), fino a quando non ha trovato posto in Parlamento col Pd nel 2013. Poi si è candidato con LeU: bocciato.

Andrea Gios. Prima giocatore di hockey (anche della Nazionale), poi sindaco di Asiago dal 2004 al 2014, quindi presidente della Federazione sport del ghiaccio. È uno dei protagonisti della candidatura ai Giochi 2026.

Josefa Idem. Olimpionica di canoa ingaggiata dal Pd per coprire il versante sportivo, deputata per una legislatura e fugace ministro alle Pari opportunità e allo Sport per due mesi (si è dimessa per una piccola vicenda di Ici non pagata).

Giuseppe Leoni. Tra i fondatori della Lega lombarda, più volte parlamentare del Carroccio e grande appassionato di volo. Per 15 anni ha guidato l’Aeroclub: una condanna in primo grado per peculato non gli aveva impedito di farsi rieleggere per l’ennesima volta, ma ora è stato commissariato.

Antonio Matarrese. Tonino per gli amici, nel calcio dal 1977 (il Bari era di famiglia), deputato Dc per 5 impalpabili legislature. Ha scalato il pallone dalla Puglia al mondo: Federcalcio, Lega, Uefa, vicepresidente Fifa.

Mario Pescante. Capo del Coni e persino vicepresidente vicario del Comitato olimpico internazionale, deputato per tre legislature con FI e sottosegretario allo Sport nei governi di Berlusconi.

Gianni Petrucci. All’anagrafe Giovanni, ha gestito per quasi tre lustri il Coni, dopo la Federcalcio, l’Associazione arbitri e la Federazione pallacanestro, dove è tornato dopo la fine della sua èra al Coni. È stato sindaco di centrosinistra a San Felice Circeo.

Antonio Rossi. Tutti ricordano le urla di “bisteccone” Galeazzi per i suoi ori ad Atlanta ’96 e Sydney 2000. Dopo aver lasciato la canoa è stato assessore allo sport a Lecco e in Regione Lombardia. Ha provato a scalare la sua Federazione (Fick), ma è stato respinto dal numero 1 uscente Buonfiglio sostenuto da Malagò. Ora è nella cabina di regia di Milano-Cortina 2026.

Luciano Rossi. Per anni è stato parlamentare del centrodestra (FI e Ncd) e grande capo del tiro a volo italiano (Fitav), disciplina particolarmente prolifica di medaglie. Ora il seggio è sfumato e punta tutto sullo sport: vuole diventare n. 1 della Federazione mondiale, ma intanto è stato squalificato per 4 mesi per violazione dei principi etici.

Cosimo Sibilia. Figlio dello storico patron dell’Avellino, ha fatto carriera in politica con Forza Italia e poi è tornato alla passione di famiglia: dal 2017 controlla l’impero della Lega Dilettanti che fu di Tavecchio, in futuro punta dritto alla Federcalcio.

Carlo Tavecchio. Sindaco democristiano di Ponte Lambro (Como) per quasi 20 anni. Solida carriera tra i Dilettanti finché non s’è bruciato, tra gaffe e flop, da capo in Figc.

Dino Viola. Nell’83 vince lo scudetto da presidente romanista e sbarca in trionfo al Senato nella corrente Dc di Giulio Andreotti. Durante la legislatura, perde la finale di Coppa dei Campioni ai rigori contro il Liverpool.

Siro Zanella. Insegnante di professione, ha fatto tutta la trafila nel Partito socialista fino all’elezione in Parlamento nell’87. Nel tempo libero, invece, si dedicava allo squash: fino all’anno scorso è stato a capo della Figs, di cui è tuttora presidente onorario.

Le novità: Bonus bebè, sanatoria su e-cigs ed errori formali

Attraversoun emendamento al decreto Fisco i gialloverdi hanno intenzione di correggere una serie di misure su cui, nella prima versione del testo, non avevano trovato l’accordo. Se l’emendamento “omnibus” venisse approvato, sarebbe eliminata la sanatoria fiscale, prevedendo solo misure su “irregolarità, infrazioni e inosservanze di obblighi o adempimenti, di natura formale”, che se commesse “fino al 24 ottobre 2018 potranno essere regolarizzate mediante il versamento di una somma pari a 200 euro per ciascun periodo d’imposta cui si riferiscono le violazioni”. Nuovamente introdotto, invece, il Bonus Bebè, secondo cui “l’assegno è riconosciuto anche per ogni figlio nato o adottato dal 1 gennaio 2019 al 31 dicembre 2019” ed “è corrisposto esclusivamente al compimento del primo anno di età o del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione”. In arrivo poi una tassa dell’1,5% sui money transfer: si applica per ogni singola operazione dai 10 euro in su. Infine, giù le tasse sulle sigarette elettroniche, mentre il governo prevede di nominare un commissario straordinario per la gestione della casa da gioco nel Comune di Campione d’Italia.

Il blitz della Lega per favorire i balneari

Complice il maltempo eccezionale che ha flagellato negli ultimi due mesi le coste italiane la Lega apre un nuovo fronte di scontro con l’Unione europea che per la verità con i risarcimenti alle strutture ricreative e produttive colpite ha ben poco a che spartire. A farne le spese è ancora l’entrata in vigore in Italia della tanto contestata direttiva Bolkestein, che obbliga lo Stato a mettere a bando le concessioni degli spazi pubblici e sulla quale si sta delineando l’apertura di un’altra procedura d’infrazione per la sua mancata applicazione in Italia.

Un emendamento della Lega al decreto legge fiscale presentato in commissione Finanze del Senato chiede di estendere fino al 2045 “i termini di durata delle concessioni di beni demaniali marittimi lacuali e fluviali con finalità turistico-ricreative, ad uso pesca, acquacoltura ed attività produttive ad essa connesse, e sportive, nonché quelli destinati a porti turistici, approdi e punti di ormeggio dedicati alla nautica da diporto, siti su aree colpite o distrutte dagli eventi atmosferici incorsi nei mesi di ottobre e novembre del 2018”. Il Movimento 5 stelle vorrebbe solo ritoccare la proposta, definendo in modo più mirato i concessionari che potranno usufruire della proroga. E se ne comprende il motivo. Dalla Sicilia, al Friuli non vi è stata una Regione con uno sbocco al mare che non abbia lamentato danni. Un generico riferimento al maltempo equivarrebbe a una sanatoria generalizzata dei termini. Il governo ha inserito nel decreto fiscale un fondo di 525 milioni per le alluvioni e le calamità naturali. Ma in Senato fioccano emendamenti che prevedono proroghe fino a 50 anni e perfino la “sdemanializzazione” del territorio costiero, per cercare di portare centinaia di chilometri di battigia fuori dal recinto dei vincoli cui sono soggette le proprietà del demanio, facilitandone la vendita e sanando gli abusi edilizi. Licenze e concessioni sono state assegnate finora attraverso un accordo diretto tra amministrazione pubblica e privato, senza dover indire gare alle quali potessero accedere anche altri operatori.

Ancora fino al luglio del 2016 l’Ue osservava che le modalità utilizzate dallo Stato italiano per le assegnazioni non garantiva una selezione trasparente dei potenziali candidati, aprendo la strada a clientele e abusi. Dal governo “arrivano segnali incoraggianti” ha riferito l’assessore alle Autonomie locali del Friuli, Pierpaolo Roberti, che ieri nella Capitale ha preso parte alla Conferenza delle Regioni e Province autonome con il ministro alle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio, e il sottosegretario all’Economia, Massimo Garavaglia. “I rappresentanti del governo ci hanno offerto aperture importanti” come “sul tema dell’applicazione della direttiva Bolkestein, che risulta cruciale soprattutto laddove si sono verificati danni a causa delle mareggiate”, ha sottolineato Roberti. In precedenza il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini aveva incontrato il presidente del sindacato dei balneari, Antonio Capacchione. “Non abbiamo più tempo da perdere: nelle more di approfondimenti con l’Europa e tecnico-giuridici è urgente, e non rinviabile, inserire nella manovra la messa in sicurezza del settore con una lunga durata delle concessioni demaniali vigenti”, ha chiarito Capacchione a Salvini che gli ha assicurato il proprio impegno d’intesa con Centinaio.

“Già il 60% delle spiagge italiane è cementificato dagli stabilimenti balneari, adesso con questi emendamenti che costituiscono un vero e proprio assalto alle coste del nostro Paese rischiamo la loro privatizzazione e ulteriori colate di cemento”, denuncia Angelo Bonelli dei Verdi, per il quale l’emendamento più grave “prevede la sdemanializzazione delle spiagge che potrebbero essere cartolarizzate e cedute a hotel, ristoranti e stabilimenti deducendo le spese effettuate dai concessionari”.