Dagli 007 al fisco: le Fiamme gialloverdi si prendono tutto

Un finanziere a capo dei Servizi segreti esteri. Un altro a capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Un altro ancora a capo dell’Agenzia delle Entrate. La Guardia di Finanza è il Corpo che, con questo governo, sta occupando le caselle più delicate. Alte professionalità, senza dubbio, come il generale Luciano Carta, che per le Fiamme Gialle ha guidato i reparti speciali, ricopre il grado di generale di corpo d’armata e tra i colleghi è sempre stato molto apprezzato. Dell’Aise, prima di riceverne il comando, due sere fa, era il vice del generale Alberto Manenti. Incarico ricevuto nel 2016, quando Carta, fino all’ultimo, è stato l’unico in grado di contendere a Giorgio Toschi la nomina di comandante generale della GdF. Il governo Renzi gli preferì Toschi, Carta diventò il numero due dell’Aise e ora ne scala il gradino più alto.

Dalla scuola di perfezionamento delle forze di polizia, che ha diretto dal 2017, arriva invece il generale Gennaro Vecchione, che il governo ha nominato capo del Dis. Se non bastasse la guida di due strutture d’intelligence su tre – per l’Aisi è stato confermato il generale dei carabinieri Mario Parente – un altro finanziere pochi mesi fa è stato nominato a capo del Fisco: il generale Antonino Maggiore, comandante regionale della Guardia di Finanza in Veneto, su proposta del ministro dell’Economia Giovanni Tria, oggi guida l’Agenzia delle entrate.

Insomma, il governo giallo verde, ha un debole per il grigio-verde, anche perché la Gdf, sia dal M5S, ma per certi aspetti ancor più dalla Lega, è visto in questo momento come il corpo più istituzionale. Anche sul fronte della gestione dell’immigrazione. Rigorosamente fedele ai propri compiti, la Gdf, che è l’unica forza di polizia in mare, nel Mediterraneo è risultata meno interventista della Guardia Costiera, per esempio, che ha fatto imbestialire più volte, come nel caso Diciotti, il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Un comportamento che la Lega ha apprezzato.

Come apprezza la capacità di addestrare e rifornire di motovedette la Guardia Costiera libica, attività intrapresa già con il governo Gentiloni e Minniti all’Interno, e determinante per proseguire con successo la linea Salvini sulla gestione dei salvataggi. La Gdf insomma – al di là delle competenze dei singoli generali nominati tra intelligence e fisco – ha dimostrato in questi mesi di saper essere leale alla linea impartita dal governo su più fronti. E dispone di indubbie competenze. Senza dubbio utili per l’intelligence: il contrasto al terrorismo internazionale si combatte sempre più sul fronte economico finanziario. A soffrirne, però, è la Polizia di Stato, che in questo giro di nomine è rimasta all’asciutto. I sindacati Sap e Siulp – senza mai mettere in discussione le professionalità di Carta e Vecchione – ieri hanno mostrato il loro dissenso. “È una scelta – dice Stefano Paoloni, segretario generale del sindacato autonomo di polizia – che potrebbe creare un malcontento nella base. È singolare che la Polizia, per le responsabilità che le derivano e la conoscenza del territorio, non abbia espresso una figura di riferimento ai vertici dell’intelligence”. “Si sta mettendo in crisi e in discussione l’equilibrio del complicato e diversificato assetto delle forze di polizia e del sistema sicurezza nel nostro Paese. Un sistema pluralista a status diverso con militari e civili”, ha commentato Felice Romano, Segretario Generale del Siulp. Di un altro avviso Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di Polizia Silp Cgil: “Non faccio valutazioni di natura corporativista. Incarichi così importanti devono essere affidati a persone competenti e specchiate a prescindere dalla provenienza. Saranno i fatti a dirci se i nuovi vertici di Dis e Aise saranno all’altezza”.

I sindaci protestano contro il dl Sicurezza: “Salviamo lo Sprar”

Un appello al Parlamento e al governo per bloccare la riforma dello Sprar. Così ieri i sindaci delle rete “Italia in Comune”, che raccoglie oltre 400 amministratori locali, ha chiesto di modificare il dl Sicurezza, che dopo l’approvazione alla Camera arriverà in queste ore al Senato. A spaventare i sindaci c’è lo smantellamento di un sistema di integrazione ritenuto valido (lo Sprar è una distribuzione su basa volontaria dei richiedenti asilo nei Comuni) e del tutto sostenibile dagli stessi enti locali, che ricevono finanziamenti dallo Stato per gestire i progetti. Ieri “Italia in Comune” ha espresso il proprio disagio nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio: “È assurdo che vengano caricati sui Comuni i costi delle battaglie ideologiche – ha detto il coordinatore nazionale Alessio Pascucci – del ministro Salvini. L’Anci ha stimato in 280 milioni i costi amministrativi che ricadranno sui servizi sociali e sanitari territoriali e dei Comuni per l’assistenza ai soggetti vulnerabili, oggi a carico del sistema nazionale”. “Italia in Comune” ha anche presentato una propria proposta di emendamento al dl sicurezza per ripristinare il sistema Sprar.

“Diversi dalla Lega, innanzitutto sulla legalità”

“L’emendamento passato grazie ai franchi tiratori dimostra che noi e la Lega siamo diversi, innanzitutto sulla legalità. E di certo non siamo alleati”. Due giorni dopo l’agguato alla Camera, con il governo finito sotto in un voto segreto sul disegno di legge Anticorruzione, il ministro per il Sud Barbara Lezzi semina paletti.

I 36 erano davvero solo del Carroccio? O c’era dentro qualcuno dei vostri?

Noi le nostre discussioni le facciamo in modo trasparente, per cui immagino vengano dalla Lega

È stato un attacco a voi o un’operazione interna contro Matteo Salvini? O entrambe le cose?

Non lo so, le dinamiche interne alla Lega non mi interessano. Piuttosto, ho letto di anonimi deputati leghisti che sostenevano di aver voluto dare un segnale al Movimento. Ma è un messaggio che rispediamo al mittente. Non ci siamo impauriti, e su temi come l’Anticorruzione non faremo sconti a nessuno.

Qualcuno se li aspettava?

Non siamo al governo per fare le cose a metà. Questo esecutivo esisterà finché farà tutto ciò che deve fare per il bene del Paese, rispettando il contratto.

Esponendosi in favore degli inceneritori, Salvini ha messo in dubbio proprio l’intoccabilità del contratto di governo, “perché la realtà cambia”.

Certo, i tempi cambiano. Quindi bisogna andare oltre gli inceneritori, perché ci sono impianti che riciclano la plastica e la carta. Non si può tornare indietro.

Perché il segretario della Lega vuole gli inceneritori, per prendere voti di politii campania?

Non so se Salvini stesse parlando a loro o ad altri. Di certo con quelle parole non è andato incontro al M5S e al contratto.

Se siete così diversi, perché proseguire assieme? Solo per il potere?

No, per realizzare cose che servono al Paese. Noi non siamo alleati della Lega, e abbiamo un’identità molto diversa dalla loro, ma siamo impegnati da un contratto.

Ma come farete a fidarvi ancora gli uni degli altri?

Io non devo fidarmi della Lega, mi fido dei ministri dei 5Stelle e del contratto di governo. E comunque al ministro Centinaio ho dato 30 milioni per fermare la xilella. E lavoro bene anche con altri ministri del Carroccio.

A unirvi è rimasta solo l’ostilità verso la Commissione europea? In queste settimane voi e la Lega avete usato toni violenti.

All’inizio anche i commissari europei hanno usato toni duri. C’è chi ha detto che i mercati rimanderanno gli italiani a votare. Dopodiché, riconosco che bisogna abbassare i toni e dialogare. Io lo sto facendo con la commissione sui fondi europei, e sta dando ottimi risultati. Per esempio recuperemo 750 milioni per la Sicilia.

Sarà. Però la commissione boccia la manovra anche perché prevede troppo poco per gli investimenti.

Non è così, le risorse ci sono e con 15 miliardi in più. E abbiamo previsto in manovra una cabina di regia presso Palazzo Chigi per accelerare su miliardi di investimenti già previsti ma mai attuati.

Non possono fidarsi di un governo così traballante.

Ora non si fidano perché i precedenti governi non hanno mantenuto le promesse. Ma noi abbiamo previsto controlli periodici sui conti per rimanere dentro il 2,4%. Questo governo ha diritto al beneficio del dubbio: ci diano un anno.

Se non cadrete prima… L’Anticorruzione è stata una ferita.

Quando vado in Europa porto con me il ddl sull’Anticorruzione, che abbatterà la corruzione e quindi i costi delle opere pubbliche. Ci aiuterà nei negoziati con la commissione. E la Lega lo sa.

Giorgetti e lo scranno vuoto I 5 Stelle temono nuovi guai

I deputati della Lega se la ridono della grossa: “Ma voi Giancarlo non lo conoscete! Mica è uno che manda i messaggi in questo modo… Se ha qualcosa da dire a Conte, bussa con la scopa sul soffitto dal piano di sotto!”.

L’immagine, per quanto un filino irrispettosa del presidente del Consiglio, rende l’idea. Quando deve farsi sentire, il Giorgetti, sa come fare. E per questo i Cinque Stelle lo hanno fatto rosolare per un paio di giornate, accusandolo di essere il “regista” dei franchi tiratori che martedì scorso hanno mandato sotto il governo su un emendamento al ddl Anticorruzione.

La “velina” non autorizzata, però, ha fatto un po’ troppa breccia sulla stampa nazionale. Giorgetti è nero. E quando, come d’accordo con i 5 Stelle, ieri mattina si presenta a Montecitorio per presidiare alla votazione della legge Bonafede, anziché sedersi ai banchi del governo punta dritto agli scranni dei deputati della Lega.

Apriti cielo: per i Cinque Stelle è la provocazione finale, che arriva proprio mentre i capigruppo grillini alla Camera e al Senato rilasciano comunicati di pace, mentre il vicepremier Luigi Di Maio lo difende dicendo che Giorgetti “dà fastidio” perché ha scritto la riforma del Coni che ha defraudato Giovanni Malagò e mentre non si arresta l’incessante lavorìo dei portavoce di Palazzo Chigi, forse immemori del fatto che una smentita è una notizia data due volte. Tutti, da quarantotto ore e più, insistono a dire che è stato “un inciampo” e fanno muro intorno al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, piuttosto infastidito: “Io non c’entro proprio niente”.

Il caso “è chiuso”, dice Matteo Salvini. Ma certo quel seggio numero 650 rimasto vuoto, almeno per un po’, non è piaciuto ai colleghi che volevano festeggiare il via libera (ancora non definitivo) allo “spazzacorrotti”. Tanto più che a fine giornata, quando la Camera ha licenziato il testo, i deputati della Lega sono rimasti immobili mentre gli onorevoli grillini applaudivano e abbracciavano il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

È uno di quei casi in cui la fredda cronaca racconta più di mille retroscena. Che comunque, figuriamoci, non sono mancati nemmeno ieri. Al di là dei “fiati” ( la definizione è del premier Giuseppe Conte) che raccontano di un ministro, Paolo Savona, che pronostica scenari di crisi, ci sono i fondati timori del Movimento che un nuovo scivolone possa essere dietro l’angolo. Visto l’elevato tasso d’infedeltà latente, si andrà avanti a colpi di fiducia: sul decreto Sicurezza che arriverà alla Camera lunedì, così come sull’Anticorruzione che dovrà, al Senato, tornare alla sua versione originaria, ovvero senza l’emendamento Vitiello che derubrica alcuni casi di peculato all’abuso d’ufficio.

Non si può fare diversamente, anche perché a Palazzo Madama si è già ballato sul decreto sicurezza, in quel caso per i mal di pancia grillini. La maggioranza ha un margine di sei voti. Ed è piuttosto indicativo, notano nel Movimento, che “il decreto Salvini, il provvedimento che porta il suo nome, avrà bisogno di due voti di fiducia per passare. Brutto anche a dirsi…”. E si dice eccome, nei capannelli tra i 5 Stelle. Dove ieri in tanti si chiedevano quanto andrà avanti questo governo. Ossia se Salvini è pronto a staccare la spina, magari addirittura prima delle Europee.

Poi per carità, c’è sempre l’antico spirito di sopravvivenza, quello di chi, di tornare a votare, non ha alcuna voglia: “Alcuni di Forza Italia me lo hanno detto – sorride un sottosegretario – non vi azzardate a cadere”. È pur sempre una forma di fiducia.

Piaggio Aerospace amministrazione straordinaria in arrivo

Il cda di Piaggio Aerospace, azienda aeronautica con sede a Villanova d’Albenga (SV), ha deciso di presentare istanza al Ministero per lo Sviluppo per accedere alla procedura di amministrazione straordinaria. Lo ha annunciato l’azienda, adducendo come ragione “lo stato di insolvenza della società”. “Nonostante l’impegno e il lavoro dei dipendenti – scrive l’azienda – La continua incertezza e le attuali condizioni di mercato fanno sì che la società non sia più finanziariamente sostenibile”. Un annuncio che arriva a due giorni da un vertice ministeriale nel quale il governo aveva ribadito di ritenere l’azienda “un asset di importanza strategica”. Il sostegno del Governo avrebbe dovuto concretizzarsi in una commessa per il drone P2hh, da tempo in discussione ma mai realmente concretizzata. Dure le reazioni dei sindacati: “Governo inadeguato, inconsistente e soprattutto incapace di garantire gli impegni che si era preso solo due giorni fa”, è il commento di Andrea Pasa, segretario generale di Cgil Savona. Tremano i 1.200 lavoratori dell’azienda.

Lega in trincea contro il super taglio all’editoria

Una “tagliola politica” imposta dalla Lega sta per abbattersi sull’emendamento presentato alla legge di Bilancio dal parlamentare 5 Stelle, Adriano Varrica. Che propone, senza tanti fronzoli, l’abolizione dei finanziamenti all’editoria. Proprio come annunciato, giusto un mese fa, dal sottosegretario all’editoria Vito Crimi. Indicazioni, euro più euro meno, tutte contenute nell’emendamento materializzatosi d’improvviso all’esame della commissione Bilancio di Montecitorio: sì al sostegno a progetti finalizzati a diffondere la comunicazione partecipata e l’innovazione digitale, ma da subito taglio al contributo per le imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale (Crimi aveva esplicitamente citato Radio Radicale); via anche i rimborsi per le spese telefoniche per i giornali (che il sottosegretario aveva quantificato in 32 milioni); contributo diretto alle imprese editrici di quotidiani e periodici editi da cooperative ridotto al 10%, come pure ridotto all’osso il rimborso per copia-vendita. Nel testo non si fa riferimento al risparmio atteso che, sempre secondo quanto annunciato, dovrebbe attestarsi a quota 100 milioni entro il prossimo anno. I giornali più colpiti potrebbero essere Avvenire, Libero, Il manifesto e Il Foglio.

Insomma una vera rivoluzione. Arrivata insolitamente in sordina per mano di un deputato di cui tra i corridoi di Montecitorio sono in molti a chiedersi che faccia abbia nonostante con un colpo solo abbia scatenato le furie di tutti: dalla Federazione nazionale della stampa, ai settimanali diocesani passando per i quotidiani della minoranza slovena. Ce n’è abbastanza per credere che in realtà il Movimento 5 Stelle abbia voluto sondare il terreno per comprendere quale sia la praticabilità politica del progetto, che resta una bandiera per i pentastellati. Con quali effetti? “Quell’emendamento è irricevibile” dice al Fatto, Alessandro Morelli giornalista ed ex editore di una società cooperativa che per la Lega sta trattando da settimane il dossier editoria. Mentre la tensione nel settore monta: la Fnsi già parla di una protesta nazionale, forse di uno sciopero generale. Il Pd promette battaglia contro la sforbiciata dopo aver incontrato una delegazione della Federazione Italiana Settimanali Cattolici. Si è fatta sentire anche la seconda carica dello Stato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che in messaggio all’Unione periodici italiani ha parlato delle “gravi conseguenze” che i tagli determinerebbero sull’occupazione e sul pluralismo.

Ma a suonare i tamburi di guerra è soprattutto la Lega, l’unico soggetto in grado di impensierire i 5 Stelle. “L’emendamento Varrica è una ghigliottina e non passerà: finirà nel cassetto dei sogni del suo estensore” dice Morelli che per conto della Lega tratta con il sottosegretario all’editoria, Vito Crimi. “Certo, lui vorrebbe un taglio lineare ai contributi pubblici e su alcuni di essi si può anche ragionare. Ma per noi è prioritario ragionare su come usare le risorse: è fondamentale colmare il ritardo tecnologico di settore tutelando così un interesse pubblico primario qual è quello all’informazione. E preservando il servizio svolto dalle testate locali. Conto di rivedere Crimi la prossima settimana”. Insomma per ora le posizioni restano assai distanti. E l’impressione è che l’ultima parola, come suggerisce il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi spetterà ancora una volta a Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Manovra bocciata, trattativa con l’Ue per dilatare i tempi

Nessuna resa, non per ora. L’obiettivo è contenere i danni, questo sì, rinviando il più possibile la resa dei conti sperando di scavallare le elezioni europee di maggio e mostrare qualche risultato della manovra. Come previsto, dopo la bocciatura della legge di Bilancio da parte di Bruxelles, il governo punta a dilatare i tempi dell’entrata in vigore della procedura di infrazione contro l’Italia, il cui primo passo è stato aperto mercoledì dalla Commissione. Roma rischia una procedura per debito, con un controllo rafforzato dei conti e pesanti richieste correttive. Per evitarle il governo seguirà una strategia rischiosa.

A rivelarla è stato ieri Giuseppe Conte. Il premier si è presentato alla Camera per un’informativa con l’esecutivo al gran completo; ha difeso l’impianto della manovra e la scelta di portare il deficit pubblico al 2,4% del Pil nel 2019: “Non abbiamo accolto le raccomandazioni della Commissione – ha spiegato – perché non compatibili con il nostro disegno di politica economica, più orientato alla crescita che non all’austerità”. La linea ribadita dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: “È stata scritta con l’intento di evitare una terza recessione con effetti devastanti”.

Ora inizia una trattativa complessa. Prima di difendere i contenuti, Conte ha sottolineato come i passaggi della procedura siano “indefiniti nei tempi e nei modi”. Gli sherpa finanziari dei Paesi dell’Ue hanno due settimane per fornire una parere, che poi la Commissione gira allo Stato membro. Bruxelles punta a chiudere entro il 19 dicembre, ma per il premier “su questo passaggio non vi sono tempistiche certe”. In ogni caso, il governo fornirà “una replica ben articolata ed esaustiva allo scopo di illustrare i programmi e le decisioni”. Poi la palla passa all’Ecofin, la riunione dei ministri della Finanze Ue, che dovrebbe pronunciarsi entro il 22 dicembre con la richiesta delle misure correttive all’Italia, che avrà da tre a sei mesi di tempo per replicare. Se il Consiglio, accogliendo la proposta della Commissione, dovesse formalizzare la procedura di infrazione “chiederemo tempi di attuazione molto distesi”, ha spiegato Conte.

Il primo assaggio sulle chance di riuscita della strategia il premier lo avrà domani, quando incontrerà il presidente Jean Claude Juncker. Nessuno vuole uno scontro immediato ma è certo che Bruxelles si muoverà per formalizzare la procedura prima delle elezioni. La richiesta può essere molto pesante, in teoria con una correzione da varare sul 2019 di almeno 20 miliardi. Più passa il tempo, però, più sarà complesso fermare le misure della manovra, dalle pensioni al reddito di cittadinanza. L’Italia punta ad arrivare a questa situazione. “Il maggior spazio temporale ci tornerà utile a consentire alla manovra economica di produrre i suoi effetti sulla crescita e, grazie a questo, di ridurre il debito pubblico”, ha spiegato ieri Conte. Se le cose andassero male, si può sempre agire sul lato delle entrate, dilatando gli interventi su più anni (per esempio lasciando scattare gli aumenti automatici dell’Iva da 13 miliardi nel 2020). Se l’Italia non si adegua, rischia sanzioni fino a 8 miliardi.

Per ora Bruxelles mantiene la linea dura. Il commissario Pierre Moscovici ha spiegato che “con l’Italia possiamo avere un accordo sulle regole, avvicinarci a queste regole, ma non può esserci una trattativa da mercanti di tappeti”, scatenando la reazione di Matteo Salvini (“basta insulti agli italiani”). L’obiettivo resta ancora spingere il governo a varare una correzione nelle prossime settimane, fino quasi al livello simbolico spingendo l’ala, per così dire, più dialogante dell’esecutivo (Conte e Tria) a far scendere il deficit al 2,1-2,2%. Strada chiusa dai due alleati di governo. I toni, però, sono diventati meno duri. “La procedura di infrazione va discussa e io credo nella discussione”, ha spiegato Luigi Di Maio. I mercati sembrano credere che i tempi si dilateranno e si troverà un accordo politico con l’Ue. Lo spread è sceso a 306. Un livello che non consente al governo di tirare dritto all’infinito. L’ultimo segnale è arrivato dall’asta del Btp Italia, chiusa con 2,1 miliardi, il dato peggiore dal 2012.

Inceneritori, che bellezza!

Quanto sono belli gli inceneritori! Matteo Salvini li vuole costruire in tutta fretta per affrontare la nuova e imminente – secondo lui – crisi dei rifiuti in Campania (e progetta un viaggio a Copenaghen per visitare il termovalorizzatore con pista da sci incorporata). Una suggestione raccolta con impressionante solerzia dal Tg2 di Gennaro Sangiuliano, nuovo paladino del nazionalismo leghista. Ieri nel Tg2 delle ore 13 è andata in onda una pregiatissima inchiesta sui “gioielli ambientali” di Parigi: i due inceneritori con vista sulla Senna di Evry e Issy-les-Molineaux. Il servizio ne loda le performance straordinarie: il primo manda in cenere “700 mila tonnellate di spazzatura e produce riscaldamento per 100 mila alloggi”; il secondo sprigiona energia per altre 80 mila case e permette di “economizzare 110 mila barili di petrolio”. Puzzano? Macché. Inquinano? Giammai. ll giornalista raccoglie la vivida testimonianza del quartiere. “La qualità dell’aria? ‘Ottima’, ci dice di corsa questa studentessa”. “Si respira bene, non ci sono problemi”, stabilisce un ragazzo con la barba. Un uomo di mezza età emette la sentenza definitiva: “Nessun cattivo odore, si respira bene qui, e quello che esce è vapore acqueo”. E in Italia che aspettiamo?

Blockchain, Mediaset fu “interpellata” dalla Casaleggio

Ieri Mediaset è stata costretta a scrivere un comunicato per chiarire i suoi legami con la Casaleggio Associati, la società presieduta da Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, fondatore dei Cinque Stelle. Davide è anche presidente dell’associazione Rousseau, la piattaforma che gestisce il denaro e le politiche del Movimento. Mediaset ha chiarito di non essere né sponsor né cliente della Casaleggio Associati, ma di aver contribuito con delle interviste e dei dati alla ricerca del dossier sulla Blockchain (il registro digitale), presentato da Davide la scorsa settimana a Milano e finanziato con 30.000 euro ciascuno da Consulcesi Tech e Poste Italiane (come rivaleto dal Fatto). Mediaset ha precisato di essere stata “interpellata” per ragioni di studio e analisi della Blockchain, settore al centro delle strategie digitali del ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, con decine di milioni di risorse a chi investe. Assieme a Mediaset, dunque, come si legge in coda allo studio di 56 pagine, la Casaleggio Associati ha consultato altre 32 imprese, tra le quali: Telecom, Unicredit, banca Intesa, Amazon, Trussardi, Assodigitale.

Addio anonimato. La soglia “segreta” scende a 500 euro

Fine dei misteri: chi fa donazioni a partiti e fondazioni non potrà più restare anonimo. Il decreto Anticorruzione passato ieri alla Camera stabilisce, tra le altre cose, un nuovo principio sulla trasparenza delle formazioni politiche: i contributi superiori a 500 euro – e i nomi dei relativi finanziatori – dovranno essere scritti su un apposito registro, riportati in un rendiconto e pubblicati online.

Una norma fortemente voluta dai Cinque Stelle dopo un confronto serrato con la Lega, prima in consiglio dei ministri e poi in commissione. Ieri a Montecitorio è andata a dama senza ulteriori complicazioni. Tra le poche modifiche passate c’è l’emendamento “anti coop” di Giorgia Meloni e FdI,: le cooperative sociali non potranno più finanziare in nessuna forma i partiti o i gruppi parlamentari.

Le norme sulla trasparenza non hanno avuto invece l’appoggio del Pd. È un paradosso: erano stati proprio i dem, nel 2014 sotto il governo Letta, ad abolire il finanziamento pubblico ai partiti e regolamentare i contributi privati. Nella legge del Pd, attualmente in vigore, la soglia minima per l’obbligo di trasparenza dei donatori è di 5 mila euro (10 volte superiore a quella dei 5S). Ma è una regola col buco: la normativa sulla privacy consente di omettere i nomi dei finanziatori che non rilasciano il consenso alla pubblicazione dei dati personali. Questo escamotage è destinato a cadere: il decreto Anticorruzione introduce il cosiddetto “consenso implicito”. Per tutti i contributi oltre i 500 euro il consenso alla pubblicazione dei dati è automatico. Chi fa una donazione ci mette il nome e la faccia.

Lo stesso Pd che 4 anni fa scriveva una legge – inefficiente – sulla trasparenza, ieri si è battuto per il diritto alla privacy dei donatori. Il milite dem a Montecitorio è Gennaro Migliore: “Noi volevamo portare la soglia almeno a 3.000 euro. Per dare la possibilità alle persone di finanziare il proprio partito senza dover esibire questo finanziamento al proprio datore di lavoro o a persone che magari possono sfruttare quelle informazioni per avere un atteggiamento vessatorio nei loro confronti. La trasparenza non passa attraverso una pubblicazione senza il consenso informato. Su questo la violazione della privacy è evidente”.

L’altro cavallo di battaglia delle opposizioni è il presunto conflitto d’interessi dei grillini: “Noi non vorremmo – ha detto in aula Maria Carolina Varchi (FdI) – che da questa brillante norma sulla trasparenza restasse fuori la cassaforte del MoVimento 5 Stelle che è l’associazione Rousseau. Visto che la legge parla di associazioni i cui organi statutari sono decisi dai movimenti politici, ma voi non decidete niente, voi siete i portavoce della Casaleggio”. Non sarà così: il testo approvato ieri è piuttosto chiaro. Gli obblighi in materia di trasparenza e rendicontazione stabiliti per i partiti si applicano anche a fondazioni, associazioni e comitati politici. Compresa Rousseau, che è direttamente collegata al Movimento 5 Stelle, tra l’altro, per la composizione degli organi direttivi (uno dei requisiti citati nel decreto Anticorruzione).

Le nuove norme sulle fondazioni sono forse il risultato più significativo della legge approvata ieri (che ora deve passare al Senato e poi tornare alla Camera). Negli ultimi anni infatti gran parte dei finanziamenti privati sono stati versati alle fondazioni politiche invece che ai partiti (le cui risorse dal 2014 sono diminuite del 61%, fonte Openpolis). E con la legge attuale per questi versamenti non esiste alcun obbligo di rendicontazione.

Un’altra norma simbolo della legge approvata ieri è quella sulla trasparenza dei candidati: chi si presenta alle elezioni politiche e alle Amministrative nelle città con più di 15 mila abitanti sarà obbligato a pubblicare in Internet curriculum vitae e certificato penale entro tre mesi dal voto. I dati saranno resi pubblici sui siti dei partiti e del ministero dell’Interno in una sezione appositamente denominata “elezioni trasparenti”.