“Me ne frego dell’immagine. Non sono Lady Gaga”

Sulla targhetta dell’ascensore c’è scritto “Ditta Zimmerman“. “È il motivo per cui ho comprato la casa”, scherza De Gregori. In soggiorno, tra i dischi di Dylan, troneggia un pianoforte. “Ne sento il richiamo. Mi dice: ‘perché non ti siedi e componi?’. Ma io non sto mai con le mani in mano”, giura Francesco.

La fa sentire più in colpa il piano, la chitarra o il taccuino?

Il taccuino mi crea più responsabilità. Vivo di parole, pur sapendo che l’anima di una canzone è nella musica. Le mie nascono sulla pagina. Da una mezza frase, una scheggia, un tema che mi intriga.

Ha mai provato noia per qualche suo capolavoro?

Ci litigo, poi ci faccio pace. Per anni non riuscii a cantare La leva calcistica. Alla fine la ritrovai dentro di me.

Per ora, nessuna nuova creazione. Ha altro da fare.

Nel 2019 ho in agenda due operazioni live di segno opposto. La prima riguarda Roma. Dal 28 febbraio al 27 marzo sarò al Teatro Garbatella, 230 posti, cinque concerti a settimana. Ogni sera una scaletta con sorprese. Certo, proporrò le canzoni che il pubblico vuole sentire: Generale, La donna cannone, Buonanotte fiorellino, ma non tutte le sere le stesse. E giocherò con i brani meno eseguiti. Inventeremo arrangiamenti ruspanti. La serie di concerti si chiama Off the record: saremo confidenziali.

Una ‘residenza’ che ricorda quella di Springsteen a Broadway.

Ma il Boss propone ogni sera lo stesso repertorio: gli serve per fare storytelling. Io parlerò poco, preferisco suonare quattro canzoni in più che non spiegare come siano nate. Lo troverei banale. Il mio progetto è figlio dei set estemporanei che nascevano sulla pedanina del Folkstudio.

Come quando lei eseguiva una parodistica ‘La cacca di Piero’. E una sera lì al Folkstudio si presentò De André.

Colpa di quello stronzo, lo dico con affetto, di mio fratello Luigi. Che fomentò il suo amico Fabrizio. Io non lo avevo mai incontrato. Nicchiai. Fu proprio De André a esortarmi: ‘Dai, belin, faccela sentire’. D’altra parte, anche lui aveva confezionato una versione comica della Canzone di Marinella, molto più censurabile.

Lì nacque la vostra frequentazione. Ma in Sardegna come lavoravate, con i bioritmi incompatibili?

Fabrizio si svegliava alle nove di sera dopo aver poltrito tutto il giorno. Ci confrontavamo fino a mezzanotte, dopodiché ognuno di noi lasciava sul tavolo gli appunti che l’altro avrebbe sviluppato. In dieci giorni le canzoni erano fatte.

Torniamo a ‘Off the record’…

È anche figlio del tour del ’74 al Teatro dei Satiri. Cento posti in sala. Io, Venditti e Cocciante dovevamo fare tre repliche, restammo venti sere. Antonello si beccò una denuncia per A Cristo. Bellissima, l’abbiamo rieseguita insieme un mese fa.

E l’altro progetto per il 2019?

Una tournée estiva con un’orchestra e gli Gnu Quartet. L’ho battezzata Greatest Hits. Debutteremo a Roma, l’11 giugno a Caracalla. L’orchestra ci seguirà in giro, potremmo andare in torpedone come Glenn Miller! E non avrà una funzione decorativa. Un test già fatto due anni fa nei concerti pro-Marche con Neri Marcorè. E alla fine ne trarremo un disco con il materiale rielaborato in studio.

Il primo dicembre la vedremo su Rai3 nel documentario di Daniele Barraco, ‘Vero dal vivo’.

Non è un film musicale, ma di dettagli. Vi si vede un artigiano che con autoironia svela qualcosa di sé mentre si confronta con i musicisti, lungo le strade del mondo. Il tour di fine 2017, da Londra a New York a Parigi.

Bataclan incluso.

Andai senza enfasi. Il mandato di noi artisti era far vibrare di musica quel luogo. Il pubblico non si aspettava da me omaggi alle vittime. La gente era tornata al Bataclan subito dopo l’attentato, così come passeggia sul lungomare di Nizza.

Nel film la si vede senza la sua iconica barba.

Che ha di così importante la mia barba? Me l’ero tagliata d’estate in Grecia, per non far entrare l’acqua nella maschera da sub. Me ne frego della mia immagine, non sono Lady Gaga. Voi giornalisti avete riempito pagine sui capelli di Ligabue.

Si è avventurato nel napoletano in ‘Anema e Core’, in duetto con sua moglie Francesca Gobbi.

Prima o poi un artista cede alla tentazione di cantare nella lingua napoletana. E se non sei nato al Rione Sanità dovrai avvicinartici umilmente. Oggi la canto meglio di quando la incidemmo. Anema e Core ti avviluppa con la drammaticità di un rapporto irrisolto. L’idea mi venne la sera del compleanno di Chicca, in un ristorante di Napoli. Volevo dedicargliela. Il posteggiatore non arrivò, la canticchiai io. Lei mi venne dietro, il cortocircuito umano-artistico si è innescato lì. Chicca aveva cantato con me al Palasport di Roma negli anni Ottanta, ed è nella Corale di Giovanna Marini.

Ne avete tratto un singolo.

In due versioni in vinile: una è un 45 giri in grande formato. L’altro, in edizione limitata di 99 copie, è impreziosito da una xilografia di Mimmo Paladino. Costa 1.200 euro, non è un’operazione furba, ma per amore dell’arte. Registrammo il pezzo ai Bath Studios di Peter Gabriel. Lui purtroppo non c’era.

Parlando di amici, come si spiega quel giorno del ’75 quando lei e Baglioni vi metteste a suonare davanti al Pantheon e…

… e nessuno ci filò. Eppure eravamo famosi. Baglioni, mentendo, dice che ci restai più male di lui perché il mio ego è più grande del suo: è il contrario. Scherzo, eh!.

Demirtas, l’ostaggio personale del Sultano

Il parlamentare turco di origine curda Selahattin Demirtas è dietro le sbarre dal 4 novembre 2016, e a quanto pare dovrà rimanerci ancora nonostante la Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu) abbia ordinato alle autorità turche il suo rilascio immediato. Il presidente Erdogan. il “Sultano” senza rivali con l’obiettivo di spazzare via i curdi, è subito intervenuto per respingere senza mezzi termini la decisione della Corte di Strasburgo. “Le decisioni della Cedu non ci costringono a nulla. Contrattaccheremo e metteremo fine una volta per tutte a questa vicenda”, ha detto all’agenzia Anadolu.

Avvocato specializzato in diritti umani, nel 2015 era riuscito a convincere anche molti elettori di etnia turca a votare per il Partito Democratico dei Popoli ( Hdp) da lui fondato, portando per la prima volta una formazione filo curda ad avere una rappresentanza all’interno dell’assemblea parlamentare nazionale. Due anni fa fu arrestato con l’accusa di fare propaganda a favore del partito dei lavoratori curdo (il Pkk, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche ) dopo essere stato privato dell’immunitá derivante dal suo ruolo di deputato.

Lo scorso settembre è stato condannato in primo grado a 4 anni di detenzione, ma tra l’arresto e la sentenza non solo erano scaduti da tempo i termini previsti per la carcerazione preventiva ma gli era stato impedito di fare campagna elettorale come tutti gli altri candidati per le presidenziali di quest’anno. I giudici europei hanno spiegato la decisione sostenendo che “la sua carcerazione mira a soffocare il pluralismo politico” e “la sua detenzione provvisoria ha superato i limiti previsti e costituisce un’interferenza ingiustificata alla libertà di espressione dell’opinione del popolo e al diritto del ricorrente di essere eletto e di esercitare il suo mandato parlamentare”.

Attraverso un comunicato diffuso dall’Hdp, Demirtas ha commentato così la prima ‘buona’ notizia dopo 24 mesi di buio: “La sentenza della corte ha confermato il mio status di ‘ostaggio politico: la sentenza della Corte europea ha mostrato gravi violazioni da parte dei tribunali turchi, compresa la Corte costituzionale, durante la mia detenzione. A questo punto è evidente a tutti che i casi e le accuse per cui sono stato processato sono completamente crollati. La nostra battaglia per la legge e la giustizia continuerà in tutte le circostanze”.

Ertugrul Kurkcu, ex parlamentare e politico turco di lungo corso nonché presidente onorario del partito di Demirtas ha spiegato al Fatto che “la Turchia è tenuta per legge a rispettare le decisioni della Corte di Strasburgo avendo aderito alle Convenzioni europee sui diritti umani. Che le sentenze di Strasburgo siano vincolanti lo riconosce per prima la Corte Costituzionale e se il presidente Erdogan impedisce che siano rispettate tradisce il proprio mandato”.

La fronda ribelle: “Brexit, questo piano non passerà”

Tutto può ancora succedere, ma la fotografia più recente della Brexit viaggia su due rette parallele. La prima, quella dei negoziati con l’Unione europea, procede spedita. Malgrado le riserve esplose lunedì della Spagna su Gibilterra e della Francia sull’estensione del periodo di transizione proposto dal capo negoziatore Michel Barnier, i Paesi membri sembrano sostenere l’accordo preliminare.

Oggi May a Bruxelles incontra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e lo stesso Barnier, per definire il testo della dichiarazione sulla futura relazione commerciale fra Regno Unito e Ue da presentare al summit europeo del 25 novembre. Incassato l’appoggio cruciale della Confindustria britannica, ieri il primo ministro ha ottenuto anche il sostegno di Mark Carney, il governatore della Banca d’Inghilterra, che ha chiarito I rischi di una uscita senza accordo: “Un profondo choc economico” che danneggerebbe l’economia, creando disoccupazione e inflazione. Al contrario, il compromesso raggiunto sarebbe economicamente sostenibile e darebbe al Paese il tempo necessario per arrivare pronto all’accordo finale.

Poi c’è la traiettoria interna. Lo spauracchio del no deal si allontana: la rivolta dei Brexiters sembra essere definitivamente sgonfiata. La May ieri ha tenuto buoni i falchi promettendo di valutare una soluzione tecnologica per il passaggio delle merci al confine nord-irlandese senza bisogno di dogane. Ci vorranno anni.

Ma non c’è neanche la maggioranza per il suo compromesso. Per due volte in due giorni gli Unionisti del Dup sono venuti meno all’impegno di sostegno esterno, astenendosi su due emendamenti della finanziaria. Con una retorica da Troubles (gli scontri in Nord Irlanda), hanno chiarito che è stata la May a tradire per prima accettando condizioni speciali per l’Irlanda del Nord. È un avvertimento: a meno di nuove concessioni, i 10 parlamentari del Dup non la sosterranno nel cruciale passaggio parlamentare. Come il Labour, i Lib-Dem, gli indipendentisti scozzesi, una parte dei conservatori. “Questo deal non passerà mai” sintetizza al Fatto Anna Soubry, parlamentare conservatrice e arci-Remainer. “Questo Parlamento non consentirà mai nemmeno un’uscita senza deal, perché le conseguenze economiche sul paese sarebbe tali che nessuno verrebbe più rieletto. Non credete alle minacce dei Brexiter. Io li conosco bene, sono una manica di smidollati”.

Soubry è uno strano animale politico. Tory d’acciaio, rappresenta una circoscrizione di Leavers. Ma fermare Brexit è diventata la sua unica missione. Per riuscirci ha stretto una inedita alleanza bipartisan con Chuka Umunna, giovane deputato laburista, padre nigeriano, eleganza ed eloquio che ricordano il giovane Obama. Anche lui un ribelle rispetto alla linea anti-europea di Corbyn. Secondo gli organizzatori della campagna per il People’s Vote, nel Paese il 53 per cento voterebbe per restare in Europa. Non un plebiscito. Ma Soubry e Umunna garantiscono, senza fornire numeri precisi, che le adesioni a un secondo referendum, in mancanza di meglio, stanno crescendo in entrambi gli schieramenti.

I veterani russi all’Aia: “Mosca, i suoi mercenari sono illegali”

Da Mosca all’Aia. Il cosacco Evgeny Shabayev vuole chiarezza sui “migliaia di mercenari russi impiegati all’estero” in missioni ufficiose, operazioni segrete russe e chiede che si indaghi alla Corte Penale Internazionale. Shabayev, a capo dei veterani plurimedagliati, sovietici e russi, dell’Associazione panrussa degli ufficiali, richiama l’attenzione sui “crimini contro l’umanità”, vietati dall’articolo 7 dello statuto di Roma, ma anche sulla giustizia russa, che ufficialmente, vieta con una legge severissima, l’impiego o il raggruppamento di mercenari. Shabayev dice di conoscerne invece personalmente migliaia che sono stati impiegati per conto del Cremlino come “fantasmi”. Questi fantasmi russi in mimetica sono ovunque: soprattutto in Siria e Ucraina, ma anche nella Repubblica Centraficana, Sudan e Sud Sudan fino a Yemen e Gabon. Un’operazione sarebbe attiva anche in Libia sotto il camuffato tricolore di Mosca. Alcuni di loro sono pronti a testimoniare, dice Shabayev, in cambio di protezione: si sono rivoluti a lui “per mancanza di diritti sanitari e privilegi economici garantiti invece ai veterani del Paese”. Se il cosacco conosce così bene la questione è perché era un rappresentante delle repubbliche autoproclamate del Donbass, sa che i mercenari come quelli impiegati al confine ucraino sono definiti semplicemente dobrovolzy, volontari.

“O li legalizziamo o li perseguiamo – dice Serghei Krivenko, membro del Consiglio per i diritti umani in Russia – questo problema esiste, lo Stato usa mercenari di aziende private in conflitti dove non è ufficialmente coinvolto, loro hanno diritto ai benefici di tutti gli altri combattenti”. Si può fare chiarezza, ma comunque non giustizia: il potere della Corte Internazionale si estende solo sul territorio dei suoi Stati membri e la Russia non è uno di questi.

Ivanka Trump, la bionda tutta affari e Casa… Bianca

Stavolta Ivanka l’ha combinata grossa: lo stesso errore di Hillary Clinton; dopo che suo padre aveva fatto buona parte della campagna elettorale accusando la sua rivale d’avere messo a repentaglio la sicurezza nazionale, usando l’email personale quand’era Segretario di Stato, la ‘prima figlia’ avrebbe dovuto evitare di compiere lo stesso errore dopo avere messo su ufficio alla Casa Bianca. E invece ci sono centinaia di email inviate lo scorso anno dalla figlia e consigliera del presidente a suoi collaboratori, a membri dello staff e a funzionari dell’Amministrazione, usando un account personale. Molte email trattavano questioni governative, violando le norme che vietano l’utilizzo di indirizzi personali di posta elettronica a chi ha incarichi di governo: riesplode l’emailgate, ma questa volta a casa Trump, non a casa Clinton.

Le rivelazioni del WP e non solo hanno subito eccitato gli spiriti bellicosi dei deputati democratici, che da gennaio torneranno a essere maggioranza alla Camera e a presiedere tutte le Commissioni, in particolare la Oversight and Government Reform, la principale commissione investigativa: ora, vogliono accertare se Ivanka ha violato o meno la legge. Secondo The Hill, il giornale che conosce tutti i segreti del Campidoglio, la commissione “intende continuare l’indagine sulla registrazione degli atti presidenziali e federali e vuole sapere se Ivanka ha rispettato la legge”.

La prima figlia colpevole a sua insaputa

E chissà se al prossimo comizio di Donald Trump qualcuno scandirà Lock her up, ‘Arrestatela’, riferendosi non a Hillary, come accadeva ancora nella campagna per le elezioni di midterm, ma a Ivanka. La ‘prima figlia’ si sarebbe difesa ammettendo di non conoscere nel dettaglio le regole, ma assicurando che nessuna informazione segreta è passata per l’account personale suo e di suo marito Jared Kushner. Inoltre, Ivanka non avrebbe fatto ricorso a un server privato come fece Hillary, che ne installò uno nella sua residenza di Chappaqua nello Stato di New York. C’è chi torna a dire che papa Donald non volesse Ivanka alla Casa Bianca, nonostante sia la sua ‘cocca’ e gli fosse stata accanto in tutta la campagna elettorale: meno pasticciona e meno facilona di Donald jr, che invita alla Trump Tower l’avvocatessa di Putin per comprarle segreti anti-Hillary e per nulla greve e rossa come è invece Eric, che quando twitta combina più guai del padre. Ma la ‘prima figlia’ non la puoi tenere in un canto tanto facilmente: ufficio alla Casa Bianca, incarico di consigliere, con annesso incarico di consigliere per il Medio Oriente al ‘primo genero’, forse perché il fatto di essere ebreo – e di fare affari con i sauditi – qualifica Jared per il ruolo, almeno agli occhi di Trump. Tutto senza mai scalfire le altre sue immagini: sorriso stampato, formazione universitaria d’eccellenza, mamma di tre bimbi, creatrice di moda, con l’inclinazione – un po’ rischiosa – a mischiare pubblico e privato. E, del resto, c’è chi giura, all’opposto, che papa Donald non muove passo senza Ivanka accanto: l’aveva voluta vicepresidente esecutivo della Trump Organization, l’azienda di famiglia; e poi l’aveva portata come giurato nello show tv The Apprentice. Ora, se la porta dietro nelle visite ufficiali e ai Vertici multilaterali: nel giugno 2017, a Taormina, la fece sedere al suo posto di capo delegazione degli Stati Uniti quando lui dovette lasciare la plenaria del G7. La foto d’Ivanka fra i Grandi del mondo, unica donna, oltre ad Angela Merkel, che era lì legittimamente, divenne l’immagine del Vertice.

Dalle griffe al Consiglio di Sicurezza Onu

Che abbia un caratterino, alla Casa Bianca lo sanno ormai tutti, sotto l’aria da santarellina bionda che assume in qualche fotografia, sempre vestita in modo impeccabile, elegante, ma senza vezzi, generosa solo delle gambe. Che non s’intenda con la ‘first lady’ Melania è voce di popolo molto ripresa dai media: s’incontrano di rado, perché Ivanka frequenta la West Wing, l’ala degli uffici, e Melania vive nella East Wing, l’ala di famiglia: i malumori dell’una verso l’altra se li deve sorbire Donald, che è marito e padre di cotante donne. Invece, il rapporto con la mamma, Ivana, la prima moglie, pare buono. Non più giovane – 69 anni, ben portati –, Ivana Marie Zelnickova, ceca d’origine, fotomodella, continua a farsi chiamare Trump nonostante il divorzio e due altri matrimoni italiani. Ivanka le assomiglia, non solo fisicamente, anche se, nel carattere, ha l’impulsività, ma non la spacconeria, paterna.

Se cercava un’occasione di levarsela di torno – e il momento, adesso, potrebbe essere quello giusto, dopo questa storia di mail private in atti pubblici –, il papà presidente l’ha trovata con le dimissioni della rappresentante degli Usa all’Onu Nikki Haley: Ivanka all’Onu farebbe benissimo – il babbo ne è convinto – e lei sarebbe felice di sedere al Consiglio di Sicurezza; e oltre tutto tornerebbe a vivere a New York, dopo avere trasferito solo all’inizio dell’anno la residenza a Washington.

Ma gli svantaggi d’una nomina così smaccatamente nepotistica sarebbero maggiori dei vantaggi d’una ‘prima figlia’ contenta e lontana. Dopo averci pensato, Trump l’ha escluso: difficile che l’ipotesi ridiventi attuale, nonostante l’emailgate familiare.

La Piaggio Aerospace in ansia: 1200 lavoratori appesi al drone

C’è una commessa di droni da difesa che tiene in ansia 1.200 lavoratori di tre stabilimenti della Liguria. Oggi potrebbe esserci la svolta decisiva, ma nulla è scontato. L’azienda commissionata è la Piaggio Aerospace, che opera nel settore dei velivoli civili e militari a Genova e in Provincia di Savona. È in mano alla Mubadala Development, società del governo degli Emirati Arabi Uniti, che la usa per i suoi investimenti. Il committente, invece, è lo Stato italiano che ha firmato l’ordine dei droni – che costeranno 766 milioni di euro – nella scorsa legislatura. Da quando, dopo il 4 marzo, il nostro Parlamento ha mutato radicalmente la composizione, le commissioni Difesa delle Camere hanno ripetutamente rimandato la decisione sulla conferma dello stanziamento. E questo stallo ha innervosito non poco gli emiratini, tanto da portarli a paventare il rischio chiusura. Circostanza che rappresenterebbe una sciagura sia per le famiglie dei 1.200 dipendenti sia per l’intero territorio ligure già colpito da molti problemi.

Ieri la crisi della Piaggio Aerospace è stata affrontata con una riunione al ministero dello Sviluppo economico. Come aveva fatto notare un articolo del giornale online Lettera43, la questione è politicamente spinosa. Un mega-licenziamento può essere evitato solo se il governo sblocca un consistente investimento militare, stabilito in passato da un esecutivo di diverso colore. Non tutti sono d’accordo. Nelle scorse settimane il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha incontrato il principe Mohammed bin Zayed al Nahyan e, da quanto si dice, hanno parlato anche della vertenza. Oggi i rappresentanti della Piaggio Aerospace saranno sentiti dalle commissioni riunite Difesa di Camera e Senato: da quanto trapelato dovrebbe esserci il via libera all’operazione, ma i sindacati aspettano a mettere la mano sul fuoco. Il problema, tra l’altro, non si risolve garantendo la commessa dei droni. “Per garantire occupazione per tutti i 1.200 – spiega Andrea Pasa della Cgil Savona – gli arabi devono mantenere tutte le linee di produzioni: oltre ai mezzi senza conducente, anche quella dei velivoli civili e dei motori”.

La società emiratina, però, ha presentato un piano industriale che punta tutto sui droni. Allora il governo vorrebbe provare a giocarsi qualche carta: sbloccare la commessa dei droni a patto che Abu Dhabi assicuri il mantenimento degli altri stabilimenti. Per questo, si sta anche pensando di mettere sul piatto la possibilità di un ingresso diretto nell’azionariato da parte di una azienda pubblica italiana. Il rebus è complicato perché parte dal bisogno di tutelare i posti di lavoro e investe importanti questioni diplomatiche.

Tav, il “teorema Thatcher” per evitare grandi sprechi

Costruire grandi opere coi soldi degli altri è bellissimo, soprattutto se saranno pagate in futuro da ignari contribuenti che non avranno mai occasione di utilizzarle. È l’esatto contrario dell’economia di mercato nella quale invece le scelte sono individuali, così che ognuno possa comperare solo i beni che ritiene valgano più dei soldi che deve, lui stesso di persona e non altri al suo posto, pagare per ottenerli. Dopo i movimenti No Tav ecco infatti a Torino la manifestazione di piazza dei Sì Tav, cittadini che sono fautori entusiasti della realizzazione della Torino-Lione. Ma questi sostenitori sono anche, o saranno in futuro, utilizzatori della linea? Ad esempio, assidui frequentatori della capitale francese o della bella città sul Rodano? Oppure importatori di champagne, cognac e pregiati formaggi d’oltralpe o esportatori di ottimi vini piemontesi? Lecito dubitarne.

Per andare velocemente a Parigi i torinesi già oggi dispongono di quattro voli quotidiani di Air France, una soluzione molto più rapida rispetto all’utilizzo dei tre Tgv quotidiani di Sncf. Con l’aereo, i torinesi recuperano già ora quattro ore rispetto al treno, dieci volte quello che potrebbero risparmiare col treno una volta entrato in funzione il costosissimo tunnel di base del Fréjus. E d’altra parte il mercato dei collegamenti tra Torino e Parigi non sembra essere così interessante se nessun vettore low cost ha sinora ritenuto di servire la rotta aerea e se i treni Thello di Trenitalia preferiscono collegare Milano con Parigi via Svizzera e Digione anziché Torino e Lione.

I milanesi hanno molti più collegamenti con Parigi, ma tutti quelli aggiuntivi sono per via aerea: ben 24 voli quotidiani dai tre aeroporti, di cui 11 offerti da vettori low cost, 7 da Air France e 6 da Alitalia. I milanesi che hanno paura di volare debbono invece sobbarcarsi 7 ore e mezza sui treni Tgv diurni di Sncf, 6 ore in più rispetto all’aereo; in alternativa il Thello notturno di Trenitalia. Se si farà il tunnel di base del Fréjus, i pochi milanesi che prendono il treno per Parigi risparmieranno 20-30 minuti al massimo mentre già ora ne risparmierebbero oltre 40 se solo il Tgv percorresse la linea ad alta velocità tra Milano e Torino, in esercizio da quasi un decennio. Invece continua a percorrere la vecchia linea, non essendo mai stato omologato per la rete ad alta velocità italiana. In sostanza l’unico pezzo di linea ad alta velocità esistente tra Milano e Lione non è mai stato utilizzato per andare da Milano a Lione, a conferma del fatto che in Italia è fondamentale costruire le grandi opere ma è poi del tutto facoltativo utilizzarle. E se i treni ad alta velocità attuali tra Milano e Parigi non usano i quasi 150 km di linea ad alta velocità esistente tra Milano e Torino, costata 8 miliardi, perché mai avrebbero bisogno di altri 60 km di linea ad alta velocità sotto le Alpi, il cui costo è stimabile in almeno ulteriori 8 miliardi?

Qualcuno sosterrà che è per trasportare le merci, ma anche questo, a parte il fatto che le merci non hanno un così grande bisogno di viaggiare ad alta velocità, non è vero. Sotto l’attuale Fréjus ferroviario passano meno di 3 milioni di tonnellate di merce all’anno; erano oltre il doppio negli anni 80 e oltre il triplo nella seconda metà degli anni 90. E questa caduta non è dovuta a un’emigrazione verso la gomma; infatti dalla fine degli anni ’90 a oggi il traffico alpino stradale delle merci da e verso la Francia è diminuito del 27%, quello ferroviario del Fréjus del 65% e il traffico merci alpino totale, ferro più gomma, del 36%. A cosa può dunque servire il Tav se non ad accontentare i manifestanti torinesi?

Le riflessioni precedenti sembrano dar ragione alla rigida posizione tenuta dal primo ministro britannico Margaret Thatcher sul progetto del tunnel sotto la Manica, quando resistette alle pressioni del presidente francese Mitterrand per finanziare l’opera con soldi dei contribuenti dei due Paesi. Diede infatti il via libera all’opera, ma solo a condizione che non venisse speso neppure un penny di soldi pubblici (‘not a public penny’). In questo modo preservò i suoi contribuenti da un pessimo affare, al contrario degli 800 mila piccoli azionisti privati, soprattutto francesi, che sottoscrissero le azioni della società costruttrice del tunnel e si ritrovarono dopo pochi anni con il valore dell’investimento quasi completamente azzerato. Come ha scritto Marc Fressoz nel libro Le scandal Eurotunnel (Flammarion, Parigi 2006), “La più grande vittoria della Thatcher fu soprattutto di aver imposto a un Presidente francese socialista un finanziamento al 100% privato. Una scelta irrevocabile che per la Dama di ferro doveva dimostrare la superiorità del liberalismo”.

Da questa nota posizione si può ricavare una sorta di ‘teorema di Margareth Thatcher’ sulle grandi opere: in primo luogo una grande opera deve essere giustificata da una corrispondente elevata domanda dei suoi utilizzatori. Una grande opera senza domanda equivalente è solo un grande spreco, una cattedrale nel deserto che può essere accollata solo a soggetti pubblici, dato che nessun investitore privato sarà mai disponibile a farsi carico degli oneri di realizzazione in cambio dei diritti di sfruttamento. Invece una grande opera con grande domanda è ripagabile con i futuri proventi e può quindi essere realizzata e gestita da operatori privati in concessione, senza necessità di assunzioni di rischi e oneri in capo al settore pubblico. Elevata domanda implica un’elevata disponibilità a pagare e dunque anche un’adeguata capacità di autofinanziamento. Ai manifestanti Sì Tav di Torino la Thatcher avrebbe detto semplicemente questo: desiderate il Tav? Allora fondate una società, sottoscrivetene le azioni, fatevi dare la concessione per la costruzione e l’esercizio e costruitevela. Esattamente come dovettero fare negli anni 90 gli azionisti di Eurotunnel.

Nissan-Renault, Ghosn rischia 10 anni di carcere. Giù i titoli

Potrebbe essere condannato fino a 10 anni di carcere il numero uno dell’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, Carlos Ghosn, per le accuse di irregolarità finanziarie. A riferirlo, Automotive News Europe. Inoltre, secondo rumors parigini, anche Renault potrebbe interrompere il rapporto con lui prima della scadenza naturale del contratto, prevista per il maggio 2019. Ci sono diversi candidati alla sua successione, primo fra tutti l’attuale numero due di Toyota Didier Leroy, ma anche i tre manager della Losanga Thierry Bolloré, Thierry Koskas e Stefan Muller e il grande risanatore di PSA Carlos Tavares. L’indagine sarebbe partita quasi un anno fa su accuse di un ‘segnalatore’ anonimo e riguarderebbe, oltre ai dati non veritieri comunicati attraverso il collaboratore Greg Kelly alla Borsa di Tokyo, anche l’utilizzazione di quattro abitazioni di Nissan in varie città del mondo senza inserire questi benefit nei prospetti delle retribuzioni. Ieri il titolo ha ceduto a Parigi l’1,19% dopo che a Tokyo Nissan ha lasciato sul terreno il 5,5% e Mitsubishi il 7,4%

Alitalia, ministero e commissari dicono sì all’offerta delle Ferrovie

Via libera dai commissari Alitalia e del ministero dello Sviluppo all’integrazione tra la compagnia aerea e Fs, che aveva presentato un’offerta vincolante per la società. E proprio per favorire questa integrazione, il piano industriale di Ferrovie dello Stato slitta a fine gennaio. Lo ha annunciato l’amministratore delegato di Fs, Gianfranco Battisti, ieri alla presentazione degli orari invernali di Trenitalia a Milano. “Alcune evoluzioni di mercato che si stanno aprendo fanno sì che dovremmo integrarlo con altre opportunità che si stanno venendo a creare”, ha spiegato il manager che conta di avere un piano definito tra un paio di mesi e che si dice convinto della validità dell’operazione. Nel frattempo Fs ha avviato un dialogo con possibili parter industriali “tra cui EasyJet, ma non solo”, ha aggiunto Battisti.

Intanto ieri il commissario Luigi Gubitosi ha dato le dimissioni da commissario Alitalia. Passa in Tim.

Pochi soldi per la sanità e nuovo contratto: medici in sciopero

La richiesta di finanziamenti adeguati per il Fondo sanitario nazionale, assunzioni per garantire il diritto alla cura e il diritto a curare, il rinnovo del contratto nazionale di lavoro fermo da oltre 10 anni. Per questi motivi venerdì i camici bianchi del Servizio sanitario nazionale (Ssn) incroceranno le braccia per 24 ore e si asterranno dal lavoro medici, veterinari e dirigenti sanitari. Protesta a cui aderiscono le principali sigle sindacali.

Per venerdì sono previste manifestazioni in tutta Italia, mentre a Roma i sindacati hanno organizzato una conferenza stampa. Inizialmente erano stati proclamati due giorni di sciopero ma il primo, era il 9 novembre, è stato revocato per problemi interpretativi delle norme che regolano il diradamento delle giornate di sciopero nella sanità. Per venerdì prossimo, però, la protesta è confermata e sono prevedibili disagi negli ospedali e per i cittadini anche se, come previsto per legge, “sarà garantita la continuità delle prestazioni indispensabili”.

L’agitazione riguarderà il personale appartenente alla dirigenza medica, veterinaria, sanitaria, professionale, tecnica e amministrativa del Ssn. Vari i motivi alla base della protesta: insufficienza del finanziamento previsto per il Fondo sanitario Nazionale 2019, in relazione alla garanzia dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e agli investimenti nel patrimonio edilizio sanitario e tecnologico; il mancato incremento delle risorse destinate alla assunzione del personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria; l’esiguità delle risorse per finanziare i contratti di lavoro; i ritardi nella stabilizzazione del precariato e il mancato finanziamento aggiuntivo per i contratti di formazione specialistica. Allo sciopero parteciperanno anche gli specializzandi anestesisti, chiamati a raccolta dall’Associazione degli anestesisti e rianimatori (Aaroi-Emac). L’associazione invita gli specializzandi a rifiutarsi di sostituire gli specialisti aderenti alla protesta. per questo in occasione dell’ultimo sciopero fu inviata una segnalazione al ministro della Salute e ai carabinieri.